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Il calvario degli esodati

Esodati, il calvario non è finito. La ragioneria dello Stato blocca l’emendamento risolutivo

Ennesimo ostacolo per l’emendamento che doveva estendere la salvaguardia prevista per gli esodati. La Ragioneria dello Stato ha evidenziato un ampliamento della platea dei soggetti che rende insufficiente la copertura prevista.
Secondo il nuovo emendamento la platea dei lavoratori ”esodati” avrebbe dovuto comprendere anche quelli licenziati, entro il 31 dicembre 2011, a causa del fallimento o di un altra ”procedura concorsuale” dell’impresa, magari dovuta alla crisi economica. Le risorse non erano pero’ mutate prevedendo un meccanismo di autocopertura, cioe’ di utilizzo delle risorse gia’ stanziate. Si puntava pero’ a risparmiare risorse facendo scontare dal computo degli esodati i periodi di ”non lavoro” coperti finanziariamente grazie alle buonuscite. In pratica, se si e’ andati via dal lavoro contando su uno scivolo economico di due anni i benefici per gli esodati scatterebbero solo dopo questo periodo. A garanzia, di eventuali sforamenti, era comunque previsto che in presenza della possibilita’ di coprire il ‘buco’ con un inasprimento dell’ indice di rivalutazione automatica dei trattamenti pensionistici di importo piu’ elevato. La Ragioneria ha pero’ evidenziato l’insufficienza delle risorse. Il leader Idv, Antonio di Pietro ha definito l’emendamento una ”bufala gigantesca a fini elettorali” mentre il segretario della Lega Nord Roberto Maroni l’ ”ultima presa dei fondelli”. Anche la Cgil ha chiesto al Parlamento di risolvere il problema senza ridurre la platea degli aventi diritto. Un tema che anche per la maggioranza, come ricorda il responsabile economico del Pd, Stefano Fassina, si tratta di una ”questione cruciale”.

11/11/2012 21:25 | LAVOROITALIA | Autore: fabrizio salvatori (Da Controlacrisi.org)

AVANTI TUTTA !

La raccolta firme in difesa del mondo del lavoro rappresenta una straordinaria occasione non soltanto per difendere il principio che non si può accettare la compressione dei diritti, ma anche per identificare e rilanciare il mondo del lavoro come soggetto vitale della e per la democrazia. Ed in ultima analisi è questo anche il migliore antidoto a quel senso diffuso di scollamento e rifiuto verso la politica che troppo frettolosamente viene spesso identificato nella generica formulazione dell’antipolitica.

La modifica dell’art.8 ci ha parlato di una stagione di declino, dove fu messo in atto da un berlusconismo alle sue fasi terminali il maldestro tentativo di ultima supplica verso i poteri forti per evitare la sua cacciata. Si è provato a barattare, perché di questo si è trattato, la possibilità di derogare la contrattazione nazionale in cambio di una maggiore clemenza nei tempi del redde rationem all’interno del capitalismo nostrano. Ma oltre a non essere servito ad evitare l’arrivo di Monti, il fatto gravissimo che tutto ciò ha invece prodotto è stato di aver portato il metodo Marchionne da eccezione a regola, e dunque la possibilità che uno strappo violento alla logica della contrattazione tra le parti sociali a livello aziendale abbia maggiore valore di un accordo nazionale. Un vero e proprio atto di prevaricazione della parte più forte su quella più debole: dobbiamo ristabilire il principio che i diritti devono essere certi per tutte e tutti ed inseriti in un’unica cornice non derogabile da nessuno.

Nell’assalto all’art.18 c’è stato invece una definitiva presa di coscienza da parte di quelli stessi poteri che, incassato il successo dell’operazione Monti, hanno deciso di varcare e ampliare la breccia che si era prodotta. E dunque su questo tema sono intervenute tutte le armi di distrazione di massa conosciute; si passa quindi da “è un atto per l’occupazione perché a maggiore facilità di uscita corrisponde maggiore possibilità d’entrata” (smentito puntualmente ad ogni rilevazione effettuata sul mercato del lavoro), al sempre valido “ce lo chiede l’Europa (ulteriore falsità, considerate le tutele previste nei principali Paesi della Ue)”. La verità è che in assenza della piena funzionalità dell’art.18 si pone in essere l’ennesimo ricatto, quello dell’imporre la scelta inaccettabile tra lavorare o avere diritti, producendo nei fatti una sterzata in senso autoritario in ogni luogo di lavoro.

Di fronte a questo duplice attacco è necessaria una risposta forte da parte delle molte anime della sinistra, assieme ad una nuova stagione di lotta e di protagonismo sindacale. Questi sono i temi naturali, per così dire, dove coagulare sull’obiettivo comune tutte le forze che ad oggi troppo spesso hanno frammentato le rispettive organizzazioni anziché unirle per far fare un passo avanti a tutti. La presentazione di questi quesiti e il lancio della campagna #lottoperildiciotto è il primo grande segnale di questo cambiamento possibile e necessario, dove le uniche stelle di riferimento devono essere quelle del lavoro, dei diritti e della dignità.

