Posts Tagged 'manifestazione'

Pensioni: Sia rispettata la decisione della Consulta.

xarton14506.jpg.pagespeed.ic.dEjT0yxpFBSulle pensioni qualcosa si muove a livello di mobilitazione. Mentre Cgil,Cisl e Uil ancora stanno aspettando il ”favore” di un tavolo di concertazione sulla previdenza, il 16 giugno sarà il Conup a muoversi. Il Coordinamento nazionale unitario pensionati, che ha tra le sue fila anche Ezio Gallori, andrà sotto la sede del ministero dell’Economia e Finanze, per “un presenziamento molto rumoroso”. Il Comup intende protestare contro il mancato rispetto della Sentenza della Consulta, contro il decreto Poletti-Renzi e per la difesa delle pensioni attaccate dall’ennesima riforma del sistema previdenziale che Renzi-Boeri stanno preparando!”.

Il Comup ha stilato anche una lettera inviata a deputati e senatori che riportiamo integralmente perché spiega in modo chiaro e sintetico la partita in gioco.
“Siamo cittadini di tutta Italia che hanno dato vita ad un Coordinamento Nazionale, apartitico e apolitico, che riunisce pensionati, esodati e tutti i lavoratori, futuri pensionati, ai quali soprattutto è rivolto il nostro sforzo di difesa dei principi costituzionali in tema pensionistico.

“La sentenza n. 70 della Consulta ha sancito il principio che la proporzionalità e l’adeguatezza della pensione alla retribuzione debbano sussistere non solo al momento del collocamento a riposo, ma anche successivamente. Alla Consulta non è certamente sfuggito evidentemente che il provvedimento Monti/Fornero di congelamento totale della rivalutazione per gli anni 2012 e 2013 per le pensioni superiori a tre volte il trattamento minimo si inseriva in un meccanismo perverso che prevedeva già parziali o nulle rivalutazioni fin dal 1996.

Il D.L. 65/2015 del Governo Renzi a seguito della suddetta sentenza, si limita a concedere qualche irrisorio arretrato escludendo totalmente i fruitori di una pensione superiore a 6 volte il trattamento minimo, irridendo la Corte Costituzionale e facendosi beffe dei pensionati del ceto medio che hanno svolto per una vita un’attività lavorativa all’insegna della correttezza contributiva e fiscale.

Sarà sufficiente dare uno sguardo al riepilogo allegato sul meccanismo di rivalutazione automatica delle pensioni per capire che c’è un intento chiaro da parte degli ultimi Governi ed in particolare di quello attuale: TUTTE LE PENSIONI DEVONO TENDERE NEL PIU’ BREVE TEMPO POSSIBILE AD ADEGUARSI A TRE VOLTE IL TRATTAMENTO MINIMO.

Non lasciamoci ingannare peraltro dal fatto che il tasso di inflazione in questi anni è basso, niente ci garantisce che esso non possa salire nei prossimi anni. Copiamo dalla Germania dove le pensioni sono agganciate agli aumenti dei lavoratori dell’industria e l’aliquota contributiva è del 24% anziché del 33%. I pensionati non hanno rinnovi contrattuali o bonus o promozioni, se togliamo loro la rivalutazione è la fine. Si può accettare una rivalutazione attenuata, ma mai che non si percepisca neppure l’aumento riconosciuto alle fasce più basse.

Il messaggio Renziano lascia trasparire un progetto di ghettizzazione dei vecchi. I vecchi si devono contentare di un minimo uguale per tutti a prescindere da ciò che hanno fatto nella vita.

In altra sede ci proponiamo di parlare della truffa del meccanismo di calcolo della pensione con il sistema di calcolo contributivo “all’italiana”, un sistema unico al mondo e non presente neppure nei fondi assicurativi delle assicurazioni private”.

Annunci

Fermata la parata nazifascista del 29 aprile: ma la mobilitazione antifascista non si deve fermare

Comunicato stampa della Rete Antifascista Nord Ovest Milano

29 aprile 2015 – Vietata la parata nazifascista, ma la mobilitazione degli antifascisti non si deve fermare.

La forza della mobilitazione antifascista che in questi due anni è riuscita a creare nuove condizioni nella città di Milano ha prodotto un risultato importante: la parata nazifascista che da alcuni anni sfilava indisturbata il 29 aprile è stata vietata.
Ma questo obiettivo raggiunto si accompagna a un inaccettabile atteggiamento del Prefetto e del Questore che, in nome di una offensiva ‘equidistanza’, vietano anche le mobilitazioni degli antifascisti. Una scelta che non possiamo accettare.

Nella repubblica nata dalla Resistenza tutti hanno diritto di esprimere e manifestare le proprie opinioni, tranne i fascisti. Gli eredi di chi ha gettato il paese nella tragedia non hanno diritto di cittadinanza. Lo sosteneva il grande presidente Pertini. Lo stesso presidente Mattarella ha recentemente affermato che non si deve equiparare chi ha ridato la libertà all’Italia e chi l’ha
straziato con una feroce dittatura.
Gli antifascisti milanesi tengono ferma la mobilitazione prevista per il 29 aprile, perché solo la presenza di massa organizzata può impedire le provocazioni che la galassia dei gruppi nazifascisti non manca mai di mettere in campo.

Per questo lanciamo fin da ora una manifestazione il 29 aprile alle 20. Nella assemblea di giovedì prossimo all’ARCI Bellezza definiremo le caratteristiche dell’iniziativa: una serata di lotta e testimonianza nella quale intendiamo rendere omaggio alla lapide del nostro compagno Gaetano Amoroso, assassinato nell’aprile 1976 in via Uberti nei pressi di Piazza Dateo, da una squadraccia fascista uscita dalla sede del Msi di via Guerrini.

