Posts Tagged 'sinistra'

Ma quale mondo giusto.

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Sembra un dettaglio ma forse non lo è. Giornalisti e commentatori hanno spesso la tendenza ad aggiungere “radicale” dopo la parola “sinistra” ogni volta che si parla di Alexis Tsipras o Pablo Iglesias, e oggi di Jeremy Corbyn. In realtà non bisognerebbe aggiungere nulla, e smettere invece di definire di sinistra tutti quei partiti europei che pur provenendo da un percorso comune hanno finito per allontanarsene così tanto, per passaggi e strappi successivi, da aver perso ogni traccia della loro storia.

Da molti punti di vista una persona come Matteo Renzi è più vicina a Sergio Marchionne – perfino nel linguaggio del corpo – che agli operai che lavorano negli stabilimenti della Fiat. Ma non è questo il punto. Il fatto è che sul nostro pianeta una grandissima maggioranza di persone vive in condizioni inaccettabili, con gradi di povertà che variano a seconda della latitudine e del colore della pelle.

E non c’è bisogno di scomodare nessun filosofo tedesco dell’ottocento.A dirlo sono, da anni ormai, gli studi delle agenzie della Nazioni Unite, il lavoro sul campo delle organizzazioni non governative, ma anche chiunque non chiuda gli occhi di fronte al fiume di persone che spinge alle porte dei paesi più ricchi.

Leggendo gli indicatori di scolarizzazione, salute, speranza di vita alla nascita, pil pro capite, accesso a servizi essenziali o libertà di movimento ci vuole coraggio per definire il mondo in cui viviamo un mondo giusto. Alexis Tsipras, Pablo Iglesias o Jeremy Corbyn saranno forse inadatti, avranno fatto e faranno errori, ma chi li ha scelti e votati ha solo cercato di ricordare che finora il capitalismo è stato un disastro, anche se costellato di invenzioni e innovazioni stratosferiche.

di Giovanni De Mauro da “Internazionale”

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Pd, il partito americano

— Luciana Castellina, 29.5.2014

Dentro il voto. Non più di sinistra, né di centrosinistra. Neanche una reincarnazione della vecchia Dc

Il risultato italiano del voto del 25 maggio non è di quelli che possono essere frettolosamente giudicati. Mi limito a qualche considerazione provvisoria.

Mentre gli spostamenti dell’elettorato negli altri paesi europei appaiono abbastanza leggibili, i nostri sono più complicati. Per molte ragioni: innanzitutto perché sono entrate in scena forze che prima non c’erano, e non solo che si sono ingrandite o rimpicciolite.

Fra queste metterei anche il Pd, che non è più la continuazione dei partiti che l’hanno preceduto. E’ un’altra cosa, nuova: non più un partito di sinistra, e nemmeno di centrosinistra. Non direi neppure una reincarnazione della vecchia Dc: anche in quel partito coesistevano interessi e rappresentanze sociali molto diverse, ma ciascuna era fortemente connotata ideologicamente, aveva proprie specifiche culture e leader di storico peso. Anche il partito renziano è un arcobaleno sociale, ma le sue correnti sono assai meno chiare, hanno un peso assai minore, scarsi riferimenti nella tradizione di tutte le formazioni che l’hanno preceduto in questi quasi 25 anni.

Se si dovesse trovare una similitudine direi piuttosto che si tratta del Partito democratico americano. Che certo non oserebbe mai prendersela a faccia aperta con i sindacati cui è sempre stato legato, ma certo include nelle sue file – basti guardare ai finanziamenti che riceve – ceti diversissimi per censo, potere reale, cultura.

Se dico Partito democratico americano è perché il nuovo partito renziano segna soprattutto un passaggio deciso all’americanizzazione della vita politica: forte astensione perché una fetta larga della popolazione è tagliata fuori dal processo politico inteso come partecipazione attiva e dunque è disinteressata al voto; assenza di partiti che non siano comitati elettorali; personalizzazione dettata dalla struttura presidenziale. Il fatto che in Italia ci si stia avvicinando a quel modello è il risultato del lungo declino dei partiti di massa, che ha colpito anche la sinistra, e della riduzione della competizione agli show televisivi dei leaders che tutt’al più i cittadini possono scegliere con una sorta di twitter: “mi piace” o “non mi piace”.

E’ un mutamento credo assai grave: immiserisce la democrazia la cui forza sta innanzitutto nella politicizzazione della gente, nel protagonismo dei cittadini, nella costruzione della loro soggettività che è il contrario della delega in bianco.

Inutile tuttavia piangere di nostalgia, una democrazia forte fondata su grandi partiti popolari non mi pare possa tornare ad esistere, o almeno non nelle forme che abbiamo conosciuto. Prima ancora di pensare a come ricostruire la sinistra dobbiamo ripensare il modello di democrazia, non abbandonando il campo a chi si è ormai rassegnato al povero scenario attuale: quello che Renzi ci ha offerto, accentuando al massimo il personalismo, il pragmatismo di corto respiro, la rinuncia alla costruzione di un blocco sociale adeguato alle trasformazioni profonde subite dalla società (che è mediazione in nome di un progetto strategico fra interessi diversi ma specificamente rappresentati e non un’indistinta accozzaglia unita da scelte falsamente neutrali.)