Non possiamo permettere che passi la logica del ricatto, né che si antepongano i particolarismi all’obiettivo di difendere il mondo del lavoro, né che sia permesso ai padroni di continuare nella classica manovra del dividere per meglio imperare: all’atomizzazione sociale che ci vorrebbe tutti in lotta orizzontale tra simili, noi dobbiamo rispondere con una firma unica verso l’alto, per rompere l’assedio e dare voce e rappresentanza a chi oggi in fabbrica non può scioperare per paura di perdere il posto di lavoro, al giovane che non ha speranza di trovare un suo futuro, al pensionato che vede sfuggire le conquiste di tante rivendicazioni, alle donne che in molti luoghi sono ancora vittime di discriminazione sia di genere sia salariale.

21/10/2012 19:55 | LAVOROITALIA | Autore: Claudio Grassi (Da Controlacrisi.org)

Il catastrofico day after per gli italiani

Vladimiro Giacché
Caso Ilva e caso Alcoa. Due storie molto diverse tra loro, che hanno però anche qualcosa in comune. In entrambi i casi, si tratta di ex imprese pubbliche che sono state privatizzate.
È un buon esempio di quanto pesino tuttora sulla nostra economia gli esiti delle privatizzazioni degli anni Novanta. Già questo sarebbe un ottimo motivo per occuparsene. Ma non è il solo. Oggi si torna a parlare della vendita di proprietà pubbliche per ridurre il debito. Sarebbe una buona idea? Capire cosa è successo venti anni fa può aiutarci a rispondere a questa domanda.
1) Dal 1992 al 2000 la gran parte dell’industria di Stato e delle banche pubbliche è stata posta sul mercato. Si tratta del più ampio processo di privatizzazione mai realizzato in Occidente. La tecnostruttura guidata da Mario Draghi, all’epoca direttore generale del Tesoro (che mantenne la carica sotto 6 diversi ministri), privatizzò imprese statali per un valore di 220.000 miliardi di lire, oltre 110 miliardi di euro.

