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RUBARE IL FUOCO A PROMETEO È UN CRIMINE CONTRO L’UMANITÀ

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Il furto del fuoco rubato a Prometeo si narra in mille modi, però, comunque lo racconti, ricorda l’antichissimo e innato bisogno di emancipazione dell’uomo. E’ un tema universale: la lotta per il progresso, che è soprattutto lotta per la conoscenza e il possesso del sapere. Il fuoco non scalda i corpi diversamente da quanto la conoscenza riscalda l’animo dell’uomo e lo rende ribelle di fronte alla prepotenza del potere. Prometeo «colui che riflette prima», il Titano che ama il genere umano, altro non è se non la metafora d’una lotta inesausta, identica a se stessa nell’apparente trascorrere del tempo: lotta contro il potere dei pochi, affidato all’ignoranza dei molti. Prometeo non ha un suo tempo, perché il nostro passato è stato presente e il futuro domani diventerà un nuovo presente e poi ancora passato. Su tutto, dai primordi, quel conflitto senza il quale – ci ammonisce Eraclito – non ci sarebbe vita.

A fine Ottocento, Prometeo fu l’operaio in lotta per la scuola gratuita, aperta a tutti e per la refezione scolastica. Fu l’operaio che impose con le lotte ai falsi «vati» del liberalismo una legge di riscatto, smascherando l’inganno: non era onesto e non rispondeva ai bisogni reali della gente l’incitamento rivolto al legislatore da Carducci che, dall’alto della sua cultura diventata potere, scriveva con toni di padre e intenti patrigni: «sottraete il figlio del lavoratore alla sofferenza dell’alfabeto». L’operaio voleva soffrire di quella pena, perché ogni parola che imparava a leggere lo rendeva Prometeo e lo spingeva a rubare la scienza dei padroni. arma possente di liberazione. Si videro così cortei con le bandiere rosse attraversare i «corsi» e i «rettifili» di città, rifatte a misura di ricchi, pronte a mettere ai margini le «classi pericolose», facendo ricorso allo sfruttamento del lavoro. Ogni parola svelava il segreto che Prometeo aveva carpito ai numi: senza il fuoco della conoscenza lo sfruttato è il miglior alleato dello sfruttatore, perché non ha coscienza dei diritti.

Il fuoco esiste per riscaldare tutti e tutti hanno diritto all’alfabeto: chi lo userà per sfruttare e chi si approprierà del sapere per lottare.

Il futuro che seguì quelle lotte oggi è il nostro passato. Qualcuno l’ha chiamato «secolo dei lavoratori» e tutti i padroni lo sanno, benché non lo dica nessuno, perché ci sono verità che il potere nasconde come segreti di Stato: la generazione dei rivoluzionari bolscevichi nacque dall’improvviso regalo di uno zar narcisista più che riformatore: la scuola per tutti, gratuita e libera produsse il populismo russo e quest’ultimo i rivoluzionari. Quando si corse ai ripari, si fece la scuola di Renzi, ma era ormai tardi e cadeva il palazzo d’inverno, per merito dell’alfabetizzazione più che dei fucili.

Contro Prometeo, i padroni d’oggi hanno rovesciato la storia e rubato il fuoco, che lasciano deperire, riducendo in cenere le scuole e le università languenti. A chi vuole ravvivarlo si oppone la forza di titani maligni nemici del genere umano: dirigenti del nulla, che hanno il compito di spegnere intelligenze critiche e trasformare le scuole in fabbriche di sfruttati consenzienti, costringendo i docenti a rinnegare Prometeo. Per realizzare il progetto di questo governo liberticida, i dirigenti scolastici hanno scelto un nuovo modo di assumere docenti: un filmato in cui si veda per intero la figura di chi si «candida». E’ sempre più evidente: la nuova filosofia della conoscenza ha cancellato dalla storia l’apologo di Menenio Agrippa e il suo irrinunciabile insegnamento. Essa ci riconduce ai primordi dell’umanità, all’eterna lotta per la libertà contro il potere.

Prometeo però è immortale e il fuoco non può avere padroni. Sarebbe ora che Abravanel, Giavazzi, Ichino e tutti i sacerdoti del neoiberismo se ne ricordassero, invece d’inseguire fantasmi che hanno prodotto disastri: Prometeo non è un solo mito, è un modo d’essere dell’uomo nella storia di tutti i tempi. Come un passero intrappolato, piuttosto che vivere in gabbia, si rompono le ali contro le gabbie per riconquistare la libertà di volare, così l’uomo sfida le imposizioni e mette in gioco la vita, se il potere prova a imporgli un’ideologia di annientamento della sua libertà di scelta. Hai voglia di giocare con le parole. Se hai riconosciuto che la conoscenza è «un bene della vita», è inutile ricordare che costa, come costano le polizze assicurative, sicché i giovani che non possono permetterselo devono rassegnarsi, perché la scuola per tutti ha un prezzo troppo alto.

Non c’è prezzo troppo alto quando si parla di vita e perciò, finché c’è tempo, giù le mani dalla scuola. Sebbene a lunga combustione, una miccia giunge a innescare la carica esplosiva per cui è stata accesa. Qualcosa dovrebbe pur dircela la barbarie che monta ogni giorno di più. Da troppo tempo il potere ha rovesciato con la forza il corso della storia, rubando a Prometeo quel fuoco che filosofia della storia e leggi del progresso umano gli avevano imposto di rubare.

