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Maschere a Ventotene

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I teatranti sono Renzi, Merkel e Hollande. I quali nell’isola pontina, con gran fracasso di tamburi e tromboni della comunicazione padronale e anche di quel giornale che dichiara (senza vergogna) di essere stato fondato da Gramsci, tentano di mascherare la loro inanità nascondendosi dietro il Manifesto di Altiero Spinelli, un combattente tenace che di certo non avrebbe gradito. Andiamo allora al dunque e diciamo la verità.

L’idea dell’Europa federale e degli Stati uniti d’Europa concepita da Spinelli e Rossi nasce sulla premessa dell’abbattimento dell’imperialismo del capitale, del dominio assoluto dei monopoli privati e della grande finanza. Cioè del nazifascismo, che aveva provocato la tragedia della seconda guerra mondiale e la distruzione di ogni principio di solidarietà, libertà e uguaglianza.

Alla base del loro progetto non c’era il ritorno al modello dello Stato liberale, ma una nuova idea di socialismo, in cui le classi lavoratrici avrebbero dovuto svolgere una decisiva funzione dirigente, fino al superamento degli Stati nazionali, delle loro contraddizioni e contrapposizioni di interessi. Esattamente il contrario di ciò che si sta verificando oggi e che i tre in gita a Ventotene stanno praticando.

Costoro fanno ammuina (con evidenti differenze tra loro) sull’unione politica dell’Europa, e in pari tempo sostengono senza esitazione i tre pilastri che la rendono impossibile: il dominio assoluto della finanza e dei mercati, il contenimento dei salari e l’abbattimento del Welfare, la cancellazione della rappresentanza politica delle classi lavoratrici del XXI secolo.

In queste condizioni anche ai ciechi dovrebbe essere chiaro che l’unità politica dell’Europa è una pura declamazione e un grave inganno. In cui eccelle in noto statista di Rignano, il quale sbrodola dichiarazioni sull’unione politica del Continente mentre in Italia, con la controriforma della Costituzione e non solo, cancella di fatto il fondamento del lavoro della Repubblica democratica. Come egli stesso dichiara, ha in testa (se l’affermazione non è azzardata) un altro modello di democrazia, che rassomiglia molto alla dittatura dell’impresa, cioè del capitale.

Allora bisogna essere chiari fino in fondo: l’Europa dei popoli e dei lavoratori è l’unica Europa possibile. Come sosteneva Berlinguer, del quale Spinelli era diventato stretto collaboratore essendo stato eletto deputato europeo nelle liste del Pci e poi vicepresidente del gruppo parlamentare comunista. Un altro dato di fatto scientificamente occultato, perché del comunismo italiano, e della parola stessa, si teme persino la memoria.

In conclusione, dallo stato attuale delle cose si può uscire oggi per una sola via. Si tratta di lottare perché si sviluppi in ogni singolo Paese e in tutta Europa un vasto movimento politico-sociale per obiettivi concreti: il controllo dei mercati e della finanza contestualmente all’abolizione dei paradisi fiscali; il rilancio dell’occupazione e dei salari in connessione con un piano di investimenti pubblici; la definizione di un Welfare europeo con standard comuni di diritti e prestazioni sociali, che eviti la guerra tra poveri e tenda all’unificazione dei lavoratori.

Anche per questo è necessario riappropriarsi del Manifesto di Ventotene e della linea Berlinguer-Spinelli nella costruzione dell’Europa: per progettare e affermare una vera alternativa in cammino verso una civiltà più avanzata. Diversamente, tutto il resto è chiacchiera e smaccata difesa degli interessi costituiti. Con il risultato di continuare a scivolare inevitabilmente verso il Medio Evo, senza poter escludere una conflagrazione globale.

di Paolo Ciofi Presidente dell’associazione Futura Umanità 

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RUBARE IL FUOCO A PROMETEO È UN CRIMINE CONTRO L’UMANITÀ

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Il furto del fuoco rubato a Prometeo si narra in mille modi, però, comunque lo racconti, ricorda l’antichissimo e innato bisogno di emancipazione dell’uomo. E’ un tema universale: la lotta per il progresso, che è soprattutto lotta per la conoscenza e il possesso del sapere. Il fuoco non scalda i corpi diversamente da quanto la conoscenza riscalda l’animo dell’uomo e lo rende ribelle di fronte alla prepotenza del potere. Prometeo «colui che riflette prima», il Titano che ama il genere umano, altro non è se non la metafora d’una lotta inesausta, identica a se stessa nell’apparente trascorrere del tempo: lotta contro il potere dei pochi, affidato all’ignoranza dei molti. Prometeo non ha un suo tempo, perché il nostro passato è stato presente e il futuro domani diventerà un nuovo presente e poi ancora passato. Su tutto, dai primordi, quel conflitto senza il quale – ci ammonisce Eraclito – non ci sarebbe vita.

A fine Ottocento, Prometeo fu l’operaio in lotta per la scuola gratuita, aperta a tutti e per la refezione scolastica. Fu l’operaio che impose con le lotte ai falsi «vati» del liberalismo una legge di riscatto, smascherando l’inganno: non era onesto e non rispondeva ai bisogni reali della gente l’incitamento rivolto al legislatore da Carducci che, dall’alto della sua cultura diventata potere, scriveva con toni di padre e intenti patrigni: «sottraete il figlio del lavoratore alla sofferenza dell’alfabeto». L’operaio voleva soffrire di quella pena, perché ogni parola che imparava a leggere lo rendeva Prometeo e lo spingeva a rubare la scienza dei padroni. arma possente di liberazione. Si videro così cortei con le bandiere rosse attraversare i «corsi» e i «rettifili» di città, rifatte a misura di ricchi, pronte a mettere ai margini le «classi pericolose», facendo ricorso allo sfruttamento del lavoro. Ogni parola svelava il segreto che Prometeo aveva carpito ai numi: senza il fuoco della conoscenza lo sfruttato è il miglior alleato dello sfruttatore, perché non ha coscienza dei diritti.

