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Crescono i paesi che non hanno fatto austerity

austerity

La Banca Mon­diale ha pre­sen­tato le pre­vi­sioni eco­no­mi­che per il 2014. La sin­tesi del rap­porto potrebbe essere la seguente: 5 anni dopo la crisi finan­zia­ria l’economia mon­diale comin­cia a mostrare i primi segnali di ripresa. L’economia mon­diale dovrebbe cre­scere del 3,2%, ma la cre­scita non sarà omo­ge­nea: i paesi in via di svi­luppo cre­sce­ranno del 5,3%, men­tre i paesi ric­chi del 2,2%. All’interno dei così detti paesi ric­chi, le policy adot­tate fanno la differenza.

Chi ha impe­gnato la spesa pub­blica e tutti gli stru­menti mone­tari per fron­teg­giare la crisi reale ha con­se­guito dei risul­tati di gran lunga migliori dei paesi che hanno adot­tato poli­ti­che di auste­rità. In altre parole gli Stati Uniti, pur con tutti i limiti cono­sciuti, regi­stre­ranno una cre­scita per il 2014 del 2,8%, men­tre l’Europa, l’emblema delle poli­ti­che libe­ri­ste, delle riforme strut­tu­rali, dei tagli alla spesa pub­blica e del rien­tro for­zato, via avanzi pri­mari, dall’indebitamento e dal debito pub­blico, avranno una cre­scita dell’1,1%.

L’aspetto bef­fardo è la cre­scita della Ger­ma­nia: 0,5%. Atten­zione, il detto mal comune mezzo gau­dio non vale. La crisi della Ger­ma­nia è la crisi dell’Europa. Potrebbe tra­sci­nare tutti quanti den­tro un vor­tice da cui è dif­fi­cile imma­gi­nare gli effetti. Altro che uscita dall’euro e cose simili.

Alla fine, i beni e ser­vizi pro­dotti dalla Ger­ma­nia devono pur essere ven­duti, ma se depau­pe­riamo tre quarti dell’Europa, anche la gra­ni­tica Ger­ma­nia non può far altro che lec­carsi le ferite. Cer­ta­mente la Cina rimane un mer­cato pro­met­tente, ma la domanda euro­pea non è così facil­mente sosti­tui­bile, nem­meno dalla cre­scita della domanda ame­ri­cana. Obama ha tanti difetti, ma una parte del rilan­cio dell’economia ame­ri­cana è legata al raf­for­za­mento della pro­pria manifattura.

Non si tratta solo di allen­tare i vin­coli euro­pei. La situa­zione è tale che neces­sità di una poli­tica eco­no­mica euro­pea. Non si aggan­cia nes­suna cre­scita, nem­meno a livello mon­diale, fin­tanto che l’Europa rimane senza bilan­cio pub­blico euro­peo ade­guato, almeno del 4% del Pil, un coor­di­na­mento delle poli­ti­che indu­striali e un ade­gua­mento della domanda interna, via incre­menti salariali.

In qual­che misura il rap­porto della Banca mon­diale con­ferma che le poli­ti­che libe­ri­ste sono fuori tempo mas­simo. I paesi che non hanno per­se­guito le logi­che dell’austerità stanno deci­sa­mente meglio. Chissà cosa ne pen­sano il pre­si­dente della Com­mis­sione euro­pea e il governo di grande coa­li­zione tedesco.

Alla fine tutti i nodi e le debo­lezze dell’Europa si mani­fe­stano, soprat­tutto quando si affac­cia una «mode­sta» cre­scita. È pro­prio quando si intra­vede una cre­scita che si vede se sono state adot­tate le poli­ti­che giuste.

Ora abbiamo una mezza verità: le poli­ti­che euro­pee hanno allon­ta­nato la stessa Europa da una pos­si­bile cre­scita. Non credo e non penso che gli Stati Uniti o altri Paesi rega­lino la pro­pria cre­scita all’Europa.

Que­sta volta l’Ue deve diven­tare adulta. L’età dell’adolescenza è finita.

16/01/2014 11:45 | ECONOMIAINTERNAZIONALE | Fonte: Il Manifesto | Autore: Roberto Romano (da controlacrisi.org)

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C’è una “rivoluzione” in cammino, è l’automazione nelle fabbriche

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La rivoluzione robotica cinese è in atto e fa passi da gigante. Non solo i robot possono lavorare ventiquattro ore su ventiquattro, ma non scioperano, non protestano e stanno ormai per superare l’ultimo ostacolo per una loro perentoria ascesa nel mondo delle fabbriche cinesi, ovvero il costo. Sembra che in Cina orma la svolta sia stata decisa, sfruttando proprio quelle produzioni a basso costo di robot capaci di svolgere funzioni fondamentali nel processo produttivo. Ci sono alcune ragioni specifiche, per le quali la robotica soppianterà – dicono gli esperti – il lavoratore umano.

