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L’abbondanza e il capitale

Il capi­ta­li­smo ha un grande e tenace nemico, una malat­tia che pro­duc64073980ae6d342f0837285d7b699df1d439fd9ec96dbc3aa1b71a4f_175x175_175x175e esso stesso inces­san­te­mente: l’abbondanza. Oggi l’abbondanza che lo minac­cia è, come sem­pre, quella delle merci, ma in una misura che non ha pre­ce­denti. Ad essa, negli ultimi decenni, se ne è aggiunta un’altra, asso­lu­ta­mente ine­dita, che coin­volge un vasto e cre­scente ambito di ser­vizi. Per alcuni beni la satu­ra­zione del mer­cato capi­ta­li­stico è visi­bile a occhio nudo ormai da tempo. I capi d’abbigliamento si com­prano ancora nei negozi, a prezzi che gene­rano un certo pro­fitto a chi li pro­duce e a chi li vende. Ma per il vestia­rio esi­ste un mer­cato paral­lelo così esteso e abbon­dante che ormai sfiora la gra­tuità. Si può dire che nelle nostre società più nes­suno ormai, nemmeno il più misero degli indi­vi­dui, ha il pro­blema di vestirsi. Non dis­si­mile feno­meno pos­siamo osser­vare nell’ambito dei ser­vizi più avan­zati: l’accesso all’informazione, alla cul­tura, all’arte, alla musica. Certo, occorre almeno pos­se­dere un cel­lu­lare, pagare un con­tratto a un gestore. Ma è evi­dente che siamo invasi anche qui – insieme, certo, al ciar­pame – da un’abbondanza di offerta, a prezzi decre­scenti che ten­dono a creare uno spa­zio di frui­zione fuori mer­cato. Sap­piamo che il capi­tale anche da tali beni rie­sce a trarre ancora pro­fitti, ma oggi è sotto i nostri occhi uno sce­na­rio di abbon­danza di ser­vizi e beni cul­tu­rali, di umana eman­ci­pa­zione, poten­ziale e di fatto, che non ha pre­ce­denti. Solo 50 anni fa tutto que­sto era lon­tano dalla nostra imma­gi­na­zione. Occorre sem­pre get­tare un occhio al pas­sato, per evi­tare di scor­gere nel pre­sente solo un cumulo di sconfitte.

Com’è noto, il capi­tale com­batte la caduta ten­den­ziale del sag­gio di pro­fitto inven­tando nuovi beni e nuovi biso­gni, dila­tando il suo domi­nio sulla natura per tra­sfor­mare il vivente in merci bre­vet­ta­bili, strap­pando al con­trollo pub­blico ser­vizi che un tempo erano dei comuni e dello stato. Ma il capi­tale, aiu­tato da cir­co­stanze sto­ri­che for­tu­na­tis­sime – la crisi e poi il crollo del socia­li­smo reale, la buro­cra­tiz­za­zione dei par­titi demo­cra­tici di massa e dei sin­da­cati, la rivo­lu­zione infor­ma­tica – ha sven­tato la più grande minac­cia da abbon­danza che gli sia parata din­nanzi nella sua sto­ria: quella degli ultimi decenni del XX secolo. Un oceano di merci stava per river­sarsi nel mer­cato dei Paesi avan­zati che avrebbe costretto impren­di­tori e governi a innal­zare i salari e soprat­tutto a ridurre dra­sti­ca­mente l’orario di lavoro. Si sarebbe arri­vati a quel pas­sag­gio epo­cale pre­vi­sto da Lord Key­nes nel sag­gio Pos­si­bi­lità eco­no­mi­che per i nostri nipoti, che, con la cre­scita della pro­dut­ti­vità «a un ritmo supe­riore all’1% annuo» avrebbe spinto le società indu­striali, nel giro di un secolo, a isti­tuire una durata del lavoro a 15 ore settimanali.

Poveri e indebitati

In realtà, la cre­scita della pro­dut­ti­vità mon­diale è stata supe­riore alle stesse pre­vi­sioni di Key­nes, con risul­tati però oppo­sti rispetto alle sue aspet­ta­tive. In un sag­gio pre­zioso per rile­vanza docu­men­ta­ria e nitore espo­si­tivo, Abbon­danza, per tutti (Don­zelli) Nicola Costan­tino ha ricor­dato che il tasso di cre­scita annuo della pro­dut­ti­vità a livello mon­diale, nel corso del XX secolo, ha oscil­lato tra il 2 e il 3%. Negli Usa, tra il 1950 e il 2000 è stato in media, del 2,5%; in Fran­cia, nel solo set­tore indu­striale, tra il 1978 e il 1998, del 3,7%. Il che ha signi­fi­cato che la pro­dut­ti­vità ora­ria del sin­golo lavo­ra­tore, a un tasso di cre­scita del 2% annuo, è aumen­tata di ben 7 volte, molto di più delle 2,7 volte ipo­tiz­zate da Key­nes e su cui egli fon­dava la pre­vi­sione delle 15 ore set­ti­ma­nali. Ma la gior­nata lavo­ra­tiva non è stata accor­ciata, se non in Fran­cia, in maniera con­tra­stata e oggi rimessa in discus­sione. Ovun­que, spe­cie negli ultimi anni, la durata del lavoro quo­ti­diano è cre­sciuta a dismi­sura. Negli Stati Uniti, già prima della crisi era diven­tato gene­rale il feno­meno del wor­ka­ho­lic, l’alcolismo del lavoro, men­tre oggi sem­pre di più gli ame­ri­cani lamen­tano la man­canza di tempo, il time squeeze, time pres­sure, time poverty (Bar­to­lini, Mani­fe­sto per la feli­cità, Don­zelli). Lavo­rano tutto il giorno come dan­nati: ma almeno gua­da­gnano bene? Niente affatto, essi sono in gran­dis­simo numero poveri e inde­bi­tati. Come ha ricor­dato Maxime Robin su Le Monde diplomatique-Il Mani­fe­sto (Stati Uniti, l’arte di ricat­tare i poveri, set­tem­bre 2015) oggi in Usa i check casher, pic­cole ban­che per pre­stiti veloci, dila­gano nei quar­tieri poveri più dei McDonald’s. Ma in genere tutti gli ame­ri­cani della middle class sono inde­bi­tati. «Uno sta­tu­ni­tense nella norma è un cit­ta­dino inde­bi­tato che paga le rate in tempo». E le cose non sono certo miglio­rate con la ripresa san­ti­fi­cata dai media. Il 95% dei red­diti aggiun­tivi che si sono creati dopo la crisi – ricor­dava The Eco­no­mist nel set­tem­bre 2013 – è andato all’1% delle per­sone più ric­che. Al restante 99% sono andate le bri­ciole del 5%.

