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La tagliola del jobs act

renzi

Non c’è spa­zio per media­zioni sul jobs act. «Dal primo gen­naio deve entrare in vigore, è la dead line», dice Renzi ai par­la­men­tari del suo par­tito. Un avver­ti­mento a chi è con­tra­rio: non c’è tempo per navette con il senato, il testo è quello anche per­ché biso­gnerà con­si­de­rare il tempo neces­sa­rio per far vistare alle com­mis­sioni i decreti dele­gati pre­pa­rati dal governo.

Ieri sera il pre­si­dente del Con­si­glio è com­parso in tele­vi­sione da Bal­larò. In onda con un’intervista regi­strata men­tre fisi­ca­mente era già alla riu­nione dei gruppi par­la­men­tari alla camera (esor­dio con una pro­messa: «Gio­vedì chiu­diamo con l’elezione dei giu­dici costi­tu­zio­nali, ma ora un applauso a Vio­lante»). In onda a tutti i costi, pas­sando sopra lo scio­pero degli ope­ra­tori di ripresa un po’ come l’altro giorno era sfi­lato in una fab­brica di Bre­scia dalla quale erano stati allon­ta­nati gli ope­rai. Per man­dare in onda (quasi) rego­lar­mente il talk show di prima serata su Rai3, infatti, viale Maz­zini ha dovuto fare i salti mor­tali. Coman­dando alle tele­ca­mere tre fun­zio­nari dell’azienda e per­sino un diri­gente, il vice­di­ret­tore di Rai2 Mas­simo Lava­tore — effet­ti­va­mente vice­di­ret­tore per la «pia­ni­fi­ca­zione eco­no­mica e mezzi» che ha in car­riera tra­scorsi da ope­ra­tore, e dun­que sa dove met­tere le mani. La denun­cia è del sin­da­cato auto­nomo delle tele­co­mu­ni­ca­zioni Sna­ter, che ha deciso l’astensione per pro­te­sta con­tro la pra­tica di «uti­liz­zare per coprire gli eventi uno, al mas­simo due dipen­denti, per lo più tec­nici invece di una squa­dra di ope­ra­tori». Davide Di Pie­tro della segre­ta­ria nazio­nale Sna­ter, e ope­ra­tore di Bal­larò, a fine gior­nata spiega che lo scio­pero degli ope­ra­tori di Roma è riu­scito per­fet­ta­mente, costrin­gendo la Rai a far sal­tare tutte le tra­smis­sioni in diretta (Agorà, La prova del cuoco) e a ripren­dere i Tg con solo le tele­ca­mere fisse. Porta a porta e Uno mat­tina hanno man­dato vec­chie pun­tate in replica. Ma Bal­larò, già in dif­fi­coltà con gli ascolti, non poteva rinun­ciare alla pun­tata di ieri. E per non far sal­tare Renzi negli studi di Rai3 ecco arri­vare un diri­gente in fun­zioni da ope­ra­tore, in pre­stito dall’altro canale.
Pro­ba­bil­mente a causa dei troppi pal­co­sce­nici, si evi­den­zia qual­che pro­blema di coor­di­na­mento tra le dichia­ra­zioni, visto che men­tre Renzi annun­ciava ai par­la­men­tari Pd che «la legge di sta­bi­lità è rivo­lu­zio­na­ria per­ché riduce la pres­sione fiscale», il mini­stro dell’economia Padoan spie­gava in audi­zione not­turna alla camera che la pres­sione fiscale con la mano­vra salirà dello 0,3% entro il 2017».

Intanto il pre­si­dente del Con­si­glio ha deciso di can­cel­lare la visita a Napoli, che lui stesso aveva annun­ciato per sabato pros­simo. Le ragioni sono facil­mente com­pren­si­bili, visto che in città i movi­menti gli sta­vano pre­pa­rando da tempo una pes­sima acco­glienza, con cor­teo da Fuo­ri­grotta a Bagnoli. La gior­nata si annun­ciava assai più tesa di quella già non tran­quilla appena tra­scorsa a Bre­scia. Oltre alle con­te­sta­zioni di piazza, il pre­si­dente del Con­si­glio avrebbe tro­vato l’ostilità dichia­rata della giunta de Magi­stris, rima­sta scot­tata da una fidu­cia ini­ziale ripa­gata con il com­mis­sa­ria­mento dell’amministrazione comu­nale per le opere di risa­na­mento di Bagnoli. La rinun­cia è un evi­dente fuga, così men­tre cen­tri sociali e movi­menti di lotta napo­le­tani con­fer­mano la pro­te­sta del 7 novem­bre, l’ufficio stampa di palazzo Chigi prova a spie­gare che «Renzi non è pre­oc­cu­pato da even­tuali con­te­sta­zioni» e «visi­terà alcuni comuni del sud entro la fine del mese».

Ieri ha par­lato anche Gior­gio Napo­li­tano, e alcune sue parole pro­nun­ciate in occa­sione delle cele­bra­zioni per la festa delle Forze Armate sono ser­vite a con­fer­mare e rilan­ciare l’allarmismo esi­bito a Bre­scia da Renzi. Se il pre­si­dente del Con­si­glio aveva detto che c’è «un dise­gno per divi­dere», il pre­si­dente della Repub­blica è pas­sato rapi­da­mente dall’allarme per gli atten­tati dell’Isis ai rischi interni. «Vi è il rischio — ha detto Napo­li­tano — che sotto la spinta esterna dell’estremismo e quella interna dell’antagonismo, e sull’onda di con­trap­po­si­zioni ideo­lo­gi­che pure così datate e inso­ste­ni­bili, pren­dano corpo nelle nostre società rot­ture e vio­lenze di inten­sità forse mai vista prima».

