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“Chi decide se un esame è utile, la Lorenzin?”

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Chi decide se un esame è inutile, la Lorenzin?”. Gino Strada, cardiochirurgo e fondatore di Emergency, non esita a definire la lista dei 208 esami inutili “l’ennesimo taglio alla Sanità pubblica”. Può il ministero entrare nel   rapporto fiduciario tra medico e paziente decidendo quali esami è opportuno prescrivere? È l’ultimo scempio ai danni della Sanità: ormai medici e infermieri fanno il lavoro non grazie alle politiche pubbliche, ma nonostante queste. Nello specifico, alcuni di questi esami si potranno prescrivere solo in caso di anomalia pregressa: ma come posso accertarla se l’esame non si può fare?  

Il ministero dice di voler limitare la medicina difensiva. Di che si tratta? 

Sono le misure diagnostiche cui vengono sottoposti gli ammalati non perché ne abbiano bisogno, ma per tutelare il medico da eventuali rivalse legali. Ma in questa lista ci sono esami, come quello sul potassio o sul colesterolo totale, che sono quasi di routine per gli ospedalizzati. La medicina difensiva non c’entra. 

I medici hanno minacciato lo sciopero. C’è chi sostiene sia una battaglia corporativa per scongiurare le sanzioni sul salario accessorio.  

A me sembra una protesta ragionevole. Come medico ho il diritto e il dovere di utilizzare le prestazioni necessarie per accertare le condizioni di salute del mio paziente. In questo rapporto non può entrare la politica. 

È possibile risparmiare senza intaccare le prestazioni?  

Basta tagliare il profitto. Parliamo di 25/30 miliardi l’anno, una cifra enorme, quanto una grossa finanziaria. Abbiamo una Sanità che ha fatto diventare gli ospedali pubblici uguali a quelli privati convenzionati: entrambi funzionano col meccanismo dei rimborsi. Non le sembra assurdo? 

Cosa intende? 

Abbiamo costruito un sistema in cui fare più prestazioni significa ottenere più rimborsi, un sistema che non promuove la salute ma la medicalizzazione.Ora decidono che queste prestazioni vanno limitate. I Drg (Diagnosis related groups, ndr) dovevano servire a capire quante persone in una determinata area sono affette da una patologia, invece vengono usati come moneta di rimborso. E lo Stato italiano paga le prestazione molto più di quanto costino in realtà. Intanto l’anno scorso si è deciso di non incrementare di 2,3 miliardi il Fondo sanitario nazionale e quest’anno potrebbe succedere lo stesso. È solo un problema di austerity? A me sembra evidente la volontà di favorire le strutture private. Anche perché queste hanno uno stretto rapporto con chi occupa posti di lavoro nel settore pubblico. Lo sa che in Lombardia il 98% dei primari è iscritto a Comunione e liberazione? Altrettanto vale per il Pd in altre regioni. Nella sanità quasi non esistono concorsi pubblici nei quali non si sappia prima chi vincerà. 

Esiste un modello di sanità che dovremmo emulare?  

Molte delle cose che propongo verrebbero considerati passi indietro. Abbiamo 20 sanità regionali che moltiplicano per 20 le spese burocratiche: una follia.

intervista a Gino Strada da “Il Fatto Quotidiano”

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Privatizzare la sanità. Il modello Unipol.

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Il piano è sempre lo stesso, qualsiasi sia il settore pubblico da smantellare. Tagli la spesa, restringi i servizi, aumenti le tariffe, fai incazzare gli utenti, muovi un po’ di giornalisti prezzolati, alimenti una campagna contro “il pubblico” che incontra resistenze via via più febili (il servizio funziona sempre meno) e alla fine privatizzi tutto.

Abbiamo visto i “grandi successi” di Telecom e dell’Alitalia, per non dire dell’Italsider diventata Ilva. Lo stiamo vedendo con la scuola e l’università, fatte marcire tra taglio dei fondi, maltrattamento del personale e aumento delle rette, parallelo all’aumento dei fondi regalati alle scuole private.

La “fase finale” ora tocca alla sanità.

