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Difendiamo la Costituzione

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Alle cittadine e ai cittadini raccomandiamo un voto consapevole e responsabile.

Non si tratta di una legge ordinaria ma della Costituzione, la nostra Carta fondamentale.
Modifiche sbagliate e destinate a non funzionare, così come lo stravolgimento del sistema ideato dai Costituenti, avrebbero effetti imprevedibili e disastrosi per l’equilibrio dei poteri, per la rappresentanza, per l’esercizio della sovranità popolare, in sostanza per la stessa democrazia, che invece va rafforzata, potenziata e difesa con la piena attuazione della Costituzione repubblicana.

Consapevolmente e responsabilmente, votate NO.

  • Carlo Smuraglia, Presidente Nazionale ANPI;
  • Susanna Camusso, Segretaria Generale CGIL;
  • Francesca Chiavacci, Presidente Nazionale ARCI.

Altitudine Democratica

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“Una democrazia ha bisogno di cittadini evoluti, che conoscano le materie su cui sono chiamati a deliberare”. Così scrive Massimo Gramellini stamane su “La Stampa”. 

Penso sia vero. Ma chi ha prodotto l’imbarbarimento anticulturale e tutto il grande analfabetismo di ritorno politico e civico che ci circonda?
Chi ha creato falsissime speranze per un mondo del lavoro invece sempre più strangolato dalla ricerca di profitti facili, con contratti da moderno schiavismo, con l’introduzione addirittura di quella vergogna che sono i “voucher”?
Chi ha generato le paure vorticose che ogni giorno si prendono la testa della gente anche più generosa e altruista e la trasformano in diffidente e sospettosa, carica di odio e di disprezzo verso il “diverso”, da qualunque latitudine arrivi, per qualunque cosa sia tale?

La risposta è semplice: siccome non siamo stati noi comunisti, sono stati gli altri, i sostenitori dell’economia di mercato, delle privatizzazioni e, per ultima, anche quella falsa sinistra che ha scoperto nel “liberismo” la panacea di molti mali (per i padroni e finanzieri di mezza Europa e anche d’Oltreoceano).

Dunque, una democrazia ha certamente bisogno di cittadini evoluti, ma la democrazia è solo una sovrastruttura telecomandata dalla struttura economica.

Per essere cittadini evoluti occorrerebbe anzitutto fare maggiori sforzi proprio in mezzo alla giungla di false promesse, di false notizie e di trasformazione del vero in falso (e viceversa) operato dai mezzi di comunicazione di massa.
Insomma, per essere cittadini evoluti e degni della democrazia di Gramellini, servirebbe un sussulto di coscienza, prima ancora etica rispetto a quella “critica” che starebbe alla base del rinnovamento politico consapevole.

Non condivido le parole di chi sostiene che “per fortuna in Italia la Costituzione non consente al popolo di esprimersi sui trattati” e che questa sarebbe stata una lungimirante posizione dei Padri Costituenti.

Lo fu allora, in un mondo diviso in due blocchi che si facevano la guerra definita “fredda”. In quel tempo un referendum avrebbe potuto creare una spaccatura verticale nel Paese e avrebbe rischiato di condurlo sulle soglie di una nuova guerra civile.
Oggi questo rischio è pressoché inesistente.

Dare la parola al popolo su questioni dirimenti come la decisione della permanenza o meno della propria Repubblica, del proprio Stato in un determinato contesto, è forse la più alta forma di democrazia diretta che si possa esercitare.

Anche in questo caso, l’Italia si dimostra culturalmente non adeguata a recepire una eventuale proposta in merito. Si dimostra per quello che è: un Paese del “vivi e lascia vivere”, del menefreghismo più evidentemente espresso nelle lamentele di oggi nel baciare il bastone di domani.

di Marco Sferini

Referendum costituzionale fra demagogia e cialtronismo

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Il Presidente del Consiglio l’11 aprile scorso ha aperto la campagna elettorale sul referendum costituzionale annunciando che, per vincere, è disposto ad «usare anche argomenti demagogici». Un annuncio senza novità, la «demagogia», largamente coniugata alla forma «cialtronismo», è stata la cifra della sua comunicazione politica (propaganda) fin dai tempi della Leopolda.

Il «cialtronismo» è elemento fluidificante della «demagogia». In un contesto frutto di una coltivazione quasi trentennale di plebeismo, il «cialtronismo» può passare come aspetto disinvolto, popolare della comunicazione politica. Renzi può citare male e fuori contesto Chesterston, attribuire a Borges versi non suoi, attribuirsi una compartecipazione al traforo del Gottardo ignorandone persino la localizzazione (le televisioni svizzere si sono indignate e/o divertite; quelle italiane hanno sorvolato), ecc,.

E’ la continuità con Berlusconi, completa: ambedue demagoghi ed ignoranti, e di un’ignoranza di cui non hanno né coscienza né consapevolezza, hanno trasformato tale loro condizione in punto di forza. D’altra parte la «demagogia» si manifesta in maniera più persuasiva se può scaturire da una base «naturale». Sottovalutare le possibilità d’incidenza del connubio cialtronismo-demagogia nello scontro sul referendum costituzionale sarebbe un grave errore. Così come sarebbe un errore pensare al meccanismo propagandistico renziano solo come una sorta di fenomeno di superficie al di sotto della quale ci sarebbe il vuoto.

Al di sotto, invece, c’è una struttura materiale dura: la logica e la realtà evocate nel 2010 da Marchionne quando ha dichiarato: «Io vivo nell’epoca dopo Cristo; tutto ciò che è avvenuto prima di Cristo non mi riguarda e non mi interessa».