E’ tempo di restituire il fuoco al legittimo proprietario. Per il bene di tutti, padroni compresi.

Giuseppe Aragno da “La sinistra quotidiana”

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La cittadella del reuccio

ancona03-300x198Quel che sarà il par­la­mento ita­liano dopo che il dise­gno ren­ziano sarà giunto in porto è ampia­mente noto. La Camera dei nomi­nati e della mag­gio­ranza gover­na­tiva a priori fun­zio­nerà senza intoppi come cassa di riso­nanza e rati­fica; il Senato dei gerar­chi e dei pode­stà per­fe­zio­nerà l’accentramento dei poteri nelle mani dell’esecutivo. Il tutto per la legit­ti­ma­zione «demo­cra­tica» delle deci­sioni di palazzo Chigi. A quel punto l’Italia sarà un caso unico di Repub­blica mono­cra­tica domi­nata da un capo di governo ple­ni­po­ten­zia­rio, eletto da una mino­ranza di cit­ta­dini e posto in con­di­zione di con­trol­lare le auto­rità di garan­zia e tutti i poteri dello Stato, ecce­zion fatta (fino a quando?) per la magistratura.

Tra poco — pro­ba­bil­mente tra un annetto — que­sto pro­gramma comin­cerà a rea­liz­zarsi orga­ni­ca­mente. Ma non dob­biamo aspet­tare nem­meno pochi mesi per assa­po­rarne i primi frutti avve­le­nati. Quanto sta acca­dendo con la «riforma» della scuola è un’anticipazione molto istrut­tiva di ciò che ci attende. Un indi­zio e una prova tec­nica, som­mi­ni­strata per testare il paese e per assue­farlo al nuovo che avanza.

Rara­mente, forse mai prima d’ora, si era assi­stito alla scena di un ramo del par­la­mento ita­liano che vota in tran­quil­lità a favore di un prov­ve­di­mento di indi­scu­ti­bile rile­vanza (che modi­fica in pro­fon­dità strut­ture e modo di ope­rare di un set­tore vitale della società, e le con­di­zioni mate­riali di lavoro e di vita di milioni di cit­ta­dini) men­tre l’intero com­parto inve­stito da quel prov­ve­di­mento esprime la pro­pria asso­luta con­tra­rietà. Lo scio­pero del 5 mag­gio e la mani­fe­sta­zione con­tro le prove Invalsi pos­sono essere giu­di­cati come si vuole, ma su una cosa non sarebbe serio ecce­pire. Entrambi atte­stano l’unanime avver­sione del com­plesso mondo della scuola — inse­gnanti, stu­denti, per­so­nale tec­nico e ammi­ni­stra­tivo — a un modello che non per caso ruota intorno a due car­dini della costi­tu­zione neo­li­be­rale: la sedi­cente meri­to­cra­zia (foglia di fico pro­pa­gan­di­stica a coper­tura del ritorno a logi­che cen­si­ta­rie, auto­ri­ta­rie e oli­gar­chi­che) e la pri­va­tiz­za­zione della sfera pubblica.

C’è tutto som­mato di che stu­pirsi per la pron­tezza e pre­ci­sione della dia­gnosi che inse­gnanti e stu­denti hanno fatto della «buona scuola» ren­ziana. Evi­den­te­mente l’ideologia mer­ca­ti­sta non ha ancora total­mente invaso l’anima del paese. O forse la realtà della scuola ita­liana è tal­mente evi­dente nelle sue con­trad­di­zioni e mise­rie da non per­met­tere quelle ope­ra­zioni di cosmesi — di camou­flage, direbbe qual­cuno — che fun­zio­nano altrove. Stu­denti, ope­ra­tori della scuola e tanti geni­tori sanno troppo bene che cosa in realtà si nasconde die­tro la ver­go­gnosa reto­rica dell’«eccellenza» e dell’«autonomia», della «sele­zione» e della logica pre­miale del «merito». E die­tro il ricatto della sta­bi­liz­za­zione della metà dei pre­cari in cam­bio dell’accettazione dell’intera «riforma».

In un paese che figura sta­bil­mente all’ultimo posto della clas­si­fica Ocse per la per­cen­tuale di Pil inve­stita nella for­ma­zione dei gio­vani le chiac­chiere restano a zero. A chia­rire come stanno le cose prov­ve­dono gli edi­fici fati­scenti e i tanti soldi come sem­pre rega­lati alle pri­vate. Le col­lette per com­prare la carta igie­nica e il toner delle stam­panti. E i bassi salari degli inse­gnanti di ogni ordine e grado, respon­sa­bili anche del poco rispetto che taluni geni­tori mostrano nei riguardi di chi si impe­gna per istruire i loro vene­rati rampolli.

