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Il futuro dell’Italia

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Ma un operaio potrebbe mai partecipare alle primarie ?

La domanda di questo post potrebbe facilmente essere catalogata come questione novecentesca.

Il tema potrebbe ritenersi da sinistra dello scorso secolo e quindi superato. In diverse occasioni si è osservato come venga bollato come novecentesco ciò che si richiama ai valori e ai diritti.

Gli etichettatori moderni, che si battono per il superamento delle vetustà e del vecchiume, sono un po’ gli stessi che anni fa si lamentavano della storica anomalia italiana. Alla fine tanto hanno fatto tanto hanno detto, finché questo capitolo di storia italiana è stato superato ed il nuovo corso, incarnato in piena regola dai Monti e dai Marchionne di turno, sta avendo pieno svolgimento: superato l’articolo 18, stravolte le regole previdenziali, distrutta la scuola e l’università pubblica e portato ormai al collasso il sistema sanitario nazionale pubblico e come canta qualcuno il “bello deve ancora venire”.

I modernizzatori ci paventano un futuro che, probabilmente, ad essere lungimiranti, può definirsi settecentesco da prima rivoluzione industriale o al massimo ottocentesco rievocando le condizioni narrate nei romanzi di Charles Dickens. I diritti a cui si fa riferimento nella modernità di lorsignori sono ormai una netta regressione a tempi lontani, quando esisteva il lavoro minorile e quando la giornata di otto ore era ben al di là da venire. Questa è la loro bella modernità !.

Tornando alla domanda chiave del post, pensiamo sia molto difficile, al di là delle caricature e delle classificazioni, dare una risposta che possa essere convincente e soprattutto rispondere affermativamente al quesito:

Ma un operaio potrebbe partecipare alle primarie ? E potrebbe lo stesso lavoratore sedersi oggi nel Parlamento italiano ?

E’ evidente che un lavoratore dipendente o autonomo che vive del proprio salario, nella Costituzione Italiana, ha uguali dignità e diritti e ci mancherebbe altro. Di fronte alla legge ha ugualmente la possibilità di candidarsi e di ricevere voti che lo portino alla Camera se maggiore di 25 anni ed al Senato se ha almeno 40 anni di età.

Ma il problema non è questo ! Il diritto di far parte dell’elettorato passivo, oltre che attivo, appartiene a tutti, ma il cittadino che vive del reddito del proprio lavoro, per chi un lavoro ha ancora la fortuna di avercelo, ha le facoltà di far sapere al proprio vicino di casa di essere candidato e quindi potenzialmente votabile ed eleggibile alle elezioni ?

Il clima di grande partecipazione alle primarie dei giorni scorsi sembra aver diffuso grande ebbrezza nella parte di centrosinistra (praticamente solo il PD) che ha organizzato e gestito il tutto. La vulgata generale ha trattato l’evento come le primarie del PD, e non poteva essere altrimenti, e chi vi ha partecipato da esterno a tale partito ne è uscito con le ossa rotte. Volendo essere però più precisi ed articolati va detto che la partecipazione è risultata essere inferiore per più di un milione di voti rispetto alle primarie che nominarono Prodi candidato alla Presidenza del Consiglio nel 2005.

Inoltre, l’alternativa più a sinistra all’interno dei cinque candidati, quella rappresentata da Nichi Vendola, non è stata in grado di superare i voti raccolti a suo tempo da Fausto Bertinotti quando quest’ultimo si presentò all’analoga kermesse di sette anni fa.

Nei giorni immediatamente precedenti il primo turno si è posta al centro dell’attenzione la polemica relativa alle spese che i candidati alle Primarie PD hanno affrontatdo per sostenere la propria propaganda elettorale. Tra le ultime news vi era la discussione tra Sposetti, bersaniano doc ed ex tesoriere DS e Bonafè, portavoce dell’entourage di Matteo Renzi. L’ultima sfida era incentrata sulla convention alla storica Leopolda, luogo renziano per eccellenza, dove si è tenuta una full immersion di quasi chiusura della campagna di Matteo Renzi per le Primarie. Sposetti accusa che il costo dell’iniziativa sarebbe di 350 mila euro, mentre Bonafè, responsabile organizzazione di Renzi, risponde che la cifra si attesterebbe invece attorno ai 100mila euro.

Ora quale sia la cifra, come direbbe Renzi dell’articolo 18, non ce ne può fregare di meno. Ce ne cale invece di capire come si possa spendere una cifra che, presa per buona la stima prudenziale, è il costo di un monolocale in una città italiana e dilapidata in un singolo fine settimana di campagna elettorale per le primarie. Ma chi vi paga il ragionier Spinelli ???