Il fuoco esiste per riscaldare tutti e tutti hanno diritto all’alfabeto: chi lo userà per sfruttare e chi si approprierà del sapere per lottare.

Il futuro che seguì quelle lotte oggi è il nostro passato. Qualcuno l’ha chiamato «secolo dei lavoratori» e tutti i padroni lo sanno, benché non lo dica nessuno, perché ci sono verità che il potere nasconde come segreti di Stato: la generazione dei rivoluzionari bolscevichi nacque dall’improvviso regalo di uno zar narcisista più che riformatore: la scuola per tutti, gratuita e libera produsse il populismo russo e quest’ultimo i rivoluzionari. Quando si corse ai ripari, si fece la scuola di Renzi, ma era ormai tardi e cadeva il palazzo d’inverno, per merito dell’alfabetizzazione più che dei fucili.

Contro Prometeo, i padroni d’oggi hanno rovesciato la storia e rubato il fuoco, che lasciano deperire, riducendo in cenere le scuole e le università languenti. A chi vuole ravvivarlo si oppone la forza di titani maligni nemici del genere umano: dirigenti del nulla, che hanno il compito di spegnere intelligenze critiche e trasformare le scuole in fabbriche di sfruttati consenzienti, costringendo i docenti a rinnegare Prometeo. Per realizzare il progetto di questo governo liberticida, i dirigenti scolastici hanno scelto un nuovo modo di assumere docenti: un filmato in cui si veda per intero la figura di chi si «candida». E’ sempre più evidente: la nuova filosofia della conoscenza ha cancellato dalla storia l’apologo di Menenio Agrippa e il suo irrinunciabile insegnamento. Essa ci riconduce ai primordi dell’umanità, all’eterna lotta per la libertà contro il potere.

Prometeo però è immortale e il fuoco non può avere padroni. Sarebbe ora che Abravanel, Giavazzi, Ichino e tutti i sacerdoti del neoiberismo se ne ricordassero, invece d’inseguire fantasmi che hanno prodotto disastri: Prometeo non è un solo mito, è un modo d’essere dell’uomo nella storia di tutti i tempi. Come un passero intrappolato, piuttosto che vivere in gabbia, si rompono le ali contro le gabbie per riconquistare la libertà di volare, così l’uomo sfida le imposizioni e mette in gioco la vita, se il potere prova a imporgli un’ideologia di annientamento della sua libertà di scelta. Hai voglia di giocare con le parole. Se hai riconosciuto che la conoscenza è «un bene della vita», è inutile ricordare che costa, come costano le polizze assicurative, sicché i giovani che non possono permetterselo devono rassegnarsi, perché la scuola per tutti ha un prezzo troppo alto.

Non c’è prezzo troppo alto quando si parla di vita e perciò, finché c’è tempo, giù le mani dalla scuola. Sebbene a lunga combustione, una miccia giunge a innescare la carica esplosiva per cui è stata accesa. Qualcosa dovrebbe pur dircela la barbarie che monta ogni giorno di più. Da troppo tempo il potere ha rovesciato con la forza il corso della storia, rubando a Prometeo quel fuoco che filosofia della storia e leggi del progresso umano gli avevano imposto di rubare.

E’ tempo di restituire il fuoco al legittimo proprietario. Per il bene di tutti, padroni compresi.

Giuseppe Aragno da “La sinistra quotidiana”

La pochezza di Renzi e quell’insulto al Sud

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Potrei star qui, una volta di più, a far la lista della spesa dei disastri – inseguiti e voluti – commessi dall’uomo con la faccia da pesce palla e la guittezza dei frassini appassiti: il mancato rispetto per il dissenso, lo stravolgimento delle regole (a partire dalla Costituzione), l’occupazione militare del potere, la rinascita del Nazareno (ma era mai morto?). Neanche Andreotti, Craxi e Berlusconi messi insieme erano arrivati a tanto.

Ormai però non mi stupisco più, anzi a dire il vero non l’ho mai fatto, avendo sempre guardato a Renzi per quel che è: uno dei peggiori presidenti del Consiglio nella storia della Repubblica Italiana, se non addirittura il peggiore. Una macchietta debole, arrogante, caricaturale, disastrosa, noiosa, patetica, comicamente supponente e smisuratamente vuoto. Non c’è neanche divertimento a criticarlo, perché per organizzare un dibattito bisogna essere almeno in due. Resta sconcertante che molti insospettabili, fino a pochi mesi fa, abbiano creduto in lui (e qualcuno ci crede ancora).

Quello che ho però trovato particolarmente grave – grave e offensivo – è la risposta sprezzante data a Roberto Saviano, un osservatore non certo accusabile di antirenzismo: “Sud, basta piagnistei”. Una frase becera, sommamente becera e ottusa, usata dalla peggiore retorica leghista. Karina Huff Boschi, troppo impegnata a chiedere ai suoi adepti di tagliare con l’accetta di Photoshop quelle 70-80 libbre di adipe ruspante da caviglie, cosce e glutei nelle foto a uso e consumo della propaganda, ha risposto piccata che “Saviano non legge i giornali”. Detto da una che pare aver letto al massimo il Postal Market, magari senza averlo capito perché le foto erano troppo criptiche, non è male.

“Basta piagnistei” è una frase oscena. Mi è capitato anche di recente di avere la fortuna di andare in Puglia, in Calabria, in Sicilia. E non ho visto certo gente che si piange addosso. Saviano ha semplicemente messo in fila dati inoppugnabili: il governo Renzi sta facendo più danni della grandine, e al di là delle sciocchezze di regime – “Siamo in ripresa”, “Basta gufi”, “La vita è bella” – la situazione è persino peggiorata rispetto a uno/due anni fa. Renzi dice al Sud di non piangere. Lo vada a dire ai ragazzi disoccupati di Castelbuono, che devono reinventarsi “ntaccaluòru” per raccogliere la manna dai frassini come i loro avi. Lo vada a dire a chi vive nel centro storico di Cosenza, e se lo vede franare ogni giorno addosso. Lo vada a dire ai familiari di Zakaria Ben Hassine, morto a 52 anni sotto il sole cocente di Polignano a mare mentre raccoglieva uva per 5 euro l’ora. E abbia il coraggio di dirlo ai familiari di Paola Clemente, 49 anni, morta nei campi di Nardò lo scorso 13 luglio mentre raccoglieva pomodori per una paga ridicola, uccisa dall’afa e sepolta in tutta fretta sperando che nessuno se ne accorgesse. Il Sud non piange: ci prova, (non) caro Renzi. E se piange, e ha motivi per farlo, è solo perché l’Italia è in mano a una caricatura vivente.

