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Lo sciopero ai tempi del neofascismo

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Rimane il fatto che la prima regolamentazione dello sciopero per i lavoratori pubblici risale soltanto a una legge del 12 giugno 1990. All’epoca era presidente del Consiglio l’ultimo Andreotti, il cui governo brillò anche per l’approvazione della famigerata legge Mammì, per protestare contro la quale si dimisero cinque ministri: tra essi, a suo onore, l’attuale presidente della Repubblica.

Erano gli ultimi vagiti del malgoverno del Caf, che avrebbe di lì a poco portato a Mani Pulite, alla caduta della prima Repubblica e alla nascita del regime Berlusconiano che sdoganò apertamente la destra italiana, fino ad allora mascheratasi dietro le politiche nazionalsocialiste di Craxi: prima fra tutte, la battaglia contro la scala mobile che tutelava parzialmente il potere d’acquisto dei salari e degli stipendi dei lavoratori, di fronte all’inflazione causata dall’aumento dei prezzi da parte dei venditori.

Nel corso dei successivi venticinque anni i diritti dei lavoratori sono stati sistematicamente spazzati via uno ad uno: dapprima, timidamente, da Berlusconi, e poi, bullescamente, da Renzi. Fa quasi tenerezza ricordare che nel 1970, quando il vento spirava in direzione contraria, era stato approvato persino uno Statuto dei Lavoratori, che letto oggi provoca ai renziani lo stesso prurito che avrebbe provocato ai fascisti durante il ventennio di Mussolini.

A Renzi, che da sempre parla come e per conto di Marchionne, i diritti dei lavoratori sono sempre apparsi inutili ostacoli sulla via del profitto degli sfruttatori e dell’uso degli uomini come ingranaggi, come in Metropolis di Fritz Lang o Tempi moderni di Charlie Chaplin. E non gli è parso vero di poter cogliere al volo l’assemblea dei lavoratori del Colosseo (peraltro tenuta nel rispetto delle leggi vigenti, come recita appunto la Costituzione) per piantare un altro chiodo nella croce dei lavoratori, assimilando per legge il turismo ai servizi pubblici essenziali.

Peccato che, mentre i servizi pubblici sono (o dovrebbero essere) al servizio dei comuni cittadini, il turismo sia invece la mangiatoia dei soliti succhiaruote: cioè, i profittatori privati e lo Stato. Per il resto di noi il turismo rientra spesso nella categoria dei disservizi pubblici, e i turisti non sono altro che mandrie di barbari che invadono le nostre città d’arte, rendendole invivibili e ingestibili per gli abitanti e i visitatori (che appartengono a una specie diversa dai turisti).

Se avessimo un presidente del Consiglio degno di questo nome, in particolare munito di mandato elettorale e competente, lo vedremmo all’opera per indirizzare il turismo nella direzione dello sviluppo sostenibile: in particolare, privilegiando l’alto rendimento economico e il basso impatto ambientale, in cambio di investimenti massici per la qualità.

Tra questi ultimi rientrano ovviamente i pagamenti degli straordinari, per i quali i lavoratori di ieri manifestavano, e i cui fondi sono stati appunto sbloccati in concomitanza con la manifestazione. Anche se, con la limitazione del diritto di sciopero dei lavoratori del turismo, il governo si è assicurato che in futuro nel settore non sarà più possibile protestare in maniera efficace per i propri diritti. Gli altri settori seguiranno presto, nell’attesa di eliminare del tutto i sindacati, come avvenne in Germania il 2 maggio 1933. Non a caso, il giorno dopo la festa del 1 maggio, la stessa in cui Renzi voleva precettare i lavoratori dell’Expo in ossequio ai “più alti interessi della nazione”: cioè, degli espositori e suoi.

di Piergiorgio Odifreddi da “Repubblica.it”

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La politica non è proprietà privata

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Ecco la lettera di Landini che convocava la riunione di oggi a Roma per preparare la manifestazione del 28 e lanciare la coalizione sociale

Nelle scorse settimane abbiamo incontrato molte associazioni, reti, movimenti e “personalità” , con cui abbiamo ragionato sulla necessità di un momento assembleare, lontano dal clamore e dalle attenzioni dei media, per dibattere in modo libero e aperto l’ipotesi di costruire una “coalizione sociale”.

Ho avuto la fortuna di potermi confrontare, prima e dopo l’assemblea nazionale delle e dei delegati della Fiom, con molti e di condividere sin da subito l’idea che il tentativo di costruire una coalizione sociale muove da una certezza: la politica non è proprietà privata. Questo convincimento deriva dalla nostra Costituzione, che promuove esplicitamente la partecipazione alla vita pubblica e sostanzia la democrazia con la centralità della cittadinanza, a partire dal lavoro e dalla rimozione degli ostacoli sociali e culturali che dovessero impedire il contributo di ciascuno al bene comune.

La necessità di provare a costruire una coalizione sociale è dettata da due assunti che si stanno affermando, dettati dallo “stato di necessità” che la crisi economica e sociale veicola e dalle politiche di austerità europee. “La fine del lavoro” e “la società non esiste, esistono solo gli individui e il potere che li governa” credo diano vita allo spettro di un futuro già presente con cui siamo chiamati a fare i conti in tutta Europa.