Che cosa dun­que è acca­duto? Per­ché dal mondo dell’abbondanza a por­tata di mano siamo pre­ci­pi­tati nel regno della scar­sità? La rispo­sta essen­ziale è molto sem­plice. Per­ché il capi­ta­li­smo dei paesi domi­nanti (Usa e Europa in pri­mis), ricer­cando nuovi mer­cati e occa­sioni di pro­fitto nei paesi poveri (la cosid­detta glo­ba­liz­za­zione), innal­zando la pro­dut­ti­vità del lavoro, ristrut­tu­rando e inno­vando le imprese, non incon­trando resi­stenze in sin­da­cati e par­titi avversi, hanno gene­rato un’arma stra­te­gica for­mi­da­bile: la Grande Scar­sità, la scar­sità del lavoro. Il lavoro inteso come occu­pa­zione, come job. I dati recenti sono impres­sio­nanti. Tra il 1991 e il 2011 – ricorda Costan­tino – men­tre il Pil reale pla­ne­ta­rio è cre­sciuto del 66%, il tasso glo­bale di occu­pa­zione è dimi­nuito dell’1,1%. In 20 anni un quarto di beni in più con meno lavoro.

Logi­che sistemiche

Ma una vasta e ben con­trol­lata disoc­cu­pa­zione è oggi un arma poli­tica, non solo un effetto delle tra­sfor­ma­zioni eco­no­mi­che. Tale scar­sità, diven­tata per­ma­nente e siste­ma­tica, ha reso i rap­porti tra capi­tale e lavoro, eco­no­mia e poli­tica, poteri finan­ziari e cit­ta­dini, dram­ma­ti­ca­mente asim­me­trici e sbi­lan­ciati. Tutti invo­cano lavoro come gli affa­mati un tempo chie­de­vano il pane, for­nendo al capi­tale una legit­ti­ma­zione mai goduta in tutta la sua sto­ria. L’intera strut­tura dello stato di diritto ne risente, gli isti­tuti della demo­cra­zia ven­gono pro­gres­si­va­mente svuo­tati. Sin­da­cati e par­titi, fun­zio­nari del pre­sente, invo­cano la «ripresa» come se il futuro possa «ripren­dere» le fat­tezze del passato.

E tut­ta­via tale arti­fi­ciale scar­sità non può durare a lungo. Non solo per­ché le inno­va­zioni pro­dut­tive in arrivo (stam­panti 3D, intel­li­genza arti­fi­ciale) stanno per rove­sciarci interi con­ti­nenti di merci e ser­vizi, sosti­tuendo per­fino lavoro intel­let­tuale con mac­chine. Ma anche per­ché l’abbondanza del capi­tale che la Grande Scar­sità del lavoro oggi genera è una forma di obe­sità, una malat­tia siste­mica. C’è troppo danaro in giro, masse smi­su­rate di risorse finan­zia­rie, rispetto alle neces­sità della pro­du­zione. Patri­moni con­cen­trati in gruppi ristretti che non cor­rono il rischio dell’investimento pro­dut­tivo in società ormai sature di beni e con una domanda debole, men­tre la grande massa dei lavo­ra­tori è tenuta a basso sala­rio per­ché i loro padroni devono poter com­pe­tere a livello globale.

Que­sto qua­dro che non teme smen­tite – pog­gia su una vasta e solida let­te­ra­tura — ha una grande impor­tanza per la sini­stra. In esso è pos­si­bile scor­gere che una vita di gran lunga migliore sarebbe pos­si­bile per tutti e che solo i rap­porti di forza domi­nanti la osta­co­lano, facendo regre­dire la società nel suo insieme. Non c’è una crisi, intesa come un evento natu­rale. È stato il cedi­mento sto­rico dei par­titi della sini­stra, dei sin­da­cati, dei governi a favo­rire la vit­to­ria della scar­sità sull’abbondanza. Una grande bat­ta­glia per­duta, ma da cui ci si può riprendere.

La pira­mide della ricchezza

Da que­sta lezione si può com­pren­dere come niente di natu­rale è rin­ve­ni­bile nella situa­zione pre­sente: è tutto dipen­dente da scelte poli­ti­che, da puri rap­porti di forza. Si può così sma­sche­rare l’idea di una scar­sità a cui occorre pie­garsi come all’antico Fato. Cosi come l’idea di una «ripresa» affi­data alle riforme del mer­cato del lavoro, alla fles­si­bi­lità dei lavo­ra­tori, senza toc­care la pira­mide delle ric­chezze accu­mu­late. Non ci sono i soldi, recita la lita­nia dei poli­tici e di gran parte degli eco­no­mi­sti main­stream. È la più grande men­zo­gna della nostra epoca. I soldi non ci sono per pen­sioni digni­tose, per il red­dito di cit­ta­di­nanza, non ci sono per le borse di stu­dio agli stu­denti, che diser­tano gli studi uni­ver­si­tari, non ci sono per i nostri ricer­ca­tori e per la gio­ventù intel­let­tuale, costretta a migrare all’estero. Ma ci sono in misura cre­scente e cumu­la­tiva nei patri­moni pri­vati: in un solo anno, tra il 2011 e 2012, men­tre infu­riava la crisi, il numero degli indi­vi­dui con un patri­mo­nio supe­riore a un milione di dol­lari è cre­sciuto nel mondo del 6%, in Ita­lia del 10% . I soldi ci sono in quan­tità senza pre­ce­denti per le ban­che. E le cen­ti­naia di miliardi di euro che la Bce sta pro­fon­dendo a piene mani, sem­pli­ce­mente stampandoli?

