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Maschere a Ventotene

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I teatranti sono Renzi, Merkel e Hollande. I quali nell’isola pontina, con gran fracasso di tamburi e tromboni della comunicazione padronale e anche di quel giornale che dichiara (senza vergogna) di essere stato fondato da Gramsci, tentano di mascherare la loro inanità nascondendosi dietro il Manifesto di Altiero Spinelli, un combattente tenace che di certo non avrebbe gradito. Andiamo allora al dunque e diciamo la verità.

L’idea dell’Europa federale e degli Stati uniti d’Europa concepita da Spinelli e Rossi nasce sulla premessa dell’abbattimento dell’imperialismo del capitale, del dominio assoluto dei monopoli privati e della grande finanza. Cioè del nazifascismo, che aveva provocato la tragedia della seconda guerra mondiale e la distruzione di ogni principio di solidarietà, libertà e uguaglianza.

Alla base del loro progetto non c’era il ritorno al modello dello Stato liberale, ma una nuova idea di socialismo, in cui le classi lavoratrici avrebbero dovuto svolgere una decisiva funzione dirigente, fino al superamento degli Stati nazionali, delle loro contraddizioni e contrapposizioni di interessi. Esattamente il contrario di ciò che si sta verificando oggi e che i tre in gita a Ventotene stanno praticando.

Costoro fanno ammuina (con evidenti differenze tra loro) sull’unione politica dell’Europa, e in pari tempo sostengono senza esitazione i tre pilastri che la rendono impossibile: il dominio assoluto della finanza e dei mercati, il contenimento dei salari e l’abbattimento del Welfare, la cancellazione della rappresentanza politica delle classi lavoratrici del XXI secolo.

In queste condizioni anche ai ciechi dovrebbe essere chiaro che l’unità politica dell’Europa è una pura declamazione e un grave inganno. In cui eccelle in noto statista di Rignano, il quale sbrodola dichiarazioni sull’unione politica del Continente mentre in Italia, con la controriforma della Costituzione e non solo, cancella di fatto il fondamento del lavoro della Repubblica democratica. Come egli stesso dichiara, ha in testa (se l’affermazione non è azzardata) un altro modello di democrazia, che rassomiglia molto alla dittatura dell’impresa, cioè del capitale.

Allora bisogna essere chiari fino in fondo: l’Europa dei popoli e dei lavoratori è l’unica Europa possibile. Come sosteneva Berlinguer, del quale Spinelli era diventato stretto collaboratore essendo stato eletto deputato europeo nelle liste del Pci e poi vicepresidente del gruppo parlamentare comunista. Un altro dato di fatto scientificamente occultato, perché del comunismo italiano, e della parola stessa, si teme persino la memoria.

In conclusione, dallo stato attuale delle cose si può uscire oggi per una sola via. Si tratta di lottare perché si sviluppi in ogni singolo Paese e in tutta Europa un vasto movimento politico-sociale per obiettivi concreti: il controllo dei mercati e della finanza contestualmente all’abolizione dei paradisi fiscali; il rilancio dell’occupazione e dei salari in connessione con un piano di investimenti pubblici; la definizione di un Welfare europeo con standard comuni di diritti e prestazioni sociali, che eviti la guerra tra poveri e tenda all’unificazione dei lavoratori.

Anche per questo è necessario riappropriarsi del Manifesto di Ventotene e della linea Berlinguer-Spinelli nella costruzione dell’Europa: per progettare e affermare una vera alternativa in cammino verso una civiltà più avanzata. Diversamente, tutto il resto è chiacchiera e smaccata difesa degli interessi costituiti. Con il risultato di continuare a scivolare inevitabilmente verso il Medio Evo, senza poter escludere una conflagrazione globale.

di Paolo Ciofi Presidente dell’associazione Futura Umanità 

RUBARE IL FUOCO A PROMETEO È UN CRIMINE CONTRO L’UMANITÀ

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Il furto del fuoco rubato a Prometeo si narra in mille modi, però, comunque lo racconti, ricorda l’antichissimo e innato bisogno di emancipazione dell’uomo. E’ un tema universale: la lotta per il progresso, che è soprattutto lotta per la conoscenza e il possesso del sapere. Il fuoco non scalda i corpi diversamente da quanto la conoscenza riscalda l’animo dell’uomo e lo rende ribelle di fronte alla prepotenza del potere. Prometeo «colui che riflette prima», il Titano che ama il genere umano, altro non è se non la metafora d’una lotta inesausta, identica a se stessa nell’apparente trascorrere del tempo: lotta contro il potere dei pochi, affidato all’ignoranza dei molti. Prometeo non ha un suo tempo, perché il nostro passato è stato presente e il futuro domani diventerà un nuovo presente e poi ancora passato. Su tutto, dai primordi, quel conflitto senza il quale – ci ammonisce Eraclito – non ci sarebbe vita.

A fine Ottocento, Prometeo fu l’operaio in lotta per la scuola gratuita, aperta a tutti e per la refezione scolastica. Fu l’operaio che impose con le lotte ai falsi «vati» del liberalismo una legge di riscatto, smascherando l’inganno: non era onesto e non rispondeva ai bisogni reali della gente l’incitamento rivolto al legislatore da Carducci che, dall’alto della sua cultura diventata potere, scriveva con toni di padre e intenti patrigni: «sottraete il figlio del lavoratore alla sofferenza dell’alfabeto». L’operaio voleva soffrire di quella pena, perché ogni parola che imparava a leggere lo rendeva Prometeo e lo spingeva a rubare la scienza dei padroni. arma possente di liberazione. Si videro così cortei con le bandiere rosse attraversare i «corsi» e i «rettifili» di città, rifatte a misura di ricchi, pronte a mettere ai margini le «classi pericolose», facendo ricorso allo sfruttamento del lavoro. Ogni parola svelava il segreto che Prometeo aveva carpito ai numi: senza il fuoco della conoscenza lo sfruttato è il miglior alleato dello sfruttatore, perché non ha coscienza dei diritti.

Il fuoco esiste per riscaldare tutti e tutti hanno diritto all’alfabeto: chi lo userà per sfruttare e chi si approprierà del sapere per lottare.

Il futuro che seguì quelle lotte oggi è il nostro passato. Qualcuno l’ha chiamato «secolo dei lavoratori» e tutti i padroni lo sanno, benché non lo dica nessuno, perché ci sono verità che il potere nasconde come segreti di Stato: la generazione dei rivoluzionari bolscevichi nacque dall’improvviso regalo di uno zar narcisista più che riformatore: la scuola per tutti, gratuita e libera produsse il populismo russo e quest’ultimo i rivoluzionari. Quando si corse ai ripari, si fece la scuola di Renzi, ma era ormai tardi e cadeva il palazzo d’inverno, per merito dell’alfabetizzazione più che dei fucili.

