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a scuola di manganello.

Quale nota, commento, post potrebbe rendere efficacemente il senso di profonda indignazione per le immagini di violenza provenienti dalle manifestazioni degli studenti di oggi?
Il nostro governo continua a dire di aver a cuore il futuro dei giovani, la scuola, l’università, la ricerca… promette tablet, computer, lavagne multimediali, ma non riesce a garantire la sicurezza di molti plessi sul territorio nazionale e ignora sempre di più la situazione dei  docenti precari. Eh si, ci sarà un maxiconcorsone? Per chi? Per i molti abilitati SISS, ora (e forse per sempre…) precari? E il TFA, con i suoi test costruiti in maniera discutibile?
Il ministro Profumo all’inizio del suo mandato ha urlato ai quattro venti di voler instaurare un dialogo proficuo con gli studenti, una cosa non fatta dal suo glorioso predecessore, la Beatissima Gelmini. Eppure, dopo questa dichiarazione al profumo di retorica demagogica, nulla è stato fatto, anzi si è registrata una sostanziale continuazione della precedente linea di governo. Da mesi, anzi da anni, le nostre scuole e le nostre università pubbliche languono per i continui tagli, che impediscono di garantire un servizio adeguato a tutti. Pare che il diritto allo studio stia diventando sempre più un miraggio, soprattutto in università dove gli standard qualitativi della didattica e dei servizi sono sempre più bassi, accanto ad un preoccupante innalzamento delle tasse.
Molti corsi di laurea seri e formativi si trovano in difficoltà (e non quei supposti corsi da due o tre persone inventati dalla Gelmini per giustificare i suoi tagli!) per mancanza di personale e per una consequenziale scarsità di studenti. E’ oramai conclamato che i governi hanno chiuso il rubinetto a materie  particolari: le scienze dure (la fisica, la chimica, la matematica, la biologia), le lettere e la filosofia. E non è casuale che si tratti di ambiti di disciplinari non prontamente consumabili e spendibili, anche se assolutamente indispensabili per il progresso materiale (le scienze pure) e spirituale del nostro paese.

In questo contesto si sono mossi i molti giovani, che hanno occupato le strade delle principali città del nostro Paese manifestando il proprio disappunto per le politiche scolastiche del nostro governo. Un paese sano e fondato su una Costituzione nata dalla lotta contro un regime autoritario dovrebbe (ahi, purtroppo usiamo troppi condizionali!) assolutamente rifuggire la violenza quando qualcuno cerca di mostrare pubblicamente il proprio malcontento. Come da buona tradizione dei nostri governi l’intervento violento e autoritario della nostra amata polizia si è fatto sentire, ed ecco scudi, elmetti e manganelli contro giovani maggiorenni e minorenni. Ovvio, con il pugno dure e l’autorità si rimettono in riga gli studenti debosciati e disubbidienti in disappunto con il governo. Un governo “democratico” deve ricorrere alla violenza autocratica quando ci sono dei giovani che osano chiedere una scuola buona e per tutti!!! La violenza dello Stato è totalmente giustificata quando il popolo tenta di farsi sentire, perché non ritornare ai buoni e sani rimedi del Generale Bava Beccaris???? Massì meglio reprimere i giovani, bisogna cominciare sin da subito, perché una volta che le loro menti saranno ben formate e mature non ci sarà più nulla da fare: nessun taglio di denaro riuscirà a soffocare gli spiriti.
La gravità della repressione aumenta quando ci riferiamo a dei minorenni feriti. Non è normale che la polizia dello Stato picchi, come un padre autoritario ed eccessivamente severo, dei minorenni; in un paese veramente civile le autorità, venute a sapere di tale violazioni alla legge, si muoverebbero per fare chiarezza riguardo l’accaduto. Non mi pare che nessun dirigente della polizia si sia mosso per prendere provvedimenti contro chi ha deciso di percuotere un quindicenne (cosa che non si saprà mai, perché la polizia non ordina agli agenti in servizio di mostrare il proprio nome), la legge anche in questo caso andrebbe rispettata, non credo si possa in nessun modo fare violenza fisica su un minorenne. Nella tristezza dell’accaduto ciò che viene a galla in modo evidente e perentorio è l’incapacità di questo governo (eh beh, anche degli altri) di attuare delle politiche scolastiche veramente al passo con i tempi, ma soprattutto vicine alle persone che vivono la scuola e l’università. Le foto degli scontri mostrano ancora la rigidità di uno Stato autoritario, incapace di un dialogo costruttivo ed educativo con i giovani e il fallimento di un governo impopolare e altamente dannoso.
Le manganellate di oggi non si possono in alcun modo tollerare e giustificare, sia per il fatto che la polizia avrebbe dovuto sapere che molti manifestati sarebbero stati minorenni, sia per il fatto che la disubbidienza non si punisce né con il manganello, né con gli arresti. Come alcuni hanno già scritto, in casa nessun genitore sano penserebbe di prendere a botte un figlio che imbratta un muro e se lo facesse verrebbe giustamente punito. Quello che il governo non ha capito è l’ansia e la preoccupazione dei giovani che vedono un futuro sempre più incerto e cupo, senza speranza, senza lavoro e senza alcuna possibilità di felicità.
Da studente mi sento vicino a tutti i miei compagni che sono scesi in piazza, più che vicinanza è stima, perché hanno avuto la forza, l’intelligenza e la consapevolezza di dire ciò che non va, questa è vera passione per la scuola e chi la ha non deve essere essere punito, piuttosto deve essere elogiato e premiato!

