Posts Tagged 'Scuola pubblica'

Stanno sfasciando la scuola pubblica; stanno rottamando la libertà.

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Sono ore convulse e disperate. I docenti sono in piazza, a Montecitorio, davanti al palazzo dove si gioca il destino della scuola e, insieme, il destino del nostro Paese. Parlare di scuola in questi giorni non è più questione da ‘addetti ai lavori’. Non è più solo materia sindacale, o attività giornalistica, o passatempo da intellettuali. Siamo tutti coinvolti, tutti parte in causa, non come insegnanti, non come presidi, non come studenti né come genitori, non come politici. Ma come cittadini. E tutti, come cittadini,  dobbiamo assumerci le responsabilità di una scelta: nel disegno di legge del Governo non ci sono solo articoli che rideterminano, peggiorandolo, il governo della scuola. Nel disegno di legge di questo Governo scellerato è scritta la morte della scuola pubblica, la morte della libertà di insegnamento e di apprendimento, la morte della scuola della Costituzione della Repubblica italiana.

Non aderire al progetto del Governo-Partito, che spaccia per riforma l’esasperazione in chiave padronale dell’autonomia scolastica, non significa essere ostinatamente passatisti. Dissentire dalla retorica stucchevole con cui questo Governo-Partito mente sull’ascolto, mente sulla discussione critica, mente sui dati della mobilitazione non significa essere “squadristi”. Gli squadristi uccidevano gli antifascisti; noi, semplicemente – mentre insegniamo – parliamo, scriviamo, argomentiamo, proponiamo alternative. Dissentire sulle modalità di una valutazione delle scuole basata sull’imposizione coatta di test standardizzati che in tutto il mondo sono ampiamente e autorevolmente criticati per i loro limiti scientifici e per le implicazioni negative sull’attività didattica non significa essere ignobili “sabotatori” che vogliano a tutti i costi mantenersi nella certezza della loro autoreferenzialità. Significa esercitare il pensiero critico di cui disponiamo, significa mobilitare tutte le nostre conoscenze, le nostre competenze e le nostre esperienze per rifiutare l’applicazione di uno strumento semplicemente sbagliato. A scuola si chiama ‘saper fare’ ed è quello che chiediamo ogni giorno ai nostri studenti.

In piazza ci sono insegnanti che credono nella scuola pubblica come strumento di emancipazione culturale e sociale, che non hanno mai smesso di approfondire, di aggiornarsi, di interrogarsi su come garantire la qualità della scuola ai propri studenti a dispetto del discredito che ci ha sommerso nell’ultimo ventennio, a dispetto dei tagli che ci hanno soffocato, dei soffitti che ci sono crollati sulla testa, delle classi sempre più affollate in cui ci hanno stipato insieme ai nostri studenti. Siamo quelli che hanno continuato a insegnare storia nonostante la diminuzione delle ore di storia; quelli che hanno continuato a insegnare la geografia nonostante la cancellazione di questa disciplina; quelli che insegnano “Cittadinanza e Costituzione” nonostante la riduzione del monte ore delle materie umanistiche nelle scuole di ogni ordine e grado. E nonostante la Costituzione venga calpestata ogni giorno dai rappresentanti delle istituzioni.

In piazza ci sono gli insegnanti che sanno che le peggiori leggi sulla scuola e sull’Università nell’ultimo ventennio le ha fatte il Partito Democratico: la legge sull’autonomia scolastica, che – con l’aggravio della modifica del titolo V della Costituzione che ha ‘regionalizzato’ l’istruzione – ha frantumato l’unitarietà del sistema scolastico, trasformando le scuole in ‘progettifici’ e deterministicamente accentuando quelle differenze territoriali e culturali che, al contrario, la Costituzione chiede proprio alla scuola di livellare, per garantire le pari opportunità; la legge sulla parità scolastica, che ha dissennatamente assimilato le scuole private al sistema d’istruzione pubblico implicandone il finanziamento economico da parte dello Stato in spregio al dettato costituzionale, per arrivare all’aberrazione attuale che vede le scuole private paritarie finanziate ogni anno con centinaia di milioni di euro di denaro pubblico mentre quelle statali sopravvivono oramai solo grazie al contributo volontario, privato, delle famiglie; il 3 + 2 all’Università che, volendo stoltamente semplificare i percorsi, ha raggiunto il duplice, paradossale obiettivo di allungare e, nel contempo, imbarbarire i livelli della formazione superiore.

