Posts Tagged 'pensioni'

Taglio alle pensioni, la smentita…. che conferma

imagesLa smentita del ministro del lavoro (?) all’allarme diffuso dai sindacati sul taglio delle pensioni di reversibilità in realtà lo conferma pienamente. Il ministro, di cui non è particolarmente conosciuto l’acume, non si è reso conto di aver utilizzato la formula standard con la quale sono state sempre giustificate le manomissioni del sistema pensionistico.

Dalla riforma Dini del 1995 ad oggi sempre i governi hanno affermato che non sarebbero state intaccate le pensioni in essere, mentre massacravano tutte le altre. Questa affermazione era certamente dovuta al fatto che la Corte Costituzionale avrebbe bocciato una riduzione del l’assegno di chi già fosse in quiescenza.

Questo non vuol dire che poi le pensioni ai pensionati non siano state davvero ridotte, basti pensare al taglio della rivalutazione recentemente condannato da una ennesima sentenza della Corte, che poi Renzi e Poletti non hanno rispettato. Tuttavia è vero che in gran parte i tagli sono inizialmente precipitati addosso a chi sarebbe andato, forse, in pensione e non a chi in pensione ci stava già. Per questo la smentita non smentisce niente.
Se le prossime pensioni di reversibilità al coniuge del deceduto saranno calcolate tenendo conto dell’ISEE familiare, esse sarranno devastate.

Infatti basta solo che in una famiglia di 5 o 6 persone entrino due stipendi operai, e questa famiglia per l’ISEE sarà considerata benestante. Quindi le future pensioni di reversibilità saranno tagliate e tanto. Per quelle in essere ci sarà solo da attendere che si scateni la campagna contro i privilegi di chi conserva qualche diritto che gli altri non hanno più.
A quel punto per ragioni di equità taglieranno anche quelle che ora dicono di non voler tagliare.

Come hanno sempre fatto tra una smentita e l’altra. Poletti è solo l’ultimo e il meno credibile di una lunga serie di ministri di governi che hanno considerato il sistema pensionistico pubblico come il loro bancomat.

di Giorgio Cremaschi

Annunci

Pensioni: Sia rispettata la decisione della Consulta.

xarton14506.jpg.pagespeed.ic.dEjT0yxpFBSulle pensioni qualcosa si muove a livello di mobilitazione. Mentre Cgil,Cisl e Uil ancora stanno aspettando il ”favore” di un tavolo di concertazione sulla previdenza, il 16 giugno sarà il Conup a muoversi. Il Coordinamento nazionale unitario pensionati, che ha tra le sue fila anche Ezio Gallori, andrà sotto la sede del ministero dell’Economia e Finanze, per “un presenziamento molto rumoroso”. Il Comup intende protestare contro il mancato rispetto della Sentenza della Consulta, contro il decreto Poletti-Renzi e per la difesa delle pensioni attaccate dall’ennesima riforma del sistema previdenziale che Renzi-Boeri stanno preparando!”.

Il Comup ha stilato anche una lettera inviata a deputati e senatori che riportiamo integralmente perché spiega in modo chiaro e sintetico la partita in gioco.
“Siamo cittadini di tutta Italia che hanno dato vita ad un Coordinamento Nazionale, apartitico e apolitico, che riunisce pensionati, esodati e tutti i lavoratori, futuri pensionati, ai quali soprattutto è rivolto il nostro sforzo di difesa dei principi costituzionali in tema pensionistico.

“La sentenza n. 70 della Consulta ha sancito il principio che la proporzionalità e l’adeguatezza della pensione alla retribuzione debbano sussistere non solo al momento del collocamento a riposo, ma anche successivamente. Alla Consulta non è certamente sfuggito evidentemente che il provvedimento Monti/Fornero di congelamento totale della rivalutazione per gli anni 2012 e 2013 per le pensioni superiori a tre volte il trattamento minimo si inseriva in un meccanismo perverso che prevedeva già parziali o nulle rivalutazioni fin dal 1996.

Il D.L. 65/2015 del Governo Renzi a seguito della suddetta sentenza, si limita a concedere qualche irrisorio arretrato escludendo totalmente i fruitori di una pensione superiore a 6 volte il trattamento minimo, irridendo la Corte Costituzionale e facendosi beffe dei pensionati del ceto medio che hanno svolto per una vita un’attività lavorativa all’insegna della correttezza contributiva e fiscale.

Sarà sufficiente dare uno sguardo al riepilogo allegato sul meccanismo di rivalutazione automatica delle pensioni per capire che c’è un intento chiaro da parte degli ultimi Governi ed in particolare di quello attuale: TUTTE LE PENSIONI DEVONO TENDERE NEL PIU’ BREVE TEMPO POSSIBILE AD ADEGUARSI A TRE VOLTE IL TRATTAMENTO MINIMO.

Non lasciamoci ingannare peraltro dal fatto che il tasso di inflazione in questi anni è basso, niente ci garantisce che esso non possa salire nei prossimi anni. Copiamo dalla Germania dove le pensioni sono agganciate agli aumenti dei lavoratori dell’industria e l’aliquota contributiva è del 24% anziché del 33%. I pensionati non hanno rinnovi contrattuali o bonus o promozioni, se togliamo loro la rivalutazione è la fine. Si può accettare una rivalutazione attenuata, ma mai che non si percepisca neppure l’aumento riconosciuto alle fasce più basse.

Il messaggio Renziano lascia trasparire un progetto di ghettizzazione dei vecchi. I vecchi si devono contentare di un minimo uguale per tutti a prescindere da ciò che hanno fatto nella vita.

In altra sede ci proponiamo di parlare della truffa del meccanismo di calcolo della pensione con il sistema di calcolo contributivo “all’italiana”, un sistema unico al mondo e non presente neppure nei fondi assicurativi delle assicurazioni private”.

La consulta e la regia di Padoan.

xarton14506.jpg.pagespeed.ic.dEjT0yxpFB

Que­sta vicenda delle pen­sioni e del decreto voluto dal mini­stro dell’Economia per tran­quil­liz­zare Bru­xel­les e Fmi è dav­vero sin­to­ma­tica e istrut­tiva. Dice di come siamo messi e di dove stiamo andando, un po’ come la famosa unghia che per­mette di rico­struire l’intero leone.

La sen­tenza della Corte costi­tu­zio­nale vale poco meno di una ven­tina di miliardi, tra man­cati ade­gua­menti, effetti di tra­sci­na­mento e inte­ressi. I soldi non ci sono (nel senso che tro­varli impli­che­rebbe inci­dere dove il governo non vuole: patri­moni, ren­dite e set­tori di spesa pro­tetti), quindi la sen­tenza non può essere appli­cata. Di qui la geniale solu­zione sug­ge­rita da Padoan e accolta da Renzi, ele­zioni regio­nali pen­denti. Diamo un segno di atten­zione a una parte dei pen­sio­nati dan­neg­giati dalla For­nero, augu­ran­doci che tanto basti a quie­tarli. Quanto agli altri, ai quali non si dà nem­meno que­sto get­tone, pazienza. Se ne faranno una ragione (la gran­cassa filo­go­ver­na­tiva, Repub­blica in testa, si sta già ado­pe­rando per spie­gare al volgo e all’inclita che un sacri­fi­cio è dovuto per il bene dei gio­vani) e sennò pazienza, si vedrà come fare quando arri­vas­sero i ricorsi. Intanto l’Europa avrà avuto la con­ferma della lealtà del governo ita­liano ai sacri dogmi della sta­bi­lità finanziaria.

