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MANOVRA “SALVA ITALIA” aumenta PRECARIETA’ LAVORO, DISSOCUPAZIONE e COSTO VITA

MANOVRA – MASSIMO ROSSI (FDS): “SALVA ITALIA” AUMENTA PRECARIETA’ LAVORO E VITA E INCREMENTA DISOCCUPAZIONEMassimo Rossi, portavoce nazionale della Federazione della Sinistra, ha dichiarato:

“Mentre, passato Natale, partono gli allarmi per l’inevitabile crollo dei consumi, la manovra “salva Italia” prevede paradossalmente la liberalizzazione selvaggia degli orari e delle aperture festive e domenicali delle attività commerciali. Volendo/potendo: giorno e notte senza giornate di riposo neppure nelle festività civili e religiose. Misure ad esclusivo vantaggio della grande distribuzione ma a danno certo per l’occupazione, i consumatori, i cittadini, la qualità della vita di milioni di persone private del piccolo commercio di quartiere o vicinato. Tra tagli, aumenti Iva e liberalizzazione chiuderanno infatti migliaia di negozi (CONFESERCENTI ne prevede 76.000!), che non potranno reggere la concorrenza, e le nuove assunzioni di lavoratori schiavi non compenseranno che in minima parte i posti di lavoro persi. Crescerà la precarietà, già oggi a livelli intollerabili! Complimenti da parte di Federdistribuzione, la potente associazione della grande distribuzione privata …una dei voraci sponsor di questo Governo dei poteri forti!”

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L’articolo 8 della manovra va abolito – Aderisci all’Appello

L’inseguirsi quotidiano di proposte inique ed estemporanee che caratterizza il cammino tormentato della manovra finanziaria rischia di distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dalla sorte dell’art. 8 del Decreto, ossia dalla norma che rappresenta l’attentato più grave – e quasi incredibile – che si sia avuto, fin dalla nascita della Repubblica, ai danni dei diritti dei lavoratori.

Infatti, non è in gioco questa o quella legge protettiva, ma lo sono tutte, ovvero l’intero diritto del lavoro, perché l’art. 8 consente ai contratti aziendali (o territoriali) di derogare non solo ai contratti collettivi nazionali, ma – e questo è davvero enorme – anche ai disposti di legge.

Si tratta di un vero tentativo di eversione dell’ordinamento, ed in specifico del principio fondante di gerarchia delle fonti del diritto, che da sempre prevede la prevalenza della legge sul contratto individuale e collettivo, e, in materia di lavoro, che le leggi siano inderogabili, perché i lavoratori siano protetti anche contro sé stessi, contro la loro debolezza e ricattabilità. Proprio questo, invece, vogliono il Ministro Sacconi e la Confindustria: che ogni datore di lavoro possa eliminare una, più di una o tutte le tutele legislative dei suoi dipendenti (a cominciare, ovviamente, da quella contro i licenziamenti ingiustificati) solo concordandolo con un sindacalista locale, ricattabile o corruttibile o comunque “comprensivo”.

In questo modo si seminano caos e ingiustizia perché il mondo del lavoro diverrebbe “la pelle di leopardo” a seconda che il rappresentante sindacale aziendale sia “rigido” o “cedevole” e si sparge altresì il seme della discordia civile, perché le reazioni degli interessati contro la svendita “al minuto” a livello aziendale dei loro diritti potrebbero divenire incontrollabili.

È, invece, principio irrinunciabile che su eventuali sacrifici che vengano loro richiesti – ma che mai possono comunque riguardare diritti legislativamente stabiliti – i lavoratori interessati si pronunzino direttamente, con referendum, in modo vincolante.

L’art. 8 del Decreto è, anche tecnicamente, una norma insostenibile, e per più versi incostituzionale e come tale, se dovesse il Decreto esser convertito in legge, sarà fermamente combattuta da tutti gli operatori giuridici democratici nelle sedi di competenza, ma occorre adesso privilegiare il profilo politico, e cioè scongiurare la vergogna che una norma del genere possa, anche per poco tempo, divenire legge della nostra Repubblica.