Dun­que, una grande abbon­danza (auspi­chiamo, di beni e ser­vizi avan­zati, frutto di una gene­rale ricon­ver­sione eco­lo­gica, di ridu­zione del lavoro ) è alla nostra por­tata. E biso­gna infon­dere nella società ita­liana tutta intera que­sta grande pre­tesa. La pre­tesa della pro­spe­rità e del ben vivere per tutti. È una pro­spet­tiva di nuovi biso­gni, che non solo è pos­si­bile sod­di­sfare, ma coin­cide con una ten­denza sto­rica inar­re­sta­bile e che capi­tale e ceto poli­tico pos­sono solo ritar­dare, con danno gene­rale. La redi­stri­bu­zione dei red­diti e del lavoro e la lotta alle disu­gua­glianze incar­nano come mai nel pas­sato l’interesse gene­rale, una neces­sità indif­fe­ri­bile e uni­ver­sale. Oggi pos­siamo far sen­tire a tutti, anche agli sco­rag­giati e ai per­plessi, che nelle nostre vele può tor­nare a sof­fiare il vento della storia.

di Piero Bevilacqua da “Il Manifesto”

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L’educazione alla ferocia

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Mentre osservavo sulla rete i filmati sul terribile sgombero del palazzo ex Telecom di Bologna, ho pensato alla campagna mediatica di mesi fa contro gli occupanti di case. Su tutti i principali mass media dilagavano interviste a miti vecchiette che manifestavano il terrore di vedersi buttar fuori dal proprio appartamento. Non a causa dello sfratto esecutivo da parte della proprietà, ma per colpa dell’occupazione da parte di centri sociali e migranti, separati o assieme. Si dipanavano le inchieste, si fa per dire, giornalistiche per spiegare che nella grandi città c’era il racket delle occupazioni di case, che la malavita gestiva le lotte sociali.

Così come era esplosa, quella campagna si inabissò improvvisamente nei bassifondi da cui era emersa sulla spinta della grande rendita edilizia. Essa serviva semplicemente a preparare il terreno a quello che effettivamente poi è avvenuto e sta avvenendo. Migliaia di persone che non davano fastidio a nessuno se non alla speculazione edilizia hanno perso la casa, e non perché altri gliel’avevano occupata, ma perché un tribunale e la polizia li avevano sbattuti in mezzo ad una strada. Gli sfratti dei poveri e dei disoccupati sono diventati la prima misura pratica dell’austerità, è così in tutta Europa. In Spagna sono anche più avanti, centinaia di migliaia di persone han perso la casa perché han perso il lavoro e non possono più pagare affitti o mutui. Ora tocca a noi.

Torna il diritto di proprietà nella sua forma più infame e brutale, quello raccontato da Dickens nell’Inghilterra dell’800, quel diritto che cancella tutti gli altri e che pone le persone al di sotto delle merci. Il diritto di proprietà oggi reclama per sé potere assoluto come i sovrani prima della rivoluzione francese.

Il palazzo ex Telecom era stato risanato dalle famiglie occupanti, che ci vivevano nel decoro con i loro bambini, che frequentavano regolarmente la scuola. Ma un fondo privato proprietario dell’immobile ne reclamava da tempo la piena disponibilità per i suoi spregevoli affari. Un tribunale ligio al potere dei ricchi ha incaricato così la polizia di procedere. Così abbiamo visto scatenarsi, contro famiglie e bambini, una ferocia che una volta avremmo detto da terzo mondo, ma che ora è parte della nostra società. Perché non si può sbattere in strada i poveri senza essere feroci. Se ci si commuove, se si sente il richiamo della umana solidarietà o anche solo della pietà, certe cose non si possono fare e magari le persone rimangono lì dove non dovrebbero stare.

Così ho capito che la campagna mediatica contro gli occupanti di case non aveva solo lo scopo di creare consenso verso gli interessi fondiari. Essa faceva parte di un messaggio più profondo e diffuso, l’educazione alla ferocia.

Da trenta anni le nostre società occidentali stanno distruggendo diritti sociali nel nome della produttività e della competitività. Ogni giorno la società viene presentata come una giungla ove vincono i più forti e i più deboli perdono per colpa loro. L’idea stessa dell’eguaglianza sociale viene messa all’indice delle utopie dannose. E con la crisi economica questa ideologia si è radicalizzata. Compito dei più forti non è tanto vincere, ma semplicemente sopravvivere. Non c’è lavoro per tutti, scuola per tutti, stato sociale per tutti, casa per tutti. Non c’è posto per tutti non lo urlano solo razzisti e fascisti, lo proclamano con le loro politiche economiche tutti i governi dell’austerità.

Così l’ideologia della competitività diventa giustificazione dello scarto. Lo scarto degli esseri umani comincia nelle guerre promosse e alimentate in paesi lontani e poi continua con i fili spinati e i campi di concentramento per i rifugiati di quelle guerre. E poi prosegue nelle città, togliendo il diritto ad abitare a lavorare a vivere.

Non è semplice scartare le persone se queste sono come noi, soprattutto se le sentiamo come noi. Bisogna sentire altro da noi chi vogliamo abbandonare al suo destino. Per questo bisogna educare alla ferocia alimentandola con il razzismo verso i poveri. Poveri, migranti, disoccupati, criminali devono essere accostati e collegati nell’immaginario collettivo, in modo che sia possibile non giudicare atto indegno dell’umanità lo strappare con la forza un bambino dal luogo dove vive e riceve gli affetti. I bambini ci guardano ma guai a noi se li guardiamo a nostra volta. Potremmo non essere più feroci come ci viene richiesto. Così nessun telegiornale ha trasmesso le immagini che ho visto in rete dei bambini trascinati via in lacrime da casa loro.

A Bologna non c’è stato semplicemente uno sgombero, c’è stato un pogrom di stato che ha ancora alzato l’asticella della ferocia sociale. Proprio in quella città dove in un passato sempre più lontano il movimento operaio aveva costruito eguaglianza e libertà, proprio lì si è voluto dare dimostrazione del mondo nuovo dello scarto.

E lo si è fatto nel nome del rispetto della legalità, paravento dietro il quale si sono spesso nascoste e tutelate le maggiori infamie. Ribellarsi contro questa legalità che impone l’ingiustizia e educa alla ferocia non solo è necessario, ma è il solo modo di restare umani.

di Giorgio Cremaschi

Lo scandalo dei subordinati e degli oppressi

Dinanzi all’enormità di quanto sta acca­dendo occorre essere esi­genti sul ter­reno ana­li­tico. Com’è pos­si­bile che tutto que­sto avvenga? Chi ne è responsabile?