La riflessione e le pratiche, a mio avviso, devono avere l’obiettivo di una Europa democratica e solidale come spazio di coesione per impedire la competizione tra i lavoratori e la “guerra tra poveri”. Le politiche della Commissione e della troika, anche in Italia, oltre che nel resto d’Europa, stanno mettendo in discussione la democrazia (modificando la Costituzione con l’introduzione del pareggio in bilancio e riscrivendone più di un terzo), il lavoro e i suoi diritti (da ultimo con il Jobs Act), l’istruzione e la formazione (con un disegno di legge, ignorando la legge di iniziativa popolare sulla scuola), la salute (con la cancellazione delle politiche di prevenzione e della sanità pubblica), i beni comuni e la cultura (privatizzando sia il nostro patrimonio sia i luoghi e i mezzi della cultura e distruggendo l’ambiente, senza rispettare il mandato popolare dei referendum), la giustizia (attraverso la sostanziale impunibilità dei reati connessi alla finanza e all’economia e la riduzione delle iniziative di contrasto alle mafie).

Tutto sta cambiando in tempi rapidi e indietro non si tornerà: per questo è necessario superare le divisioni, il frazionamento, le solitudini collettive e individuali e coalizzarsi insieme per una domanda di giustizia sociale sempre più inascoltata e senza rappresentanza. Con questo spirito condiviso da molti dovremmo trovare il modo di dare forma e forza ad un progetto innovativo, individuando punti di programma condivisi nello spazio nazionale, ma fondamentale è che la coalizione abbia radice e si sviluppi nei territori. I territori e la rete debbono essere i due spazi di partecipazione e di integrazione fra contatto umano e comunicazione digitale e di un nuovo mutualismo nelle pratiche: conta quello che si dice ma di più quello che si fa.

La coalizione sociale potrà esistere se ognuno stabilirà di esserne parte e il suo futuro sarà deciso da tutti e insieme. Per noi deve essere la realizzazione di una visione nuova del lavoro, della cittadinanza, dei diritti, del welfare e della società. Per realizzare questo percorso, la coalizione sociale dovrà essere indipendente e autonoma: significa che per camminare dovrà potersi reggere sulle proprie gambe e pensare collettivamente con la propria testa.

Queste poche righe per invitarti\vi ad incontrarci a Roma presso la Fiom nazionale – corso Trieste 36 – sabato, 14 marzo 2015 alle ore 10.00.

Cari saluti Maurizio Landini

Cgil Milano, linea dura della Camusso: i dissidenti non parlano.

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Cgil Milano, linea dura della Camusso: i dissidenti non parlano. E giù spintoni
Momenti di tensione a Milano all’attivo regionale della Cgil che ha visto la partecipazione del segretario generale, Susanna Camusso. Una decina di militanti del sindacato guidati da Giorgio Cremaschi, ha inscenato una protesta nella sala dove si stava svolgendo l’incontro, a cui non è stata invitata la Fiom. Motivo del dissenso il sistematico impedimento a prendere la parola per spiegare le ragioni del dissenso dall’accordo sulla rappresentanza. Tra scontri verbali sono volati schiaffi e spintoni. Cremaschi, esponente storico della Fiom (ora allo Spi-Cgil.), ha detto: ”Presenteremo una denuncia alla Procura della Repubblica. Noi contestiamo l’accordo sulla rappresentanza e volevamo intervenire” ”Noi contestiamo l’accordo sulla rappresentanza e abbiamo presentato un volantino che ricorda che oggi – sottolinea Cremaschi – e’ il 30mo anniversario del decreto Craxi che aboli’ la scala mobile, riteniamo che l’accordo del 10 gennaio sia altrettanto grave”.

Al termine della relazione introduttiva Nico Vox, delegato dell’istituto milanese “Don Gnocchi”, dove il documento alternativo ha battuto il documenti di maggioranza – ha chiesto di parlare per spiegare le ragioni del disaccordo prima della prevista raffica di interventi di dirigenti favorevoli “senza se e senza ma”. A quel punto il gruppo di delegati critici è stato circondato dal servizio d’ordine, con Susanna Camusso a pochi metri di distanza, mentre dalla presidenza si inveiva gridando “avete altre sedi dove parlare, non qui”. Ad un certo punto la “pressione” è diventata un’aggressione vera e propria, con i delegati che sono stati letteralmente spintonati fuori dalla sala. Nico Vox ha riportato varie contusioni nella mischia rugbistica, mentre dal gruppo di delegati si gridava contro la “Corea del Nord” in cui si sarebbe a questo punto trasformata la Cgil.

Cremaschi ha sottolineato che ”anche la Camusso e’ responsabile perche’ e’ venuta da noi, le abbiamo chiesto di intervenire ma non ha fatto nulla”. Smorza i toni il segretario della Cgil Lombardia Nino Baseotto: ”E’ un attivo non contro qualcuno – spiega Baseotto -. Cremaschi poteva entrare come rappresentante. Credo non sia il caso di pretendere di poter parlare per primo quando c’e’ una fila di delegati in attesa prima di lui. Ci sarebbe voluto un po piu di rispetto”.

La Fiom in una dichiarazione sottolinea che non era presente all’incontro. E tuttavia denuncia che al Teatro Parenti e’ stato impedito l’intervento di Cremaschi.