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Nuove domande sul merito

Da troppo tempo gli amministratori della scuola pubblica non fanno che parlare di “merito”, “meritocrazia” e ognuno di loro cerca di attivare progetti che possano in una certa maniera salvaguardare e riconoscere particolarmente gli sforzi di coloro i quali risultano “più bravi”, “migliori” in una certa disciplina accademica. Il malcelato, anzi dichiarato, obiettivo di questi personaggi è rendere la Scuola simile ad un’azienda produttiva ed efficiente, dove chi produce di più viene ricompensato con premio. In generale la Scuola e l’Università dovrebbero diventare lo specchio di questi nostri tempi, palestre della vita aziendale, promotrici di un progresso esclusivamente tecnologico (da qui il decurtamento di molte discipline afferenti all’ambito umanistico nella scuola secondaria e trascuratezza degli indirizzi letterari e filosofici nell’Università). Il pericolo di una visione del genere – per altro sonoramente criticata e superata – è quello di arrivare a mercificare un bene davvero comune, prezioso e senza costo come la cultura, distruggendo dalle fondamenta i principî fondanti della scuola pubblica. La goffa insistenza sul merito nasconde infidamente questo pericolo enorme; sarebbe troppo riduttivo far coincidere la valorizzazione delle eccellenze con un misero “premio di produzione”, che si esplicherebbe in iniziative dal vago sapore “prebellico” come quelle dello “studente dell’anno”. In questo modo si rischia davvero di perdere di vista l’obiettivo e il fine del percorso formativo: non si farebbe altro che dare una spinta alla perversa e puerile logica del voto (studio solo e soltanto per il voto) instillando negli allievi una spietata e malsana competitività. Detto che un allievo non è un bullone da produrre in serie, ma un Persona da formare in diversi ambiti della personalità, come si può conciliare la valorizzazione di chi presenta spiccate doti per un determinato ambito alla doverosa necessità di garantire un’istruzione di qualità per tutti, anche per chi presenta capacità nella norma. Non solo il potenziamento, ma anche il consolidamento e il recupero: il progresso intellettuale deve essere garantito a tutti, a prescindere dalla classe di appartenenza, dalla nazionalità. Per fare ciò non è necessario ridurre le richieste della scuola – in realtà la più grande banalizzazione proverrebbe da una crescente aziendalizzazione – ma rendere la scuola così flessibile da adattare persone e spazi alle esigenze di ogni persona, Luciano Canfora dice con finezza che “una scuola facile è un regalo avvelenato alle classi popolari”. Il ritorno ad una scuola davvero umanistica , che abbia al suo centro l’uomo, le sue esigenze, le sue propensioni è un sogno davvero grande, quasi irrealizzabile in una scuola pubblica sempre più martoriata da tagli e riforme scellerate. La scuola deve rimanere tesa su queste due esigenze: valorizzazione, ma anche adattamento ai bisogni e alle intelligenze diverse di tutti. In generale l’accesso alla cultura alta deve essere garantita a tutti coloro che hanno le capacità e la voglia di sostenere un percorso di studi superiori.