Sta di fatto che con­tro la «riforma» ren­ziana la scuola ha messo in campo una pro­te­sta pres­so­ché uni­ver­sale, ben­ché anni di divi­sioni tra le orga­niz­za­zioni sin­da­cali e un’eccessiva timi­dezza nelle ini­zia­tive di lotta rischino di vani­fi­care le mobi­li­ta­zioni. Non solo la scuola si è fer­mata in occa­sione delle agi­ta­zioni, ma è in fer­mento da set­ti­mane e mani­fe­sta senza reti­cenze un con­sa­pe­vole e argo­men­tato dis­senso. Pec­cato che tutto que­sto al par­la­mento non inte­ressi né poco né punto. Quel che si mostra allo sguardo degli osser­va­tori è uno scon­cer­tante paral­le­li­smo, quasi che «paese legale» e «paese reale» non fos­sero distinti ma dia­let­ti­ca­mente con­nessi, bensì pro­prio dislo­cati su pia­neti diversi. Per cui quanto accade nell’uno — le agi­ta­zioni, le pre­oc­cu­pa­zioni, il disa­gio, la pro­te­sta — non turba l’impermeabile auto­re­fe­ren­zia­lità dell’altro, ormai (di già) assor­bito nella rece­zione e pro­mo­zione della volontà del reuc­cio che si balocca alla lava­gna col suo appros­si­ma­tivo idioma burocratico.

Certo, non è la prima volta che si assi­ste a un feno­meno del genere. Qual­cosa di simile è già acca­duto col Jobs act, varato men­tre le fab­bri­che erano in sub­bu­glio per la can­cel­la­zione dell’articolo 18. Ma si sa che le que­stioni di lavoro e in par­ti­co­lare di lavoro ope­raio divi­dono il paese (e gli stessi sin­da­cati) e offrono ai governi ampi var­chi per ope­rare for­za­ture. Il caso della scuola è diverso per la sua con­no­ta­zione essen­zial­mente inter­clas­si­sta e per que­sta ragione pre­fi­gura pla­sti­ca­mente il qua­dro al quale dovremo abi­tuarci nel pros­simo futuro. Pro­te­sti pure il paese, scen­dano pure in piazza i cit­ta­dini, si mobi­liti quel che resta dell’opinione pub­blica. La cit­ta­della della poli­tica non si degna nem­meno di veri­fi­care la per­ti­nenza delle doglianze, tanto basta a se stessa e può fare da sé, in una mise­ra­bile rie­di­zione dell’autocrazia di antico regime. Può darsi che que­sta non sia che un’illusione e che un pro­gramma incen­trato sull’autonomia del poli­tico si riveli, oltre che inde­cente, impra­ti­ca­bile in virtù della reat­ti­vità del corpo sociale. Ma di certo risulta evi­dente a quale pove­ris­sima cosa si saranno ridotti, in tale sce­na­rio, par­la­men­tari e par­titi. Men­tre la poli­tica avrà negato se stessa con l’essersi anche for­mal­mente ridotta a mera fun­zione di domi­nio di una casta sulla cit­ta­di­nanza costretta a obbedire.

ALBERTO BURGIO da “Il Manifesto”

da il manifesto

“Dalla RESISTENZA, la COSTITUZIONE”

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Scuola, mazzata per i “quota 96”: niente pensione, non ci sono i soldi

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Stop della Ragioneria Stato per un problema di copertura al testo unificato che risolve caso 4 mila insegnanti non andati in pensione nonostante requisiti per riforme Fornero, i cosiddetti “quota 96”.

Una brutta notizia per questi insegnanti che nel 2012 avevano già maturato, secondo la normativa precedente, i requisiti per il pensionamento, appunto quota 96 fra età e anni di servizio. Con 60 anni di età e 36 di servizio – o con 61 di età e 35 di servizio – si poteva infatti lasciare la cattedra ai più giovani. Purtroppo però chi ha scritto e votato la riforma Fornero non ha previsto che nella scuola si va per anni scolastici e non per anni solari. Allora chi aveva già presentato la domanda per andare in pensione è stato trattenuto in servizio. Si tratta di un clamoroso buco alla normativa, che può essere “chiuso” con una somma di circa 400 milioni di euro fino al 2017, la cui copertura è stata giudicata “incerta” dalla Ragioneria dello Stato.