Milano: nazisti e razzisti, No Grazie                                 Milano meticcia, antifascista e antirazzista

14 Novembre

14 novembre, l’Europa in piazza contro il massacro sociale

E così tra il fumo dei lacrimogeni e delle bombe carta il parlamento greco ha approvato la nuova quota di tagli sociali, imposta dagli usurai della troika europea per concedere un po’ di crediti.Con questa nuova rata l’insieme dei tagli alla spesa pubblica imposta da tutti, ripeto tutti, i governi della Unione Europea ammonta al 40% del pil greco. Come se da noi l’insieme delle manovre decise dai governi Berlusconi e Monti avesse tagliato oltre 600 miliardi di euro. Finora siamo ad un quarto di tale cifra e già le province annunciano che spegneranno il riscaldamento nelle scuole.

Immaginiamo dunque quale sia la condizione materiale del popolo greco, anche se facciamo fatica solo a concepirla perché quel paese, per restare nell’Europa dell’austerità, delle banche e dell’euro, sta uscendo dall’Europa dei diritti sociali e precipita in quella che una volta veniva chiamata la condizione del terzo mondo.

Quanti anziani, quanti bambini, quante donne, quanti poveri vedranno degradare le loro condizioni di vita fino a mettere a rischio la vita stessa, per la cancellazione di quel sistema di protezione che – dalla scuola, alla sanità, alle pensioni, ai contratti, alle tutele contro i licenziamenti – ha fatto faticosamente uscire dal medio evo questo nostro piccolo continente? Fu la vittoria contro il fascismo a costruire in Europa lo stato sociale e sono la destra liberista e la sinistra inutile e smemorata a demolirlo.

Da noi il regime dell’informazione tira un sospiro di sollievo bipartizan perché il parlamento greco ha messo sul lastrico altri milioni di persone: qui da noi tutto questo non è neanche degno di discussione, da noi si litiga su legge elettorale e primarie.

Già, le primarie del centrosinistra ove tutti i candidati sono impegnati a rispettare il fiscal compact e quei trattati europei grazie ai quali la Grecia viene distrutta, primarie ove si chiede a chi va votare di vigilare perché quei candidati mantengano quegli impegni.

Non so in quale percentuale, ma la responsabilità del massacro greco – attribuito quanto spetta al governo di quel paese, a Draghi, a Merkel e a Hollande – tocca anche a Monti, a Berlusconi, a Bersani e a chi accetta i vincoli europei.

Il popolo greco subisce danni e vittime paragonabili a quelli di una guerra e questo è un crimine e chi lo compie è un criminale.

Si può essere criminali perché si fa consapevolmente del male, oppure perché non ci si oppone a esso per opportunismo, paura, ignoranza. Ma resta il fatto che i crimini ci sono e i criminali sono tra noi.

Il 14 novembre ci sarà una prima giornata di lotta europea. È un appuntamento importante, giustamente fatto proprio dagli indignados spagnoli e dal No Monti Day, nonostante che la piattaforma ufficiale della confederazione sindacale europea sia totalmente subalterna alla criminalità economica. Noi andremo in piazza contro tutte le complicità verso il massacro della Grecia e di tutta l’Europa.

09/11/2012 12:47 | POLITICAITALIA | Fonte: micromega | Autore: giorgio cremaschi (Da Controlacrisi.org)

ATENE ,MOBILITAZIONE NO STOP

Quarantotto ore di sciopero. Atene verso la mobilitazione no stop

Grecia /MERCOLEDÌ IL GOVERNO VOTA I NUOVI TAGLI
La Grecia è immersa da ieri mattina in uno tsunami di scioperi e proteste che continueranno oggi e domani con un sciopero generale di 48 ore, per trasformarsi probabilmente in una agitazione continua con l’assedio del parlamento se mercoledì notte passeranno i nuovi tagli da 13,5 miliardi. Alla chiamata di Gsee e Adedy, le confederazioni sindacali del settore pubblico e privato che già hanno aderito allo sciopero e alle manifestazioni europee del 14 novembre, hanno risposto quasi tutte le organizzazioni sindacali e associazioni settoriali.
Due cortei già ieri mattina hanno attraversato Atene per confluire in piazza Syntagma chiedendo il ritiro dei tagli e il ripristino dei diritti dei lavoratori cancellati dal governo tripartito di Samaras (leader del partito di centrodestra Nea Demokratia), Venizelos (del partito socialista Pasok) e Koubelis (di Sinistra Democratica) e dalla troika. L’appuntamento nella piazza del parlamento si ripeterà domani, ma si prevede una mobilitazione continua dopo l’eventuale votazione dei tagli.
La città è paralizzata dallo sciopero di tutti i mezzi di trasporto su rotaia, oggi si fermano bus, filobus, treni e mezzi dei pendolari. Anche le navi rimarranno attraccate nei porti. Prendere un taxi è impossibile, i guidatori incrociano le braccia. I medici del settore pubblico e privato annunciano che continueranno gli scioperi per tutti i giorni della discussione dei tagli e della finanziaria. Mercoledì saranno chiuse farmacie e banche, mentre oggi non ci sono giornali nelle edicole. Gli avvocati hanno proclamato uno sciopero di cinque giorni, mentre il combattivo sindacato dei lavoratori della compagnia elettrica Denop-Deh ha proclamato da ieri scioperi continui di 48 ore, aumentando le paure del governo che il sindacato guidato dall’imprevedibile Fotopoulos possa spegnere sette delle dieci più grosse centrali di energia del paese. Anche le due grandi confederazioni di commercianti Esee e Gsebee hanno chiesto la mobilitazione del settore contro l’incursione fiscale e i tagli, che «daranno il colpo di grazia al consumo e la sopravvivenza del settore». Molti municipi di Atene e non solo sono occupati dai lavoratori delle autonomie locali. Il clima è molto teso. Il ministro della Protezione del cittadino Dendias continua con la tattica di repressione preventiva per disperdere i manifestanti prima che arrivino in massa di fronte al parlamento, ma dopo le denunce del quotidiano inglese Guardian, che ha smascherato le torture della polizia sui manifestanti, è sempre più isolato. Syriza, il primo partito politico greco nei sondaggi, si è comunque attrezzata al peggio. Scenderà in piazza, insieme al Kke e la piccola extraparlamentare Antarsya, fornita di medicine e mascherine antigas invece che con i tradizionali striscioni e megafoni portatili. Il leader della coalizione della sinistra radicale Alexis Tsipras ha fatto sapere che per partecipare alle proteste ha cancellato il suo viaggio al Congresso del Blocco di Sinistra a Lisbona e la sua partecipazione alla tanto attesa Firenze10+10).
Nessuno sa come andranno a finire le votazioni in parlamento, visto che nei partiti di governo regna il malumore e la consapevolezza del disastro sociale che provocheranno i nuovi tagli. Nuova Democrazia e Pasok hanno insieme 158 sui 300 deputati, ma quanti saranno quelli che al ultimo momento voteranno contro i tagli o invece si asterranno per favorire il governo resta ancora un mistero. Il leader di Sinistra Democratica Koubelis è in continua comunicazione con gli altri due leader che sostengono il governo e la sua posizione ufficiale, scartato il voto negativo, si orienta piuttosto al cosiddetto «presente», che corrisponde a un voto negativo per quanto riguarda i tagli e a un voto a favorevole alla finanziaria. Un modo per continuare a essere partner del governo e placare la forte opposizione interna al suo partito.