Detto questo credo sia necessario evitare ogni demonizzazione di quel 40 e più per cento che ha votato Pd: non sono tutti berlusconiani o populisti, e io sono contenta che dalle tradizionali zone di forza della vecchia sinistra storica siano stati recuperati al Pd voti che erano finiti a Forza Italia o a Grillo. Perché il voto al Pd per molti è stato un voto per respingere il peggio, in un momento di grande sofferenza e confusione della società italiana. Non vorrei li identificassimo tutti con Renzi, sono anche figli della storia della sinistra.

Tocca a noi adesso convincere che ci sono altri modi per respingere il peggio: assai più difficili, nei tempi più lunghi, ma ben altrimenti efficaci per avviare la ricerca di una reale alternativa. E qui veniamo al che fare nostro, di noi sinistra diffusa o organizzata in precari partiti nati dalle ceneri di altri partiti. A me l’esperienza della lista Tsipras, nonostante i tanti errori che l’hanno accompagnata, è parsa positiva. Lo dimostrano anche i dati elettorali: il risultato è stato ovunque superiore alla somma dei voti di Rifondazione e di Sel, segno che ci sono forze disponibili che non vanno sprecate e che i partiti esistenti dovrebbero essere in grado di associare al processo di ricostruzione della sinistra italiana evitando di chiudere la ricerca nei rispettivi recinti. Teniamo conto che queste forze sono molto più numerose dei dati elettori: laddove l’esistenza della lista di Tsipras era conosciuta (le grandi città) le nostre percentuali sono state il doppio di quelle raggiunte in periferia dove non è arrivata alcuna comunicazione.

Fra le forze aggregate alla lista Tsipras ci sono come sappiamo molti di quei micromovimenti quasi sempre locali, che si autorganizzano ma restano frammentati. Sono una delle ricchezze specifiche del nostro paese, dove c’è per fortuna ancora una buona dose di iniziativa sociale. Questa presenza sul territorio è la base da cui ripartire, intrecciando l’iniziativa dei gruppi con quella dei partiti e coinvolgendo nella lotta per specifici obiettivi e nella costruzione di organismi più stabili in grado di gestire le eventuali vittorie (penso all’acqua, per esempio) anche chi ha votato Pd. Un partito in cui sono tanti ad essere con noi su molti obiettivi:il reddito garantito; i diritti civili; la salvaguardia dell’ambiente; la rappresentanza sindacale,… . Accompagnando questo lavoro sul territorio con un’analisi, una riflessione comune per combattere il primitivismo di tanta protesta, il miope basismo spesso anche teorizzato: la sinistra ha bisogno di rappresentare i bisogni ma, diovolesse, anche di Carlo Marx per aiutare a capire come soddisfarli.

So, per lunga esperienza, quanto sia difficile, ma penso non si debba stancarsi di riprovare. Voglio dire che la cosa più grave che potrebbe avvenire è di limitarsi ad una opposizione declamatoria, o peggio a rifugiarsi nel calderone del Pd pensando di potervi giocare un qualsiasi ruolo. Il Pci – consentitemi questo amarcord – è stato per decenni un grande partito di opposizione, ma ha cambiato in concreto l’Italia ben più di quanto hanno fatto i socialdemocratici italiani da sempre nel governo. E però perché, pur stando all’opposizione, ha avuto un’ottica di governo: vale a dire si è impegnato a costruire alternative, non limitandosi a proteste e denunce. Ma soprattutto perché non ha ritenuto che le elezioni fossero il solo appuntamento, e che far politica coincidesse con fare i deputati o i consiglieri comunali.

E’ possibile, tanto per cominciare, consolidare la rete dei comitati Tsipras? E’ possibile che Rifondazione e Sel – cui nessuno chiede nell’immediato di sciogliersi nel movimento – si impegnino però a lavorare assieme a loro per un più ambizioso progetto di sinistra? E’ possibile cominciare a creare nuove forme di democrazia che ricostruiscano il rapporto cittadino-istituzioni?

Vogliamo almeno provarci?