Contro Prometeo, i padroni d’oggi hanno rovesciato la storia e rubato il fuoco, che lasciano deperire, riducendo in cenere le scuole e le università languenti. A chi vuole ravvivarlo si oppone la forza di titani maligni nemici del genere umano: dirigenti del nulla, che hanno il compito di spegnere intelligenze critiche e trasformare le scuole in fabbriche di sfruttati consenzienti, costringendo i docenti a rinnegare Prometeo. Per realizzare il progetto di questo governo liberticida, i dirigenti scolastici hanno scelto un nuovo modo di assumere docenti: un filmato in cui si veda per intero la figura di chi si «candida». E’ sempre più evidente: la nuova filosofia della conoscenza ha cancellato dalla storia l’apologo di Menenio Agrippa e il suo irrinunciabile insegnamento. Essa ci riconduce ai primordi dell’umanità, all’eterna lotta per la libertà contro il potere.

Prometeo però è immortale e il fuoco non può avere padroni. Sarebbe ora che Abravanel, Giavazzi, Ichino e tutti i sacerdoti del neoiberismo se ne ricordassero, invece d’inseguire fantasmi che hanno prodotto disastri: Prometeo non è un solo mito, è un modo d’essere dell’uomo nella storia di tutti i tempi. Come un passero intrappolato, piuttosto che vivere in gabbia, si rompono le ali contro le gabbie per riconquistare la libertà di volare, così l’uomo sfida le imposizioni e mette in gioco la vita, se il potere prova a imporgli un’ideologia di annientamento della sua libertà di scelta. Hai voglia di giocare con le parole. Se hai riconosciuto che la conoscenza è «un bene della vita», è inutile ricordare che costa, come costano le polizze assicurative, sicché i giovani che non possono permetterselo devono rassegnarsi, perché la scuola per tutti ha un prezzo troppo alto.

Non c’è prezzo troppo alto quando si parla di vita e perciò, finché c’è tempo, giù le mani dalla scuola. Sebbene a lunga combustione, una miccia giunge a innescare la carica esplosiva per cui è stata accesa. Qualcosa dovrebbe pur dircela la barbarie che monta ogni giorno di più. Da troppo tempo il potere ha rovesciato con la forza il corso della storia, rubando a Prometeo quel fuoco che filosofia della storia e leggi del progresso umano gli avevano imposto di rubare.

E’ tempo di restituire il fuoco al legittimo proprietario. Per il bene di tutti, padroni compresi.

Giuseppe Aragno da “La sinistra quotidiana”

Altitudine Democratica

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“Una democrazia ha bisogno di cittadini evoluti, che conoscano le materie su cui sono chiamati a deliberare”. Così scrive Massimo Gramellini stamane su “La Stampa”. 

Penso sia vero. Ma chi ha prodotto l’imbarbarimento anticulturale e tutto il grande analfabetismo di ritorno politico e civico che ci circonda?
Chi ha creato falsissime speranze per un mondo del lavoro invece sempre più strangolato dalla ricerca di profitti facili, con contratti da moderno schiavismo, con l’introduzione addirittura di quella vergogna che sono i “voucher”?
Chi ha generato le paure vorticose che ogni giorno si prendono la testa della gente anche più generosa e altruista e la trasformano in diffidente e sospettosa, carica di odio e di disprezzo verso il “diverso”, da qualunque latitudine arrivi, per qualunque cosa sia tale?

La risposta è semplice: siccome non siamo stati noi comunisti, sono stati gli altri, i sostenitori dell’economia di mercato, delle privatizzazioni e, per ultima, anche quella falsa sinistra che ha scoperto nel “liberismo” la panacea di molti mali (per i padroni e finanzieri di mezza Europa e anche d’Oltreoceano).

Dunque, una democrazia ha certamente bisogno di cittadini evoluti, ma la democrazia è solo una sovrastruttura telecomandata dalla struttura economica.

Per essere cittadini evoluti occorrerebbe anzitutto fare maggiori sforzi proprio in mezzo alla giungla di false promesse, di false notizie e di trasformazione del vero in falso (e viceversa) operato dai mezzi di comunicazione di massa.
Insomma, per essere cittadini evoluti e degni della democrazia di Gramellini, servirebbe un sussulto di coscienza, prima ancora etica rispetto a quella “critica” che starebbe alla base del rinnovamento politico consapevole.

Non condivido le parole di chi sostiene che “per fortuna in Italia la Costituzione non consente al popolo di esprimersi sui trattati” e che questa sarebbe stata una lungimirante posizione dei Padri Costituenti.

Lo fu allora, in un mondo diviso in due blocchi che si facevano la guerra definita “fredda”. In quel tempo un referendum avrebbe potuto creare una spaccatura verticale nel Paese e avrebbe rischiato di condurlo sulle soglie di una nuova guerra civile.
Oggi questo rischio è pressoché inesistente.

Dare la parola al popolo su questioni dirimenti come la decisione della permanenza o meno della propria Repubblica, del proprio Stato in un determinato contesto, è forse la più alta forma di democrazia diretta che si possa esercitare.

Anche in questo caso, l’Italia si dimostra culturalmente non adeguata a recepire una eventuale proposta in merito. Si dimostra per quello che è: un Paese del “vivi e lascia vivere”, del menefreghismo più evidentemente espresso nelle lamentele di oggi nel baciare il bastone di domani.

di Marco Sferini

La teoria del “male minore” è fuori gioco

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Siamo contenti per l’esito del primo turno delle amministrative, ma soltanto a metà. La dura battuta d’arresto del Pd ci conforta, ma non ci nascondiamo che schiude prospettive nefaste. Questa ambivalenza è il nocciolo del problema, lo specchio più lucido della situazione.

Diciamoci una prima verità: le alternative al Pd sono pessime. L’odierno disastro discende in larga misura proprio daI trionfo del berlusconismo, reso oggi ancor più infestante dalla presenza di Salvini.

Non meno inquietante è la forza del M5S, che si dice post-ideologico ma è solo la rincorsa delle pulsioni prevalenti. Grillo ha rivelato un volto orrendo sui migranti, i diritti civili, persino gli ebrei, e l’unico valore agitato dai grillini (oltre alla trasparenza, in un contesto che occulta tutto ciò che conta) è la legalità. Come nell’Italia dei valori, planata nello squallore dei Razzi e degli Scilipoti.