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Certo, Renzi è oggi l’incontrastato pro­ta­go­ni­sta della scena poli­tica ita­liana. Chi si è a lungo baloc­cato col man­tra del poli­tico «senza visione» ricon­si­deri le deci­sioni assunte in que­sti venti mesi di governo.La buona scuola e il Jobs Act; le pri­va­tiz­za­zioni e i tagli alla spesa sociale; il for­sen­nato attacco al sin­da­cato; il com­bi­nato tra Ita­li­cum e deva­sta­zione iper-presidenzialista della Costi­tu­zione; l’occupazione mili­tare dei ver­tici Rai; lo scem­pio siste­ma­tico dei rego­la­menti par­la­men­tari; lo sdo­ga­na­mento di poli­tici pluri-inquisiti.

Tutto que­sto non sarà «visione», sarà sem­plice istinto, ma di certo non è dif­fi­cile leg­gervi una tra­iet­to­ria lineare di stampo auto­ri­ta­rio e thatcheriano.

Ma Renzi non è solo. Da solo o col solo cer­chio magico dei Lotti e dei Del­rio non potrebbe imporre al Paese il pro­prio dise­gno. Un discorso serio chiede a que­sto punto un’analisi attenta delle filiere di con­ni­venza e di com­pli­cità che gli per­met­tono di dila­gare con­so­li­dando il pro­prio potere e tra­sfor­mando pezzo dopo pezzo il sistema poli­tico e gli assetti sociali del Paese. Il tutto senza colpo ferire: senza con­flitti, senza resi­stenza né sostan­ziale oppo­si­zione su qual­si­vo­glia terreno.

Per un verso que­sto discorso guarda in alto, ai man­danti interni e inter­na­zio­nali. Renzi piace ai poteri forti dell’imprenditoria pri­vata, ai ric­chi e ai grandi inve­sti­tori, agli alti gradi della diri­genza pub­blica. È gra­dito alle cor­po­ra­zioni pro­fes­sio­nali, ai corpi chiusi dello Stato, al pos­sente eser­cito degli eva­sori fiscali. E va a genio, non da ultimo, alle cen­trali del potere euro­peo e atlan­tico, di cui non mette mai in discus­sione, se non a parole, inte­ressi e scelte.

Ma nem­meno tutto que­sto basta. Il ren­zi­smo non è una dit­ta­tura, ricatti e inti­mi­da­zioni non tol­gono che le isti­tu­zioni fun­zio­nino ancora in base alla rela­tiva auto­no­mia di ogni sin­gola arti­co­la­zione dello Stato e della società civile. E la stessa gran­cassa media­tica senza la quale il regime implo­de­rebbe non obbe­di­sce ai det­tami di un’occhiuta cen­sura gover­na­tiva. Insomma, i poteri alti sug­ge­ri­scono e pro­teg­gono, ma nean­che il loro appog­gio da solo baste­rebbe a garan­tire al capo del governo le con­di­zioni neces­sa­rie all’efficacia e alla con­ti­nuità di un’azione a suo modo «rivo­lu­zio­na­ria», nel senso della sov­ver­sione dell’ordinamento demo­cra­tico e costituzionale.

Dove guar­dare allora? Il sug­ge­ri­mento è quello di ripren­dere in mano l’ultimo libro di Primo Levi, scritto pochi mesi prima di por fine alla vita, un po’ il suo testa­mento spi­ri­tuale. Ne «I som­mersi e i sal­vati» i Lager sono con­si­de­rati un labo­ra­to­rio per l’analisi delle dina­mi­che di potere, un micro­co­smo in qual­che modo cor­ri­spon­dente all’intera società tede­sca. Ciò che col­piva Levi era il fatto che per­sino lì, nell’istituzione para­dig­ma­tica della vio­lenza bru­tale e della nega­zione dell’umano, il potere fun­zio­nasse anche gra­zie al sup­porto di una parte delle sue stesse vit­time. Che per­sino lì dove la fero­cia del potere mili­tare trion­fava, l’ordine era garan­tito anche dall’obbedienza, la quale impli­cava a sua volta una qual­che forma di con­senso, di con­ni­venza, di complicità.

In quel micro­co­smo «intri­cato e stra­ti­fi­cato» si ripe­teva «la sto­ria incre­sciosa e inquie­tante dei gerar­chetti che ser­vono un regime alle cui colpe sono volu­ta­mente cie­chi; dei subor­di­nati che fir­mano tutto, per­ché una firma costa poco; di chi scuote il campo ma accon­sente; di chi dice “se non lo facessi io, lo farebbe un altro peg­giore di me”». In poche pagine Levi sti­lizza un’analisi delle moti­va­zioni (cor­ru­zione, viltà, dop­piezza, cal­colo oppor­tu­ni­stico) che indu­ce­vano la «classe ibrida» degli oppressi a col­la­bo­rare con l’oppressore. In que­sto senso (e sol­tanto in que­sto) la «zona gri­gia» dei kapos e delle Squa­dre spe­ciali del Lager cor­ri­spon­deva a quella assai più vasta dei cit­ta­dini tede­schi (ed euro­pei) che – senza l’attenuante dell’immediata minac­cia della vita – sosten­nero il regime nazi­sta, appro­fit­ta­rono dei pri­vi­legi che ne trae­vano e varia­mente coo­pe­ra­rono con i suoi crimini.

Lo schema è gene­rale e le dif­fe­renze, molto pro­fonde, non ingan­nino. A giu­di­zio di Levi il modello del Lager serve a indi­vi­duare ingre­dienti costanti delle dina­mi­che di potere. Serve a capire come il potere operi anche in una società coman­data da uno Stato tota­li­ta­rio. E serve a mag­gior ragione a com­pren­dere come esso fun­zioni in un Paese demo­cra­tico, dove la rela­zione poli­tica è carat­te­riz­zata da un tasso di vio­lenza incom­pa­ra­bil­mente minore. Se otte­nere con­senso era neces­sa­rio per­sino nel Lager, è evi­dente che senza con­senso non si potrebbe gover­nare una società come la nostra, dove il potere è costretto a fare un uso molto più parco della vio­lenza e dove quindi è assai più com­pli­cato pre­ser­vare le gerar­chie costi­tuite e i rap­porti di forza.