Milano,cambiare si può

Cambiare si può, Milano: con intelligenza e senza arroganze.

di Anna Camposampiero, Vincenzo Vasciaveo, Nadia Rosa, Massimiliano Lio, Giancarlo Broglia
L’assemblea milanese di “Cambiare si può” è stato un importante appuntamento, partecipato con un dibattito ricco, che ha fatto proprio il principio della pari dignità, di singoli, di associazioni, di militanti di partito, di organizzazioni, tutti uniti nel raggiungimento dell’obiettivo. Una pratica questa naturale, di chi si riconosce simili e uguali nelle tante vertenze territoriali e nelle tante lotte, dove cittadinanza attiva e militanti di partito operano da anni senza differenze e primogeniture. Per questo l’assemblea è stata un successo di partecipazione e di totale assenza di polemiche pretestuose sul ruolo dei partiti. Se qualche sparuto intervento ha cercato di porlo questo è apparso estraneo alla grande maggioranza dei partecipanti.
Questo è ciò che noi abbiamo visto e vissuto, sia come componenti la presidenza che da compagni/e intervenuti portando il proprio contributo.

Stupisce quindi l’articolo di Guido Viale sul Manifesto, il quale legittimamente esprime una sua personalissima tesi, ma accostandola all’assemblea milanese generando un equivoco di fondo che per molti militanti di partito e non solo risulta insopportabile. La tesi secondo la quale, le oligarchie e gli apparati partitici “vetusti” e in cerca di “posti”, debbano con “garbo” fare un passo indietro, raccogliere le firme necessarie (senza gli apparati vetusti ciò è impossibile), ma poi perché portatori di “sconfitte” arrendersi alla “cittadinanza attiva”. L’errore di Viale e di molti intellettuali, non avvezzi forse a frequentare le tante vertenze territoriali (NO TEM, lotta agli inceneritori, difesa dell’occupazione, lotta ambientali, lotte antirazziste, difesa dei beni comuni), è quello di non prendere neanche in considerazione, che tra la “cittadinanza attiva” e i militanti di partito della sinistra (come molti interventi hanno sottolineato nell’assemblea) nei movimenti sociali non ci sono differenze, perché tutti lavorano per il raggiungimento dell’obiettivo. Tutti sono “cittadinanza attiva” e questa è l’unità e la pari dignità, che a Milano ha preso forma in “Cambiare si può”. Un “Cambiare si può” molto diverso da ciò che auspica Viale, che rispettiamo e apprezziamo ma con cui non concordiamo.
La nave di “cambiare si può” a Milano è partita bene e ha preso il largo. Nel mare tempestoso che ci aspetta al governo di questa nave, non ci devono essere primogeniture e arroganze, dei partiti certamente, ma anche degli “intellettuali” che se anche hanno avuto il merito di “lanciare” una proposta, oggi devono avere anch’essi l’umiltà di mettersi al servizio della nave, facendo tutti lo stesso lavoro, il mozzo, il marinaio e il cuoco, senza la presunzione di essere i soli al timone “essendo unti” dalla primogenitura.

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La sintesi tra le diverse sensibilità interne alla FdS