Basterebbe questo piccolo esercizio di memoria per capire che questo partito, ora al Governo, non è capace. Che andrebbe diffidato per sempre dall’occuparsi di istruzione. Ma il nostro – con buona pace di Roger Abravanel e dei suoi adepti, che sembrano non averlo ancora capito – è il Paese della meritocrazia. Ovvero il paese in cui il ‘governo’ (politico) del merito fa sì che vengano cooptati ogni volta i meno meritevoli.

Che so, un sottosegretario all’Istruzione che non è neppure laureato. Una responsabile dell’Istruzione del partito di Governo che in televisione vagheggia la “rottamazione delle discipline” senza alcuna consapevolezza, non dico epistemologica, ma almeno logica delle proprie affermazioni. Una ministra dell’Istruzione che, da docente, firmava documenti contro i sistemi di valutazione quantitativi e da responsabile del dicastero deplora aspramente chi li critica. Un Presidente del Consiglio impulsivo e compulsivo, che preferisce cimentarsi in un corpo a corpo muscolare con centinaia di migliaia di lavoratori, portando scuola e Parlamento a livelli di scontro parossistici piuttosto che fare semplicemente, e ben più intelligentemente, il suo dovere: assumere tutti gli insegnanti come impone la sentenza della Corte europea e abbandonare l’idea che in una scuola comandata dai presidi i suoi figli incontrerebbero insegnanti migliori. Perché al contrario, imparerebbero la servitù, il conformismo, la piaggeria, l’utilitarismo, l’omologazione, l’irresponsabilità, la miseria culturale e morale.

Che Governo e Parlamento si fermino. Che i cittadini italiani capiscano: riformare la scuola non può significare rottamare la libertà.

Anna Angelucci da “Micromega”

 

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Lettera/denuncia: “Io, insegnante precaria, contesto questa riforma che snatura il nostro lavoro”

Lettera/denuncia: “Io, insegnante precaria, contesto questa riforma che snatura il nostro lavoro”