Andrea Scanzi da “Il Fatto Quotidiano”

Morire di lavoro, morire di schiavitù.

Paola è morta lavorando a 3 euro l’ora, a 40° d’afa

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PUGLIA: Paola è l’ennesima vittima di quella schiavitù socialmente accettata, chiamata “lavoro“. Paola aveva 49 anni ed è morta nel modo più assurdo possibile, lavorando.

Come si può nell’anno 2015, morire lavorando?
Come possono accadere tragedie come questa in una società che pretende di definirsi “civile”?
Come può accadere di morire mentre si tenta di guadagnarsi da vivere?

Sembra assurdo no? Dicono che lavorare serve a vivere, allora qualcuno ci spiega come mai la gente continua a morire lavorando?

Come si può permettere che un essere umano lavori otto, nove ore al giorno, in un tendone, con temperature che spesso superavano i 40° ? Paola era una bracciante di San Giorgio Jonico ed è subito diventata un fantasma per i media di regime, che ne hanno ignorato la notizia.

Paola la mattina del 13 luglio per il caldo eccessivo che ha arrestato il suo cuore, a quanto pare, la paga si aggirava sui 27-30 euro al giorno, circa 3 euro l’ora. Secondo la ricostruzione del sindacato, Paola è stata trasportata al cimitero senza nemmeno ricevere l’intervento del 118 e senza essere sottoposta ad autopsia.

Colpa del caldo? Colpa della fatica?
No, colpa di questo sistema fatto di ricchi e poveri, di sfruttati e sfruttatori, di padroni e di schiavi.

E’ il caso di dirlo, oggi nel moderno mondo datato 2015, si continua a morire di SCHIAVITU’….

Daniele Reale

Giovani italiani condannati alla miseria e ignoranza

lavoro_10Se i governanti in prestito di questo paese avessero un briciolo di onestà intellettuale dovrebbero suicidarsi in massa: dopo oltre venti anni di politiche di “riforma”, tutte univocamente motivate con la necessità di “aumentare l’occupazione giovanile”, ci ritroviamo all’ultimo posto tra i paesi industrializzati proprio su questo punto. Anzi, al penultimo, superati però soltanto dalla disgraziatisssima Grecia, scelta dalla Troika come cavia su cui sperimentare una serie di “riforme strutturali” che producono sistematicamente il risultato opposto a quello dichiarato.

Vebbeh, direte voi, stavamo così anche prima, e quelle politiche magari avranno almeno tamponato la diminuzione dell’occupazione giovanile…

E’ esattamente il contrario. Nel corso degli ultimi sette anni (dal 2007 al 2013, l’ultimo considerato nelle statistiche dell’Ocse pubblicate stamattina), il tasso di occupazione dei giovani tra 15 e 29 anni è sceso di quasi 12 punti, passando dal 64,33% al 52,79%. Un vero “miracolo”, tenendo conto del “pacchetto Treu” poi rafforzato dalla “Legge 30”, e da altre decine di provvedimenti tutti mirati ad abolire le tutele contrattuali, a propagare la precarietà, ad abbassare i salari (specie quelli dei lavoratori “in ingresso”, ovvero soprattutto i giovani)… per favorire l’occupazione.

Ma non è che vada molto meglio nelle altre fasce di erà. L’Italia è infatti quartultima tra i Paesi Ocse per il tasso di occupazione dei 30-54enni, sceso dal 74,98% del 2007 al 70,98% del 2013. Una perdita di “appena” 4 punti percentuali che ha una sola spiegazione economica: per quanto tu possa abbassare i salari e i diritti, resta comunque un problema di competenza professionale a fare la differenza. Quindi le aziende, là dove serve questa esperienza-competenza, preferiscono tenersi o assumere un dipendente esperto, anche se più in là con gli anni e magari un salario un po’ (non troppo) più alto, pur di ritrovarsi un lavoro ben fatto.

La riprova sta proprio nel Rapporto dell’Ocse, secondo cui in Italia il 31,56% dei giovani svolge un “lavoro di routine”, che non richiede l’utilizzo di competenze specifiche, mentre un altro 15,13% ha un’occupazione che comporta uno scarso apprendimento legato al lavoro. Non vi sembra interessante, vista la stragrande preferenza padronale per i contratti di “apprendistato”? Più che probabile, insomma, che alla forma legale del contratto (apprendistato) non corrisponda altro che un normale lavoro non qualificato e mal retribuito, che non produce alcuna competenza professionale “rivendibile”.

Il nostro paese è in particolare quello con la più elevata percentuale di giovani tra i 16 e i 29 anni che non hanno alcuna esperienza nell’uso del computer sul posto di lavoro, con il 54,3%, a fronte di una percentuale di giovani che non usano mai il computer ferma al 3%.

Ricapitoliamo: tutti i ragazzi sanno attualmente usare computer o altri device elettronici, ma di questa competenza la struttura produttiva italiana non sa che farsene. Li usa come “persone di fatica”, per mansioni generiche, ripetitive, dove serve “freschezza atletica” più che un “saper fare”. Significa che ad essere “arretrati” e “scansafatiche” sono gli imprenditori di questo paese, tutti specializzati nell’usa-e-getta, nel subappalto, nel pagare poco e niente per guadagnare il più possibile senza investire nulla. Tanto meno in innovazione tecnologica.