Dunque il risultato elettorale è allarmante. Roma e Milano rischiano di cadere in mano a dilettanti allo sbaraglio e di essere fagocitate dalle lobbies, che peraltro hanno imperversato già in questi anni. Il guaio è tanto più grave in quanto – con buona pace di Renzi e dei suoi ventriloqui – si è trattato di un voto politico, ben più di quello delle europee di due anni fa. Allora si votò sulla faccia di uno sconosciuto e sul più classico degli scambi clientelari (i famigerati 80 euro). Oggi tutti conoscono Renzi e – sulla propria pelle – il valore delle sue sparate. Per di più molti vedono sullo sfondo il referendum di ottobre e sanno che un buon risultato del Pd sarebbe strumentalizzato dal fronte del Sì.

Ma dalla natura politica di questo voto discende una conseguenza immediata. Alla sconfitta del Pd anche a Roma e Milano potrebbe far seguito, appunto, quella nel referendum. Quindi a cascata le dimissioni di Renzi, la fine anticipata della legislatura, nuove elezioni (con l’Italicum) e magari la vittoria dei 5Stelle o del centrodestra. E se immaginare le due capitali d’Italia in mano a Grillo e agli eredi di Berlusconi è disperante, l’idea del paese governato da Salvini o Di Maio fa rizzare i capelli in testa. Quindi? Bisogna per questo correre ai ripari e darsi da fare per un miracoloso recupero dei candidati Pd in corsa per i ballottaggi? Difficile. La verità è che quando le cose si complicano per davvero, non esistono soluzioni miracolistiche. Ogni scelta comporta sacrifici. Si tratta quindi di capire qual è veramente la posta in gioco, quali i pro e quali i contro. Schematizzando al massimo, abbiamo di fronte due ipotesi alternative.

La prima è un classico: scegliere «responsabilmente» il cosiddetto «male minore». Sperare che il 19 Giachetti e Sala (oltre che Fassino e Merola) vincano; che in ottobre il No sia battuto; che Renzi e i suoi «ottimamente rimangano» a Palazzo Chigi e raccolgano i meritati allori alle prossime politiche.

Questa eventualità comporta un indubbio vantaggio, anche grazie alla nuova Costituzione: la «stabilità», invocata a gran voce da Napolitano e dalla ministra Boschi. Tradotto in volgare: un’altra legislatura tutta renziana, senza l’ombra di un’opposizione politica e senza contrappesi istituzionali. Una cosa soltanto non ci si dovrebbe nascondere in questa ipotesi: optando anche questa volta per il «male minore», alla prossima non andrà meglio ma ancora peggio. Perché quel male non sa di essere tale e si sentirà pienamente legittimato a perseverare, con effetti sempre più rovinosi.

Poi c’è l’altra possibilità, che nasce da un preciso convincimento: che l’attuale scempio – uno scenario politico al cospetto del quale metà dell’elettorato è colto da conati di fuga – abbia (tra le altre) una causa fondamentale: l’assenza, da 25 anni, di una sinistra degna di questo nome in grado di incidere sulla scena nazionale.

Il sogno di chi negli anni ’80 e ’90 del secolo scorso (e furono in tanti, variamente dislocati) volle riscrivere la storia d’Italia distruggendo i partiti di massa e «purificandola» dal fattore K e da un possente movimento operaio, si è realizzato. Ma si è rivelato un incubo che ha liberato una corruzione senza precedenti e i mostri dell’antipolitica e del populismo.

Chi rilegge la storia in questi termini, oppone alla rassegnazione del «male minore» un appello al coraggio. Ritiene necessario rompere il circolo vizioso, operare per la crisi irreversibile del renzismo costi quel che costi: anche una transizione, pericolosa, attraverso una fase di governo delle forze più retrive. In compenso vede, a giustificare il prezzo, la fine di uno dei governi peggiori della storia repubblicana e, soprattutto, la possibile implosione del Pd: quindi l’opportunità di ricostruire la sinistra, con un ceto politico radicato nel mondo del lavoro e libero da mestieranti rapaci.

Se è possibile trarre una morale da queste considerazioni, forse è la seguente: non c’è – come parrebbe a prima vista – da una parte l’avventurismo, dall’altra la prudenza.

Piuttosto si contrappongono due diverse prudenze o, se si preferisce, due versioni speculari dell’avventurismo, tra le quali tutti siamo chiamati, inesorabilmente, a scegliere.

C’è da una parte l’avventurismo consapevole di chi ritiene vitale far saltare il tappo dell’oligarchia «democratica» – la premiata ditta – per riavviare un processo a sinistra, a sua volta indispensabile per salvare il paese. E c’è, dall’altra, l’avventurismo nascosto e inconsapevole di chi, temendo il peggio, preferisce tenere in vita lo scenario esistente.

In ogni caso è bene guardare in faccia senza infingimenti la contraddittorietà del quadro. Tenendo presente un dettaglio. Nessuno detiene il copyright del senso di responsabilità: men che meno chi – avendo diretto la politica nazionale in questi trent’anni – ha più di chiunque contribuito al disastro in cui il paese oggi versa.

di Alberto Burgio da “Il Manifesto”

Taglio alle pensioni, la smentita…. che conferma

imagesLa smentita del ministro del lavoro (?) all’allarme diffuso dai sindacati sul taglio delle pensioni di reversibilità in realtà lo conferma pienamente. Il ministro, di cui non è particolarmente conosciuto l’acume, non si è reso conto di aver utilizzato la formula standard con la quale sono state sempre giustificate le manomissioni del sistema pensionistico.

Dalla riforma Dini del 1995 ad oggi sempre i governi hanno affermato che non sarebbero state intaccate le pensioni in essere, mentre massacravano tutte le altre. Questa affermazione era certamente dovuta al fatto che la Corte Costituzionale avrebbe bocciato una riduzione del l’assegno di chi già fosse in quiescenza.

Questo non vuol dire che poi le pensioni ai pensionati non siano state davvero ridotte, basti pensare al taglio della rivalutazione recentemente condannato da una ennesima sentenza della Corte, che poi Renzi e Poletti non hanno rispettato. Tuttavia è vero che in gran parte i tagli sono inizialmente precipitati addosso a chi sarebbe andato, forse, in pensione e non a chi in pensione ci stava già. Per questo la smentita non smentisce niente.
Se le prossime pensioni di reversibilità al coniuge del deceduto saranno calcolate tenendo conto dell’ISEE familiare, esse sarranno devastate.

Infatti basta solo che in una famiglia di 5 o 6 persone entrino due stipendi operai, e questa famiglia per l’ISEE sarà considerata benestante. Quindi le future pensioni di reversibilità saranno tagliate e tanto. Per quelle in essere ci sarà solo da attendere che si scateni la campagna contro i privilegi di chi conserva qualche diritto che gli altri non hanno più.
A quel punto per ragioni di equità taglieranno anche quelle che ora dicono di non voler tagliare.