Ed allora per la vera campagna elettorale che facciamo ? Ci giochiamo un resort a Malindi ? Oppure un’attico a Manhattan ? La politica dovrebbe essere più misurata nelle proprie manifestazioni, soprattutto in tempi in cui le ristrettezze economiche portano ai sacrifici a noi noti. E’ invece una cifra dell’altro mondo quella spesa per una “non campagna elettorale”.

Non entriamo poi nel merito del fatto che questa campagna elettorale per le primarie stia servendo ad unire o dividere il PD, anche qui può valere il giudizio espresso da Renzi sull’articolo 18. I commenti di Renzi quando già si profilava il ballottaggio durante lo scrutinio della scorsa domenica, erano un florilegio di “noi” e “loro”, a segnare e marcare nettamente più le differenze che le continuità. Quindi la risposta sul significato delle primarie come elemento di coesione la danno i protagonisti stessi. I ricorsi ed i controricorsi delle ultime ore per portare a votare chi non si è espresso al primo turno, e probabilmente chi non si riconosce in questo centrosinistra, la dicono tutta sui mezzi leciti e meno leciti con cui si persegue la vittoria.

Tornando a bomba, potrebbe un normale cittadino affrontare una campagna elettorale o pre-elettorale di questo tipo ?

Il Partito Democratico, piaccia o non piaccia, ed il primo che se ne duole è forse il PD stesso, è erede di due esperienze politiche popolari quali il Partito Comunista Italiano e il Partito Popolare Italiano-Democrazia Cristiana. Questo solo per significare che la propria storia è la storia di chi dovrebbe avere a cuore la partecipazione attiva dei cittadini, ma non solo come deleganti di qualche leader locale e/o nazionale, ma come possibili rappresentanti di alcune istanze. Ebbene domandiamoci se nel mondo di oggi, nell’Italia di oggi, che affronta il ballottaggio delle Primarie domenica prossima, potremmo assistere alla candidatura di un normale cittadino che non abbia alle spalle il potente finanziatore o Mecenate di turno, magari con sede alle Isole Cayman, piuttosto che il consolidato potere di alcune cooperative, (Penati docet).

Nei giorni scorsi, in puro stile americano è emerso che il Dottor Riva delle acciaierie ILVA  di Taranto, negli anni scorsi aveva finanziato tanto il PDL quanto il PD. Il PDL in misura maggiore, ma non aveva fatto mancare contributi elettorali al Partito Democratico. Una politica che si sostanzia di un finanziamento da parte di un qualsivoglia gruppo industriale è una politica che si presta a dare un servizio al finanziatore di turno e si allontana ancor di più dalle istanze e dai bisogni del popolo. Un a politica simile soddisfa invece le richieste di chi paga un piccolo obolo per evitare di pagare un giorno l’intera cifra a cui sarebbe tenuto. E questa cifra oggi emerge come qualcosa che è composta dei diritti al lavoro e nel lavoro e della tutela ambientale e della salute della cittadinanza tutta come il caso ILVA ci indica ogni giorno di più ed in modo sempre più drammatico.

Il Partito Comunista Italiano, e più recentemente anche il Partito della Rifondazione Comunista sono riusciti a far eleggere in Parlamento operai, impiegati, piccoli artigiani e persone che normalmente vivono del proprio lavoro.

Oggi, stante il livello di americanazzazione del sistema politico di casa nostra potremmo assistere ad analoghe situazioni ?

Si dirà sempre il solito discorso un po’ classista , retrò e vetero comunista, ma negli ultimi anni la fisionomia del Parlamento è passata attraverso una vera involuzione. In Parlamento è sempre meno rappresentato il paese reale, con le sue realtà, le professioni e le contraddizioni estremamente eterogenee che si vivono nell’Italia del nuovo millennio. In Parlamento siedono oggi solo o quasi esclusivamente liberi professionisti con un giro di affari di notevole spessore, che va ad aumentare grazie alla carica parlamentare. Questo fenomeno è spiccatamente più presente nel centrodestra ovviamente. Anche nel centrosinistra va però prendendo piede questa cattiva abitudine. Dobbiamo chiedere e pretendere una riaffermazione del principio costituzionale per cui a tutti i cittadini appartengono stessi diritti e medesimi doveri.