E’ però importante sottolineare che questa è una tendenza globale. La ‘mancata corrispondenza’, o ‘mismatch’, tra posto di lavoro e competenze è un problema sempre più diffuso tra i giovani nei Paesi Ocse: in media, il 62% hanno un lavoro che non corrisponde alla loro formazione, con in particolare un 26% di sovraqualificati (il 14% dei quali lavora inoltre in un settore che non sarebbe il suo), e un 6% di persone con competenze superiori a quelle richieste.

Cosa significa? Che è l’intero modo di produzione capitalistico, in ogni angolo del mondo, a  non avere troppo bisogno di competenze qualificate. O almeno di averne bisogno in misura limitata, come se fosse stato raggiunto un limite oltre cui la produzione allargata permessa dalle tecnologie, e soprattutto dalla robotica applicata alla produzione (anche “intellettuale”), brucia le possibilità occupazionali.

Restando in Italia, i giovani ‘Neet’, i famosi non occupati né iscritti a scuola o in apprendistato, sono il 26,09% degli under 30. Il che ci relega al quarto posto in questa non invidiabile classifica. All’inizio della crisi, nel 2008, erano il 19,15%, quasi 7 punti percentuali in meno. Almeno in questo, siamo in grande ma non buona compagnia. Nell’insieme dei Paesi Ocse, infatti, i giovani ‘Neet’ erano oltre 39 milioni a fine 2013, più del doppio rispetto a prima della crisi. Tra i giovani ‘Neet’ italiani, il 40% ha abbandonato la scuola prima del diploma secondario superiore, il 49,87% si è fermato dopo il diploma e il 10,13% ha addirittura un titolo di studi universitario. La percentuale di ‘Neet’ è più elevata tra le femmine (27,99%) che tra i maschi (24,26%). In pratica, abbiamo un esercito di ragazzi senza un futuro decente davanti, condannati alla subordinazione allo schiavismo oppure a “vivere di espedienti”. E’ infatti certo che quasi tutta questa massa giovanile connotatata solo negativamente (“Neet” come risultato di una lunga serie di “non”) attualmente vive con, e grazie a, i genitori. Quando la fisiologia avrà fatto il suo corso e resteranno dunque “soli e adulti” in senso pieno, come faranno a sopravvivere?

Lo smantellamento della scuola pubblica e la pessima qualità di quelle private (quasi sempre solo scuole di indottrinamento ideologico o “diplomifici” un tanto al chilo) completa il quadro tragico per i giovani di questo paese, che ha la maggior percentuale di giovani in età lavorativa (16-29 anni) e adulti (30-54) con scarse competenze di lettura, rispettivamente il 19,7% e il 26,36%.

L’Italia ha inoltre la percentuale più elevata di persone con scarse abilità in matematica tra gli adulti, il 29,76%, e la seconda tra i giovani in età lavorativa, il 25,91%, dietro agli Usa (29,01%). In generale, riferisce la tabella Ocse per la misurazione dell’ “occupabilità” dei giovani, il nostro Paese è al di sotto della media per le competenze dei giovani, i metodi di sviluppo di queste competenze negli studenti e la promozione del loro utilizzo sul posto di lavoro.

Il cerchio si chiude: alle imprese la competenza non serve, la scuola non deve quindi più trasmetterle, i giovani è inutile che sappiano (la conoscenza è la più potente arma di autodifesa che si possa immaginare).

Claudio Conti da “Contropiano”

“Scusate se vi chiediamo un salario”

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“Una persona che conosco possiede dei call center e, quando ci incontriamo, mi racconta della sua impresa che dà lavoro a tanta gente, nel sud Italia. Li paga 3-4 euro l’ora ma «sono tutte persone che altrimenti sarebbero a casa far niente o finirebbero nella malavita», dice lui, quindi lui svolge un’utilissima funzione sociale, infatti gli vogliono bene.

Mi sono venuti in mente, i suoi orgogliosi racconti, mentre leggevo la testimonianza di un muratore siciliano che, su 1.300 euro al mese di stipendio, deve restituirne 300 al datore di lavoro: «È pur sempre meglio di niente», dice lui.

La prassi, rivela l’inchiesta, è tutt’altro che isolata ed è un nuovo spettacolare passo nella direzione che conosciamo. Non solo ci sono meno diritti e meno salario, ma c’è un convincimento che è ormai entrato nella testa di tutti – a partire dai più giovani – e cioè che qualsiasi forma di lavoro, a qualsiasi reddito e in qualsiasi condizione è ormai benvenuta, perché «è meglio di niente».

È questa, la prigionia mentale in cui ci hanno ridotto trent’anni di lotta di classe dall’alto verso il basso. Ed è stata una vittoria epocale, in termini di egemonia culturale e di pensiero diffuso: aver portato alla gratitudine per condizioni di lavoro sempre più infime, perché «è meglio di niente».

Così è avvenuto, in questo Paese e non solo: riforma del lavoro dopo riforma del lavoro, con tutto l’apparato mediatico a reti unificate a spiegarci ogni volta «che così si crea più occupazione».

L’erba cattiva – pessima – ha cacciato quella buona, ma ci hanno persuaso che è l’unica cosa che siamo degni di mangiare: ragion per cui la troviamo ottima.”

Alessandro Gilioli da  “L’ Espresso”.

Lavoro, è legge della giungla

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Diciamo la verità: ci eravamo quasi dimenticati, assorti in surreali discussioni sulle “tutele crescenti”, della presentazione da parte del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali del “ Rapporto annuale dell’attività di vigilanza in materia di lavoro e legislazione sociale – anno 2014”, redatto dalla Direzione Generale per l’Attività Ispettiva . Documento questo di significativa importanza perché, lungi dal costituire il solito sondaggio dalla dubbia attendibilità o per il tipo di campione prescelto o per la natura delle domande rivolte, è al contrario il dettagliato resoconto dell’attività ispettiva svolta sul campo, nel corso dell’intero anno, dalle unità di vigilanza del Ministero del Lavoro, dell’Inps e dell’Inail: è, per intenderci, l’ “analisi del sangue” dello stato del lavoro in Italia nel 2014, anno di entrata in vigore del “Jobs Act” 1.0.