PGT di Senago: sulla scuola, un progetto terrificante

Senago e il parco delle Groane
Nel Piano di Governo del Territorio di Senago una parte, importante e prescrittiva, è costituita dal Documento di Piano. Il documento dedica solo poche righe alla scuola, per disegnare grossolanamente una sua radicale trasformazione.
Come si possa pensare una cosa del genere in poche righe, rimane un mistero.
Ma, ciò che è peggio, la trasformazione pensata dagli urbanisti estensori del DdP atterrisce.
La ristrutturazione del sistema scolastico definito “dell’obbligo” (erroneamente: comprende la scuola dell’infanzia, che non è scuola dell’obbligo) nel Documento di Piano è da rigettare.
Ecco perché.
L’idea base è quella di costruire tre mega-complessi (centro, Castelletto, Papa Giovanni), nella convinzione che tre sia meglio di undici: tanti sono i plessi scolastici oggi.
Innanzitutto, l’idea non tiene conto del recente dimensionamento scolastico, per cui si dovrebbe supporre che uno dei tre poli scolastici sia in “comproprietà” tra i due Istituti di Senago. Non è nelle competenze comunali la definizione del numero degli Istituti e stupisce che un urbanista progetti trascurando questo dato. Se invece è stata volutamente progettata una “comproprietà”, viene da pensare che non siano state immaginate le conseguenze di caos gestionale a cui condurrebbe una soluzione del genere. Oppure, l’idea potrebbe essere stata che ad un Istituto sarebbero toccati due poli e ad un altro uno solo. Ma l’idea è in contrasto con il dimensionamento. Più facilmente, non è venuto in mente a nessuno il problema.
L’aggregazione in grandi strutture edilizie della popolazione scolastica attualmente distribuita in undici plessi causerebbe problemi innanzitutto a bambini e ragazzi. Orientarsi in uno spazio piccolo è meglio che in uno spazio esteso e complesso. Presupponendo che nessuno avrà le risorse per allestire molte palestre o laboratori di informatica, quante centinaia di metri dovrà fare ogni classe per raggiungere i laboratori e tornare? E quanto tempo si perderà, in una situazione in cui i troppo ripetuti “cambi” di insegnante rendono sempre mancante il tempo della didattica? Per stare nei tempi, gli insegnanti saranno costretti a “rubare” dal tempo della formazione quello dello spostamento. Esito atteso: meno informatica, meno palestra per tutti.
E ancora: per una popolazione scolastica di circa duemilacinquecento alunni, suddivisi in solo tre poli, che locali mensa sarà necessario costruire? Ogni polo dovrà somministrare il triplo o il quadruplo dei pasti erogati oggi nelle mense. E’ pensabile una mensa che ospiti sette-ottocento alunni? In alternativa, quanti turni di mensa occorrerà prevedere? A che ora pranzerà l’ultimo bambino? Quanto velocemente dovranno pranzare quelli che lo precederanno?
Di più: che congestione subirà il traffico in prossimità del polo-monstre, all’orario di fine lezioni, magari in un giorno di pioggia, che come sanno tutti, tranne gli urbanisti, rende l’esodo degli alunni più complicato?
In aggiunta a tutto ciò, i tre grandi poli verrebbero implementati da altri attrattori sociali, che ne ingrandirebbero la dimensione, aggravandone la complessità gestionale e di manutenzione e i problemi di traffico e parcheggio nelle aree limitrofe.
La realizzazione del progetto è assegnata ai meccanismi del project financing e/o del leasing. Contemporaneamente, le aree degli undici plessi, di proprietà comunali, verrebbero vendute. E’ il modo per fare cassa, evidentemente, facendo leva sui privati, che vogliono lucrare e che non sono tenuti a fare filantropia o beneficenza. Che non hanno nella loro mission l’educazione e l’istruzione. Che non hanno l’obbligo di elevare le condizioni culturali della popolazione. Per questo il capitale privato va tenuto lontano e distinto dalla scuola pubblica, anche per quello che riguarda la struttura edilizia.
E le aree dismesse degli undici plessi “alienati”, che fine faranno? Saranno oggetto di speculazione edilizia, presumibilmente, in virtù di altri generosi PGT che concederanno l’edificabilità in zone di pregio urbanistico: sarà un nuovo giro di affari per i costruttori e magari anche per le casse Comunali, che tra vendita e oneri di urbanizzazione faranno lauti incassi: ma al prezzo del contrario di quello che in altre parti del DdP si predica: una città verde e sostenibile.
Tutto si basa sulla convinzione che grande sia meglio di piccolo. Che concentrato sia meglio di diffuso. Si tratta di una concezione economicista e mercantile: bada al soldo e non al sodo.
Prima di tutto, anche qui ed anche stavolta, c’è il dio denaro, il guadagno ed il risparmio che governano le scelte. Ma qui si tratta di risparmiare sui bambini.
In quale famiglia assennata i genitori sono disposti a risparmiare sui loro figli?
Undici plessi sono meglio di tre, anche se costerà di più allo Stato e al Comune mantenerli. Allo stesso modo in cui una piccola città è più vivibile di una megalopoli: ci vuole davvero tanto a capirlo?
Se alla scuola pubblica sarà concesso di vivere ancora, di svilupparsi, potrà maturare la sua funzione elettiva di centro di cultura e di collante sociale. Nella scuola si incontrano classi sociali diverse, ceti differenti, culture diverse tra loro. Nella scuola e a causa della scuola socializzano non solo i bambini ed i ragazzi, ma anche i genitori. Undici scuole invece di tre possono rappresentare lo stroma della convivenza sociale, una struttura attorno alla quale far vivere la città, se lo si vuole fare e se lo si sa fare.
Allora è necessario mantenerla, questa struttura, arricchendola, invece di impoverirla. Nel DdP compare l’idea dei centri di quartiere per anziani, per giovani, dei parchi gioco, dei centri di aggregazione. Bene: ci vogliono, in una città che sia vivibile. Ma perché affastellarli attorno ai poli-monstre e invece non avvicinarli ai cittadini? Dovrebbero essere diffusi, non concentrati, allo scopo di aumentare i nodi della rete, non più undici, ma ventidue o quarantaquattro. Sembra che invece all’urbanista a cui preme l’economicità di gestione (ma sarà poi così economico concentrare?) piaccia un’idea di cultura e aggregazione come ghetto, con tre luoghi deputati a cultura, ricreazione, educazione. Solo tre.
E nel resto della città?