05/11/2014 09:29 | POLITICAITALIA | Fonte: Il Manifesto | Autore: Andrea Fabozzi (da controlacrisi.org)

Presto robot al posto di operai

robotPresto robot al posto di operai. La soluzione? Investire su welfare e conoscenza per una nuova e buona occupazione.

Il direttore delle risorse umane di Volkswagen, Horst Neumann, sul quotidiano “Suddeutsche Zeitung” ha sostenuto senza mezzi termini che il turn-over nel campo dell’automazione industriale è di fatto finito. Perché? Semplicemente perché al posto di coloro che stanno andando in pensione “prenderemo i robot”, ha affermato. Non deve certo meravigliare un’ipotesi del genere, che si regge su due elementi oggettivi pesanti: il contenimento delle spese e l’evoluzione della tecnologia: “Non potremo rimpiazzare tutti i lavoratori con altri assunti perché il costo del lavoro in Germania è superiore ai 40 euro all’ora, nell’Europa dell’est è a undici, in Cina siamo persino sotto i 10”, ha scritto Neumann. Inoltre, i robot di nuova generazione possono effettuare attività ripetitive con una velocità e una precisione ben superiori rispetto agli esseri umani.

Non è certo una scoperta della casa automobilistica tedesca. La Foxconn, azienda taiwanese che assembla dispositivi elettronici per la maggior parte dei big dell’hi-tech e tristemente nota per i suicidi dei propri operai, introdurrà nei prossimi anni migliaia di robot per sostituire gli umani. Questi robot sarebbero già in fase finale di test e presto potrebbere essere utilizzati nei vari stabilimenti dell’azienda.

A fronte di questa “rivoluzione-involuzione” industriale, che non può che produrre un aumento esponenziale di disoccupazione di umani nel campo del lavoro di fabbrica, serve una riflessione su quale occupazione va sostenuta in futuro, abbandonando questo legame morboso nei confronti di una fotografia di organizzazione del lavoro che pare essere sempre più sbiadita e poco legata alla realtà dei giorni nostri.

Oggi e domani bisogna investire e creare nuova occupazione nell’ambito del welfare e della conoscenza, potenziando processi di redistribuzione del benessere, di crescita del sapere e della cultura. Gli operai del futuro saranno operai sociali, operai della scuola, operai della ricerca, operai del benessere. Fantascienza? Sì, ma dobbiamo essere consapevoli del fatto che siamo giunti proprio nell’epoca della fantascienza!