Allora, per tor­nare a Renzi, dovremmo smet­terla di farne la nuova incar­na­zione del demo­nio assol­vendo in blocco chi gli per­mette di distrug­gere in alle­gria. Se a Renzi rie­sce di deva­stare il Paese, è per­ché in tanti ne sosten­gono varia­mente l’azione. I suoi com­pa­gni di par­tito di tutte le stirpi e a ogni livello in primo luogo, non­ché quanti si osti­nano nono­stante tutto a votarlo. Gli alleati del suo Pd in seconda bat­tuta, nelle ammi­ni­stra­zioni e nelle varie sedi del sot­to­go­verno. E poi i diversi seg­menti della società civile – pezzi del sin­da­cato e del mondo coo­pe­ra­tivo; dell’associazionismo, dell’informazione e dell’intellettualità – che bril­lano per con­corde silen­zio come se, via Ber­lu­sconi, qual­siasi pro­blema di demo­cra­zia e di giu­sti­zia sociale fosse per incanto risolto. È vero, ogni chia­mata di cor­reo è sgra­de­vole, tanto più se indi­scri­mi­nata. Ma la fur­be­sca col­la­bo­ra­zione col potere da parte dei subor­di­nati e per­sino degli oppressi è addi­rit­tura scan­da­losa. E, giunte le cose al punto in cui sono, fare finta di nulla non ha pro­prio alcun senso.

Alberto Burgio da “Il Manifesto”

GENDER, CONFESSO: SONO UNA DELLE STREGHE CHE LO TRASMETTE

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Ebbene sì, mi avete scoperto. Io sono una delle streghe che diffonde il Gender. A parte riunirci in notturna per un Sabba, sacrificando fanciulli sull’altare dedicato al diavolo, poi ho da confidarvi qual è il curriculum di una come me. Le streghe del Gender insegnano a figli e figlie a pretendere l’uguaglianza in ogni campo. So che è un’indecenza ma dovrete perdonarmi se, inizialmente, oserò essere un po’ restia al pentimento di fronte alle vostre pacate ed equilibratissime accuse.

Per prima cosa non siamo rimaste stupite quando bimbi e bimbe, ciascuna per proprio conto, hanno cominciato a curiosare all’altezza dei propri genitali. Non abbiamo pensato che si trattasse di una mostruosità, giacché la sessualità non ci sembrava elemento da censurare, e non abbiamo compreso che sarebbe stato meglio far vergognare e sentire molto in colpa, fino alla fine dei loro giorni, quelle creature. Non abbiamo mai censurato quei figli neanche quando hanno chiesto di giocare a fare il pistolero, essendo femmina, o la parrucchiera, essendo maschio.

Poi non ci siamo opposte alle loro richieste quando hanno dichiarato di voler intraprendere studi non adeguati – adesso lo capisco – al loro genere. Maschi che si realizzano studiando materie umanistiche e femmine che si laureano in ingegneria. Abbiamo perfino osato pagare la scuola guida per fare prendere la patente anche alle figlie femmine, e già, capisco che questo potrà sconvolgervi, anche se so che non è questa la più cattiva azione che abbiamo compiuto.

Abbiamo risposto con chiarezza alle domande dei nostri figli a proposito di sessualità. Non ci è sembrato scandaloso informarli sui metodi per evitare il contagio di malattie sessualmente trasmissibili o una gravidanza indesiderata. Pensate che qualcuna di noi ha perfino insegnato a figli e figlie come si srotola correttamente un preservativo senza romperlo. Chissà perché ma eravamo convinte che le corrette informazioni e la conoscenza fossero il principale strumento per saperli in grado di difendersi da soli.

Abbiamo sempre cresciuto i nostri figli senza pensare a una educazione divisa tra maschi e femmine. Non abbiamo inibito i maschi che lavano i piatti, puliscono la propria stanza e si fanno il bucato o le femmine che smanettano con motori e giochi d’ingegno, piccolo chimico, futuro da pilota di jet supersonici o da camionista, chi lo sa. Non ci è sembrato opportuno neppure trattarli malissimo, né da malati e né da depravati, quando ci hanno spiegato di preferire persone dello stesso sesso per farci l’amore.

Se un figlio ha sempre desiderato essere donna, siamo spiacenti ma, non siamo riuscite a gettarlo nell’immondizia o, peggio, a consegnarlo alle terapie curative di qualche prete tanto volenteroso. Ci siamo sempre dette che l’obiettivo era vedere figli e figlie felici, a prescindere da tutto. Abbiamo trattato figli maschi e figlie femmine allo stesso modo perché avevamo quest’idea malsana di voler dare a entrambi uguali possibilità e prospettive.

Abbiamo investito risorse per farli studiare. Abbiamo fatto sacrifici per farli proseguire. Abbiamo dimenticato quell’usanza per cui le femmine dovevano soltanto diventare donne da marito e gli uomini mariti responsabili delle donne. Non abbiamo insistito per vederli sposati e non abbiamo imposto alcun rito che non fosse a loro congeniale. Non abbiamo insistito neppure affinché diventassero genitori perché pensavamo – lo so, ora me ne vergogno – che per essere una “vera” donna non bisognasse fare figli e per essere un “vero” uomo non bisognasse dimostrare di avere lo spermatozoo più virile della contea.

Per sentirci supportate in queste nostre bieche intenzioni abbiamo chiesto alla scuola di essere all’altezza del proprio compito: basta col monopolio e la violenta colonizzazione culturale con libri in cui figlio, padre e madre, lui falegname, lei casalinga e il figlio che apprezza i sacrifici del genitore ma putacaso se ne frega di quelli della genitrice. Abbiamo preteso che si parlasse anche di molte religioni e non soltanto di una, perché abbiamo sperato, così facendo, che i nostri figli, a prescindere dalle convinzioni di ciascuna, fossero in grado di poter ricevere le informazioni adeguate così da poter scegliere.

Abbiamo preteso che non si discriminasse in base al sesso in nessun posto, sui banchi di scuola o nei posti di lavoro, abbiamo preteso che figli e figlie, con i propri partner, fossero pronti a condividere in tutto e per tutto il ruolo genitoriale. Non abbiamo sgridato una figlia perché osava leggere un quotidiano e non abbiamo sgridato un figlio perché non voleva avere nulla a che fare con gli eserciti e le guerre.

