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Altitudine Democratica

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“Una democrazia ha bisogno di cittadini evoluti, che conoscano le materie su cui sono chiamati a deliberare”. Così scrive Massimo Gramellini stamane su “La Stampa”. 

Penso sia vero. Ma chi ha prodotto l’imbarbarimento anticulturale e tutto il grande analfabetismo di ritorno politico e civico che ci circonda?
Chi ha creato falsissime speranze per un mondo del lavoro invece sempre più strangolato dalla ricerca di profitti facili, con contratti da moderno schiavismo, con l’introduzione addirittura di quella vergogna che sono i “voucher”?
Chi ha generato le paure vorticose che ogni giorno si prendono la testa della gente anche più generosa e altruista e la trasformano in diffidente e sospettosa, carica di odio e di disprezzo verso il “diverso”, da qualunque latitudine arrivi, per qualunque cosa sia tale?

La risposta è semplice: siccome non siamo stati noi comunisti, sono stati gli altri, i sostenitori dell’economia di mercato, delle privatizzazioni e, per ultima, anche quella falsa sinistra che ha scoperto nel “liberismo” la panacea di molti mali (per i padroni e finanzieri di mezza Europa e anche d’Oltreoceano).

Dunque, una democrazia ha certamente bisogno di cittadini evoluti, ma la democrazia è solo una sovrastruttura telecomandata dalla struttura economica.

Per essere cittadini evoluti occorrerebbe anzitutto fare maggiori sforzi proprio in mezzo alla giungla di false promesse, di false notizie e di trasformazione del vero in falso (e viceversa) operato dai mezzi di comunicazione di massa.
Insomma, per essere cittadini evoluti e degni della democrazia di Gramellini, servirebbe un sussulto di coscienza, prima ancora etica rispetto a quella “critica” che starebbe alla base del rinnovamento politico consapevole.

Non condivido le parole di chi sostiene che “per fortuna in Italia la Costituzione non consente al popolo di esprimersi sui trattati” e che questa sarebbe stata una lungimirante posizione dei Padri Costituenti.

Lo fu allora, in un mondo diviso in due blocchi che si facevano la guerra definita “fredda”. In quel tempo un referendum avrebbe potuto creare una spaccatura verticale nel Paese e avrebbe rischiato di condurlo sulle soglie di una nuova guerra civile.
Oggi questo rischio è pressoché inesistente.

Dare la parola al popolo su questioni dirimenti come la decisione della permanenza o meno della propria Repubblica, del proprio Stato in un determinato contesto, è forse la più alta forma di democrazia diretta che si possa esercitare.

Anche in questo caso, l’Italia si dimostra culturalmente non adeguata a recepire una eventuale proposta in merito. Si dimostra per quello che è: un Paese del “vivi e lascia vivere”, del menefreghismo più evidentemente espresso nelle lamentele di oggi nel baciare il bastone di domani.

di Marco Sferini

Libia, la guerra è iniziata. Il conto lo paghi tu

RENZI E MATTARELLA CI PRECIPITANO NELLA GUERRA DI LIBIA VIOLANDO SPUDORATAMENTE LA COSTITUZIONE

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Senza neanche un discorso dal balcone che annunci l’ora delle decisioni irrevocabili, Renzi ci ha fatto precipitare nella guerra di Libia.

Questa mattina i giornali annunciano che le truppe scelte sono pronte per partire, magari saranno già partite. Siamo già in guerra, senza neanche un dibattito ed un voto del parlamento, nel più totale disprezzo dell’Articolo 11 della Costituzioni, che il Presidente del Consiglio e il Presidente della Repubblica violano sapendo di violare.

Le due più alte autorità delle stato e del governo sono colpevoli di atti gravissimi contro le nostre istituzioni e contro gli interessi e la stessa sicurezza del popolo italiano. La guerra in Libia avviene con accordo tra potenze senza alcun aggancio di principio, anche ipocrita, al diritto internazionale. La guerra in Libia prosegue e aggrava tutte le passate violazioni costituzionali delle nostre missioni militari all’estero, è la più grave e la più sfacciata di tutte.

La guerra di Libia è un’avventura ancora più folle e catastrofica di quella del 2011, che oggi tutti riconoscono essere stato un disastro. Che mostruosità scatenerà ora questa nuova impresa condotta nel nome della guerra al terrorismo e che invece produrrà ancora più terrorismo? Già ora sentiamo parlare di partite a porte a chiuse per i prossimi europei di calcio a Parigi. Ci vuole la violazione del sacro rito del pallone per farci accorgere che si sta violando tutto? E soprattutto per farci capire che rischiamo per questa guerra di pagare costi altissimi, che rischiamo gli atti guerra in casa nostra.

25 anni fa con le bombe sull’Iraq gli USA, la NATO, l’Italia iniziavano la guerra al terrorismo. Dopo un quarto di secolo ci siamo portati il conflitto alle porte di casa. Perché le guerra è terrorismo che alimenta terrorismo. La guerra è una discesa grado dopo grado verso la catastrofe globale, come annuncia l’installazione di nuove bombe nucleari a Ghedi e ad Aviano.

Renzi e Mattarella ci trascinano in guerra con la solita infingarda furbizia mista a servilismo delle peggiori classi dirigenti italiane. Il governo USA ci ha investito del comando dell’impresa, i due ne sono fieri e sperano di ottenere guadagni di prestigio,potere, affari con poca spesa. Noi pagheremo il conto.

Come nei peggiori momenti della storia del nostro paese, l’Italia è trascinata in guerra mentre un’opinione pubblica anestetizzata e ingannata assiste passiva all’arroganza del potere guerrafondaio.

Contrastare, boicottare, sabotare la guerra e la NATO è oggi il nostro primo dovere democratico e costituzionale.

di Giorgio Cremaschi

M5, PD e la commedia degli equivoci

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Sulla vicenda di Quarto vale la pena di riconsiderare l’argomento che ha alimentato tutta la polemica. I grillini e il Pd si sono duramente scontrati intorno alla pretesa del M5S di costituire una forza moralizzatrice della politica. I 5Stelle l’hanno rivendicata, i democratici hanno cavalcato il caso di Quarto per confutarla. Ma è molto curioso che nessuno abbia osservato come l’attenzione grillina per la questione morale riguardi aspetti tutto sommato marginali (i cosiddetti costi della politica e i privilegi della «casta») mentre elude necessariamente il problema principale posto anche dal caso di Quarto, e cioè il profilo morale ed etico dei candidati alle assemblee elettive. Lo scontro si è così risolto in una commedia degli equivoci nella quale nessuno ha messo in evidenza come la demagogia dei 5Stelle, sintomatica di una fase di profonda crisi delle forme della politica democratica, finisca con il rovesciare la questione morale nel suo contrario. Vediamo di spiegarci meglio.

