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Aldrovandi, al congresso Sap ovazione per agenti condannati. La madre di Federico: “Paura e ribrezzo”. Ferrero (Prc): “Schifosi, intervenga il governo”

aldxcfBen cinque minuti di applausi e ovazione per tre dei quattro agenti condannati in via definitiva per la morte di Federico Aldrovandi: Paolo Forlani, Luca Pollastri ed Enzo Pontani. E’ quanto accaduto nel pomeriggio di oggi, 29 aprile, durante il congresso nazionale del Sap, il sindacato autonomo di Polizia, in corso a Rimini.

I tre agenti presenti al congresso del Sap sono stati condannati dalla Corte di Cassazione il 21 giugno del 2012 per eccesso colposo in omicidio colposo a tre anni e sei mesi, tre anni dei quali coperti dall’indulto.

«Sono allibita, è una cosa terrificante. Non se quelle mani che applaudono mi fanno più paura o ribrezzo. Forse entrambe le cose», sono le prime parole della mamma di Federico Aldrovandi, Patrizia Moretti.

«Come fanno i tutori dell’ordine – ha detto ancora la madre di Federico interpellata dall’AGI – ad applaudire questi agenti condannati? È una cosa terrificante», le parole della donna che ha assicurato di rivolgersi al capo dello Stato Giorgio Napolitano per chiedergli se è possibile che in uno Stato succedano episodi simili.

Nell’esprimere la mia solidarietà e quella dei compagni e delle compagne di Rifondazione Comunista a Patrizia, vorrei fare due considerazioni. Questo applauso ci dice che una parte della polizia è fatta da individui schifosi che applaudono chi ha ucciso a sangue freddo un diciottenne indifeso. Un applauso di questo tipo ce lo si potrebbe aspettare in una riunione della mafia, in una riunione di criminali, difficile immaginare come uomini e donne che dovrebbero garantire l’applicazione della legge possano applaudire chi ha ucciso a sangue freddo un ragazzo indifeso. In secondo luogo questo applauso ci dice che c’è un problema politico: una parte della polizia ha maturato un tale spirito di corpo da ritenersi in guerra con la società italiana, da considerare nemici coloro che stanno dall’altra parte. Non solo nelle manifestazioni, ma anche per strada. Questo pone un problema politico di prima grandezza perché parla della crisi verticale della democrazia. Di fronte a questo livello di degrado io non penso che occorra passare ad urlare ACAB. Non tutti i poliziotti sono espressione di questa sottocultura criminale e non ci possiamo permettere una situazione in cui ACAB diventi la realtà. Per questo il Ministro degli interni e il capo della polizia devono intervenire duramente. cosa dicono Pansa e Alfano? Quell’applauso non è un fatto privato, è un atto politico e come tale deve essere punito. Per questo vorremmo sentire la voce di altri poliziotti, perché i primi nemici dei poliziotti democratici sono i poliziotti che applaudono gli assassini di un ragazzo di 18 anni.

(pubblicato in controlacrisi.org)

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Intervista a Patrizia Moretti, mamma di Federico

di Cecchino Antonini
«Non sono io che cerco di continuare questa battaglia! Vorrei piangere da sola come non ho mai potuto fare in tutto questo tempo». Ma chi ha ucciso suo figlio non ha la minima intenzione di lasciare in pace Patrizia Moretti, la madre di Federico Aldrovandi, il diciottenne che, sette anni fa, fu ucciso da un violentissimo “controllo di polizia”. Tre gradi di giudizio con la definitiva condanna a 3 anni e 6 mesi giunta il 21 giugno per i quattro agenti che lo pestarono all’alba del 25 settembre del 2005, in un parco accanto all’ippodromo di Ferrara, non sembrano un motivo sufficiente per aprire una stagione di silenzio e rispetto. C’è un’associazione in cerca di visibilità, si chiama Prima difesa, ed è animata da personaggi di destra estrema (la sua presidentessa è stata coordinatrice per la Mussolini nelle Marche). L’associazione ritiene che un pezzo di opinione pubblica violi i diritti umani dei cittadini con le stellette e dunque offre loro patrocinio legale ma pure corsi di guida e di tiro e, sul profilo facebook dell’associazione promuove dibattiti violentissimi che offrono uno spaccato inquietante sulla sottocultura militare e poliziesca di questo paese. Patrizia Moretti, moglie di un ispettore della polizia municipale, a sua volta figlio di carabiniere, preferisce utilizzare un altro aggettivo: «cultura paramilitare, da non legittimare».