Come hanno sempre fatto tra una smentita e l’altra. Poletti è solo l’ultimo e il meno credibile di una lunga serie di ministri di governi che hanno considerato il sistema pensionistico pubblico come il loro bancomat.

di Giorgio Cremaschi

M5, PD e la commedia degli equivoci

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Sulla vicenda di Quarto vale la pena di riconsiderare l’argomento che ha alimentato tutta la polemica. I grillini e il Pd si sono duramente scontrati intorno alla pretesa del M5S di costituire una forza moralizzatrice della politica. I 5Stelle l’hanno rivendicata, i democratici hanno cavalcato il caso di Quarto per confutarla. Ma è molto curioso che nessuno abbia osservato come l’attenzione grillina per la questione morale riguardi aspetti tutto sommato marginali (i cosiddetti costi della politica e i privilegi della «casta») mentre elude necessariamente il problema principale posto anche dal caso di Quarto, e cioè il profilo morale ed etico dei candidati alle assemblee elettive. Lo scontro si è così risolto in una commedia degli equivoci nella quale nessuno ha messo in evidenza come la demagogia dei 5Stelle, sintomatica di una fase di profonda crisi delle forme della politica democratica, finisca con il rovesciare la questione morale nel suo contrario. Vediamo di spiegarci meglio.

Grillo e il suo movimento non selezionano i candidati sulla base della loro moralità. Purtroppo l’esperienza dice che non lo fanno nemmeno i partiti tradizionali. Ma almeno questi potrebbero farlo, dato che selezionano dirigenti e quadri sulla base di rapporti consolidati. I gruppi dirigenti dei partiti conoscono il proprio personale politico e amministrativo, quindi – in linea di principio – possono tenere conto del suo profilo etico (oltre che delle sue competenze). Tutto ciò è precluso al M5S che affida la selezione dei propri candidati alla «società civile» attraverso la rete. Questo significa banalmente che non c’è alcun controllo preventivo sulla moralità dei rappresentanti targati 5Stelle, a meno di considerare un vaglio adeguato l’autoselezione o il consenso raccolto, nella migliore delle ipotesi, tra parenti, amici e vicini di casa.

Se questo è vero, il caso di Quarto non chiama in causa collusioni col malaffare del M5S, che nulla poteva sapere delle frequentazioni e degli stili di vita dei propri candidati al Consiglio comunale di Quarto.

Ma allora sorgono alcune domande. Perché da una parte (Grillo e Casaleggio) non si è risposto ricordando questa circostanza e mettendo subito fine alla polemica? Perché dall’altra (non solo il Pd, ma anche la grancassa mediatica) non si sono attaccati i vertici dei 5Stelle per la loro vera responsabilità: quella di avere messo in moto un meccanismo ad alto rischio, che minaccia di catapultare in ruoli delicatissimi homines novi di cui nessuno sa nulla?

Probabilmente Grillo e Casaleggio non rispondono come potrebbero (e dovrebbero) perché riconoscere questo stato di cose li metterebbe in serio imbarazzo. Un conto è presentarsi come vendicatori della «gente» contro il malaffare dei partiti. Tutt’altro paio di maniche è ammettere che il meccanismo iper-democratico della selezione «dal basso» è manipolabile dal peggio, visto che per mafia, camorra, ‘ndrangheta e fratellanze di ogni sorta è un gioco da ragazzi infiltrarsi in un movimento virtuale e organizzarvi il consenso necessario a farvi prevalere i propri rappresentanti.

Quanto agli avversari del M5S sono molti e molto interessanti i motivi che con ogni probabilità li trattengono dall’inchiodare Grillo e Casaleggio alle loro vere responsabilità. Il primo è che attaccare i 5Stelle sul terreno tradizionale della questione morale serve a far dimenticare o ad attenuare le proprie colpe. Se tutti sono uguali (ugualmente corrotti, ugualmente inquinati da presenze impresentabili), nessuno può essere chiamato a rendere conto delle proprie malefatte. Tutti colpevoli, nessun colpevole. E tutti sappiamo quanto bisogno di una sommaria sanatoria abbia in particolare il Pd, che in ogni sua articolazione e a ogni livello pullula di inquisiti, pregiudicati e condannati a vario titolo, con buona pace della retorica renziana del cambiamento.

Ma ci sono altri motivi, non meno influenti. Mettere in discussione l’ideologia grillina rischierebbe non solo di attrarre l’attenzione sul motivo del vasto consenso raccolto dai 5Stelle, ma anche di aprire un dossier imbarazzante per tutti i partiti della Seconda repubblica. Se il M5S attrae milioni di voti con liste popolate da sconosciuti, è per la dilagante sfiducia e per il diffuso disprezzo nei confronti della classe dirigente del paese. Si può criticare Grillo per mille motivi, ma di qui non si scappa. E prendere sul serio questo dato di fatto implicherebbe fare finalmente i conti con la propria impresentabilità, con le proprie responsabilità politiche e morali.

Inoltre Grillo non ha fatto che portare alle estreme conseguenze l’apologia della cosiddetta «società civile» che fu all’origine della demolizione del sistema costituzionale dei partiti dopo la bufera di Tangentopoli. L’ideologia della rete si basa sull’idea (talora recepita anche dalla «sinistra radicale») che, mentre nel Palazzo si annida la malavita, fuori dal Palazzo c’è la gente perbene. Si tratta di una tesi demenziale, essendo ovvio che il Palazzo è quel che è perché la società è quella che è. Questo è evidente, ma chi ha ormai interesse a dirlo?

La stagione di “Mani pulite” servì anche a distruggere il sistema politico della prima Repubblica sostituendo i partiti di massa con partiti personali e post-ideologici, scalabili da piccole cricche. Oggi l’Italicum compie quel processo, consegnando tutte le chiavi del comando al vertice di un’organizzazione che, a conti fatti, avrà raccolto il 15% dei consensi. È il frutto maturo di una campagna «moralizzatrice» che ha sempre fatto dell’apologia della «società civile» la propria testa d’ariete.

Ecco perché nessuno o quasi ha voglia di parlare seriamente di che cos’è oggi la corruzione politica in Italia. Perché a nessuno o quasi interessa far notare che proprio il modello anti-partito incarnato dal M5S favorisce la penetrazione del peggio nelle istituzioni. E perché conviene invece a tanti una messinscena sulla questione morale che mette la questione morale fuori gioco.

di Alberto Burgio da “Il Manifesto”

NON SCIOGLIEREMO RIFONDAZIONE COMUNISTA !

ferreroSul soggetto unico andremo avanti, ma non scioglieremo il Prc”. Intervista di Ferrero al manifesto

Paolo Ferrero (segretario del Prc, ndr) il nuovo soggetto unitario della sinistra non si fa più?