Il primo Piano della Giunta

Il 30 ottobre il Consiglio Comunale di Senago ha approvato e reso operativo il Piano Comunale dei Servizi per il Diritto allo Studio a.s. 2012/2013. Esso illustra tutti gli interventi dell’Amministrazione in favore della scuola; è analitico e contiene anche gli impegni di spesa a copertura dei servizi e delle proposte.

Il documento, partendo da una breve analisi della situazione, raggruppa in cinque capitoli gli interventi: Servizi di supporto alla Pubblica Istruzione, Contributi e sostegni a progetti educativi, Sostegno all’attività didattica, Oneri e contributi da convenzioni con altri istituti, Acquisto arredi e manutenzione degli edifici scolastici. Per una lettura integrale del Piano e per la scheda sintetica che lo riassume, si rimanda ai link in fondo a questo articolo.

Esaminando il Piano, è evidente lo sforzo che l’Amministrazione Comunale ha fatto, nel progettare gli interventi. La politica scolastica comunale disegnata nel documento segue una traiettoria di continuità con gli anni precedenti nonostante il difficile momento economico del Paese e della città. Ma l’impegno di spesa complessivo è sceso, rispetto agli scorsi anni, a fronte di una stabilità della popolazione scolastica, che dal 2008 ad oggi si è mantenuta sempre attorno alle 2300 unità. Evidentemente, anche se si possono riconoscere ampiezza e qualità dell’offerta, una disponibilità finanziaria minore per una platea invariata produce una contrazione che si ripercuote soprattutto sulle parti più riducibili del programma. Insomma, tanto per fare un esempio, non si può risparmiare (molto) sull’erogazione del servizio di ristorazione scolastica, se lo si vuole di qualità. Però si può un po’ di più sull’arredo scolastico: e difatti la spesa scende.

Un servizio molto significativo per la scuola è stato del tutto tagliato: si tratta della mediazione culturale, che è scomparsa. Si tratta di un servizio molto importante, il cui taglio totale stupisce e preoccupa notevolmente: perché aggravare notevolmente i problemi di chi cerca di integrarsi? La Giunta ha calcolato le conseguenze e i costi sociali a breve e lungo termine?

Al contrario, per fortuna, è aumentato l’impegno di spesa per l’assistenza degli alunni diversamente abili.

I tagli di spesa sono distribuiti in molti dei capitoli del Piano, anche perché l’Amministrazione sta affrontando, con un impegno gravoso che supera gli 800 mila euro, la messa in sicurezza delle scuole secondarie di via Monza e via Risorgimento. Ma si trattava, anche in questo caso, di adeguamenti non più rimandabili: soprattutto, di una spesa sulla quale non si può risparmiare.

L’Amministrazione ha bilanciato questa situazione difficile inserendo nel Piano numerose offerte valide, di spessore culturale e formativo, a costo zero. Si tratta di una pratica consolidata di almeno due Amministrazioni precedenti; nella situazione attuale essa assume un particolare valore aggiunto.

E’ altresì evidente, soprattutto in questo genere di offerte alle scuole, che il Comune ha voluto tenere conto delle proposte provenienti dal territorio, da Associazioni e da altri soggetti.Di particolare interesse, tra le proposte, è il progetto di lotta agli sprechi nelle mense scolastiche. Si tratta di una proposta nuova. E non sono molte, le proposte nuove. Ma ci sono.

Esaminando gli impegni di spesa del Piano, si nota inoltre che esso continua a erogare, sia pure riducendo la spesa, contributi alle scuole private. In una situazione in cui l’Amministrazione Statale taglia da otto anni con ossessiva regolarità, in ogni legge di bilancio, la spesa per la scuola pubblica, mentre aumenta gli stanziamenti verso le private, sarebbe stato meglio smettere di finanziarle.

L’impressione complessiva che un osservatore indipendente ricava dall’esame del Piano è quella di un progetto che cerca di barcamenarsi un po’ per affrontare un periodo difficile, con l’errore di alcune scelte che appaiono miopi e che creeranno maggiori problemi in futuro. Inoltre, una parte importante delle proposte dotate di spessore culturale è ereditata dalle pratiche dell’ormai defunta rete denominata “Crescere (a) Senago“. Ma si tratta di una riedizione delle proposte originarie fatta senza slancio, senza un ripensamento partecipativo. Ciò da un lato non produce innovazione, da un altro rappresenta la rinunzia a rilanciare l’idea di costruire una rete di tutte le agenzie educative del territorio. (Vedi http://senagobenecomune.wordpress.com/2012/10/03/assessore-curcio-rilanciamo-crescere-a-senago/). Insomma la proposta non racchiude l’idea della costruzione di cittadinanza e partecipazione tra ragazzi e bambini, anche piccoli. E non tocca solo alle scuole, insegnare ad essere cittadini: tocca anche al Municipio. Sarebbe stato possibile farlo a costo zero: per realizzare un progetto del genere, occorre coordinare e tessere la rete: associazioni, enti diversi, scuole, istituzioni che adesso non si “parlano” più, lo farebbero, se a guidare il progetto fosse l’Amministrazione. Non sarebbe facile, visti i tempi che corrono, ma varrebbe la pena. Sarebbe un investimento per il futuro.