06/11/2012 09:36 | POLITICAINTERNAZIONALE | Fonte: il manifesto | Autore: Argiris Panagopoulos (Da Controlacrisi.org)

27 OTTOBRE

« ora abbiamo rotto il silenzio»

IL CORTEO/ MOLTEPLICITÁ DI SOGGETTI, UNA SOLA LINEA
ROMA. Dai lavoratori dei sindacati di base agli insegnanti precari, dai militanti di partiti e forze della sinistra comunista agli studenti universitari e medi, fino ai comitati territoriali e i movimenti per il diritto all’abitare. È davvero impossibile elencare tutte le realtà che ieri pomeriggio sono scese in piazza a Roma per il «No Monti Day». Decine di migliaia le persone, 150 mila per gli organizzatori, comunque molte di più di quelle previste. «Un vero successo che sconvolgerà la politica italiana», per usare le parole di Giorgio Cremaschi, leader della Rete28Aprile Cgil, che, al termine del corteo, dal palco di una Piazza San Giovanni stracolma di gente ha affermato: «oggi l’Italia rientra in Europa a fianco dei popoli che lottano contro le politiche di austerity imposte dalle banche e dalla finanza internazionale».
Alle 14 e 30, orario «formale», la testa del corteo ha già lasciato Piazza della Repubblica. In apertura, il Comitato 16 Novembre Onlus dei malati e disabili gravissimi che in cinquanta, da ormai una settimana, stanno facendo lo sciopero della fame per «chiedere al governo di ripristinare un piano per l’autosufficienza». Subito dietro, lo striscione «Con l’Europa che si ribella. Cacciamo il governo Monti», sostenuto da diversi esponenti della sinistra e dei sindacati di base, tra cui Paolo Ferrero, il segretario di Rifondazione, Vittorio Agnoletto, Pierpaolo Leonardi e Fabrizio Tomaselli coordinatori dell’Unione sindacale di base (Usb) e Piero Bernocchi, leader dei Cobas, che ha sottolineato «Monti ha fallito perché da un anno a questa parte, con le sue politiche, la crisi si è aggravata, il debito è aumentato mentre è continuato il massacro dei lavoratori e il taglio di redditi e servizi». All’altezza di Santa Maria Maggiore, una via Cavour in salita permette una visuale privilegiata sul fiume di gente in corteo la cui coda rimarrà ferma in Piazza della Repubblica almeno fino a quando la testa oltrepasserà metà del percorso. A colpo d’occhio colpiscono le bandiere rosse. Tantissime quelle dell’Usb in piazza con uno spettro di categorie da «sciopero generale», dalla sanità ai trasporti ai pompieri, con delegazioni da tutta Italia. Numerose quelle di Cobas e Cub. Sparse tra la folla, le bandiere bianche No Tav e quelle blu dell’acqua pubblica. In piazza anche i lavoratori Ilva di Taranto, con i delegati Usb «dentro alla nostra fabbrica da soli due mesi», arrivati a Roma per il No Monti Day «per opporsi a chi vuole mettere la nostra salute e quella delle nostre famiglie contro il nostro lavoro».
Contro il governo Monti anche il comitato emiliano Sisma.12, «perché ci hanno tagliato il diritto a ricostruire le nostre case», e chi da un anno si oppone «alle politiche di austerità e del fiscal compact» come il movimento Rivolta il debito di Sinistra Critica e il Comitato No Debito.
Ma non solo lavoro e politica. L’opposizione al governo vede una mobilitazione davvero ampia. Ci sono i movimenti per il diritto all’abitare, con l’auspicio che «nei prossimi mesi il percorso vada verso un radicamento ulteriore del conflitto nei territori». Centinaia gli studenti universitari e medi, partiti la mattina dall’università La Sapienza, e confluiti, dopo essere «passati» da Piazza San Giovanni, in un corteo «selvaggio» che ha occupato la vicina tangenziale per poi bloccare per diversi minuti l’autostrada A24 prima di tornare all’università. «Vogliamo rompere la cappa di immobilismo che sta vivendo l’Italia» hanno affermato annunciando una settimana di mobilitazione, dal 14 al 17 novembre, «in occasione del primo ‘sciopero europeo’, che si terrà proprio il 14 novembre». Vicini agli studenti anche i precari della scuola che oggi saranno davanti al Ministero dell’Istruzione per un flash mob di protesta, mentre per il 10 hanno indetto un corteo romano, invitando tutte le altre città a fare altrettanto, per «contestare le politiche sulla scuola».
Da quando la testa del corteo arriva a Piazza San Giovanni, la gente continua a confluire per molto tempo. «Siamo più tanti di quelli della piazza della Camusso», ironizza dal palco Pierpaolo Leonardi (Usb) sintetizzando la contrarietà condivisa da tutti i presenti sulla scelta della Cgil di non indire lo sciopero generale per il 14 novembre, come invece fatto dai principali sindacati in Spagna, Grecia e Portogallo. E l’opposizione sociale scesa in piazza ieri ripartirà proprio il 14 quando, come negli altri paesi, «andremo davanti al Parlamento della Repubblica italiana per protestare. Il nostro percorso è appena iniziato».
Da Controlacrisi.org (28/10/2012 09:30 | POLITICAITALIA | Fonte: il manifesto | Autore: YLENIA SINA)

NO MONTI DAY

 No Monti day, cresce il corteo censurato

Nessun media mainstream ne parla ma la manifestazione contro l’austerity di sabato prossimo raccoglie adesioni e speranze.