Dall’altro lato si vorrebbe premiare il merito dei docenti (già la Gelmini parlava di questo, ma non ha mai fatto nulla di concreto), ma in quale modo? Chi può valutare l’operato di un docente? Sostanzialmente nessuno o comunque lo sforzo economico sarebbe troppo grande… E così, dopo un grande trambusto, più nulla, se non i soliti problemi legati all’inadeguatezza di pochi. Perché, a posto di continuare a minacciare, promettere ecc., non si incomincia veramente a valorizzare i molti e bravi docenti delle scuole secondarie e primarie e non si pensa a regolarizzare la posizione accademica di molti ricercatori, che sono la colonna portante dell’università?

E dunque come possiamo davvero favorire i meritevoli e i capaci garantendo loro sicurezza, fondi per gli studi e la ricerca? Come si può rilanciare davvero la scuola pubblica in vista di un miglioramento qualitativo della didattica e dell’orientamento. Come pensare a tutto il resto del mondo della scuola e dell’università: è vero le eccellenze sono da favorire, ma la scuola è pubblica e aperta a tutti. Come distinguere la massa di chi affolla le università senza alcun scopo da chi si impegna realmente? Come garantire stabilità economica al settore dell’istruzione e fondi adeguati (per lo meno degli di un Stato cosiddetto “occidentale”) alla ricerca pubblica?

Ricostruiamo l’Italia, tre dossier su Università, Ricerca e AFAM.

Le proposte della FLC CGIL

È una pesante eredità quella lasciata dal ministro Gelmini nell’Università, nella Ricerca e nell’Alta Formazione Artistica e Musicale del nosto Paese. Talmente pesante che gli interventi per ripartire in questi settori hanno il carattere dell’urgenza.

È per questi motivi che lo scorso 30 gennaio la Federazione Lavoratori della Conoscenza della CGIL, ha presentato, come già fatto per la scuola, le sue idee per il loro rilancio. Tre diversi dossier che rappresentano un’indicazione forte per il Governo, proposte che speriamo diventino priorità nell’agenda delle forze politiche.

Scarica i dossier università, ricerca, AFAM e la sintesi.

Nella precedente legislatura i tagli indiscriminati erano all’ordine del giorno, da un’inversione sui finanziamenti possono partire gli interventi a breve termine in questi settori: ripristino delle risorse, stanziamenti straordinari per il diritto allo studio, stabilizzazione dei precari.

Da subito bisognerà togliere il blocco creato nel reclutamento universitario e negli enti di ricerca e per quanto riguarda l’AFAM bisognerà spingere affinchè la riforma del settore sia completa e realizzata e finalmente, l’Alta Formazione Artistica e Musicale diventi, come nel resto d’Europa, università.

Queste sono solo alcune delle proposte presentate dalla FLC, che offre la propria elaborazione come primo contributo che si spera apra una seria discussione pubblica su questi temi.