L’intervista di Massimo Rossi su il manifesto di mercoledì 19, attraversa tutte le contraddizioni culturali e politiche dell’area che vorrebbe costruire l’alternativa alla linea liberista oggi rappresentata dal sostegno bipartisan al Governo Monti. Il punto centrale della riflessione di Rossi è quello del come portare a sintesi politica le diverse sensibilità che compongono oggi la Federazione della sinistra. Date le scadenze imminenti è bene fare chiarezza sui nodi da sciogliere al suo interno e che, purtroppo, non sono affatto nuovi ma rappresentano drammaticamente il forte ritardo accumulato verso gli obiettivi sui quali era stata fondata quest’aggregazione politica. Quali erano questi obiettivi, e a quali problemi irrisolti oggi corrispondono? Il primo era il creare tra forze politiche di storia comunista, il Prc ed il Pdci, una confluenza che invertisse la tendenza storica alla divisione.
Una prospettiva decisamente interessante ma che troppo spesso è stata assunta, da parte di alcuni in entrambi i partiti, come orizzonte generale ed esaustivo della Fds, sintetizzabile nella formula «unità dei comunisti», cioè della fusione tra i due partiti, strumento certo importante, ma decisamente parziale rispetto alla prospettiva generale. Se può esistere nella realtà odierna italiana un’unità dei comunisti, certo essa va ricompresa nella Fds e non deve rappresentare una prospettiva a se stante, escludente. Continuare a proporre esclusivamente questa strada crea tensioni inutili e false scorciatoie che eludono il problema centrale di una ricomposizione necessariamente originale tra forze consonanti. Il secondo obiettivo era quello di far confluire aree politiche di altra provenienza, a partire da quelle d’ispirazione sindacale e socialista, che poi si sono fuse insieme sino a dar vita al Movimento verso il partito del lavoro di Salvi e Patta.
La presenza di questa componente, con una cultura politica complementare a quella dei due partiti comunisti, «apriva» al terzo obiettivo, a mio avviso il più importante per allargare l’orizzonte politico della Fds: chiamare al suo interno, con parità d’interlocuzione politica e culturale, coloro i quali, provenendo da storie non necessariamente di partito e non appartenenti alla tradizione comunista, ma con esperienza nei movimenti, nella costruzione di esperienze concrete di «altri mondi possibili», si fossero aggregati all’interno di un progetto federale. In questa prospettiva il termine «Federazione» indicava dunque non solo una modalità organizzativa, ma la maniera di stabilire un patto tra componenti e quindi gestire le dinamiche di un confronto orientato alla necessità della confluenza tra diversità. A quest’obiettivo, sostenuto da un’analisi antiliberista e dall’esperienza positiva di tante pratiche locali e di movimento, propedeutico alla creazione di un campo di forze che attraesse, come un magnete centrale, la limatura della sinistra diffusa e di alternativa ancora senza una casa comune, si è voluto, in sede di Congresso fondativo, per riflessi identitari anacronistici, dare da subito un recinto più angusto, escludendo dalla costituency della FdS le culture libertarie, che com’è noto rappresentano grande parte dell’humus politico dei movimenti altermondialisti, in America latina, e non solo.
A questo primo vulnus si è poi aggiunto lo schema fattuale della dialettica previa tra le segreterie dei due «azionisti di maggioranza» Prc e Pdci e solo come risultante di queste discussioni e connaturati compromessi, il passaggio attraverso il Consiglio nazionale, organo politico unitario della Fds. Anche il tesseramento diretto, che pure esiste, e si potrebbe facilmente quantificare ma soprattutto promuovere se ci fosse la volontà politica di farlo, è stato subordinato ai tesseramenti alle singole componenti, di fatto lasciando, la «pattuglia dei senza tessera» cioè degli iscritti direttamente alla FdS, senza un progetto condiviso dal punto di vista dell’ulteriore aggregazione. Ora tutti questi nodi interni, e non solo le diverse sensibilità in ordine all’interlocuzione sui contenuti col Pd, Sel, l’Idv ed i Verdi, che comunque servono ad aprire ulteriori contraddizioni all’interno dei vari continuismi di centro sinistra, vengono al pettine e vanno sciolti nel senso di un’accelerazione delle ragioni originariamente fondative della Fds, sulla spinta dell’orizzonte politico che ci si prepara per i prossimi anni condizionati dal patto di stabilità e dalla spending review.
Il fallimento della «convergenza tra le diversità» la scommessa politica ed organizzativa sulla quale molti hanno gettato, ancora una volta, coraggiosamente il cuore oltre l’ostacolo delle divisioni, delle «differenze antropologiche tra comunisti e non» delle gelosie di apparato, non avrà altre possibilità. Ecco perché la proposta di Massimo Rossi, di un referendum tra gli iscritti, non solo serve a chiarire la linea unitaria e le alleanze possibili, ma a fare chiarezza sul funzionamento interno di una Federazione che deve finalmente essere ciò per cui è nata.

26/09/2012 13:27 | POLITICAITALIA | Fonte: il manifesto | Autore: Raffaele K. Salinari (Da Controlacrisi.org)

Invertire la rotta della recessione

Di Oliviero  Diliberto (da L’ Unità del 17/01/2012)

L’Europa è sull’orlo dell’abisso. La Grecia sta per fallire e la crisi comincia a colpire anche i paesi considerati più al riparo dalla bufera, a partire dalla Francia. Possiamo discettare quanto vogliamo sulla bontà o meno dei giudizi delle agenzie di rating, ma è un fatto che tutti gli indici dell’economia reale e di quella finanziaria siano ormai da tempo fissi sul segno meno. È il mercato stesso che, con gli spread, sta bocciando da mesi le politiche della Bce e della Commissione Europea imposte dall’asse Merkel-Sarkozy. Perché gli investitori sanno benissimo che l’austerità spinta sino al parossismo produce solo recessione e, dunque, peggiora la sostenibilità dei debiti pubblici. L’Europa deve invertire la rotta, non correggerla. Primo. Per fermare la speculazione e scongiurare catastrofici default bisogna costringere la Banca Centrale Europea a fare da prestatore di ultima istanza e l’Unione Europea ad emettere Eurobond. Secondo. Per uscire dalla crisi bisogna spezzare il nesso austerità-recessione (come continuano a dire premi Nobel dell’economia come Stiglitz, Krugman e Spence) rilanciando politiche neokeynesiane in grado di coniugare il rigore con l’equità, la crescita e l’occupazione. Per questo vanno bocciate le proposte di revisione dei trattati che oltretutto punirebbero in modo assolutamente ingiustificato l’Italia. Terzo. Bisogna pensare a un nuovo ruolo del settore pubblico nell’economia. Lo Stato non può servire soltanto a distribuire agevolazioni alle imprese e a salvare le banche dal fallimento. L’ottusa follia neoliberista che imperversa in Europa può essere superata solo da un’azione politica convergente delle sinistre e delle socialdemocrazie in grado di «osare più democrazia», per dirla con Willy Brandt. Che non significa solo la riconsegna al popolo della sovranità sui luoghi delle decisioni (oggi in mano ai tecnocrati europei). Significa anche e soprattutto una politica in grado di redistribuire a vasti strati della società più – e non meno – diritti, stato sociale e reddito. Significa che la crisi non la devono pagare i giovani, i lavoratori e i pensionati. Significa una rottura definitiva con la subalternità all’egemonia culturale del neoliberismo che ha colpito per troppo tempo i progressisti. Una Bad Godesberg al contrario. Perché questa crisi dimostra che Marx aveva ragione. Basta leggere le posizioni, ad esempio, di Schultz per capire che nella socialdemocrazia europea si è aperto un importante processo di autocritica rispetto alla sua accettazione dell’ideologia neoliberista nei due decenni trascorsi. È l’Italia, anche su questo terreno, a segnare un ritardo preoccupante, perché il PD appare bloccato dalle contraddizioni interne di coloro che spingono in direzione di Fini e Casini. La sinistra, d’altro canto, non può più giocare di rimessa aspettando che il PD sciolga il nodo strategico delle alleanze con il terzo polo. Le vittorie di De Magistris, Zedda, Pisapia e dei referendum per i beni comuni sono state anche vittorie della sinistra contro le ipotesi di un centrosinistra neomoderato. Cosa aspettiamo a sinistra a bandire le divisioni e a formalizzare un patto di unità d’azione tra Idv, Sel e Federazione della Sinistra che renda più incisiva l’opposizione di merito alle politiche del governo Monti e che, insieme, sia in grado di incalzare il Pd sulle cose da fare? Ci unisce il giudizio negativo sulla manovra del Governo Monti, l’intransigenza nello stare dalla parte dei lavoratori e l’idea di dare un futuro al nostro paese nel segno della crescita e della giustizia sociale. Cose ben più importanti dei personalismi e della sterile difesa degli orticelli che continuano a dividerci.