Questo rispondeva al primo obiettivo delle privatizzazioni: fare cassa per ridurre il debito pubblico ed entrare nel club della moneta unica. Anche se in molti casi sarebbe stato più conveniente per lo Stato mantenere il controllo delle imprese e incassare ogni anno un dividendo.
2) Ma c’era anche un secondo obiettivo: ridurre il ruolo dello Stato nell’economia e aumentare la concorrenza. Come scrisse Dario Scannapieco, membro del team di Draghi al Tesoro e oggi vicepresidente della Bei «si è sfruttata l’occasione offerta dalla necessità ed urgenza di rispettare gli stringenti vincoli esterni, imposti dalla partecipazione all’Unione Monetaria Europea, per avviare iniziative volte alla ridefinizione del ruolo dello Stato ed alla riforma, in senso maggiormente concorrenziale, dei mercati ». La prima cosa fu realizzata, la seconda no. Ma è proprio la presenza di concorrenti che costringe le imprese ad adottare comportamenti efficienti, mentre non esiste alcuna dimostrazione scientifica della maggiore efficienza dell’impresa privata rispetto all’impresa pubblica in quanto tale. Tra le società privatizzate vi erano monopoli naturali, per definizione non soggetti alla concorrenza (si pensi alle autostrade). In altri casi, non furono attuate le necessarie liberalizzazioni prima di privatizzare, e quindi le imprese privatizzate poterono godere di una rendita di monopolio.
Una ricerca condotta anni fa da Giovanni Siciliano sulle banche italiane privatizzate evidenziò dati deludenti sia in termini di produttività, che di redditività; a quest’u l timo riguardo le banche piccole non privatizzate andavano addirittura meglio di quelle privatizzate. Tanto da indurre lo stesso Siciliano a concludere: «È difficile dire se le privatizzazioni bancarie abbiano «funzionato».
3) Infine, il terzo obiettivo delle privatizzazioni: rafforzare con la quotazione in borsa delle imprese ex pubbliche il mercato azionario italiano, introdurre anche in Italia il modello della public company anglosassone (l’impresa quotata con un capitale distribuito tra molti azionisti), inducendo anche molte imprese private a quotarsi e dando vita così alla «democrazia economica dei piccoli investitori». Da questo punto di vista il fallimento delle privatizzazioni è stato pressoché totale. È vero che negli anni delle privatizzazioni i tre quarti della capitalizzazione di borsa furono costituiti da società ex pubbliche. Ed è vero che molti risparmiatori (e anche molti lavoratori delle ex imprese pubbliche privatizzate) parteciparono alle privatizzazioni. Ma già nel 2003 Luigi Spaventa, all’epoca presidente della Consob, osservò che «la maggior parte delle principali società private ad azionariato diffuso sono state oggetto di successive acquisizioni che hanno portato in alcuni casi al loro delisting [cancellazione dalla Borsa] o alla determinazione di un assetto di controllo fortemente concentrato».
Da allora, la concentrazione del controllo delle imprese quotate è ulteriormente cresciuta, pochissime società private si sono quotate e la capitalizzazione complessiva di Borsa a maggio 2012 è oggi inferiore al 20% del prodotto interno lordo (era maggiore nel 1996).
In compenso, molti nomi storici del capitalismo italiano si sono comprati imprese pubbliche in vendita. Rivolgendosi in particolare verso quelle che forniscono servizi di pubblica utilità. Il perché è presto detto: queste società rappresentano una fonte di profitti certa, che spesso può godere di una rendita di monopolio o di oligopolio. Si tratta per di più di una fonte di profitti sottratta non soltanto alle fasi alterne del ciclo (le bollette si pagano sempre), ma anche alla concorrenza internazionale.
A consuntivo, il risultato delle privatizzazioni per il sistema economico italiano è a dir poco deludente. La presenza del settore pubblico nell’economia si è ridotta al lumicino, ponendo la parola fine all’economia mista che aveva caratterizzato il nostro paese per molti decenni e privando lo Stato di strumenti fondamentali di politica industriale e anche di intervento nella congiuntura (si pensi al costo delle tariffe autostradali, o alla restrizione del credito alle imprese a cui stiamo assistendo).
In compenso, le privatizzazioni hanno rappresentato una provvidenziale scialuppa di salvataggio per capitalisti in difficoltà nel settore manifatturiero. Pirelli comprò Telecom nel 2001, quando entrarono in crisi i settori cavi e sistemi di telecomunicazione, Benetton lanciò l’offerta pubblica di acquisto sulle azioni Autostrade nel 2003, dopo aver chiuso il 2002 con un risultato operativo in calo del 15% e una perdita netta di 10 milioni di euro. Come scrisse anni fa Giangiacomo Nardozzi, «la grande stagione delle privatizzazioni ha sì lasciato la gran parte delle attività dismesse in mani italiane, ma a costo di indebolire lo slancio competitivo di importanti pezzi dell’industria, offrendo occasioni di più facili profitti». Se i primi undici anni del nuovo millennio hanno visto la crescita più bassa dal dopoguerra il motivo va ricercato anche in questo. Il consenso quasi unanime che le privatizzazioni hanno ricevuto in sede parlamentare è probabilmente uno dei motivi per i quali non si è mai sviluppato un effettivo dibattito sui loro effetti. «Pubblico» intende contribuire a colmare questa lacuna. E vuole farlo a partire da un punto di vista particolare. Le privatizzazioni sono state anche un processo che ha coinvolto milioni di lavoratori. La loro voce non è stata mai ascoltata.

da Pubblico

SOTTO LE PAROLE NIENTE

di Vladimiro Giacché
Quanto all’individuazione di proposte concrete per affrontare la crisi della Fiat, il comunicato congiunto emesso al termine dell’incontro di sabato tra Fiat e governo è a dir poco deludente.
E tuttavia quel comunicato contiene diverse informazioni importanti. La prima è che Marchionne non garantisce nulla. Certo, “i vertici Fiat hanno manifestato l’impegno a salvaguardare la presenza industriale del gruppo in Italia”. Ma non si dice se questo varrà per tutti gli impianti oppure no.
Il modo con cui si vuole salvaguardare questa presenza è poi quanto meno curioso. “Fiat – si legge nel comunicato – è intenzionata a orientare il proprio modello di business in Italia in una logica che privilegi l’export, in particolare extraeuropeo”. Qui le cose da notare sono diverse. In primo luogo, viene confermato l’abbandono del mercato domestico. La motivazione ufficiale è che in Italia e in Europa la domanda è debole. Ma le quote di mercato che Fiat sta perdendo in Europa sono maggiori di quelle perse dai concorrenti: il problema principale non è quindi la debolezza della domanda, ma la carente qualità del prodotto. Inoltre, quali sono i mercati extraeuropei a cui si fa riferimento? Certamente non la Cina, dove la Fiat non è presente.