Innanzitutto la Cina sta affrontando una mancanza di manodopera, dovuta a un invecchiamento della popolazione e alla scelta dei giovani cinesi che preferiscono intrupparsi nel settore dei servizi, anziché nelle fabbriche. In secondo luogo la tecnologia relativa ai robot ha raggiunto livelli ottimi in termini di funzioni e costi.
La Delta Industrial Automation – azienda di Taiwan che produce per Apple, tra gli altri – sta provando a raggiungere l’obiettivo di produrre robot a basso costo, 10mila dollari, proprio per cavalcare questa nuova ondata «robotica». Raggiunta via mail da il manifesto, Colleen Ho, responsabile della comunicazione, ha affermato: «C’è un grande potenziale per il mercato dei robot. L’invecchiamento della popolazione e l’urbanizzazione sono le tendenze sociali economiche del futuro. La domanda di alcuni prodotti di consumo, in particolare di elettronica di consumo, o quanto riguarda l’industria alimentare, la medicina, la stampa e l’imballaggio continuerà a salire. Il problema della carenza di manodopera diventerà ancora più grave con l’invecchiamento della popolazione. La produzione con forte dipendenza dalla manodopera soffrirà di più dei costi del lavoro in aumento, per questo è necessario avviare il processo di automazione per ridurre i costi di manodopera. Con i cicli di vita dei prodotti brevi e un’elevata domanda di nuovi disegni e modelli, il processo produttivo deve essere altamente flessibile per realizzare cambiamenti rapidi e aggiustamenti in qualsiasi momento. Ci sono opportunità illimitate per bracci robotici che sono piccoli, leggeri, multi-testa, agili e altamente adattabile alle varie modifiche su una linea di produzione».

Anche la nota Foxconn è una forte sostenitrice dell’automazione: un anno fa circa aveva infatti annunciato l’installazione di di un milione di bracci robot nelle sue fabbriche entro il 2014, ma secondo quanto affermato dai suoi dirigenti, il processo è ancora in corso e ci vorrà più tempo per raggiungere l’obiettivo. s. pie.

C’è una “rivoluzione” in cammino, è l’automazione nelle fabbriche (da sito Rifondazione 10/10/2013)

Francia. Quando i fascisti uccidono

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L’assassinio a Parigi del giovane militante antifascista Clèment Méric è l’ultimo terribile atto di una catena di aggressioni e atti di violenza perpetrati da gruppi nazifascisti in vari paesi europei, in particolare in Grecia, ma non solo. Anche nel nostro paese, al di là della scarsa presa elettorale delle formazioni di estrema destra, cresce il loro attivismo sociale e crescono anche gli episodi di violenza e di aggressione da parte di queste forze.

Con l’aggravarsi della crisi e della disoccupazione, e l’assenza di un’alternativa di sinistra, la minaccia fascista sta crescendo nei paesi europei. E’ una minaccia che va presa sul serio, più di quanto è stato fatto finora, e rende necessaria l’azione unitaria della sinistra di classe anche su questo terreno, cominciando a pensare anche a forme di coordinamento su scala europea.

Esprimiamo la solidarietà all’Union syndicale solidaires nella quale Clément militava, e aderiamo idealmente alle manifestazioni antifasciste che si svolgono in Francia.

Clément Méric, «studente modello», «ucciso per le sue idee»

Di Mathilde Gérard

Di questo giovane si conosce solo una foto, diffusa dal gruppo Azione antifascista del quale era membro: una immagine in bianco e nero che mostra un viso di profilo, paffuto, i capelli pettinati con cura, la camicia a quadretti impeccabilmente abbottonata. All’indomani di un violentissimo scontro con un gruppo di skinheads, nel quartiere Havre-Caumartin a Parigi, Clément Méric, 19 anni, ha trovato la morte, giovedì 6 giugno, all’ospedale Pitié-Salpétrière. L’autore presunto dell’aggressione sarebbe astato arrestato secondo il Ministero dell’Interno.

Originario di Brest, aveva ottenuto lo scorso anno il diploma di maturità con il punteggio S e la menzione, dopo aver frequentato il liceo statale L’Harteloire. Il preside del liceo, Jean-Jacques Hillion, intervistato da Le Télégramme, ha descritto «uno studente brillante, direi anche uno studente modello. Non si dà per caso una maturità S con menzione Bene per poi iscriversi a Sciences Po [Scienze Politiche] Paris.. .» Era «cortese e rispettoso degli altri , ha aggiunto il preside, pienamente impegnato nelle questioni del liceo, in quanto delegato o rappresentante degli studenti. Era particolarmente eloquente e si sentiva in lui l’anima di un giovane capace di assumersi le sue responsabilità.»