 Sono un’insegnante precaria abilitata, capitata quest’anno in un Istituto Comprensivo in provincia di Varese. Dico “capitata” perché il tipo di scuola in cui ho sempre insegnato (i licei) non è lo stesso in cui mi trovo ora a lavorare, la scuola secondaria di I grado (ex scuola media). Chi di scuola e di reclutamento degli insegnanti non si intende potrebbe pensare che in fondo non cambia molto, si tratta comunque di insegnare e lo stipendio è il medesimo. In realtà insegnare alle scuole superiori e lavorare alle scuole medie non è la stessa cosa, sia per la differenza d’età dei ragazzi, sia per il tipo di lavoro, più orientato all’educazione nella scuola media, più centrato sull’istruzione in quanto tale nei licei. Se fosse solo questa la differenza, per un anno mi potrei anche adeguare, sebbene le mie competenze non siano quelle necessarie a lavorare con i bambini. Il problema più grosso è che scuole diverse fanno capo a graduatorie diverse e ciò significa che il punteggio di quest’anno di servizio non potrò farlo valere sulla mia graduatoria di riferimento, nella quale, forse, un giorno sarei passata di ruolo.
Se oggi svolgo con difficoltà un lavoro che non è il mio, sul quale non ho investito negli anni della formazione e per il quale non ho sviluppato alcuna professionalità è solo a causa dei ripetuti ed inarrestabili tagli alla scuola pubblica, operati dalla riforma Moratti prima e Gelmini poi, che hanno fatto sì che all’aumentare del mio punteggio e della posizione in graduatoria non sia corrisposto un miglioramento nelle reali possibilità di lavoro. La recente riforma della scuola superiore (nient’altro che un drastico taglio alle ore di lezione e l’aumento spropositato di alunni per classe) ha ridotto non di poco l’organico docente e i primi a perdere il posto sono stati naturalmente i precari. Se all’inizio della carriera avevo la certezza di ricevere un incarico annuale in qualche liceo (magari a più di 40 km da casa, ma non importava perché insegnare era bello…), ora che ho maturato più di 100 punti devo “accontentarmi” delle medie e ringraziare perché almeno ho un posto di lavoro.
Il mio lavoro però non è solo mio, perché è un lavoro che si riversa ogni giorno sugli alunni, che hanno diritto ad avere insegnanti formati per dialogare con loro. Io insegno letteratura, italiana e latina; all’università e alla SSIS ho dedicato la maggior parte del mio impegno all’insegnamento del testo letterario. In questi anni ho preparato ragazzi già maggiorenni all’Esame di Stato; ho insegnato a scrivere saggi e articoli di giornale; ho messo a confronto la quotidianità dei giovani con le opere letterarie; ho posto il pensiero critico al centro del mio insegnamento. Come posso all’improvviso parlare con i bambini appena usciti dalla scuola primaria? Non mi ritengo troppo brava per insegnare alle medie, dico solo che bambini e preadolescenti hanno capacità ed esigenze diverse da quelle che ho imparato a trattare.
Se fossi solo io in questa situazione, mi riterrei semplicemente sfortunata, ma con me ci sono migliaia di persone che da quando è partita la riforma devono reinventarsi una professionalità. In provincia di Varese la situazione è tale per cui persino diversi docenti di ruolo perdono il posto e i loro esuberi si riversano inevitabilmente sui miseri posti dei precari, ai quali non restano più nemmeno gli “spezzoni” di poche ore.
A questo si aggiungono nuove ingiustizie ogni giorno: da un lato l’umiliazione di dover nuovamente dimostrare, nonostante le tre abilitazioni conseguite e gli anni di servizio serio e proficuo, di meritare di svolgere questo lavoro (mi riferisco al “concorsino”); dall’altra parte il rischio di non insegnare affatto, né alle medie né altrove, grazie al provvedimento che estenderebbe l’orario di cattedra da 18 a 24 ore settimanali. Se l’applicazione di questa norma per i colleghi a tempo indeterminato si traduce in un aumento del carico di lavoro senza alcuna retribuzione aggiuntiva, per i docenti precari ha conseguenze ben più drammatiche, poiché con 6 ore in più tre insegnanti di ruolo possono sostituire un quarto insegnante precario, divenuto ormai non solo inutile, ma addirittura di troppo. (che l’orario arrivi “solo” a 20 o 21 ore – come annunciato di recente – cambia i numeri ma non la sostanza: migliaia di persone perderanno comunque il posto di lavoro).
I precari abilitati sono già vincitori di concorso, alcuni dell’ultimo indetto (1999), altri attraverso le SSIS, i cui esami finali hanno valore concorsuale. Erano concorsi abilitanti, non a cattedra, ma davano accesso ad una graduatoria finalizzata all’assunzione, graduatoria il cui punteggio deriva sia dal voto del concorso, sia dal lavoro svolto, unendo le conoscenze disciplinari alla professionalità sviluppata. Ma il Ministro ha altre idee sulla valutazione del merito… ad esempio predisporre una prova preselettiva su discipline che la maggior parte dei docenti non ha studiato all’università né alla SSIS. E si vocifera che la graduatoria derivante dal concorso potrebbe annullare quella ora in vigore, spazzando via tutto il merito davvero conseguito! Anche l’eventualità del “doppio canale” per le future assunzioni (50% dalle graduatorie e 50% dal concorso) sarebbe un’ingiustizia, perché ognuno di noi si troverebbe davanti il doppio dei colleghi. E la logica perversa del concorso, finalizzato all’assunzione, va poi a scontrarsi col la norma delle 24 ore, che prevede al contrario dei tagli!
Le conseguenze di questa norma per i precari sarebbero irreversibili, mentre questi insegnanti continuano ad istruire, con passione e fatica, i figli di coloro a cui non viene detto cosa sta accadendo nella scuola pubblica italiana. Anche questo provvedimento, infatti, ha solo ragioni economiche, come dichiara il Ministro: «I tagli saranno 182 milioni su un bilancio della scuola che è intorno ai 36 miliardi. Vuol dire che i tagli saranno appena lo 0,5 % del totale. Non mi sembra affatto un salasso». Ma il salasso non è in termini di denaro: si stima infatti che la nuova norma causerà la “non chiamata” e quindi il licenziamento di quasi 30.000 persone. Le conseguenze didattiche non tarderanno a farsi sentire, visto che 6 ore in più non significano banalmente 6 ore in più seduti alla cattedra, ma si traducono in due o tre classi in più da seguire, in quasi cento alunni a cui dedicare sempre meno tempo ciascuno.
È il limite della democrazia subire le scelte di chi è stato votato da altri. Oggi però in Italia subiamo le scelte di chi non è nemmeno stato eletto. Non esistono governi autenticamente tecnici, perché le scelte sono sempre ideologiche e le scelte di questo governo appaiono in piena continuità con quelle dei governi che hanno varato le riforme Moratti e Gelmini: un preciso intento di cancellazione della scuola pubblica, che ha formato tante menti capaci e appassionate ma che ora non servono al Paese. Provocatoriamente mi verrebbe da dire ai miei ex alunni, ormai all’università, di non perdere tempo a studiare, perché oggi in Italia non ne vale la pena. Però, come insegnante, resisto e non lo dico.
Alessandra Scurati