Trovo un breve trafiletto informativo, dopo un lungo navigare in rete, proprio sul sito del Ministero del Lavoro, dove si fa riferimento alla conferenza stampa del Ministro Poletti che – cito testualmente – ha sottolineato l’importanza di azioni maggiormente efficienti ed efficaci al fine di evitare la ripetitività di azioni di controllo da parte di soggetti istituzionali diversi. Questo per consentire alle imprese, fra l’altro, la possibilità di operare in maniera tranquilla ed ordinata”.

Tranquilla ed ordinata ”: mi risuonano in testa queste suadenti parole mentre sto quasi per abbandonare la pagina web – in cui, a parte le dichiarazioni del Ministro, non vi è alcuna sintesi dei risultati del rapporto –, quando la curiosità viene colpita da un link posto in calce alla notizia.

Clicco e, tutto d’un tratto, eccomi di fronte ad un vero e proprio “museo degli orrori” o, volendo far riferimento agli “spiriti animali del capitalismo”, ad una vera e propria giungla.

Due dati su tutti colpiscono la mia attenzione, posti in evidenza dalla stessa Direzione Generale per l’Attività Ispettiva: su 221.476 aziende ispezionate appartenenti a tutti i settori produttivi, ben il 64,17% sono risultate irregolari (ovverosia 142.132, oltre un’azienda su due) e su 181.629 lavoratori irregolari, il 42,61% si è rivelato totalmente in nero (ovvero 77.387 ), comportando un’evasione di contributi e di premi assicurativi pari all’astronomica somma di 1.508.604.256,00. Cifre da “legge di Stabilità”.

Che si tratti, poi, di accertamenti relativi a significativi illeciti di natura sostanziale” e non a mere contestazioni formali, è lo stesso rapporto che lo sottolinea evidenziando, nella lista degli illeciti sanzionati, fattispecie quali il “lavoro nero”, l’utilizzo abusivo di forme contrattuali flessibili volte a dissimulare veri e propri rapporti di lavoro subordinato in funzione elusiva della normativa vigente”, fenomeni di “ appalto/distacco illecito o di somministrazione abusiva e/o fraudolenta volti a realizzare illegittimamente un consistente abbattimento del costo del lavoro”, abuso nella fruizione della Cassa Integrazione Guadagni in deroga, illeciti in materia di orario di lavoro, sfruttamento di categorie di “lavoratori svantaggiati” quali extracomunitari clandestini, minori, lavoratrici madri e gestanti.

Percentuali notevoli e tuttavia addirittura in calo rispetto ai precedenti anni, calo che l’Autorità ispettiva imputa non ad una maggiore “virtuosità” nelle condotte dei soggetti controllati ma, al contrario, alla contrazione occupazionale in atto nel mercato del lavoro, alla crisi economica generale e alla diminuzione degli interventi ispettivi (questi ultimi dovuti ai continui interventi di “razionalizzazione economica”, ovverosia al progressivo taglio delle risorse disponibili). Rilievo, questo, già svolto alcuni mesi prima dalla stessa Corte dei Conti che, in una deliberazione del 20 ottobre 2014, se da un parte registrava “ una significativa e costante riduzione del numero dei controlli”, dall’altra rilevava “ un incremento percentuale delle aziende inadempienti rispetto a quelle ispezionate e in assoluto della manodopera irregolarmente occupata”, in poche parole, la classica equazione meno ispezioni – più violazioni.

Tranciante è dunque il giudizio del redattore del “ Rapporto ”, che afferma come tali dati (ed in particolare quelli sul lavoro sommerso), siano sintomatici “ della completa assenza – in un’ampia percentuale di casi della sia pur minima attenzione ai diritti e alle tutele fondamentali dei lavoratori, nonché ai connessi profili della salute e della sicurezza”.

È davvero “la legge della giungla”, certificata nero su bianco in un documento di provenienza istituzionale: gli “spiriti animali del capitalismo” paiono “animaleschi”, più vicini all’ hobbesiano “ homo homini lupus” che alla “intrinseca razionalità” veicolata dal “pensiero unico” neoliberista. Il mercato, la cui “mano invisibile” dovrebbe correggere ogni asperità e disfunzione, nella concreta fotografia del mercato del lavoro delineata dal “Rapporto” ora esaminato è al contrario una mano ben visibile, ripresa nel tentativo di demolire l’alveo in cui sono incanalate le forze produttive.

Eppure, a fronte della concreta “esondazione” delle esigenze organizzative, tecniche e produttive aziendali, che hanno “allagato” l’intero contesto socio-economico e in cui sono letteralmente affondate le forze e le istanze del lavoro, si registra “ un rapporto tra Stato e società, o piuttosto tra governo e società, segnato da un forte riduzionismo, dove l’unico soggetto sociale ritenuto interlocutore legittimo è l’impresa”.

L’impresa e l’imprenditore dunque, unici interlocutori e soggetti ormai solitari in un modello di società quasi totalmente desertificata: la società ad una dimensione, che esaurisce il suo significato nel ristretto perimetro semantico delle società di capitali.

Logico corollario, naturalmente, è la libertà dell’impresa da qualsivoglia controllo di legalità, considerato un fastidioso laccio, un ostacolo al libero dispiegamento delle “spontanee” forze di mercato. Sotto tale angolo visuale possono dunque essere letti due recenti fenomeni, che al contempo acquistano una sinistra luce: la “ razionalizzazione e semplificazione dell’attività ispettiva” prevista dalla legge delega 183/2014 e oggetto di un prossimo decreto attuativo, e il progressivo ridimensionamento del ruolo della magistratura del lavoro.