Pensate – ed è davvero imperdonabile – che abbiamo insistito affinché le figlie si sentissero importanti al di là del proprio aspetto fisico e i nostri figli ben oltre la lunghezza del loro pene. Abbiamo intrapreso con loro un cammino difficile, tra tante obiezioni e tanti saggi consigli. Avremmo dovuto smettere, lo so, ma più che altro ci premeva dare ai nostri figli e alle nostre figlie possibilità che forse alcune tra noi non hanno mai avuto. Quella di essere accettat* in ogni caso, di avere il diritto di opporci ai ruoli di genere a noi imposti sulla base di quel che avevamo in mezzo alle cosce.

È brutto – sapete? – essere giudicati per il tuo sesso biologico e non per quel che rappresenti in tutta la tua straordinaria differenza, assieme alla libertà di scegliere il genere che ti senti addosso, perché pensavamo che differenza volesse dire “libertà”, “ricchezza” e non “lavaggio del cervello”. Figuratevi che abbiamo pensato che fossero antiabortisti, razzisti, omofobi e catto/integralisti a voler fare il lavaggio del cervello ai nostri figli e alle nostre figlie. Invece no, ce ne rendiamo conto, ora, dopo settimane di tortura, qui in presenza dei cortesi giudici dell’inquisizione, dobbiamo lasciare la mente dei fanciulli tanto sgombra da poter fare spazio alle verità che le vostre solennità vorranno loro imporre.

Ps: quando vorrete espormi in pubblica piazza per mostrare al mondo quale mostruosità abbia generato il “Gender” abbiate cura di imbruttirmi e tenere chiodi appuntiti sotto i piedi affinché la mia espressione sia afflitta e infelice.
In fede
Eretica

La pochezza di Renzi e quell’insulto al Sud

italia-nord-sud

Potrei star qui, una volta di più, a far la lista della spesa dei disastri – inseguiti e voluti – commessi dall’uomo con la faccia da pesce palla e la guittezza dei frassini appassiti: il mancato rispetto per il dissenso, lo stravolgimento delle regole (a partire dalla Costituzione), l’occupazione militare del potere, la rinascita del Nazareno (ma era mai morto?). Neanche Andreotti, Craxi e Berlusconi messi insieme erano arrivati a tanto.

Ormai però non mi stupisco più, anzi a dire il vero non l’ho mai fatto, avendo sempre guardato a Renzi per quel che è: uno dei peggiori presidenti del Consiglio nella storia della Repubblica Italiana, se non addirittura il peggiore. Una macchietta debole, arrogante, caricaturale, disastrosa, noiosa, patetica, comicamente supponente e smisuratamente vuoto. Non c’è neanche divertimento a criticarlo, perché per organizzare un dibattito bisogna essere almeno in due. Resta sconcertante che molti insospettabili, fino a pochi mesi fa, abbiano creduto in lui (e qualcuno ci crede ancora).

Quello che ho però trovato particolarmente grave – grave e offensivo – è la risposta sprezzante data a Roberto Saviano, un osservatore non certo accusabile di antirenzismo: “Sud, basta piagnistei”. Una frase becera, sommamente becera e ottusa, usata dalla peggiore retorica leghista. Karina Huff Boschi, troppo impegnata a chiedere ai suoi adepti di tagliare con l’accetta di Photoshop quelle 70-80 libbre di adipe ruspante da caviglie, cosce e glutei nelle foto a uso e consumo della propaganda, ha risposto piccata che “Saviano non legge i giornali”. Detto da una che pare aver letto al massimo il Postal Market, magari senza averlo capito perché le foto erano troppo criptiche, non è male.

“Basta piagnistei” è una frase oscena. Mi è capitato anche di recente di avere la fortuna di andare in Puglia, in Calabria, in Sicilia. E non ho visto certo gente che si piange addosso. Saviano ha semplicemente messo in fila dati inoppugnabili: il governo Renzi sta facendo più danni della grandine, e al di là delle sciocchezze di regime – “Siamo in ripresa”, “Basta gufi”, “La vita è bella” – la situazione è persino peggiorata rispetto a uno/due anni fa. Renzi dice al Sud di non piangere. Lo vada a dire ai ragazzi disoccupati di Castelbuono, che devono reinventarsi “ntaccaluòru” per raccogliere la manna dai frassini come i loro avi. Lo vada a dire a chi vive nel centro storico di Cosenza, e se lo vede franare ogni giorno addosso. Lo vada a dire ai familiari di Zakaria Ben Hassine, morto a 52 anni sotto il sole cocente di Polignano a mare mentre raccoglieva uva per 5 euro l’ora. E abbia il coraggio di dirlo ai familiari di Paola Clemente, 49 anni, morta nei campi di Nardò lo scorso 13 luglio mentre raccoglieva pomodori per una paga ridicola, uccisa dall’afa e sepolta in tutta fretta sperando che nessuno se ne accorgesse. Il Sud non piange: ci prova, (non) caro Renzi. E se piange, e ha motivi per farlo, è solo perché l’Italia è in mano a una caricatura vivente.

Andrea Scanzi da “Il Fatto Quotidiano”

Morire di lavoro, morire di schiavitù.

Paola è morta lavorando a 3 euro l’ora, a 40° d’afa

pomodori-campo

PUGLIA: Paola è l’ennesima vittima di quella schiavitù socialmente accettata, chiamata “lavoro“. Paola aveva 49 anni ed è morta nel modo più assurdo possibile, lavorando.

Come si può nell’anno 2015, morire lavorando?
Come possono accadere tragedie come questa in una società che pretende di definirsi “civile”?
Come può accadere di morire mentre si tenta di guadagnarsi da vivere?

Sembra assurdo no? Dicono che lavorare serve a vivere, allora qualcuno ci spiega come mai la gente continua a morire lavorando?

Come si può permettere che un essere umano lavori otto, nove ore al giorno, in un tendone, con temperature che spesso superavano i 40° ? Paola era una bracciante di San Giorgio Jonico ed è subito diventata un fantasma per i media di regime, che ne hanno ignorato la notizia.