Cordialmente
FLC CGIL nazionale

Sui tetti per difendere la ricerca pubblica – seconda puntata

Alla fine la Riforma Gelmini delle università pubbliche italiane è diventata legge, appena in tempo per essere un indigesto regalo natalizio per studenti e ricercatori. La sua attuazione aspetterà ora il vaglio dei decreti attuativi, uno scoglio forse non così semplice da valicare, visto lo stallo che anche la riforma federalista sta attraversando in questa analoga fase. La ministra ha continuato con i suoi slogan di grande ed epocale riforma ed anche noi punto per punto cerchiamo di smentire queste parole d’ordine piuttosto abusate oltre che falsificanti di una legge che mette in luce solo il disprezzo di questo governo nei confronti di ogni cosa pubblica.

In una spinta tesa a moralizzare gli atenei italiani si è detto che non doveva essere più permesso assumere in una università figli, figlie, mogli, mariti e parenti in genere. Ebbene cosa prevede questa epocale riforma al riguardo ? Semplicemente che non sarà possibile assumere persone che hanno legami di parentela fino al quarto grado con dipendenti che lavorano nello stesso dipartimento. Dipartimento e non Università ! Questo è un passaggio fondamentale ! Sapete quanto tempo impiega il barone di turno a chiedere il trasferimento da un dipartimento in cui ha sempre operato (definiamolo A) ad un dipartimento differente (chiamiamolo B)  ? Probabilmente un giorno e basta una richiesta scritta al direttore del dipartimento B che la accoglierà senza alcun rilievo. Nel frattempo, un parente molto stretto (anche di primo grado) verrà assunto nel dipartimento A e tutto avverrà a norma di legge, di legge Gelmini ovviamente ! Questa è la lotta a parentopoli che opera il Governo Berlusconi.

Cosa cambia poi soprattutto sul fronte studentesco ? Una cosa molto semplice: il fondo per il diritto allo studio subisce un taglio di finanziamento dell’ordine del 90-95%. Il 10% delle borse di studio viene destinato ai capaci e meritevoli che risiedono nella regione in cui è situata l’università. Questo piace sicuramente agli amici in camicia verde della Lega Nord, che hanno fortemente voluto e sponsorizzato il provvedimento. In realtà, a voler ben guardare, forse la Corte Costituzionale potrebbe avere qualche rilievo da sollevare. Ma il peggio deve ancora venire ! Il fondo per il diritto allo studio viene sostituito con una sorta di prestito d’onore, in sostanza un mutuo che permetterà, a detta del Governo, ai meritevoli di studiare nella futura università del post-riforma in cui le tasse necessariamente lieviteranno per effetto dei tagli sul comparto scuola/università/ricerca. Questo prestito dovrà poi essere restituito una volta raggiunto il conseguimento della laurea. In sostanza i giovani impareranno semplicemente prima ad essere dei buoni debitori in una società a misura di banca e non di uomo.

Ma come arginerà la fuga dei cervelli il nostro mirabolante governo con questa legge ? L’università italiana esporta all’estero un gran numero di ricercatori e ha la scarsa capacità di attrarre studiosi dall’estero in Italia. Questo è un dato storico che negli ultimi anni è diventato ormai un triste primato. Nell’ottica di una riforma che per ben una dozzina di volte riportava nel testo che il provvedimento doveva risultare senza ulteriori oneri a carico della finanza pubblica si capisce benissimo che non si investe in ricerca e quindi in futuro e parafrasando i fratelli Coen verrebbe proprio da dire che, non puntando sul proprio futuro, l’Italia non è un paese per giovani !

La figura del ricercatore universitario assunto a tempo indeterminato, come la conosciamo oggi, è destinata a scomparire e verrà sostituita da una figura precaria che avrà un contratto di tre anni rinnovabile per altri tre. Alla fine del ciclo di sei anni si potrebbe, vincendo un concorso e se l’università di riferimento avrà una situazione finanziaria che lo permetterà, avere la possibilità di stabilizzare finalmente la propria posizione. Questo, a conti fatti non prima dei 36-38 anni per i più fortunati. Si capisce bene che in realtà siamo in presenza di un forte incentivo ai giovani a fuggire e molto presto da questo paese. Altro che diminuzione dell’età media in cui si prende servizio in una università italiana.