L’adesione al No Monti Day si sta diffondendo ovunque. Assemblee, riunioni, messaggi per la rete, tutto fa pensare che sabato ci sarà un evento in un paese che finora è stato il più passivo d’Europa. Ma la notizia della manifestazione non esiste per l’informazione ufficiale. Un convegno di 30 persone di qualche organizzazione con agganci nel palazzo ha molto più spazio, per noi nulla perché?

23/10/2012 11:05 | POLITICAITALIA | Fonte: CONTROPIANO.ORG | Autore: Giorgio Cremaschi (Da controlacrisi.org)

La prima ragione sta nel sostegno pressoché unanime che i mass media danno al governo. Tutti i quotidiani eccetto tre e tutti i telegiornali eccetto nessuno sono portavoce di Monti e del suo doloroso ma inevitabile operare. Non c’è mai stata in Italia una tale informazione di regime, gli anni di Berlusconi al riguardo sembrano libertari.

Questo dimostra quanto sia logorata oggi la nostra democrazia, ove un governo privo di legittimazione popolare è al tempo stesso causa ed effetto di una riduzione delle libertà fondamentali. Il regime montiano, il pensiero unico nell’informazione è al tempo stesso espressione di una regressione cominciata con Craxi e proseguita con tutti i governi della seconda repubblica, ma anche manifestazione di una volontà di dominio dei poteri forti tutti schierati con il governo.

Si può anche constatare come l’efficacia di questa potenza di fuoco a favore di Monti sia relativa. Partito con un consenso del 71% quando fu nominato e acclamato salvatore della patria, il presidente del consiglio è precipitato al 37% anche se il regime dà buona prova di stupidità esaltando il fatto che comunque egli è davanti a qualsiasi politico. È che gara è?

Dall’altra parte ci sono gli orrori e il disfacimento della casta, mentre il movimento 5 stelle raccogli consensi che non possono più essere nascosti. Quello che in realtà si vuole testardamente affermare è ciò che Monti proclama tutte le volte che va all’estero. Ove ha più volte dichiarato che gli italiani ce l’hanno coi politici non con lui, e che accettano i sacrifici a differenza di tutti gli altri popoli europei.

E qui c’ è il succo del pensiero unico che ci governa. Nel paese del gattopardo si può cambiare tutto, purché non cambi nulla di ciò che conta davvero. Le politiche di mercato e rigore non hanno alternative, come affermava anni fa la signora Thatcher. Chiunque governi dovrà continuarle. Per questo ogni tentativo di costruire una opposizione a Monti che lo contesti in quanto espressione della politica conservatrice europea, va censurato.

Ci possono essere le singole lotte, più o meno disperate, si può scendere in piazza per il lavoro, con ministri sfacciati che chiedono di partecipare. Ma non si può dire via il governo Monti, basta con le politiche europee che stanno estendendo a tutto il continente il massacro greco. Da noi è questa opposizione che non ha cittadinanza, a differenza che in tutti gli altri paesi sottoposti alle ricette di Draghi, Merkel e Monti.

Qui emerge l’altra faccia del regime. Leggendo la carta d’ intenti firmata dai candidati alle primarie del centrosinistra si resta sconcertati per la banalità e la retorica bolsa di un testo che pare fatto apposta per non discutere sul serio. Francamente non si capisce come una persona acuta come Tabacci possa lamentarsi. Quel testo è pura cultura democristiana, grandi valori e pochi impegni concreti da cui non si sgarra. Che, guarda caso , sono i brutali vincoli di bilancio messi nella Costituzione e negli accordi per il fiscal compact. Si dice che si vuol andare oltre Monti, accettandone però tutti i vincoli e gli impegni assunti. Quante ridicole chiacchiere.

Si capisce così la convergenza di interessi che porta a cancellarci. Da un lato coloro che vogliono affermare l’assenza di alternative alla politica dei tecnici. Dall’altro coloro che vogliono presentarsi come speranza e cambiamento, avendo già sottoscritto di non cambiare davvero niente. Si capisce allora perché diamo fastidio e vogliono impedirci di esistere. Noi smascheriamo il trucco. Ma noi invece esistiamo e dal 27 ottobre cominceremo a riavvicinare l’Italia a quell’Europa che lotta contro Monti Merkel e tutti coloro chi li sostengono.

a scuola di manganello.

Quale nota, commento, post potrebbe rendere efficacemente il senso di profonda indignazione per le immagini di violenza provenienti dalle manifestazioni degli studenti di oggi?
Il nostro governo continua a dire di aver a cuore il futuro dei giovani, la scuola, l’università, la ricerca… promette tablet, computer, lavagne multimediali, ma non riesce a garantire la sicurezza di molti plessi sul territorio nazionale e ignora sempre di più la situazione dei  docenti precari. Eh si, ci sarà un maxiconcorsone? Per chi? Per i molti abilitati SISS, ora (e forse per sempre…) precari? E il TFA, con i suoi test costruiti in maniera discutibile?
Il ministro Profumo all’inizio del suo mandato ha urlato ai quattro venti di voler instaurare un dialogo proficuo con gli studenti, una cosa non fatta dal suo glorioso predecessore, la Beatissima Gelmini. Eppure, dopo questa dichiarazione al profumo di retorica demagogica, nulla è stato fatto, anzi si è registrata una sostanziale continuazione della precedente linea di governo. Da mesi, anzi da anni, le nostre scuole e le nostre università pubbliche languono per i continui tagli, che impediscono di garantire un servizio adeguato a tutti. Pare che il diritto allo studio stia diventando sempre più un miraggio, soprattutto in università dove gli standard qualitativi della didattica e dei servizi sono sempre più bassi, accanto ad un preoccupante innalzamento delle tasse.
Molti corsi di laurea seri e formativi si trovano in difficoltà (e non quei supposti corsi da due o tre persone inventati dalla Gelmini per giustificare i suoi tagli!) per mancanza di personale e per una consequenziale scarsità di studenti. E’ oramai conclamato che i governi hanno chiuso il rubinetto a materie  particolari: le scienze dure (la fisica, la chimica, la matematica, la biologia), le lettere e la filosofia. E non è casuale che si tratti di ambiti di disciplinari non prontamente consumabili e spendibili, anche se assolutamente indispensabili per il progresso materiale (le scienze pure) e spirituale del nostro paese.