Grillo e il suo movimento non selezionano i candidati sulla base della loro moralità. Purtroppo l’esperienza dice che non lo fanno nemmeno i partiti tradizionali. Ma almeno questi potrebbero farlo, dato che selezionano dirigenti e quadri sulla base di rapporti consolidati. I gruppi dirigenti dei partiti conoscono il proprio personale politico e amministrativo, quindi – in linea di principio – possono tenere conto del suo profilo etico (oltre che delle sue competenze). Tutto ciò è precluso al M5S che affida la selezione dei propri candidati alla «società civile» attraverso la rete. Questo significa banalmente che non c’è alcun controllo preventivo sulla moralità dei rappresentanti targati 5Stelle, a meno di considerare un vaglio adeguato l’autoselezione o il consenso raccolto, nella migliore delle ipotesi, tra parenti, amici e vicini di casa.

Se questo è vero, il caso di Quarto non chiama in causa collusioni col malaffare del M5S, che nulla poteva sapere delle frequentazioni e degli stili di vita dei propri candidati al Consiglio comunale di Quarto.

Ma allora sorgono alcune domande. Perché da una parte (Grillo e Casaleggio) non si è risposto ricordando questa circostanza e mettendo subito fine alla polemica? Perché dall’altra (non solo il Pd, ma anche la grancassa mediatica) non si sono attaccati i vertici dei 5Stelle per la loro vera responsabilità: quella di avere messo in moto un meccanismo ad alto rischio, che minaccia di catapultare in ruoli delicatissimi homines novi di cui nessuno sa nulla?

Probabilmente Grillo e Casaleggio non rispondono come potrebbero (e dovrebbero) perché riconoscere questo stato di cose li metterebbe in serio imbarazzo. Un conto è presentarsi come vendicatori della «gente» contro il malaffare dei partiti. Tutt’altro paio di maniche è ammettere che il meccanismo iper-democratico della selezione «dal basso» è manipolabile dal peggio, visto che per mafia, camorra, ‘ndrangheta e fratellanze di ogni sorta è un gioco da ragazzi infiltrarsi in un movimento virtuale e organizzarvi il consenso necessario a farvi prevalere i propri rappresentanti.

Quanto agli avversari del M5S sono molti e molto interessanti i motivi che con ogni probabilità li trattengono dall’inchiodare Grillo e Casaleggio alle loro vere responsabilità. Il primo è che attaccare i 5Stelle sul terreno tradizionale della questione morale serve a far dimenticare o ad attenuare le proprie colpe. Se tutti sono uguali (ugualmente corrotti, ugualmente inquinati da presenze impresentabili), nessuno può essere chiamato a rendere conto delle proprie malefatte. Tutti colpevoli, nessun colpevole. E tutti sappiamo quanto bisogno di una sommaria sanatoria abbia in particolare il Pd, che in ogni sua articolazione e a ogni livello pullula di inquisiti, pregiudicati e condannati a vario titolo, con buona pace della retorica renziana del cambiamento.

Ma ci sono altri motivi, non meno influenti. Mettere in discussione l’ideologia grillina rischierebbe non solo di attrarre l’attenzione sul motivo del vasto consenso raccolto dai 5Stelle, ma anche di aprire un dossier imbarazzante per tutti i partiti della Seconda repubblica. Se il M5S attrae milioni di voti con liste popolate da sconosciuti, è per la dilagante sfiducia e per il diffuso disprezzo nei confronti della classe dirigente del paese. Si può criticare Grillo per mille motivi, ma di qui non si scappa. E prendere sul serio questo dato di fatto implicherebbe fare finalmente i conti con la propria impresentabilità, con le proprie responsabilità politiche e morali.

Inoltre Grillo non ha fatto che portare alle estreme conseguenze l’apologia della cosiddetta «società civile» che fu all’origine della demolizione del sistema costituzionale dei partiti dopo la bufera di Tangentopoli. L’ideologia della rete si basa sull’idea (talora recepita anche dalla «sinistra radicale») che, mentre nel Palazzo si annida la malavita, fuori dal Palazzo c’è la gente perbene. Si tratta di una tesi demenziale, essendo ovvio che il Palazzo è quel che è perché la società è quella che è. Questo è evidente, ma chi ha ormai interesse a dirlo?

La stagione di “Mani pulite” servì anche a distruggere il sistema politico della prima Repubblica sostituendo i partiti di massa con partiti personali e post-ideologici, scalabili da piccole cricche. Oggi l’Italicum compie quel processo, consegnando tutte le chiavi del comando al vertice di un’organizzazione che, a conti fatti, avrà raccolto il 15% dei consensi. È il frutto maturo di una campagna «moralizzatrice» che ha sempre fatto dell’apologia della «società civile» la propria testa d’ariete.

Ecco perché nessuno o quasi ha voglia di parlare seriamente di che cos’è oggi la corruzione politica in Italia. Perché a nessuno o quasi interessa far notare che proprio il modello anti-partito incarnato dal M5S favorisce la penetrazione del peggio nelle istituzioni. E perché conviene invece a tanti una messinscena sulla questione morale che mette la questione morale fuori gioco.

di Alberto Burgio da “Il Manifesto”

NON SCIOGLIEREMO RIFONDAZIONE COMUNISTA !

ferreroSul soggetto unico andremo avanti, ma non scioglieremo il Prc”. Intervista di Ferrero al manifesto

Paolo Ferrero (segretario del Prc, ndr) il nuovo soggetto unitario della sinistra non si fa più?

C’è stato un colpo di arresto. Ma io penso che sia assolutamente necessario e che bisogna continuare a lavorarci. Il neoliberismo sta imbarbarendo e distruggendo la terra, basti pensare che la conferenza sul clima di Parigi ha fissato alcuni obiettivi ma non gli strumenti con cui realizzarli né le sanzioni. Di fronte a tutto questo in Italia dobbiamo costruire una forza politica che raccolga tutti gli strati popolari che per mille e una ragione sono contro le politiche di austerità. E che punti alla maggioranza e a fare un governo alternativo.

Su questo siete tutti d’accordo. Ma questa forza non nasce. Perché per farla nascere voi non volete sciogliere il Prc nel nuovo soggetto, invece Sel sì?

Il dissenso è su cosa dobbiamo fare. Sel propone un partito. Per noi non può essere un partito a riunificare quello che il neoliberismo ha diviso, a meno che non ci si voglia fermare al 5 per cento. La crisi della forma-partito è evidente, il percorso unitario deve darsi una forma allargata, plurale, che valorizzi le autonomie culturali e politiche. Non serve un fortino ma un campeggio. Com’è in tutto il mondo, a sinistra, dall’America latina all’Europa.

Lei parla di crisi della forma-partito. Allora perché non scioglie il suo partito?

Diciamo da anni che il Prc è necessario ma non sufficiente. Proprio per questo serve un percorso unitario, ampio, non federativo, basato su una testa un voto.

Nella vostra idea quale rapporto ci sarebbe fra partiti e soggetto unitario? Proponete una doppia tessera?

Sì. Il soggetto avrebbe piena titolarità sulla costruzione del programma e dell’iniziativa politica. E monopolio della rappresentanza. Il Prc non si presenterà più al voto.

Quindi quale sarebbe il ruolo, se permette l’utilità, di un Prc partito ’parallelo’?

Vi è un enorme lavoro politico che i comunisti e le comuniste oggi fanno poco perché stiamo sempre a discutere di elezioni. Penso all’analisi del capitale e della composizione sociale, all’individuazione delle contraddizioni, alla formazione e controinformazione, al conflitto sociale e alla sua unificazione, alla formazione di militanti in grado di connettere conflitti e linguaggi.