Ma i concorsi che premieranno davvero i più meritevoli come funzioneranno ? In realtà le università chiameranno da un elenco i candidati risultati idonei in una graduatoria nazionale, ma potranno introdurrre alcuni criteri di selezione che loro ritengono facciano al caso proprio e spesso questo potrà tradursi con una discrezionalità che molto spesso in passato è stato sinonimo di clientele e baronie e che in futuro non verrà certo cancellato.

Dulcis in fundo la Riforma Gelmini impone alle Università pubbliche l’ingresso di soggetti privati all’interno dei Consigli di Amministrazione. Generalmente un privato che entra in un consesso del genere lo fa perchè guidato da interessi specifici e probabilmente condizionerà, mediante finanziamento ad hoc, gli indirizzi di ricerca su cui l’ateneo deve puntare. Tutto questo metterà le università al servizio dei privati ed inoltre toglierà totalmente la libertà di ricerca che finora è stata elemento forte della ricerca di base delle università pubbliche italiane. Una privatizzazione mascherata in cui ancora una volta si privatizzano i profitti socializzando le perdite. I privati investono anche nelle università straniere dove il sistema universitario è certamente migliore del nostro, ma in nessun modo possono pilotare la ricerca di base decidendo le linee guida dei gruppi di ricerca.

Un giorno statistiche alla mano sapremo se le promesse del ministro Gelmini sono divenute realtà o se invece quelle cassandre che hanno lanciato una serie di allarmi salendo sui tetti a chiedere una riforma diversa hanno invece avuto ragione cogliendo nel segno. Purtroppo nel frattempo saremo qui a sperimentare ancora le nefaste politiche scolastiche ed universitarie di questo centrodestra.

PER IL RITIRO DEL DDL GELMINI



 

Sui tetti per difendere la ricerca pubblica – prima puntata

Da più parti, ci si chiede perchè oggi gli operai salgono sulle torri ed i carri ponte delle fabbriche, i migranti sulle gru dei cantieri, gli studenti sui monumenti delle piazze italiane e i ricercatori sopra i tetti delle università. La risposta fondamentalmente è una sola: per essere visibili e forse anche ascoltabili. Perchè il paradosso ci induce ad andare più in alto, o più lontano, perchè da vicino nessuno riesce a comprendere il diritto negato all’altro. Nelle università italiane, ancora oggi, ricercatori e studenti salgono sui tetti, ed in modo assolutamente pacifico, semplicemente perchè qualcuno sta distruggendo quel poco di ricerca e di università pubblica che ancora rimangono in un’Italia sempre più votata al cieco autolesionismo e che qualcuno vorrebbe vedere abbeverarsi solo alla fonte del Grande Fratello.

Se volessimo buttarla sul ridere potremmo dire che saliamo sui tetti perchè, come i famosi nani sulle spalle degli ancor più famosi giganti, vogliamo vedere più lontano. Ma la visuale si perde inesorabilmente su un panorama desolato. Il disegno di legge Gelmini purtroppo ha la vista ed il fiato molto corto. La ministra Gelmini, come ha già fatto in tutte le altre scuole di ogni ordine e grado, taglia finanziamenti anche alla ricerca universitaria. E lo fa con l’arroganza e la protervia di chi sembra voler moralizzare un mondo ormai totalmente privo di etica.  Come se proprio nel Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana fossimo in presenza di chicchessia che possa vagamente fare la morale a qualcuno.

Quando la ministra parla della riforma dell’università inizia a snocciolare una serie ormai nota di slogan. Una serie di parole d’ordine assolutamente vuote che stridono ancor più ferocemente con la realtà dei contenuti della riforma. La controriforma, come dovremmo veramente chiamarla, porta il nome della Gelmini, ma è assolutamente ed innegabilmente opera del suo collega Tremonti che opera una riforma a suon di tagli ed all’insegna del risparmio. Nemmeno un euro di investimento !!! A fronte di ciò che fanno Germania e Stati Uniti, per portare due soli esempi, che pur in presenza di manovre economiche da lacrime e sangue, investono ulteriormente nella ricerca con una lungimiranza che non abita negli italici confini.