11/10/2014 00:03 | LAVOROINTERNAZIONALE | Fonte: controlacrisi.org

AUTUNNO

vauro

Un autunno che non può essere rituale, come dimostra la lotta dei facchini.
Ieri mattina altri due facchini sono stati arrestati a Milano dopo che il loro presidio era stato attaccato dai crumiri e dalla Polizia. Renzi direbbe che questa lotta è ideologica, i grillini o altri ancora direbbero che questa lotta è violenta e non democratica dato che non si permette – attraverso il picchetto – ad altri lavoratori (i crumiri) di entrare al lavoro. In questi ultimi mesi, i facchini della logistica appoggiati da un piccolo ma combattivo sindacato come il Si Cobas hanno dato una enorme lezione di come si lotta in un paese disciplinato alla concertazione ed al “calma regaz”.
La lotta dei facchini assieme a quelle in difesa del diritto all’abitare sono state sicuramente le più interessanti e vivaci degli ultimi tempi, ed hanno visto il protagonismo di un sindacato sociale, metropolitano, che seppur dentro moltissime contraddizioni è riuscito a resistere alle ondate repressive che hanno colpito gli esponenti di spicco di queste lotte. Non è poca cosa, in un periodo di crisi. Non è un caso che la composizione sociale di questi lavoratori segni un elemento di novità da indagare, molti di loro infatti sono diventati sul campo delegati sindacali, ed hanno dimostrato una disponibilità al conflitto che non si vedeva da decenni. Forse perchè hanno tutto da guadagnare, o forse perchè hanno conosciuto altri sindacati. Fatto sta, che in alcuni casi queste lotte hanno vinto, ed in altri ancora pur avendo perso sono riuscite a dimostrare una cosa, che lottare vuol dire costruire coscienza ed organizzazione, che lottare vuol dire costruire soggettività sociale. Ora, ha davvero poco senso chiedere alla Camusso di riflettere su queste lotte, e di dialogare con i sindacati di base e movimenti conflittuali.
Si può invece chiedere alla Fiom di rifletterci. Si può chiederle di non giocarsi la carta d’autunno con la solita ritualità, come ha fatto in altre occasioni nel passato. Si può chiederle di guardare con estremo interesse allo sciopero del 16 ottobre indetto dai facchini del Si Cobas e di guardare con interesse crescente a quello che stanno facendo i sindacati di base in questi mesi. Una riflessione senza telecamere e senza proclami, e senza spirito di polemica ma per provare a capire collettivamente su cosa sarà il sindacato che verrà. Questo autunno non potrà essere l’autunno scorso e il tempo delle sole parole per provare a cavarsela è finito per tutti, anche per la Fiom. Occorre farsi domande serie sul perché poche centinaia di facchini, determinati hanno bloccato e fatto male ai padroni come si faceva un tempo. Prova a riflettere, cara Fiom, su cosa sarebbe uno sciopero sociale generalizzato, dentro il quale tutti possono collocare in autonomia la propria azione contro questo Governo e la controriforma del lavoro. Prova a riflettere se insomma gli operai oltre che fare le solite manifestazioni romane escono dalle fabbriche e si mettono in mezzo alle strade bloccando il paese, come si faceva un tempo, costi quel che costi.
Ieri mattina altri due facchini sono stati arrestati a Milano dopo che il loro presidio era stato attaccato dai crumiri e dalla Polizia. Renzi direbbe che questa lotta è ideologica, i grillini o altri ancora direbbero che questa lotta è violenta e non democratica dato che non si permette – attraverso il picchetto – ad altri lavoratori (i crumiri) di entrare al lavoro. In questi ultimi mesi, i facchini della logistica appoggiati da un piccolo ma combattivo sindacato come il Si Cobas hanno dato una enorme lezione di come si lotta in un paese disciplinato alla concertazione ed al “calma regaz”.
La lotta dei facchini assieme a quelle in difesa del diritto all’abitare sono state sicuramente le più interessanti e vivaci degli ultimi tempi, ed hanno visto il protagonismo di un sindacato sociale, metropolitano, che seppur dentro moltissime contraddizioni è riuscito a resistere alle ondate repressive che hanno colpito gli esponenti di spicco di queste lotte. Non è poca cosa, in un periodo di crisi. Non è un caso che la composizione sociale di questi lavoratori segni un elemento di novità da indagare, molti di loro infatti sono diventati sul campo delegati sindacali, ed hanno dimostrato una disponibilità al conflitto che non si vedeva da decenni. Forse perchè hanno tutto da guadagnare, o forse perchè hanno conosciuto altri sindacati. Fatto sta, che in alcuni casi queste lotte hanno vinto, ed in altri ancora pur avendo perso sono riuscite a dimostrare una cosa, che lottare vuol dire costruire coscienza ed organizzazione, che lottare vuol dire costruire soggettività sociale. Ora, ha davvero poco senso chiedere alla Camusso di riflettere su queste lotte, e di dialogare con i sindacati di base e movimenti conflittuali.
Si può invece chiedere alla Fiom di rifletterci. Si può chiederle di non giocarsi la carta d’autunno con la solita ritualità, come ha fatto in altre occasioni nel passato. Si può chiederle di guardare con estremo interesse allo sciopero del 16 ottobre indetto dai facchini del Si Cobas e di guardare con interesse crescente a quello che stanno facendo i sindacati di base in questi mesi. Una riflessione senza telecamere e senza proclami, e senza spirito di polemica ma per provare a capire collettivamente su cosa sarà il sindacato che verrà. Questo autunno non potrà essere l’autunno scorso e il tempo delle sole parole per provare a cavarsela è finito per tutti, anche per la Fiom. Occorre farsi domande serie sul perché poche centinaia di facchini, determinati hanno bloccato e fatto male ai padroni come si faceva un tempo. Prova a riflettere, cara Fiom, su cosa sarebbe uno sciopero sociale generalizzato, dentro il quale tutti possono collocare in autonomia la propria azione contro questo Governo e la controriforma del lavoro. Prova a riflettere se insomma gli operai oltre che fare le solite manifestazioni romane escono dalle fabbriche e si mettono in mezzo alle strade bloccando il paese, come si faceva un tempo, costi quel che costi.
24/09/2014 14:10 | LAVOROITALIA | Autore: fabrizio salvatori (DA CONTROLACRISI.ORG)

Il contratto a termine e la débâcle del Pd

ccnlLa soddisfazione con cui i partiti di centro destra hanno salutato l’ultima versione, uscita dalla Commissione del Senato, del Decreto sui contratti a termine e apprendistato è la miglior certificazione non solo degli ulteriori e quasi incredibili peggioramenti di una legge già pessima, ma della vera e propria banca rotta – non c’è altra parola – della rappresentanza parlamentare del Partito Democratico.

Con la sola meritoria eccezione dell’On. Fassina, i parlamentari del Pd si sono lasciati soggiogare da alcuni notissimi nemici storici dei lavoratori e dei sindacati, a cominciare dall’On. Sacconi.
Ed hanno infine accettato un testo normativo che mai i governi Berlusconi sarebbero riusciti ad ottenere a scapito dei lavoratori e di cui invece il «democratico» Renzi ed il «comunista» Poletti vanno invece addirittura fieri.
Ma occorre venire subito al merito, perché ognuno possa giudicare per proprio conto se questi giudizi drastici siano o meno fondati e per questo articoliamo almeno due punti.

1) Il «fondo» del problema è ben conosciuto ed è già stato illustrato in altre occasioni: con il decreto Poletti i contratti a termine diventano «acausali», vale a dire possono essere conclusi senza una motivazione specifica anche se l’esigenza lavorativa che il lavoratore è chiamato a soddisfare non è temporanea bensì permanente. E’ allora innegabile che il contratto a termine «acausale» abbia una sola finalità: quella di tenere il lavoratore sotto il perpetuo ricatto del mancato rinnovo, né il lavoratore può sperare nella regola per cui dopo 36 mesi dovrebbe passare comunque a tempo indeterminato, perché per questo occorrerebbe che il datore gli faccia un ulteriore contratto che invece non gli farà mai potendo assumere al suo posto un nuovo precario.