La prima domanda che sorge spon­ta­nea è dove sia finito in que­sto paese lo stato di diritto. Ora pare che la que­stione più impor­tante sia che Bru­netta e Gasparri la For­nero l’avessero votata. Ma forse più della coe­renza di qual­che poli­tico ci si dovrebbe occu­pare di come un governo della Repub­blica si muove di fronte a un pro­nun­cia­mento della più alta auto­rità giu­ri­sdi­zio­nale, inca­ri­cata di vegliare sul rispetto della Costi­tu­zione da parte del legi­sla­tore. Non pro­pria­mente qui­squi­lie. Sem­bra invece che la fac­cenda inte­ressi a pochi, quasi si trat­tasse di un det­ta­glio for­ma­li­stico. Sic­ché quello che sta pas­sando è l’idea che una sen­tenza della Corte non è pro­pria­mente una sen­tenza, ma un con­si­glio, una rac­co­man­da­zione. E che alla fine è il governo a dover deci­dere se e in che misura atte­ner­visi, secondo il modello ante­guerra della mono­cra­zia renziana.

La seconda que­stione con­cerne la sorte della Corte costi­tu­zio­nale. È sem­pre più evi­dente (anche per espe­rienza euro­pea) che le Corti costi­tu­zio­nali osta­co­lano l’affermarsi della sovra­nità di fatto della troika e della finanza inter­na­zio­nale. Come spesso accade, il diritto – in par­ti­co­lare il diritto costi­tu­zio­nale – è al dun­que un con­fine dif­fi­cil­mente vali­ca­bile, che fa emer­gere for­za­ture e ille­ga­lità. Lo scon­tro è poli­tico, e al mas­simo livello. Le Corti imper­so­nano la sovra­nità degli Stati ed entrano per forza di cose in rotta di col­li­sione con il pro­cesso di con­so­li­da­mento della sovra­nità sovra­na­zio­nale, che non è sol­tanto quella delle isti­tu­zioni euro­pee, ma anche quella del Fondo mone­ta­rio inter­na­zio­nale e dei mer­cati finan­ziari, e quella che il paese o i paesi eco­no­mi­ca­mente più forti eser­ci­tano, per inter­po­sti orga­ni­smi comu­ni­tari e dina­mi­che di mer­cato, su quelli più deboli.

Le irri­tuali espres­sioni di mal­con­tento con cui diversi espo­nenti del governo e dell’entourage ren­ziano hanno com­men­tato la sen­tenza della Corte in mate­ria di pen­sioni mostra con net­tezza la cre­scente insof­fe­renza dell’esecutivo nei con­fronti dell’autonomia dei giu­dici costi­tu­zio­nali, che un domani potreb­bero met­tere a rischio anche altre por­che­rie, tipo l’Italicum. Motivo in più per acce­le­rare il per­corso delle «riforme» isti­tu­zio­nali. Pre­sto il capo del governo potrà nomi­nare giu­dici «respon­sa­bili». E i governi non rischie­ranno più di ritro­varsi nei guai per futili que­stioni di natura giuridica.

Infine c’è la nobile figura del mini­stro dell’Economia, che anche in que­sta vicenda si con­ferma in un ruolo di pro­ta­go­ni­sta. Pare che, per pru­denza, Renzi inten­desse riman­dare qual­siasi deci­sione all’indomani del minac­cioso voto regio­nale e che invece, per ras­si­cu­rare l’Europa, il mini­stro lo abbia costretto a que­sta solu­zione rapida, inde­cente sul piano sostan­ziale (rico­no­sci­mento di inte­ressi legit­timi e di diritti acqui­siti) e for­male (obbligo di appli­care la sen­tenza della Corte senza pasticci né sconti arbi­trari). Già il fatto che Padoan abbia pre­valso la dice lunga sul peso dei poteri di cui è garante.

Del resto si sa che il reuc­cio non l’avrebbe voluto nel governo e che glielo ha impo­sto Napo­li­tano – il deus ex machina del governo Monti-Fornero – a sua volta «con­vinto» dalle cen­trali euro­pee. Renzi avrebbe pre­fe­rito un suo uomo per avere piena libertà nell’impiego popu­li­stico delle risorse e degli annunci. Con Padoan deve stare attento, per­ché, a dif­fe­renza degli altri mini­stri, non è un incom­pe­tente, e per­ché rap­pre­senta poteri sovra­na­zio­nali con i quali – come dimo­stra il caso greco – c’è poco da discu­tere.

Ora a ciò si aggiunge il fatto che Padoan ha impo­sto una solu­zione «rea­li­stica» che viola niente meno che una sen­tenza della Corte costi­tu­zio­nale. E così abbiamo un’altra bella novità su cui riflet­tere in que­sta fase di meta­mor­fosi delle forme poli­ti­che: un mini­stro della Repub­blica che, quando si fa sul serio, fa pesare il pro­prio sta­tuto impli­cito di emis­sa­rio della vera sovra­nità poli­tica e finan­zia­ria; sta den­tro il governo ma parla la voce grossa del padrone euro­peo; e, guarda caso, vince, anche con­tro la somma auto­rità giu­ri­sdi­zio­nale. Poveri noi che non solo cre­de­vamo ancora di avere diritto alla pen­sione, ma addi­rit­tura ci illu­de­vamo di essere cit­ta­dini di uno Stato costi­tu­zio­nale di diritto.

Alberto Burgio da “Il Manifesto”

Lavorare fino alla morte, in pensione a 66 anni e sette mesi

fornero

Puntuale come lo sceriffo di Nottingham è arrivato l'”adeguamento” dell’età pensionabile alle “aspettative di vita”, come previsto dalla legge Fornero (“la più amata dagli italiani”, durante il governo Monti). Dal primo gennaio del prossimo anno si potrà lasciare il lavoro (più probabilmente la cassa integrazione e la mobilità) solo a 66 anni e sette mesi nel caso degli uomini e delle donne del settore pubblico. Mentre per le donne impegnate nel settore privato sarà sufficiente un anno in meno (ma dal 2018 arriveranno all’agognata “parità” con tutti gli altri: 66 e 7 mesi). Mentre le lavoratrici autonome andranno in pensione di vecchiaia a 66 anni e un mese (66 anni e sette mesi nel 2018). Vengono contestualmente innalzati anche i limiti relativi agli anni di carriera necessari per poter accedere alla pensione di anzianità. La pensione anticipata dal 2016 rispetto all’età di vecchiaia si potrà percepire con 42 anni e 10 mesi se uomini e 41 anni e 10 mesi se donne.

In tutti i casi si tratta di quattro mesi in più, senza alcuna seria distinzione neanche per i cosiddetti “lavori usuranti”, dove ante-Fornero l’età pensionabile coincideva quasi con le aspettative di vita (macchinisti, minatori, siderurgia, ecc).  E poi dicono che vogliono ridurre la disoccupazione giovanile…

Il decreto del ministero dell’economia è arrivato all’Inps che ha immediatamente inviato una “nota esplicativa” a tutti gli uffici interessati (Caf compresi, dunque).

Nel 2019 verrà fissato un nuovo adeguamento, a meno che – nel frattempo – le molte “riforme strutturali” e i tanti tagli di spesa (sanità, welfare, ecc) non riescano, come sperato in alto loco, a ridurre la vita media della popolazione. Del resto, se la logica del collegamento tra età pensionabile e speranza di vita vuole avere un senso, o si va verso un regime per cui – per ipotesi estrema – si lavora fino a 90 anni se la vita media avvicina i 100, oppure si mira a far morire prima una quota maggioritaria della popolazione, costringendola a lavorare oltre ogni limite di forze mentre al contempo le si tolgono buona parte dell’assistenza sanitaria e altri “ammortizzatori sociali”. Una tendenza individuata già da anni (si veda http://contropiano.org/news-politica/item/2107-in-pensione?-possibilmente-mai).