C’è stato un colpo di arresto. Ma io penso che sia assolutamente necessario e che bisogna continuare a lavorarci. Il neoliberismo sta imbarbarendo e distruggendo la terra, basti pensare che la conferenza sul clima di Parigi ha fissato alcuni obiettivi ma non gli strumenti con cui realizzarli né le sanzioni. Di fronte a tutto questo in Italia dobbiamo costruire una forza politica che raccolga tutti gli strati popolari che per mille e una ragione sono contro le politiche di austerità. E che punti alla maggioranza e a fare un governo alternativo.

Su questo siete tutti d’accordo. Ma questa forza non nasce. Perché per farla nascere voi non volete sciogliere il Prc nel nuovo soggetto, invece Sel sì?

Il dissenso è su cosa dobbiamo fare. Sel propone un partito. Per noi non può essere un partito a riunificare quello che il neoliberismo ha diviso, a meno che non ci si voglia fermare al 5 per cento. La crisi della forma-partito è evidente, il percorso unitario deve darsi una forma allargata, plurale, che valorizzi le autonomie culturali e politiche. Non serve un fortino ma un campeggio. Com’è in tutto il mondo, a sinistra, dall’America latina all’Europa.

Lei parla di crisi della forma-partito. Allora perché non scioglie il suo partito?

Diciamo da anni che il Prc è necessario ma non sufficiente. Proprio per questo serve un percorso unitario, ampio, non federativo, basato su una testa un voto.

Nella vostra idea quale rapporto ci sarebbe fra partiti e soggetto unitario? Proponete una doppia tessera?

Sì. Il soggetto avrebbe piena titolarità sulla costruzione del programma e dell’iniziativa politica. E monopolio della rappresentanza. Il Prc non si presenterà più al voto.

Quindi quale sarebbe il ruolo, se permette l’utilità, di un Prc partito ’parallelo’?

Vi è un enorme lavoro politico che i comunisti e le comuniste oggi fanno poco perché stiamo sempre a discutere di elezioni. Penso all’analisi del capitale e della composizione sociale, all’individuazione delle contraddizioni, alla formazione e controinformazione, al conflitto sociale e alla sua unificazione, alla formazione di militanti in grado di connettere conflitti e linguaggi.

In un’associazione culturale?

No, resterebbe un partito che però si riconosce in una struttura più ampia. In Italia molti fanno politica, la faceva il sindaca dei consigli, la fa la Coalizione sociale di Landini, la fanno i movimenti. È un fatto positivo: bisogna valorizzare la pluralità delle forme della politica, non ridurle ad una. Non capisco perché si pone il problema di chiudere il Prc.
La Coalizione di Landini non non si presenta alle elezioni per statuto. E così farebbe Rifondazione. Il Frente Amplio dell’Uruguay è fatto di quaranta fra associazioni e partiti. Hanno vinto e governano. In Grecia Syriza ha una formula molto più federativa di quella che propongo.

La vecchia Federazione della sinistra doveva funzionare come lei propone, e invece si è rotta. Proprio sulle alleanze.

Quell’esperienza non c’entra niente, e non la ripropogo. Non funzionò perché lì si decideva in quattro, i segretari. E quando il Pdci chiese a Bersani di stare nel centrosinistra si ruppe tutto. Non riproponiamo la federazione. Tant’è che chiediamo che chi fa parte degli esecutivi dei partiti non faccia parte di quelli del soggetto unitario.

A proposito del ’si decideva in quattro’. Non state facendo lo stesso con il ’tavolo’ del soggetto unitario?

Se avessimo raggiunto un accordo a quel tavolo sarebbe stato un passo avanti. Ma accolgo la critica: un processo così deve partire dall’alto e dal basso. E non può fermarsi per un dissenso tra i vertici. Per rilanciarlo serve il protagonismo dei territori.

La sinistra si spacca sull’alleanze. Le differenze fra voi e altri è che sulle alleanze avete un’analisi diversa e irriducibile?

Le politiche di Renzi, l’Italicum e il fallimento dell’ipotesi del condizionamento del Pd, che ormai sta a destra, sono oggi un punto unitario rilevante. Per spirito di unità abbiamo scelto di non far saltare tutto sulle divisioni milanesi. Nel testo ’Noi ci siamo’ (un accordo fra partiti e associazioni approvato a novembre, ndr) era scritto chiaro che occorre costruire una sinistra alternativa alternativa al Pd, ed è stato sottoscritto da tutti: da Sel a Fassina a Civati. Continuo a pensare che uno spazio per stare insieme alle prossime politiche ci sia.

Almeno finché l’Italicum vi costringe a stare insieme?

Da questo punto l’Italicum di vista alza un muro. Ma quando il processo partirà la questione delle alleanze con il Pd sparirà. Io nelle assemblee di gente che chiede il ritorno al centrosinistra non ne incontro.

All’osso: voi dite ’mai con il Pd, altri dicono ’mai con Renzi’.

Con il Pd noi non faremo alleanze. Non le ho fatte neanche con quello di Bersani.

Ma avete governato insieme: dalla Milano di Pisapia alla Liguria di Burlando.

Oggi abbiamo superato quella fase. Il Pd ormai è costitutivamente un pezzo di liberismo. Sono avversari.

Civati si è sfilato dal soggetto unico.

Civati non pone un problema di indirizzo politico ma di modo di costruzione di un soggetto unitario. Sulla forma che proponiamo noi, unitaria ma plurale, Possibile potrebbe starci. Ma va chiesto a lui.

Andrete avanti lo stesso con il soggetto unitario?

Certo, è necessario. Stiamo discutendo con gli altri per vedere come. Sono anni che proponiamo una Syriza italiana, non a caso siamo nel percorso dell’Altra Europa con Tsipras. Un nuovo partito non risolve il problema. Se Sel e Fassina vogliono fare un nuovo partito, nulla da obiettare. Civati lo ha fatto. Ma questo non deve sostituire il processo costituente unitario in cui dobbiamo stare tutti e tutte. Chi dice che il soggetto unitario deve essere un partito in realtà vuole farsi il suo partito.

A Milano il Prc non parteciperà alle primarie con il Pd. Avete un’alternativa?

Ne cominciamo a discutere in un’assemblea mercoledì a Milano, ci saranno anche Revelli e Civati. Alle primarie del Pd può vincere un esponente del centrodestra. Per noi è semplicemente improponibile.