Ci si aspettava che di fronte ad una così chiara violazione della dignità del lavoratore, contraria anche allo spirito e alla lettera della normativa europea, i parlamentari del Pd, maggior partito della coalizione, reagissero: invece hanno trangugiato con la massima indifferenza la “acausalità” e fissato, in cambio, un falso obiettivo, onde poter poi vantare falsi successi.

Il falso obiettivo è consistito nel ridurre le possibili proroghe di un contratto acausale da 8 a 5 il che però, come si comprende, non sposta di un millimetro il problema del potere ricattatorio consegnato al datore. Anche perché, come subito notato dai giuristi, una cosa è la proroga di un contratto altra cosa è il suo rinnovo ossia la stipula di un altro successivo contratto del tutto analogo: in altre parole dopo avere prorogato per cinque volte un contratto acausale a termine, niente impedisce di stipulare un altro contratto simile con le sue cinque proroghe e così via. Eppure i parlamentari Pd hanno avuto il coraggio di vantare questo inganno, o autoinganno, come un successo politico.

2) Esisteva tuttavia oltre alla causale del contratto un altro seppur meno efficace argine contro l’abuso dei contratti precari, vale a dire il loro “contingentamento” o fissazione di una percentuale insuperabile, all’interno di una stessa azienda rispetto al numero dei rapporti a tempo indeterminato.

E’ una misura di salvaguardia antica risalente a più di vent’anni fa e adottata già dalla Legge n. 56/1987 che, appunto, demandava i contratti collettivi di stabilire quella percentuale massima che è stata per lo più poi fissata dai Ccnl nel 15-20 per cento per tutte le tipologie precarie ivi comprese, quando sono state introdotte, le somministrazioni di lavoro.
Va notato che la giurisprudenza della Corte di Cassazione in tutti questi anni è stata concorde nell’affermare che in caso di stipula di un contratto precario oltre la percentuale, questo “sforamento” comportasse la sua automatica trasformazione a tempo indeterminato (es. Cass. n. 7.645/2011).

Orbene il Decreto Poletti nella sua versione originale prevedeva una percentuale massima del 20 per cento, comprensiva sia di contratti a tempo determinato sia rapporti di lavoro somministrato, ma già in Commissione lavoro della Camera questi ultimi non sono più stati considerati compresi del 20 per cento col bel risultato che chi ha raggiunto la soglia del 20 per cento potrà continuare tranquillamente ad aggiungere altri rapporti a tempo determinato seppur somministrati tramite agenzia. Sembra addirittura che i parlamentari del Pd si siano fatti imbrogliare da qualcuno che ha raccontato loro che i lavoratori somministrati non sono veri precari perché avrebbero in realtà un rapporto a tempo indeterminato con l’agenzia, il che invece accade non più di una volta su dieci. Come che sia il limite del 20 per cento è stato così aggirato

Ma restava ancora un punto importante e cioè il principio che il suo superamento avrebbe comportato la trasformazione a tempo indeterminato dei rapporti eccedenti. Ebbene, anche su questo i parlamentari del Pd sono stati pronti al grosso passo indietro, a genuflettersi ai Poletti, ai Sacconi, agli Ichino ed ad accettare che il testo normativo preveda, invece della trasformazione, una semplice sanzione amministrativa per lo «sforamento».

Sarebbe come prevedere che chi dà lavoro “in nero” sia soggetto, bensì, alla sanzione amministrativa ma senza più obbligo, allora, di mettere in regola il lavoratore. Si tratta di un assurdo giuridico oltre che di una vergogna politica, che l’ineffabile capo dei deputati Pd ed ex ministro del lavoro Cesare Damiano ha avuto il coraggio di definire come «differenza minimale» rispetto al testo originario.

La verità purtroppo è che alla prova dei fatti tra le forze politiche rappresentate in parlamento solo i deputati di Sel e del Movimento 5 Stelle hanno tenuto un comportamento coerente, limpido e di appassionata difesa della dignità dei lavoratori. Ora, dopo lo scontato voto di fiducia che consentirà di consumare definitivamente questo vero crimine sociale, la parola dovrà passare a quanti nei movimenti e nella società civile hanno davvero a cuore i diritti dei lavoratori cercando di rivendicarli anche nelle aule di giustizia italiane ed europee. E su questo argomento torneremo ben presto.

05/05/2014 10:23 | LAVOROITALIA | Fonte: Il Manifesto | Autore: Pier Giovanni Alleva (da Controlacrisi.org)

Proposta di legge di iniziativa popolare: firma per la il Lavoro e la Costituzione

E’ iniziata la raccolta firme per la proposta di legge di iniziativa popolare per difendere la nostra Costituzione e per un piano per il lavoro.

Potrai firmare ai nostri banchetti, nelle prossime settimane, al mercato o nelle piazze.