Nel tornante del secolo per Marchionne si è verificato il passaggio, a suo parere definitivo, tra la centralità del lavoro, la tensione verso l’uguaglianza, secondo Costituzione, alla riduzione dell’umana forza-lavoro a pura funzione del capitale. Renzi è totalmente interno a tale dimensione dei rapporti economico-sociali che reputa «naturali, esattamente come la sua antropologia culturale. Per questo, con tutta naturalità appunto, ringrazia ripetutamente il padrone globalizzato per la generosità con cui porta occupazione in Italia, mentre redarguisce severamente «certi sindacalisti» che, difendendo i diritti del lavoro, impediscono lo svolgimento della logica di mercato coincidente con la benevolenza padronale.

«Cevital…Merci», si può leggere in un manifesto apparso a Piombino, in una delle città italiane, cioè, dove per quasi un secolo la coscienza di classe è stata elemento essenziale della crescita civile. Cevital è la multinazionale del magnate algerino Issad Rebrab che investirà a Piombino nel settore siderurgico. Dunque un benefattore e bisogna ringraziarlo. Ed infatti, come è visibile in una foto celebrativa dell’evento, festeggiano il benefattore, eletto a «personaggio dell’anno 2015» da un giornale locale, i maggiorenti toscani del Pd, del governo nazionale e del territorio. Una posizione tanto più forte in quanto non frutto di quella che, del tutto impropriamente, viene chiamata «mutazione genetica» renziana.

Ricordiamo perfettamente Massimo D’Alema che nel luglio 2012, confrontandosi davanti a Montecitorio con un picchetto di operai Irisbus, diceva: «Non serve a nulla… tutto questo non serve a nulla … se lo mandiamo affanc…quello chiude e non lo vediamo più».

Ebbene la Costituzione, nello spirito e nella lettera, si pone in una dimensione antitetica rispetto al complesso dei rapporti sociali sotteso ai pronunciamenti di Renzi, D’Alema, e del ceto politico Pd di ogni livello. Del resto l’attacco alla Costituzione, il suo svuotamento, la sua continua manomissione proprio per questa sua incompatibilità con tutte le forme dell’ordo-liberalismo, non è certo cominciato con la riforma Boschi-Verdini, bensì con l’accettazione di fatto e di diritto (costituzionalizzazione del Fiscal compact) di un ordine europeo le cui normative confliggono con il documento fondante della Repubblica.

Si comprenderà, dunque, come la «ditta», ora «sinistra» Pd, che tale processo o ha promosso, o ha accettato, non possa ora opporvisi sulle questioni di fondo. I suoi residui esponenti se ne stanno nell’ombra e attendono (non si sa bene chi e che cosa) mentre pigolano sempre più piano.

Proprio nei giorni scorsi il neo ministro allo Sviluppo economico, fortemente voluto da Renzi, ha chiarito in maniera esemplare il nodo centrale della riforma Boschi-Verdini. Ha sostenuto che gli accordi di libero scambio Ttip e Ceta «sono fondamentali» (per chi?), per cui non si possono lasciare i parlamenti nazionali arbitri della loro approvazione. Dunque, ha concluso, «la governance deve essere ristrutturata sennò ammazzerà la nostra (?) politica commerciale» («Eunews» 13 maggio. I virgolettati sono nel testo).

La riforma costituzionale su cui voteremo a ottobre è tappa decisiva della ristrutturazione della governance su cui insistono da tempo i poteri dominanti internazionali. Renzi-Calenda dicono le stesse cose che un gigante della finanza globale come Jp Morgan Chase ha suggerito ai governi europei in un documento del 28 maggio 2013: liberatevi delle «Costituzioni, adottate in seguito alla caduta del fascismo presentano una serie di caratteristiche che appaiono inadatte a favorire la maggiore integrazione europea».

Questo è il punto centrale che demagogia e cialtronismo tenteranno di occultare. Questo è il punto centrale da rendere chiaro con tutti gli strumenti di demistificazione di demagogia e cialtronismo.

di Paolo Favilli,  storico

Questo 25 aprile

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Non è un 25 aprile come gli altri. Questo potrebbe essere l’ultimo per la Costituzione nata dalla ‪#‎Resistenza‬. Se non sconfiggiamo nel referendum di autunno le modifiche imposte dal governo Renzi a un parlamento abusivo di nominati grazie a una legge elettorale incostituzionale non potremo parlare più di Costituzione.

Il combinato disposto di Italicum e modifiche costituzionali costituisce uno stravolgimento definitivo e un guazzabuglio autoritario senza pari in nessun paese democratico.
Non avremo più un regime costituzionale ma uno strapotere del capo che con il voto di una minoranza potrebbe nominarsi il parlamento e tutti gli organi di garanzia.
Nessun diritto sarà al sicuro di fronte a un esecutivo così forte e senza contrappesi istituzionali.
Sbaglia chi minimizza la portata autoritaria di questo stravolgimento perché a operarlo e’ il PD e non Berlusconi (che comunque lo ha condiviso).
Nessuna libertà e nessun diritto e’ al sicuro quando si consegna tutto il potere a un uomo solo al comando.
La generazione che scrisse la Costituzione lo sapeva per averlo vissuto sulla propria pelle, molti anzi troppi pare che lo abbiano dimenticato.

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Art.18 – Silenzio!