”Abbiamo criticato pubblicamente la decisione di Cgil Lombardia di non coinvolgere la categoria dei metalmeccanici in una assemblea confederale dei delegati con all’ordine del giorno il testo unico sulla rappresentanza, ma – e lo ribadiamo – non essendo stati invitati non c’eravamo proprio. Nessun blitz, quindi, nessuna irruzione”, afferma la Fiom in una nota. ”Noi siamo la Fiom: dissentiamo, rivendichiamo, non provochiamo. Non permettiamo a nessuno di strumentalizzare le nostre posizioni, trascinandoci su un terreno che non ci appartiene. Detto questo, consideriamo grave e preoccupante che ad un componente del Direttivo nazionale della Cgil e primo firmatario della mozione congressuale ‘Il sindacato e’ un’altra cosa’, sia stata negata la parola. L’esclusione dei metalmeccanici ad un attivo della Cgil e quanto e’ accaduto questa mattina confermano l’esigenza di una discussione all’interno della confederazione: la democrazia e’ una cosa seria, non un optional”, conclude la nota.

14/02/2014 14:21 | LAVOROITALIA | Autore: fabrizio salvatori (da controlacrisi.org)

A Pomigliano riprende la mobilitazione operaia

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A nessuno è andata giù la richiesta della direzione aziendale della Fiat di imporre due sabati lavorativi per il 15 ed il 22 giugno.

I lavoratori in produzione, che sottostanno a ritmi impossibili durante l’intera settimana, devono protrarre per ulteriori due giorni la settimana lavorativa; il loro malumore cresce ed i sindacati che hanno firmato lo sciagurato accordo (Fim Cisl, Uilm, Fismic) si rifiutano oggi di indire assemblee retribuite in fabbrica, temendo la rabbia dei lavoratori.

Sono perfino arrivati senza vergogna a trasformare in produzione aggiuntiva le 10 ore di assemblea previste dallo Statuto dei lavoratori.

I cassintegrati sono ulteriormente beffati dalla richiesta aziendale dei sabati lavorativi, a riprova che per loro non esiste nessuna realistica prospettiva di rientrare in produzione.

Ma questa volta una risposta dei cassintegrati c’è stata. Superando vecchie diffidenze reciproche, operai appartenenti alle diverse componenti del sindacalismo conflittuale hanno iniziato un percorso comune incontrandosi in due riuscite assemblee il 29 maggio in sede FIOM ed il 4 giugno in sede SLAI COBAS.

Nella seconda assemblea, estesa al “Comitato delle donne” ed alle organizzazioni politiche (M5S, Sinistra critica, Comunisti Sinistra Popolare), è stata proposta ed accettata una linea di unità tra i lavoratori in produzione ed in cassa integrazione della sede centrale nonché delle sedi periferiche (Nola) e dell’indotto.

Il 15 ed il 22 giugno ci saranno presidi ai cancelli per interloquire con i lavoratori in produzione e convincerli ad unirsi alla lotta dei cassintegrati per il lavoro per tutti.

Le divisioni indotte dal referendum di Marchionne potrebbero essere ricomposte ed il disastro industriale di Pomigliano potrebbe essere adeguatamente fronteggiato.

Umberto Oreste

Da (Fabur 49- Sinistra Critica)

Costituzione Fiom. Il popolo delle tute blu invade Roma “per i diritti di tutti”

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“Democrazia e Costituzione si difendono praticandole”. Non è la strabocchevole Fiom del 16 ottobre del 2010. E forse nemmeno voleva esserlo. L’effetto “Roma in rosso” dei cinquantamila in via Merulana, però c’è tutto. E lascia ancora una volta senza fiato. Dietro gli striscioni dei rappresentanti sindacali delle varie aziende, ci sono i volti segnati dalla nottataccia in pullman. Si intona solo “Bella ciao” e “Berlusconi a San Vittore”, ma certo non è il corteo amico del governo Letta. Non è un caso se vice-ministri e parlamentari del Pd se ne sono tenuti a distanza. Tante invece le bandiere del Prc, a fianco a qualcuna di Sel e di Azione civile, N5S.

Il leader della Fiom Maurizio Landini, dal palco, lancia subito il guanto di sfida: “O l’esecutivo cambia quello che han fatto Monti e Berlusconi oppure siamo pronti alla mobilitazione”. Qualcuno potrebbe obiettare che è un po’ poco per una alternativa di società, ovvero per un ruolo politico del più grande sindacato dei metalmeccanici. Difficile però sfuggire alla sensazione che la miccia è accesa. E lo slogan “questo è un inizio” suona come un impegno solenne.

Ecco perché Landini dal palco insiste tanto su democrazia e Costituzione. E’ la democrazia del “poter contare”, così ostica sia a una parte del sindacato, impastoiato in un accordo per momento ancora sui generis sulla rappresentanza, che al Governo, lanciato nella direzione opposta al risultato del voto di febbraio scorso. Quel “poter contare” scritto a chiare lettere nella Costituzione delle Repubblica italiana e per difendere la quale la Fiom mette tutto il suo peso.

Landini si tiene ben lontano dal linguaggio sindacalese. Chiama le cose con il loro nome. I nomi che definiscono la drammatica condizione delle persone, cittadini e lavoratori, in questo periodo di crisi: redistribuzione della ricchezza, patrimoniale, reddito di cittadinanza, estensione della cassa integrazione a tutti i lavoratori, ovunque collocati, tavolo sulla Fiat e sulla politica industriale. Un “programma minimo” perché a pagare la crisi non siano sempre gli stessi. E perché, soprattutto, non se ne esca con un grande salasso dei diritti in nome di quella competitività tra poveri che davvero potrebbe trasformare la crisi in tragedia. Insomma, c’è il rischio che la famosa “uscita da destra” venga spianata proprio dal governo delle larghe intese. “Il Bangladesh non è così lontano”, sottolinea Landini riferendosi alla lotta dei facchini della logistica.