Ma veniamo un po’ all’analisi di queste parole d’ordine che il Ministro Gelmini indica come punti di forza della riforma universitaria: lotta alle parentopoli, eliminazione dello strapotere dei baroni (notoriamente i professori ordinari con maggior potere), più diritto allo studio, nuovo sistema di governo delle università, lotta alla fuga dei cervelli, valorizzazione del merito, valutazione della ricerca e della didattica, lotta alla autoreferenzialità delle università, apertura degli atenei a collaborazioni con soggetti esterni e privati, lotta alla precarietà, ingresso con un ruolo stabile ed a tempo indeterminato negli atenei ad una età inferiore alla media anagrafica attuale. Una serie di elementi che ci porterebbero a dire che sarebbe veramente opportuno sostenere un disegno di legge che si prefigge di risolvere tutta questa serie di problemi che davvero influiscono sulla scarsa efficienza ed efficacia del sistema universitario del nostro paese.

Il primo falso mito di questa riforma è uno dei più palesemente falsi ed inverosimili: la lotta alle baronie. Il Ministro dovrebbe spiegarci per quale ragione la Conferenza dei Rettori delle Università Italiane (CRUI) ha sposato e caldeggiato fin dall’inizio l’approvazione di questo progetto di riforma e ne chiede tuttora a gran voce la sua rapida conversione in legge. E se non sono baroni proprio i rettori ??? Nella nuova università ridisegnata da Gelmini, il Consiglio di Amministazione assumerà ogni potere sia di ordine politico per la scelta delle linee guida dell’ateneo che per le questioni di ordine meramente economico. Ebbene i nuovi CdA non verranno più eletti, come avviene oggi, ma verranno nominati dal Rettore. Quindi nelle università si procederà ad eleggere un Rettore, cosa che già avviene, che provvederà ovviamente a circondarsi di un gruppo di provata fedeltà, che mai e poi mai potrà sfiduciarlo perchè direttamente a lui legato. Tutto questo nell’ottica ministeriale dovrebbe togliere potere a chi finora lo ha gestito nelle università italiane. Invece fa cadere ogni minimo sistema di controllo. Si spaccia per democratizzazione un lento ed inesorabile declino verso la dittatura. E i baroni sentitamente ringraziano…

(continua)

Sul tetto con studenti e lavoratori

COMUNICATO STAMPA

Scuola, Patta (PRC): “ Sul tetto con studenti e lavoratori contro la distruzione dell’università italiana”

Milano, 25 novembre 2010.

In merito all’occupazione del tetto del Dipartimento di Fisica dell’Università Statale di Milano da parte degli studenti e dei lavoratori in mobilitazione contro la riforma universitaria, che proseguirà anche stanotte, il segretario provinciale del PRC-Federazione della Sinistra, Antonello Patta, ha dichiarato:

“Questo pomeriggio sono salito sul tetto del Dipartimento di Fisica per portare il sostegno di Rifondazione agli studenti e ai lavoratori in mobilitazione per chiedere il ritiro della controriforma dell’università. La sciagurata riforma portata avanti dal ministro della ‘distruzione’ pubblica Gelmini va fermata per non condannare a un triste destino il sistema universitario italiano e per restituire un futuro ai lavoratori, agli studenti e all’interno paese. Condanniamo inoltre con forza le cariche contro gli studenti, senza reali motivi di ordine pubblico. Auguriamo a questi ragazzi, sottoposti in questi ore ai necessari accertamenti medici, di uscire presto in buone condizioni di salute”.