Art.18, raccolta firme al giro di boa La vera sfida è al muro del silenzio

Oggi a Roma sotto la Rai. Poi un mese di «piazza aperta» Banchetti dell’Idv in panne. Black out dell’informazione. Gli organizzatori lanciano l’appello La raccolta referendaria per l’abolizione del nuovo articolo 18, quello manomesso dalla legge Fornero, e dell’articolo 8 della legge Sacconi ha superato il giro di boa delle 250mila firme. Eppure dal comitato promotore arrivano segnali di preoccupazione. Era chiaro dall’inizio che la stragrande maggioranza delle forze politiche e del sistema informativo avrebbero oscurato la raccolta, e che l’unica forza su cui si poteva contare davvero – oltre alla adesione convinta dei delegati Fiom – sarebbe stata la mobilitazione delle organizzazioni e delle associazioni promotrici, e l’adesione spontanea dei cittadini e dei lavoratori che in queste settimane hanno invaso le piazze di tutt’Italia. In effetti l’impegno ai banchetti c’è, spiegano dal comitato. Ma c’è un vero «muro del silenzio dell’informazione», quella pubblica innanzitutto, che avrebbe l’obbligo di informare sui referendum scritto nel contratto di servizio. Per questo il comitato chiama i romani a raccolta stamattina a viale Mazzini, alle 11 e 30 davanti ai cancelli Rai, per un flash mob di protesta, «molto pacifico ma anche molto rumoroso». Ieri sera il direttore generale Rai Luigi Gubitosa ha diramato una lettera ai tg e alle reti per chiedere ai suoi di «dare ampio e adeguato spazio informativo alla raccolta di firme in corso in tutta Italia per i referendum popolari». Vedremo nei prossimi giorni chi lo prenderà sul serio.
L’obiettivo ovviamente è il raggiungimento entro fine anno delle 500mila firme necessarie, che per essere depositate «in sicurezza» devono essere 700mila. Al lancio dell’iniziativa, a metà ottobre, il comitato puntava sul milione di firme.
Traguardo nonostante tutto a portata di mano, considerando le mobilitazioni e gli scioperi anti-Monti che si rincorrono nel paese, e lo sciopero del 5 e del 6 dicembre dei metalmeccanici Fiom.
Anche se da un mese a questa parte le condizioni di alcuni soggetti promotori dei referendum sono cambiate, almeno in parte. Il Prc, che raccoglie le firme anche su un proprio referendum per l’abolizione della riforma delle pensioni, macina a pieno ritmo. Stesso dicasi per Alba, alleanza lavoro benicomuni ambiente, e per le firme che arrivano dalle mobilitazioni delle tute blu. Meno a tappeto l’impegno di Sel, che pure raccoglie le firme contro l’art.8 e l’art.18 in tutte le iniziative centrali, ma che in questi giorni è impegnata pancia a terra sulla campagna delle primarie e di Vendola candidato presidente. E assai meno smagliante delle attese è la performance dell’Idv. Ma si capisce: il ciclone che ha travolto Di Pietro ha frenato i banchetti. Per l’Idv, che raccoglie firme anche su due referendum ‘anticasta’ e contro i soldi ai parti – un mezzo paradosso, visto l’arresto del consigliere laziale Maruccio e le polemiche sul patrimonio dello stesso Di Pietro – sono cambiate anche le coordinate politiche: in casa dipietrista il referendum per cancellare la legge Fornero era nato anche come sfida al Pd, che quella legge ha votato in parlamento. Ora invece Di Pietro invita i suoi a votare per le primarie, e chiede a Bersani di includerlo nell’alleanza di centrosinistra. In attesa dei risultati dei gazebo e poi dell’assemblea del 15 dicembre.
«Dicembre sarà un mese di mobilitazione di tutti i comitati», spiega Carmine Fotia, fra i promotori dei quesiti. «A Roma organizzeremo una piazza referendaria sempre aperta, dai primi del mese fino a fine anno, anche durante le feste. Per questo facciamo appello al mondo della cultura, soprattutto a quella autogestita che subito si è attivata sui referendum: il Teatro Valle occupato, il Cinema Palazzo, Cinecittà e il teatro di Ostia».

21/11/2012 12:31 | POLITICAITALIA | Fonte: il manifesto | Autore: Daniela Preziosi (Da Controlacrisi.org)

AVANTI TUTTA !

La raccolta firme in difesa del mondo del lavoro rappresenta una straordinaria occasione non soltanto per difendere il principio che non si può accettare la compressione dei diritti, ma anche per identificare e rilanciare il mondo del lavoro come soggetto vitale della e per la democrazia. Ed in ultima analisi è questo anche il migliore antidoto a quel senso diffuso di scollamento e rifiuto verso la politica che troppo frettolosamente viene spesso identificato nella generica formulazione dell’antipolitica.

La modifica dell’art.8 ci ha parlato di una stagione di declino, dove fu messo in atto da un berlusconismo alle sue fasi terminali il maldestro tentativo di ultima supplica verso i poteri forti per evitare la sua cacciata. Si è provato a barattare, perché di questo si è trattato, la possibilità di derogare la contrattazione nazionale in cambio di una maggiore clemenza nei tempi del redde rationem all’interno del capitalismo nostrano. Ma oltre a non essere servito ad evitare l’arrivo di Monti, il fatto gravissimo che tutto ciò ha invece prodotto è stato di aver portato il metodo Marchionne da eccezione a regola, e dunque la possibilità che uno strappo violento alla logica della contrattazione tra le parti sociali a livello aziendale abbia maggiore valore di un accordo nazionale. Un vero e proprio atto di prevaricazione della parte più forte su quella più debole: dobbiamo ristabilire il principio che i diritti devono essere certi per tutte e tutti ed inseriti in un’unica cornice non derogabile da nessuno.