LA FOTO STRAPPATA

Con Monti, sebbene per un tempo determinato e per fare la patrimoniale, o contro Monti senza se e senza ma. Le strade della sinistra si potrebbero dividere di nuovo. Ma stavolta lo strappo potrebbe essere irricucibile, come mai nella storia degli ultimi vent’anni della sinistra: o di qua o di là. Di là, insieme al Pdl e a Berlusconi, c’è il segretario del Pd, preoccupatissimo dei costi politici che il suo partito pagherà per l’appoggio al governo Monti. Pier Luigi Bersani avverte gli (ex?) alleati del Nuovo Ulivo che l’appoggio al governo di transizione è la «condicio si ne qua non» si farà l’accordo per le elezioni, quando arriveranno. Di qua ci sono i pochissimi no al governo del neosenatore, la Federazione della sinistra e l’Italia dei valori di Antonio Di Pietro, non a caso quest’ultimo al centro di un ciclone mediatico con pochi precedenti, forse uno: quello della Rifondazione del ’98. Non a caso Vendola, dal fronte opposto, gli esprime solidarietà.

Per Sinistra ecologia e libertà, benché forza extraparlamentare e quindi non impegnata a votare in parlamento, il sì al governo di transizione è tormentato. Il massacro mediatico a cui viene sottoposto in queste ore Di Pietro fa tornare lo spettro del ’98, quella rottura con il primo governo Prodi che Fausto Bertinotti pagò cara. Nichi Vendola è in visita ufficiale in Cina. La mattina si riunisce la segreteria di Sel. In serata da Pechino parte un videomessaggio che testimonia la strettoia. «L’unica cosa che dovrebbe fare un governo di scopo è imporre all’Italia una patrimoniale pesante. Cioè un discorso che non può essere in continuità con le politiche economiche e sociali del governo Berlusconi». In pochi mesi «si possono fare soltanto alcune operazioni di segno capovolto rispetto a ciò che si è fatto in questi anni, a ciò che ha fatto l’Europa liberista. Mettere al centro delle politiche di risanamento l’equità sociale, stimolare la crescita purché sia una crescita ambientalmente e socialmente sostenibile». Assomiglia al programma di Mario Monti? Sel mette molte condizioni al suo appoggio «esterno»: che il governo si chiuda entro giugno, che faccia la patrimoniale, che non ci siano fra i ministri berlusconiani storici, anche se presentabili. Tutti paletti difficili, forse impossibili. Sel, è la conclusione «non apre ad una soluzione pasticciata», ma «ad un percorso breve, con un obiettivo mirato», «ma la vera medicina è il voto, la democrazia». Di qua, invece, c’è la Federazione della sinistra, che sentenzia un no netto al governo di transizione. La mattina, un sit in di Rifondazione comunista davanti al ministero del Tesoro «contro la speculazione delle banche» e per «elezioni subito». Per il segretario Paolo Ferrero, «la speculazione finanziaria in Europa c’è perché la Bce è l’unica banca centrale del mondo a non comprare direttamente i titoli di Stato. Finché la Bce continuerà a prestare i soldi alle banche private, ma non agli Stati, la speculazione continuerà. Per questo chiediamo che si cambi la politica europea: è la condizione per impedire la speculazione. Di fronte ad un problema del genere bisogna che decida il popolo, non i tecnocrati europei e, sotto dettatura, il Parlamento italiano». Allarme rosso anche per Oliviero Diliberto, segretario del Pdci. «Un governo composto da chi, fino a ieri, si è fatto la guerra in parlamento e nel Paese è una sorta di governo-truffa». Il Pdci propone «un patto di consultazione» alle «forze democratiche dentro e fuori dal parlamento, che sono contrarie al governo tecnico e chiedono elezioni immediate perché hanno a cuore la democrazia e i destini delle masse popolari».Ma dentro il parlamento, a parte la Lega, al momento c’è solo l’Italia dei valori. Di Pietro lo dice, il suo no al governo Monti. Ma lo dice malissimo: Pdl e Pd «si accorgeranno che non possono stare insieme perché due maschi dentro la camera da letto non fanno figli». Battuta impresentabile ma «involontaria», dirà in serata, scusandosi, mentre sul web e sulle agenzie si scatena l’inferno contro di lui, in prima fila le associazioni gay che (giustamente) lo impallinano. Quanto a Monti, stima per l’uomo, dice l’ex pm, l’Idv dice no e poi valuterà i suoi provvedimenti di volta in volta. Ma nel suo partito non la pensano tutti come lui. Domani mattina dovrà convincere i gruppi parlamentari.