I suoi genitori, ritiratisi di recente in pensione nel Gers, insegnavano diritto all’Università della Bretagna Occidentale (UBO, a Brest): diritto pubblico il padre e diritto privato la madre. Ex studenti hanno descrivono una famiglia molto simpatica e di spirito aperto, molto conosciuta da tutta la facoltà di diritto.

«Non era un attaccabrighe»

Clément Méric si era trasferito a Parigi a settembre per proseguire gli studi a Sciences Po. Tutti i suoi compagni hanno parlato unanimemente di «un giovane molto impegnato», «che non diceva mai una parola più alta dell’altra», «una persona dolce», «il tipo di persona che tutti vorrebbero avere nel proprio giro». «È stato ucciso per le sue idee», afferma sbigottito un compagno del primo anno.

Il giovane, che era già militante quando era liceale ed era vicino in particolare alla sezione di Brest della Confédération nationale du travail (CNT) ha rapidamente aderito come studente al sindacato Solidaires Etudiant-e-s di Sciences Po e al gruppo Action antifasciste Paris-banlieue (AAPB). L’organizzazione, erede dei «redskins» [pellirosse], si era impegnata negli ultimi mesi a favore della legge sul matrimonio omosessuale. Un video disponibile sul web mostra il giovane, vestito con una Tshirt arancio e una sciarpa rossa annodata al collo, sfidare i partecipanti della «Manif pour tous».

Secondo molti suoi amici «non era impegnato in un partito politico», il suo militantismo era sindacale ed essenzialmente centrato sulla lotta contro il fascismo. «era molto critico rispetto al Front de Gauche e all’UNEF (Unione nazionale degli studenti di Francia), che oggi si mobilitano attorno al suo nome, ha detto Camille (nome cambiato), anche lei militante di Solidaires Sciences Po. Tutto il clamore politico attuale lo avrebbe fatto arrabbiare. Ė stato aggredito perché era antifascista.»

In una conferenza stampa nel primo pomeriggio, i membri della AAPB hanno tenuto a sottolineare che Clément Méric non era un attaccabrighe, né un mostro di guerra. D’altronde è stato aggredito mentre andava ad acquistare dei vestiti in un negozio, hanno aggiunto.

Numerose manifestazioni erano previste nel tardo pomeriggio o in serata in molte città della Francia per rendere omaggio al giovane. (Articolo pubblicato il 6 giugno 2013 su Le Monde.fr) e ripreso da: sincri il 7 giugno 2013 in Attualità, Internazionale

Francoforte

francoforteA Francoforte con i colori del Prc

Siamo stati a Francoforte sabato, è stata un’esperienza particolarmente intensa. Comunisti, anarchici, ragazze e ragazzi e meno giovani hanno dato prova che la solidarietà internazionalista non è uno slogan ma una pratica. La situazione ha raggiunto più volte livelli esplosivi, ci sono state provocazioni della polizia e la rabbia è stata tanta. Gli spray urticanti non sono stati risparmiati (questa è la specialità tedesca che sostituisce i lacrimogeni). Ma migliaia e migliaia di persone sono restate assieme e non hanno lasciato soli quelli che la polizia ha dichiarato provocatori, “armati” di scudi di polistirolo con su i titoli dei libri che ci nutrono.
Il corteo non si è fatto dividere che con la forza ma non ha lasciato chi era stato costretto in una sacca di polizia. Siamo rimasti faccia a faccia con la polizia per ore ed ore, fino alla fine. Abbiamo applaudito ad una piazza lontana: Istanbul. Abbiamo inveito alla polizia. Eravamo assieme a tutti gli altri con i colori della Rifondazione Comunista. Migliaia di ragazze e ragazzi tedeschi gridavano senza fine in italiano «siamo tutti antifascisti» e noi con loro, con la pelle d’oca a sentirli usare come loro la nostra lingua.
Perché no? Non erano nostri compagne e compagni italiani molti di quelli nella sacca? Non venivano presi a forza e pestati? Non ci siamo divisi, come è successo in Italia, a Roma, altre volte. Davanti alla polizia siamo rimasti tutti assieme a pretendere che chi era stato chiuso nella sacca venisse lasciato andare.
Abbiamo vissuto una giornata di rabbia ma abbiamo trovato dove si uniscono le persone in Europa: davanti ai palazzi dove siedono chi li vuole dividere. Noi vogliamo restare assieme con loro, con i nostri colori che sono anche i loro.