Nell’assalto all’art.18 c’è stato invece una definitiva presa di coscienza da parte di quelli stessi poteri che, incassato il successo dell’operazione Monti, hanno deciso di varcare e ampliare la breccia che si era prodotta. E dunque su questo tema sono intervenute tutte le armi di distrazione di massa conosciute; si passa quindi da “è un atto per l’occupazione perché a maggiore facilità di uscita corrisponde maggiore possibilità d’entrata” (smentito puntualmente ad ogni rilevazione effettuata sul mercato del lavoro), al sempre valido “ce lo chiede l’Europa (ulteriore falsità, considerate le tutele previste nei principali Paesi della Ue)”. La verità è che in assenza della piena funzionalità dell’art.18 si pone in essere l’ennesimo ricatto, quello dell’imporre la scelta inaccettabile tra lavorare o avere diritti, producendo nei fatti una sterzata in senso autoritario in ogni luogo di lavoro.

Di fronte a questo duplice attacco è necessaria una risposta forte da parte delle molte anime della sinistra, assieme ad una nuova stagione di lotta e di protagonismo sindacale. Questi sono i temi naturali, per così dire, dove coagulare sull’obiettivo comune tutte le forze che ad oggi troppo spesso hanno frammentato le rispettive organizzazioni anziché unirle per far fare un passo avanti a tutti. La presentazione di questi quesiti e il lancio della campagna #lottoperildiciotto è il primo grande segnale di questo cambiamento possibile e necessario, dove le uniche stelle di riferimento devono essere quelle del lavoro, dei diritti e della dignità.

Non possiamo permettere che passi la logica del ricatto, né che si antepongano i particolarismi all’obiettivo di difendere il mondo del lavoro, né che sia permesso ai padroni di continuare nella classica manovra del dividere per meglio imperare: all’atomizzazione sociale che ci vorrebbe tutti in lotta orizzontale tra simili, noi dobbiamo rispondere con una firma unica verso l’alto, per rompere l’assedio e dare voce e rappresentanza a chi oggi in fabbrica non può scioperare per paura di perdere il posto di lavoro, al giovane che non ha speranza di trovare un suo futuro, al pensionato che vede sfuggire le conquiste di tante rivendicazioni, alle donne che in molti luoghi sono ancora vittime di discriminazione sia di genere sia salariale.

21/10/2012 19:55 | LAVOROITALIA | Autore: Claudio Grassi (Da Controlacrisi.org)

REFERENDUM LAVORO: SI PARTE !!

E’ fatta! Depositati i quesiti su riforma Fornero e Art. 18. Presenti Diliberto, Di Pietro, Ferrero, Vendola. Dal Pd ‘cartellini gialli’ a Sel.

Ripristinare l’art.18 dello Statuto dei Lavoratori, abrogato dalla riforma Fornero, e i diritti minimi e universali previsti dal contratto nazionale di lavoro, cancellati dal governo Berlusconi con l’art.8 del decreto legge n.138 del 2011. Sono i due quesiti che questa mattina, alle 10.30, un comitato allargato, formato da Idv, Prc, Pdci, Sel, Verdi, rappresentanti delle forze sociali e giuristi ha depositato in Cassazione.
Oltre al presidente dell’IdV, Antonio Di Pietro, sono presenti, tra gli altri, il leader di Sel, Nichi Vendola, il segretario nazionale di Rifondazione comunista, Paolo Ferrero, il presidente dei Verdi, Angelo Bonelli, il segretario nazionale del Pdci, Oliviero Diliberto, i giuristi Pier Giovanni Alleva e Umberto Romagnoli, Gianni Rinaldini (Fiom), Francesca Re David (Fiom-Cgil) e Gian Paolo Patta (Cgil). La raccolta delle firme partirà ad ottobre.

Ferrero (Prc): “È un’occasione importante di rilancio dell’unità della sinistra su una battaglia sociale essenziale, contro le politiche del governo Monti, per i diritti dei lavoratori che i ‘tecnici’ vanno demolendo”.

Diliberto (Pdci): “Oggi la sinistra politica e sociale si ritrova in Cassazione, per depositare i referendum per il ripristino dell’articolo 18 e per l’abolizione dell’articolo 8 della finanziaria di Berlusconi. Due battaglie di civiltà”.

Di Pietro (idv): “Bisogna uscire dall’ipocrisia delle alleanze sì e alleanze no, decise nelle segreterie di partito. Le alleanze si fanno sui programmi e questo referendum è un programma su cui allearsi per mettere di fronte alle proprie responsabilità anche chi appoggia il governo Monti. Casini ha detto che se va al governo mantiene la riforma Fornero. Il Pd deve decidersi: la appoggerebbe o la sostituirebbe?”.

Vendola (Sel): “Non penso ci sia un’agenda di cambiamento se non si mette al centro delle priorità da affrontare il tema del lavoro e del precariato”.

Cofferati (Pd): “I referendum sono dal mio punto di vista condivisibili per ragioni di merito e di opportunita” ed e’ ‘giusto’ chiedere l’abrogazione di quelle norme che hanno cancellato ‘diritti nel lavoro e nella cittadinanza’ e ‘ridare protezione e dignita’ a chi lavora, ripristinare alcune elementare forme di democrazia nei luoghi di lavoro’.

Ma dal Pd, a parte la voce fuori dal coro di Cofferati, diversi ‘cartellini gialli’ a Vendola. Sereni (Pd): “La decisione di alcune forze politiche, tra cui Sel, di presentare un referendum abrogativo della riforma del lavoro è ovviamente legittima ma non aiuta un dibattito costruttivo nel centrosinistra”. Bindi (Pd): “Penso che fare in questo momento un referendum sull’articolo 18 sia un grave errore”.