In un’associazione culturale?

No, resterebbe un partito che però si riconosce in una struttura più ampia. In Italia molti fanno politica, la faceva il sindaca dei consigli, la fa la Coalizione sociale di Landini, la fanno i movimenti. È un fatto positivo: bisogna valorizzare la pluralità delle forme della politica, non ridurle ad una. Non capisco perché si pone il problema di chiudere il Prc.
La Coalizione di Landini non non si presenta alle elezioni per statuto. E così farebbe Rifondazione. Il Frente Amplio dell’Uruguay è fatto di quaranta fra associazioni e partiti. Hanno vinto e governano. In Grecia Syriza ha una formula molto più federativa di quella che propongo.

La vecchia Federazione della sinistra doveva funzionare come lei propone, e invece si è rotta. Proprio sulle alleanze.

Quell’esperienza non c’entra niente, e non la ripropogo. Non funzionò perché lì si decideva in quattro, i segretari. E quando il Pdci chiese a Bersani di stare nel centrosinistra si ruppe tutto. Non riproponiamo la federazione. Tant’è che chiediamo che chi fa parte degli esecutivi dei partiti non faccia parte di quelli del soggetto unitario.

A proposito del ’si decideva in quattro’. Non state facendo lo stesso con il ’tavolo’ del soggetto unitario?

Se avessimo raggiunto un accordo a quel tavolo sarebbe stato un passo avanti. Ma accolgo la critica: un processo così deve partire dall’alto e dal basso. E non può fermarsi per un dissenso tra i vertici. Per rilanciarlo serve il protagonismo dei territori.

La sinistra si spacca sull’alleanze. Le differenze fra voi e altri è che sulle alleanze avete un’analisi diversa e irriducibile?

Le politiche di Renzi, l’Italicum e il fallimento dell’ipotesi del condizionamento del Pd, che ormai sta a destra, sono oggi un punto unitario rilevante. Per spirito di unità abbiamo scelto di non far saltare tutto sulle divisioni milanesi. Nel testo ’Noi ci siamo’ (un accordo fra partiti e associazioni approvato a novembre, ndr) era scritto chiaro che occorre costruire una sinistra alternativa alternativa al Pd, ed è stato sottoscritto da tutti: da Sel a Fassina a Civati. Continuo a pensare che uno spazio per stare insieme alle prossime politiche ci sia.

Almeno finché l’Italicum vi costringe a stare insieme?

Da questo punto l’Italicum di vista alza un muro. Ma quando il processo partirà la questione delle alleanze con il Pd sparirà. Io nelle assemblee di gente che chiede il ritorno al centrosinistra non ne incontro.

All’osso: voi dite ’mai con il Pd, altri dicono ’mai con Renzi’.

Con il Pd noi non faremo alleanze. Non le ho fatte neanche con quello di Bersani.

Ma avete governato insieme: dalla Milano di Pisapia alla Liguria di Burlando.

Oggi abbiamo superato quella fase. Il Pd ormai è costitutivamente un pezzo di liberismo. Sono avversari.

Civati si è sfilato dal soggetto unico.

Civati non pone un problema di indirizzo politico ma di modo di costruzione di un soggetto unitario. Sulla forma che proponiamo noi, unitaria ma plurale, Possibile potrebbe starci. Ma va chiesto a lui.

Andrete avanti lo stesso con il soggetto unitario?

Certo, è necessario. Stiamo discutendo con gli altri per vedere come. Sono anni che proponiamo una Syriza italiana, non a caso siamo nel percorso dell’Altra Europa con Tsipras. Un nuovo partito non risolve il problema. Se Sel e Fassina vogliono fare un nuovo partito, nulla da obiettare. Civati lo ha fatto. Ma questo non deve sostituire il processo costituente unitario in cui dobbiamo stare tutti e tutte. Chi dice che il soggetto unitario deve essere un partito in realtà vuole farsi il suo partito.

A Milano il Prc non parteciperà alle primarie con il Pd. Avete un’alternativa?

Ne cominciamo a discutere in un’assemblea mercoledì a Milano, ci saranno anche Revelli e Civati. Alle primarie del Pd può vincere un esponente del centrodestra. Per noi è semplicemente improponibile.

 

 

Renzi, l’allievo che supera il maestro

Qurenziando si dice che in Ita­lia non c’è più un’opposizione — e que­sto da una buona quin­di­cina d’anni, per effetto della gra­duale con­ver­genza della sini­stra mode­rata sulle posi­zioni della destra — si enun­cia un titolo gene­rale che va poi svi­lup­pato nel det­ta­glio. Una que­stione con­cerne le pecu­lia­rità del ren­zi­smo, malat­tia con­ge­nita della post-democrazia italiana.

Con Renzi al potere la muta­zione della sini­stra — il suo para­dos­sale tra­sfor­marsi nel pro­prio con­tra­rio — è più che mai evi­dente. Lo è per diverse ragioni, non ultima il fatto che Renzi viene dopo alcuni pre­sti­giosi apri­pi­sta (Vel­troni e lo stesso inven­tore delle len­zuo­late e della ditta), dei quali rac­co­glie la pre­ziosa ere­dità. Ma c’è una ragione su tutte. Renzi è anche il legit­timo erede di Ber­lu­sconi, il suo allievo più solerte e talen­tuoso, il suo con­ti­nua­tore. Anzi, meglio: Renzi è Ber­lu­sconi. Ne è la rein­car­na­zione, il clone, la nuova epi­fa­nia sotto men­tite spoglie.

I prov­ve­di­menti del suo governo par­lano chiaro. Ha ragione l’onorevole Bru­netta quando segnala che il governo sta sem­pli­ce­mente attuando il pro­gramma di Forza Ita­lia. Meno tasse per i ric­chi e gli indu­striali nel paese che da decenni regi­stra il record dell’evasione e dell’elusione fiscale e con­tri­bu­tiva, oltre che della cor­ru­zione. E un attacco senza sconti alle tutele e ai diritti del lavoro dipen­dente pub­blico (a quei fan­nul­loni degli inse­gnanti e dei pub­blici impie­gati) e pri­vato (con l’azzeramento dell’art. 18 e il sema­foro verde all’impresa per il con­trollo sulla vita pri­vata di ope­rai e impie­gati). E una cam­pa­gna distrut­tiva con­tro le orga­niz­za­zioni sin­da­cali, dal Pd abban­do­nate al pro­prio destino. Dove il sin­da­cato è addi­tato come il nemico numero uno della libertà d’impresa secondo il van­gelo di Mar­chionne, o come il fat­tore prin­cipe del ritardo del paese, secondo il van­gelo di Squinzi.