Come si privatizza la sanità pubblica? All’americana, naturalmente, dandola in mano alle assicurazioni e alle strutture private. C’è ancora un po’ di timore a presentarla così, quindi si comincia con degli studi, in cui magari un centro di ricerca serio come il Censis si mette a duettare con un qualcosa che si chiama Unipol, si comincia a far circolare il mantra che “bisogna superare certi pregiudizi” (le assicurazioni, in Italia, non godono effettivamente di grandi simpatie nella popolazione…), ma si comincia anche a disegnare teoricamente il nuovo assetto possibile di una sanità completamente privatizzata. A cominciare dal nome, ovviamente in inglese: white economy.

Il rapporto Censis-Unipol prende atto con soddisfazione che la sanità pubblica è stata ormai “frollata” a sufficienza e quindi “Appare ormai maturo il tempo di una nuova integrazione tra pubblico e privato, capace non solo di garantire la tutela sanitaria e sociale delle persone, ma anche di favorire la crescita economica, a partire dai territori”.

In fondo gli utenti sono stati ormai abituati a pagarsi quasi tutte le prestazioni sanitarie, a cominciare dall’assistenza agli anziani. Dunque non ci sarebbero troppi ostacoli pratici. Anzi, bisogna anche sbrigarsi perché la crisi ha ristretto la capacità di spesa delle famiglie in questo settore. Al punto che ci si cura in generale di meno (nonostante l’aumento dei ticket, infatti, nel 2014 la spesa delle famiglie è scesa del 5,7%) e per la prima volta è in diminuzione anche il numero delle badanti assunte per assistere gli anziani.

Per il presidente di Unipol, Pierluigi Stefanini, “Se sapremo superare i pregiudizi consolidati, il pilastro socio-sanitario, inteso non più solo come un costo, può divenire una solida filiera economico-produttiva da aggiungere alle grandi direttrici politiche per il rilancio della crescita nel nostro Paese”. Et voilà, il gioco è fatto. La salute della popolazione smette di essere un diritto individuale garantito dallo Stato e diventa una merce “prodotta” da una “solida filiera economico-produttiva”, con aziende private (cliniche, laboratori di analisi e diagnostica, ecc) che sostituiscono quasi in tutto la rete sanitaria pubblica. Cui dovrebbero essere affidate, in misura assolutamente residuale, tutte quelle prestazioni da cui proprio è impossibile estrarre profitti privati: pronto soccorso, malattie gravi e/o invalidanti di persone con redditi troppo bassi, ecc.

Naturalmente bisogna “comunicare” qualcosa di più attraente e meno volgare. Quindi si argomenta in modo solidale alle famiglie italiane che “nei lunghi anni della recessione hanno supplito con le proprie risorse ai tagli del welfare pubblico”. E anzi ci si presenta come pronti a correre in loro soccorso, perché “oggi questo peso inizia a diventare insostenibile. Per questo è necessario far evolvere il mercato informale e spontaneo dei servizi alla persona in una moderna organizzazione che garantisca prezzi più bassi e migliori prestazioni utilizzando al meglio le risorse disponibili”.

Sembra la pubblicità di una catena di supermercati che garantisce “prezzi bassi e fissi”. E bisognerebbe chiedersi come sia possibile che una “moderna organizzazione” della sanità in mano ai privati riesca a garantire -in futuro – prezzi più bassi e migliori prestazioni. L’esperienza comune, infatti, registra l’esatto opposto: prezzi spaventosi (una clinica privata con una certa affidabilità può arrivare a chiedere 500 euro al giorno per il solo ricovero, senza ancora calcolare i costi di visite specialistiche e medicinali, per non dire delle operazioni chirurgiche), qualche problema con i casi clinicamente più complessi (specie nella neonatologia, dove non è infrequente che bambini nati in cliniche private vengano trasferiti d’urgenza in ospedali pubblici specializzati, come il Bambin Gesù di Roma). Poi, certamente, in una clinica privata il “numero chiuso” – ristretto a chi si può permettere di pagare certe cifre o è coperto da un’assicurazione (appunto…) – garantisce un rapporto meno frettoloso con medici e infermieri, meno affollamento e nessun letto nei corridoi. Queste sono piacevolezze che vengono da sempre assegnate alla sanità pubblica che deve accogliere e assistere chiunque – meritoriamente – anche se non c’è posto.