11/09/2012 12:31 | POLITICAITALIA | Fonte: controlacrisi.org | Autore: A. F.

Mattarellum e Porcellum a confronto

Il Mattarellum non è migliore del Porcellum

di Gianluigi Pegolo (Liberazione del 3 settembre 2011)
L’iniziativa referendaria, tesa a modificare l’attuale legge elettorale, promossa inizialmente dal settore veltroniano del Pd e oggi sostenuta anche da altri esponenti di quel partito fra cui Prodi, oltre che da Sel e dall’IdV, è non solo discutibile dal punto di vista tecnico-giuridico, ma rappresenta una scelta regressiva compiuta in nome d’interessi di parte che non porta alcun contributo positivo per correggere le storture e le iniquità dell’attuale sistema elettorale. Com’è noto, attraverso i quesiti referendari depositati, si punta a sostituire l’attuale sistema elettorale (il cosiddetto “Porcellum”) con il vecchio “Mattarellum”. In sostanza, al posto dell’attuale maggioritario di coalizione con un premio di maggioranza al 55%, si punta a ripristinare il sistema che prevedeva che il 75% dei seggi fossero attribuiti attraverso il maggioritario uninominale a turno unico, ripartendo il restante 25% secondo un criterio proporzionale fra le liste che avessero raccolto almeno il 4% dei voti.
L’argomento utilizzato dai promotori dell’iniziativa è che questo referendum costringerebbe il Parlamento a modificare la legge elettorale attualmente in vigore. La prima obiezione che si può fare è che se questo è l’intento, lo strumento utilizzato presenta limiti evidenti dal punto di vista del rispetto della giurisprudenza della Corte costituzionale in materia di referendum, giacché presuppone che la soppressione dell’attuale legge elettorale implichi l’automatico ripristino di quella precedente, incorrendo così nel rischio concreto che i quesiti referendari non siano accolti. E’ però del tutto evidente che dietro a simili argomenti si cela in realtà un disegno teso alla ridefinizione delle regole elettorali al fine di determinare una modifica, oltre che degli equilibri politici, della natura stessa del sistema istituzionale. Vale allora la pena di entrare nel merito delle differenze e delle analogie dei due sistemi elettorali, considerando preliminarmente il “Porcellum”.
L’attuale sistema elettorale è sicuramente aberrante, basti considerare che una coalizione con una maggioranza relativa può, anche con un solo voto di scarto rispetto a un’altra, accaparrarsi la maggioranza del 55% dei seggi parlamentari. Il vulnus al principio democratico è evidentissimo giacché in tal modo si stravolge completamente il reale peso elettorale degli schieramenti. Peraltro, è con questo sistema che il centro-destra con una semplice maggioranza relativa ha potuto governare finora indisturbato.
Va anche detto che questa abnormità dal punto di vista politico-istituzionale non ha suscitato particolare indignazione nel centro-sinistra almeno fino alla sconfitta del 2008.
Più frequentemente, invece, la critica si è incentrata sulla scarsa garanzia di stabilità che questo sistema offre in virtù del fatto che i diversi meccanismi previsti per Camera e Senato rendono incerta la conquista di una maggioranza omogenea nei due rami del Parlamento. O, ancora, sull’utilizzo delle liste bloccate che privano il cittadino elettore della possibilità di influire sulla designazione degli eletti.
Che questo sistema debba essere cambiato è quindi necessario, ma l’iniziativa referendaria in corso propone una soluzione altrettanto disastrosa. In primo luogo, il “Mattarellum” non risolve il problema della governabilità, come vorrebbero i sostenitori del referendum. È sufficiente, infatti, che si presentino tre poli, anziché due, e non è più scontato l’ottenimento della maggioranza assoluta dei parlamentari da parte di una coalizione. Ma veniamo alle questioni più rilevanti. La prima è che questo sistema, come l’altro, resta maggioritario e che quindi stravolge il principio democratico della rappresentanza. Quel 25% di proporzionale, oltretutto vincolato al superamento del 4%, addolcisce appena la durezza di un meccanismo che resta feroce nei confronti delle minoranze che non si accodano ai principali schieramenti.
Ma non si tratta solo di questo. Come nel caso del “Porcellum”, il “Mattarellum” promuove la trasformazione in senso bipolare del sistema politico istituzionale costringendo agli apparentamenti forzosi. In questo modo alimenta il trasformismo costringendo ad alleanze innaturali senza per questo superare la frammentazione politica, che puntualmente e spesso in modo ancora più esasperato si riproduce all’indomani del voto. Peraltro, l’essere il sistema imperniato sui collegi uninominali non solo consente forti rendite di posizione a formazioni con base localistica, ma alimenta il proliferare di un notabilato locale che agisce come elemento di ulteriore dissolvenza dei partiti, accentuandone la trasformazione nel senso di federazioni di comitati elettorali.
L’alternativa proposta non si annuncia quindi migliore del sistema in vigore; essa è invece funzionale al disegno politico di alcune forze che sperano dalla sua introduzione di trarne vantaggi. Ciò vale per i settori del Pd che con più convinzione assumono il modello bipolare e il superamento del sistema tradizionale dei partiti, ma non è un caso che si stia allargando nel Pd l’area delle adesioni, al punto che è incerto se alla fine l’intero gruppo dirigente appoggerà la proposta. La cosa non stupisce più di tanto se si considera che la proposta di legge elettorale all’“ungherese” presentata qualche tempo fa dal Pd non si differenzia molto dal “Mattarellum”, se si esclude l’utilizzo del doppio turno nella competizione nei collegi e l’introduzione di un piccolissimo diritto di tribuna.
Ma la ricerca del vantaggio particolare è anche la motivazione di forze come Sel che spera in tal modo di acquisire definitivamente le primarie di coalizione, essenziali per giovarsi del ruolo trainante del suo leader. Operazione che dimostra una notevole disinvoltura sul piano politico, considerando il fatto che questa formazione politica ha sempre rivendicato (almeno a parole) la propria fedeltà al proporzionale. A quel proporzionale che costituisce – io credo – l’unico modello sostenibile e non solo perché strettamente connesso all’ispirazione della nostra Costituzione, non solo perché più democratico, ma anche più credibile, alla luce dei fallimenti conclamati delle avventure maggioritarie che dagli inizi degli anni ’90 si sono susseguite.
E’ per queste ragioni che i quesiti referendari proposti da Passigli e sostenuti da autorevoli costituzionalisti, a suo tempo presentati, che avevano l’obiettivo di ripristinare nel paese un sistema elettorale proporzionale, erano l’unica risposta credibile alla crisi delle istituzioni e del sistema politico. L’errore commesso da Passigli che, cedendo alle pressioni provenienti dal Pd, ha fatto naufragare l’iniziativa, è ora ancora più evidente nel momento in cui le componenti maggioritarie del suo stesso partito sono passate all’offensiva. Anche per questa ragione è bene che la battaglia per il proporzionale resti in campo e che si ricostruisca un fronte a suo sostegno.