Non il Brasile, perché le autovetture Fiat che si vendono da quelle parti sono prodotte in loco. Quanto agli Stati Uniti, gioverà ricordare che il piano 2010, che prevedeva l’esportazione di oltre 100 mila autovetture verso gli USA, è stato completamente disatteso.
Ancora: la Fiat ha manifestato “piena disponibilità a valorizzare le competenze e le professionalità peculiari delle proprie strutture italiane, quali ad esempio l’attività di ricerca e innovazione”. Questo ovviamente presuppone l’effettuazione di investimenti adeguati. Ma al riguardo la Fiat si limita a confermare “la strategia dell’azienda a investire in Italia, nel momento idoneo, nello sviluppo di nuovi prodotti per approfittare pienamente della ripresa del mercato europeo”. La formulazione “nel momento idoneo” significa: “non ora”. Ma se, come lo stesso Marchionne ha affermato, la ripresa comincerà nel 2014, il momento giusto per investire sarebbe adesso. Altrimenti della ripresa beneficerà qualcun altro.
Alla luce di questo scenario, ben diverso da quello propagandato con Fabbrica Italia, che prevedeva addirittura un inverosimile raddoppio della produzione, nell’incontro si è deciso di iniziare “un lavoro congiunto utile a determinare requisiti e condizioni per il rafforzamento della capacità competitiva dell’azienda”. In tale sede la richiesta più probabile da parte di Fiat sarà l’utilizzo della cassa integrazione in deroga, quando, nel 2013, si arriverà alla scadenza della cassa integrazione straordinaria. Insomma, altri soldi pubblici (la cassa integrazione in deroga è pagata dalla fiscalità generale, ossia con le nostre tasse).
Tutt’altro che chiaro, invece, l’orientamento del governo. Anche qui, però, qualche notizia c’è. In primo luogo, l’incontro stesso di sabato è una sconfessione di fatto dell’affermazione di Monti del marzo scorso, secondo cui “chi gestisce la Fiat ha il diritto e il dovere di scegliere per i suoi investimenti le localizzazioni più convenienti e non ha nessun dovere di ricordarsi solo dell’Italia”. Rispetto al disastro sociale e industriale che si profila, ora il governo ha deciso di intervenire. Scoprendo – un po’ tardivamente – che tra i suoi compiti non rientra quello di farsi megafono dell’irresponsabilità sociale di un’impresa che dallo Stato italiano ha ricevuto 7,6 miliardi di euro in 30 anni, ma piuttosto quello di impedire che un pezzo importante dell’industria italiana scompaia. E forse prendendo coscienza anche del fatto che la campagna di Marchionne contro la FIOM e i diritti sindacali, accusati di essere il freno alla ripresa della Fiat, era pretestuosa, e che comunque appoggiarla non ha minimamente contribuito a risolvere i problemi della Fiat.
Gli strumenti ora a disposizione del governo sono diversi. Si tratta di scegliere quelli giusti. Sarebbe un errore dare alla Fiat incentivi per non produrre, quali la cassa integrazione in deroga. Molto meglio, ad esempio, incentivare fiscalmente gli investimenti in ricerca e sviluppo tecnologico. Più difficile (a causa dei vincoli europei e WTO), ma non impossibile, trovare misure per agevolare le esportazioni. L’esperienza passata però insegna che tutto questo deve essere subordinato ad accordi ed impegni chiari assunti dalla Fiat. Che per ora non ci sono.
In assenza di questi impegni, gli sforzi del governo dovrebbero dirigersi in una direzione diversa: operare attivamente affinché imprese estere rilevino gli stabilimenti automobilistici Fiat che l’azienda (ormai italiana e torinese solo nel nome) sta lasciando inattivi, e si appresta a chiudere. Sapendo che in un caso come questo la variabile tempo è una variabile critica. Detto in parole povere: che non c’è altro tempo da perdere.

(Da RIFONDAnewsletter)

MONTI:PRONTI-VIA

Monti chiude il governo tecnico e dà il via alla campagna per il voto. Si comincia con lo Statuto dei lavoratori

“Certe disposizioni dello Statuto dei lavoratori ispirate all’intento nobile di difendere i lavoratori hanno determinato insufficiente creazione di posti di lavoro”. Il signor presidente del Consiglio Mario Monti non contento di aver fatto a pezzi l’articolo 18, senza ricavarne nulla di buono (lo dicono i Consulenti del lavoro) ecco che torna a bomba contro i diritti dei lavoratori. Stamattina stava un po’ girato il premier. Gli studenti gli hanno impedito di tenere il suo bel discorsetto in aula, all’Università Roma Tre, e lui ha pensato bene di collegarsi in videoconferenza. E si è voluto prendere la rivincita. Ma non è un tipo così umorale. Tutto ciò che fa ha una sua ratio. Tutto, meno la scelta di Elsa Fornero: ma questo è un altro discorso. La verità è che Monti sta per mettersi alla guida dei centristi in vista delle prossime elezioni. E il nuovo tormentone serve magnificamente alla bisogna. Quale arma migliore per far decomporre gli ultimi residui di Pd ostinatamente attaccati “al centro”? Quale migliore occasione con il cosiddetto tavolo di confronto con le parti sociali ancora aperto (sul nulla) di attaccare a testa bassa la Cgil costringendola a dichiarare lo sciopero generale? Infatti la “videoconferenzata” non ci ha risparmiato altre chicche del Monti-pensiero, tipo: “ho fatto in modo di evitare all’Italia una pesante cessione di sovranita’, un vero commissariamento”; “sono orgoglioso di essere riuscito a far cooperare i tre partiti della maggioranza che si erano combattuti aspramente, e qualche volta incivilmente, fino al giorno prima” (Più centrista di così!); “se non fossimo passati all’euro i prezzi di beni e servizi in Italia sarebbero piu’ alti di quelli che sono”. E per finire con: “Il passaggio all’euro non e’ solo un cambio di moneta ma anche un cambio di metodo di governo”. Insomma, Monti smette di fare il “tecnico” e comincia a fare le prove dal sarto per l’abito da politico. Il sarto, ovviamente è il numinoso Giorgio (Re Sole) Napolitano: l’unico, vero, inimitabile artefice di una strategia di Governo tutta basata su sacrifici e attacchi ai diritti dei lavoratori e dei cittadini, e anche sul logoramento totale della sinistra.