Scheda sintetica Piano Diritto allo Studio Senago 2012-2013

PIANO COMUNALE DEI SERVIZI PER IL DIRITTO ALLO STUDIO 2012-2013

Scuola Titanic, una breve nota a margine degli ultimi provvedimenti di Profumo

L’allungamento dell’orario di lezione per i docenti, da diciotto a ventiquattro ore settimanali è l’ennesima riprova dell’ignoranza del nostro governo in ambito educativo. Il provvedimento, per riprendere le parole del Segretario Ferrero, è una stangata inaudita per il mondo della scuola, che rischia di lasciare a casa circa trentamila precari. Arrivati a questo punto c’è da chiedersi se effettivamente Profumo (ma anche i membri del suo staff) siano mai entrati in una scuola o in un’università e abbiano saggiato di persona la reale situazione del sistema educativo italiano. Non è un mistero il fatto che molti buoni docenti siano costretti ad un “volontariato coatto”, che sfora l’aula ed entra prepotentemente nelle case: un insegnante è tenuto, almeno per onestà intellettuale, a preparare lezioni, a correggere i compiti in classe, ma qui il Ministero non vede, non sente e non parla. La fatica fisica, intellettuale ed emotiva di un insegnante è, in pratica, forza lavoro a “costo 0”. Gli insegnanti dovrebbero smettere di preparare lezioni, correggere compiti, sarebbe uno sciopero indispensabile per mostrare all’esterno (cioè alla società e al ministero!) quanto lavoro “ombra” ci sia alle spalle del lavoro palese in classe.

L’incidenza sociale di questa operazione di macelleria è fortissima: oltre ai “fortunati” già di ruolo, che si vedono effettivamente decurtare lo stipendio, ad essere colpiti profondamente da queste nuovissime decisioni sono i molti docenti precari. Nessun governo ha saputo dare una risposta ai giovani docenti freschi di laurea e abilitazione, che sono costretti ogni anno ad elemosinare ritagli di cattedre, adattandosi a compromessi iniqui. Nemmeno l’attuale governo, benché abbia detto di aver sbloccato il sistema del reclutamento attraverso i TFA (tirocinio formativo attivo) e benché abbia bandito un fantomatico concorso, riesce a garantire un impiego dignitoso per il personale precario. Anzi, i TFA e il concorso (riservato ad una strettissima fascia di personale) paiono delle decisioni madide di demagogia, prese per ingannare e aumentare la precarietà. Chi potrebbe garantire ora ad un giovane una cattedra?

Considerata bene la trafila delle “ottime” decisioni del tecnoministro si arriva alla tanto ovvia, quanto drammatica, conclusione che l’intento precipuo dell’attuale governo sia quello di completare la demolizione della scuola pubblica, al fine di limitare sempre di più l’accesso alla cultura alle “classi popolari”.

I nostri “padri costituenti” erano ben consapevoli, dopo un  lungo periodo di oblio della libertà di pensiero, che una scuola pubblica fosse l’unica garanzia di “progresso materiale e spirituale” per il nostro paese. Questo nobile e fondamentale intento ora viene meno, in quanto si preferisce lasciare il monopolio dei saperi ad una elité di pochi privilegiati, contrapposti ad una “massa” dotata soltanto di minimi ed elementari rudimenti culturali.  Tutto questo è inaccettabile per un paese segnato profondamente da una crisi economica: è inutile ribadire che non possiamo permetterci un popolo condannato all’ignoranza. Senza scadere nella  facile e stucchevole retorica penso che il diritto ad un’educazione completa, di qualità, sia equiparabile al diritto alla sanità fisica e psicologica, al diritto di vivere in un luogo salubre, non inquinato. L’accesso pieno alla cultura PER TUTTI è una efficace via d’uscita dalla crisi, è l’unica istanza di rinnovamento che abbiamo nelle  nostre mani.

a scuola di manganello.

Quale nota, commento, post potrebbe rendere efficacemente il senso di profonda indignazione per le immagini di violenza provenienti dalle manifestazioni degli studenti di oggi?
Il nostro governo continua a dire di aver a cuore il futuro dei giovani, la scuola, l’università, la ricerca… promette tablet, computer, lavagne multimediali, ma non riesce a garantire la sicurezza di molti plessi sul territorio nazionale e ignora sempre di più la situazione dei  docenti precari. Eh si, ci sarà un maxiconcorsone? Per chi? Per i molti abilitati SISS, ora (e forse per sempre…) precari? E il TFA, con i suoi test costruiti in maniera discutibile?
Il ministro Profumo all’inizio del suo mandato ha urlato ai quattro venti di voler instaurare un dialogo proficuo con gli studenti, una cosa non fatta dal suo glorioso predecessore, la Beatissima Gelmini. Eppure, dopo questa dichiarazione al profumo di retorica demagogica, nulla è stato fatto, anzi si è registrata una sostanziale continuazione della precedente linea di governo. Da mesi, anzi da anni, le nostre scuole e le nostre università pubbliche languono per i continui tagli, che impediscono di garantire un servizio adeguato a tutti. Pare che il diritto allo studio stia diventando sempre più un miraggio, soprattutto in università dove gli standard qualitativi della didattica e dei servizi sono sempre più bassi, accanto ad un preoccupante innalzamento delle tasse.
Molti corsi di laurea seri e formativi si trovano in difficoltà (e non quei supposti corsi da due o tre persone inventati dalla Gelmini per giustificare i suoi tagli!) per mancanza di personale e per una consequenziale scarsità di studenti. E’ oramai conclamato che i governi hanno chiuso il rubinetto a materie  particolari: le scienze dure (la fisica, la chimica, la matematica, la biologia), le lettere e la filosofia. E non è casuale che si tratti di ambiti di disciplinari non prontamente consumabili e spendibili, anche se assolutamente indispensabili per il progresso materiale (le scienze pure) e spirituale del nostro paese.