In questo contesto si sono mossi i molti giovani, che hanno occupato le strade delle principali città del nostro Paese manifestando il proprio disappunto per le politiche scolastiche del nostro governo. Un paese sano e fondato su una Costituzione nata dalla lotta contro un regime autoritario dovrebbe (ahi, purtroppo usiamo troppi condizionali!) assolutamente rifuggire la violenza quando qualcuno cerca di mostrare pubblicamente il proprio malcontento. Come da buona tradizione dei nostri governi l’intervento violento e autoritario della nostra amata polizia si è fatto sentire, ed ecco scudi, elmetti e manganelli contro giovani maggiorenni e minorenni. Ovvio, con il pugno dure e l’autorità si rimettono in riga gli studenti debosciati e disubbidienti in disappunto con il governo. Un governo “democratico” deve ricorrere alla violenza autocratica quando ci sono dei giovani che osano chiedere una scuola buona e per tutti!!! La violenza dello Stato è totalmente giustificata quando il popolo tenta di farsi sentire, perché non ritornare ai buoni e sani rimedi del Generale Bava Beccaris???? Massì meglio reprimere i giovani, bisogna cominciare sin da subito, perché una volta che le loro menti saranno ben formate e mature non ci sarà più nulla da fare: nessun taglio di denaro riuscirà a soffocare gli spiriti.
La gravità della repressione aumenta quando ci riferiamo a dei minorenni feriti. Non è normale che la polizia dello Stato picchi, come un padre autoritario ed eccessivamente severo, dei minorenni; in un paese veramente civile le autorità, venute a sapere di tale violazioni alla legge, si muoverebbero per fare chiarezza riguardo l’accaduto. Non mi pare che nessun dirigente della polizia si sia mosso per prendere provvedimenti contro chi ha deciso di percuotere un quindicenne (cosa che non si saprà mai, perché la polizia non ordina agli agenti in servizio di mostrare il proprio nome), la legge anche in questo caso andrebbe rispettata, non credo si possa in nessun modo fare violenza fisica su un minorenne. Nella tristezza dell’accaduto ciò che viene a galla in modo evidente e perentorio è l’incapacità di questo governo (eh beh, anche degli altri) di attuare delle politiche scolastiche veramente al passo con i tempi, ma soprattutto vicine alle persone che vivono la scuola e l’università. Le foto degli scontri mostrano ancora la rigidità di uno Stato autoritario, incapace di un dialogo costruttivo ed educativo con i giovani e il fallimento di un governo impopolare e altamente dannoso.
Le manganellate di oggi non si possono in alcun modo tollerare e giustificare, sia per il fatto che la polizia avrebbe dovuto sapere che molti manifestati sarebbero stati minorenni, sia per il fatto che la disubbidienza non si punisce né con il manganello, né con gli arresti. Come alcuni hanno già scritto, in casa nessun genitore sano penserebbe di prendere a botte un figlio che imbratta un muro e se lo facesse verrebbe giustamente punito. Quello che il governo non ha capito è l’ansia e la preoccupazione dei giovani che vedono un futuro sempre più incerto e cupo, senza speranza, senza lavoro e senza alcuna possibilità di felicità.
Da studente mi sento vicino a tutti i miei compagni che sono scesi in piazza, più che vicinanza è stima, perché hanno avuto la forza, l’intelligenza e la consapevolezza di dire ciò che non va, questa è vera passione per la scuola e chi la ha non deve essere essere punito, piuttosto deve essere elogiato e premiato!

DIAZ 2001

AGNOLETTO: IL FILM “DIAZ” NON DICE TROPPE COSE

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Pubblichiamo questo articolo scritto da Vittorio Agnoletto sul Film “Diaz” e uscito oggi sul manifesto. Chi pensa che la memoria sia un campo di lotta è bene che legga con attenzione questo articolo.

QUELLO CHE “DIAZ” NON DICE.

Un grande battage pubblicitario annuncia da mesi l’ uscita del film “Diaz. Don’t clean up this blood”.

Molti critici e giornalisti hanno convalidato quanto più volte ripetuto sia dal produttore che dal regista: “I fatti narrati in questo film sono tratti dagli atti processuali e dalle sentenze della corte di appello di Genova”; come dire: quello che si vede nel film è la verità oggi accertata.

Non c’è dubbio che le lunghe sequenze che mostrano le gravissime violenze agite dalla polizia alla Diaz e le torture praticate a Bolzaneto rendono visibile per la prima volta quanto è avvenuto nella scuola e nella caserma; su questo ha ragione Angelo Mastrandrea (il manifesto 7 aprile).

Questo è senza dubbio un merito che di per sé può motivare la visione del film. Il rischio dell’oblio è forte e non c’è dubbio che i nostri governanti siano impegnati, da quasi undici anni, a cancellare dalla memoria collettiva quei fatti.

Chiunque uscirà dalla proiezione si sentirà fortemente coinvolto e indignato dalla ferocia delle violenze istituzionali alle quali avrà assistito. E’ l’efficacia del film, un pugno nello stomaco che non si dimentica. Ma tale riconoscimento non può esimerci dall’esercitare, anche in questo caso, un’analisi critica, tanto più rigorosa quanto più il film tende a essere presentato come aderente alla verità storica e processuale.