…e se fosse la volta buona ?

Non è ancora terminata l’entusiasmante cavalcata referendaria che, come in uno straordinario e gioioso effetto domino, ha travolto il governo delle destre italiane subito dopo la sconfitta nei ballottaggi nelle principali città italiane. Milano libera dalle giunte di centro-destra dopo vent’anni ed oggi l’Italia intera libera dall’incubo del nucleare e pronta a vigilare sul rispetto della proprietà pubblica dell’acqua e sull’impossibilità per i privati di fare profitti sui beni comuni. Perchè ci sarà da vigilare rispetto a chi cerca di salire sul carro del vincitore dopo aver privatizzato e liberalizzato il servizio idrico in alcune realtà locali nelle quali amministra la cosa pubblica. Ogni riferimento al PD di Bersani è voluto e cercato e per nulla casuale ed involontario.

In questa prospettiva i cittadini hanno voluto rimarcare finalmente il proprio protagonismo riappropriandosi del diritto a scegliere ed a fare politica con scelte operate in prima persona. Non ancora spenti questi entusiasmi e già si affaccia una nuova campagna che vede rilanciare proposte di referendum sulla legge elettorale. Purtroppo dai tempi di quella che chiamano con un termine quanto mai inopportuno e sbagliato prima repubblica quando si è messo mano alla legge elettorale lo si è fatto per tagliare margini e spazi di democrazia. Ricordiamo tutti l’inebriante e salvifica campagna che voleva abbattere il sistema elettorale proporzionale con i referendum voluti da Mario Segni. Il maggioritario prometteva governabilità, diminuzione del numero dei partiti e drastica riduzione del potere decisionale delle segreterie dei partiti a vantaggio di una tanto ventilata quanto falsa ed ingannevole democrazia diretta. Tutti gli obiettivi del sistema maggioritario vennero puntualmente disattesi.

Qualcuno ha provato nel recente passato a cancellare il residuo di quota proporzionale attraverso un referendum abrogativo, ma il tentativo fallì miseramente perchè, come in molti casi negli ultimi 15 anni, la consultazione non raggiunse il quorum. Infine solo per una mera convenienza personale il terzo governo Berlusconi ha elaborato il famigerato “porcellum” che ha dalla sua l’unico merito di essere una legge a base proporzionale, ma con tutta una serie di correttivi che hanno portato all’esclusione di forze politiche importanti del paese.

Questa legge introdusse nell’ordine:

– un premio di maggioranza per la coalizione vincente consegnando il governo del paese ad una minoranza

– una soglia di sbarramento differenziata per partiti presenti in coalizione e per partiti che facevano corsa solitaria

– le liste bloccate che sancivano l’impossibilità ad esprimere qualsiasi preferenza

– una indicazione sulla scheda elettorale del candidato a Presidente del Consiglio

Oggi un nuovo comitato referendario (http://www.referendumleggeelettorale.it/) prova ad affacciarsi alla ribalta proponendo alcuni quesiti con cui abolire quegli aspetti deleteri di una legge elettorale che in Parlamento non può essere modificata perchè sono troppe e troppo divergenti le proposte dei partiti. Sappiamo infatti che il PD, ma è solo un esempio, è ancora infatuato del sistema maggioritario/uninominale dove nei collegi i candidati sono scelti sulla base di accordi tra le segreterie dei partiti.

I quesiti referendari chiedono per l’appunto la cancellazione dei 4  punti più impresentabili del famigerato porcellum; dalle liste bloccate all’eliminazione del premio di maggioranza passando per la cancellazione delle diverse soglie di sbarramento lasciandone solo una al 4% ed annullando infine l’indicazione del candidato Presidente del Consiglio perchè l’Italia è una repubblica parlamentare e non presidenziale come alcuni vorrebbero.