Il nuovo presidente dell’Inps – quel Tito Boeri autore alcuni anni fa di una proposta basata su “riduzioni attuariali” delle pensioni (semplificando: un taglio del 2-3% dell’assegno per ogni anno in meno rispetto all’età pensionabile – ha tirato fuori la necessità di pensare ad ammortizzatori sociali specifici per quegli ex lavoratori tra i 55 e i 66 anni che proprio nessuno è disposto ad assumere. Naturalmente formulerà, entro giugno, una sua nuova proposta. Volete scommettere che sarà uguale alla vecchia?

Claudio Conti da “Contropiano.org”

UNA PENSIONE, UN LAVORO PER UNA ESISTENZA LIBERA E DIGNITOSA

murales chile

 
La Costituzione della Repubblica Italiana stabilisce fra i principi fondamentali una norma, l’articolo 36: il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro ed in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa.
Oggi più che mai questo diritto fondamentale viene di fatto eluso, dimenticato, in buona parte anche tradito dalle massime cariche dello Stato, dai governi e dalle maggioranze parlamentari che approvano leggi capestro su pensioni e politiche del lavoro, cosiddette “riforme” che vanno contro i diritti dei lavoratori, dei pensionati e delle future generazioni: leggi e scelte governative che rafforzano e legittimano ancor più lo strapotere delle organizzazioni padronali e dei manager come Marchionne, che alla Fiat pratica solo la strada dei bassi salari, della precarietà e del ricatto, soprattutto con gli operai iscritti alla Fiom che rifiutano accordi fasulli e i soprusi aziendali.
Questo modello padronale vecchio stampo arbitrario e anticostituzionale, che fa scempio dei rapporti contrattuali e sindacali e cancella la libertà e la dignità del lavoratore, non si giustifica nemmeno con la grave crisi economica di mercato determinata dal sistema capitalistico, crisi che in modo strumentale anche il governo Monti e la Fornero hanno utilizzato a piene mani a giustificazione delle scelte politiche dei tagli e sacrifici a senso unico, con il sostegno di Alfano, Bersani e Casini e il borbottio dei segretari della Cisl e della Uil.
Tanto meno si giustifica la posizione traballante della Cgil con la sua debole risposta di lotta, insufficiente a contrastare le due pesanti controriforme attuate da Monti e Fornero: quella sul fronte delle pensioni e quella sul lavoro.
Questi gli effetti delle controriforme:  il peggioramento del sistema pensionistico, con l’allungamento dell’età pensionabile, la brutta vicenda irrisolta degli esodati e il blocco della già misera rivalutazione delle pensioni; sul fronte del lavoro, abbiamo assistito alla manomissione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori: un principio elementare di civiltà, che stabiliva che senza giusta causa non si può licenziare. Il lavoratore non può essere sottoposto all’arbitrio padronale al punto tale da poter perdere da un momento all’altro il proprio posto di lavoro senza che questo atto abbia una sua legittima giustificazione.
Per finire e non per ultimo (chissà cosa ci riserverà il futuro),  il governo Monti e la Confindustria, la Cisl e la Uil hanno firmato un accordo sulla produttività che rispecchia gli aspetti recessivi dell’articolo 8 introdotto dall’ex governo Berlusconi nella finanziaria del 2011. L’articolo 8  sostanzialmente ha svuotato il valore nazionale del Contratto Collettivo di Lavoro e  ha introdotto un sistema di deroghe che favorisce le sole imprese nella gestione del mercato del lavoro e condiziona in peggio la contrattazione aziendale sui salari, orari di lavoro, inquadramento, flessibilità e mobilità senza garantire l’occupazione.
In poche parole si lascia mano libera ad ogni singola azienda nel gestire come meglio le aggrada le condizioni di vita e di lavoro dei lavoratori. Sono misure che vanno a ledere la libertà e la dignità del lavoratore.
Bene ha fatto la Cgil a rispondere no a questo accordo sulla produttività, giudicando l’intesa un ulteriore arretramento sui salari reali e sul Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro; sarebbe importante che a questa decisione seguissero iniziative di lotta e di contrasto.
Le forze della sinistra, Rifondazione Comunista, il PdCI, la FdS, con SEL e l’IdV, con la FIOM e ANPI, di fronte a questa situazione di gravità e di disagio, sociale, politico ed economico di milioni di cittadini colpiti dai provvedimenti ingiusti del Governo Monti, hanno promosso una campagna di raccolta firme perché vengano abrogate tramite referendum popolari le odiose norme su pensioni e lavoro: la manomissione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, l’articolo 8 del decreto legge della finanziaria del 2011, la “riforma” Fornero.
Su queste questioni che riguardano i diritti Costituzionali del lavoro, per la difesa e dignità delle lavoratrici e lavoratori, le forze tutte della sinistra devono rispondere a tutto campo e con chiarezza se vogliono rappresentare ancora la classe lavoratrice, assumendo coerentemente delle posizioni politiche decise, nette e di forte critica all’attuale governo, allineato a quello precedente, e alle forze politiche che lo sostengono, tra le quali il PD, che stanno distruggendo le conquiste sociali e storiche di civiltà del mondo del lavoro e non solo.

Pensioni, ADDIO! Grazie PD per avercele tolte!

Con l’ultima manovra economica del nuovo governo Monti, ha avuto compimento il disegno, iniziato nel 1992, di scardinare il sistema pensionistico per portarlo ad un livello insignificante ed inutilizzabile. Insomma è stato conseguito il loro obbiettivo iniziale di distruggere il sistema pensionistico.

Il tutto ovviamente a vantaggio delle assicurazioni private e delle banche che, proprio in questo momento, si stanno ben bene sfregando le mani, pronte a contare i lauti guadagni che i prossimi anni gli porteranno.

Mentre da un lato si continuano a pagare baby pensioni, vedi per esempio quelle dei parlamentari – inutile approfondire perchè tutti ormai sanno -, dall’altro si riducono drasticamente i parametri di calcolo per la pensione e contemporaneamente si elimina la pensione di anzianità, oltre che aver inalzato gli anni minimi di contribuzione a 42 anni ed 1 mese. Per ora. Perchè dal prossimo anno ci sarà il costante adeguamento, in crescendo, per l’aumento dell’aspettativa di vita. Aumento di 3 mesi di contibuti ogni due anni. Una bella beffa nella beffa dentro la beffa.

In sostanza chi, per esempio come me lavora da quando aveva 17 anni (il sito INPS non lo prevede e “decide” che devi aver inziato a lavorare ad almeno 18 anni), sarà costretto a da andare in pensione quando ne avrà 66. Quindi con 49 anni di lavoro effettivo.

Vabbè, a riuscire ad arrivarci a quell’età, con lo stress quotidiano cui siamo sottoposti, uno potrebbe anche farcela a lavorare. Ma a ben pensarci, chi ti vuole più a lavorare dopo una certa età? Soprattutto se non hai particolari ed elevate specializzazioni. Ho di fronte a me l’esperienza attuale e drammatica di diversi amici, cassaintegrati o licenziati per crisi o bancarotta delle aziende (che dopo aver fatto bottino per anni alle prime difficoltà se la squagliano lasciando tutti sul lastrico), in umile ricerca di un qualsiasi lavoro e nessuno che li vuole prendere a lavorare con sè. Nonostante l’esperienza che anni di lavoro ha loro procurato, sono troppo vecchi e quindi poco malleabili. Hanno dai 45 ai 55 anni.

Ma tutto questo in realtà cela, dietro di sè, una grande oscura manovra: l’instaurazione di un sistema pensionistico privato.

Non ci sono completamente riusciti con l’istituzione delle pensioni integrative di categoria, con le quali si sono FREGATI il TFR dei lavoratori, ed allora hanno ben pensato a qualcosa di più sottile e congeniale che si sviluppa su due linee parallele.