Ecco quindi le mie principali critiche:

1. Il film “sorvola sui nomi di chi allora quell’operazione condusse e giustificò” scrive su il corriere della sera del 13 febbraio Giuseppina Manin dopo aver visto il film al festival di Berlino. E racconta che il produttore Domenico Procacci rispose: “In un primo tempo la sceneggiatura prevedeva l’elenco completo dei ragazzi e dei responsabili del massacro. Poi però la parte offesa ci ha chiesto di non citare i loro nomi. E a quel punto abbiamo decisodi togliere anche gli altri.” Il rispetto per le vittime avrebbe spinto gli autori a non citare i nomi dei carnefici! Non si capisce quale sia la connessione. Eppure quei nomi sono scritti proprio negli atti giudiziari ai quali il film fa riferimento: si ritrovano nella lista dei condannati. Sono personaggi importanti, di potere, condannati in appello per gravi reati e che oggi ricoprono ruoli di primissimo piano nelle forze dell’ordine. Nemmeno nelle poche righe che precedono i titoli di coda compaiono i loro nomi e nemmeno si spiega che costoro sono stati tutti promossi.
Guardando il film mi è tornato in mente quanto scrive Luis Mario Borri, uno dei sopravvissuti alla dittatura argentina, quando commenta le ricostruzioni di quella tragedia storica: “Da tempo alcuni puntano ossessivamente i riflettori sulla verità con il subdolo proposito di cacciare nella penombra la giustizia”.

Mi domando qual è il motivo di tanta cautela e mi chiedo se sia in relazione con la scelta pubblicizzata dal produttore di inviare, ancora prima di cominciare le riprese del film, una copia della sceneggiatura all’attuale capo della polizia Antonio Manganelli. Manganelli, all’epoca vicecapo della polizia, è colui che, stando a quanto affermato dall’ex questore Colucci, in una telefonata intercettata durante l’inchiesta, avrebbe detto: “Dobbiamo dargli una bella botta a ’sto magistrato “, riferendosi al pm Zucca. Difficile capire che titolo avesse Manganelli per leggere in anteprima la sceneggiatura.

2. La responsabilità di quanto è accaduto nella notte della Diaz sembra venir scaricata sul personaggio giunto da Roma, che poi sarebbe Arnaldo La Barbera, deceduto da tempo per malattia. E’ esattamente una delle tesi sostenute a suo tempo dagli imputati. Nulla emerge dal film sulla figura dell’allora capo della polizia, oggi potentissimo capo dei servizi segreti, Gianni De Gennaro.
Il Pubblico Ministero del processo Diaz, Enrico Zucca, in un’intervista rilasciata ad Altreconomia dopo aver assistito al film, ricorda i filmati d’archivio con “la presenza dei funzionari che comandavano l’operazione, un direttorio spesso riunito sul campo che decide nelle svolte cruciali. Quel gruppo…. scompare invece dal film”.

Uno dei dirigenti di polizia, la controfigura di Michelangelo Fournier, il funzionario che aveva il comando operativo del suo reparto durante l’assalto alla Diaz, viene persino dipinto come una persona logorata da dubbi amletici al punto di scusarsi con le vittime. Resta da capire quali siano in questo caso le fonti documentali.

Non si dice una parola invece sui due infermieri che per aver denunciato le torture di Bolzaneto hanno dovuto abbandonare l’amministrazione penitenziaria, sul poliziotto che per aver collaborato coi giudici si è trovato le quattro ruote dell’auto tagliate, sul vice capo vicario della polizia Andreassi che, per aver scelto di non partecipare all’operazione della Diaz, ha avuto la carriera stroncata. Tutti fatti, questi, ampiamente documentati.

3. Non una parola è detta sul ruolo dei politici coinvolti nei fatti di Genova: nulla su Fini, niente su Scajola. Un solo passaggio di repertorio, alla fine, su Berlusconi. Viene taciuta persino la visita che Roberto Castelli, allora ministro della Giustizia, fece alla caserma di Bolzaneto nella notte tra il 21 e il 22 luglio 2001. La politica sembra non aver avuto alcuna responsabilità.

4. Enrico Zucca nell’intervista citata, dopo aver ricordato la forte rimozione attuata dalla politica e dalle istituzioni sulle responsabilità, afferma: “Il film cautamente si adegua e non solo, in alcuni passi ricostruttivi sceglie la versione degli imputati (n.d.a. i poliziotti) rispetto a quella contrastante delle vittime. Se vogliamo l’unico messaggio netto che ha dato è che i black bloc erano – anche – alla Diaz”.
Non è un fatto di poco rilievo. La destra ha costruito tutta la sua campagna di criminalizzazione del movimento sostenendo la contiguità tra Genoa Social Forum e Black Bloc. Su argomenti di simile importanza non sono ammesse licenze da romanzo, specie se si afferma di fare un film basandosi sulle inchieste giudiziarie.

5. Il racconto è completamente decontestualizzato; non viene mai spiegato perché 300.000 persone quel luglio 2001 si siano recate a Genova. Cosa può capirne un giovane che oggi ha vent’anni? Per non parlare di chi lo vedrà tra qualche anno. C’è stata un forte repressione, ma perché? Cosa volevano quelle persone massacrate di botte? Mistero.
Gli autori replicano che il loro obiettivo non era raccontare la storia del movimento. Ma sarebbe stato sufficiente inserire qualche spezzone tratto da filmati di repertorio, ad esempio dall’intervento di Susan George in apertura del Forum il 16 luglio 2001, per dare un’idea delle nostre ragioni. Immagini facilmente recuperabili tra la documentazione video alla quale la produzione del film ha avuto pieno e illimitato accesso. Se non si spiegano le ragioni del movimento diventa impossibile spiegare le ragioni della repressione. Infatti.