E allora i diritti, “per tutti e di tutti”. Su questo, l’intervento di uno straordinario Stefano Rodotà, galvanizzato dall’abbraccio corale della piazza, è una imperdibile lezione di diritto costituzionale spiegato alle tute blu. Un pezzo da incorniciare, che parte dall’assioma, “assenza di lavoro, assenza di democrazia”. La battaglia per uscire dalla crisi è anche la battaglia per non ridurre questo Paese retto da una sola intoccabile legge, quella del mercato. “Non possiamo aspettare oltre”, chiude Rodotà in mezzo ad un diluvio di applausi.

“Grazie di esistere” urla dal palco Gino Strada, che fa un quadro drammatico del Bel Paese, “in cui ogni giorno ci sono 600 nuovi poveri e in un mese si perdono centomila posti di lavoro”. Difficile uscirne se quelli che stanno al comando, dice Strada, pensano a “soddisfare i bisogni della banche più che quelli delle persone”. Landini su questo usa tutta la diplomazia possibile, ma anche tutta la determinazione necessaria: “Come si puo’ essere al governo con Berlusconi ed avere paura di essere qui in questa piazza? Noi siamo la parte migliore di questo paese”. E nel retropalco Sergio Cofferati, europarlamentare del Pd, commenta: ”Speravo in un comunicato di condivisione degli obiettivi della Fiom come si faceva un tempo, distinguendo i ruoli. Quelli della Fiom sono obiettivi giusti, sono i problemi di milioni di persone che la sinistra politica come il sindacato deve rappresentare in tutte le forme”.

Landini fa a pezzi anche i generici impegni sul lavoro. Quello che manca, e che ancora non si intravede, per Landini, e’ un piano straordinario per l’occupazione che assieme ad una nuova politica industriale riesca a gettare le basi per superare tutte le piu’ grandi crisi aziendali. “In Italia il vero problema non e’ il costo del lavoro ma il fatto che se non investi, se non fai nuovi prodotti, continuerai a perdere sempre quote di mercato”, ammonisce, ribadendo la necessita’ “che si rilanci un piano con cui tornare ad investire anche nel settore pubblico come fa la Germania, la Francia e gli Usa… che non mi paiono paesi del socialismo reale”, aggiunge. E indica anche un modo per reperire le risorse, attingere da quei cento miliardi immobilizzati negli impieghi dei fondi pensioni. Che poi non si dica che la Fiom protesta e basta. “Se aspettiamo – sottolinea il leader della Fiom – c’è il rischio di raccogliere solo macerie”.

Infine, un passaggio Landini lo lascia anche per la Cgil, che in queste ore si sta affannando su un improbabile accordo sulla rappresentanza con Confindustria: “C’è un avanzamento – ammette Landini – ma ci deve essere il diritto di voto dei lavoratori e non le sanzioni sullo sciopero”. Tra gli altri, è intervenuto anche Nicola Nicolosi, della segreteria nazionale della Cgil, fischiatissimo al grido di “Sciopero generale”.

18/05/2013 19:20 | POLITICAITALIA | Autore: fabio sebastiani (Da Controlacrisi.org)

COSA SUCCEDE IN FIOM ?

“Il cambiamento in Fiom c’è. Chi ama questo sindacato non taccia”

In Fiom non è successo niente su cui valga la pena di soffermarsi e di riflettere? Un segretario nazionale è stato dimissionato dalla segreteria perché il suo dissenso è stato giudicato incompatibile con il segretario generale e quindi con l’incarico. Poco più della metà del comitato centrale dell’organizzazione ha eletto una nuova segreteria, più ampia della precedente e preventivamente omogenea al segretario generale.

Il diritto al dissenso è stato così equamente bilanciato dal diritto a cacciare chi dissente. Ma pare non sia successo niente. Una crisi nel gruppo dirigente di una bocciofila avrebbe suscitato più rumore. Il solo giornale che ha commentato , in anticipo e positivamente, la vicenda è stato il Sole 24 Ore. Poi silenzio, salvo una notiziola sul Manifesto che alterava la realtà. La realtà? Un lusso che non ci si può permettere di affermare ed approfondire.

Ecco allora che la vicenda della destituzione di Sergio Bellavita viene trasformata in un episodio increscioso di cui è meglio tacere. La politica non c’entra, sono altre le questioni, slealtà, ambizioni personali, forse peggio. Il fatto non sussiste.

In questi anni la Fiom è stata il simbolo e il riferimento di chi non si arrende. In Fiat ha detto no al ricatto di Marchionne e ha pagato assieme ai lavoratori un prezzo altissimo. Non ha scelto di salvare l’organizzazione anche quando i lavoratori perdevano tutto. Ha perso con loro non firmando e per questo è ancora viva.(…)

In un paese disabituato al rigore, quello della giustizia e della moralità non quello di Monti a favore delle banche, il no della Fiom ha coperto un vuoto politico enorme ed è diventato una cartina di tornasole della buona politica. Questo però ha avuto un doppio prezzo. La Fiom è diventata una specie di acquasantiera per una sinistra confusa e subalterna al moderatismo e al liberismo del centrosinistra, dell’antiberlusconismo di facciata, dei governi tecnici. E questo ha evitato un chiarimento di fondo, come avviene invece nel resto d’Europa. Per dirla più brutalmente, molti gruppi dirigenti a sinistra del Pd si sono nascosti dietro alla Fiom per continuare ad essere e a fare quello di prima. Così oggi c’è chi sta con la Fiom e contemporaneamente con chi sostiene Monti.