In questo contesto si sono mossi i molti giovani, che hanno occupato le strade delle principali città del nostro Paese manifestando il proprio disappunto per le politiche scolastiche del nostro governo. Un paese sano e fondato su una Costituzione nata dalla lotta contro un regime autoritario dovrebbe (ahi, purtroppo usiamo troppi condizionali!) assolutamente rifuggire la violenza quando qualcuno cerca di mostrare pubblicamente il proprio malcontento. Come da buona tradizione dei nostri governi l’intervento violento e autoritario della nostra amata polizia si è fatto sentire, ed ecco scudi, elmetti e manganelli contro giovani maggiorenni e minorenni. Ovvio, con il pugno dure e l’autorità si rimettono in riga gli studenti debosciati e disubbidienti in disappunto con il governo. Un governo “democratico” deve ricorrere alla violenza autocratica quando ci sono dei giovani che osano chiedere una scuola buona e per tutti!!! La violenza dello Stato è totalmente giustificata quando il popolo tenta di farsi sentire, perché non ritornare ai buoni e sani rimedi del Generale Bava Beccaris???? Massì meglio reprimere i giovani, bisogna cominciare sin da subito, perché una volta che le loro menti saranno ben formate e mature non ci sarà più nulla da fare: nessun taglio di denaro riuscirà a soffocare gli spiriti.
La gravità della repressione aumenta quando ci riferiamo a dei minorenni feriti. Non è normale che la polizia dello Stato picchi, come un padre autoritario ed eccessivamente severo, dei minorenni; in un paese veramente civile le autorità, venute a sapere di tale violazioni alla legge, si muoverebbero per fare chiarezza riguardo l’accaduto. Non mi pare che nessun dirigente della polizia si sia mosso per prendere provvedimenti contro chi ha deciso di percuotere un quindicenne (cosa che non si saprà mai, perché la polizia non ordina agli agenti in servizio di mostrare il proprio nome), la legge anche in questo caso andrebbe rispettata, non credo si possa in nessun modo fare violenza fisica su un minorenne. Nella tristezza dell’accaduto ciò che viene a galla in modo evidente e perentorio è l’incapacità di questo governo (eh beh, anche degli altri) di attuare delle politiche scolastiche veramente al passo con i tempi, ma soprattutto vicine alle persone che vivono la scuola e l’università. Le foto degli scontri mostrano ancora la rigidità di uno Stato autoritario, incapace di un dialogo costruttivo ed educativo con i giovani e il fallimento di un governo impopolare e altamente dannoso.
Le manganellate di oggi non si possono in alcun modo tollerare e giustificare, sia per il fatto che la polizia avrebbe dovuto sapere che molti manifestati sarebbero stati minorenni, sia per il fatto che la disubbidienza non si punisce né con il manganello, né con gli arresti. Come alcuni hanno già scritto, in casa nessun genitore sano penserebbe di prendere a botte un figlio che imbratta un muro e se lo facesse verrebbe giustamente punito. Quello che il governo non ha capito è l’ansia e la preoccupazione dei giovani che vedono un futuro sempre più incerto e cupo, senza speranza, senza lavoro e senza alcuna possibilità di felicità.
Da studente mi sento vicino a tutti i miei compagni che sono scesi in piazza, più che vicinanza è stima, perché hanno avuto la forza, l’intelligenza e la consapevolezza di dire ciò che non va, questa è vera passione per la scuola e chi la ha non deve essere essere punito, piuttosto deve essere elogiato e premiato!

Formigoni e il reclutamento degli insegnanti

Formigoni attacca la scuola pubblica. Mobilitazione continua contro la proposta di legge anticostituzionale, secessionista e confessionale

di Marco Zocchi

La proposta di Legge Regionale della Giunta Formigoni relativa al sistema di reclutamento degli insegnanti lascia senza parole, così come le dichiarazioni in merito del Ministro dell’Istruzione del Governo Monti, Francesco Profumo. Questa proposta prevede l’assunzione diretta degli insegnanti da parte delle scuole sulla base di una non meglio identificata “conoscenza preventiva” e di una “condivisione” del progetto educativo della scuola stessa. Gli aspetti incostituzionali di un simile provvedimento sono evidenti. I docenti, infatti, verrebbero selezionati non più sulla base di un sistema condiviso, regolamentato e controllato, ma sulla base di convinzioni personali e comunanze pedagogiche, didattiche, disciplinari, ma anche e inevitabilmente politiche, sociali, economiche e sindacali. L’effetto più immediato sarebbe l’adempimento di un completo processo di privatizzazione dell’istituzione scolastica, con Dirigenti che scelgono gli insegnanti più consoni alle loro private impostazioni politiche, ai loro valori, ai loro interessi. Il Ministro Profumo non solo non boccia immediatamente tale possibilità, ma anzi dichiara di voler aprire tavoli di confronto ed ipotizza l’allargamento ad altre regioni, sperimentalmente, di questa modalità di reclutamento.