La prima che obbligherà i lavoratori, anche coloro che non lo hanno ancora fatto, ad aderire in modo forzoso ad una di queste forme di pensione privata, in modo da vedersi coprire gli anni bui che gli spetteranno quando prima o poi si vedranno, in età avanzata, proiettati (per non dire espulsi) fuori dal sistema di lavoro senza alcuna possibilità di reintegro.

La seconda obbligherà gli stessi a computare una forma di risparmio forzoso per garantirsi un cuscinetto economico per la dissocupazione di cui sopra e quindi favorendo ancora una volta le banche detentrici finali del risparmio effettivo, col quale portanno tornare a far respirare i loro profitti.

Insomma, una bella truffa realizzata coi guanti di velluto.

Oltre a tutto questo e dulcis un fundo, si parla ora di mettere mano al sogno di Berlusconi: l’ARTICOLO 18. Forse è ancora una volta, come per le pensioni, la sua lunga manina che guida tutti questi burattini.

O forse, con somma tristezza, è la doppia mano carpiata PDL-PD che ha portato al compimento totale del duopolio che loro hanno sempre voluto. E forse ci sono riusciti. Sulle spalle di tutti i lavoratori.

La bancarotta dello stato era forse la soluzione meno traumatica, almeno dal punto di vista dell’equità.

Ma forse è giunta l’ora della RIBELLIONE, nobile parola che ci conduce ad un dissenso vero che ci induce ad urlare un forte NO, una delle parole più semplici e corte del vocabolario, la parola più urgente ed essenziale, forse la più selvaggia. Un NO alla brutalità della politica, no alla follia delle ingiustizie economiche che ci circondano. Contro queste cose, il NO non è mera negazione: il NO assume un forte valore propositivo, costruttivo e creativo.

Ci dispiace solo per gli amici del PD che, assieme ai benpensanti del parlamento hanno approvato, ed approveranno, le manovre del governo dei BANCHIERI.

NO col sistema NON ci STO!

TRAMONTI E LE PENSIONI FUTURE

Fonte: LIBERAZIONE

L’Europa ci chiede di alzare ulteriormente l’età pensionabile. La politica italiana, di centrodestra come di centrosinistra, si allinea. Un dibattito ideologico tutto teso a far pagare la crisi ai lavoratori, nasconde così la vera sfida che attende la nostra previdenza: la possibilità che i giovani lavoratori di oggi, per non parlare dei precari, accedano prima o poi a questo diritto. Presentato spesso come uno scontro generazionale, il tema delle pensioni evoca invece la necessità di un adeguamento del sistema previdenziale alle nuove forme assunte dal lavoro, senza che a farne le spese siano i diritti acquisiti o le condizioni di vita dei lavoratori di ogni età