In secondo luogo la Fiom e il suo gruppo dirigente hanno ricevuto un ritorno di immagine che ha finito per supplire alle difficoltà dell’agire concreto. Così come negli anni della concertazione il sindacato confederale sembrava contare moltissimo mentre la condizione concreta dei lavoratori precipitava in basso, così il mito della Fiom si dilatava ben oltre la sua forza reale.

Naturalmente non c’è un male assoluto in questo. Se un gruppo dirigente usa un prestigio e un consenso superiori alla forza per far crescere nella libertà del confronto l’organizzazione che dirige, l’immagine viene usata bene. Se invece ci si presenta alle riunioni carichi di gloria solo per pretendere fedeltà qualunque scelta si faccia., questo non va bene, ma Landini e Airaudo si sono incamminati su questa seconda strada.

Sul piano delle politiche sindacali concrete non c’è dubbio che l’attuale maggioranza della Fiom abbia compiuto due significativi cambiamenti di rotta. Mentre i metalmeccanici e tutti i lavoratori accumulavano dissenso e sfiducia verso un sindacalismo confederale che lasciava passare senza vero contrasto tutte le peggiori controriforme di Monti, con la segreteria della Cgil è stata progressivamente attenuata la differenza e la lotta politica.

E soprattutto si è scelto di fare dell’accordo interconfederale del 28 giugno 2011 lo strumento, la piattaforma, per superare la stagione degli accordi separati. Questa davvero non è piccola cosa.

Quell’accordo rafforza e restringe la gabbia concertativa che da venti anni soffoca la contrattazione, Il contratto nazionale si può rinnovare solo se vengono concesse ulteriori flessibilità su tutte le condizioni di lavoro, fino alle vere e proprie deroghe. Tutti gli accordi nazionali firmati dopo quell’intesa hanno comportato brutali peggioramenti delle condizioni di lavoro in cambio di risibili aumenti salariali. Ai lavoratori sarebbe convenuto mantenere i vecchi contratti senza finti miglioramenti, ma le aziende non avrebbero firmato, perchè sono esse che fanno le piattaforme e decidono se e quando accordarsi.

La Fiom ha deciso di rivendicare il 28 giugno per i pallidi e mai applicati accenni che in esso si fanno ad una misurazione della rappresentanza sindacale. Questo per non essere più discriminata in Fiat e in altri luoghi di lavoro. Ma a parte il fatto che si tratta di intenzioni rimaste sulla carta, è evidente che una sia pur pallida possibilità di renderle concrete è strettamente legata alle disponibilità sindacali sulla flessibilità del lavoro.

Alle difficoltà e alle contraddizioni dell’azione sindacale si è poi aggiunta una sempre più marcata iniziativa politica. Anche questa scelta non è destinata necessariamente a produrre risultati negativi. Se viene vissuta e discussa in tutta l’organizzazione, se è una maturazione del conflitto sociale senza esserne un vincolo, essa è una manifestazione di quel principio dell’indipendenza sindacale che la Fiom mise nel suo statuto, anche con polemiche, nel congresso del 2004.

Anche qui però si è progressivamente affermata una doppiezza negativa. Mentre nelle riunioni interne si negava che che ci fossero scelte politiche in corso, all’esterno si lasciava crescere il mito del partito Fiom. Fino ad una recente intervista di Airaudo che parla, confusamente, di partito del lavoro, candidature e altro ancora. Non son più dirigente da qualche mese, posso però dire che finchè lo sono stato non ho mai partecipato a discussioni interne su questo tema.

Il cambiamento di linea c”è stato dunque, ed è cosi riemerso un dilemma storico del movimento operaio. Devi dire la verità o devi difendere l’immagine dell’organizzazione? La verità o la rivoluzione? Gramsci diceva la verità è sempre rivoluzionaria, e la storia gli ha drammaticamente dato ragione.

Landini ed Airaudo avrebbero dovuto ammettere il cambiamento, spiegarne le ragioni e accettare le diverse valutazioni. Invece si è usato il prestigio per affermare che nulla era cambiato e che chi affermava il contrario era un nemico dell’organizzazione.

E’ vero, chi lotta in situazioni difficili come quelle degli operai oggi, ha bisogno anche di fede. Ma questo suo bisogno non può, non deve essere usato per comandare. Se due dei licenziati di Melfi dicono che in Fiom le cose non vanno come dovrebbero, c’è il dovere di discutere e capire. E non è giusto rispondere al dissenso degli operai della Same di Bergamo con il trasferimento di Eliana Como.

In questi anni la Fiom è stata diversa dal palazzo anche per la sua vita interna. Mentre nella Cgil si affermavano le logiche di apparato, il voto di fiducia come conclusione delle riunioni, la crisi della partecipazione, nella Fiom vigeva la più ampia libertà di discussione. Questo non era solo un portato della della storia dei metalmeccanici, ma il frutto del lavoro dei gruppi dirigenti degli ultimi 18 anni, da Claudio Sabattini in poi. Ci si divideva aspramente se necessario, ed è successo, ma non scattava la ghigliottina per i dissenzienti dopo. Questo dava forza e intelligenza alla Fiom e a tutti i metalmeccanici. Landini ed Airaudo hanno rotto con questo principio ed hanno così provocato un danno all’organizzazione che dirigono.

La lotta per la democrazia nella fabbrica e nella società richiede la pratica della democrazia nelle organizzazioni che quella lotta conducono. E la democrazia è prima di tutto che chi dissente non viene punito.

Chi ama la Fiom e la sua storia trovi il modo di dirlo e non taccia, magari perché tentato di usare il bel nome dei metalmeccanici per rendere più appetibili le proprie scelte politiche e elettorali.