*** Umberto Romagnoli, Luciano Gallino, Mario Tronti, Piergiovanni Alleva, Associazione per i diritti sociali e di cittadinanza, Flavia Bruschi, Antonio Di Stasi, Filippo Distasio, Giuseppe Giacomino, Carlo Guglielmi, Silvana Lamacchia, Andrea Lassandari, Vincenzo Martino, Sergio Mattone, Nyranne Moshi, Giovanni Naccari, Pierluigi Panici, Alberto Piccinini, Nino Raffone.

L’appello è aperto alle adesioni, che possono essere inviate a:
associazione@dirittisocialiecittadinanza.org

Beni comuni in vendita

La manovra in parlamento sarà immediata; questo è il momento delle decisioni irrevocabili, come si diceva una volta.

Sotto le bombe – Moody’s e compagni che tirano alle banche italiane mentre è Giulio Tremonti, alle spalle dell’onorevole Milanese, l’anatra zoppa – si è formata da noi un’Unione sacra che solo la misurata retorica del presidente chiama «coesione». L’opposizione si è liquefatta, affidandosi a una di quelle parole dal suono magico: tregua.
«Ecco come arrivare al pareggio subito». Il Sole 24Ore (Roberto Perotti e Luigi Zingales) ha titolato così un editoriale dal soave occhiello: «Decalogo draconiano». Confindustria e governo vi hanno attinto largamente, o forse lo hanno largamente ispirato. Se al primo punto del decalogo sono indicate le privatizzazioni delle imprese pubbliche rimaste, o per meglio dire la vendita dei pacchetti azionari detenuti in nome del Tesoro dalla Cassa dei depositi e prestiti; se al secondo compare l’eliminazione delle Fondazioni bancarie, è il terzo che conta davvero. Vi è intimata la privatizzazione delle municipalizzate, le imprese che gestiscono nelle città i trasporti, l’acqua, l’elettricità, i rifiuti. Tremonti lo ribadisce ai banchieri riuniti in assemblea, escludendo il caso dell’acqua, ormai protetta dal risultato referendario del mese scorso. Sostiene Tremonti: gli enti locali saranno spinti a vendere «attraverso un sistema di incentivi e disincentivi». Detto altrimenti, chi si adegua e vende i beni comunali riceverà i contributi dello stato, che mancheranno invece ai sindaci riottosi.
È facile notare che un simile comando è tipico di uno stato centralista che vuole eliminare ogni forma di autonomia locale. La misura riporta l’intero quadro politico indietro di decine di anni, agli albori della prima repubblica, con buona pace del federalismo proclamato ogni due giorni. Un secondo aspetto è che lo stato centrale – il governo di concerto con l’opposizione – in questo modo di fatto s’impadronisce di beni e attività che non sono suoi, privandone i comuni e gli abitanti. Sono beni comuni che lo stato, con il ricatto, costringe a vendere, per contenere i propri debiti, impietosire la finanza internazionale e mostrare la propria modernità.
Inoltre la cessione di attività decisive come i trasporti urbani mette le città alla mercé dei fondi e delle banche che hanno anticipato i mutui necessari agli investimenti. Infine, chi garantirà il servizio già pubblico? Se il fondo straniero, nuovo proprietario della rete tranviaria, dovrà scegliere tra maggiori profitti e migliori vetture, come si comporterà? Siamo sicuri della continuazione del servizio notturno? Chi avrà davvero la forza di imporre regole al nuovo proprietario, potente, di nazionalità indefinita, che opporrà sempre i diritti superiori del capitale?
I giorni dell’attacco finanziario all’Italia sono ormai alle spalle. Qualcuno è convinto che il paese abbia retto, tanto che l’attacco è stato respinto. A ben vedere la finanza internazionale ha inferto un colpo alla straordinaria Italia dei referendum. Primo paese del capitalismo avanzato, l’Italia si era mostrata capace di ribellarsi e di scegliere la via dei beni comuni, della democrazia partecipata, del rifiuto al nucleare. Era un colpo intollerabile per coloro che si considerano i padroni del mondo: andava subito cancellato. Occorreva un segnale forte, valido per tutti, in Europa e fuori: nessuna libertà a chi si oppone. Il segnale è arrivato: i beni comuni delle città italiane sono in vendita.

articolo pubblicato su il manifesto del 14 luglio 2011

(fonte: http://www.sbilanciamoci.info)

La manovra Speedy Gonzales

70 miliardi di euro. Tagli in ogni settore (tranne che nei settori privilegiati della politica). Tasse. Svendita dei beni dello Stato. Ticket. Tagli agli asili. Tagli all’università. Accise sulle bollette eccetera, eccetera e ancora eccetera.