(Da CONTROLACRISI.ORG)

L’ ultima rottura di Fausto

Daniela Preziosi: Sinistra inutile, l’ ultima rottura di  Fausto

Bertinotti scettico sull’Ulivo: «Serve accompagnare i movimenti che respirano l’aria della rivolta». Doccia fredda su Sel. Perplessità fra i suoi. Giordano: «Non sono d’accordo ma il dibattito serve. Poi Vendola deciderà»

Contrordine compagni, gli accordi con il Nuovo Ulivo non vanno bene. Naturalmente Fausto Bertinotti non la scrive così, nell’editoriale in uscita nei prossimi giorni sulla rivista Alternative per il Socialismo, ma più o meno è questa la traduzione dal bertinottese che ne danno i suoi esegeti. Il padre nobile di Sinistra ecologia e libertà, alla quale non ha aderito, preferendo la ricerca teorica all’impegno pratico, indica una nuova svolta. Anzi una rottura, come ai vecchi tempi.
L’articolo, in realtà anticipato per stralci dal manifesto del 23 settembre, è la risposta dell’ex presidente della Camera al dibattito aperto da Rossana Rossanda sul tema della crisi. Domani però il settimanale Gli Altri diretto da Piero Sansonetti ne pubblica altri stralci. Che picchiano a sinistra. La sinistra, scrive, «non ha saputo dire di no alla manovra del governo». «Aver accettato di discuterne i contenuti, quand’anche per criticarli, all’interno della sua cornice (che è poi la sua filosofia, cioè la sua ispirazione di fondo) e dei tempi di approvazione dettati dall’oligarchia di comando ha fatto della sinistra un desaparecido, un ente pressoché inutile». Oggetto della critica sembrerebbe il Partito democratico. «È il recinto il fondamento della nuova politica. Dentro o fuori. Se stai dentro è omologazione, se stai fuori è protesta». Il compito della sinistra, quella vera, è dunque «rompere il recinto» altrimenti «lo stato di necessità oggi rivendicato in nome dell’eccezione (la crisi) diventerebbe la regola di un modello economico e sociale regressivo, quello dell’Occidente del XXI secolo». «La politica (della sinistra) potrebbe rinascere solo come l’araba fenice, cioè solo dalle sue ceneri», «alimentare quella rottura da cui possa rinascere un pensiero critico radicato nell’esperienza sociale, un processo di trasformazione e la resurrezione della sinistra».
Ma se questa è l’analisi, «è possibile accettare di essere coinvolti in una impresa di governo? O non succede invece che la stessa accettazione di partecipare a un governo diventa una rinuncia alla lotta politica e dunque una sconfitta storica, una resa?», si chiede Sansonetti. Insomma, attutita dal fascino dialettico, in questo scritto potrebbe esserci una sconfessione della linea di Vendola, e della famosa «foto di Vasto» con Bersani e Di Pietro, ovvero l’incontro di metà settembre in cui si è messa la prima pietra di un’alleanza fra Sel, Pd e Idv?
Anche perché, per inciso, qualche distanza fra Bertinotti e Vendola si è già segnalata. Sulla legge elettorale. L’ex segretario Prc ha firmato fra i primissimi il referendum Passigli per la proporzionale, gradito a D’Alema e poi ritirato dal suo estensore. Vendola ha fatto una raccolta all’ultima firma sul referendum Parisi per il ritorno al Mattarellum, che invece piace a Veltroni. Di base, due idee diverse per andare al voto: correre soli o in coalizione.
Vendola, affaccendato nelle vicende della sua Puglia, per ora non commenta. Ma oggi è atteso a Bologna in un dibattito con Romano Prodi, padre dell’Ulivo e nonno del Nuovo Ulivo. Il suo «cerchio magico», tutti ex bertinottiani, stempera. «La discussione è il lievito della politica, ma forse siamo abituati a far prevalere i personalismi e i rancori. Invece l’analisi di Fausto è limpida», dice Franco Giordano, l’ultimo segretario Prc prima della scissione da Paolo Ferrero. «E io la condivido. Sono solo più ottimista sulla possibilità di un intervento attivo, l’unico che può rendere possibile un big bang per far rinascere la sinistra. In coerenza con le scelte fatte finora, non investirei solo nella rivolta: stiamo nei movimenti per avere la forza necessaria per costruire un grande soggetto di sinistra. Per questo vogliamo le primarie: perché tanto più prospetti una piattaforma politica ed economica alternativa, tanto più si aprono le contraddizioni. Nello stesso Pd. È bastato un incontro a Vasto e si è scatenato di tutto». Rottura, stavolta con Fausto? «Neanche per idea. Con lui c’è sempre da imparare. E comunque, il nostro tentativo potrebbe non riuscire, ma non riesco a pensare che non sia necessario». Così Gennaro Migliore, già capogruppo alla Camera con l’ultimo Prodi: «Stare nei movimenti e in mezzo al tuo popolo è essenziale per essere poi lo strumento della sua battaglia. Bertinotti ha fatto un’analisi sulla quale riflettiamo. Spetterà al leader del partito fare le scelte operative. Le ceneri da cui la sinistra deve risorgere ci sono già: quelle del 2008». Più scettico di tutti invece Claudio Fava, che proviene dalla sinistra Ds: «È il tempo della chiarezza. È vero che in nome dell’emergenza e della crisi un centrosinistra miope costruisce accordi su rischiosi governi tecnici. E per noi il perimetro dell’alternativa non serve a mettere bandierine, ma a rendere fattiva una proposta politica alternativa al berlusconismo e al linguaggio che ci ha lasciato. Quello che mi interessa è verificare se è possibile lavorare ad una concreta ed efficace agenda di governo fra le forze politiche. E non inseguire la profezia di una fine e di un inizio. Un vizio politicista, e un po’ vecchiotto».