Nuove domande sul merito

Da troppo tempo gli amministratori della scuola pubblica non fanno che parlare di “merito”, “meritocrazia” e ognuno di loro cerca di attivare progetti che possano in una certa maniera salvaguardare e riconoscere particolarmente gli sforzi di coloro i quali risultano “più bravi”, “migliori” in una certa disciplina accademica. Il malcelato, anzi dichiarato, obiettivo di questi personaggi è rendere la Scuola simile ad un’azienda produttiva ed efficiente, dove chi produce di più viene ricompensato con premio. In generale la Scuola e l’Università dovrebbero diventare lo specchio di questi nostri tempi, palestre della vita aziendale, promotrici di un progresso esclusivamente tecnologico (da qui il decurtamento di molte discipline afferenti all’ambito umanistico nella scuola secondaria e trascuratezza degli indirizzi letterari e filosofici nell’Università). Il pericolo di una visione del genere – per altro sonoramente criticata e superata – è quello di arrivare a mercificare un bene davvero comune, prezioso e senza costo come la cultura, distruggendo dalle fondamenta i principî fondanti della scuola pubblica. La goffa insistenza sul merito nasconde infidamente questo pericolo enorme; sarebbe troppo riduttivo far coincidere la valorizzazione delle eccellenze con un misero “premio di produzione”, che si esplicherebbe in iniziative dal vago sapore “prebellico” come quelle dello “studente dell’anno”. In questo modo si rischia davvero di perdere di vista l’obiettivo e il fine del percorso formativo: non si farebbe altro che dare una spinta alla perversa e puerile logica del voto (studio solo e soltanto per il voto) instillando negli allievi una spietata e malsana competitività. Detto che un allievo non è un bullone da produrre in serie, ma un Persona da formare in diversi ambiti della personalità, come si può conciliare la valorizzazione di chi presenta spiccate doti per un determinato ambito alla doverosa necessità di garantire un’istruzione di qualità per tutti, anche per chi presenta capacità nella norma. Non solo il potenziamento, ma anche il consolidamento e il recupero: il progresso intellettuale deve essere garantito a tutti, a prescindere dalla classe di appartenenza, dalla nazionalità. Per fare ciò non è necessario ridurre le richieste della scuola – in realtà la più grande banalizzazione proverrebbe da una crescente aziendalizzazione – ma rendere la scuola così flessibile da adattare persone e spazi alle esigenze di ogni persona, Luciano Canfora dice con finezza che “una scuola facile è un regalo avvelenato alle classi popolari”. Il ritorno ad una scuola davvero umanistica , che abbia al suo centro l’uomo, le sue esigenze, le sue propensioni è un sogno davvero grande, quasi irrealizzabile in una scuola pubblica sempre più martoriata da tagli e riforme scellerate. La scuola deve rimanere tesa su queste due esigenze: valorizzazione, ma anche adattamento ai bisogni e alle intelligenze diverse di tutti. In generale l’accesso alla cultura alta deve essere garantita a tutti coloro che hanno le capacità e la voglia di sostenere un percorso di studi superiori.