Per adesso a reagire male alla sortita del presidente del Consiglio sono solo la sinistra, il sindacato e l’Idv. Il Pd aspetta l’ispirazione. giusta. Toccherà a Fassina? ”Penso che sia la dimostrazione che questo Governo non ha idea su cosa fare per lo sviluppo e la crescita – dice il leader della Cgil Susanna Camusso-. Che il Governo abbia esaurito qualunque spinta propulsiva – aggiunge – La ripetizione di un film che abbiamo gia’ visto”.

Per Paolo Ferrero, segretario del Prc, Monti, “il presidente dei banchieri e degli speculatori”, con queste dichiarazioni ha cominciato la campagna elettorale per candidarsi a succedere a se stesso”. “Il governo Monti – ricorda Ferrero – ha determinato la piu’ pesante recessione prodotta artificialmente da un governo della storia del paese. Monti succedera’ a se stesso, si proseguira’ la grande coalizione”. Il Prc accusa Bersani di “dormire”. “Da un lato rivendica la possibilita’ di governare – aggiunge Ferrero – dall’altro, sostenendo il governo, mette le condizioni perche’ questo continui. Nichi (presidente) Vendola si è limitato a dire che il suo pensiero diverge da quello di Monti e che questa ultima uscita non fa che convincerlo di più che la strada del referendum è quella giusta. Ci dobbiamo preoccupare che domani potrebbe convincersi “di meno”? Marco Ferrando, infine, ha sottolineato che è arrivato il momento di “spazzare via” il premier.

13/09/2012 14:38 | POLITICAITALIA | Autore: fabio sebastiani (Da controlacrisi.org)

REFERENDUM LAVORO: SI PARTE !!

E’ fatta! Depositati i quesiti su riforma Fornero e Art. 18. Presenti Diliberto, Di Pietro, Ferrero, Vendola. Dal Pd ‘cartellini gialli’ a Sel.

Ripristinare l’art.18 dello Statuto dei Lavoratori, abrogato dalla riforma Fornero, e i diritti minimi e universali previsti dal contratto nazionale di lavoro, cancellati dal governo Berlusconi con l’art.8 del decreto legge n.138 del 2011. Sono i due quesiti che questa mattina, alle 10.30, un comitato allargato, formato da Idv, Prc, Pdci, Sel, Verdi, rappresentanti delle forze sociali e giuristi ha depositato in Cassazione.
Oltre al presidente dell’IdV, Antonio Di Pietro, sono presenti, tra gli altri, il leader di Sel, Nichi Vendola, il segretario nazionale di Rifondazione comunista, Paolo Ferrero, il presidente dei Verdi, Angelo Bonelli, il segretario nazionale del Pdci, Oliviero Diliberto, i giuristi Pier Giovanni Alleva e Umberto Romagnoli, Gianni Rinaldini (Fiom), Francesca Re David (Fiom-Cgil) e Gian Paolo Patta (Cgil). La raccolta delle firme partirà ad ottobre.

Ferrero (Prc): “È un’occasione importante di rilancio dell’unità della sinistra su una battaglia sociale essenziale, contro le politiche del governo Monti, per i diritti dei lavoratori che i ‘tecnici’ vanno demolendo”.

Diliberto (Pdci): “Oggi la sinistra politica e sociale si ritrova in Cassazione, per depositare i referendum per il ripristino dell’articolo 18 e per l’abolizione dell’articolo 8 della finanziaria di Berlusconi. Due battaglie di civiltà”.

Di Pietro (idv): “Bisogna uscire dall’ipocrisia delle alleanze sì e alleanze no, decise nelle segreterie di partito. Le alleanze si fanno sui programmi e questo referendum è un programma su cui allearsi per mettere di fronte alle proprie responsabilità anche chi appoggia il governo Monti. Casini ha detto che se va al governo mantiene la riforma Fornero. Il Pd deve decidersi: la appoggerebbe o la sostituirebbe?”.