Inutile anche cercare di capire che cosa sia stato il Genoa Social Forum. Non se ne parla, anzi sono inserite alcune scene dove viene rappresentata una riunione del GSF piena di zombie totalmente inconsapevoli della realtà che li circonda. Eppure è stata una delle esperienze più interessanti di organizzazione dei movimenti negli ultimi decenni. La ricostruzione di quella riunione è semplicemente un’invenzione. Viene da domandarsi: perché, dopo non averne spiegate le ragioni, si ritiene di dover squalificare il GSF?

In sintesi: lo spettatore resta sconvolto dalle violenze commesse dalla polizia, ma legittimato a pensare di trovarsi di fronte ad episodi isolati, appartenenti al passato e dovuti all’azione di alcune “mele marce.” Non ad azioni progettate e gestite da chi ancora oggi è ai vertici delle nostre istituzioni di sicurezza; e tutto ciò sta nella carte processuali, non nella fantasia di qualche estremista.

Certo se racconti le responsabilità, le documenti e fai nomi, se racconti tutti i tentativi, illegali, che sono stati fatti per impedire lo svolgimento dei processi, rischi la censura dei grandi media e un’ostilità politica generalizzata come avvenuto per il libro “L’eclisse della democrazia. Le verità nascoste sul G82001 aGenova” che ho scritto insieme a Lorenzo Guadagnucci, una delle vittime della Diaz..

Se invece si sceglie di non toccare i punti più delicati e impegnativi, allora non si può affermare di raccontare nel film quanto emerso dalle verità processuali. La verità è tale se, oltre a non raccontare falsità, la si racconta tutta, senza scegliere quale parte di verità raccontare e quale tacere. Per questo concordo con Guadagnucci: un film così si poteva fare nel 2002, non nel 2012, ad inchieste concluse.

Siamo di fronte a un film commerciale, costruito con astuzia, che riesce ad essere molto attento e rispettoso delle compatibilità politiche e degli attuali rapporti di forza negli apparati, senza pestare i piedi a nessuno, e nello stesso tempo capace di presentarsi come paladino dei diritti e solidale con le vittime.

Queste cose, almeno tra di noi, dobbiamo dircele

11/04/2012 10:49 | POLITICAITALIA (Da controlacrisi.org)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

O la borsa o la vita

Sabato, a Milano, ci sarà la prova nazionale OccupyPiazzAffari, manifestazione contro la «schiavitù del debito» e le politiche del governo. Ne parla Giorgio Cremaschi .

 

 

 

 

 

 

 

Quali sono gli obiettivi di questa manifestazione? E come è nata?
La manifestazione è un’idea del Comitato No Debito, già dalla fine dell’anno scorso. Progressivamente ha assunto però un altro significato; hanno aderito molte altre forze, rendendola qualcosa di molto più vasto. È un coordinamento in cui ci sono ora la Cub, S. Precario, e praticamente tutti i movimenti sociali conflittuali. In questi ultimi giorni sta crescendo moltissimo complice ovviamente quel che sta combinando il governo sul mercato del lavoro. È la prima grossa iniziativa dopo l’irrigidimento del governo sull’art. 18.

Dai problemi generali dell’economia ai problemi d’attualità?
Sta diventando – come dovrebbero essere le manifestazioni – non un atto di «testimonianza» di una sigla particolare, ma un «mezzo»: quelli che vogliono far sentire a Monti che «non ci stanno», cominciano a rendersi conto che questo è un mezzo forte.

Quale livello dovrebbe raggiungere per incidere sui rapporti di forza e far cambiare idea al governo?
Non c’è un limite. Ce lo siamo detti tutti: è il punto di partenza di un’opposizione che continuerà. Ci stiamo già dando nuovi appuntamenti. L’importante è che ci sia una forza sufficiente per dire «questa è la base da cui partire». Sappiamo che una manifestazione, oggi, non fa cadere un governo. Ma può dare forza a tutti i movimenti, di qualsiasi genere. In testa al corteo ci saranno i No Tav, poi le fabbriche e le realtà in lotta. Vogliamo dare un segnale: si è rimessa in moto l’opposizione sociale e attrae i soggetti più diversi. Una delle ultime adesion, per esempio, è quella dei pastori sardi.

Non so se hai visto sul giornale il «progetto antisciopero europeo»…
Voglio congratularmi con il manifesto, l’unico giornale che ne abbia parlato. Nel linguaggio europeo, questo testo di Barroso viene chiamato «Monti 2». Perché nasce dalla sua cultura profonda che, come hanno giustamente individuato gli inglesi – a differenza di una certa sinistra di palazzo che fa finta di nulla – è l’equivalente italiano della Thatcher, quella che diceva «la società non esiste, esistono solo le persone». È l’ideologia per cui «nel mercato» tutti gli interessi hanno «pari dignità», ma quelli dell’impresa vengono sempre prima. In questo devo dire, c’è un contributo assolutamente negativo del capo dello stato, perché c’è una lesione di fondo dello spirito della nostra Costituzione. Quando si dice «dovete fare un sacrificio sull’art. 18» significa mettere il diritto a un lavoro dignitoso, che è l’anima fondante la Costituzione, alla pari con la protesta dei notai.

L’Ocse dice che anche Germania, Francia e Olanda devono «riformare» il loro mercato del lavoro…
Stiamo programmando, in coordinamento con i movimenti europei, una manifestazione a maggio sotto la sede della Bce, a Francoforte. Del resto l’ha detto Draghi: il «sistema europeo è morto». La lunga marcia della restaurazione in Europa di un capitalismo selvaggio di stampo anglosassone è cominciata con la Grecia, ma finirà in Germania e Svezia. Sono partiti con i paesi più deboli, ma tra uno o due anni – se passano da noi – diranno ai lavoratori francesi e tedeschi «ora tocca a voi». Come Draghi ha detto ieri ai greci: «dovete rinunciare al benessere». C’è una classe dirigente europea legata al sistema finanziario internazionale, convinta che la soluzione della crisi sia un’Europa low cost. È chiaro che siamo solo un granello di sabbia, ma vorremmo provare a fermare l’ingranaggio.