07/10/2012 19:14 | POLITICAITALIA | Autore: giorgio cremaschi (Da controlacrisi.org)

CREMASCHI: LANDINI E AIRAUDO SCELTE SBAGLIATE

Se le intenzioni di Maurizio Landini e Giorgio Airaudo sono quelle annunciate dai giornali, in particolare da Il Fatto, bisogna dire che il gruppo dirigente della Fiom ha preso una via completamente sbagliata, che va combattuta con forza e rigore.
Il 9 giugno dovrebbe esserci un incontro promosso dalla Fiom con i partiti del centrosinistra. A quell’incontro avrebbero dato la conferma della partecipazione sia Bersani, sia Vendola, sia Di Pietro. Domandiamo subito: qual è lo scopo reale di quell’incontro? Se la Fiom vuole proporre le sue opinioni sulle elezioni e sui programmi di governo credo che la strada debba essere un’altra. Quando si interviene nella politica lo si fa con piattaforme, e i contenuti di queste piattaforme devono essere discusse, verificate e decise con ampia democrazia. Questa è l’indipendenza sindacale scritta nello Statuto della Fiom. Tutto questo manca. Finora in Fiom si è parlato genericamente delle proposte della Fiom ma, almeno fino a quando sono rimasto presidente del Comitato centrale, non ho vissuto una riunione nella quale si definissero i punti precisi da presentare ad un incontro con le forze politiche. D’altra parte è abbastanza singolare la coincidenza tra l’avvio di un’offensiva di Vendola e Di Pietro verso Bersani per stringere un patto elettorale e di governo, e l’incontro promosso dalla Fiom. Può darsi che tutto sia casuale, (…) ma si fa fatica a crederlo, anche perché i giornali parlano di incontri preparatori di cui nessuno sa nulla. Infine c’è la sostanza. Cosa vuole la Fiom dalle forze politiche? Leggendo i giornali, risulta un insieme di richieste confuse e generiche, fatte apposta – direbbe un malizioso – per far andare tutti d’accordo. Domanda secca: se la Fiom incontra Bersani gli chiede di non votare la controriforma sull’articolo 18? E se la Fiom parla di prossime elezioni, chiede che uno dei primi punti del programma da sostenere sia la cancellazione, non la attenuazione, della controriforma Fornero sulle pensioni assieme a quella del lavoro? Il fiscal compact si accetta o si respinge? Il pareggio di bilancio in Costituzione resta così o viene rimesso in discussione?
Finora dovrebbe essere scontato che la Fiom chiede queste cose. E dovrebbe quindi essere scontato che le posizioni attuali di Bersani sono radicalmente diverse da quelle del sindacato dei metalmeccanici. E, tuttavia, quest’incontro viene presentato come quello che darebbe un contributo alla piattaforma unitaria del nuovo centrosinistra. Si vuole forse inserire qualche faccia della Fiom nella foto di Vasto? Non so se sarebbe una bella cosa sul piano elettorale, ma per i lavoratori sarebbe un disastro.
E’ bene allora che nella Fiom si apra una discussione a fondo, su dove si vuole andare. Da troppo tempo in quell’organizzazione l’immagine e lo spettacolo televisivo prendono il posto di una reale discussione politica. Questo mentre la situazione sociale del paese degrada e i metalmeccanici ne subiscono, come tutti, le drammatiche conseguenze. Pensare di affrontare questo con una mossa del cavallo, cioè con uno sparigliamento di carte per cui la Fiom si butta in politica, può certo piacere a chi sente in Italia il vuoto di una sinistra politica, ma non è una soluzione né per il sindacato né per la sinistra. Il gruppo dirigente della Fiom ha rinunciato in questi ultimi mesi a una battaglia contro la deriva moderata del gruppo dirigente della Cgil. Adesso si mette a fare politica in proprio, mentre la Cgil lascia passare l’attacco all’articolo 18. No, non ci siamo proprio.
Così la Fiom, anziché essere quel modello sindacale positivo, che ha suscitato tante speranze nel mondo del lavoro, rischia di essere parte della crisi della Cgil e persino di aggravarla. Le lotte eroiche dei metalmeccanici di questi ultimi anni non meritano di finire nel teatrino della politica italiana.

29/05/2012 17:46 | POLITICAITALIA | Autore: GIORGIO CREMASCHI (Da Controlacrisi.org)

Dove va la CGIL ?