E, ancora, un pac­chetto di «riforme» isti­tu­zio­nali (Costi­tu­zione, legge elet­to­rale, radio­te­le­vi­sione) che ven­gono inse­diando il più sgan­ghe­rato e mefi­tico regime pre­si­den­zia­li­stico, radi­ca­liz­zando il con­trollo oli­gar­chico sulle rap­pre­sen­tanze elette e accen­trando tutti i poteri di con­trollo — anche sulle mas­sime auto­rità di garan­zia della Repub­blica — nelle mani di un capo «solo al comando». Altro che Senato elet­tivo o meno, come vor­rebbe far cre­dere la sedi­cente «oppo­si­zione interna» del Pd! Il punto è la pronta con­se­gna di tutti i poteri nelle mani di un solo padrone poli­tico, lo slit­ta­mento verso una monar­chia di fatto poten­ziata da un’apparente legit­ti­mità repub­bli­cana. È il pro­fi­larsi di un pero­ni­smo post­mo­derno fon­dato sulla delega in bianco da parte di un «popolo sovrano» che «dice sì», gab­bato con qual­che bril­lante mano­vra dema­go­gica ed espro­priato della facoltà di inten­dere e volere.

Il vec­chio boss di Arcore non crede ai suoi occhi. È dispia­ciuto, certo, per non essere lui a fir­mare que­sto capo­la­voro. E per­ché la per­for­mance del gio­vane capetto di Rignano sull’Arno rischia di costar­gli cara in ter­mini elet­to­rali. Ma quando guarda alla sostanza, rischia di com­muo­versi. Chi glielo avrebbe detto che i suoi desi­deri si sareb­bero rea­liz­zati in pieno, che i sogni acca­rez­zati ai tempi delle scam­pa­gnate con Licio Gelli sareb­bero dive­nuti realtà, e pro­prio per ini­zia­tiva di chi avrebbe dovuto contrastarli?

E poi ci sono i modi, le forme, che in poli­tica sono sostanza. Come e meglio del mae­stro, Renzi ha infar­cito il pro­prio par­tito di nani e bal­le­rine e ne ha fatto una gio­stra di con­for­mi­smo e di ser­vi­li­smo. Del par­la­mento — culla del tra­sfor­mi­smo — ha la stessa con­si­de­ra­zione del vec­chio, che inten­deva ridurlo ai soli capi­gruppo. Quanto alla comu­ni­ca­zione, il modello è addi­rit­tura eclis­sato. Ber­lu­sconi si affi­dava alle video­cas­sette e alle calze di nylon, Renzi imper­versa impla­ca­bile coi cin­guet­tii più mole­sti. E, com­plice una stampa di veli­nari, dif­fonde per ogni dove una sequela di bugie e di pro­messe sem­pre più impro­ba­bili. Dove ogni nuova spa­rata eclissa la pre­ce­dente e ne can­cella il ricordo.

Per un verso era ine­vi­ta­bile che, sullo sfondo del neo­li­be­ri­smo, vent’anni di ber­lu­sco­ni­smo inci­des­sero sui modelli di com­por­ta­mento, gli stili della comu­ni­ca­zione e la sot­to­cul­tura del ceto poli­tico, finendo con l’incardinare una con­ce­zione patri­mo­nia­li­stica delle isti­tu­zioni. Ma non era scritto che si arri­vasse a tanto, a que­sta iden­ti­fi­ca­zione con il deus ex machina della destra popu­li­sta pro­prio da parte dei ver­tici di quello che, in teo­ria, dovrebbe essere il suo più agguer­rito avver­sa­rio. Allora si deve avere il corag­gio o forse sol­tanto la sin­ce­rità di dire forte e chiaro, per una volta, che la vit­to­ria anzi il trionfo di Ber­lu­sconi è il dato saliente di que­sta infau­sta fase post-democratica (post-politica) della sto­ria nazionale.

Que­sto è il dato di fondo, di là da det­ta­gli inerti ai fini della com­pren­sione storico-critica. E che cosa signi­fica tutto ciò? La misura della regres­sione è spa­ven­tosa. Inve­ste in primo luogo la poli­tica eco­no­mica e sociale e il sistema demo­cra­tico, minac­ciato da un dise­gno neo-autoritario. Ma ciò che desta le mag­giori pre­oc­cu­pa­zioni in un paese cro­ni­ca­mente afflitto dalla cor­ru­zione, dall’incidenza della cri­mi­na­lità orga­niz­zata, dalla col­lu­sione isti­tu­zio­na­liz­zata coi poteri mafiosi, dalla capil­lare per­va­si­vità di reti di affi­lia­zione segreta, è l’ostentato rifiuto di chi governa (e, non di rado, anche di chi ammi­ni­stra) di dispia­cere agli amici degli amici — al potere eccle­sia­stico, alle lob­bies delle armi e del gioco d’azzardo, al popolo dell’evasione fiscale, ai padroni della stampa e del cre­dito, fos­sero anche in ban­ca­rotta frau­do­lenta. È la disin­vol­tura sem­pre di nuovo osten­tata nei rap­porti con i poteri occulti e l’illegalità diffusa.

Può darsi che non tutto sia ancora per­duto, che non sia già troppo tardi per ria­prire in Ita­lia la que­stione demo­cra­tica. Ma se è così è da que­sto osceno grumo di com­pli­cità che occorre par­tire nell’analisi con­creta del nuovo caso italiano.

ALBERTO BURGIO da “Il Manifesto”

«Con il nuovo 18 i tre di Melfi non sarebbero reintegrati»

Legale della Cgil: «Con il nuovo 18 i tre di Melfi non sarebbero reintegrati»renzi-arrivo-io
Licenziamenti disciplinari, parla l’avvocato Alberto Piccinini, legale della Cgil: il Pd sbaglia esempio, con il nuovo statuto i tre operai Fiom non sarebbero tornati al lavoroSosten­gono alcuni depu­tati, spe­cie Nella mino­ranza del Pd che ieri ha votato sì al jobs act, che «con lo sta­tuto dei lavo­ra­tori rifor­mato i tre ope­rai di Melfi sareb­bero ancora rein­te­grati al loro posto». Il rife­ri­mento è a una famosa vicenda del 2010: tre ope­rai della Fiom — Anto­nio Lamorte, Marco Pigna­telli e Gio­vanni Baroz­zino, oggi sena­tore di Sel — furono licen­ziati dalla Fiat di Mar­chionne con l’accusa aver bloc­cato, durante uno scio­pero interno, un car­rello per il tra­sfe­ri­mento di mate­riali diretto verso chi non scio­pe­rava. Una dura bat­ta­glia legale dimo­strò che l’accusa era falsa. Nel set­tem­bre 2013 i tre furono rein­te­grati defi­ni­ti­va­mente, dopo una rein­te­gra vir­tuale in cui l’azienda non con­sen­tiva loro di ripren­dere le posta­zioni sulla linea di pro­du­zione.
Dun­que con il nuovo jobs act è vero che i tre tor­ne­reb­bero ancora in azienda? E cioè è vero che la mino­ranza Pd ha otte­nuto, su que­sto punto, un con­creto avan­za­mento del testo? Lo abbiamo chie­sto all’avvocato Alberto Pic­ci­nini, giu­sla­vo­ri­sta del Foro di Bolo­gna, legale di fidu­cia di Fiom e Cgil. Non­ché, all’epoca, difen­sore dei tre.