Circolo di Colonia del Partito della Rifondazione Comunista

03/06/2013 12:54 | POLITICAINTERNAZIONALE

Nuova Cina NUOVA SINISTRA: intervista a Minqi Li

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Minqi Li è un economista che ha fatto un percorso inverso rispetto a molti suoi connazionali: dalla scuola di Chicago a Mao. Oggi crede ci sia bisogno di un «riorientamento», dalla «crescita» alla «sostenibilità sociale ed ecologica»

Il professor Minqi Li, che insegna Economia all’università dell’Utah, ha fatto un percorso inverso rispetto a molti suoi connazionali. Prima del 1989 – momento di svolta per molti cinesi – era infatuato dalle teorie economiche della scuola di Chicago. «Eravamo convinti che il sistema economico socialista fosse ingiusto e che privilegiasse i lavoratori statali pigri e inefficienti e punisse i più attivi e liberi imprenditori», ha scritto Minqi Li nell’introduzione al suo The rise of China and the Demise of the Capitalist World Economy, (Londra, 2008). Minqi Li ha studiato proprio nel luogo che poi sarebbe diventata la culla del pensiero neo liberista cinese. Durante le proteste cambiò la sua visione: dopo uno speech in cui richiedeva un ritorno all’economia socialista venne imprigionato. Durante la permanenza in carcere «ebbi modo – dice – di conoscere meglio gli strati più bassi della società e concentrai la mia attenzione nella lettura di Marx». Uscito dal carcere intraprese un viaggio di due anni nella Cina, quella rurale e popolare, modificando – e di molto – la propria visione dell’economia e del suo paese. La sua interpretazione del 1989 si è infine solidificata: «Gli studenti – ha scritto – potevano ritirarsi o scegliere di allearsi a una classe operaia che non aspettava altro. Scelsero di non fare, semplicemente, né l’una né l’altra cosa. E furono per questo sconfitti». Oggi è considerato uno degli economisti di punta di quella che viene considerata la «nuova sinistra» cinese. Ha accettato di buon grado di rispondere alle domande del manifesto.

Professore, dopo la caduta di Bo Xilai (capo del Partito di Chongqing, epurato dal Partito comunista cinese e oggi in attesa di processo, ndr), che influenza politica ha ancora la nuova sinistra in Cina?

La trasformazione capitalista della Cina ha portato sempre più conflitti sociali e il degrado ambientale. Bo Xilai è tra i politici che si erano resi conto che il percorso attuale della Cina di sviluppo è insostenibile. Quando era segretario del partito di Chongqing, ha fatto sforzi per regolamentare il settore privato, per ripristinare la sicurezza delle persone (con il giro di vite sulla criminalità organizzata), e per ridurre le disparità di reddito. La sua sconfitta suggerisce che nel Partito comunista, l’ala neoliberista ha oggi il sopravvento. Mentre la sinistra ha oggi un peso trascurabile tra i primi dirigenti del partito, la sua influenza tra gli strati medio-bassi della società cinese è cresciuta.

Quali sono oggi gli obiettivi principali della nuova sinistra cinese?

Alla fine del 1990, la «nuova sinistra» in Cina era essenzialmente limitata a pochi intellettuali che criticarono la riforma economico neoliberista. Da quel momento in poi la «sinistra» è diventata un movimento sociale. Nel 1990, la Cina si è impegnata in massicce privatizzazioni. Decine di milioni di lavoratori del settore statale sono stati licenziati. Molti hanno partecipato alla lotta contro la privatizzazione e molti dei leader dei lavoratori in seguito sono diventati affiliati alla sinistra. Negli anni tra il 1980 e il 1990, la classe media urbana era una forte sostenitrice di riforme economiche neoliberiste. Ma da allora molti dei membri attuali o aspiranti della classe media hanno subito i prezzi delle case alle stelle, l’istruzione privata e le spese di assistenza medica, l’inquinamento dilagante, così come una crisi di sicurezza alimentare. Alcuni di loro sono diventati politicamente radicalizzati. Nonostante decenni di propaganda antimaoista, sempre più persone delle classi sociali medio-basse hanno ricominciato a valutare in modo positivo il passato maoista. Ogni anno, milioni di persone spontaneamente partecipano alle attività di massa che commemorano Mao Zedong in tutto il paese nonostante l’opposizione ufficiale, o persino la repressione della polizia. La sinistra cinese oggi comprende attivisti operai, giovani studenti, intellettuali progressisti, radicali della classe media, e alcuni vecchi rivoluzionari veterani comunisti. Come la sinistra in molti altri paesi, ci sono molti gruppi diversi e opinioni diverse. In linea di massima, la sinistra cinese oggi si oppone al capitalismo e la sua riforma economica e supporta la trasformazione socialista della società cinese.

Chongqing è ancora un “modello”?

Non c’è una visione unificata economica tra la sinistra cinese. Chongqing (ovvero una riforma relativamente progressista del capitalismo) è probabilmente insufficiente a fornire una soluzione ai problemi attuali economici e sociali della Cina. Mentre l’economia cinese continua a crescere rapidamente, soffre di gravi squilibri economici, sociali ed ecologici. Per far fronte a questi squilibri, sarebbe necessario un riorientamento fondamentale della priorità di politica economica della Cina, dalla crescita economica (cioè, il profitto e l’accumulazione del capitale) verso la sostenibilità sociale ed ecologica. È impossibile concepire un riorientamento economico senza una redistribuzione del reddito e della ricchezza. Ovvero: una grande parte della ricchezza capitalista dovrebbe essere ridistribuita verso la classe operaia o investita nei beni pubblici. Ovviamente questo non sta accadendo.