Venerdì 13 Maggio 2011 11:12

di Giorgio Cremaschi [articolo pubblicato su “Liberazione” oggi, 13.5.2011)
Patto per la crescita. Questo è il titolo con cui è stato annunciato dalla stampa il documento votato poi a maggioranza dal direttivo della Cgil. La sintesi, per quanto brutale, chiarisce il senso negativo di questa scelta.
La Cgil fa propria la priorità della “crescita”, sulla quale si stanno orientando non solo le posizioni della Confindustria, ma tutta la politica economica dell’Unione Europea, del sistema bancario, del Fondo monetario internazionale. E’ una scelta profondamente sbagliata che, al di là delle cautele e delle attenuazioni di circostanza, accetta che la crisi possa essere affrontata con il rilancio dell’attuale modello di sviluppo. Tutti vogliono la crescita, ma la crescita di che? Quella dei salari, quella dei diritti sociali, quella dell’area dei beni comuni e dell’economia sottratta a una produzione di massa che distrugge tanto la salute delle persone quanto quelle del pianeta, oppure la crescita del Pil secca e brutale? Non si scappa da questo punto e assumere oggi la priorità della crescita significa inevitabilmente diventare subalterni alla strategia della competitività, della produttività, del profitto a tutti i costi che oggi anima gli indirizzi della Confindustria e dei principali governi europei.
Non è un caso che da questa scelta derivi sul piano sindacale il secco ridimensionamento del contratto nazionale. Per la prima volta il direttivo della Cgil auspica un contratto “meno prescrittivo e più inclusivo” che, tolto il sindacalese, vuol dire un contratto nazionale più leggero, che abbassi il livello delle tutele e dei diritti nella speranza di allargare l’area dei lavoratori compresi in esso.
Questo significa sposare una vecchia tesi, mai provata dai fatti. Quella dei vasi comunicanti dei diritti, per la quale si spera di estendere un po’ di tutele ai precari, ai disoccupati, al lavoro nero, abbassando la qualità e la quantità dei diritti medi per tutti. Questa teoria alimenta la campagna contro il “privilegio” di chi ha ancora la tutela dell’articolo 18 e che, non essendo licenziabile, non può essere sostituito da un giovane precario. La Cgil non ha mai sposato queste teorie, e non lo fa tuttora, ma il documento apre inevitabilmente ad esse dal momento che indebolisce complessivamente il ruolo e il peso del contratto nazionale. (…) Di cui vengono ridotte la funzione salariale così come quella normativa, in particolare sugli orari e le flessibilità. Si apre così la via alla cosiddetta articolazione della contrattazione, che nei fatti significa dare spazio alle deroghe “contrattate” dalle Rsu, soprattutto quando sono sotto ricatto occupazionale.
La Cgil respinge le clausole di responsabilità, con cui Marchionne in Fiat attenta alle libertà costituzionali dei lavoratori. Tuttavia accetta l’idea che ci sia una “esigibilità dei contratti”. Parola terribile questa, che nel linguaggio delle imprese significa una sola cosa: una volta che qualcuno ha firmato, non puoi più discutere, né tantomeno rifiutare.
Si apre così la via, come ha denunciato nel suo intervento contrario al documento Maurizio Landini, alla generalizzazione del sistema delle deroghe.
Oltre alle evidenti obiezioni di merito, c’è anche una fortissima obiezione politica a questa scelta della maggioranza della Cgil. Anche questa è stata argomentata nel direttivo, in particolare da Gianni Rinaldini. Che ragione c’era, dopo uno sciopero che ha dato un importante segnale di combattività di massa, che ragione c’era di proporre questa svolta? E’ stato detto forse nelle piazze del 6 maggio che si scioperava per il ritorno alla concertazione e per il patto sociale? E’ chiaro che questa scelta, giustificata con il solito motivo che la Cgil non può non avere una proposta, si dà una torsione negativa a tutto il movimento di lotta che si è sviluppato in quest’ultimo anno, a partire da Pomigliano. E’ tutto da discutere che questo movimento si sia sviluppato per arrivare al contratto leggero e a un nuovo sistema di regole finalizzato alla produttività e alla crescita. A me sembra, al contrario, che l’anima vera e profonda di questo movimento, sia stato il no al modello proposto dalla Confindustria e dalla Fiat, il no alla flessibilità e alla produttività come vie principali per la crescita, il no insomma al modello Marchionne non solo nella fabbrica, ma nella scuola, nella cultura, in tutta la società. Ci sono stati arretramenti in questa battaglia, difficoltà, sconfitte dolorose come alla Bertone. Ma l’anima vera del movimento di lotta è stata questa. Quella che chiedeva una piattaforma di cambiamento sociale fondata sui diritti e le libertà e non un nuovo patto con la Confindustria.
Con questa accelerazione moderata la maggioranza della Cgil ha riassorbito tutte le sue articolazioni interne e ha messo di nuovo ai margini la maggioranza della Fiom e la minoranza congressuale, che hanno votato contro.
Bisogna allora prendere atto che, pur tra conflitti e contraddizioni, è in atto un processo che punta alla sostituzione di Berlusconi con una concertazione politica e sociale di stampo neocentrista. La maggioranza della Cgil, con il suo documento, entra in questo processo politico. E’ vero che le confusioni del governo, le rigidità e gli applausi agli omicidi dell’assemblea della Confindustria, non rendono vicinissimo un nuovo accordo. Verso di esso però marcia la maggioranza della Cgil. Ed è questa una direzione di marcia pericolosa e anche sbagliata nella prospettiva, perché non solo l’Italia, ma tutta l’Europa è colpita dalla crisi del modello di sviluppo, dalle catastrofi sociali che provocano le politiche liberiste di risanamento quali quelle che stanno massacrando la Grecia, dall’assenza di una vera strategia di cambiamento sociale.
La mossa della Cgil può forse servire a rimettere nei giochi della politica la principale confederazione italiana, ma non affronta minimamente i drammatici problemi sociali del mondo del lavoro, la caduta dei salari e dei diritti, l’aggressione alla libertà dei lavoratori che si sta scatenando.
Il voto del direttivo della Cgil è sul piano sindacale l’equivalente degli indirizzi politici del Partito Democratico. Non coincide in tutto con essi, ma la direzione di marcia è quella. Alla base di quella scelta sta l’idea che si possa sostituire Berlusconi rendendolo inutile anche per le imprese, con un nuovo patto con questa Confindustria, questo sistema di potere economico, questo modello di sviluppo. Un’idea che comporta inevitabilmente la normalizzazione dell’opposizione sociale.
Di fronte a questo passaggio tutte e tutti coloro che, nel sindacato e nei movimenti credono e pensano ad un’altra prospettiva, oggi hanno il dovere di ritrovarsi per contrastare queste scelte e per costruire una piattaforma alternativa ad esse.