Avvo­cato, con il nuovo testo dello sta­tuto lavo­ra­tori un caso simile a quello dei tre di Melfifini­rebbe ancora con una reintegra?

Non vedo sulla base di cosa lo si possa sostenere. La gene­ri­cità della for­mula non con­sente ancora di capire come verrà modi­fi­cato l’art.18. Poi il rife­ri­mento è poco per­ti­nente: la rein­te­gra dei tre di Melfi in prima bat­tuta è arri­vata in base all’art.28 dello sta­tuto, quello sul com­por­ta­mento anti­sin­da­cale del datore. I licen­zia­menti sono stati in occa­sione di uno scio­pero e hanno riguar­dato (solo) due dele­gati e un iscritto Fiom su oltre cin­quanta per­sone pre­senti sul posto. Poi, ma solo in seconda bat­tuta, abbiamo chie­sto e otte­nuto la rein­te­gra anche sulla base dell’art.18. Ma mi viene da dire che se fosse già stato in vigore l’art.18 rifor­mato dalla legge For­nero i tre avreb­bero corso il rischio di otte­nere solo un risar­ci­mento eco­no­mico. Figu­ria­moci con le ulte­riori restri­zioni che si vor­reb­bero intro­durre col jobs act.

Quindi i tre potreb­bero comun­que ancora essere rein­te­grati in base all’art.28 dello statuto?

L’art.28 è una norma gene­rale, parla di com­por­ta­menti che limi­tano l’attività sin­da­cale o il diritto di scio­pero, e come tutte le norme gene­rali, com­prese quelle che defi­ni­scono la giu­sta causa e il giu­sti­fi­cato motivo, con­sen­tono al giu­dice un esame del caso con­creto: quello che il governo vor­rebbe limi­tare, quan­to­meno rispetto ai licen­zia­menti per motivi cosid­detti “eco­no­mici”. La rispo­sta è comun­que affer­ma­tiva . Quanto alla nostra seconda causa, quella ai sensi del vec­chio art.18, come ho detto, nes­suno è in grado di dire cosa acca­drebbe oggi con un testo che ancora non cono­sciamo, con­si­de­rando che già con il testo della For­nero ci sono inter­pre­ta­zioni contrastanti.

Dal momento in cui il jobs act sarà legge nei luo­ghi di lavoro alcuni avranno diritto alle resi­due tutele della legge For­nero, altri no.

Sarà una gran con­fu­sione. La legge delega pre­vede che il nuovo art.18 si appli­chi solo nei con­tratti a tutele cre­scenti. Quindi negli stessi luo­ghi di lavoro noi avremo nuovi assunti con tutele infe­riori a quelli al loro fianco che magari svol­gono le stesse man­sioni. E que­sto per sem­pre: per­ché le tutele cre­scenti non arri­ve­ranno mai a un’equiparazione con i vec­chi assunti. Per un periodo di 10–15 anni nei luo­ghi di lavoro ci sarà un dop­pio regime che discri­mi­nerà le per­sone che lavo­rano fianco a fianco, e non sotto il pro­filo eco­no­mico, cosa che in qual­che azienda può già acca­dere, ma sotto quello nor­ma­tivo. Una grave ingiu­sti­zia, e forse anche con con­se­guenze sul pro­filo di costituzionalità.

26/11/2014 08:00 | LAVOROITALIA | Fonte: Il Manifesto | Autore: Daniela Preziosi (da controlacrisi.org)

“Ai due Matteo va benissimo che la gente non vada a votare”.

elezioni“Ai due Matteo va benissimo che la gente non vada a votare”. L’analisi di Giorgio Cremaschi

A me non stupisce che Matteo Renzi esalti il successo del PD alle regionali ignorando , anzi persino valutando con un certo compiacimento, il fatto che in Emilia Romagna abbia votato un elettore su tre. Quando solo poco tempo fa votavano in nove su dieci. Nella concezione autoritaria della governabilità e nel decisionismo di cui il segretario presidente è solo l’ultimo esponente, la partecipazione popolare è solo un incomodo o un fastidio. Se votano solo tre persone e si ha la sicurezza di ottenere il consenso di due di esse va bene, in meno si decide è meglio è. Gli altri dovranno solo ubbidire.

Mussolini sosteneva che lui del fascismo non aveva inventato nulla, lo aveva semplicemente tirato fuori dagli italiani e organizzato. Per Renzi vale lo stesso. Sono anni che i programmi di governo sono vincolati ai diktat dei mercati, della UE, della finanza e anche a quelli del governo di un altro paese, la Germania. Sono anni che i cittadini di questo paese vengono educati alla impotenza e alla inutilità di una democrazia ove le decisioni di fondo son già prese altrove. E quando è lo stesso Presidente della Repubblica che si fa alfiere di questa sottomissione culturale e psicologica, oltre che politica, è evidente che tutto il sistema costituzionale ne risente.

La democrazia a sovranità limitata si è congiunta con due spinte che da decenni agiscono nella società italiana. La prima è la banalizzazione e la spoliticizzazione del confronto politico, di cui è stata espressione la seconda repubblica berlusconiana. La seconda è lo spirito di vandea contro il lavoro e i suoi diritti che da più di trenta anni si scatena ad ogni difficoltà economica. Il governo Craxi negli anni 80 aveva già anticipato il linguaggio ed i comportamenti di Matteo Renzi, ma perché il decisionismo liberista diventasse regime occorrevano tutte e tre le condizioni di fondo e non solo una. Una democrazia ridotta a subire gli ordini esterni sui temi stessi per i quali è nata: il bilancio dello stato. La distruzione della partecipazione e la riduzione del confronto politico a talk show. La guerra tra i poveri come unico sbocco della impotenza popolare verso le decisioni di fondo. È dalla miscela tra questi tre processi degenerativi della nostra società che nasce il successo di Matteo Renzi, e anche quello del suo omonimo Salvini.

I due Matteo si dividono gran parte del consenso dei pochi elettori residui, perché meglio rappresentano l’auto distruzione della nostra democrazia. Essi sono molto simili nel modo di pensare e di proporsi e forse persino intercambiabili. E questo non solo per il giovanilismo di palazzo , la carriera burocratica oscura trasformata in leadership grazie ai mass media mentre crollava il consenso delle vecchie direzioni, la formazione giovanile nei quiz delle Tv di Berlusconi. Il punto vero che hanno in comune è il trasversalismo reazionario. Renzi è partito volendo battere i pugni in Europa e contro i poteri forti e ora picchia solo contro sindacati, scioperi e diritti del lavoro. Che vengono indicati come i veri ostacoli, o in altre versioni come gli alibi, che fanno sì che le imprese non investano. P

Per Renzi la ruota della fortuna ha girato a lungo e alla fine si è fermata sul lavoro ancora sindacalizzato e tutelato da qualche diritto residuo. Quello è il nemico dei giovani, dei disoccupati, del merito, della crescita e naturalmente di quelle imprese che finanziano Renzi a 1000 euro a coperto. Anche Matteo Salvini lancia proclami contro banche, euro, finanza etc. Ma i mass media li buca indirizzando il rebus contro migranti e Rom e alleandosi con forze esplicitamente fasciste e razziste. Renzi e Salvini indicano all’italiano medio l’unico avversario a reale portata di mano , il vicino di casa metalmeccanico, o impiegato pubblico, o migrante. Loro vengono indicati come la causa dei guai e con loro sindacati e centri sociali. Renzi e Salvini alimentano le rispettive guerre dei poveri in competizione l’uno con l’altro, e così si presentano sempre di più come un’alternanza nell’ambito della stessa devastazione democratica. Che la gente non vada più a votare, a parte i loro sostenitori, ai due leader va benissimo. Entrambi sono figli della ideologia liberista e la privatizzazione della democrazia è la madre di tutte le altre.