E se questa volta fosse quella buona per votare un referendum di matrice elettorale che può introdurre qualcosa che più di tutti somiglia al sistema elettorale tedesco ? E se dopo tante proposte tese ad eliminare il sistema proporzionale o comunque a diminuire gli spazi di rappresentanza oggi provassimo a riprenderci uno spazio di democrazia per contare di più ?

Andrea

LA VITTORIA ? BENE !

  Il risultato dei referendum è chiaro. Non c’è bisogno di descriverlo. I quesiti erano chiari ed inequivocabili. Il Governo Berlusconi ha perso nettamente sul nucleare e sul legittimo impedimento. Ma sui due quesiti riguardanti l’acqua hanno perso tutti quelli che per quasi vent’anni hanno sostenuto e proposto la privatizzazione della gestione dell’acqua. Hanno cambiato opinione? Bene! Hanno deciso di votare si solo per non entrare in contraddizione con il loro elettorato e/o per sfruttare i referendum sull’acqua per mettere in difficoltà il governo in carica? Benino! Hanno, coma già fa Bersani, votato si ma ora dicono che è stata sventato l’obbligo a privatizzare e che gli enti locali possono, se lo vogliono, privatizzare? Male! Malissimo! Nelle prossime settimane, passata l’euforia, bisogna sapere che si giocherà una battaglia forsennata, anche se i talk show non ne parleranno o ne parleranno invitando i soliti voltagabbana e presunti esperti, perché in gioco ci sono cifre da capogiro dal punto di vista delle multinazionali che hanno già messo e vogliono mettere le mani sull’acqua. Spero che la battaglia si svolga nella chiarezza. E che i contenuti dei referendum sull’acqua non vengano sacrificati sull’altare della perniciosa e vomitevole dialettica bipolare. Perché molti, troppi, sono stati favorevoli alla privatizzazione, anche se oggi cantano vittoria. Spero, ma so che è una speranza pressoché infondata, che a chi ha vinto veramente, perché da sempre contrario alla privatizzazione dell’acqua, venga riconosciuto il lavoro svolto in tutti questi anni. E spero che la litania antiberlusconiana o, peggio ancora, quella della società civile contrapposta ai partiti, non cancelli i meriti di chi in tutti questi anni ha onorato il compito di lottare dentro e fuori le istituzioni, insistendo sulla necessità di salvaguardare i beni comuni dal mercato e dal profitto, raccogliendo le firme per i referendum. Parlo del mio partito.
Essendomene occupato allora mi è tornato alla mente il dibattito che si fece in parlamento sulla famosa Legge Galli. Nel 1993. Un secolo fa. Quando eravamo soli a sostenere la battaglia contro la privatizzazione dell’acqua. Quasi soli. Perché oltre a Rifondazione solo il MSI votò contro, anche se per motivi diversi. Mentre Verdi e PDS furono favorevoli. La legge Galli è stata citata mille volte in queste ultime settimane. Ma nessun santone televisivo o giornalistuncolo si è preso la briga di rileggere quel dibattito. Anche solo per dare conto di chi fu favorevole e chi contrario alla privatizzazione. Così, giusto per amore di verità e per informare.
Lo faccio io. Rimettendo qui la mia dichiarazione di voto finale sulla legge Galli. Ed invitando chi lo volesse fare a rileggersi gli interventi di Edo Rochi a nome dei Verdi che ignorò totalmente la questione della privatizzazione. E quello di Valerio Calzolaio a nome del PDS (oggi SEL) di cui pubblico subito un piccolo passo. Eccolo: “Così, alla pubblicità delle risorse, delle priorità e dei criteri di utilizzo, può corrispondere anche la privatizzazione di questa o quella gestione. Noi non abbiamo timori: le gestioni pubbliche possono e debbono riconquistarsi sul campo la riconferma di un ruolo. Occorre garantire al cittadino, un servizio efficiente e a basso prezzo, non sostenere ad ogni costo che il servizio lo deve dare lo Stato.”

Lo stenografico delle dichiarazioni di voto finali lo si può leggere integralmente qui, dalla pagina 18588 in poi:
http://legislature.camera.it/_dati/leg11/lavori/Stenografici/Stenografico/34842.pdf#page=16&zoom=95,0,70

Questo il mio intervento a nome di Rifondazione Comunista.

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l’onorevole Ramon
Mantovani. Ne ha facoltà.