E tutto questo avviene, come per magia, alla velocità della luce e col benestare della cosiddetta opposizione (parlamentare), che non si oppone.

La storia di questo paese è costellata di manovre finanziare d’ogni sorta e dai nomi più svariati che, nel loro significato, lasciavano sempre intendere l’entità del prelievo che spettava di subire al popolo. Dalla “manovrina”, piccolo prelievo (si trattava sempre di milioni di euro) attuato in genere dopo la classica “Manovra” e dal succinto compito di aggiustare l’insufficienza della precedente, alla “manovra d’autunno” dai toni e dai colori sgargianti, come quelli delle banconote di più grossa taglia, ad indicare che il prelievo avrebbe assunto dimensioni cospicue, fino alla “manovra lacrime e sangue” (per alcuni chimata anche “la manovra del Conte Dracula” emanata dall’allora soprannominato dottor Sottile) di cui è inutile chiarirne il significato ma la cui consistenza era senza dubbio inferiore a quella di adesso. Ma non era ancora capitata, nella nostra tragicomica storia che dura da ben 150 anni, la manovra “Speedy Gonzales”.

E’ si! Questa volta gli ingredienti ci sono tutti: il grosso formaggio da prendere, formato dall’insieme degli stipendi sempre più bassi del popolo lavoratore; il mitico Speedy Gonzales e suo cugino piedelento Rodriguez (Berlusconi e Brunetta) e la sua compagine di amici topi che abbraccia indistintamente tutto il parlamento, Bersani in testa; infine Duffy Duck ben impersonato, fosse solo per assonanza nel modo di parlare ed un po’ anche per la sua gestualità, dal Ministro dell’Economia Giulio Tremonti, che apparentemente fa di tutto per non far rubare il formaggio, confondendo le sembianze del suo acido lavoro dietro il suo sguardo da incredulo e vittima nel contempo, ma complice del ben noto topo nella truffa perpetuata ai danni di chi il fomaggio lo ha guadagnato e sudato col proprio lavoro e lo detiene come unica misera risorsa per sopravvivere. 

E la storia vede inevitabilmente Speedy, rapido e veloce più del solito,  rubare l’intero bottino dividendoselo poi con l’inerme Duffy, alla faccia del popolo denudato da questa magnifica banda del buco!

Arriba! Arriba! Ándale! Ándale!

Manovra economica e norma pro Fininvest

Ma chi se ne frega della norma pro Fininvest!

Certo, perchè con questa scusa, che sospende la destinazione dei 750 milioni di euro che da Fininvest dovrebbero cadere nelle casse di De Benedetti qualora la cassazione decidesse per il risarcimento definitivo (parliamo dell’ormai datato processo detto Lodo Mondadori), e di cui il popolo non godrà nemmeno di un centesimo, non si parla della manovra finanziaria.

Manovra che andrà ad infilare le mani dello stato direttamente nei portafogli dei cittadini per prelevare 43 miliardi di euro.

Questa finanziaria (qui potete leggere la cartella consegnata a Napolitano), forse più di ogni altra, colpirà in modo particolare i redditi bassi. Innalzamento dell’età pensionistica, diminuzione degli aumenti della pensione, ticket sanitario, blocco degli stipendi, stop alle assunzioni, tagli all’istruzione, aumento delle accise e delle imposte di bollo, insomma, di tutto e di più.

Se occorre recuperare 43 miliardi di euro, qualcuno dovrà pur tirarli fuori, no?

Intanto i vari pinocchio spergiurano che, per far fede al loro programma, non inalzeranno le tasse.

E mentre le banche fanno a gara per garantire fidejussioni praticamente gratis a copertura dei 750 milioni contesi tra Fininvest e De Benedetti, alle famiglie italiane non resta che chiedere l’ennesimo prestito per pagare i debiti di questo malandato Stato, confidando di avere ancora un lavoro come garanzia per le banche.


Rifondazione c’è!

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