Vendola (Sel): “Non penso ci sia un’agenda di cambiamento se non si mette al centro delle priorità da affrontare il tema del lavoro e del precariato”.

Cofferati (Pd): “I referendum sono dal mio punto di vista condivisibili per ragioni di merito e di opportunita” ed e’ ‘giusto’ chiedere l’abrogazione di quelle norme che hanno cancellato ‘diritti nel lavoro e nella cittadinanza’ e ‘ridare protezione e dignita’ a chi lavora, ripristinare alcune elementare forme di democrazia nei luoghi di lavoro’.

Ma dal Pd, a parte la voce fuori dal coro di Cofferati, diversi ‘cartellini gialli’ a Vendola. Sereni (Pd): “La decisione di alcune forze politiche, tra cui Sel, di presentare un referendum abrogativo della riforma del lavoro è ovviamente legittima ma non aiuta un dibattito costruttivo nel centrosinistra”. Bindi (Pd): “Penso che fare in questo momento un referendum sull’articolo 18 sia un grave errore”.

11/09/2012 12:31 | POLITICAITALIA | Fonte: controlacrisi.org | Autore: A. F.

ATTENTI ALLA LUCE IN FONDO AL TUNNEL !!

Crisi, Cremaschi (Fiom): L’Italia sulla strada della Grecia, la luce in fondo al tunnel è un treno che ci viene addosso !

«Si dice che stiamo intravvedendo la luce in fondo al tunnel, ma si tratta di un treno che ci sta venendo addosso. Servirebbero interventi del governo in controtendenza alla crisi ma questi non ci sono, rimangono solo chiacchiere. Stiamo andando sulla strada della Grecia, in modo diverso, ma la direzione è quella». Queste le parole di Giorgio Cremaschi (Fiom) in diretta a Tgcom24 commentando i dati allarmanti sulla disoccupazione in Italia. Sui dati dei tavoli aperti e delle vertenze in corso aggiunge Cremaschi: «Questa è la punta dell’iceberg perchè qui si parla solo dei grandi gruppi industriali e di realtà sindacali organizzati. Sotto queste ci sono decine di migliaia di realtà di lavoro con persone che finiscono sulla strada. Siamo di fronte alla più grande crisi produttiva del Paese dal dopoguerra».

03/09/2012 10:12 | ECONOMIAITALIA (da ControLaCrisi.org)

 

 

SE LOTTI IN DIFESA DEGLI SFRUTTATI, TI DENUNCIANO !!

PRC TORTONA:
DENUNCIATI BRACCIANTI E MILITANTI PER LA LOTTA A CASTELNUOVO SCRIVIA CONTRO SFRUTTAMENTO
Apprendiamo da un giornale locale tortonese di essere tra i denunciati per concorso in violenza privata (sic!), tutti manifestanti del Presidio di Castelnuovo Scrivia , in occasione dei blocchi stradali di agosto che hanno impedito o ritardato i rifornimenti dei camion della grande distribuzione in carico verso l’Azienda Lazzaro, indagata a sua volta dalla Procura di Torino (indagini affidate al giudice Guariniello) per riduzione in schiavitù, frode fiscale, violazione delle leggi sull’immigrazione, etc. etc.
I blocchi erano azioni di protesta a fronte di tutto questo, decisi ed attuati dai lavoratori e dai solidali. Denunciati i braccianti, alcuni sindacalisti, le compagne del Prc Tortona , un compagno delle Brigate di Solidarietà Attiva di Pavia, membri di alcune associazioni tortonesi e alcuni privati cittadini che hanno partecipato alle azioni di protesta in solidarietà ai braccianti.
Tutto ciò risulta ancora più grave di fronte alla palese illegalità di un’Azienda che, di fronte ad indagini, accuse, vertenze aperte, scandalo e rimbalzo mediatico su tutti i media nazionali, continua a lavorare indisturbata ed è ormai quasi riuscita a liberarsi dei lavoratori che hanno squarciato il velo dell’invisibilità e si sono ribellati. Un’ Azienda che oggi, poco per volta, lascia a casa chi ha parlato e fa lavorare una cooperativa di Brescia, con altri migranti sfruttabili e ricattabili.
Non pensiamo esista solo il caso Lazzaro, anzi siamo sempre più convinti che vi sia un sistema diffuso costruito su schiavismo e sfruttamento, al sud come al nord. Questo è un caso emblematico in provincia, però. Qui i lavoratori hanno parlato, giocandosi davvero tutto, clandestini compresi.
Non è accettabile che chi è stato sfruttato e umiliato si veda anche denunciare perché rivendica con forza i propri diritti : questo vale per tutti i lavoratori, al di là delle loro origini. Certo è però che il clima che si respira è un clima razzista (pensiamo al famoso cartello affisso sul palo fuori dall’Azienda), è un clima di repressione e di intimidazione: un clima che noi non intendiamo accettare.
Lo diciamo serenamente: la vicenda non è ancora chiusa e non sarà l’ennesima denuncia a fermarci; esiste un problema che va oltre questa Azienda e ci chiama tutti in causa: è il clima di omertà che si respira attorno a questa faccenda.
Invitiamo tutti i solidali che leggono e che rifiutano benessere e cibo costruiti con lo sfruttamento di uomini e donne, fratelli e sorelle, ad esprimere la massima solidarietà a questi lavoratori e a chi ha lottato e lotta insieme a loro. Ne hanno bisogno, ne abbiamo bisogno: perché in molti, in troppi, non vedono l’ora che cali di nuovo il silenzio su tutto questo..l’omertà, ancora una volta.PRC TORTONA