Partiamo dal progetto di “Agenzia unica per le ispezioni del lavoro”, prevista dall’art. 1 comma 7 lett. l della legge delega e funzionale alla creazione di un’unica struttura in cui dovrebbero essere accorpate le funzioni ispettive oggi svolte separatamente – e con duplicazione di costi ed oneri – dal Ministero del Lavoro, dall’Inps e dall’Inail: potrebbe rappresentare una vera e propria rivoluzione, all’insegna dell’aumento di efficienza e del potenziamento della struttura di vigilanza, se non fosse che tale “rivoluzione” è prevista dalla legge “ senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica e con le risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili a legislazione vigente”. Nella realtà, invece, sembra concretarsi la traduzione in norma di legge della proprietà associativa: sostituendo due addendi con la loro somma, il risultato non cambia. O addirittura peggiora, se solo si pensa al denunciato – da più parti smantellamento delle funzioni ispettive, con una riduzione del 20% dell’organico negli ultimi quattro anni.

Ormai dichiarato, invece, è il ripetuto tentativo del legislatore, da alcuni anni a questa parte, di “mettere la museruola” alla magistratura del lavoro, tentativo dagli alterni esiti.

Si è cercato, infatti, di vincolare l’attività dei giudici già nel 2010, con l’approvazione nel corpo del cosiddetto “collegato lavoro” di una norma (l’art. 30 della L. 183/2010) con cui si tentava di “imbrigliare” l’attività interpretativa del giudicante, stabilendo che nel caso in cui la disposizione di legge contenesse “clausole generali” (ovverosia termini aperti ad una più ampia valutazione discrezionale del Giudice, quali ad esempio “buona fede”, “giusta causa”, giustificato motivo”) il controllo giudiziale dovesse limitarsi esclusivamente “ all’accertamento del presupposto di legittimità”, essendogli del tutto precluso ogni “ sindacato di merito sulle valutazioni tecniche, organizzative e produttive che competono al datore di lavoro o al committente”. Principio di per sé meramente propagandistico, essendo già stato recepito da tempo dalla giurisprudenza nel costante rispetto dell’art. 41 Cost. (secondo il cui disposto “ L’iniziativa economica privata è libera” ), a meno di non voler intendere la norma come un tentativo di sottrarre dal controllo di legittimità l’apprezzamento degli elementi di fatto (ovverosia la sussistenza in concreto delle dichiarate ragioni tecniche, organizzative e produttive alla base di determinati provvedimenti datoriali).

Tale norma, se è stata del tutto ininfluente nella prassi applicativa degli anni successivi, ciononostante rileva tutt’oggi come significativo indice di un precisa diffidenza del legislatore nei confronti dei giudici del lavoro. Diffidenza che si è definitivamente espressa, questa volta con impatto prevedibilmente devastante, con l’ultimo decreto attuativo inerente il cosiddetto “contratto a tutele crescenti”, dove il controllo di legittimità relativo a tutti i licenziamenti si riduce per il giudicante, nella maggior parte dei casi, alla mera dichiarazione dell’eventuale assenza della giusta causa o del giustificato motivo, all’accertamento della cessazione del rapporto di lavoro nonostante un provvedimento dichiarato illegittimo e all’automatica liquidazione, con meccanismo “da contabile”, della scarna indennità matematicamente determinata dalla legge in relazione all’anzianità di servizio del lavoratore. Basterà riprendere l’acuta analisi svolta da Giancarlo De Cataldo sulle colonne dell’Espresso, secondo cui “ Il Jobs Act… ridisegna la disciplina dei rapporti di lavoro di fatto ridimensionando il ruolo dei giudici. Giudici estromessi dal controllo sui licenziamenti disciplinari, possibili quando il datore di lavoro provi un fatto materiale ancorché incolpevole: sei arrivato in ritardo perché il tram ha avuto un incidente? Sei fuori. In cambio, qualche mensilità e l’alternativa di una causa lunga, con il giudice relegato a ruolo di comparsa”.

Al sindacato del Giudice, ormai, “ resta estranea ogni valutazione circa la sproporzione del licenziamento”: viene archiviato, con un tratto di penna, il millenario principio giuridico della proporzionalità.

Anche l’ordinamento si pone, dunque, al totale servizio dell’impresa la cui assoluta centralità e preminenza si esprime, secondo il vocabolario della contemporanea neolingua, nell’ormai incontrastata esigenza “ad operare in maniera tranquilla”

Domenico Tabasco da “Micromega”

ed ordinata”.

SCIOPERO GENERALE 12 DICEMBRE

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Contro il Governo Renzi, contro l’Europa dell’austerità

Lo sciopero generale promosso da Cgil e Uil per il 12 dicembre rappresenta un momento della presa di coscienza della complicità di Renzi con le politiche di austerità della Merkel, che stanno impoverendo il Paese e distruggendo Welfare, diritti e democrazia.

Con il Jobs Act si vuole precarizzare totalmente il lavoro e la vita stessa di quei giovani cui Renzi aveva promesso più diritti; con la cancellazione dell’articolo 18 e l’attacco allo statuto dei lavoratori si colpiscono i fondamenti del diritto del lavoro; con lo sblocca Italia si favorisce la speculazione ai danni del territorio e dell’ambiente; con la legge di stabilità continuano i tagli che colpiscono i servizi sociali e svuotano il ruolo degli enti locali; con le privatizzazioni si riduce il ruolo pubblico, prosegue l’indebolimento del sistema produttivo, favorendo lo shopping delle multinazionali, si trasformano i beni comuni in merci.

Mentre vengono così messe in crisi le basi sociali e culturali della democrazia, la si attacca direttamente, demolendo il sistema parlamentare e della rappresentanza sancito dalla Costituzione.

Renzi opera per gli interessi della grande finanza, delle banche, della Germania della Merkel contro la dignità del lavoro, la democrazia, il welfare e la scuola pubblica, i beni comuni, i diritti.

Bisogna fermarlo per cambiare!

Il Prc della regione Lombardia parteciperà e invita tutti i suoi iscritti a partecipare ai cortei organizzati in Lombardia. Per il corteo di Milano L’appuntamento è in corso Venezia angolo via Palestro alle ore 9

Segreteria regionale del Prc della Lombardia

(100.000 posti di lavoro) Propaganda o realtà ?