Qual è la “mappa” della nuova sinistra cinese oggi?

La nuova sinistra negli anni 90 includeva intellettuali soprattutto accademici, come Wang Hui, Cui Zhiyuan, e Wang Shaoguang. Poi è diventato un movimento sociale, molti si sono organizzati intorno a siti web popolari. Uno dei più noti è “Wu Zhi Xiang Tu” (Utopia). Utopia cerca di interpretare il maoismo principalmente come una forma di nazionalismo. Altri attivisti di sinistra si dicono marxisti-leninisti-maoisti. E criticano Utopia per la sua tendenza nazionalista.

Possiamo definire le riforme previste dal nuovo governo di Pechino come neo liberali? E che tipo di impatto avranno sulla società cinese?

Il capitalismo cinese ha tratto grandi benefici dalla ristrutturazione neoliberista globale, posizionandosi come il principale fornitore di manodopera a basso costo per il mercato globale. Al momento, non è ancora chiaro cosa le élite cinese vogliano fare per il futuro. Ma la Banca mondiale ha raccomandato alla Cina di privatizzare le imprese statali restanti e privatizzare la proprietà del territorio rurale. Il nuovo primo ministro Li Keqiang, è ampiamente noto per aver sostenuto con entusiasmo le raccomandazioni della Banca mondiale. Se il piano di Li Keqiang sarà implementato, significa che la Cina ha scelto con forza il sentiero neoliberista.

Quanto è ancora importante lo stato nella visione della nuova sinistra?

Lo stato è sempre importante. Suppongo però che la vera questione non sia se lo stato rimane importante, ma se lo stato rimane uno strumento efficace per regolare le contraddizioni del capitalismo cinese. Se la classe capitalista cinese non è disposta a rinunciare a gran parte della propria ricchezza attuale per il bene di alleviare le diverse contraddizioni economiche, sociali ed ecologiche, queste contraddizioni possono portare ad una grave crisi per la società cinese in cinque-dieci anni. Quando ciò accadrà, non sarà solo una crisi per lo stato della Cina, ma anche una crisi per il capitalismo cinese. E non solo.

il manifesto 20 marzo 2013

leggi anche: Cina, la società armoniosa e le condizioni di lavoro dei migranti

21/03/2013 00:10 | POLITICAINTERNAZIONALE | Fonte: il manifesto | Autore: SIMONE PIERANNI (Da Controlacrisi.org)