Tutto quello che non
ci dicono sulle pensioni
Ma che è utile sapere

Felice Roberto Pizzuti

Fino a prima della scorsa estate, nelle riunioni economiche internazionali per fronteggiare la crisi globale, i rappresentanti italiani, per attenuare la valenza negativa attribuita al nostro debito pubblico, ricordavano giustamente che, in compenso, rispetto agli altri paesi, il nostro debito privato è nettamente inferiore, il nostro sistema bancario è molto meno toccato dal possesso di titoli “tossici” e il sistema pensionistico pubblico, dopo la continua serie di riforme avviate nel 1992, è tra quelli con i conti più in ordine.
Quando però in agosto la crisi si è riacutizzata, aprendo una sua nuova fase con livelli di drammatizzazione crescente e dagli esiti al momento imprevedibili, l’interesse della speculazione e dei responsabili della politica comunitaria si è particolarmente concentrato sul nostro paese e – in modo surrettizio, ma non privo di significato economico e politico – il nostro sistema pensionistico è ritornato nella parte del capro espiatorio.
Nella famosa lettera di Draghi e Trichet inviata il 5 agosto al nostro governo (ma resa pubblica solo di recente), tra i tanti inusuali “consigli”, all’inizio c’era «che l’Italia debba con urgenza rafforzare la reputazione della sua firma sovrana» e «accrescere il potenziale di crescita»; seguivano poi molte indicazioni, tra le quali anche quella di intervenire nuovamente sui criteri per il pensionamento d’anzianità ed equiparare l’età di pensionamento delle donne impiegate nel settore privato a quelle del settore pubblico.
Le manovre economiche decise dal governo dopo quella lettera non hanno fatto nulla né per sostenere la crescita – che effettivamente dovrebbe essere un obiettivo primario – né per aumentare la sua reputazione che, anzi, è in caduta libera: almeno il divario tra i tassi d’interesse dei nostri titoli pubblici e quelli dei titoli spagnoli è dovuto solo alla differente reputazione dei due governi in carica. Però il governo decise di recepire le indicazioni sulle pensioni, nonostante la ritrosia pelosa della Lega (che non aveva avuto nessun problema a penalizzare le donne del pubblico impiego, ma ne ha con quelle del settore privato della “padania” e, da ultimo, ha proposto le “gabbie previdenziali” per favorire i pensionati del Nord!).
Ma quasi non bastasse, dopo le misure previdenziali prese in agosto dal governo, nel clima da “ultima spiaggia” per fronteggiare la particolare situazione critica del nostro paese, sono state presentate molte proposte da prestigiosi commentatori e da giornali economici, da importanti associazioni d’impresa, da esponenti affermati o più o meno emergenti della politica o da chi al momento ancora non è “sceso in campo”: tutte auspicano ulteriori riforme previdenziali, tanto ingiustificate settorialmente quanto improprie ai fini della crescita. Il sistema pensionistico pubblico continua ad essere il settore privilegiato per proporre altri interventi che, con effetti a cascata, sarebbero necessari: a migliorare il nostro bilancio pubblico, alla nostra permanenza nell’euro, alla stessa sopravvivenza della moneta unica europea e della Ue, e a contribuire alla soluzione della crisi globale. E chi più ne ha più ne metta!
Per non rimanere vittima anche del ridicolo di queste posizioni, che però sono pericolose sia dal punto di vista sociale sia da quello economico, è opportuno uscire dai luoghi comuni più o meno strumentali e riportare la questione alle sue dimensioni reali, come emergono dall’analisi dei fatti e dei numeri certificati.
E’ opinione comunemente condivisa tra gli addetti ai lavori che il nostro sistema pensionistico sia strutturalmente in equilibrio attuariale; la fase di transizione prevista per l’applicazione di alcune norme, pur ritardando i loro effetti finanziari che si avranno a regime, non crea uno squilibrio negativo per il bilancio pubblico. Viceversa, dai dati ufficiali emerge che il saldo tra le entrate contributive e le prestazioni previdenziali al netto delle ritenute fiscali (cioè quanto effettivamente esce dal bilancio pubblico e entra nelle tasche dei pensionati) è positivo fin dal 1998, a riprova dell’efficacia delle riforme effettuate dal 1992 rispetto all’obiettivo di garantire la sostenibilità finanziaria del sistema.
Nell’ultimo anno per il quale si dispongono questi dati, il 2009, il saldo è stato di 27,6 miliardi di euro, pari all’1,8% del Pil. Tuttavia, a fronte dei positivi risultati finanziari, le previsione segnalano un forte calo della copertura pensionistica che darà luogo ad un grosso problema sociale che, se non s’interviene, peserà proprio sulle attuali giovani generazioni che andranno in pensione fra qualche decennio. Infatti, già nel 2035, un lavoratore parasubordinato (categoria sempre più in espansione in un contesto di elevata disoccupazione giovanile, prossima al 30%) che riuscisse ad accumulare 35 anni di contributi e andasse in pensione a 65 anni, maturerebbe una pensione pari a circa la metà di quell’80% che era comunemente raggiungibile da un lavoratore a tempo indeterminato che, prima delle riforme contrattuali e pensionistiche avviate negli anni Novanta, poteva accumulare 40 anni di contributi e andare in pensione anche prima di 60 anni.
Si sostiene però che, a causa delle prestazioni opportunisticamente generose concesse in passato (per l’uso del sistema previdenziale a fini clientelari, elettoralistici e di sostegno improprio al reddito), l’attuale spesa pensionistica incida comunque in misura anomala sul Pil. Tuttavia, se si fanno confronti statisticamente omogenei, la superiorità della nostra spesa pensionistica pubblica che emerge dai dati ufficiali dell’Eurostat, si sgonfia sostanzialmente. Infatti, il dato italiano è sovradimensionato dall’indebita inclusione dei trattamenti di fine rapporto (pari a circa un punto e mezzo di Pil) e dalla valutazione delle prestazioni al lordo delle ritenute previdenziali (che in altri paesi sono più basse o assenti come in Germania). Solo la considerazione di questi due elementi di disomogeneità riduce l’incidenza sul Pil della nostra spesa pensionistica al di sotto o in linea con quelle francesi e tedesche. Si aggiunga che in altri paesi ci sono più elevate prestazioni pensionistiche private (naturalmente finanziate con contribuzioni aggiuntive da parte di lavoratori e imprese) che possono spiegare i valori minori di quelle pubbliche le quali, tuttavia, vengono confrontate con quelle italiane dove le pensioni private sono marginali.
Altro punto di critica scarsamente fondato al nostro sistema pensionistico è la bassa età di pensionamento. Allo stato attuale, l’età di vecchiaia degli uomini e delle donne del settore pubblico (a partire dal prossimo gennaio) è ufficialmente di 65 anni, ma con il ritardo di 12 mesi della “finestra” (18 per gli autonomi), è di fatto di 66 – cioè superiore a quella tedesca (65) e francese (62) – e dal 2013 aumenterà automaticamente in connessione all’aumento della vita media attesa, raggiungendo i 67 anni nel 2021 e i 70 nel 2047; per le donne del settore privato è già previsto un rapido aumento dell’età di pensionamento di vecchiaia dai 61 anni effettivi attuali ai 65 nel 2021, poi si uniformerà a quella dei maschi.
Si dice tuttavia che l’altra nostra anomalia sarebbe la pensione d’anzianità. Ebbene, l’età effettiva di pensionamento degli uomini in Italia è di 61,1 anni, cioè poco meno che in Germania (61,8) e più che in Francia (59,1); per le donne il nostro dato (58,7) è inferiore sia a quello tedesco (60,5) che a quello francese (59,7), ma ciò rispecchia la congenita minore partecipazione al mercato del lavoro delle donne italiane e il loro ruolo di supplenza alle carenze assistenziali del nostro sistema di welfare. Comunque, la parificazione della loro età di pensionamento a quella maschile, da poco decisa, eliminerà rapidamente il divario e probabilmente lo invertirà.
A fini comparativi si deve anche tener presente che dal 1992 le nostre prestazioni pensionistiche non sono più agganciate agli incrementi salariali e sono indicizzate ai prezzi solo in misura parziale. Ce ne siamo accorti poco perché nel frattempo i salari italiani non sono cresciuti e l’inflazione è bassa, ma in Germania – dove secondo alcuni commentatori nostrani i pensionati invidierebbero quelli italiani – le prestazioni pensionistiche non hanno mai smesso di essere indicizzate sia agli incrementi reali dei salari che all’inflazione.
Ma allora perché, anche in ambienti progressisti, incontra favore l’idea di nuovi interventi sulle pensioni?
Il punto è che i maggiori ostacoli a superare questa crisi epocale risiedono non solo nelle difficoltà frapposte dagli interessi economici, politici e culturali collegati al modello produttivo affermatosi nel passato trentennio e adesso entrato in crisi; le ragioni vanno individuate anche nei limiti delle forze progressiste nel saper rinnovare il modello economico-sociale, la mentalità prevalente nell’opinione pubblica e gli equilibri politici.
In questa situazione di stallo economico, intellettuale e politico che caratterizza la fase di transizione che stiamo attraversando, emerge un altro grave rischio che si evidenzia bene proprio in alcune posizioni presenti nel dibattito previdenziale. L’attacco al sistema pensionistico spesso si coniuga con la critica agli anziani che, resistendo al posticipo del pensionamento, si comporterebbero in modo egoistico verso i giovani, assorbendo risorse che potrebbero essere utilizzate in loro favore. Eppure, in un contesto di disoccupazione giovanile di circa il 30%, considerando che l’età di pensionamento è già stata “indicizzata” attuarialmente agli aumenti della vita media attesa, imporre un ulteriore prolungamento della vita lavorativa avrebbe i controproducenti effetti di sottrarre potenziali posti di lavoro ai giovani, di aumentare l’età media degli occupati e il loro costo medio per le imprese, di pregiudicare anche la produttività e la capacità innovativa del sistema produttivo.
Ma gli anziani vengono criticati anche per il contrario, ovvero che resisterebbero a “togliersi di torno” e a lasciare spazio ai giovani, alimentando una deriva gerontocratica. Tuttavia, quando i padri liberano posti, questi spesso o non vengono riassegnati affatto, o vengono coperti con contratti meno appetibili.
In realtà, se i pur pochi giovani che il calo demografico ci offre vengono messi in concorrenza con gli anziani, cui pure si chiede di allungare l’attività, il problema vero è nella scarsa capacità del sistema produttivo di creare buona occupazione e risorse da distribuire tra tutte le generazioni.
Dunque si tratta di un male comune; cosicché diventa paradossale e lesivo della coesione sociale attribuirlo ad un contrasto tra “padri” e “figli”, laddove, nei rapporti tra giovani ed anziani dovrebbe essere sottolineata e incentivata la naturale complementarietà tra la conoscenza e l’esperienza accumulata dai primi e l’entusiasmo, il vigore e la maggiore predisposizione all’innovazione dei secondi.
In ogni caso, si oscura il fatto che i giovani e gli anziani non sono tutti uguali; le condizioni di ciascuno dipendono soprattutto dal ceto sociale, dalla famiglia, dal territorio e dal genere d’appartenenza e, dunque, se rientrano tra i pochissimi favoriti o tra i moltissimi penalizzati dal modello di crescita che si è affermato nell’ultimo trentennio e che ora è entrato in crisi.
Rispetto alla dimensione della crisi anche intellettuale e politica cui prima si faceva cenno, come diceva Keynes, la difficoltà non sta tanto nell’accettare le idee nuove quanto nel liberarsi delle vecchie; ma, al momento, sembrano cumularsi entrambe le difficoltà, a tutto vantaggio dei luoghi comuni, del conformismo intellettuale e della regressiva propensione a rifugiarsi nella saggezza convenzionale alimentata dalla mancanza di alternative che siano anche politicamente credibili.
A questo riguardo, un segnale positivo viene dagli “indignati” di ogni età, e in particolare dai giovani, che stanno scuotendo il mondo. L’attualità politica degli “indignati” sta nel fatto che colgono il carattere epocale della crisi in corso, di cui non vogliono pagare le conseguenze dopo aver subito il dispiegarsi delle sue cause; la natura dell’indignazione è progressista perché la rimozione delle sue origini sanerebbe ingiustizie e inefficienze che non solo pesano sugli “indignati”, ma continuano ad ostacolare il cambiamento economico e sociale necessario a migliorare le condizioni della collettività nel suo insieme.
Tuttavia, anche le migliori ragioni trovano difficoltà ad affermarsi se sostenute in modo ambiguo e controproducente. Ad esempio, lo slogan “la vostra crisi non la paghiamo” non può essere confuso con la sua parodia “il debito non si paga”.
La crisi in atto conferma i guasti drammatici di uno sviluppo economico-sociale che nell’ultimo trentennio è stato affidato in misura crescente ai mercati – dove le decisioni vengono prese da un’infima parte dei partecipanti alla produzione in base alla logica del profitto individuale – svincolandoli progressivamente dalla necessaria e proficua interazione con le istituzioni le cui scelte sono il frutto di una ben maggiore partecipazione collettiva. Per uscire dalla crisi lungo sentieri di maggior progresso economico-sociale c’è bisogno di dare maggiore spazio ai criteri decisionali di tipo democratico, a livello nazionale e sovranazionale; quest’evoluzione è particolarmente urgente in Europa dove la creazione di istituzioni economiche comunitarie rispondenti agli elettori è la chiave di volta per uscire dalla crisi continentale e da quella globale.
Ma, rispetto a questi obiettivi, diventa estremamente contraddittorio sostenere che il “debito non si paga” e auspicare il default delle istituzione della collettività di cui verrebbe stroncata la reputazione a vantaggio del mercato. Come si può, ad esempio, sostenere la giusta battaglia per i beni comuni e contemporaneamente auspicare il fallimento delle istituzioni collettive che dovrebbero gestirli e amministrarli? Come si può sostenere il rafforzamento del welfare state se il bilancio pubblico fallisce? Se “il debito non si paga”, chi pagherebbe le pensioni? Le quali, non dimentichiamolo, rappresentano un credito maturato dagli anziani verso la collettività nell’ambito del patto sociale intergenerazionale tra giovani e anziani; un patto che, per la sua natura intertemporale, è opportuno e conveniente sia garantito dallo Stato cioè dall’istituzione che rappresenta la collettività anche nel decorso del tempo.