Propaganda e realtà

lavoratoreIstat. Il governo tenta di mettere la sordina al record della disoccupazione anticipando i dati sui nuovi contratti. Renzi: «100mila posti da quando ci sono io». In realtà da marzo siamo a meno 30mila. Mai così alti i senza lavoro in Italia. Ma dal ministero del lavoro si brinda per il ritorno dei tempi indeterminati. Dell’Aringa (Pd): aumenta solo la disperazione sociale

Con una tem­pi­stica assai sospetta, ieri mat­tina alle 9 e mezza il mini­stero del Lavoro ha reso pub­blica «un’anticipazione dei dati sulle Comu­ni­ca­zioni obbli­ga­to­rie rela­tivi al terzo tri­me­stre del 2014». Mezz’ora dopo — «come da pro­gramma reso noto anno per anno» — l’Istat ha dif­fuso i dati sugli occu­pati del mese di otto­bre. E alla stessa Istat — nono­stante lo scio­pero dei pre­cari in attesa di rin­novo che ha fatto sal­tare la pre­sen­ta­zione del bol­let­tino — ammet­tono di non ricor­dare un altro caso di comu­ni­cato del mini­stero, spe­cie se in con­tro­ten­denza con i loro dati.

Numeri «come mele e pere, da non met­tere assieme»: nel primo caso riguar­dano i con­tratti avviati da luglio a set­tem­bre; nel secondo il saldo delle per­sone che risul­tano occu­pate nel mese di otto­bre. Dati che difatti hanno un segno pra­ti­ca­mente opposto.

Lecito dun­que pen­sare che il mini­stero del Lavoro abbia voluto dare una buona noti­zia — «oltre 400mila nuovi con­tratti a tempo inde­ter­mi­nato in tre mesi con un aumento del 7,1 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno pre­ce­dente» — anti­ci­pando i dati nega­tivi dell’Istat. Il tasso di disoc­cu­pa­zione tocca un nuovo mas­simo sto­rico: 13,2 per cento, in aumento di 0,3 punti per­cen­tuali rispetto al mese pre­ce­dente e di 1,0 punti nei dodici mesi. Così come cala il tasso di occu­pa­zione — al 55,6 per cento, meno 0,1 punti rispetto al mese pre­cen­dente. La disoc­cu­pa­zione gio­va­nile — Under 25 — è pari al 43,3 per cento, in aumento di 0,6 punti per­cen­tuali rispetto al mese pre­ce­dente e di 1,9 punti nel con­fronto tendenziale.

Se «mele e pere non sono para­go­na­bili», il frut­teto è sem­pre lo stesso: il mondo del lavoro in Ita­lia, che non se la passa di certo bene. La verità sta nel mezzo. I dati dell’Istat sono obiet­ti­va­mente molto nega­tivi, ma ne con­ten­gono uno posi­tivo: la dimi­nu­zione degli inat­tivi — coloro che un lavoro non lo cer­ca­vano nean­che — dello 0,2 per cento rispetto al mese pre­ce­dente (-32mila unità) e del 2,5 per cento rispetto a dodici mesi prima (-365 mila). «Un dato che è sin­tomo di una mag­giore mobi­lità del mer­cato del lavoro, seb­bene in un qua­dro alta­mente alta­le­nante», fanno sapere dall’istituto. Per il resto i dati del terzo tri­me­stre dell’Istat sono «non desta­gio­na­liz­zati» e quindi poco attendibili.

D’altra parte, nello stesso comu­ni­cato del mini­stero del Lavoro ci sono dati tutt’altro che posi­tivi. Le ces­sa­zioni dei rap­porti di lavoro da luglio a set­tem­bre sono state 2milioni 415mila, con una aumento dello 0,9 per cento rispetto all’anno pre­ce­dente. Tra le cause di ces­sa­zione che spie­gano anche l’aumento dei nuovi con­tratti — va sot­to­li­neato il deciso aumento di pen­sio­na­menti: addi­rit­tura il 55 in più rispetto al 2013.
Ma il segno «più» basta al governo per lasciarsi andare alla pro­pa­ganda, affer­mando che «que­sti dati, in con­ti­nuità con quelli rela­tivi al secondo tri­me­stre, con­fer­mano che il cosid­detto decreto Poletti ha pro­dotto l’esito che era auspi­ca­bile, cioè un incre­mento dei con­tratti a tempo inde­ter­mi­nato e dei con­tratti di apprendistato».

Da Cata­nia invece Renzi con­ti­nuava con la disin­for­ma­zione: «Il tasso di disoc­cu­pa­zione ci pre­oc­cupa ma guar­dando i numeri il dato di occu­pati sta cre­scendo. Da quando ci siamo noi ci sono 100mila posti di lavoro in più», nascon­dendo invece che da quando è in carica il suo governo (marzo) i posti sono in calo di 31mila unità.

La situa­zione la spiega bene il pro­fes­sor Carlo Dell’Aringa, stu­dioso della mate­ria e ora par­la­men­tare della mino­ranza dia­lo­gante del Pd. «In que­sta situa­zione i dati sono sog­getti a parec­chie acci­den­ta­lità: siamo costretti a mani­fe­stare entu­sia­smo un mese e coster­na­zione il mese suc­ces­sivo». Per Dell’Aringa «una certa ten­denza da parte dell’imprese a sce­gliere con­tratti più garan­titi rispetto al pas­sato, sosti­tuendo quelli pre­cari con tempi deter­mi­nati, comun­que c’è». Allo stesso tempo «è facile pre­ve­dere che i nuovi con­tratti a tempo inde­ter­mi­nato negli ultimi mesi dell’anno saranno ridotti in attesa dell’entrata in vigore del Jobs act — col con­tratto a tutele cre­scenti — e della legge di sta­bi­lità — con gli sgravi fiscali sulle assun­zioni». Il qua­dro però è ancora scon­for­tante. «Anche la dimi­ni­nu­zione degli inat­tivi è dovuta alla dispe­ra­zione della povertà che porta tutti — spe­cie al Sud — a cer­care un lavoro pur­ché sia: un aumento dell’offerta di lavoro, un fun­zio­na­mento mar­gi­nale della peri­fe­ria, men­tre il cen­tro del lavoro è ancora in gran­dis­sima sof­fe­renza, come dimo­strano i dati sugli ammor­tiz­za­tori sociali».