 

 

Renzi, l’allievo che supera il maestro

Qurenziando si dice che in Ita­lia non c’è più un’opposizione — e que­sto da una buona quin­di­cina d’anni, per effetto della gra­duale con­ver­genza della sini­stra mode­rata sulle posi­zioni della destra — si enun­cia un titolo gene­rale che va poi svi­lup­pato nel det­ta­glio. Una que­stione con­cerne le pecu­lia­rità del ren­zi­smo, malat­tia con­ge­nita della post-democrazia italiana.

Con Renzi al potere la muta­zione della sini­stra — il suo para­dos­sale tra­sfor­marsi nel pro­prio con­tra­rio — è più che mai evi­dente. Lo è per diverse ragioni, non ultima il fatto che Renzi viene dopo alcuni pre­sti­giosi apri­pi­sta (Vel­troni e lo stesso inven­tore delle len­zuo­late e della ditta), dei quali rac­co­glie la pre­ziosa ere­dità. Ma c’è una ragione su tutte. Renzi è anche il legit­timo erede di Ber­lu­sconi, il suo allievo più solerte e talen­tuoso, il suo con­ti­nua­tore. Anzi, meglio: Renzi è Ber­lu­sconi. Ne è la rein­car­na­zione, il clone, la nuova epi­fa­nia sotto men­tite spoglie.

I prov­ve­di­menti del suo governo par­lano chiaro. Ha ragione l’onorevole Bru­netta quando segnala che il governo sta sem­pli­ce­mente attuando il pro­gramma di Forza Ita­lia. Meno tasse per i ric­chi e gli indu­striali nel paese che da decenni regi­stra il record dell’evasione e dell’elusione fiscale e con­tri­bu­tiva, oltre che della cor­ru­zione. E un attacco senza sconti alle tutele e ai diritti del lavoro dipen­dente pub­blico (a quei fan­nul­loni degli inse­gnanti e dei pub­blici impie­gati) e pri­vato (con l’azzeramento dell’art. 18 e il sema­foro verde all’impresa per il con­trollo sulla vita pri­vata di ope­rai e impie­gati). E una cam­pa­gna distrut­tiva con­tro le orga­niz­za­zioni sin­da­cali, dal Pd abban­do­nate al pro­prio destino. Dove il sin­da­cato è addi­tato come il nemico numero uno della libertà d’impresa secondo il van­gelo di Mar­chionne, o come il fat­tore prin­cipe del ritardo del paese, secondo il van­gelo di Squinzi.

E, ancora, un pac­chetto di «riforme» isti­tu­zio­nali (Costi­tu­zione, legge elet­to­rale, radio­te­le­vi­sione) che ven­gono inse­diando il più sgan­ghe­rato e mefi­tico regime pre­si­den­zia­li­stico, radi­ca­liz­zando il con­trollo oli­gar­chico sulle rap­pre­sen­tanze elette e accen­trando tutti i poteri di con­trollo — anche sulle mas­sime auto­rità di garan­zia della Repub­blica — nelle mani di un capo «solo al comando». Altro che Senato elet­tivo o meno, come vor­rebbe far cre­dere la sedi­cente «oppo­si­zione interna» del Pd! Il punto è la pronta con­se­gna di tutti i poteri nelle mani di un solo padrone poli­tico, lo slit­ta­mento verso una monar­chia di fatto poten­ziata da un’apparente legit­ti­mità repub­bli­cana. È il pro­fi­larsi di un pero­ni­smo post­mo­derno fon­dato sulla delega in bianco da parte di un «popolo sovrano» che «dice sì», gab­bato con qual­che bril­lante mano­vra dema­go­gica ed espro­priato della facoltà di inten­dere e volere.

Il vec­chio boss di Arcore non crede ai suoi occhi. È dispia­ciuto, certo, per non essere lui a fir­mare que­sto capo­la­voro. E per­ché la per­for­mance del gio­vane capetto di Rignano sull’Arno rischia di costar­gli cara in ter­mini elet­to­rali. Ma quando guarda alla sostanza, rischia di com­muo­versi. Chi glielo avrebbe detto che i suoi desi­deri si sareb­bero rea­liz­zati in pieno, che i sogni acca­rez­zati ai tempi delle scam­pa­gnate con Licio Gelli sareb­bero dive­nuti realtà, e pro­prio per ini­zia­tiva di chi avrebbe dovuto contrastarli?

E poi ci sono i modi, le forme, che in poli­tica sono sostanza. Come e meglio del mae­stro, Renzi ha infar­cito il pro­prio par­tito di nani e bal­le­rine e ne ha fatto una gio­stra di con­for­mi­smo e di ser­vi­li­smo. Del par­la­mento — culla del tra­sfor­mi­smo — ha la stessa con­si­de­ra­zione del vec­chio, che inten­deva ridurlo ai soli capi­gruppo. Quanto alla comu­ni­ca­zione, il modello è addi­rit­tura eclis­sato. Ber­lu­sconi si affi­dava alle video­cas­sette e alle calze di nylon, Renzi imper­versa impla­ca­bile coi cin­guet­tii più mole­sti. E, com­plice una stampa di veli­nari, dif­fonde per ogni dove una sequela di bugie e di pro­messe sem­pre più impro­ba­bili. Dove ogni nuova spa­rata eclissa la pre­ce­dente e ne can­cella il ricordo.

Per un verso era ine­vi­ta­bile che, sullo sfondo del neo­li­be­ri­smo, vent’anni di ber­lu­sco­ni­smo inci­des­sero sui modelli di com­por­ta­mento, gli stili della comu­ni­ca­zione e la sot­to­cul­tura del ceto poli­tico, finendo con l’incardinare una con­ce­zione patri­mo­nia­li­stica delle isti­tu­zioni. Ma non era scritto che si arri­vasse a tanto, a que­sta iden­ti­fi­ca­zione con il deus ex machina della destra popu­li­sta pro­prio da parte dei ver­tici di quello che, in teo­ria, dovrebbe essere il suo più agguer­rito avver­sa­rio. Allora si deve avere il corag­gio o forse sol­tanto la sin­ce­rità di dire forte e chiaro, per una volta, che la vit­to­ria anzi il trionfo di Ber­lu­sconi è il dato saliente di que­sta infau­sta fase post-democratica (post-politica) della sto­ria nazionale.