ATENE ,MOBILITAZIONE NO STOP

Quarantotto ore di sciopero. Atene verso la mobilitazione no stop

Grecia /MERCOLEDÌ IL GOVERNO VOTA I NUOVI TAGLI
La Grecia è immersa da ieri mattina in uno tsunami di scioperi e proteste che continueranno oggi e domani con un sciopero generale di 48 ore, per trasformarsi probabilmente in una agitazione continua con l’assedio del parlamento se mercoledì notte passeranno i nuovi tagli da 13,5 miliardi. Alla chiamata di Gsee e Adedy, le confederazioni sindacali del settore pubblico e privato che già hanno aderito allo sciopero e alle manifestazioni europee del 14 novembre, hanno risposto quasi tutte le organizzazioni sindacali e associazioni settoriali.
Due cortei già ieri mattina hanno attraversato Atene per confluire in piazza Syntagma chiedendo il ritiro dei tagli e il ripristino dei diritti dei lavoratori cancellati dal governo tripartito di Samaras (leader del partito di centrodestra Nea Demokratia), Venizelos (del partito socialista Pasok) e Koubelis (di Sinistra Democratica) e dalla troika. L’appuntamento nella piazza del parlamento si ripeterà domani, ma si prevede una mobilitazione continua dopo l’eventuale votazione dei tagli.
La città è paralizzata dallo sciopero di tutti i mezzi di trasporto su rotaia, oggi si fermano bus, filobus, treni e mezzi dei pendolari. Anche le navi rimarranno attraccate nei porti. Prendere un taxi è impossibile, i guidatori incrociano le braccia. I medici del settore pubblico e privato annunciano che continueranno gli scioperi per tutti i giorni della discussione dei tagli e della finanziaria. Mercoledì saranno chiuse farmacie e banche, mentre oggi non ci sono giornali nelle edicole. Gli avvocati hanno proclamato uno sciopero di cinque giorni, mentre il combattivo sindacato dei lavoratori della compagnia elettrica Denop-Deh ha proclamato da ieri scioperi continui di 48 ore, aumentando le paure del governo che il sindacato guidato dall’imprevedibile Fotopoulos possa spegnere sette delle dieci più grosse centrali di energia del paese. Anche le due grandi confederazioni di commercianti Esee e Gsebee hanno chiesto la mobilitazione del settore contro l’incursione fiscale e i tagli, che «daranno il colpo di grazia al consumo e la sopravvivenza del settore». Molti municipi di Atene e non solo sono occupati dai lavoratori delle autonomie locali. Il clima è molto teso. Il ministro della Protezione del cittadino Dendias continua con la tattica di repressione preventiva per disperdere i manifestanti prima che arrivino in massa di fronte al parlamento, ma dopo le denunce del quotidiano inglese Guardian, che ha smascherato le torture della polizia sui manifestanti, è sempre più isolato. Syriza, il primo partito politico greco nei sondaggi, si è comunque attrezzata al peggio. Scenderà in piazza, insieme al Kke e la piccola extraparlamentare Antarsya, fornita di medicine e mascherine antigas invece che con i tradizionali striscioni e megafoni portatili. Il leader della coalizione della sinistra radicale Alexis Tsipras ha fatto sapere che per partecipare alle proteste ha cancellato il suo viaggio al Congresso del Blocco di Sinistra a Lisbona e la sua partecipazione alla tanto attesa Firenze10+10).
Nessuno sa come andranno a finire le votazioni in parlamento, visto che nei partiti di governo regna il malumore e la consapevolezza del disastro sociale che provocheranno i nuovi tagli. Nuova Democrazia e Pasok hanno insieme 158 sui 300 deputati, ma quanti saranno quelli che al ultimo momento voteranno contro i tagli o invece si asterranno per favorire il governo resta ancora un mistero. Il leader di Sinistra Democratica Koubelis è in continua comunicazione con gli altri due leader che sostengono il governo e la sua posizione ufficiale, scartato il voto negativo, si orienta piuttosto al cosiddetto «presente», che corrisponde a un voto negativo per quanto riguarda i tagli e a un voto a favorevole alla finanziaria. Un modo per continuare a essere partner del governo e placare la forte opposizione interna al suo partito.

06/11/2012 09:36 | POLITICAINTERNAZIONALE | Fonte: il manifesto | Autore: Argiris Panagopoulos (Da Controlacrisi.org)

FREEDOM FLOTILLA

Ferrero (prc) solidarietà alla Freedom Flotilla

Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione comunista-FdS e Fabio Amato, responsabile Esteri di Rifondazione comunista, danno il massimo sostegno agli attivisti della freedom flottilla. “La nave Estelle, imbarcazione della Freedom Flotilla che cercava di rompere il disumano e illegale blocco di Gaza . dicono gli esponenti del PRC – da parte di Israele, è in questo momento abbordata dalla marina israeliana. E’ inaccettabile che Israele continui a mantenere un blocco disumano e che non consenta a pacifisti di poter entrare in acque palestinesi. Esprimiamo il nostro sostegno alla Flotilla, chiediamo che il governo italiano e l’Europa intervengano immediatamente per garantire l’incolumità dei suoi componenti e per condannare l’atto di pirateria compiuto dal governo israeliano

HAPPY BIRTHDAY

“Happy birthday Occupy Wall Street”. Migliaia di indignati prendono il ‘toro’ per le corna, decine di arresti
Sono diverse migliaia gli indignati che si sono radunati a Bowling Green, dove si trova il Toro di Wall Street, simbolo del tempio della finanza americana. Hanno cantato «happy birthday Occupy Wall Street» per celebrare il primo anno trascorso dall’inizio della protesta. Ma come un anno fa e in altre occasioni a rovinare la festa ci ha pensato la polizia, che ha arrestato oltre cento indignati dopo alcuni tarrefugli scoppiati tra agenti e manifestanti.

Alcuni manifestanti hanno cercato di entrare nella sede della Borsa. Alcuni attivisti sono stati arrestati invece quando hanno cercato di dirigersi verso Zuccotti Park. ‘Il nostro messaggio e’ che i banchieri di Wall Street non possono andare a lavoro tutti i giorni senza pensare cosa le loro istituzioni stanno facendo al Paese’, ha detto il portavoce del movimento, Mark Bray .

17/09/2012 18:06 | CONFLITTIINTERNAZIONALE | Fonte: controlacrisi.org

11 SETTEMBRE 1973

11 settembre 1973. L’ultimo discorso di Allende: “Il sacrificio non sarà vano”

Parla il Presidente della Repubblica Salvator Allende dal Palazzo de La Moneda mentre un settore della Marina ha isolato Valparaìso, il che significa un sollevamento contro il Governo, il Governo legittimamente costituito. Sullo sfondo nel documento audio si sentono i bombardamenti.