Clicca sull’immagine per saperne di più

pianolav

 

Costituzione Fiom. Il popolo delle tute blu invade Roma “per i diritti di tutti”

fiom

“Democrazia e Costituzione si difendono praticandole”. Non è la strabocchevole Fiom del 16 ottobre del 2010. E forse nemmeno voleva esserlo. L’effetto “Roma in rosso” dei cinquantamila in via Merulana, però c’è tutto. E lascia ancora una volta senza fiato. Dietro gli striscioni dei rappresentanti sindacali delle varie aziende, ci sono i volti segnati dalla nottataccia in pullman. Si intona solo “Bella ciao” e “Berlusconi a San Vittore”, ma certo non è il corteo amico del governo Letta. Non è un caso se vice-ministri e parlamentari del Pd se ne sono tenuti a distanza. Tante invece le bandiere del Prc, a fianco a qualcuna di Sel e di Azione civile, N5S.

Il leader della Fiom Maurizio Landini, dal palco, lancia subito il guanto di sfida: “O l’esecutivo cambia quello che han fatto Monti e Berlusconi oppure siamo pronti alla mobilitazione”. Qualcuno potrebbe obiettare che è un po’ poco per una alternativa di società, ovvero per un ruolo politico del più grande sindacato dei metalmeccanici. Difficile però sfuggire alla sensazione che la miccia è accesa. E lo slogan “questo è un inizio” suona come un impegno solenne.

Ecco perché Landini dal palco insiste tanto su democrazia e Costituzione. E’ la democrazia del “poter contare”, così ostica sia a una parte del sindacato, impastoiato in un accordo per momento ancora sui generis sulla rappresentanza, che al Governo, lanciato nella direzione opposta al risultato del voto di febbraio scorso. Quel “poter contare” scritto a chiare lettere nella Costituzione delle Repubblica italiana e per difendere la quale la Fiom mette tutto il suo peso.

Landini si tiene ben lontano dal linguaggio sindacalese. Chiama le cose con il loro nome. I nomi che definiscono la drammatica condizione delle persone, cittadini e lavoratori, in questo periodo di crisi: redistribuzione della ricchezza, patrimoniale, reddito di cittadinanza, estensione della cassa integrazione a tutti i lavoratori, ovunque collocati, tavolo sulla Fiat e sulla politica industriale. Un “programma minimo” perché a pagare la crisi non siano sempre gli stessi. E perché, soprattutto, non se ne esca con un grande salasso dei diritti in nome di quella competitività tra poveri che davvero potrebbe trasformare la crisi in tragedia. Insomma, c’è il rischio che la famosa “uscita da destra” venga spianata proprio dal governo delle larghe intese. “Il Bangladesh non è così lontano”, sottolinea Landini riferendosi alla lotta dei facchini della logistica.

E allora i diritti, “per tutti e di tutti”. Su questo, l’intervento di uno straordinario Stefano Rodotà, galvanizzato dall’abbraccio corale della piazza, è una imperdibile lezione di diritto costituzionale spiegato alle tute blu. Un pezzo da incorniciare, che parte dall’assioma, “assenza di lavoro, assenza di democrazia”. La battaglia per uscire dalla crisi è anche la battaglia per non ridurre questo Paese retto da una sola intoccabile legge, quella del mercato. “Non possiamo aspettare oltre”, chiude Rodotà in mezzo ad un diluvio di applausi.

“Grazie di esistere” urla dal palco Gino Strada, che fa un quadro drammatico del Bel Paese, “in cui ogni giorno ci sono 600 nuovi poveri e in un mese si perdono centomila posti di lavoro”. Difficile uscirne se quelli che stanno al comando, dice Strada, pensano a “soddisfare i bisogni della banche più che quelli delle persone”. Landini su questo usa tutta la diplomazia possibile, ma anche tutta la determinazione necessaria: “Come si puo’ essere al governo con Berlusconi ed avere paura di essere qui in questa piazza? Noi siamo la parte migliore di questo paese”. E nel retropalco Sergio Cofferati, europarlamentare del Pd, commenta: ”Speravo in un comunicato di condivisione degli obiettivi della Fiom come si faceva un tempo, distinguendo i ruoli. Quelli della Fiom sono obiettivi giusti, sono i problemi di milioni di persone che la sinistra politica come il sindacato deve rappresentare in tutte le forme”.

Landini fa a pezzi anche i generici impegni sul lavoro. Quello che manca, e che ancora non si intravede, per Landini, e’ un piano straordinario per l’occupazione che assieme ad una nuova politica industriale riesca a gettare le basi per superare tutte le piu’ grandi crisi aziendali. “In Italia il vero problema non e’ il costo del lavoro ma il fatto che se non investi, se non fai nuovi prodotti, continuerai a perdere sempre quote di mercato”, ammonisce, ribadendo la necessita’ “che si rilanci un piano con cui tornare ad investire anche nel settore pubblico come fa la Germania, la Francia e gli Usa… che non mi paiono paesi del socialismo reale”, aggiunge. E indica anche un modo per reperire le risorse, attingere da quei cento miliardi immobilizzati negli impieghi dei fondi pensioni. Che poi non si dica che la Fiom protesta e basta. “Se aspettiamo – sottolinea il leader della Fiom – c’è il rischio di raccogliere solo macerie”.

Infine, un passaggio Landini lo lascia anche per la Cgil, che in queste ore si sta affannando su un improbabile accordo sulla rappresentanza con Confindustria: “C’è un avanzamento – ammette Landini – ma ci deve essere il diritto di voto dei lavoratori e non le sanzioni sullo sciopero”. Tra gli altri, è intervenuto anche Nicola Nicolosi, della segreteria nazionale della Cgil, fischiatissimo al grido di “Sciopero generale”.