Vedi possibilità di sblocco in ciò che resta della sinistra italiana?
È l’ambizione che abbiamo. Da un lato, pur non avendo alcuna mira elettorale, la politica che proponiamo – rifiuto del ricatto del debito, modello di sviluppo fondato su servizi sociali e territorio – non può essere fatta dalla «sinistra del centrosinistra», accanto a Casini o Monti. Può essere solo alternativa. Bisogna quindi creare uno spazio politico alternativo, fondato su radici sociali reali e notevoli. Alternativa rispetto a questo modello di potere, al contrario delle illusioni del Pd o di Vendola.

Qualcosa si sta «scongelando»?
Mi ha fatto piacere che anche aree interne a Sel, pur con posizioni diverse, abbiano aderito a aquesta manifestazione. Oltre a tutte le altre forze – da Rifondazione a Sinistra critica, all’Idv – che pure in questi anni in questi anni si sono parlate poco. Una manifestazione da sola non basta, ma può aiutare.

E sul piano sindacale?
Mi dispiace molto che Monti, ogni volta che va all’estero, si vanti del fatto che qui c’è «pace sociale» nonostante quel che sta facendo ai lavoratori e al sindacato. Questa cosa va smentita. Va trovata una capacità unitaria di superare le vecchie barriere nel conflitto effettivo contro le sue politiche. C’è ancora un grave ritardo italiano, anche della Cgil. La Fiom ha assunto spesso questo ruolo, ma occorre un passo in più. E arrivare a una grande mobilitazione di tutto il mondo del lavoro; non di una sigla, ma un vero sciopero generale che blocchi il paese. E quindi deve comprendere anche i precari.

(Da controlacrisi.org 29/03/2012)

UN RAGGIO DI SOLE

        Un raggio di sole metalmeccanico

Di Luca Fazio(fonte: IL MANIFESTO)

Piove. Via Melchiorre Gioia è una striscia bagnata più grigia del solito. Ma è andata bene, come sempre. Ma questi metalmeccanici -«che ogni volta mi commuovo quando li vedo ancora lottare con forza» sgrana gli occhi una ragazza felpata FIOM elegante, – fanno sempre uno strano effetto. Nonostante 100 mila cassintegrati lombardi e 24 milioni di ore di cassa integrazione solo nel 2011, nelle manifestazioni si sta sempre al caldo, allegri, pure spocchiosi, eppure anche in diecimila difficilmente si riesce a scrollarsi di dosso un senso di straniante solitudine. Come mai? Basta alzare gli occhi al cielo per registare quel vuoto della politica contro cui sbatte la testardaggine di chi non si è ancora rassegnato a una pericolosa perdita di senso: fino a quando indignarsi, manifestare, se poi i risultati non arrivano mai, se poi nessuno ci ascolta? Ma, almeno qui in mezzo, la sensazione è che deve ancora cominciare la vera partita per difendere diritti e democrazia. Contro questo governo allo sbando, e probabilmente anche contro quello che verrà. «Non basta mandare via Berlusconi», lo sanno gli operai.
Il camioncino bianco della Fiom Lombardia non poteva scegliere luogo migliore (o peggiore) per trasformarsi in palco al termine di un corteo lungo migliaia di metalmeccanici e bandiere rosse: sotto al nuovo grattacielo della Regione Lombardia, da questa angolazione una lama di vetro e acciaio sfigurata dalla piattaforma dove decolla l’elicottero del celeste e irraggiungibile Roberto Formigoni. I metalmeccanici lombardi che ieri hanno scioperato tutto il giorno per la cancellazione dell’articolo 8, per il blocco dei licenziamenti e per riconquistare il contratto nazionale, erano lì anche per lui. Se la Regione Lombardia – che tace, e non è un bel segno in tempo di crisi – non dovesse prolungare gli ammortizzatori per il 2012 sul territorio che produce il 22% del Pil nazionale si verificherebbe un massacro sociale.
Milano non è stata molto calorosa con gli operai lombardi, li ha lasciati sfilare ma distrattamente. In corteo solo qualche studente e pochi politici, fin troppo discreti. Il segretario generale della Fiom Maurizio Landini, che all’altezza di Palazzo Marino è stato salutato da Giuliano Pisapia – «bravo, così si fa il sindaco» – alla fine non fatica a scaldare i «suoi» operai con la determinazione di sempre. «Diciamo con chiarezza», ripete più volte. Che «un cassintegrato con questo governo è uguale a un cassintegrato con un governo di segno diverso», come dire che (l’eventuale) centrosinistra dovrà dire se sarà in grado di proporre una ricetta alternativa per uscire dalla crisi. Che guardare avanti significa investire per immaginare un nuovo prodotto industriale all’insegna della riconversione ecologica. Che il centrosinistra deve dire cosa intende fare del famigerato articolo 8 inserito nella finanziaria che cancella il contratto nazionale di lavoro; e che la Fiom è disposta a tutto per arrivare alla cancellazione di quell’articolo, «una raccolta di firme tra gli italiani perché questo non è un problema solo di lavoro ma di civilità», per arrivare anche a un referendum.
E poi, con chiarezza, facendo esplicite aperture anche alle altre forze sindacali, Maurizio Landini ha detto che bisogna arrivare al più presto a un nuovo sciopero generale. Infine, rivolto al ministro Sacconi, «ossessionato dall’idea di licenziare», ha strappato l’applauso dicendo che «il problema non è cancellare l’articolo 18 per rendere licenziabili tutti, al contrario il problema è estendere i diritti a quelli che non ce l’hanno, è superare la precarietà».
Concetto chiave, anche per sentirsi meno soli pur essendo l’unica forza organizzata capace di fare opposizione.
(Da CONTROLACRISI.ORG)

Rifondazione c’è!

Inserisci il tuo indirizzo e-mail per iscriverti a questo blog e ricevere notifiche di nuovi messaggi per e-mail.

Segui assieme ad altri 8.117 follower

Luca Mercalli: PREPARIAMOCI

Calendario delle pubblicazioni

febbraio: 2018
L M M G V S D
« Gen    
 1234
567891011
12131415161718
19202122232425
262728  
Annunci