………………..

Un sistema che garantisce chi un lavoro ce l’ha

Fabio Sebastiani

intervista a Luigina De Santis Collegio di presidenza dell’Inca-Cgil

Il sistema previdenziale sta naufragando sotto i colpi del bilancio dello Stato e per le forti distorsioni del mercato del lavoro.
La prima parola che voglio dire è occupazione e non pensione. Perché la pensione è la risultante di quanto lavoro hai effettivamente svolto. Nel sistema previdenziale italiano chi ha lavoro non ha nessun problema. Il processo di riforma dal ’92 con Amato fino alla legge del 2007 di Prodi ha reso molto forte il sistema pensionistico, tanto è vero che tutti gli studi della commissione europea testimoniano una solidità del nostro sistema pensionistico. La spesa pensionistica sul pil è molto più bassa rispetto agli altri paesi. La Francia nel 2020 avrà una percentuale più alta rispetto al pil dell’Italia.

Cosa ha determinato la crisi, non del sistema pensionistico ma la crisi delle risorse?

Un chiarimento, il bilancio dell’Inps è in attivo. L’attivo è più alto di quello che era stato programmato. Ma il bilancio è la risultante di più casse. Visto da vicino, per esempio, il fondo pensioni dei dipendenti è in fortissimo attivo. In deficit sono le casse dei lavoratori autonomi. Un altro fondo in deficit è l’Inpdai. E’ veramente vergognoso che un lavoratore dipendente debba pagare il deficit del’ex fondo dei dirigenti di azienda. In deficit ci sono anche i fondi speciali, come gli elettrici. Lì abbiamo privatizzato in parte l’Enel ma i fondi non sono andati nelle casse previdenziali ma a risanare i conti pubblici. Un altro forte attivo ce l’ha la gestione separata ovvero dei collaboratori a progetto. Così come le prestazioni famigliari. Il bilancio dell’Inpdap è in negativo anche perché alcune aziende che appartenevano alle amministrazioni comunali sono state privatizzate.

Ormai le casse previdenziali sono diventate le casse del ministero del Tesoro.

Sì, è vero. La scelta che ha fatto il governo Berlusconi è stata di trasferire la competenza sulla previdenza dal ministero del Lavoro al ,ministero del Tesoro. L’aspetto più triste è stato proprio questo, che mentre prima c’era uno spazio di dibattito che si poteva configurare come contrattazione sociale oggi l’intervento sulla previdenza è diventato automatico.
L’aumento della speranza di vita e il conseguente allungamento dell’età pensionabile è piovuto in un momento in cui abbiamo una fortissima crisi economica e quindi una fortissima contraddizione tra l’espulsione dal processo produttivo, la mancanza di lavoro per i giovani e la richiesta di alzare l’età lavorativa. Un altro elemento fondamentale è che il lavoro non è tutto uguale. Ci sono delle attività in cui puoi lavorare fino a sessantacinque anni. Ci sono lavori operai usuranti che ancora devono essere adeguatamente riconosciuti. Quella norma varata dal governo di centrodestra dopo il testo elaborato dal minsitro Damiano vale in linea di principio come una innovazione importante. Si può accettare il prolungamento ma deve essere volontario. E comunque dobbiamo togliere da questo meccanismo il lavoro usurante.

Quali limiti ha il sistema contributivo?

E’ uscito lo studio di Patriarca che ha detto che non è vero che il contributivo condanna a delle pensioni basse. Il problema è che le nuove generazioni non stanno lavorando. Non siamo preoccupati perché il meccanismo non funziona. Il problema è che funzionava in una fase in cui c’era lavoro. Il panorama è cambiato.

Quali proposte per i precari?

C’è stata una interessantissima proposta della Cgil per garantire una pensione a chi lavora per 40 anni in modo discontinuo. La copertura nella discontinuità deve essere dell’intero anno. In pratica, deve essere garantita una base di 900 euro. Il lavoro discontinuo non ti deve determinare una contrazione della copertura nell’anno. Un meccanismo come quello che è esistito in passato per i braccianti agricoli. Avevano una copertura dell’intero anno anche quando facevano cento e uno giornate all’anno. Il punto fondamentale è che il lavoro precario non ti deve scoprire nella parte previdenziale.

Questa crisi ha segnato la previdenza complementare?

La previdenza complementare l’avevamo pensata in una fase di lavoro e di produzione che tirava. La previdenza complementare rafforza la posizione di chi ha un’occupazione. I fondi chiusi hanno perso meno dei fondi aperti. A me non interessa del terzo pilastro, l’assicurazione privata. Per me in un paese sano non ci dovrebbe essere l’interesse collettivo sul terzo pilastro. Se mi fossi comperata, oltre alla previdenza pubblica e quella del secondo pilastro, il fondo chiuso contrattuale, un fondo privato di una banca non deve influire sul profilo sociale. Sul terzo pilastro il sindacato europeo ha discusso e non tutti avevano la stessa idea. Qualcuno voleva adottare addirittura un modello di esenzione fiscale.

L’Europa ha sul precariato e la disoccupazione dei numeri importanti. Il problema di una copertura pluridiversificata se lo stanno ponendo.

Ci sono diversi modelli in Europa, tra il modello contributivo e non noi siamo rimasti alla prima alternativa. Per noi il lavoro è un valore fondamentale. Quando ti riconosco solo perché sei un cittadino questo non ti collega al lavoro. Il lavoro ha un valore e deve essere riconosciuto e pesare. In un paese che lavora tanto al nero come l’Italia staccare la rendita previdenziale dal lavoro significa fomentare il lavoro nero. Diamo garanzie ma teniamo forte questo legame.

13/11/2011

……….