18/05/2013 19:20 | POLITICAITALIA | Autore: fabio sebastiani (Da Controlacrisi.org)

Marchionne come il marchese del grillo… e i sottoposti firmano!

by fabur49
di Sergio Bellavita (da www.rete28aprile.it)
Marchionne Bonanni
Io sono io e voi non siete un …
Si potrebbe sintetizzare cosi l’esito della lunga finta trattativa per il rinnovo del contratto specifico Fiat, cioè l’accordo di Pomigliano esteso a tutto il gruppo. Pochi spiccioli ai lavoratori, ma non ai cassintegrati. Un bel risparmio per un gruppo che fa abbondantemente uso della cassa integrazione, giusto quello che consente al già super pagato manager Marchionne di devolversi 9 milioni di euro in piu…
L’intesa, sottoscritta da Fismic, Fim, Uilm, Quadri, peggiora così, pur attribuendo un incremento dei minimi di 40 euro mensili per un totale di 25 euro in più all’anno rispetto al contratto Federmeccanica, il tristemente noto accordo della vergogna rinnovato lo scorso anno. E’ sempre più urgente definire una strategia rivendicativa e contrattuale, dalla condizione di lavoro alla politica industriale, all’altezza dello scontro che viene imposto. Senza la riapertura del conflitto la linea del sindacalismo complice e sottoposto continuerà a produrre danni enormi ai lavoratori ed alle lavoratrici.

Brazzoli – Arioli: soldi pubblici da un lato e 25 licenziamenti dall’altro!

Senago, 11 gennaio 2012 – Nuova operazione per il Fondo Italiano di Investimento che, insieme a Varese Investimenti, ha promosso l’aggregazione tra Arioli e Brazzoli, due importanti eccellenze italiane operanti nell’ambito della filiera meccanotessile. (leggi qui tutto l’articolo sul sito ARIOLI)

foto_azienda

E’ ufficiale l’acquisizione della storica azienda senaghese Brazzoli da parte del gruppo ARIOLI che, pur essendo decismaente più piccola, con un’operazione finanziaria che utilizza soldi pubblici, ha recentemente concluso l’affare.

Ne parla anche il quotidiano economico ilsole24ore che apprezza ed elogia l’operato delle due aziende e vanta la loro capacità imprenditoriale costruita quasi interamente con i soldi pubblici (di altri quindi, non loro), dimenticando completamente che 25 lavoratori sono ora sul lastrico e prossimi alla mobilità.

Si, da un lato si prendono soldi pubblici per fondere due aziende con lo scopo di renderle più forti e dall’altro si licenziano 25 persone, mettendone le famiglie sul lastrico, dimenticando che esiste anche la responsabilità sociale d’impresa sancita dall’articolo 41 della nostra costituzione e promossa altresì dalla comunità europea.

Ed il pericolo non finisce qui, visto che tra i lavoratori s’insinuano voci sulla possibile delocalizzazione della fabbrica senaghese. Forse anche agli amministratori del nostro Comune potrebbe interessarsene qualcosa.

leggi l’articolo del sole24ore

UNA PENSIONE, UN LAVORO PER UNA ESISTENZA LIBERA E DIGNITOSA

murales chile

 
La Costituzione della Repubblica Italiana stabilisce fra i principi fondamentali una norma, l’articolo 36: il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro ed in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa.
Oggi più che mai questo diritto fondamentale viene di fatto eluso, dimenticato, in buona parte anche tradito dalle massime cariche dello Stato, dai governi e dalle maggioranze parlamentari che approvano leggi capestro su pensioni e politiche del lavoro, cosiddette “riforme” che vanno contro i diritti dei lavoratori, dei pensionati e delle future generazioni: leggi e scelte governative che rafforzano e legittimano ancor più lo strapotere delle organizzazioni padronali e dei manager come Marchionne, che alla Fiat pratica solo la strada dei bassi salari, della precarietà e del ricatto, soprattutto con gli operai iscritti alla Fiom che rifiutano accordi fasulli e i soprusi aziendali.
Questo modello padronale vecchio stampo arbitrario e anticostituzionale, che fa scempio dei rapporti contrattuali e sindacali e cancella la libertà e la dignità del lavoratore, non si giustifica nemmeno con la grave crisi economica di mercato determinata dal sistema capitalistico, crisi che in modo strumentale anche il governo Monti e la Fornero hanno utilizzato a piene mani a giustificazione delle scelte politiche dei tagli e sacrifici a senso unico, con il sostegno di Alfano, Bersani e Casini e il borbottio dei segretari della Cisl e della Uil.
Tanto meno si giustifica la posizione traballante della Cgil con la sua debole risposta di lotta, insufficiente a contrastare le due pesanti controriforme attuate da Monti e Fornero: quella sul fronte delle pensioni e quella sul lavoro.
Questi gli effetti delle controriforme:  il peggioramento del sistema pensionistico, con l’allungamento dell’età pensionabile, la brutta vicenda irrisolta degli esodati e il blocco della già misera rivalutazione delle pensioni; sul fronte del lavoro, abbiamo assistito alla manomissione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori: un principio elementare di civiltà, che stabiliva che senza giusta causa non si può licenziare. Il lavoratore non può essere sottoposto all’arbitrio padronale al punto tale da poter perdere da un momento all’altro il proprio posto di lavoro senza che questo atto abbia una sua legittima giustificazione.
Per finire e non per ultimo (chissà cosa ci riserverà il futuro),  il governo Monti e la Confindustria, la Cisl e la Uil hanno firmato un accordo sulla produttività che rispecchia gli aspetti recessivi dell’articolo 8 introdotto dall’ex governo Berlusconi nella finanziaria del 2011. L’articolo 8  sostanzialmente ha svuotato il valore nazionale del Contratto Collettivo di Lavoro e  ha introdotto un sistema di deroghe che favorisce le sole imprese nella gestione del mercato del lavoro e condiziona in peggio la contrattazione aziendale sui salari, orari di lavoro, inquadramento, flessibilità e mobilità senza garantire l’occupazione.
In poche parole si lascia mano libera ad ogni singola azienda nel gestire come meglio le aggrada le condizioni di vita e di lavoro dei lavoratori. Sono misure che vanno a ledere la libertà e la dignità del lavoratore.
Bene ha fatto la Cgil a rispondere no a questo accordo sulla produttività, giudicando l’intesa un ulteriore arretramento sui salari reali e sul Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro; sarebbe importante che a questa decisione seguissero iniziative di lotta e di contrasto.
Le forze della sinistra, Rifondazione Comunista, il PdCI, la FdS, con SEL e l’IdV, con la FIOM e ANPI, di fronte a questa situazione di gravità e di disagio, sociale, politico ed economico di milioni di cittadini colpiti dai provvedimenti ingiusti del Governo Monti, hanno promosso una campagna di raccolta firme perché vengano abrogate tramite referendum popolari le odiose norme su pensioni e lavoro: la manomissione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, l’articolo 8 del decreto legge della finanziaria del 2011, la “riforma” Fornero.
Su queste questioni che riguardano i diritti Costituzionali del lavoro, per la difesa e dignità delle lavoratrici e lavoratori, le forze tutte della sinistra devono rispondere a tutto campo e con chiarezza se vogliono rappresentare ancora la classe lavoratrice, assumendo coerentemente delle posizioni politiche decise, nette e di forte critica all’attuale governo, allineato a quello precedente, e alle forze politiche che lo sostengono, tra le quali il PD, che stanno distruggendo le conquiste sociali e storiche di civiltà del mondo del lavoro e non solo.