Ma ci sono dettagli decisamente interessanti nel rapporto Censis-Unipol. Per esempio, lo scorso anno la spesa sanitaria privata è crollata del 5,7%. La riduzione generalizzata dei redditi, insomma, sta mettendo in crisi i profitti dei padroni delle cliniche e dei centri diagnostici privati (gli Angelucci e i Debenedetti, per esempio); quindi è decisamente il “momento” di garantir loro un solido aumento delle entrate.

L’idea è di copiare il modello anglosassone, soprattutto statunitense, con qualche mediazione: “un’integrazione tra offerta pubblica e strumenti assicurativi (che permettano di sottoscrivere polizze a costi accessibili per poter godere in futuro di servizi di assistenza, di cura e di long term care) e di intermediazione organizzata e professionale di servizi”.

Come farlo senza consegnare immediatamente e brutalmente la popolazione agli “intermediatori” sanitari privati? Con una attenta regolamentazione che serva a “stabilire le modalità precise per attivare tale percorso di integrazione, non tralasciando che molti fenomeni di cambiamento socio-demografico variano ed assumono sfumature differenti a seconda dei territori in cui si articola il Paese. Coinvolgere, pertanto, gli Enti territoriali nella definizione di processi di integrazione pubblico-privato, ma soprattutto coinvolgerli nella definizione di strumenti integrativi di welfare può essere una pista di lavoro per attivare servizi maggiormente rispondenti ad uno scenario in cambiamento. In questa prospettiva si pongono le proposte, di alcuni operatori privati, in primis Unipol, di attivare fondi sanitari integrativi di tipo territoriale, con una forte compartecipazione degli Enti locali”.

Decentramento, accordi con enti locali inchiodati dal “patto di stabilità” e dunque impossibilitati ad opporsi validamente alle pressioni dei “privati” in presenza di una riduzione generalizzata della spesa sanitaria pubblica e quindi alle montanti proteste della popolazione. La chiave per disarticolare le resistenze passa da qui.

Il tutto, ovviamente, per “stimolare la crescita del paese”, sviluppando “filiere”. Perché “è evidente che la modernizzazione e la crescita della white economy, non possono passare solo per un investimento pubblico ma, viceversa, dovrebbero passare attraverso l’attivazione di un’offerta privata di servizi e di strumenti assicurativi e finanziari privati, di tipo integrativo, coordinati con l’offerta pubblica e sottoposti, ovviamente, alla vigilanza di organismi indipendenti competenti per materia”.

Preparatevi a fare a schiaffi con le assicurazioni. Che, come in America, pretendono di coprire soltanto i clienti in perfetta salute, scartando tutti quelli che rischiano di costar loro più di quanto non versino di polizza.

Claudio Conti da “Contropiano.org”

Paolo Ferrero (6 maggio, sciopero generale)

Cgil, Ferrero (Prc): Sciopero generale inadeguato, servono 8 ore.

Attenzione: apre in una nuova finestra.03/03/2011 17:12 | LAVOROITALIA

 

Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione Comunista ha dichiarato:
“La decisione dello sciopero generale da parte della Cgil è un primo risultato ma del tutto inadeguato per i tempi e le quantità.
Serve una mobilitazione di 8 ore, contro il governo ma anche contro Confindustria, che sta applicando lo schema di Marchionne a tutti i settori produttivi.
Le 8 ore di sciopero a maggio devono essere il punto di arrivo di una mobilitazione sociale forte perché tale è l’attacco che governo e padroni stanno sviluppando contro i lavoratori”.

6 maggio, sciopero generale !!

 

Fonte: Loris Campetti – il manifesto

Lo sciopero generale non è più una chimera, non solo perché non è un animale mostruoso ma un toccasana per il nostro paese malato. Ora si sa che c’è davvero, che si svolgerà il 6 maggio e bloccherà l’Italia per provare a liberarla da un incubo. Doveva essere promosso prima dalla Cgil? Certo, ma è stato promosso. Non era scontato.