Che sia in atto, purtroppo anche nell’area di centro-sinistra, un radicale e drastico cambiamento del DNA e dei valori fondanti per cu si fa politica è ormai innegabile. La questione operaia, o del lavoro salariato in generale, non è più all’ordine del giorno e la lotta di classe, almeno come paradigma di azione politica è stato da tempo superato, sempre e comunque nell’ottica della modernizzazione neoliberista di cui si accennava all’inizio. Anche il linguaggio dei protagonisti delle primarie ce lo indica. Quando si parla dei collaboratori di un avversario dello stesso partito, come degli scagnozzi di … mi pare che dopo il berlusconismo anche lo slang camorristico o giù di lì sia stato pienamente introiettato e sdoganato, anche nell’alveo del centrosinistra.

Il cambio enorme e la mutazione genetica sta proprio nella incapacità consolidata di dare una risposta affermativa alla domanda iniziale.

Potrebbe oggi un operaio essere eletto al Parlamento Italiano quando un fine settimana alla Leopoplda può costargli la casa ???

Circolo PD Enrico Berlinguer aperto ai comunisti

CIRCOLO PD ENRICO BERLINGUER
“È ufficiale: il PD apre le sue porte ai comunisti, e si impegna a garantire i suoi iscritti dalle infiltrazioni di ex DC e reduci del PSI… almeno a livello locale. Grazie al potere tecnologico delle autointercettazioni possiamo annunciare ai nostri lettori l’esistenza di un feudo che resiste con orgoglio al tramonto delle ideologie. È il circolo PD “Enrico Berlinguer”, guidato dall’intrepido signor Roberto, che si impegna ad accogliere a braccia aperte tutti i comunisti che vorranno iscriversi, e garantisce che non dovranno mischiarsi con gente che vuole intitolare strade a Craxi, negare diritti civili agli omosessuali o fare inciuci con ex fascisti. Iscrivetevi in massa e non lasciatelo solo”.

(tratto dal sito de “IL MALE” www.ilmale.net)

 

Piccole e grandi differenze

In un gioco tra i più frequenti nelle riviste di enigmistica, ci si esercita a trovare le differenze tra due disegni. A volte il compito risulta arduo perchè sono piccole sottigliezze che si celano tra i tratti dell’autore e che si individuano soltanto con un colpo d’occhio davvero impeccabile.

Questo ovviamente non vale per i due candidati che si affronteranno al ballottaggio per le elezioni milanesi il 29-30 maggio e che si sono affrontati fino a qualche giorno fa per il primo turno delle elezioni del Consiglio Comunale e del sindaco di Milano. Si pensi a Letizia Moratti e Giuliano Pisapia. In questo caso la sgraziata e arrogante campagna elettorale del centro destra berlusconian-morattiano stride così fortemente con un atteggiamento deciso, ma per nulla aggressivo, del canidato di sinistra. Inoltre, la solita tendenza a gettare fumo negli occhi dei cittadini è questa volta smascherata in modo evidente. Pisapia, durante la campagna elettorale, ha sempre parlato di Milano e dell’amministrazione di una città che è stata spesso presa a modello come prototipo per una politica nazionale che segue a ruota ciò che avviene nel capoluogo lombardo. Letizia Moratti e l’ingombrante Silvio Berlusconi hanno spesso trasferito la partita in un ambito sostanzialmente diverso, cercando la polemica, l’accusa calunniosa ed infamante, ma tacendo in modo imbarazzante le proprie incapacità amministrative e la propria gestione così poco oculata. Basterebbe pensare all’esercito di consulenti ed allo stuolo di comparse lautamente stipendiati di cui si è circondata in questi cinque anni la prima cittadina di Milano. Berlusconi ha impostato la campagna elettorale come un referendum sulla sua persona e lo ha clamorosamente e sonoramente perso.

Giuliano Pisapia, si diceva, non è un moderato. Non lo è per frequentazioni politiche, ma lo è forse per la sua capacità di coniugare la sua provenienza dalla cosiddetta “buona borghesia” milanese con la sua radicalità politica mai in discussione. Lo è nel temperamento, così lontano e diametralmente opposto alla retorica berlusconiana ed alla protervia dei demagoghi di centrodestra come La Russa, Bossi, Santanchè ed altri.