FONTE: il manifesto, 29/09/2011
(Controlacrisi.org)

Intervista a Massimo Rossi (Portavoce FdS)

Cara Sinistra, soltanto la partecipazione diretta

ti salverà  dal politicismo  !!

Sezione | Interviste
Intervista a Massimo Rossi (da controlacrisi.org 28/03/2011).

di Stefano Galieni

Massimo Rossi, un passato nella nuova sinistra, poi fra i fondatori del Prc e da venerdì portavoce nazionale della Federazione era ieri in piazza, con i movimenti per la difesa dell’acqua come bene comune e per ribadire il suo no al nucleare e alla guerra. Ha assunto questo ruolo in un momento difficile e impegnativo tanto per la Fds quanto per il contesto politico e sociale.

«C’è la necessità di far partire davvero la Federazione. Quando è nata è stata, secondo me il giusto tentativo di mettere insieme forze politiche e movimenti che non si ritrovano nel pensiero unico dominante. Sapevamo che sarebbe stato inevitabile un processo in cui gruppi dirigenti e base avrebbero avuto un ruolo diverso. Ora, e in tal senso intendo il mio incarico, si tratta di riuscire ad allargarsi alle tante soggettività collettive e individuali sapendo che si sta costruendo un lavoro in comune e non un partito. Lo possiamo fare prendendo di petto la crisi della forma partito e della rappresentanza per cercare soluzioni creative e non distruttive, partendo da quello che c’è ma sapendo che c’è una società in fermento da intercettare».

Si parte dalla piazza sapendo che ti aspetta una agenda politica molto impegnativa

Venerdì sera ho ricevuto migliaia di complimenti e di incoraggiamenti, ma la risposta che davo era comune. Si tratta di un lavoro collettivo che inizia da subito. Quindi tutti in piazza con la testa o almeno con il cuore per le legittime e condivise rivendicazioni di questi movimenti di cui facciamo parte, mi sembra un buon modo per inaugurare questa impresa. Mi piacerebbe anche partendo da questo riuscire a portare una ventata di novità e dimostrare, con l’aiuto di tutte e di tutti che si possono fare grandi passi.