Dall’altro lato si vorrebbe premiare il merito dei docenti (già la Gelmini parlava di questo, ma non ha mai fatto nulla di concreto), ma in quale modo? Chi può valutare l’operato di un docente? Sostanzialmente nessuno o comunque lo sforzo economico sarebbe troppo grande… E così, dopo un grande trambusto, più nulla, se non i soliti problemi legati all’inadeguatezza di pochi. Perché, a posto di continuare a minacciare, promettere ecc., non si incomincia veramente a valorizzare i molti e bravi docenti delle scuole secondarie e primarie e non si pensa a regolarizzare la posizione accademica di molti ricercatori, che sono la colonna portante dell’università?

E dunque come possiamo davvero favorire i meritevoli e i capaci garantendo loro sicurezza, fondi per gli studi e la ricerca? Come si può rilanciare davvero la scuola pubblica in vista di un miglioramento qualitativo della didattica e dell’orientamento. Come pensare a tutto il resto del mondo della scuola e dell’università: è vero le eccellenze sono da favorire, ma la scuola è pubblica e aperta a tutti. Come distinguere la massa di chi affolla le università senza alcun scopo da chi si impegna realmente? Come garantire stabilità economica al settore dell’istruzione e fondi adeguati (per lo meno degli di un Stato cosiddetto “occidentale”) alla ricerca pubblica?

IMU ICI e laicità

Da qualche giorno sui giornali appaiono titoli riguardanti l’imposizione fiscale sugli edifici della Chiesa. Sin dai primi giorni l’unica cosa che ho potuto capire è la mancanza di chiarezza di tutte le parti politiche coinvolte: si parlava di “edifici a scopi commerciali”.  Cosa si intende per “edifici a scopi commerciali”? Bisogna inserire anche le scuole nella suddetta categoria?

Stranamente il pio coro delle voci cattoliche ha tardato a farsi sentire, solo in questi giorni si è posto baluardo della difesa delle scuole cattoliche.  La dialettica tra scuole pubbliche e private (di natura cattolica) è vecchia quanto la Costituzione, che è comunque chiara a riguardo! Quello che è più triste in questa situazione è che il Presidente della Repubblica, difensore della Costituzione abbia espresso la sua simpatia verso una posizione non totalmente equa. Anche l’ex ministro Fioroni si è espresso su questa linea dicendo: …chiederemo alle famiglie di pagare molto di più per le scuole materne dei loro figli e la cura dei loro malati. Fa ridere come l’ex ministro dell’istruzione pubblica e appartenente al laicissimo Partito Democratico non sappia scindere il suo credo cattolico dall’obiettività che si richiedere in questi casi. Per assistere bambini e anziani non ci sono le strutture pubbliche, perché tutte le famiglie (che parola santa!!!) dovrebbero rivolgersi ad enti cattolici? E i soldi per le istituzioni pubbliche? Non so quanto la nostra scuola e i nostri servizi assistenziali possano migliorare se c’è ancora vivo lo spettro della Chiesa che deve solo lei salvare le sorti dei piccoli e dei malati assistendoli e tappando loro la bocca.

In realtà non capisco dov finisca la pia assistenza verso gli ultimi e inizi una sottilissima opera di propaganda politica, non mi pare tanto lontano lo scenario, descritto da Calvino ne “La giornata di uno scrutatore”, di preti e suore che influenzavano il voto di ciechi e storpi all’interno del Cottolengo. Quanto avviene con questo malcelato favoritismo è ben più sottile della situazione descritta nel bel romanzo, ma non dissimile.

Certamente io non mi permetterei mai  di augurare una fine infelice a quegli istituti, che pur qualche pregio potrebbero avere, ma auspico una presa di posizione netta nella difesa della scuola pubblica a sfavore di tutti coloro i quali dovrebbero, per Costituzione, cavarsela da soli.

Già l’esenzione  fiscale dei luoghi di culto non è degna di uno stato che vuole definirsi laico e quella degli edifici scolastici ancora di più: essi sono da considerare a tutti gli effetti esercizi commerciali, che richiedono una parcella per impartire degli insegnamenti.

Per questa ragione credo di essere convinto nel considerare una possibile esenzione a scuole cattoliche una patente ingiustizia.

MRossetti


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