LIBIA

L’attacco alla Libia nella quale è pienamente coinvolto il nostro Paese, nuovamente in violazione dell’art. 11 della Costituzione, rischia di essere l’avvio, se non sarà fermato, di una nuova guerra coloniale.

La confusione provocata dalle ragioni “umanitarie” con le quali viene mascherata la guerra, rende più difficile sviluppare una mobilitazione vasta del popolo della pace, che è invece urgente e necessaria.

I compagni e le compagne del coordinamento de “La CGIL che vogliamo” della Lombardia esprimono contrarietà alla decisione presa dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sulla Libia che autorizza la creazione di una no-fly zone con tutti i mezzi disponibili, compreso il ricorso all’uso della forza.

L’Italia ha già partecipato a due spedizioni militari fingendo che fossero umanitarie (Afghanistan e Irak). Una (votata da tutti i partiti contro l’art. 11 della Costituzione) la stiamo ancora combattendo.

I primi bombardamenti su Tripoli con la partecipazione dell’Italia hanno tolto ogni ipocrisia sulle caratteristiche di una vera e propria azione di guerra.

I bellicisti nostrani fanno eco ai bellicisti d’oltre oceano. Obiettivo sarebbe quello di portare “ordine”, il nostro ordine è, ovviamente, quello di mettere le mani sul petrolio, oltre che quello di stabilire il controllo sul paese. Bisogna fermare gli irresponsabili prima che facciano altri danni.

Le implicazioni geopolitiche ed economiche di un intervento militare USA-NATO contro la Libia sono di vasta portata.

La Libia è tra le più grandi economie petrolifere del mondo, con circa 3,5% delle riserve mondiali di petrolio, più del doppio di quelle degli Stati Uniti. Le compagnie petrolifere straniere che operavano prima dell’insurrezione in Libia erano la francese Total, l’ENI dell’Italia, la China National Petroleum Corp (CNPC), Britisch Petroleum, il consorzio petrolifero spagnolo REPSOL, ExxonMobil, Chevron, Occidental Petroleum, Hess, Conoco Phillips.

Manifestiamo il nostro rifiuto ad ogni forma di guerra, intervento militare e uso della forza, anche per risolvere i problemi interni dei paesi.

Prima di tutto fermare le armi e giungere ad una soluzione condivisa, diplomatica e politica, sulla crisi in Libia, senza intervento militare.

Riaffermiano la determinazione a continuare la mobilitazione con tutte le forze pacifiste contro la guerra e per la pace, per cessare il fuoco e l’immediata sospensione di tutte le operazioni offensive in Libia, Siamo per il diritto alla sovranità e all’autodeterminazione per tutti i popoli.

Come si è già cominciato a fare in alcune realtà, invitiamo tutte le associazioni democratiche ad organizzare manifestazioni, presidi, volantinaggi e prese di posizione che esprimano un NO deciso alla logica feroce della guerra e la richiesta, di una offensiva internazionale di pace.


Per questo chiediamo alla Segreteria Nazionale della CGIL di esprimere una chiara e netta posizione contro l’intervento armato in Libia.


21-03-2011 (da  “La  CGIL  che vogliamo” Lombardia)

(Inviata da Coordinamento “La CGIL che vogliamo” Lombardia

Al coordinamento nazionale de “La Cgil che vogliamo”)

Comunicato 2 Marzo dalla “CGIL che Vogliamo”

 

Dal COORDINAMENTO REGIONALE LOMBARDIA

“LA CGIL CHE VOGLIAMO”

2 Marzo 2011

Per Vostra conoscenza,vi pubblichiamo il comunicato nazionale.

CGIL. LA MINORANZA A CAMUSSO: SUBITO DATA SCIOPERO GENERALE

(DIRE) Roma, 1 mar. – “La Cgil deve prendere atto della realta’, senza attestarsi su ulteriori e gravi temporeggiamenti: alla decisione del direttivo di proclamare lo sciopero generale deve seguire la definizione certa, in capo alla segreteria, di modalita’ e data dello stesso”. Lo chiede Gianni Rinaldini, coordinatore de ‘La Cgil che Vogliamo’ nel giorno in cui si riunisce la segreteria confederale. “L’accordo separato nel terziario- osserva il dirigente della minoranza interna- rappresenta un ulteriore pesante colpo ai diritti, al contratto nazionale, alla liberta’ delle lavoratrici e dei lavoratori. Dopo gli accordi separati dei metalmeccanici e dei lavoratori pubblici, la maggioranza dei lavoratori dipendenti nel nostro paese vive in uno stato di devastazione contrattuale. Confindustria, Confcommercio, piegate al modello Marchionne, in accordo col governo si adoperano strategicamente per il sostanziale annullamento del Contratto nazionale e l’isolamento della Cgil. Il tutto- prosegue Rinaldini- in un contesto di allarmante deterioramento del quadro economico politico e sociale del Paese, in cui crescono disuguaglianze sociali e precarieta’ mentre si riducono spazi democratici e diritti costituzionali”. Insomma la data dello sciopero generale deve “essere necessariamente ravvicinata per unificare le decisioni di lotta gia’ dichiarate dai sindacati dei lavoratori pubblici e della scuola”.

01-03-11


Rifondazione c’è!

Luca Mercalli: PREPARIAMOCI

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