30/11/2014 19:35 | ECONOMIAITALIA | Fonte: il manifesto | Autore: Massimo Franchi

Da  ControLaCrisi.org

«Con il nuovo 18 i tre di Melfi non sarebbero reintegrati»

Legale della Cgil: «Con il nuovo 18 i tre di Melfi non sarebbero reintegrati»renzi-arrivo-io
Licenziamenti disciplinari, parla l’avvocato Alberto Piccinini, legale della Cgil: il Pd sbaglia esempio, con il nuovo statuto i tre operai Fiom non sarebbero tornati al lavoroSosten­gono alcuni depu­tati, spe­cie Nella mino­ranza del Pd che ieri ha votato sì al jobs act, che «con lo sta­tuto dei lavo­ra­tori rifor­mato i tre ope­rai di Melfi sareb­bero ancora rein­te­grati al loro posto». Il rife­ri­mento è a una famosa vicenda del 2010: tre ope­rai della Fiom — Anto­nio Lamorte, Marco Pigna­telli e Gio­vanni Baroz­zino, oggi sena­tore di Sel — furono licen­ziati dalla Fiat di Mar­chionne con l’accusa aver bloc­cato, durante uno scio­pero interno, un car­rello per il tra­sfe­ri­mento di mate­riali diretto verso chi non scio­pe­rava. Una dura bat­ta­glia legale dimo­strò che l’accusa era falsa. Nel set­tem­bre 2013 i tre furono rein­te­grati defi­ni­ti­va­mente, dopo una rein­te­gra vir­tuale in cui l’azienda non con­sen­tiva loro di ripren­dere le posta­zioni sulla linea di pro­du­zione.
Dun­que con il nuovo jobs act è vero che i tre tor­ne­reb­bero ancora in azienda? E cioè è vero che la mino­ranza Pd ha otte­nuto, su que­sto punto, un con­creto avan­za­mento del testo? Lo abbiamo chie­sto all’avvocato Alberto Pic­ci­nini, giu­sla­vo­ri­sta del Foro di Bolo­gna, legale di fidu­cia di Fiom e Cgil. Non­ché, all’epoca, difen­sore dei tre.

Avvo­cato, con il nuovo testo dello sta­tuto lavo­ra­tori un caso simile a quello dei tre di Melfifini­rebbe ancora con una reintegra?

Non vedo sulla base di cosa lo si possa sostenere. La gene­ri­cità della for­mula non con­sente ancora di capire come verrà modi­fi­cato l’art.18. Poi il rife­ri­mento è poco per­ti­nente: la rein­te­gra dei tre di Melfi in prima bat­tuta è arri­vata in base all’art.28 dello sta­tuto, quello sul com­por­ta­mento anti­sin­da­cale del datore. I licen­zia­menti sono stati in occa­sione di uno scio­pero e hanno riguar­dato (solo) due dele­gati e un iscritto Fiom su oltre cin­quanta per­sone pre­senti sul posto. Poi, ma solo in seconda bat­tuta, abbiamo chie­sto e otte­nuto la rein­te­gra anche sulla base dell’art.18. Ma mi viene da dire che se fosse già stato in vigore l’art.18 rifor­mato dalla legge For­nero i tre avreb­bero corso il rischio di otte­nere solo un risar­ci­mento eco­no­mico. Figu­ria­moci con le ulte­riori restri­zioni che si vor­reb­bero intro­durre col jobs act.

Quindi i tre potreb­bero comun­que ancora essere rein­te­grati in base all’art.28 dello statuto?

L’art.28 è una norma gene­rale, parla di com­por­ta­menti che limi­tano l’attività sin­da­cale o il diritto di scio­pero, e come tutte le norme gene­rali, com­prese quelle che defi­ni­scono la giu­sta causa e il giu­sti­fi­cato motivo, con­sen­tono al giu­dice un esame del caso con­creto: quello che il governo vor­rebbe limi­tare, quan­to­meno rispetto ai licen­zia­menti per motivi cosid­detti “eco­no­mici”. La rispo­sta è comun­que affer­ma­tiva . Quanto alla nostra seconda causa, quella ai sensi del vec­chio art.18, come ho detto, nes­suno è in grado di dire cosa acca­drebbe oggi con un testo che ancora non cono­sciamo, con­si­de­rando che già con il testo della For­nero ci sono inter­pre­ta­zioni contrastanti.

Dal momento in cui il jobs act sarà legge nei luo­ghi di lavoro alcuni avranno diritto alle resi­due tutele della legge For­nero, altri no.

Sarà una gran con­fu­sione. La legge delega pre­vede che il nuovo art.18 si appli­chi solo nei con­tratti a tutele cre­scenti. Quindi negli stessi luo­ghi di lavoro noi avremo nuovi assunti con tutele infe­riori a quelli al loro fianco che magari svol­gono le stesse man­sioni. E que­sto per sem­pre: per­ché le tutele cre­scenti non arri­ve­ranno mai a un’equiparazione con i vec­chi assunti. Per un periodo di 10–15 anni nei luo­ghi di lavoro ci sarà un dop­pio regime che discri­mi­nerà le per­sone che lavo­rano fianco a fianco, e non sotto il pro­filo eco­no­mico, cosa che in qual­che azienda può già acca­dere, ma sotto quello nor­ma­tivo. Una grave ingiu­sti­zia, e forse anche con con­se­guenze sul pro­filo di costituzionalità.

26/11/2014 08:00 | LAVOROITALIA | Fonte: Il Manifesto | Autore: Daniela Preziosi (da controlacrisi.org)


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