Partito della Rifondazione Comunista

Federazione di Milano

Ufficio stampa

 

L’ ignoranza è forza

di Tiziano Tussi Liberazione 18.09.2010
«L’ignoranza è forza», uno dei tre slogan scritti sul Ministero della Verità nel famosissimo libro di George Orwell “1984” Non si può spiegare in alcun modo che con questo inciso l’accanimento della nostra classe dirigente attuale, governativa e politica, contro la cultura. Ogni anno la scuola, pre universitaria ed universitaria, versa sempre più in condizioni di asfissia ed il ministro dell’istruzione di turno ci dice che va tutto bene, meglio di prima. Ma è veramente un ipocrita gioco delle parti che si svolge ogni giorno ed in special modo all’inizio di ogni anno scolastico.
La cultura dà fastidio all’ignorantissima classe dirigente e di governo e perciò occorre depotenziare le scuole in qualsiasi modo, togliere fondi all’editoria, ai festival culturali, alle mostre, ai conservatori e teatri lirici. Il Paese deve diventare lo specchio della sua classe politica, del suo abissale livello di ignoranza. Ognuno, al governo, ci mette qualcosa del suo. Scuole targate Lega, partito che inneggia ai dialetti del nord Italia, non sapendo che i nostri studenti scalano al negativo le classifiche europee per quanto riguarda capacità linguistico-grammaticali e di comprensione di testi nella lingua madre, rispetto al resto del continente. Non pare importare a nessuno che si faccia cultura, che nelle scuole si proceda per intuizioni di intelligenza.
Un bell’intervento sul Sole24ore di domenica 12 settembre scritto da due docenti universitarie della sapienza di Roma, Anna Foa e Lucetta Scaraffia, esortano coloro che vogliono entrare all’università, ricercatori e quant’altro, che vogliono sostenere i concorsi per professori stabilizzati, di non farsi vedere troppo intelligenti ed acculturati, «fingete di essere un po’ asini» dice il titolo dell’intervento. Insomma: «L’ignoranza è forza». Stessa cosa per le scuole superiori. Ripetere – un’eco è un’eco, un’eco. Ripetere e non pensare con la propria testa. Diceva Kant: «L’illuminismo è l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità imputabile a se stesso» (Risposta alla domanda: che cos’è l’illuminismo, 1784). E’ pericoloso diventare autonomi e comunque, ancora seguendo Kant, i tutori del pubblico ce la mettono tutta per tenerlo in soggezione.
Un accanimento che definisce il nostro livello culturale come Paese: poca ricerca, pochissimi soldi per la cultura in genere, poca disposizione all’innovazione reale, molto conformismo, retorica e ripetizione, stanca ripetizione. Chi cerca di portare avanti le proprie ragioni viene tacciato di essere un terrorista, ed attenti al suo ritorno, si affannano a ripetere i nostri stanchi politici. C’è davvero bisogno di una profonda rivoluzione culturale.
Gli anni della contestazione giovanile ed operaia non hanno inciso a lungo sul Paese che si è riaddormentato ed è ritornato ad una situazione pre illuminista. Altre parole di Kant, stessa opera citata sopra, appaiono profetiche ancora per l’oggi. Dice: «E’ tanto comodo essere minorenni! Se ho un libro che pensa per me, un direttore spirituale che ha coscienza per me, un medico che decide per me sulla dieta che mi conviene, ecc., io non ho più bisogno di darmi pensiero per me. Purché io sia in grado di pagare, non ho bisogno dì pensare: altri si assumeranno per me questa noiosa occupazione».
Naturalmente Kant concepisce tali affermazioni in termini negativi. Ma la classe politica italiana, post mani pulite le ha concepite al positivo. I disvalori ignoranza, guerra e libertà, al negativo quest’ultima, sono state concepite come Orwell le ha descritte nel libro ricordato all’inizio, cioè come forza, pace e schiavitù. Quel ministero della Verità assomiglia dannatamente all’impostazione politica dei nostri governanti e costituisce il loro archetipo. In negativo. Almeno se ne accorgessero


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