Scheda dell’accordo sulla produttività

Produttività, la Cgil non firma ma il confronto non finisce qui. I punti dell’accordo

Un accordo che abbassa i salari reali e genera altra recessione. E’ molto netto il giudizio della Cgil sul cosiddetto accordo sulla produttività siglato definitivamente ieri pomeriggio a palazzo Chigi. In sintesi, secondo Susanna Camusso che ieri in polemica con gli altri tre sindacati confederali e con lo stesso esecutivo ha tenuto una conferenza stampa “separata” si continua a scaricare sul lavoro i costi e le scelte per uscire dalla crisi e questa e’ stata ”un’occasione persa”. La leader di Corso d’Italia ha inoltre escluso, come auspicato dallo stesso premier Mario Monti, un’adesione a posteriori all’intesa. La Cgil,preoccupata per lo spostamento del baricentro sulla contrattazione aziendale che l’accordo prevede ha detto chiaramente al Governo che la strada scelta ”e’ sbagliata”. E’ ”un altro intervento che aumenta la recessione”, ha aggiunto Camusso. Il Governo ha preso atto delle decisioni della Cgil e si e’ augurato che ci sia, ha detto Monti, ”non un ripensamento ma una evoluzione del pensiero”. ”Nessuno pensi – ha aggiunto il premier – ci sia stato l’intento di isolare alcuni rispetto ad altri”.
Nell’accordo sulla produttivita’ a partire dalla valorizzazione della contrattazione di secondo livello ci sono ”cose molto concrete” per il ministro dello Sviluppo economico, Corrado Passera che si e’ detto convinto che l’accordo portera’ con se ”piu’ salario e piu’ occupazione”. Dello stesso avviso e’ il numero uno della Cisl, Raffaele Bonanni tra i primi a dire si’ all’accordo gia’ sabato scorso mentre la Uil ha atteso lunedi’ chiedendo al Governo impegni precisi sul mantenimento della detassazione del salario di produttivita’ al 10%. ”Siamo soddisfatti – ha detto Bonanni – siamo riusciti a definire quello che serve per ridare slancio al Paese. Si da’ forza ai salari”. Secondo Angeletti l’accordo e’ utile per ”uscire dalla trappola nella quale siamo caduti dagli anni Novanta di bassa produttivita’ e bassi salari” e dovrebbe essere d’aiuto per l’aumento delle retribuzioni. La Confindustria, dispiaciuta per la mancata firma della Cgil, con il presidente, Giorgio Squinzi ha sottolineato l’intesa sia ”un elemento nuovo nelle relazioni industriali” e come si apra ora una ”nuova fase di sviluppo e occupazione”.

Scheda dell’accordo

La filosofia generale dell’accordo è che tutto il peso del contratto si sposta sul secondo livello con una ”chiara delega” per quanto riguarda la prestazione lavorativa, gli orari e l’organizzazione del lavoro ma anche con la possibilita’ di erogare una quota degli aumenti derivanti dai rinnovi dei contratti nazionali da collegarsi a incrementi di produttivita’ e redditivita’ (andamento dell’azienda) al secondo livello. Viene qui messa una pietra tombale su tutti i meccanismi di indicizzazione. Non a caso il riferimento esplicito è alla fine della scala mobile.