Il lungo tempo a disposizione va usato per prepararlo in modo capillare in tutti i luoghi di lavoro. C’è il tempo per coinvolgere l’intera società, in primo luogo le figure sociali lasciate sole dalla politica e colpite, prima dalla crisi poi dalle ricette liberiste adottate che amplificano le diseguaglianze, rendono i ricchi più ricchi e i poveri più poveri, distruggono diritti collettivi e libertà individuali, cancellano a un paio di generazioni la speranza di futuro. Poteva essere di 8 ore? I fatti e il confronto interno ed esterno raddoppieranno le micragnose 4 ore di sciopero indette dalla segreteria della Cgil. La Funzione pubblica l’ha già deciso, scuola, meccanici, commercio e molte camere del lavoro lo faranno. Non si tratta di fare il gioco del più uno ma di qualificare un appuntamento che dovrà diventare riferimento generale, dando corpo a una speranza di cambiamento mai così diffusa che può diventare massa critica. E di specificare che il sogno del patto sociale tra lavoro e imprese s’è infranto contro il muro della realtà, con la confindustriale Marcegaglia all’assalto dell’articolo 18 che pretende una giusta causa per il licenziamento. Per difenderlo, 9 anni fa in tre milioni hanno occupato Roma. Berlusconi se ne deve andare. Può comprarsi deputati e senatori, non un intero paese finalmente insofferente verso una guida politica populista, liberista, ad personam, che ci fa commiserare dal resto del mondo. Lo chiedono le donne, la società civile, le persone impegnate nella difesa dei beni comuni, del territorio e dell’ambiente, gli studenti, l’universo della precarietà. Da qui al 6 maggio si manifesterà in tutte le piazze con slogan diversi e obiettivi che sono, possono diventare, comuni. Berlusconi però, come killer della democrazia italiana è in buona compagnia: liberarsi di lui per tenersi Marchionne e i suoi soci al governo e in Confindustria non ci farebbe fare molti passi avanti. Insieme al sogno del patto sociale si è infranta l’illusione di ricostruire un’impossibile unità sindacale con Cisl e Uil. Gli accordi e i contratti separati si moltiplicano. L’attacco ai lavoratori Fiat si è esteso a tutte le tute blu, al mondo della conoscenza, del pubblico impiego e alle centinaia di migliaia di ragazze e ragazzi del terziario. Stanno cancellando il contratto nazionale e lo Statuto dei lavoratori, preparano l’affondo alla Costituzione. L’opposizione politica dovrebbe chiedersi come mai non rappresenti quest’Italia sottosopra, sennonché non si pone, da tempo, l’obiettivo di dare uno sbocco alla protesta politica, sociale, culturale, democratica. Lo sciopero generale della Cgil deve diventare una massa d’urto, capace persino di tentare l’obiettivo più ambizioso: scuotere l’antiberlusconismo di Palazzo. Il manifesto lavorerà alla generalizzazione dello sciopero. Non da solo: Uniti contro la crisi è già luogo di comunicazione e costruzione di percorsi condivisi tra tute blu, studenti, precari, giovani, militanti dei beni comuni.

Comunicato 2 Marzo dalla “CGIL che Vogliamo”

 

Dal COORDINAMENTO REGIONALE LOMBARDIA

“LA CGIL CHE VOGLIAMO”

2 Marzo 2011

Per Vostra conoscenza,vi pubblichiamo il comunicato nazionale.

CGIL. LA MINORANZA A CAMUSSO: SUBITO DATA SCIOPERO GENERALE

(DIRE) Roma, 1 mar. – “La Cgil deve prendere atto della realta’, senza attestarsi su ulteriori e gravi temporeggiamenti: alla decisione del direttivo di proclamare lo sciopero generale deve seguire la definizione certa, in capo alla segreteria, di modalita’ e data dello stesso”. Lo chiede Gianni Rinaldini, coordinatore de ‘La Cgil che Vogliamo’ nel giorno in cui si riunisce la segreteria confederale. “L’accordo separato nel terziario- osserva il dirigente della minoranza interna- rappresenta un ulteriore pesante colpo ai diritti, al contratto nazionale, alla liberta’ delle lavoratrici e dei lavoratori. Dopo gli accordi separati dei metalmeccanici e dei lavoratori pubblici, la maggioranza dei lavoratori dipendenti nel nostro paese vive in uno stato di devastazione contrattuale. Confindustria, Confcommercio, piegate al modello Marchionne, in accordo col governo si adoperano strategicamente per il sostanziale annullamento del Contratto nazionale e l’isolamento della Cgil. Il tutto- prosegue Rinaldini- in un contesto di allarmante deterioramento del quadro economico politico e sociale del Paese, in cui crescono disuguaglianze sociali e precarieta’ mentre si riducono spazi democratici e diritti costituzionali”. Insomma la data dello sciopero generale deve “essere necessariamente ravvicinata per unificare le decisioni di lotta gia’ dichiarate dai sindacati dei lavoratori pubblici e della scuola”.