RAMON MANTOVANI. Signor Presidente, colleghe, colleghi, all’originaria proposta di legge dell’onorevole Galli, nel corso della discussione in Commissione, sono stati apportati
molti e notevoli miglioramenti.
È stato sventato il reiterato tentativo di mettere in discussione il comma 1 dell’articolo
1, nel quale si afferma la pubblicità di tutte le acque; sono state accolte le nostre
proposte circa il risparmio idrico; sono state introdotte norme che prevedono una certa
— solo una certa — unificazione della gestione dei sistemi idrici, una maggiore tutela
dall’inquinamento, uno stimolo alla depurazione delle acque con il vincolo dei fondi ai
quali affluiscono le tariffe per la depurazione e un maggiore, anche se assolutamente
insufficiente, equilibrio tariffario.
Tuttavia, noi voteremo contro il provvedimento perché, accanto ai principi generali che
noi stessi abbiamo sollecitato, difeso e voluto e che costituiscono un importante passo in avanti, soprattutto dal punto di vista culturale, c’è l’operazione che porta dritto alla tendenziale privatizzazione della gestione del sistema idrico.
Nei fatti si sancisce che il profitto, che al comma 2 dell’articolo 13 viene eufemisticamente definito adeguata «remunerazione del capitale investito», possa essere — anzi, è — il fine perseguito dai soggetti gestori. Si tenta comunque — e noi, in via subordinata, abbiamo a ciò contribuito — di imbrigliare la più che probabile logica intrinseca dei soggetti privati, che per loro natura non possono che considerare la difesa di una risorsa scarsa come l’acqua, la salvaguardia dell’ambiente, il soddisfacimento del bisogno di acqua potabile e la tutela della salute umana, come variabile dipendente rispetto ai conti economici dell’azienda e al profitto.
Ma è prevedibile che, come in tante altre occasioni, ad essere premiato sarà l’interesse
privato e non quello collettivo ed ambientale.
Basta leggere l’articolo 16 per rendersi conto di come un comune, un’amministrazione
comunale, venga messo sullo stesso piano di un soggetto gestore privato. Un comune, secondo l’articolo 16, non può realizzare un acquedotto od una fognatura senza aver prima stipulato una convenzione con il soggetto gestore, il che significa, pari pari, che un’azienda privata che gestisce può ostacolare le opere che dal punto di vista dei suoi conti economici consideri superflue, anche se sono utili sul piano sociale ed ambientale.
Come se non bastasse, all’articolo 13, che noi consideriamo deleterio, si stabilisce che
con la tariffa si devono coprire tutti gli investimenti, compresi quelli per la realizzazione delle opere. È come dire che non si paga più solo il servizio e che le infrastrutture non sono più realizzate con i soldi dello Stato, vale a dire con i fondi provenienti dalle tasse dei cittadini, ma che a questi ultimi spetta, oltre al pagamento delle innumerevoli tasse, anche l’onere di pagare, attraverso le tariffe, tutte le infrastrutture: acquedotti, fogne, depuratori, eccetera. Andando avanti di questo passo un altro novello De Lorenzo stabilirà che con i ticket bisognerà pagare le spese per la costruzione degli ospedali o qualcun altro proporrà che, oltre alle tasse scolastiche, gli studenti paghino per la costruzione delle scuole.
Ci si è resi conto, anche perché lo abbiamo ripetuto fino alla noia, che in questo modo si sarebbero create gravissime sperequazioni tra zona e zona del paese, con un’insopportabile penalizzazione delle aree più povere di acqua e di infrastrutture, come il meridione, o più inquinate, come, ad esempio, la Lombardia. Per questo sono state messe alcune pezze, come la tariffa di riferimento ed altro, ma non si è fatta la cosa più semplice: una tariffa unica per l’acqua in tutto il paese, una variabile interna alla tariffa entro limiti prefissati riguardante la gestione del servizio e, infine, gli investimenti
infrastrutturali a carico dello Stato e degli enti locali. Ma tutto questo, me ne rendo
conto, sarebbe stato semplicemente incompatibile con la filosofia liberista delle privatizzazioni.
Qualcuno potrebbe pensare che, per lo meno, tutto si semplifichi e diventi efficiente.
Non è così: permane una straordinaria frammentazione della gestione delle competenze.
Tralasciando, infatti, quelle dello Stato, permangono quelle delle regioni, degli enti locali, dei loro consorzi, dei soggetti gestori — pubblici o privati che siano —,
delle autorità di bacino, eccetera. Non a caso è stato necessario inventarsi un’ulteriore
autorità superiore con il relativo osservatorio, e lo si è fatto in modo tale da sollevare
le ire della Commissione lavoro, ire che noi abbiamo considerato del tutto giustificate.
E ancora: gli ambiti territoriali ottimali, pur se rivedibili ogni triennio, presentano
una scarsa flessibilità. Investimenti, decisioni, organizzazione di utenze delicate e complesse come quelle idriche non potranno essere rivoluzionati ogni tre anni; seguiranno
criteri derivati dalla situazione esistente e finiranno, come abbiamo già detto, anche
per un motivo organizzativo, per soggiacere rispetto ai fattori economici, finanziari, industriali ed agricoli e non rispetto ai tanto proclamati, quanto traditi, obiettivi di salvaguardia dell’ambiente e delle risorse idriche.
Nella stesura di questa proposta di legge si sono fatte sentire in forze le lobbies degli
agricoltori e degli industriali, abituati da sempre a considerare l’acqua come una
risorsa ed una materia prima a costo zero.
Ed ecco gli articoli del provvedimento sui canoni per gli usi agricoli ed industriali,
contro i quali hanno votato quelle forze che sono libere da pressioni e che in qualche
modo, anche se a volte illusoriamente, hanno a cuore l’ambiente.
Troviamo francamente incomprensibile e sbagliato che non si sia accettata la nostra
proposta — per quanto attiene specificatamente ai tassi di inquinamento — di introdurre
una novità importantissima: vale a dire, la misurazione e la regolazione non solo assoluta, ma anche nell’unità di tempo, delle sostanze inquinanti che vengono introdotte
nell’ambiente e nell’acqua.
Per concludere, come si sarà capito dai nostri voti sugli articoli, consideriamo questa
legge alquanto contraddittoria. Da una parte vi è un’ottima impostazione delle questioni
di principio, a cominciare dalla pubblicità delle acque, ma dall’altra un’incoerente,
e per alcuni versi contraria, impostazione del sistema della gestione delle risorse idriche. Ma giacché sappiamo molto bene che la salvaguardia delle acque si fa
con il governo del territorio e con la gestione delle risorse e non con le proclamazioni retoriche e di principio, non ci resta che votare contro. E, credetemi, lo facciamo veramente a malincuore.

(Applusi dei deputati del gruppo di rifondazione comunista)

Da Controlacrisi.org (15/06/2011)


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