Da Controlacrisi.org (01/09/2012)

Castelnuovo Scrivia

Le cronache timidamente, quando queste situazioni vengono alla luce, ci danno informazioni sulle indegne condizioni dei braccianti agricoli nelle aziende del sud Italia, ma siamo così sicuri che cose cose accadono solo al sud? Siamo a Castelnuovo Scrivia, una bella cittadina in provincia di Alessandria; tra chiese romaniche e affreschi antichi c’è un mondo di sfruttamento, mantenuto nascosto fin troppo a lungo. Da più di una settimana un gruppo di braccianti agricoli della azienda Lazzaro di Castelnuovo Scrivia ha deciso di manifestare contro le indegne condizioni lavorative alle quali sono sottoposte dai propri datori di lavoro. Già, proprio così, nel nord svilupatissimo, nella Padania campionessa del lavoro, ci sono ancora persone costrette a lavorare nei campi per 12-15 ore in cambio di una misera retribuzione di un’euro. Sembrano questi scenari di fine ottocento, quando, anche dalle nostre parti, si era costretti a scioperare a lungo per chiedere dei basilari diritti. Ma non siamo più nel 1800, siamo nel 2012 e alcuni diritti dovrebbero essere garantiti senza alcuna esitazione. E come possiamo stupirci se gli attori di questa giustissima protesta sono quaranta uomini e donne di origine marocchina? Non è un caso che lo sfruttamento avviene sempre contro persone più deboli e incapaci di difendersi compiutamente. Senza questa manifestazione pochi sarebbero venuti a conoscenza della non rosea situazione del lavoratori dell’Azienda Lazzaro e forse i Sindacati non se ne sarebbero interessati tempestivamente, tuttavia la CGIL ha risposto al presidio e si è fatta carico degli interessi di quelle persone.  Anche Rifondazione Comunista si è interessata al presidio e sin da subito Compagni di Tortona, Voghera e Pavia hanno dato una mano agli scioperanti nel loro presidio. Il Segretario Ferrero ha fatto visita più volte ai lavoratori e alle lavoratrici, portando la fattiva solidarietà del Partito. È indubbio che occorra grande solidarietà per il coraggio manifestato da quei lavoratori costretti ad un lavoro duro e scarsamente retribuito, ennesima testimonianza del fatto che ai “padroni”, tanto interessati al profitto, poco interessa delle condizioni umane di coloro i quali si trovano a lavorare. Chiedo scusa per questo linguaggio che potrà apparire “retrò”, ma lo sfruttamento dei lavoratori, l’annullamento di ogni diritto ci proietta verso tristi scenari. Per questa ragione manifestazioni simili devono avere una giustissima visibilità. Lunedì venturo ci sarà un nuovo incontro tra sindacati e “associazioni datoriali”, intanto l’azienda ha ripreso sfrontatamente a lavorare.

Lavoro, la truffa del reintegro

Non avrei mai pensato di rivolgere al presidente Monti e al ministro Fornero la stessa domanda (retorica) tante volte fatta a B&C: ma ci siete o ci fate? E invece… L’art. 14 comma 7 del ddl sulla riforma del lavoro (Tutele del lavoratore in caso di licenziamento illegittimo) dice: “il giudice che accerta la manifesta insussistenza del fatto posto a base del licenziamento per giustificato motivo oggettivo (sarebbe il licenziamento per motivi economici) applica la medesima disciplina di cui al quarto comma del medesimo articolo” (il reintegro ). E, poco più avanti: “nelle altre ipotesi in cui accerta che non ricorrono gli estremi del predetto giustificato motivo, il giudice applica la disciplina di cui al quinto comma”. Che consiste nel dichiarare “risolto il rapporto di lavoro con effetto dalla data del licenziamento e condannare il datore di lavoro al pagamento di un’indennità risarcitoria onnicomprensiva” (l’indennizzo).