Paola la mattina del 13 luglio per il caldo eccessivo che ha arrestato il suo cuore, a quanto pare, la paga si aggirava sui 27-30 euro al giorno, circa 3 euro l’ora. Secondo la ricostruzione del sindacato, Paola è stata trasportata al cimitero senza nemmeno ricevere l’intervento del 118 e senza essere sottoposta ad autopsia.

Colpa del caldo? Colpa della fatica?
No, colpa di questo sistema fatto di ricchi e poveri, di sfruttati e sfruttatori, di padroni e di schiavi.

E’ il caso di dirlo, oggi nel moderno mondo datato 2015, si continua a morire di SCHIAVITU’….

Daniele Reale

TUTTI ALL’ HARDISCOUNT

 Altro che cuneo fiscale! Tra retribuzioni e inflazione c’è un baratro. Presi d’assalto gli hardiscount

A settembre le retribuzioni contrattuali orarie frenano. Rispetto al mese precedente risultano quasi ferme, crescendo infatti solo dello 0,1%. L’inflazione, invece, viaggia ben oltre il 3% (3,2%). Rispetto a settembre 2011 le buste-paga registrano un +1,4% ma solo in virtù di quei pochi contratti rinnovati. La gran massa infatti sono fermi. Anzi, proprio immobili visto che la media dell’attesa ha fatto un balzo di dodici mesi passando da 21 a 33. A dare una lettura “tecnica” è l’Istat. L’istituto di statistica, in un’altra tabella, parla del calo delle vendite al dettaglio che segnano un meno uno per cento. Crescono soltanto, e di quasi due punti, le vendite al dettaglio di discount e hardiscount. Un sintomo di come la crisi sta rivoluzionando i consumi. Per il Codacons il divario che si e’ formato tra le retribuzioni contrattuali orarie e l’inflazione a settembre, come registrato dall’Istat, comporta per ”una famiglia di tre persone una perdita del potere d’acquisto equivalente a 629 euro. Questa tassa invisibile sale ovviamente per le famiglie piu’ numerose. Per una famiglia di quattro persone e’ una stangata pari a 693 euro”. I calcoli li fa il Codacons, l’associazione dei consumatori. ”I consumi stanno crollando – prosegue – proprio perche’ l’unica cosa che non viene piu’ adeguata all’inflazione sono le retribuzioni. Tutto il resto, invece, a cominciare dalle tariffe pubbliche, salgono ogni anno e spesso, piu’ dell’inflazione”. Gli aumenti tariffari più consistenti si sono registrati proprio per beni e servizi primari quali acqua, rifiuti, luce, gas e trasporti pubblici: una stangata pari a 234 euro su base annua: 23 per i rifiuti, 16 per l’acqua, 60 per l’elettricita’, 123 per il gas e 12 per il trasporto pubblico locale. Si tratta di spese obbligate che incideranno pesantemente anche sulle famiglie gia’ in difficolta”’. Per questo, secondo il Codacons, ”se il Governo si ostina a bloccare la rivalutazione delle pensioni e delle retribuzioni dei dipendenti pubblici dovrebbe congelare anche tutti gli altri aumenti, dalle multe per le violazioni al codice della strada alle tariffe degli enti locali, dal canone Rai ai pedaggi autostradali”.

25/10/2012 13:05 | LAVOROITALIA | Autore: fabio sebastiani (Da Controlacrisi.org)

 

NO MONTI DAY

NO MONTI DAY
di Giorgio Cremaschi

Dopo l’annuncio della ricandidatura di fatto di Mario Monti il palazzo
della
politica ha accusato il colpo.
In fondo molti nel centro destra e nel centro sinistra speravano di passare
le
elezioni facendo finta di niente, presentando il governo dei tecnici come
una
breve parentesi all’interno delle solite alternanze della
secondarepubblica.
Ma la realtà è come sempre più forte. Le controriforme sociali sono tutte
passate con voto bipartizan e in più lo stesso schieramento ha già
impegnato le
prossime legislatura per almeno vent’anni.
Il pareggio di bilancio vincolato come norma costituzionale, il Fiscal
Compact, cioè l’impegno in Europa a continuare per decenni le politiche
di
austerità e tagli per dimezzare il debito, sono i punti qualificanti della
cosiddetta agenda Monti. I principali partiti questa agenda e questi
impegni li
hanno già votati e non è minimamente credibile che li rimettano in
discussione,
anche se Bersani e Berlusconi fanno confuse promesse su pensioni e Imu che
sanno già di non poter mantenere.
Che poi Monti, Merkel, Wall Street non si fidino di un classe politica
completamente screditata è ovvio.
Il governo tecnico ha realizzato le misure più aspre del programma di
Berlusconi, quelle che il padrone di Mediaset non sarebbe mai riuscito a
far
passare.
Se il partito di Fiorito avesse imposto agli operai dell’Ilva di andare
in
pensione a 68 anni, ci sarebbe stata una rivolta travolgente. Monti invece
c’è
riuscito prendendosi solo tre ore di sciopero da cgil cisl uil. Non a caso
all’estero il presidente del consiglio vanta sempre la disponibilità ai
sacrifici degli italiani, contrapposta alla mobilitazione permanente della
Grecia e della Spagna.
La verità è che elezioni oneste sarebbero quelle ove i partiti che oggi
sostengono Monti ai presentassero assieme, guidati o benedetti dal loro
attuale
capo di governo. Allora le elezioni sarebbero un scelta vera,si creerebbe
uno
schieramento alternativo alla continiuazione delle politiche di austerità e
i
cittadini potrebbero provare a decidere.Così sono nei fatti andate le
ultime
elezioni in Grecia.
Ma da noi questo è fantapolitica.Si fanno primarie e schieramenti di
centro
sinistra contro il finto ritorno in campo di Berlusconi, per fingere di
litigare, prendere i voti e poi tornare a governare secondo
quell’agenda già
scritta e votata.
Il quotidiano La Repubblica giustamente sottolinea che in Italia ci sono
tante
lotte, ma non una opposizione di massa unificata contro il governo, come
invece
avviene in Europa negli altri paesi massacrati.
Questo è il vero problema e per cominciare ad affrontarlo il 27 ottobre a
Roma ci sarà la prima manifestazione esplilicitamente rivolta contro il
governo,
il NO Monti Day. Per rivendicare una vera alternativa al montismo e per
stare
con gli europei che lottano, lasciando al suo destino lo stanco e
impresentabile teatrino della politica italiana.

www.rete28aprile.it(Da rete 28 aprile.it)

 

 

Per Zeus, ad Atene è caccia grossa

«Mantenere la coesione sociale non sarà facile» il primo ministro greco Antonis Samaras è tornato da Parigi con questa convinzione e non si sbaglia. Atene ribolle, le piazze sono tornate a riempirsi. La protesta questa volta non è innescata dai tagli feroci imposti dalla troika, ma dal vento xenofobo che soffia violentemente nel Paese. Sono quasi 500 le aggressioni a sfondo razziale compiute in Grecia negli ultimi sei mesi e ormai hanno una cadenza quotidiana. La più feroce l’11 agosto quando un iracheno di 19 anni è stato assalito all’esterno di una moschea improvvisata di Atene, colpito più volte con un coltello, gravemente ferito, il giovane è morto poche ore dopo in ospedale.