Non c’è soluzione facile a tutto questo. Crisi economica e degrado democratico si alimentano reciprocamente e per uscire da entrambi bisogna ricostruire il conflitto con avversari che non sono il vicino di casa. Per questo gli scioperi, i movimenti sociali, le lotte vere fanno così paura ad entrambi i Matteo. Perché se questi dovessero crescere e consolidarsi, loro perderebbero centralità e leadership. Il voto regionale colloca la maggioranza della popolazione italiana in una posizione extraparlamentare. Oggi è un successo per Renzi e Salvini, domani potrebbe essere la loro condanna. Ma perché ciò avvenga tutto ciò che si oppone al regime dei due Matteo deve trovare la stessa determinazione, la stessa dimensione culturale e volontà di vero cambiamento, della Resistenza e della liberazione dal fascismo.

POLITICAITALIA | Autore: giorgio cremaschi(da controlacrisi.org)

La tagliola del jobs act

renzi

Non c’è spa­zio per media­zioni sul jobs act. «Dal primo gen­naio deve entrare in vigore, è la dead line», dice Renzi ai par­la­men­tari del suo par­tito. Un avver­ti­mento a chi è con­tra­rio: non c’è tempo per navette con il senato, il testo è quello anche per­ché biso­gnerà con­si­de­rare il tempo neces­sa­rio per far vistare alle com­mis­sioni i decreti dele­gati pre­pa­rati dal governo.

Ieri sera il pre­si­dente del Con­si­glio è com­parso in tele­vi­sione da Bal­larò. In onda con un’intervista regi­strata men­tre fisi­ca­mente era già alla riu­nione dei gruppi par­la­men­tari alla camera (esor­dio con una pro­messa: «Gio­vedì chiu­diamo con l’elezione dei giu­dici costi­tu­zio­nali, ma ora un applauso a Vio­lante»). In onda a tutti i costi, pas­sando sopra lo scio­pero degli ope­ra­tori di ripresa un po’ come l’altro giorno era sfi­lato in una fab­brica di Bre­scia dalla quale erano stati allon­ta­nati gli ope­rai. Per man­dare in onda (quasi) rego­lar­mente il talk show di prima serata su Rai3, infatti, viale Maz­zini ha dovuto fare i salti mor­tali. Coman­dando alle tele­ca­mere tre fun­zio­nari dell’azienda e per­sino un diri­gente, il vice­di­ret­tore di Rai2 Mas­simo Lava­tore — effet­ti­va­mente vice­di­ret­tore per la «pia­ni­fi­ca­zione eco­no­mica e mezzi» che ha in car­riera tra­scorsi da ope­ra­tore, e dun­que sa dove met­tere le mani. La denun­cia è del sin­da­cato auto­nomo delle tele­co­mu­ni­ca­zioni Sna­ter, che ha deciso l’astensione per pro­te­sta con­tro la pra­tica di «uti­liz­zare per coprire gli eventi uno, al mas­simo due dipen­denti, per lo più tec­nici invece di una squa­dra di ope­ra­tori». Davide Di Pie­tro della segre­ta­ria nazio­nale Sna­ter, e ope­ra­tore di Bal­larò, a fine gior­nata spiega che lo scio­pero degli ope­ra­tori di Roma è riu­scito per­fet­ta­mente, costrin­gendo la Rai a far sal­tare tutte le tra­smis­sioni in diretta (Agorà, La prova del cuoco) e a ripren­dere i Tg con solo le tele­ca­mere fisse. Porta a porta e Uno mat­tina hanno man­dato vec­chie pun­tate in replica. Ma Bal­larò, già in dif­fi­coltà con gli ascolti, non poteva rinun­ciare alla pun­tata di ieri. E per non far sal­tare Renzi negli studi di Rai3 ecco arri­vare un diri­gente in fun­zioni da ope­ra­tore, in pre­stito dall’altro canale.
Pro­ba­bil­mente a causa dei troppi pal­co­sce­nici, si evi­den­zia qual­che pro­blema di coor­di­na­mento tra le dichia­ra­zioni, visto che men­tre Renzi annun­ciava ai par­la­men­tari Pd che «la legge di sta­bi­lità è rivo­lu­zio­na­ria per­ché riduce la pres­sione fiscale», il mini­stro dell’economia Padoan spie­gava in audi­zione not­turna alla camera che la pres­sione fiscale con la mano­vra salirà dello 0,3% entro il 2017».

Intanto il pre­si­dente del Con­si­glio ha deciso di can­cel­lare la visita a Napoli, che lui stesso aveva annun­ciato per sabato pros­simo. Le ragioni sono facil­mente com­pren­si­bili, visto che in città i movi­menti gli sta­vano pre­pa­rando da tempo una pes­sima acco­glienza, con cor­teo da Fuo­ri­grotta a Bagnoli. La gior­nata si annun­ciava assai più tesa di quella già non tran­quilla appena tra­scorsa a Bre­scia. Oltre alle con­te­sta­zioni di piazza, il pre­si­dente del Con­si­glio avrebbe tro­vato l’ostilità dichia­rata della giunta de Magi­stris, rima­sta scot­tata da una fidu­cia ini­ziale ripa­gata con il com­mis­sa­ria­mento dell’amministrazione comu­nale per le opere di risa­na­mento di Bagnoli. La rinun­cia è un evi­dente fuga, così men­tre cen­tri sociali e movi­menti di lotta napo­le­tani con­fer­mano la pro­te­sta del 7 novem­bre, l’ufficio stampa di palazzo Chigi prova a spie­gare che «Renzi non è pre­oc­cu­pato da even­tuali con­te­sta­zioni» e «visi­terà alcuni comuni del sud entro la fine del mese».

Ieri ha par­lato anche Gior­gio Napo­li­tano, e alcune sue parole pro­nun­ciate in occa­sione delle cele­bra­zioni per la festa delle Forze Armate sono ser­vite a con­fer­mare e rilan­ciare l’allarmismo esi­bito a Bre­scia da Renzi. Se il pre­si­dente del Con­si­glio aveva detto che c’è «un dise­gno per divi­dere», il pre­si­dente della Repub­blica è pas­sato rapi­da­mente dall’allarme per gli atten­tati dell’Isis ai rischi interni. «Vi è il rischio — ha detto Napo­li­tano — che sotto la spinta esterna dell’estremismo e quella interna dell’antagonismo, e sull’onda di con­trap­po­si­zioni ideo­lo­gi­che pure così datate e inso­ste­ni­bili, pren­dano corpo nelle nostre società rot­ture e vio­lenze di inten­sità forse mai vista prima».