01-03-11

A Torino vince Marchionne

Veltroni in preda all’euforia per la quasi certa schiacciante vittoria di Fassino a Torino propone una legge che imponga a tutti i partiti di svolgere le primarie per scegliere i propri candidati. Repubblica.it plaude al savoir faire dei candidati torinesi e gli interessi forti della città stappano champagne, stanotte si festeggia. A mirafiori invece non ci sono telecamere. L’ordine a Torino regna sovrano, Marchionne dopo aver vinto in fabbrica con il ricatto ha vinto in città senza nemmeno aver bisogno di usarlo. Così tutto si giocherà fra chi, nei due schieramenti maggiori, saprà aggiudicarsi il voto dei moderati e dei poteri forti. Eppure c’è tutto il bisogno di dare a quel NO di Mirafiori la giusta rappresentanza, gli operai che non hanno abbassato la testa se lo meritano.
Da Controlacrisi.org 28/02/2011

Il pane?

Questa mattina Paolo Ferrero segretario del PRC è stato identificato dai vigili urbani del Comune di Mondovì (Cuneo) durante l’iniziativa dei Gruppi di Acquisto Popolari (GAP) che consiste nell’acquisto collettivo per ridurre i prezzi dei generi di prima necessità contro la crisi e la speculazione.
Il verbale dei Vigili urbani fa seguito all’ordine del giorno approvato dal consiglio comunale a maggioranza leghista che di fatto restringe l’attività dei gruppi di acquisto.
Il Prc contesta la norma e la giudica incostituzionale perchè impedisce di fatto la libera associazione dei cittadini garantita dalla costituzione repubblicana.

N.B. Si distribuiva il pane  a prezzo calmierato.

PRC 26/02/2011

Cgil,sciopero generale…..ma anche no !!

 

A gran voce movimenti, fiom, partiti di sinistra (quella vera) chiedono lo sciopero generale. La cgil rimanda, rimanda e rimanda.
Ancora molti hanno la speranza che qualcosa si muova e si attendono questa benedetta proclamazione. Ma permane l’ambiguità e non c’è ancora questo atto di coraggio da parte del più grande sindacato italiano. Infatti, il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, ha chiesto al direttivo del sindacato di dare mandato alla segreteria per decidere la proclamazione di uno sciopero generale o, in alternativa, di una manifestazione nazionale, da fissare di sabato, per continuare la mobilitazione contro il governo.
Cioè, in alternativa al blocco del Paese contro le politiche di Berlusconi e Marchionne una scampagnata il fine settimana? Per non disturbare troppo i ‘manovratori’ si prega di portare pranzo da casa.
Da Controlacrisi.org, oggi 23/02/2011

VIVA QUESTO FEDERALISMO !!

Federalismo/ Camusso:Ci sarà inasprimento tasse per redditi fissi
Si allargherà la  forbice tra evasori e chi paga le tasse

Roma, 9 feb. (TMNews) – Il federalismo municipale porterà un
inasprimento delle tasse per i redditi fissi e i pensionati con
un allargamento del divario tra chi evade il fisco e chi no. Lo
ha detto il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso nel
corso del suo intervento a un convegno del patronato Inca.

“Sul federalismo il governo pensa di andare avanti con quelle
modalità e con quei contenuti – ha affermato riferendosi anche
alla fiducia che il Governo intenzionato a chiedere alla Camera
ma non al Senato – ci misureremo in tutti i comuni con un
inasprimento delle tasse, a causa dello sblocco delle addizionali
Irpef, che riguarder i lavoratori a reddito fisso e i pensionati
aumentando così la forbice tra chi paga le tasse e gli evasori.
Il tutto – ha concluso – in una situazione di stagnazione in cui
si riducono i consumi e gli enti locali hanno sempre meno risorse
per le prestazioni sociali”.Pie091538 feb 11


Rifondazione c’è!

Proposta di legge di iniziativa popolare: FIRMA anche TU!

SinistraSenago: per la Senago che vogliamo!

Massimo Gatti: consigliere della provincia di milano

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