“Forse questa è l’ultima opportunità che ho di potermi rivolgere a voi. L’Aviazione ha bombardato le torri di Radio Portales e Radio Corporaciòn. Le mie parole non hanno amarezza ma delusione, e saranno loro il castigo morale per quelli che hanno tradito il giuramento che fecero: soldati del Cile, comandanti in capo titolari, l’ammiraglio Merino che si è auto nominato comandate della Armada, più il signor Mendoza, generale vile che soltanto ieri manifestava la sua lealtà e solidarietà al governo, ed anche lui si è auto nominato anche comandante generale dei Carabinieri. Non rinuncerò! Davanti a questi fatti solo questo mi resta da dire ai lavoratori: Io non mi arrenderò. Collocato in un transito storico, pagherò con la mia vita la lealtà al popolo. E vi dico che ho la certezza che il seme che abbiamo innestato nella coscienza degna di migliaia e migliaia di cileni non potrà essere dispersa definitivamente. Hanno la forza, potranno sottometterci, ma non si possono trattenere i processi sociali né con il crimine, né con la forza. La storia è nostra e la fanno i popoli. Lavoratori della mia patria: voglio ringraziarvi per la lealtà che sempre avete avuto, la fiducia che avete posto in un uomo che fu solo interprete di grandi aneliti di giustizia, che impegnò la sua parola di rispettare la costituzione e la legge, e così fece. In questo momento definitivo, l’ultimo in cui posso rivolgermi a voi. Spero che impariate dalla lezione. Il capitale straniero, l’imperialismo, unito alla reazione, ha creato il clima perché le Forze Armate rompessero con la loro tradizione (…)Mi rivolgo soprattutto alla donna modesta della nostra terra: alla contadina che credette in noi, all’operaia che lavorò di più, alla madre che conobbe la preoccupazione per i figli. Mi rivolgo ai professionisti, patrioti, a coloro che da giorni stanno lavorando contro la sedizione appoggiata dai collegi professionali, collegi di classe creati anche per difendere i vantaggi di una società capitalista.Mi rivolgo alla gioventù, a coloro che cantarono e donarono la loro allegria ed il loro spirito di lotta; mi rivolgo all’uomo del Cile, all’operaio, al contadino, all’intellettuale, a coloro che saranno perseguitati, perché nel nostro paese il fascismo già da molte ore è presente con molti attentati terroristi, facendo saltare ponti, tranciando linee ferroviarie, distruggendo oleodotti e gasdotti, di fronte al silenzio di chi aveva l’obbligo di intervenire. Si sono compromessi. La storia li giudicherà. Sicuramente Radio Magallanes, sarà oscurata ed il metallo tranquillo della mia voce non giungerà a voi. Non importa mi sentirete comunque. Sempre sarò con voi, per lo meno il mio ricordo sarà quello di un uomo degno che fu leale alla patria. Il popolo deve difendersi, ma non sacrificarsi. Il popolo non deve lasciarsi colpire e crivellare, ma nemmeno può umiliarsi. Lavoratori della mia patria: ho fede nel Cile e nel suo destino. Altri uomini supereranno questo momento grigio ed amaro, nel quale il tradimento pretende d’imporsi. Proseguite voi, sapendo che, non tardi ma molto presto,si apriranno i grandi viali alberati dai quali passerà l’uomo libero, per costruire una società migliore. Viva il Cile, viva il popolo, viva i lavoratori! Queste sono le mie ultime parole, ho la certezza che il sacrificio non sarà vano. Ho la certezza che, almeno, ci sarà una sanzione morale per punire la fellonìa, la codardia ed il tradimento”.

Ultimo discorso del presidente Salvador Allende al popolo, trasmesso l’11 settembre 1973.

fonte principale: Salvador Allende, Discorsi, Editorial de Ciencias Sociales, La Habana, 1975.

Traduzione di Francesco Randazzo

11/09/2012 11:45 | ALTROITALIA | Autore: fabio sebastiani (Da controlacrisi.org)

VIENNA IN FESTA

Austria, alla festa del Kpoe: i comunisti si preparano alle elezioni

Chiunque sia stato a Vienna ha sicuramente visitato il Prater e la sua ruota da cui si può vedere la città dall’alto. Ogni anno una parte di questo enorme parco incastonato nel cuore di Vienna si tinge di rosso e viene popolata fino a notte fonda. Il primo fine settimana di settembre infatti qui si tiene la festa del Volksstimme, la rivista del Partito Comunista Austriaco (Kpoe).

Quest’anno Vienna è stata colpita da una forte ondata di maltempo, che ha portato pioggia per tutta la prima giornata della festa. Ma questo non ha fermato tanti viennesi dal partecipare alla festa, dal visitare gli stand e dal discutere con i militanti del Kpoe.