E forse, questa tornata elettorale dovrebbe insegnare qualcosa anche ai maestri e padri fondatori del PD, sempre pronti a dispensare le ricette con cui si vincono sicuramente le contese elettorali. Secondo i demiurghi D’Alema, Veltroni e Cacciari i candidati sono da scegliersi in ambito centrista, con minori connessioni possibili con ambienti legati al  lavoro ed agli operai e con una buona dose di appoggio da parte delle gerarchie cattoliche. Questo è, a grandi linee, l’identikit del candidato ideale per vincere le elezioni senza spaventare l’elettorato cosiddetto moderato e conquistando il famigerato centro. Quel centro che, dati alla mano, non ha forse la consistenza che piacerebbe ai terzopolisti Casini, Fini e Rutelli che escono decisamente ridimensionati da un confronto che li vede schiacciati.

In questa tornata elettorale a Milano, come a Napoli, dove De Magistris, sostenuto da IdV e FdS va al ballottaggio contro la destra escludendo il candidato del PD, si registrano i risultati più interessanti. Questi esiti dovrebbero comunicare ai teorici della vocazione maggioritaria del Partito Democratico e della autosufficienza del PD che esiste un  panorama politico dichiaratamente di Sinistra ed alla sinistra del PD stesso che non può essere fagocitato ed assorbito nelle semplici logiche dell’alternanza, ma che chiede un rinnovamento ed una alternativa che il Partito Democratico da solo non può, non è capace e forse non vuole nemmeno offrire.

Spesso tra le differenze emerge anche la grande distanza che caratterizza l’elettorato del PD dal gruppo politico che lo dirige. Oggi la base di quel partito vede cose che i propri dirigenti nazionali e locali non vedono o preferiscono non guradare.

Per tornare alle piccole e grandi differenze tra Pisapia e Moratti sarebbe utile soffermarsi per un istante sui quartieri generali in cui i candidati milanesi hanno fissato i loro comitati elettorali. Questo aspetto appare di per sè una piccolezza nel gioco delle differenze citato all’inizio, ma analizzando bene i luoghi deputati ad ospitare i candidati, si capisce che la differenza non è poi così sottile.

La candidata di centro destra aveva il suo comitato elettorale presso la Fondazione Cariplo, mentre Pisapia situava il proprio al Teatro dell’Elfo. La differenza inizia a farsi più marcata quando consideriamo che si tratta, per la prima, di una fondazione che nasce direttamente da una banca e per il secondo di un teatro.  Sono in gioco due visioni politiche sostanzialmente diverse in questa scelta. Nella scelta di un teatro si indica di privilegiare la cultura, il mondo della comunicazione attraverso le forme artistiche ed un mondo che ha la sua stretta connessione con la scuola, la formazione ed anche le università. Una sensibilità che non trova riscontro e risonanza nella controparte di centro destra. Del resto il destino che il mondo della scuola in ogni ordine e grado ha avuto con le amministrazioni di centrodestra e la sua situazione di sfacelo è sotto gli occhi di tutti. Letizia Moratti è stata inoltre Ministro della Pubblica Istruzione e dell’università e Ricerca prima della Gelmini e questo la dice lunga…

Scegliendo una banca non si può che ammiccare alle simpatie per il mondo speculativo e un po’ arraffone dei furbetti di casa nostra, dove le banche decidono che Parmalat è affidabile e scaricano sui risparmiatori i debiti di Callisto Tanzi. E’ il mondo dell’economia globale, nel senso deteriore del termine, del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale, che con un termine un po’ forte, ma del tutto vicino alla realtà, potremmo chiamare i veri affamatori di popolo, quelli che soffiano sul fuoco delle privatizzazioni, delle esternalizzazioni e così via. Quel mondo confindustriale che applaude il manager di Thyssenkrupp e si straccia le vesti per l’ “eroico Marchionne”.

Ed allora forse, una differenza che appariva così sottile all’inizio, comincia con lo scavare una voragine da cui emergono poi due mondi totalmente diversi e così in grado di mostrare per l’ennesima volta, se ancor ce ne fosse bisogno, che la equidistanza in politica, così cara talvolta ai dirigenti del PD, è l’illusione più sciocca a cui si possa credere. Illusione nella quale non solo cade la sinistra moderata italiana, visto che il direttore del Fondo Monetario Internazionale, quello Strauss-Kahn oggi implicato in problemi di giustizia non di poco conto, era il candidato in pectore destinato a divenire, per il Partito Socialista Francese, il principale favorito alla presidenza della Repubblica.

In sostanza, senza tirare in ballo i concetti di destra e sinistra parodiati anche da Gaber in una famosa canzone, le differenze ci sono e sarebbe bene che a sinistra facessimo tutto per metterle in evidenza piuttosto che seguire i cattivi profeti alla Cacciari che tentano invece di sfumare il tutto giocando a chiudere gli occhi.


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