05/11/2014 09:29 | POLITICAITALIA | Fonte: Il Manifesto | Autore: Andrea Fabozzi (da controlacrisi.org)

“Ma va là Fausto!”, lettera aperta di Gianni Marchetto un ex operaio sindacalista a Bertinotti

17888-fausto_bertinottimegafCaro Fausto,
con te mi lega una lunga (e affettuosa) militanza nella CGIL di Torino: tu Segretario della CGIL, io prima operaio alla FIAT, poi funzionario della FIOM alla FIAT Mirafiori. Così come l’appartenenza allo steso partito: il PCI Torinese.
Ho avuto modo di sentire la tua ultima intervista dove, con molto coraggio, tu dici che come comunisti abbiamo sbagliato (quasi tutto) e dove nel contempo rivaluti il pensiero e la pratica liberale.

Parlo per me: prima di iscrivermi al PCI (nel 1966) avevo avuto modo di leggere “Buio a mezzogiorno” di Arthur Koestler e la “Fattoria degli animali” di George Orwell (era un opuscolo illustrato). Chi mi ha iscritto era un compagno che avevo conosciuto in FIAT (diventai suo “socio” di lavoro). Era questi un ex partigiano che insieme a pochi altri, aveva “tenuto botta” per tutti gli anni ’50 e ’60, aspettando il ’68 e ’69. Mi intrigò di più la storia e l’esperienza di questi compagni che non i libri che avevo letto: da lui accettai la mia iscrizione al PCI.

Nei primi anni ’70 mi ricordo di una polemica aspra che andavo facendo con te e altri compagni del sindacato e del PCI (quasi tutti dirigenti) sulla teorizzazione “dell’operaio massa”. Quale operaio massa? chiedevo. Io di Massa ne conosco due: Massa Attilio delle Presse e Massa Giuseppe della Carrozzeria. Era una mia polemica contro le facili (e strumentali) generalizzazioni. Chi mi dava ragione era Ivar Oddone il quale così argomentava: “l’operaio massa è un altro modo di intendere gli operai, per il padrone sono dei gorilla da addestrare per la produzione (la rabble ipothesys), per una certa sinistra sono dei gorilla da redimere per la rivoluzione, quale rivoluzione? Quella dei redentori, ovviamente!” e l’operaio? sempre gorilla rimaneva! quanta ragione aveva!
A proposito del pensiero e dell’azione dei liberali, mi viene in mente il “Manifesto del partito comunista” quello di Marx ed Engels, che è un inno alla borghesia (rivoluzionaria), ergo al pensiero che la sosteneva: il liberalesimo.

Sul finire degli anni ’70 e negli anni ’80 mi capitò di andare diverse volte nei paesi dell’Est. Per il sindacato andai in URSS per quasi un mese. E in questi viaggi ebbi la conferma che questi regimi non erano riformabili (cosa per la quale ero ormai convinto dopo l’invasione della Cecoslovacchia nel 1968) e dopo il fallimento della “Riforma Kossighin” nel 1966, nell’URSS.
Visitai parecchie aziende e con mia sorpresa (negativa) notai il compromesso che teneva in piedi la baracca: “io non rompo le balle a te, tu dai a me il tuo consenso”, un po’ alla maniera che in Italia la DC esercitava il suo consenso (specie nella pubblica amministrazione), per cui il Partito Comunista dell’URSS somigliava parecchio alla nostra Democrazia Cristiana. In fondo, in fondo il regime “comunista” stava in piedi sulla scorta di 3 P: Poca produttività, Poco salario, Pochi consumi e con tre poco chi accontentava: gli individui mediocri, quelli che si accontentano, la gente pigra. Gli individui più curiosi, i più intraprendenti erravano continuamente da un’azienda all’altra alla ricerca di posti di lavoro dove l’autoritarismo e il paternalismo fosse al minimo e dove ci fossero le occasioni di welfare aziendale migliori.
È vero, non era dappertutto così. Nelle aziende dove si producevano armamenti, c’era lì concentrato il massimo della esperienza operaia, della tecnica e del meglio della scienza. Quel tanto che i “prodotti” facevano la punta a quelli americani! e questo fin dalla nascita dell’URSS. Un bel paradosso: una società nata contro e per far finire la guerra che primeggia nella produzione di strumenti di morte!

Il nodo della “continuità”. Riporto le cose scritte nel libro di A. Minucci (La crisi generale tra economia e politica, Ed. Voland Srl) è il capitolo V° che parla del “Nodo della continuità”. Mi ha colpito nel senso di non trovare niente o quasi nello sviluppo delle rivoluzioni “socialiste” nel 20° secolo: cosa mai esisteva in quelle società che fosse in embrione il “socialismo” che poi si sarebbe instaurato? C’era in Russia? C’era in Cina? Erano completamente assenti! Anzi (ed è di questi tempi) il Partito Comunista Cinese è attualmente a capo di una modernizzazione a carattere capitalista con annesso sfruttamento dei lavoratori, di alienazione di larghe masse e tutto l’armamentario tipico della fase di costruzione del capitalismo… del tutto opposta la storia della borghesia, la quale prima di arrivare a tagliare le teste di nobili e clero (nel 1789) si era insediata in tutta la società di allora.

Veniamo a noi, in Italia. Contraddizioni: il PSI nella dottrina non era statalista, nella pratica avviò (con il primo centrosinistra) tutta una serie di nazionalizzazioni, da quella dell’energia elettrica, ad altre.
Il PCI nella dottrina era statalista, nella pratica divenne “localista”: assieme ai socialisti nei decenni dopo la Liberazione avviò un vera e propria civilizzazione nei territori dove questi avevano la maggioranza dei voti. E quasi sempre con i “bilanci in rosso”: per fare investimenti, ecc.
Negli anni ’70 specie nelle grandi fabbriche del nord, sulla scorta delle conquiste del ’68 e del ’69 in merito ai Delegati e ai Consigli di Fabbrica, si andò ad una prima sperimentazione di superamento da una parte del “leninismo” (vedi come ti “educo il pupo”) e dall’altra della sola “democrazia delle opinioni” (di marca liberale), per approdare invece alla “democrazia cognitiva” = la validazione consensuale.