Ti sei presentato come un “sindaco di movimento”

Di fatto sembra si sia dimostrato, che è possibile ed efficace anche in termine di qualità dei risultati e rispondendo alle attese, amministrare stando dentro ai conflitti e non soffocandoli o tentando di anticiparli. Solo la partecipazione diretta delle persone produce secondo me cambiamento, ci può togliere di dosso le tossine di un modello culturale oltre che politico ed economico. Credo sia un metodo da perseguire anche internamente. I soggetti politici devono superare la modalità dello scontro, la logica di maggioranza e minoranza, la costruzione di fragili equilibri. Bada bene, questo per la mia esperienza è un problema che attraversa tanto i partiti quanto alcuni percorsi nei movimenti. Il movimento per l’acqua ci ha dato una grande prova di capacità do risultare efficace lavorando non sulla base di rapporti di forza ma sull’unità nella priorità dei contenuti. Credo che questo sia fondamentale, anche sapendo che crea discriminanti positive, solchi salutari, opzioni politiche. A mio avviso la guerra, e i piani di Marchionne sono due elementi imprescindibili a cui opporsi, soprattutto in questa crisi dove non ci si può limitare alla difesa. Dobbiamo delineare collettivamente una alternativa e praticarla a dove è possibile per indicare un altra ipotesi di futuro, rivendicando autonomia dal centro sinistra. Basta guardare le realtà locali, spesso le amministrazioni governate da queste coalizioni fanno scelte diverse da quelle che spetterebbero alla sinistra. Non si tratta secondo me di non cercare convergenze, la difesa della costituzione e della democrazia sono fondamentali, ma di difendere la costituzione reale, quella messa sotto attacco da Marchionne contro i lavoratori, quella violata dall’ennesima guerra. Non possiamo limitarci a difendere lo status quo ma lavorare avendo in mente che il problema non è solo Berlusconi ma la mortificazione dei principi fondanti della democrazia e della nostra costituzione. Per questo è importante essere in piazza il 2 aprile contro la guerra, il 6 maggio nello sciopero generale della Cgil e in tutte le vertenze locali e nazionali che abbiano queste caratteristiche.

Nelle ultime elezioni regionali solo nelle Marche si è realizzata una alleanza con Sel. Come è stato possibile?

L’importante è partire da ciò che si pratica. Nei territori diventa più facile valorizzare ciò che c’è nel sociale superando le resistenze e i tatticismi delle segreterie politiche. Noi abbiamo costruito alleanze in campo aperto. Abbiamo nelle Marche riunito non solo le forze politiche ma i comitati ambientalisti, i collettivi studenteschi, i singoli cittadini, creando un contesto da cui era impossibile sfilarsi. Avrebbe significato non condividere le ragioni per cui si faceva politica. Si è rivelato un modo per costruire una unità “per” invece che una unità “di”. Ci hanno favorito le tante persone che avevamo davanti e che ci chiedevano di costruire partecipando.

Questo è un paese in forte fermento ma c’è sfiducia nella politica e spesso prevale un senso di irrappresentabilità.

Hanno buone ragioni a dire che la politica è lontana, ci abbiamo messo tutti del nostro per far maturare questa sfiducia. Dobbiamo però tentare di superarla e non di eluderla, in maniera innovativa. La società deve cambiare dal basso ma se non ci si proietta su dinamiche più globali si rischia la sterilità. Occorre pazienza, capacità di ascolto, voglia di riconoscere nella sfiducia gli elementi costruttivi ma anche quelli distruttivi. Anche le assemblee spesso diventano però spazi di leaderismo e su questo bisogna agire anche perché visto che il tema della rappresentanza è serio, non è possibile che si finisca con affidarci a soggetti conformi al modello di sviluppo imperante e meno alternativi di ciò che sembrano. Conto molto sui tanti lavoratori e sulle loro vertenze, sui gruppi di acquisto solidali, sull’agricoltura delle filiere corte, sul mondo variegato di chi si da da fare. Se ci chiudiamo al nostro interno rischiamo di fare una battaglia navale in un bicchiere d’acqua.

Cosa vuoi dire a chi non ha partecipato alla tua elezione?

Si tratta di dinamiche dovute a problemi interni o di tipo organizzativo, per utilizzare una metafora letteraria, “di configurazione della nave”. Secondo me il problema di costruire bene la nave si pone figuriamoci, e dobbiamo lavorarci tutti ma dobbiamo pensare di più all’oceano da attraversare, provare la “nostalgia” dell’oceano.

C’è chi nella Federazione critica molto il suo carattere monosessuato.

Vorrei evitare di dire cose scontate ma so che su questo versante scontiamo un grave ritardo. Dobbiamo recuperarlo insieme valorizzando e costruendo le soluzioni, praticando le regole senza deroghe o promuovendo principi ancora più stringenti Non amo la politica degli annunci, voglio contribuire anche su questo versante a praticare cambiamento anche nei territori. Dai movimenti femministi dobbiamo imparare come si superano le logiche di dominio che hanno inquinato e inquinano le organizzazioni politiche. Lo ritengo un contributo fondamentale sia per ragioni di giustizia, sia perché fra le compagne trovo più facilmente un approccio diverso e più avvezzo alla condivisione e alla partecipazione che sono i cardini del mio fare politica.

Videolettera a Nichi Vendola

Paolo FERRERO (17.11.10) – VIDEOLETTERA A NICHI VENDOLA


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