L’Austria è un paese con una forte impronta reazionaria e anticomunista (che si riflette elettoralmente nei due forti partiti di estrema destra, il Fpo e il Bz), dovuta al fatto che il partito nazista non è mai stato davvero sciolto e che la cultura maggioritaria continua a vedere l’Austria come vittima del nazismo tedesco. Non è quindi il posto più facile per essere comunisti. Proprio per questo la festa annuale rappresenta per il Kpoe un momento per entrare in contatto con tanti lavoratori, e per rompere il muro anti-comunista che è stato costruito, tanto dai conservatori quanto dai socialdemocratici e dai verdi.

Al contrario di quello che avviene in Italia, la festa comincia molto presto, nel primo pomeriggio, con eventi culturali e sportivi organizzati dal partito:ci sono gare di beachvolley, di judo, esibizioni di danza, tornei di scacchi. Chi partecipa alla festa non viene solo per mangiare, ma vi passa la giornata intera, alternando momenti musicali o sportivi a momenti politici e di dibattito.

La festa è organizzata in viali, ognuno dei quali ha un nome legato agli stand che si affacciano su di esso. Quest’anno però in particolare di ci si ricorda di Jura Soyfer, scrittore comunista nato 100 anni fa, morto a Dachau a causa della sua resistenza al Nazismo.

La festa è decisamente più grande di quello che si potrebbe aspettare da un partito che si muove in una società così conservatrice. Ogni Federazione regionale del Kpoe ha il proprio stand, così come tutte le sezioni viennesi. Ogni birra e ogni Bratwurstl è l’occasione per avvicinare qualche lavoratore alle proposte e al programma del partito. Molti stand offrono delizie prodotte dagli stessi militanti, dalle birre artigianali, alla carne, al Most, una sorta di sidro ottenuto dalla fermentazione di mele e di altri frutti.

Proprio vicino all’entrata c’è lo stand del GLB, la corrente di sinistra del sindacato austriaco, sempre piena di lavoratori, in cui si portano avanti due importanti campagne per le 35 ore di lavoro settimanali e per la difesa dello stato sociale, che anche qui, nel cuore dell’Europa del “nord”, viene colpito dai tagli operati dal governo di grande coalizione tra socialdemocratici e conservatori.

La festa è fortemente caratterizzata anche dal punto di vista internazionale. Molti lavoratori immigrati in Austria hanno organizzato sezioni del proprio partito e hanno uno stand alla festa. Ci sono gli iraniani e gli iracheni, così come molti sudamericani: tra questi spiccano come sempre lo stand di Cuba, grande e popolatissimo e quello dell’associazione Austria-Cuba. Ma è forte anche la presenza dei venezuelani in difesa delle conquiste dell’era Chavez.

C’è poi il quartiere europeo, in cui sono presenti lo stand della Linke, quello del Partito Comunista Tedesco (DKP) e quello della Sinistra Europea con la sua rivista Transform. C’è anche lo stand del Circolo della Federazione della Sinistra “Carlo Giuliani”di Parigi, presente alla festa dall’anno scorso, che oltre alla vendita di prodotti italiani, cerca di diffondere la solidarietà tra i lavoratori dei diversi paesi colpiti dalla crisi.

Proprio lo stand della Sinistra Europea ha ospitato un dibattito sull’Europa a cui hanno partecipato il direttore della rivista Transform, un dirigente del Partito Comunista Francese e il Pdci. Il confronto tanto sulla visione dell’attuale Europa e dell’attuale crisi quanto sulle alternative è stato interessante e serrato, e il contributo che il nostro Partito ha portato è stato molto apprezzato.

Ci sono infine gli stand dei Giovani Comunisti Austriaci (Kjo) e degli studenti (Ksv-LiLi) che indossano maglie con lo slogan “Vota Comunista” (in italiano) e che rimandano a siti il cui indirizzo è italiano (votacomunista.at e comunista.at). Questo è un chiaro segno di quale influenza ha avuto il movimento comunista italiano sui lavoratori del resto dell’Europa e del mondo. E al contempo indica quanto oggi sia necessaria la ricostruzione di un Partito Comunista in Italia.

Il Kpoe si prepara ad un anno molto impegnativo in cui dovrà affrontare gli effetti della crisi sulla classe lavoratrice austriaca e le elezioni che si terranno l’anno prossimo. A questo si aggiungono le riforme proposte dai socialdemocratici e dai verdi tese ad escluderli da molti consigli comunali e circoscrizionali, ponendo insensate soglie elettorali. Siamo sicuri che i militanti del Kpoe sono pronti a mettere nelle elezioni e nelle lotte lo stesso impegno che hanno messo per la riuscita della Volksstimmefest.

09/09/2012 10:47 | POLITICAINTERNAZIONALE | Autore: lorenzo battisti (Da ControLaCrisi. org)


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