Caro Fausto, non voglio tediarti oltre. Mi pare di aver messo i piedi nel piatto (così come hai fatto pure tu). A te il compito di verificare la distanza tra le tue e le mie tesi. È vero bisogna avere a mente “l’individuo” come del resto era il portato della migliore CISL degli anni ’70 (la FIM) e da cui imparammo molto tutti quanti.
Mi pare che una “ri-partenza” sia possibile se la nostra autocritica si fonda non solo sulle questioni generali (e un po’ generiche), ma se sa stare nella nostra esperienza concreta. Alcune riflessioni:

1. Nelle aziende: a) una sfida innanzi tutto a noi stessi: coniugare Maggiore Produttività a Maggiore Democrazia – b) andare oltre il “guardiano del 133 di rendimento” o superare l’esperienza dei Delegati come “bravi poliziotti” (a servizio dei lavoratori, ovviamente) e pensare alla progettazione della “carriera dell’operaio” contro la logica “dell’ascensore sociale” che lascia il lavoro così com’è agli sfigati di turno (vedi i migranti).
2. Nella società: riconoscere che esistono degli “esperti” sia tecnici che “grezzi” che sono portatori di una “mappa e di un piano”. Una volta questi erano ben presenti nelle formazioni politiche di massa (dalla DC, al PSI e maggiormente nel PCI). Senza il recupero di queste competenze, di questo saper fare diffuso credo proprio che non si va da nessuna parte.
3. Occorre andare alla produzione di un archivio di tutte le esperienze “esemplari” sia di aziende che di amministrazioni locali per poterle socializzare, per farle diventare “ordine morale per il rimanente dei cittadini” (vedi Gramsci quando dice che questa è “fare rivoluzione”: socializzare il meglio delle esperienze) e non attardarsi a “mettere continuamente il lievito sulla merda” (come ben mi diceva Emilio Pugno già nel 1970).
4. Ergo: occorre allora in ogni territori dato andare alla produzione di archivi contenenti nomi e cognomi di questi “esperti” per avere con loro un approccio positivo.
5. Domanda? C’è un soggetto politico/sindacale adatto a questa bisogna? Ovvero io vado in cerca (a 72 anni!) di soggetti che vogliano ancora rimettersi in gioco su queste questioni.

POLITICAITALIA | Autore: gianni marchetto(da controlacrisi.org)

Expo, milioni di tangenti e lavoratori gratis

no expoCome hanno già scritto nei giorni scorsi Livio Pepino e Paolo Ber­dini su que­sto gior­nale, non ci si può stu­pire né scan­da­liz­zare più di tanto di fronte alle nuove rive­la­zioni sulle maxi­tan­genti pagate per l’Expò. Ma con­ti­nuare ad indi­gnarsi sì. Se la sta­gione di tan­gen­to­poli è finita in vacca e gli stessi mec­ca­ni­smi si ripro­du­cono al qua­drato, è anche per­ché l’opinione pub­blica, all’inizio scossa e indi­gnata, si è acquie­tata di fronte al cam­bio della guar­dia. Solo che in quella occa­sione, agli inizi degli anni Novanta, furono per­se­guiti solo i cor­rotti, poli­tici o fun­zio­nari che fos­sero, molto meno o niente affatto i cor­rut­tori. Così il sistema del malaf­fare è rima­sto in piedi, solo scal­fito, ma non com­pro­messo nella sua cri­mi­nale efficacia.I cor­rut­tori hanno scal­zato i cor­rotti nell’assunzione delle cari­che poli­ti­che. Quella bor­ghe­sia così priva di spi­rito webe­riano ha spaz­zato via ogni media­zione poli­tica ed ha deciso di rap­pre­sen­tarsi diret­ta­mente da sé stessa. Così è comin­ciato ed è pro­se­guito il lungo ven­ten­nio ber­lu­sco­niano. Così, dopo la paren­tesi dei Monti e dei Letta, prende il volo il periodo renziano.Era stato cal­co­lato che la cor­ru­zione della pub­blica ammi­ni­stra­zione e del potere poli­tico, da noi malat­tia antica e finora incu­ra­bile, costa al nostro paese più di 60 miliardi all’anno. Più dello scia­gu­rato fiscal com­pact, che qua­lora non venisse abo­lito, peserà sul bilan­cio circa 50 miliardi ogni anno per venti anni a par­tire dal 2016. Un costo spa­ven­toso, ma che ha un altro riflesso deva­stante: quella di inge­ne­rare una sfi­du­cia cro­nica dei cit­ta­dini nell’efficienza del set­tore pub­blico ed è quindi per­fet­ta­mente fun­zio­nale alla pro­pa­ganda in favore della eli­mi­na­zione dell’intervento pub­blico diretto in eco­no­mia e delle pri­va­tiz­za­zioni, cui l’attuale governo nuo­va­mente si accinge per tenere fede ai vin­coli europei.

Ma c’è un altro risvolto della fac­cenda. A fine luglio dello scorso anno venne fir­mato tra Expò 2015 e i sin­da­cati con­fe­de­rali e di cate­go­ria, un accordo che tra le altre cose pre­vede l’uso mas­sic­cio di “volon­ta­riato” (18.500 unità lavo­ra­tive) per la durata dell’esposizione. Il com­pito di que­sti volon­tari non è certo quello di assi­stere per­sone in dif­fi­coltà, ma di svol­gere le clas­si­che fun­zioni acco­glienza dei visi­ta­tori della mostra e degli ope­ra­tori eco­no­mici. Un “agire comu­ni­ca­tivo rela­zio­nale” indi­spen­sa­bile per mani­fe­sta­zioni di que­sto genere e facente parte a pieno titolo della catena della for­ma­zione del valore. Solo che non è pagato. E’ lavoro ser­vile. Tale accordo è stato pre­sen­tato come un modello da gene­ra­liz­zare per tutti i grandi eventi. Se così fosse si aggiun­ge­rebbe, come ulte­riore chance a dispo­si­zione dei datori di lavoro, alla distru­zione del diritto del lavoro e dei diritti dei lavo­ra­tori con­te­nuto nel decreto Poletti appena votato dalle Camere a colpi di fiducia.

Impos­si­bile a que­sto punto non sta­bi­lire un rap­porto di reci­proca cau­sa­lità tra i due fatti: il lavoro non pagato e le maz­zette distri­buite. Vi è solo da chie­dersi se è a causa del milione e 200mila euro – ma è solo uno dei tanti pos­si­bili esempi – che stando alla cro­naca l’imprenditore vicen­tino Enrico Mal­tauro, e chissà quant’altri, ha dovuto ver­sare alla “cupola” dei soliti noti, che poi ven­gono a man­care soldi per pagare i lavo­ra­tori, oppure se è la cer­tezza di potere con­tare sul lavoro ser­vile che aumenta i mar­gini eco­no­mici per pagare laute tan­genti. Entrambe le cose, ver­rebbe da dire.

17/05/2014 09:30 | POLITICAITALIA | Fonte: Il Manifesto | Autore: Alfonso Gianni

Commento:

Milano ha bisogno di 18500 volontari con un turn over di circa 500 ogni due settimane per almeno 5 ore di lavoro al giorno,per sei mesi di evento. Un’enormità di forza- lavoro gratuita.
Le mansioni dei volontari vanno dall’”indirizzamento delle persone verso le biglietterie” al “supporto al visitatore in coda in caso di bisogno”. Insomma, mansioni simili a quelle di stewart e hostess alle quali si aggiungono competenze di guida turistica all’interno dei padiglioni dell’Esposizione. Poi però qualcuno lo pagano,non dei volontari;assumeranno ben 640 persone di cui 340 apprendisti sotto i 30 anni e 300 contratti a tempo determinato.Poi ci saranno gli stagisti,saranno 195 e percepiranno un rimborso spese di 516 euro mensile più i buoni pasto.Lo hanno definito “il Volano”della nostra economia.Avvisatela, l’economia, di girare coi pesi nei risvolti,hai visto mai dovesse impennarsi e schizzare alle stelle?
(Da controlacrisi.org)

 


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