L’ultimo episodio venerdì notte, ancora un accoltellamento, nel quartiere Agios Panteleimonas, nel centro degradato della capitale.
Un’escalation dell’odio che la comunità di immigrati di Atene, in maggioranza pachistani, non intende più subire. Venerdì allora si sono organizzati, hanno sfidato il caldo impossibile sfilando in corteo da piazza Omonoia fino a piazza Syntagma di fronte al parlamento, per denunciare gli attacchi razzisti e la politica della polizia, che tollera, se non protegge, le bande di neonazisti riconducibili al partito Alba Dorata i cui rappresentanti siedono in parlamento. Accusano il governo di chiudere gli occhi mentre si intensifica brutalmente la politica anti-immigrazione.
I rastrellamenti di Xenios Zeus
Un politica avviata dall’ex ministro della Protezione del Cittadino, il socialista Chrisoxoidis, che aveva cominciato la caccia spedendo nei centri di identificazione ed espulsione, così li chiamano ma sono galere, gli immigrati senza documenti. E proseguita dal successivo governo di Samaras con la nuova operazione «Xenios Zeus». Che è un insulto alla storia e alla cultura del Paese: Xenios Zeus era nell’antichità il dio dell’accoglienza, protettore dei forestieri, la sua filoxenia, ospitalità, era sacra. Ora le operazioni di «Xenios Zeus», duramente criticate da varie organizzazioni non governative tra cui il Consiglio greco dei rifugiati, Amnesty International e Human Rights Watch, sono diventate un vero incubo quotidiano. A Patrasso, il porto degli attracchi internazionali passaggio per frotte di turisti, nelle isole di Mitilini (Lesbos) e di Symi nelle Cicladi, gli ultimi casi. Le denuncie dei partiti di sinistra, Syriza insieme al Kke, dicono che più di 10.000 immigrati sono stati fermati dalla polizia nelle ultime settimane ricevendo trattamenti disumani.
L’allarme Onu
La Grecia è una polveriera. Dopo l’allarme lanciato da Human Rights Watch, è arrivato anche l’appello delle Nazioni Unite che denuncia «un fenomeno dalle dimensioni inquietanti che sembra essere coordinato da gruppi e individui che dichiarano di agire in nome della sicurezza pubblica, mentre in realtà stanno minacciando le istituzioni democratiche» ha dichiarato Laurens Jolles, rappresentante del sud-est Europa presso l’Alto Commissariato per i rifugiati incontrando Nikos Dendias, ministro greco per la Protezione dei cittadini.
Nelle prossime settimane, secondo le previsioni del governo di Atene, si aspetta l’arrivo al confine con la Turchia di almeno 15.000 profughi siriani. Le guardie di frontiera lungo le rive del fiume Evros, nella regione nord-orientale del Paese, sono già in assetto.

Da: Il Manifesto (di Argiris Panagopoulos)

Mattanza di Basiano (Mi), la protesta di Prc e Fiom di Milano

Le forze dell’ordine, invece di garantire il legittimo diritto di protestare, hanno caricato brutalmente i lavoratori provocando una quindicina di feriti. Si tratta dell’ennesimo episodio in cui lavoratori in lotta vengono bastonati dalla polizia”. Cosi’ Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione Comunista, interviene dopo gli scontri a Basiano, in provincia di Milano, dove un gruppo di lavoratori che stava protestando “contro il loro licenziamento e la decisione di sostituirli con altri lavoratori, meno ‘costosi’”, come ricostruisce il leader del Prc, è stato attaccato frontalmente dalle forze dell’ordine: al termine si conteranno 7 feriti tra i manifestanti, quasi tutti migranti, e 15 tra poliziotti e carabinieri. Per Ferrero “visto che questo non accade a caso e che il Questore di Milano segue evidentemente le indicazioni che arrivano dal ministero, è evidente che vi è una diretta responsabilità del governo dei banchieri e dei manganelli in questa scandalosa conduzione dell’ordine pubblico: il problema della disoccupazione e della crisi non può essere ridotto a una questione di ‘ordine pubblico’, si affrontino e ascoltino le ragioni dei lavoratori”.

La protesta per quanto accaduto davanti al centro commerciale di Basiano arriva anche dalla Fiom. “E’ per noi inaccettabile che le forze dell’ordine intervengano con la forza per disperdere un presidio di lavoratori”, si legge in un comunicato del sindacato di Milano. “I 90 che davanti ai cancelli della Galtico sono stati violentemente caricati dai carabinieri – sottolinea la Fiom – sono stati licenziati per essere sostituiti da altri disposti a lavorare per un pugno di euro e in condizioni peggiori.

“Alla barbarie della prassi del “minor costo possibile” che ormai dilaga, questa mattina si è sommata la decisione – altrettanto barbara e che non vogliamo diventi prassi – di risolvere a suon di manganelli e lacrimogeni una vertenza”, continua.

“Siamo con chi lotta a difesa del proprio posto di lavoro, ci battiamo per impedire che l’arma del ricatto, della “guerra tra poveri” – conclude la Fiom – sia strumento di dominio nei luoghi di lavoro e non permetteremo che i presidi davanti o dentro le aziende vengano considerati un problema di ordine pubblico, da risolvere con le botte”.

12/06/2012 08:51 | LAVOROITALIA | Autore: fabrizio salvatori (da controlacrisi.org)


Rifondazione c’è!

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