Il documento in dieci pagine e sette punti oltre a una premessa, contiene anche alcune richieste al Governo a partire dalla detassazione del salario di produttivita’ e dalla riduzione del cuneo fiscale. Entrambi questi punti quindi ancora non sono stati scritti nero su bianco. Il percorso dell’accordo, che da questo punto di vista può essere considerato solo un “testo quadro”, per ammissione della stessa leader della Cgil Susanna Camusso non è chiuso. Oltre alla delega al Governo, molte materie saranno sviluppate a livello di categoria, territoriale e aziendale. La “novità”, peraltro già in qualche modo prevista nell’accordo del 28 giugno, è che le nuove disposizioni potranno modificare le norme del contratto nazionale. Da questo punto di vista la Cgil ha perso la sfida che l’aveva portata ad accettare di sottoscrivere l’accordo del 28 giugno 2011.

Detassazione del salario di produttività
Lo schema della detassazione del salario di produttivita’ prevede un intervento per i redditi fino a 40.000 euro lordi con l’imposta al 10% ma anche di applicare uno sgravio contributivo sulla contrattazione di secondo livello (con un limite del 5% della retribuzione percepita).

Cuneo fiscale

Il punto prevede una riforma strutturale del sistema fiscale che lo renda ”piu’ equo” e quindi in grado di ”ridurre la quota del prelievo che oggi grava sul lavoro e sulle imprese in materia del tutto sproporzionata e tale da disincentivare investimenti e occupazione”. Le parti comunque convengono sulla necessita’ di ”condividere con il Governo i criteri di applicazione degli sgravi fiscali e contributivi definiti in materia di salario di produttivita”’.

Relazioni industriali

Il Ccnl dovrebbe dare una ”chiara delega” al secondo livello sulle materie che possono incidere sulla crescita della produttivita’ quali gli istituti che disciplinano la prestazione lavorativa, gli orari e l’organizzazione del lavoro. L’obiettivo di tutelare il potere di acquisto dei salari deve essere “coerente” con le tendenze dell’economia, del mercato del lavoro, del raffronto competitivo internazionale. Una quota degli aumenti economici derivanti dai rinnovi puo’ (deve, ndr) essere collegata a ”incrementi di produttivita’ e redditivita’ definiti dalla contrattazione di secondo livello” in modo da beneficiare delle misure di detassazione. La quota restera’ parte dei trattamenti comuni a tutti laddove non ci fosse la contrattazione di secondo livello.

Rappresentanza

Entro fine anno dovra’ essere definito un accordo e il relativo regolamento “per consentire il rapido avvio della procedura per la misurazione della rappresentanza in attuazione a quanto previsto dall’accordo del 28 giugno 2011”. Le intese dovranno prevedere disposizioni per garantire ”l’effettivita’ e l’esigibilita’ delle intese sottoscritte”. Il che vuol dire, come scrive il “Sole 24 ore”, che l’erga omnes, vero e proprio vulnus del sistema contrattuale italiano verrà superato per via autoritativa e senza un passaggio legislativo, ovvero imponendo la volontà della maggioranza. Per le organizzazioni sindacali che non si adeguano sono previste sanzioni.

Partecipazione dei lavoratori all’impresa

Si chiede che il Governo eserciti la delega prevista dalla riforma del mercato del lavoro dopo un approfondito confronto con le parti sociali. Si chiede un regime fiscale di vantaggio per la previdenza complementare e un confronto ”per favorire l’incentivazione dell’azionariato volontario dei dipendenti anche in forme collettive”.

Formazione

Le parti chiedono di rilanciare e valorizzare l’istruzione tecnico professionale ma anche di realizzare un miglior coordinamento tra il sistema della formazione pubblica e privata. Chiedono inoltre al Governo di agevolare l’attivita’ formativa nei casi di cassa integrazione o mobilita’.

Mercato del lavoro

Si chiede un confronto al Governo sui temi del lavoro ”con particolare riferimento alla verifica sugli effetti dell’applicazione della recente riforma”. Si punta alla ”solidarieta’ intergenerazionale” con percorsi che agevolino la transizione dal lavoro alla pensione.

La contrattazione collettiva

Dovra’ esercitarsi ”con piena autonomia su materie oggi regolate in maniera prevalente o esclusiva dalla legge” che incidono sulla produttivita’. In particolare si vuole affidare alla contrattazione il tema dell’equivalenza delle mansioni e l’integrazione delle competenze (demansionamento, ndr) ma anche ”la redifinizione del sistema di orari e della loro distribuzione anche con modelli flessibili”. Viene inoltre affidata alla contrattazione anche le modalita’ con cui ”rendere compatibile l’impiego di nuove tecnologie con la tutela dei diritti fondamentali dei lavoratori”. Si chiede infine che siano assunti a livello legislativo ”provvedimenti coerenti con le
intese intercorse e con la presente intesa”.

Controllo dei lavoratori

Al punto 7 del testo (ultimo comma) si fa implicito riferimento alla possibilità di modificare l’art. 4 dello Statuto dei Lavoratori che vieta il controllo a distanza della prestazione lavorativa, in ragione delle nuove tecnologie, che già per lo Statuto è materia propria della contrattazione aziendale.

22/11/2012 11:05 | POLITICAITALIA | Autore: fabio sebastiani (Da Controlacrisi.org)


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