Fascistoide diremmo noi che, proprio da uno degli agenti condannati, veniamo definiti su quel profilo «comunisti di merda». A sentirsi definire in quel modo a Patrizia scappa una sonora risata. E’ bello sentirla ridere ma dura un’istante perché questa coda velenosa dell’indagine che lei stessa ha contribuito a far partire, con la sua ostinazione, le riserva tutt’altro genere di pensieri.

Ad avvertirla degli insulti sul web diretti contro di lei da quel profilo di fb è stata una delle tantissime persone che seguono le storie di malapolizia collaborando alla controinformazione sui casi e costruendo quei momenti di solidarietà concreta di cui hanno fame persone come Patrizia, frullate sulla scena pubblica dal contegno violento e reticente di funzionari dello Stato. Tutto inizia con la leader del gruppo che “urla” (ossia usa il maiuscolo) «Fermate questo scempio, per dio!». La mamma di Federico Aldrovandi avrebbe chiesto il carcere per i colpevoli della morte di suo figlio e dà la stura ai commenti sul profilo. Un tizio col cappello da alpino accusa Patrizia di aver allevato un «cucciolo di maiale» e poi piomba sul web Paolo Forlani, uno dei quattro di quell’alba all’ippodromo. «Ma hai (visto, ndr) che faccia di culo aveva sul tg… una falsa e ipocrita (Patrizia Moretti, ndr) spero che i soldi che ha avuto ingiustamente possa non goderseli come vorrebbe….. adesso non stò più zitto dico quello che penso e scarico la rabbia di sette anni di ingiustizie…». A chi gli fa presente che forse nemmeno un “drogato” merita di essere ucciso sul posto, Forlani risponde che non sarebbe vero niente, che bisognerebbe leggere le sentenze. In effetti, a leggere le carte, il reato per cui è stato condannato sembra largamente inadeguato. Ma lui si sente incastrato dalla politica e dalla mediaticità»  e, usando anch’egli il maiuscolo, sentenzia, appunto: «Vergognatevi tutti, comunisti di merda…». «Noi paghiamo per le colpe di una famiglia che pur sapendo dei problemi del proprio figlio non hanno fatto niente x aiutarlo mi fa incazzare un pochino e stiamo pagando x gli errori dei genitori….. massimo rispetto per Federico ma mi dispiace noi non lo abbiamo ucciso, e con questo vi saluto».
Non è la prima volta che Forlani assale Patrizia Moretti, in questi anni l’ha querelata spesso senza mai superare il banco di prova dell’archiviazione. Anche stavolta, dopo la prima amarezza, Patrizia s’è sentita affolata da pensieri di rabbia: «Non ci potevo credere! Non se ne può più! Sempre le stesse menzogne, intollerabili soprattutto perché rivolte a Federico. Continuano a volerlo uccidere! Ma non glielo permetterò mai più». Per questo è uscita di casa, domenica scorsa, per raggiungere la stazione dei carabinieri più vicina e querelare la leader dell’associazione, l’“alpino” di fb e il poliziotto. «Ora basta – dice ancora – tre sentenze dicono che è morto, mio figlio, per colpa loro».
E’ in nome di Federico che riprende la battaglia anche se confida che le pare una scelta «contronatura», una «violenza anche contro sé stessi», che vorrebbe «solo piangere e urlare». Anche la ministra degli Interni, all’indomani della sentenza, ha voluto dare uno schiaffo a questa famiglia usando il condizionale sulle responsabilità dei suoi quattro dipendenti (ma altrettanti sono sotto processo per i depistaggi di quella domenica). E l’ultima domanda, Patrizia, la rivolge proprio alla ministra del condizionale: «Ma lei ha il polso di cosa accade nei circoli militari e di polizia?».
Anche Paolo Ferrero, segretario del Prc, commenta la vicenda degli insulti a Patrizia: «Le ingiurie dopo l’omicidio sono una vergogna senza fine: siamo vicini ai familiari della vittima, costretti anche a dover subire le diffamazioni. Gli agenti condannati per episodi del genere dovrebbero essere messi fuori dalla polizia o comunque messi in condizione di non nuocere più, di non poter più usare un manganello, di non stare a contatto col pubblico. Al di là delle pene e delle sanzioni, sulle quali esistono leggi precise e sulle quali non tocca a noi esprimere un giudizio, le istituzioni sarebbero più credibili se mettessero i poliziotti che hanno causato la morte di un ragazzo nelle condizioni di non fare mai più quanto hanno fatto a Federico Aldrovandi».