TUTTO RUOTA intorno a due paroline: “manifesta insussistenza”. Cosa vogliono dire? In linguaggio comune è semplice: il fatto posto alla base del licenziamento non esiste; perciò il lavoratore va reintegrato nel posto di lavoro, poche storie. Ma, per un giurista, insussistenza senza aggettivi è cosa diversa dall’insussistenza “manifesta”. Il giurista si chiede: ma perché questi hanno sentito il bisogno di scrivere che l’insussistenza deve essere “manifesta”? Un fatto o sussiste o non sussiste; quanto sia complicato accertare che esista non incide sulla sua esistenza, solo sulla difficoltà della prova.

Per capirci meglio, un assassino va condannato sia che lo si becchi con il coltello sanguinante in mano, sia che la sua responsabilità emerga dopo un complicato lavoro di indagine (movente, alibi, testimonianze etc). Dunque, pensa il giurista, questi hanno scritto “manifesta insussistenza” proprio per differenziare questi casi da quelli in cui c’è l’insussistenza semplice; e per differenziare il trattamento conseguente, reintegro nel primo caso, solo indennizzo nel secondo.

Come tecnica legislativa non è una novità. Quando, in un processo, si solleva un’eccezione di illegittimità costituzionale, il giudice la accoglie solo quando la questione non è “manifestamente infondata”. Se è sicuro che la legge è conforme alla Costituzione, respinge l’eccezione. Insomma, solo quando il giudice ha qualche dubbio sulla costituzionalità della legge (o, naturalmente, quando è sicuro che sia incostituzionale), chiede alla Corte costituzionale di valutare. Ne deriva che la Corte non riceve tutte le questioni di illegittimità costituzionale ma solo quelle che i giudici ritengono “non manifestamente” infondate. Può darsi che tra le altre, quelle che il giudice ha respinto (sbagliando), ce ne fossero di fondate; ma la loro fondatezza non era “manifesta”; e quindi…

Tornando all’art. 18, siccome i criteri di interpretazione giuridica delle leggi questi sono (art. 12 del codice civile), ne deriva che il giudice potrà reintegrare il licenziato solo quando, da subito, senza indagini, senza prove, “manifestamente ”appunto, è sicuro che il motivo economico non sussiste. Se invece dubita, se per decidere deve acquisire prove, allora niente reintegro. E cosa al suo posto? Ma è chiaro, l’indennizzo. E infatti Monti-Fornero lo dicono espressamente: “nelle altre ipotesi”, cioè quando l’insussistenza del motivo economico va accertata con una normale istruttoria dibattimentale (prove, testimonianze, perizie), quando dunque non è “manifesta”, di reintegro non se ne parla. Magari alla fine salterà fuori che il motivo economico non c’è; ma, siccome è stato necessario un vero e proprio processo per rendersene conto, niente reintegro, solo un po’ di soldi.

DA QUI DERIVANO TRE CONSEGUENZE MICIDIALI:

LA PRIMA:
Il reintegro per motivi economici non ci sarà mai. Davvero si può pensare che un’azienda licenzi con motivazioni che da subito, senza alcun dubbio, “manifestamente”, si capisce che sono una palla? Se anche la motivazione economica è infondata, sarà certamente motivata bene; e quindi sarà necessario un normale processo, come si fa sempre. Solo che, a questo punto, l’insussistenza del motivo economico, anche se accertata, non è “manifesta”; e il lavoratore non potrà essere reintegrato.

LA SECONDA:
I giudici saranno in un mare di guano. Perché, in alcuni casi, l’insussistenza del motivo economico ci sarà; ma, per essere sicuri, un po’ di istruttoria va fatta. Un giudice non può dire: “È così’”. Deve motivare perché è così; e per questo è necessaria l’istruttoria. Ma, se la fa, addio reintegro. Mica male come dilemma.

LA TERZA:
Aseconda dell’interpretazione che il giudice darà del concetto “manifesta insussistenza” gli diranno che è uno sporco comunista o uno sporco capitalista. Della serie: “Se la mente del giudice funziona, la legge è sempre buona” (Snoopy sul tetto della sua cuccia). “Certo che con questi giudici…; anche le leggi migliori, che il sindacato si è ammazzato per ottenerle (o che il governo si è dannato per scriverle), non funzioneranno mai. La responsabilità per gli errori dei magistrati, ecco quello che ci vuole”.

Ma, a questo punto: davvero Camusso & C, Bersani & C, a tutto questo non ci hanno pensato? O si sono accontentati di una (finta) dimostrazione di forza, del tipo: “Abbiamo costretto il governo etc etc; guardate come siamo bravi”?

25/06/2012 09:55 | LAVOROITALIA | Fonte: jack’s blog | Autore: bruno tinti (Da controlacrisi.org)


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