Que­sto è il dato di fondo, di là da det­ta­gli inerti ai fini della com­pren­sione storico-critica. E che cosa signi­fica tutto ciò? La misura della regres­sione è spa­ven­tosa. Inve­ste in primo luogo la poli­tica eco­no­mica e sociale e il sistema demo­cra­tico, minac­ciato da un dise­gno neo-autoritario. Ma ciò che desta le mag­giori pre­oc­cu­pa­zioni in un paese cro­ni­ca­mente afflitto dalla cor­ru­zione, dall’incidenza della cri­mi­na­lità orga­niz­zata, dalla col­lu­sione isti­tu­zio­na­liz­zata coi poteri mafiosi, dalla capil­lare per­va­si­vità di reti di affi­lia­zione segreta, è l’ostentato rifiuto di chi governa (e, non di rado, anche di chi ammi­ni­stra) di dispia­cere agli amici degli amici — al potere eccle­sia­stico, alle lob­bies delle armi e del gioco d’azzardo, al popolo dell’evasione fiscale, ai padroni della stampa e del cre­dito, fos­sero anche in ban­ca­rotta frau­do­lenta. È la disin­vol­tura sem­pre di nuovo osten­tata nei rap­porti con i poteri occulti e l’illegalità diffusa.

Può darsi che non tutto sia ancora per­duto, che non sia già troppo tardi per ria­prire in Ita­lia la que­stione demo­cra­tica. Ma se è così è da que­sto osceno grumo di com­pli­cità che occorre par­tire nell’analisi con­creta del nuovo caso italiano.

ALBERTO BURGIO da “Il Manifesto”

La consulta e la regia di Padoan.

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Que­sta vicenda delle pen­sioni e del decreto voluto dal mini­stro dell’Economia per tran­quil­liz­zare Bru­xel­les e Fmi è dav­vero sin­to­ma­tica e istrut­tiva. Dice di come siamo messi e di dove stiamo andando, un po’ come la famosa unghia che per­mette di rico­struire l’intero leone.

La sen­tenza della Corte costi­tu­zio­nale vale poco meno di una ven­tina di miliardi, tra man­cati ade­gua­menti, effetti di tra­sci­na­mento e inte­ressi. I soldi non ci sono (nel senso che tro­varli impli­che­rebbe inci­dere dove il governo non vuole: patri­moni, ren­dite e set­tori di spesa pro­tetti), quindi la sen­tenza non può essere appli­cata. Di qui la geniale solu­zione sug­ge­rita da Padoan e accolta da Renzi, ele­zioni regio­nali pen­denti. Diamo un segno di atten­zione a una parte dei pen­sio­nati dan­neg­giati dalla For­nero, augu­ran­doci che tanto basti a quie­tarli. Quanto agli altri, ai quali non si dà nem­meno que­sto get­tone, pazienza. Se ne faranno una ragione (la gran­cassa filo­go­ver­na­tiva, Repub­blica in testa, si sta già ado­pe­rando per spie­gare al volgo e all’inclita che un sacri­fi­cio è dovuto per il bene dei gio­vani) e sennò pazienza, si vedrà come fare quando arri­vas­sero i ricorsi. Intanto l’Europa avrà avuto la con­ferma della lealtà del governo ita­liano ai sacri dogmi della sta­bi­lità finanziaria.

La prima domanda che sorge spon­ta­nea è dove sia finito in que­sto paese lo stato di diritto. Ora pare che la que­stione più impor­tante sia che Bru­netta e Gasparri la For­nero l’avessero votata. Ma forse più della coe­renza di qual­che poli­tico ci si dovrebbe occu­pare di come un governo della Repub­blica si muove di fronte a un pro­nun­cia­mento della più alta auto­rità giu­ri­sdi­zio­nale, inca­ri­cata di vegliare sul rispetto della Costi­tu­zione da parte del legi­sla­tore. Non pro­pria­mente qui­squi­lie. Sem­bra invece che la fac­cenda inte­ressi a pochi, quasi si trat­tasse di un det­ta­glio for­ma­li­stico. Sic­ché quello che sta pas­sando è l’idea che una sen­tenza della Corte non è pro­pria­mente una sen­tenza, ma un con­si­glio, una rac­co­man­da­zione. E che alla fine è il governo a dover deci­dere se e in che misura atte­ner­visi, secondo il modello ante­guerra della mono­cra­zia renziana.

La seconda que­stione con­cerne la sorte della Corte costi­tu­zio­nale. È sem­pre più evi­dente (anche per espe­rienza euro­pea) che le Corti costi­tu­zio­nali osta­co­lano l’affermarsi della sovra­nità di fatto della troika e della finanza inter­na­zio­nale. Come spesso accade, il diritto – in par­ti­co­lare il diritto costi­tu­zio­nale – è al dun­que un con­fine dif­fi­cil­mente vali­ca­bile, che fa emer­gere for­za­ture e ille­ga­lità. Lo scon­tro è poli­tico, e al mas­simo livello. Le Corti imper­so­nano la sovra­nità degli Stati ed entrano per forza di cose in rotta di col­li­sione con il pro­cesso di con­so­li­da­mento della sovra­nità sovra­na­zio­nale, che non è sol­tanto quella delle isti­tu­zioni euro­pee, ma anche quella del Fondo mone­ta­rio inter­na­zio­nale e dei mer­cati finan­ziari, e quella che il paese o i paesi eco­no­mi­ca­mente più forti eser­ci­tano, per inter­po­sti orga­ni­smi comu­ni­tari e dina­mi­che di mer­cato, su quelli più deboli.

Le irri­tuali espres­sioni di mal­con­tento con cui diversi espo­nenti del governo e dell’entourage ren­ziano hanno com­men­tato la sen­tenza della Corte in mate­ria di pen­sioni mostra con net­tezza la cre­scente insof­fe­renza dell’esecutivo nei con­fronti dell’autonomia dei giu­dici costi­tu­zio­nali, che un domani potreb­bero met­tere a rischio anche altre por­che­rie, tipo l’Italicum. Motivo in più per acce­le­rare il per­corso delle «riforme» isti­tu­zio­nali. Pre­sto il capo del governo potrà nomi­nare giu­dici «respon­sa­bili». E i governi non rischie­ranno più di ritro­varsi nei guai per futili que­stioni di natura giuridica.

Infine c’è la nobile figura del mini­stro dell’Economia, che anche in que­sta vicenda si con­ferma in un ruolo di pro­ta­go­ni­sta. Pare che, per pru­denza, Renzi inten­desse riman­dare qual­siasi deci­sione all’indomani del minac­cioso voto regio­nale e che invece, per ras­si­cu­rare l’Europa, il mini­stro lo abbia costretto a que­sta solu­zione rapida, inde­cente sul piano sostan­ziale (rico­no­sci­mento di inte­ressi legit­timi e di diritti acqui­siti) e for­male (obbligo di appli­care la sen­tenza della Corte senza pasticci né sconti arbi­trari). Già il fatto che Padoan abbia pre­valso la dice lunga sul peso dei poteri di cui è garante.