«Per precari e intermittenti impossibile pensare alla pensione»

Andrea Fumagalli Economista dell’Università di Pavia, autore di “La crisi dell’economia globale”
sostiene da tempo la necessità di introdurre nel nostro paese un “reddito di cittadinanza”

Come leggere il dibattito sulle pensioni alla luce delle nuove forme di lavoro e di precarietà che caratterizzano da più di una generazione il panorama sociale (anche) del nostro paese? Abbiamo cercato di farlo con Andrea Fumagalli, docente di Macroeconomia, Teoria dell’impresa e Economia politica all’Università di Pavia, e autore di importanti studi sul nuovo volto dell’economia internazionale e sulle nuove realtà del lavoro, tra cui: Il lavoro autonomo di seconda generazione. Scenari del postfordismo in Italia (Feltrinelli, 1997), Tute bianche. Disoccupazione di massa e reddito di cittadinanza (DeriveApprodi, 1999), Bioeconomia e capitalismo cognitivo. Verso un nuovo paradigma di accumulazione (Carocci, 2007) e La crisi dell’economia globale (Ombre corte, 2009).

Il dibattito sulle pensioni nel nostro paese non sembra tener conto del fatto che le carriere lavorative stanno progressivamente cambiando. Come stanno le cose da questo punto di vista?
Se analizziamo la composizione del mercato del lavoro, vediamo come la dinamica occupazionale manifesti una tendenza molto chiara verso una perdita di peso dei settori classici del manifatturiero, a vantaggio dei settori terziari legati soprattutto alla logistica delle merci – trasporto, immagazinamento e distribuzione -, e una dinamica invece consistente, soprattutto in alcune aree del paese, verso l’occupazione nel terziario avanzato di tipo immateriale, legato all’informazione, alla comunicazione, alla linguistica e ai servizi legati alla gestione dell’attività d’impresa. Trent’anni fa si iniziava a lavorare, specie nelle industrie manifatturiere, sotto i vent’anni, e si raggiungeva il periodo della pensione prima dei sessanta. Oggi, invece, la dinamica occupazionale in molti settori è caratterizzata da un processo formativo più lungo e dall’ingresso nel mercato del lavoro circa dieci anni più tardi. Inoltre, spesso, queste attività sono caratterizzate dalla precarietà dei contratti e dall’interruzione temporanea del lavoro.

Se sono sempre di meno i lavoratori che possono vantare nella propria biografia professionale lunghi periodi “da dipendente” all’interno della stessa azienda o che non hanno mai avuto a che fare con qualche forma di precarietà occupazionale, come possono pensare alla loro pensione in base alle regole odierne?
Infatti, già nel contesto che ho descritto fin qui, emerge come sia sempre più difficile immaginare di arrivare all’età della pensione attraverso un lavoro stabile e dopo aver accumulato l’anzianità lavorativa necessaria. Ma anche per chi ci dovesse arrivare, le cose non saranno facili. Grazie agli effetti della riforma Dini, che ha portato nel 1994 al passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo, avendo come risultato che il livello di pensione che verrà maturato sarà proporzionale ai contributi versati in tutto l’arco della propria carriera lavorativa, compresi anche gli eventuali “buchi” di non lavoro, in molti si potranno ritrovare con una pensione che non supera il livello entro il quale si parla di “povertà”. Perciò, il vero rischio, è che chi è coinvolto in queste nuove forme di lavoro, non vedrà mai una pensione degna di questo nome.

Per coloro che possono comunque continuare a sperare di accedere alla pensione alla fine del loro percorso lavorativo, si profilano però delle nuove sfide. Da un lato la diminuzione dei coefficienti di rivalutazione dei contributi versati, dall’altro l’aumento considerevole dei costi relativi al “riscatto” di versamenti accantonati presso un altro ente rispetto a quello che dovrà erogare alla fine la pensione. Questi elementi contraddicono palesemente ogni retorica sulla volontà di garantire una pensione anche alle generazioni future, no?
La tendenza in atto è quella di far perdere valore alla previdenza pubblica. Sia perché si cerca di andare verso una privatizzazione del settore, con l’ingresso di realtà finanziarie e assicurative, e diminuendo così il ruolo pubblico nella previdenza, sia perché, proprio con l’abbassamento dei coefficienti di rivalutazione dei contributi, il livello delle pensioni future in termini reali sarà di gran lunga inferiore a quello odierno. A questo si aggiunge il fatto che di fronte a carriere lavorative caratterizzate da intermittenza o elevata mobilità, con contributi gestiti perciò da enti previdenziali diversi, si pone il problema che i costi di transazione, vale a dire i costi che si devono sostenere per arrivare a un calcolo unico di tutti i contributi versati nel corso della propria vita lavorativa, tendono costantemente ad aumentare e sono caricati sul lavoratore e non sul gestore delle pensioni. E questo mi sembra un ulteriore elemento che indica come la direzione in cui si vuole andare sia quello di disincentivare il ricorso alla pensione pubblica. Infatti tutto ciò non accade se si stipula un contratto di previdenza privata con un ente finanziario o assicurativo: in base a questi contratti si paga una quota mensile, semestrale o con altra scadenza, indipendentemente dall’appartenenza a una determinata categoria o settore di lavoro.

In questo contesto, l’unica misura proposta è però da anni, e oggi in maniera ancora più decisa, quella di un progressivo innalzamento dell’età pensionabile. Oltre ad essere ingiusta, che senso ha?
Si devono prima di tutto sfatare alcuni luoghi comuni. Il primo è che l’Inps abbia un bilancio in rosso. In realtà se si scorpora l’attività previdenziale da quella assistenziale, tutta l’area della previdenza mostra già un saldo attivo. Il secondo luogo comune è quello secondo cui in Italia si andrebbe in pensione molto presto. In realtà i calcoli dell’età effettiva di pensionamento nel nostro paese sono di circa sei mesi inferiori a quelli tedeschi e sono invece superiori a quelli francesi: in media parliamo di circa 65 anni per gli uomini e 62 per le donne. Non c’è perciò una differenza sostanziale con gli altri paesi, come non c’è nessuna logica economica, né necessità impellente che giustifichino un innalzamento dell’età pensionabile. Questo progetto viene però giustificato spiegando che aumentando l’età si riduce il numero delle persone che vanno in pensione nei prossimi anni, dato che continuano a lavorare per qualche anno in più, e questo consente di “fare cassa”. Inoltre, a differenza di ciò che viene affermato abitualmente, l’allungamento dell’età pensionabile è già in atto: si è cominciato con la riforma Dini e poi via via fino allo “scalone” introdotto da Maroni e agli “scalini” decisi successivamente, per l’età in cui si può andare in pensione c’è già un meccanismo di modifica progressiva.

Già da diversi anni lei è tra coloro che propongono un redditto di cittadinanza, sganciato dal lavoro, come risposta alle forme di esclusione sociale generate dalla ristrutturazione dell’economia capitalista. Si può immaginare di riflettere allo stesso modo anche sul tema delle pensioni?
Partiamo dal chiarire una cosa. La proposta di un reddito di base non significa certo voler sostituire per questa via il reddito da lavoro, né le pensioni: si deve infatti tener conto di come la pensione sia una quota di salario differito. Il reddito di base interviene nella formula di distribuzione del redditto che deve essere gestito a livello di fiscalità collettiva, poi magari strutturato su base regionale, locale – e su questo è in atto un ampio dibattito -, mentre la previdenza si forma sulla base dei redditi da lavoro. Quindi, mescolando i due piani del discorso si rischia di fare solo confusione. Sul tema delle pensioni si può avanzare una proposta di semplificazione e di omogeneizzazione del sistema previdenziale, all’interno di una riforma della regolazione della forma salario, mentre per quanto riguarda il reddito di base, si deve arrivare a definire un reddito minimo incondizionato, sicuramente superiore alla soglia di povertà relativa, grazie a modalità di finanziamento e di strutturazione di altro tipo.
Gu. Ca.