La nostra Costituzione disegna molto chiaramente una scuola pubblica, laica, libera da condizionamenti, meritocratica ed aperta a tutti. Ci chiediamo come questo sarà possibile in un’istituzione gestita e controllata completamente da un singolo col potere di decidere le assunzioni ed i licenziamenti del corpo docente in base alle proprie personalissime convinzioni. L’istruzione e l’educazione dei ragazzi diventerebbero allora merce di scambio e terreno di controllo e scontro politico e lobbistico. Tutti i criteri nazionali di reclutamento – previsti dalla Costituzione – verrebbero cancellati in un colpo solo. E sono ampiamente note le volontà della Lega di costituire graduatorie riservate a “padani” purosangue e di Comunione e Liberazione di perseguire le assunzioni soltanto di chi può vantare la tessera o la vicinanza al movimento.

E, questo, in una Provincia come quella di Varese in cui gli effetti disastrosi dei tagli alla scuola operati dai governi Bossi-Berlusconi e confermati dal governo Monti hanno portato ad un sovraffollamento delle classi, alla precarizzazione di migliaia di insegnanti di ogni ordine e grado che da anni lavorano con competenza e professionalità nella scuola, alla dequalificazione di un intero sistema. Il salto di qualità rispetto alle celebri parole di Calamandrei del 1950 è evidente. Qui non si tratta più soltanto di demolire il pubblico attraverso tagli economici per agevolare e rafforzare il privato, ma di privatizzare la stessa scuola pubblica, da sempre portatrice del vizio di essere laica e di esprimere molteplici sensibilità e visioni del mondo.

La proposta di legge segna inoltre un pesantissimo strappo istituzionale verso l’unità del paese, a tutto vantaggio di malcelate spinte indipendentiste e secessioniste; parte del prezzo che questa Giunta, in evidente difficoltà a seguito delle numerose inchieste che l’hanno coinvolta, deve pagare alla Lega in cambio del rinnovato sostegno politico.

Già alcune realtà si stanno muovendo per contrastare questa iniziativa. L’Associazione “NonUnoDiMeno”, le varie associazioni dei precari che convergono nel giudicare l’iniziativa di Formigoni un laboratorio nazionale delle destre affaristiche e confessionali, la CGIL, l’Unione Sindacale di Base.

La Federazione della Sinistra si ispira in primis ai fondamenti costituzionali della scuola della Repubblica e si impegna a contrastare questa proposta scellerata con tutta la forza che ha, in tutte le sedi istituzionali e non, con il sostegno di tutte le realtà sociali che condividono questa battaglia, all’interno ed all’esterno delle scuole per fermare sul nascere la privatizzazione e la personalizzazione dell’istruzione e del sapere.

Da http://fdsprovinciavarese.wordpress.com/2012/02/24/formigoni-attacca-la-scuola-pubblica-mobilitazione-continua-contro-la-proposta-di-legge-anticostituzionale-secessionista-e-confessionale/

Ricostruiamo l’Italia, tre dossier su Università, Ricerca e AFAM.

Le proposte della FLC CGIL

È una pesante eredità quella lasciata dal ministro Gelmini nell’Università, nella Ricerca e nell’Alta Formazione Artistica e Musicale del nosto Paese. Talmente pesante che gli interventi per ripartire in questi settori hanno il carattere dell’urgenza.

È per questi motivi che lo scorso 30 gennaio la Federazione Lavoratori della Conoscenza della CGIL, ha presentato, come già fatto per la scuola, le sue idee per il loro rilancio. Tre diversi dossier che rappresentano un’indicazione forte per il Governo, proposte che speriamo diventino priorità nell’agenda delle forze politiche.

Scarica i dossier università, ricerca, AFAM e la sintesi.

Nella precedente legislatura i tagli indiscriminati erano all’ordine del giorno, da un’inversione sui finanziamenti possono partire gli interventi a breve termine in questi settori: ripristino delle risorse, stanziamenti straordinari per il diritto allo studio, stabilizzazione dei precari.

Da subito bisognerà togliere il blocco creato nel reclutamento universitario e negli enti di ricerca e per quanto riguarda l’AFAM bisognerà spingere affinchè la riforma del settore sia completa e realizzata e finalmente, l’Alta Formazione Artistica e Musicale diventi, come nel resto d’Europa, università.

Queste sono solo alcune delle proposte presentate dalla FLC, che offre la propria elaborazione come primo contributo che si spera apra una seria discussione pubblica su questi temi.

Cordialmente
FLC CGIL nazionale


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