Del resto si sa che il reuc­cio non l’avrebbe voluto nel governo e che glielo ha impo­sto Napo­li­tano – il deus ex machina del governo Monti-Fornero – a sua volta «con­vinto» dalle cen­trali euro­pee. Renzi avrebbe pre­fe­rito un suo uomo per avere piena libertà nell’impiego popu­li­stico delle risorse e degli annunci. Con Padoan deve stare attento, per­ché, a dif­fe­renza degli altri mini­stri, non è un incom­pe­tente, e per­ché rap­pre­senta poteri sovra­na­zio­nali con i quali – come dimo­stra il caso greco – c’è poco da discu­tere.

Ora a ciò si aggiunge il fatto che Padoan ha impo­sto una solu­zione «rea­li­stica» che viola niente meno che una sen­tenza della Corte costi­tu­zio­nale. E così abbiamo un’altra bella novità su cui riflet­tere in que­sta fase di meta­mor­fosi delle forme poli­ti­che: un mini­stro della Repub­blica che, quando si fa sul serio, fa pesare il pro­prio sta­tuto impli­cito di emis­sa­rio della vera sovra­nità poli­tica e finan­zia­ria; sta den­tro il governo ma parla la voce grossa del padrone euro­peo; e, guarda caso, vince, anche con­tro la somma auto­rità giu­ri­sdi­zio­nale. Poveri noi che non solo cre­de­vamo ancora di avere diritto alla pen­sione, ma addi­rit­tura ci illu­de­vamo di essere cit­ta­dini di uno Stato costi­tu­zio­nale di diritto.

Alberto Burgio da “Il Manifesto”

“Ai due Matteo va benissimo che la gente non vada a votare”.

elezioni“Ai due Matteo va benissimo che la gente non vada a votare”. L’analisi di Giorgio Cremaschi

A me non stupisce che Matteo Renzi esalti il successo del PD alle regionali ignorando , anzi persino valutando con un certo compiacimento, il fatto che in Emilia Romagna abbia votato un elettore su tre. Quando solo poco tempo fa votavano in nove su dieci. Nella concezione autoritaria della governabilità e nel decisionismo di cui il segretario presidente è solo l’ultimo esponente, la partecipazione popolare è solo un incomodo o un fastidio. Se votano solo tre persone e si ha la sicurezza di ottenere il consenso di due di esse va bene, in meno si decide è meglio è. Gli altri dovranno solo ubbidire.

Mussolini sosteneva che lui del fascismo non aveva inventato nulla, lo aveva semplicemente tirato fuori dagli italiani e organizzato. Per Renzi vale lo stesso. Sono anni che i programmi di governo sono vincolati ai diktat dei mercati, della UE, della finanza e anche a quelli del governo di un altro paese, la Germania. Sono anni che i cittadini di questo paese vengono educati alla impotenza e alla inutilità di una democrazia ove le decisioni di fondo son già prese altrove. E quando è lo stesso Presidente della Repubblica che si fa alfiere di questa sottomissione culturale e psicologica, oltre che politica, è evidente che tutto il sistema costituzionale ne risente.

La democrazia a sovranità limitata si è congiunta con due spinte che da decenni agiscono nella società italiana. La prima è la banalizzazione e la spoliticizzazione del confronto politico, di cui è stata espressione la seconda repubblica berlusconiana. La seconda è lo spirito di vandea contro il lavoro e i suoi diritti che da più di trenta anni si scatena ad ogni difficoltà economica. Il governo Craxi negli anni 80 aveva già anticipato il linguaggio ed i comportamenti di Matteo Renzi, ma perché il decisionismo liberista diventasse regime occorrevano tutte e tre le condizioni di fondo e non solo una. Una democrazia ridotta a subire gli ordini esterni sui temi stessi per i quali è nata: il bilancio dello stato. La distruzione della partecipazione e la riduzione del confronto politico a talk show. La guerra tra i poveri come unico sbocco della impotenza popolare verso le decisioni di fondo. È dalla miscela tra questi tre processi degenerativi della nostra società che nasce il successo di Matteo Renzi, e anche quello del suo omonimo Salvini.

I due Matteo si dividono gran parte del consenso dei pochi elettori residui, perché meglio rappresentano l’auto distruzione della nostra democrazia. Essi sono molto simili nel modo di pensare e di proporsi e forse persino intercambiabili. E questo non solo per il giovanilismo di palazzo , la carriera burocratica oscura trasformata in leadership grazie ai mass media mentre crollava il consenso delle vecchie direzioni, la formazione giovanile nei quiz delle Tv di Berlusconi. Il punto vero che hanno in comune è il trasversalismo reazionario. Renzi è partito volendo battere i pugni in Europa e contro i poteri forti e ora picchia solo contro sindacati, scioperi e diritti del lavoro. Che vengono indicati come i veri ostacoli, o in altre versioni come gli alibi, che fanno sì che le imprese non investano. P

Per Renzi la ruota della fortuna ha girato a lungo e alla fine si è fermata sul lavoro ancora sindacalizzato e tutelato da qualche diritto residuo. Quello è il nemico dei giovani, dei disoccupati, del merito, della crescita e naturalmente di quelle imprese che finanziano Renzi a 1000 euro a coperto. Anche Matteo Salvini lancia proclami contro banche, euro, finanza etc. Ma i mass media li buca indirizzando il rebus contro migranti e Rom e alleandosi con forze esplicitamente fasciste e razziste. Renzi e Salvini indicano all’italiano medio l’unico avversario a reale portata di mano , il vicino di casa metalmeccanico, o impiegato pubblico, o migrante. Loro vengono indicati come la causa dei guai e con loro sindacati e centri sociali. Renzi e Salvini alimentano le rispettive guerre dei poveri in competizione l’uno con l’altro, e così si presentano sempre di più come un’alternanza nell’ambito della stessa devastazione democratica. Che la gente non vada più a votare, a parte i loro sostenitori, ai due leader va benissimo. Entrambi sono figli della ideologia liberista e la privatizzazione della democrazia è la madre di tutte le altre.

Non c’è soluzione facile a tutto questo. Crisi economica e degrado democratico si alimentano reciprocamente e per uscire da entrambi bisogna ricostruire il conflitto con avversari che non sono il vicino di casa. Per questo gli scioperi, i movimenti sociali, le lotte vere fanno così paura ad entrambi i Matteo. Perché se questi dovessero crescere e consolidarsi, loro perderebbero centralità e leadership. Il voto regionale colloca la maggioranza della popolazione italiana in una posizione extraparlamentare. Oggi è un successo per Renzi e Salvini, domani potrebbe essere la loro condanna. Ma perché ciò avvenga tutto ciò che si oppone al regime dei due Matteo deve trovare la stessa determinazione, la stessa dimensione culturale e volontà di vero cambiamento, della Resistenza e della liberazione dal fascismo.

POLITICAITALIA | Autore: giorgio cremaschi(da controlacrisi.org)


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