13/11/2011

Da CONTROLACRISI.ORG

Mobilitazione pensionati SPI CGIL

ROMA, 15 APR – Due giorni di mobilitazione dei pensionati della Cgil, a Roma, il 19 ed il 20 aprile.
«Sono ormai più di due anni – spiega lo Spi in una nota – che il sindacato pensionati della Cgil ha avanzato all’attuale Governo una serie di richieste senza avere nessuna risposta». Tra queste, la necessità di garantire alle nuove generazioni una pensione dignitosa; di rivalutare le pensioni in corso, considerando che il 65% dei pensionati percepisce meno di 750 mensili, 4 milioni di questi non arrivano a 500 mensili; di reintrodurre il Fondo nazionale per i non autosufficienti; di dar vita ad un progetto nazionale per assicurare i livelli essenziali di assistenza sanitaria su tutto il territorio del Paese.
«L’iniziativa dello Spi-Cgil – sottolinea il segretario generale Carla Cantone – rientra pienamente nella mobilitazione della Cgil contro questo Governo, in preparazione dello sciopero generale per il 6 maggio. Un Governo che non ha una politica economica, finanziaria, che manca di un progetto concreto per la crescita del Paese, che garantisca l’occupazione, la giustizia sociale e l’equità tra i cittadini». (ANSA).

Il futuro dei precari

di ROBERTO CICCARELLI (IL MANIFESTO del 08 APRILE 2011)
Inps, per precari e partite Iva, significa «Io Non Posso Sognare». Sullo striscione calato ieri dal secondo piano della sede di via Ambaradan a Roma c’era un punto interrogativo, segno che c’è ancora speranza. Il blitz è stato organizzato dal comitato promotore della street parade che sabato 9 attraverserà il centro di Roma, mentre in altre 30 città verrà ripetuto lo stesso auspicio: «Liberiamoci dalla precarietà perchè il nostro tempo è adesso».

«Siamo qui per denunciare lo scandalo della gestione separata dell’Inps » ha detto Elena degli studenti della Rete della conoscenza, prima che una guardia giurata le strappasse il megafono. E lo scandalo dov’è? La cassa previdenziale dove un milione di lavoratori autonomi e «parasubordinati » versano i contributi è in attivo di oltre 9miliardi di euro e finanzia la cassa integrazione per i lavoratori delle imprese private, mentre per chi oggi è precario non ci sarà una pensione degna di questo nome. È bastato poco per dimostrarlo. Un foglio excel, un computer e uno sportello con la scritta «Nuova Inps» che è stato costruito in fretta all’ingresso dell’agenzia. Un giovane sindacalista si è prestato alla messa in scena e ha calcolato le pensioni sulla base dei Cud di alcuni precari. Trentotto anni di contributi ad un collaboratore a progetto valgono una pensione da 545 euro mensili. Ad un altro 425. E infine 403 euro calcolati sui valori attuali. «Se dicessimo ai precari quanto prenderanno di pensione rischieremmo un sommovimento sociale», ha confessato il presidente dell’Inps Antonio Mastrapasqua mesi fa. Ecco adesso lo sappiamo e, bisogna dirlo, non era certo un gran mistero. «Non vogliamo più sogni intermittenti, ma che il sogno dell’intermittenza diventi realtà» ha urlato al megafono Sylvia, attrice delmovimento degli auto-organizzati dello spettacolo che hanno occupato il cinemaMetropolitan in via del Corso a Roma e martedì 12 aprile al teatro Eliseo rilanceranno la loro lotta dopo il reintegro del Fondo Unico per lo spettacolo. Chiedono, anche loro, un reddito garantito, il diritto alla maternità universale, il sostegno alla formazione permanente. E se gli archeologi e i formatori a partita Iva vogliono l’abolizione dell’Irap e di tutte le misure inique che gravano sul loro reddito del 27 per cento, i giornalisti precari romani dell’associazione «Errori di stampa» dicono di essere «ignorati dal sindacato di categoria che ci chiama “free lance” anche se siamo collaboratori costretti a vendere gli articoli a prezzi stracciati». Con il telefono in una mano e il taccuino nell’altra, ieri parlavano di compensi che vanno da un minimo di 25 ad un massimo di 50 euro ad articolo. Per chi è disoccupato, non è prevista alcuna indennità. Al megafono le studentesse di Anomalia Sapienza hanno denunciato lo strozzinaggio sugli affitti e rivendicato il diritto all’occupazione delle case sfitte. Solo nella Capitale sono 150 mila.

(Da Controlacrisi.org)

Viva Zapatero !!

 

Viva Zapatero! s’intitolava così il film della Guzzanti di qualche anno fa, chissà cosa ne penserà oggi le regista sentendo che Zapatero, ha avviato una dura strategia di austerità ancora peggio di quella di Tremonti. Una strategia per il risanamento finanziario e la ristrutturazione economica del paese che fa pagare il prezzo ai lavoratori. Domani Josè Luis Zapatero, icona del socialismo europeo, uno dei tanti obama boys che strappavano lacrime ed applausi varerà una riforma delle pensioni che sposta da 65 a 67 anni l’età legale del pensionamento. Dopo settimane di confronto con i leader dei due grandi sindacati del paese, oggi il premier ha raggiunto un pre-accordo anche con Ugt e Ccoo. In cambio del via libera ai 67 anni, i sindacati hanno ancora una volta aderito alla teoria della riduzione del danno che spesso fa rima con complicità, ottenendo che rimanga la possibilità di andare in pensione a 65 anni, ma con 38,5 anni di contributi, invece dei 35 attuali (il governo proponeva 41 anni! Sigh). Per la pensione piena a 67 anni invece ci vorranno 37 anni di contributi. L’età minima per la pensione anticipata passa da 61 a 63 anni. La riforma entrerà in vigore progressivamente dal 2013 al 2027, con un innalzamento di 1,5 mesi all’anno dell’età del pensionamento. Zapatero «può spiegare in Europa che l’età del pensionamento passa a 67 anni come in Germania: cioè nel paese che difende l’ ortodossia fiscale Ue». Capirete che se la Spagna dei socialisti alza a 67 anni il resto viene da se, ed in Italia come del resto dell’Europa tra qualche settimana sentiremo le stesse sirene, se lo hanno fatto loro perchè non lo facciamo noi? Queste misure sono altamente impopolari per la spagna e guarda caso, come spesso avviene nella storia europea sono i socialisti al governo a far pagare il prezzo della crisi ai lavoratori. Del resto la logica bipolare si presta perfettamente a questo meccanismo autoritario, contro sinistra o centro destra, è sempre il mercato che comanda. Vale per la Grecia come per il Portogallo. Secondo la stampa di Madrid Zapatero potrebbe avere deciso di ‘immolarsì sul fronte del riordino economico del Paese: puntando a fare adottare le riforme più impopolari per poi farsi da parte rinunciando a ricandidarsi nel 2012… vatti a fidare del centro sinistra al governo in tempi di crisi.
(Controlacrisi.org 27/01/2011)

Rifondazione c’è!

Proposta di legge di iniziativa popolare: FIRMA anche TU!

SinistraSenago: per la Senago che vogliamo!

Massimo Gatti: consigliere della provincia di milano

Inserisci il tuo indirizzo e-mail per iscriverti a questo blog e ricevere notifiche di nuovi messaggi per e-mail.

Segui assieme ad altri 8.170 follower

Luca Mercalli: PREPARIAMOCI

PETIZIONE: “NO VASCHE”

Firma anche tu la petizione "NO VASCHE" promossa dal COMITATO SENAGO SOSTENIBILE. Clicca sull'immagine
Elezioni 2012

Calendario delle pubblicazioni

dicembre: 2017
L M M G V S D
« Set    
 123
45678910
11121314151617
18192021222324
25262728293031