Siamo in democrazia, potete scegliere: alta velocità o manganellate in testa

di Alessandro Robecchi, pubblicato in Il Misfatto

Il revival dell’estate: la manganellata della polizia torna prepotentemente di moda! – Per una volta, la Lega unisce l’Italia: Bobo Maroni invia poliziotti meridionali a picchiare montanari piemontesi  – La lentezza dei trasporti è un problema nazionale: le bastonate della polizia ci hanno messo dieci anni da Genova alla Val di Susa!

Il must dell’estate 2011? Il livido da manganello! La cicatrice da carica della polizia, il setto nasale deviato e l’intossicazione da lacrimogeno. Si sa che le mode hanno i loro corsi e ricorsi e così, passati dieci anni da Genova 2001, rieccoci ad apprezzare alcuni tratti stilistici che credevamo dimenticati. Certo, qualche avvisaglia del revival si era vista in piccole avanguardie attentissime all’evoluzione del costume, per esempio la sala Bunga-Bunga della discoteca di Arcore, dove le ragazze già mesi orsono si vestivano da poliziotte (e poi, dopo gli scontri, da infermiere). Piccoli segnali, ma nulla in confronto alla presentazione ufficiale della stagione estiva, avvenuta settimana scorsa in Val di Susa. “La musica elettronica ci aveva un po’ distratto – dice un funzionario di Polizia – ma ora siamo tornati alle vecchie care percussioni: non avete idea di come suoni la testa di un No-tav, il nostro comandante dice che è fatta apposta”. Nostalgia, dunque? “Ma no – risponde un questurino – c’è stata un’evoluzione. A Genova picchiammo Boys-scout, suorine, pacifisti con le mani alzate che erano venuti apposta. Oggi, invece, bastoniamo direttamente cittadini del luogo, insomma, facciamo servizio a domicilio”.
Come tutti sanno, ogni moda, dalla minigonna, ai pantaloni a zampa di elefante, alla mano pesante della polizia, ha le sue radici sociali. “Ovvio – dice un funzionario della celere – e anche qui la lezione viene da Genova 2001. Oggi se non hai il numero di Bisignani come puoi fare carriera? Solo spaccando qualche testa, come è avvenuto dieci anni fa: tutti i funzionari filmati mentre picchiavano cittadini disarmati sono stati promossi!”. “Però – aggiunge – non dovete pensare che lo facciamo solo per lavoro, ci vuole passione!”. Come dopo ogni sfilata che si rispetti, anche dopo le bastonate distribuite in Val di Susa, lo stilista si è fatto avanti per prendere l’applauso della platea. Bobo Maroni, ha percorso per ultimo la passerella, e ha raccolto unanimi consensi dal governo e anche da parte dell’opposizione: “La Lega – ha detto – è sempre vicina ai popoli e alla loro autodeterminazione. A meno che non ci sia in ballo un affare da parecchie centinaia di milioni di euro. In quel caso sappiamo picchiare la gente anche meglio degli altri, e lo abbiamo dimostrato. Ci siamo esercitati sugli ultras degli stadi, ora sui cittadini della Val di Susa e domani chissà, ogni italiano potrebbe avere il suo livido da manganello. Oltretutto costa meno di un piercing o di un tatuaggio: è gratis e offre lo Stato italiano!”.

Milano, manganellate contro gli studenti


Rifondazione c’è!

Luca Mercalli: PREPARIAMOCI

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