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La teoria del “male minore” è fuori gioco

elezioni

Siamo contenti per l’esito del primo turno delle amministrative, ma soltanto a metà. La dura battuta d’arresto del Pd ci conforta, ma non ci nascondiamo che schiude prospettive nefaste. Questa ambivalenza è il nocciolo del problema, lo specchio più lucido della situazione.

Diciamoci una prima verità: le alternative al Pd sono pessime. L’odierno disastro discende in larga misura proprio daI trionfo del berlusconismo, reso oggi ancor più infestante dalla presenza di Salvini.

Non meno inquietante è la forza del M5S, che si dice post-ideologico ma è solo la rincorsa delle pulsioni prevalenti. Grillo ha rivelato un volto orrendo sui migranti, i diritti civili, persino gli ebrei, e l’unico valore agitato dai grillini (oltre alla trasparenza, in un contesto che occulta tutto ciò che conta) è la legalità. Come nell’Italia dei valori, planata nello squallore dei Razzi e degli Scilipoti.

Dunque il risultato elettorale è allarmante. Roma e Milano rischiano di cadere in mano a dilettanti allo sbaraglio e di essere fagocitate dalle lobbies, che peraltro hanno imperversato già in questi anni. Il guaio è tanto più grave in quanto – con buona pace di Renzi e dei suoi ventriloqui – si è trattato di un voto politico, ben più di quello delle europee di due anni fa. Allora si votò sulla faccia di uno sconosciuto e sul più classico degli scambi clientelari (i famigerati 80 euro). Oggi tutti conoscono Renzi e – sulla propria pelle – il valore delle sue sparate. Per di più molti vedono sullo sfondo il referendum di ottobre e sanno che un buon risultato del Pd sarebbe strumentalizzato dal fronte del Sì.

Ma dalla natura politica di questo voto discende una conseguenza immediata. Alla sconfitta del Pd anche a Roma e Milano potrebbe far seguito, appunto, quella nel referendum. Quindi a cascata le dimissioni di Renzi, la fine anticipata della legislatura, nuove elezioni (con l’Italicum) e magari la vittoria dei 5Stelle o del centrodestra. E se immaginare le due capitali d’Italia in mano a Grillo e agli eredi di Berlusconi è disperante, l’idea del paese governato da Salvini o Di Maio fa rizzare i capelli in testa. Quindi? Bisogna per questo correre ai ripari e darsi da fare per un miracoloso recupero dei candidati Pd in corsa per i ballottaggi? Difficile. La verità è che quando le cose si complicano per davvero, non esistono soluzioni miracolistiche. Ogni scelta comporta sacrifici. Si tratta quindi di capire qual è veramente la posta in gioco, quali i pro e quali i contro. Schematizzando al massimo, abbiamo di fronte due ipotesi alternative.

La prima è un classico: scegliere «responsabilmente» il cosiddetto «male minore». Sperare che il 19 Giachetti e Sala (oltre che Fassino e Merola) vincano; che in ottobre il No sia battuto; che Renzi e i suoi «ottimamente rimangano» a Palazzo Chigi e raccolgano i meritati allori alle prossime politiche.

Questa eventualità comporta un indubbio vantaggio, anche grazie alla nuova Costituzione: la «stabilità», invocata a gran voce da Napolitano e dalla ministra Boschi. Tradotto in volgare: un’altra legislatura tutta renziana, senza l’ombra di un’opposizione politica e senza contrappesi istituzionali. Una cosa soltanto non ci si dovrebbe nascondere in questa ipotesi: optando anche questa volta per il «male minore», alla prossima non andrà meglio ma ancora peggio. Perché quel male non sa di essere tale e si sentirà pienamente legittimato a perseverare, con effetti sempre più rovinosi.

Poi c’è l’altra possibilità, che nasce da un preciso convincimento: che l’attuale scempio – uno scenario politico al cospetto del quale metà dell’elettorato è colto da conati di fuga – abbia (tra le altre) una causa fondamentale: l’assenza, da 25 anni, di una sinistra degna di questo nome in grado di incidere sulla scena nazionale.

Il sogno di chi negli anni ’80 e ’90 del secolo scorso (e furono in tanti, variamente dislocati) volle riscrivere la storia d’Italia distruggendo i partiti di massa e «purificandola» dal fattore K e da un possente movimento operaio, si è realizzato. Ma si è rivelato un incubo che ha liberato una corruzione senza precedenti e i mostri dell’antipolitica e del populismo.

Chi rilegge la storia in questi termini, oppone alla rassegnazione del «male minore» un appello al coraggio. Ritiene necessario rompere il circolo vizioso, operare per la crisi irreversibile del renzismo costi quel che costi: anche una transizione, pericolosa, attraverso una fase di governo delle forze più retrive. In compenso vede, a giustificare il prezzo, la fine di uno dei governi peggiori della storia repubblicana e, soprattutto, la possibile implosione del Pd: quindi l’opportunità di ricostruire la sinistra, con un ceto politico radicato nel mondo del lavoro e libero da mestieranti rapaci.

Se è possibile trarre una morale da queste considerazioni, forse è la seguente: non c’è – come parrebbe a prima vista – da una parte l’avventurismo, dall’altra la prudenza.

Piuttosto si contrappongono due diverse prudenze o, se si preferisce, due versioni speculari dell’avventurismo, tra le quali tutti siamo chiamati, inesorabilmente, a scegliere.

C’è da una parte l’avventurismo consapevole di chi ritiene vitale far saltare il tappo dell’oligarchia «democratica» – la premiata ditta – per riavviare un processo a sinistra, a sua volta indispensabile per salvare il paese. E c’è, dall’altra, l’avventurismo nascosto e inconsapevole di chi, temendo il peggio, preferisce tenere in vita lo scenario esistente.

In ogni caso è bene guardare in faccia senza infingimenti la contraddittorietà del quadro. Tenendo presente un dettaglio. Nessuno detiene il copyright del senso di responsabilità: men che meno chi – avendo diretto la politica nazionale in questi trent’anni – ha più di chiunque contribuito al disastro in cui il paese oggi versa.

di Alberto Burgio da “Il Manifesto”

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Lo scandalo dei subordinati e degli oppressi

Dinanzi all’enormità di quanto sta acca­dendo occorre essere esi­genti sul ter­reno ana­li­tico. Com’è pos­si­bile che tutto que­sto avvenga? Chi ne è responsabile?

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Certo, Renzi è oggi l’incontrastato pro­ta­go­ni­sta della scena poli­tica ita­liana. Chi si è a lungo baloc­cato col man­tra del poli­tico «senza visione» ricon­si­deri le deci­sioni assunte in que­sti venti mesi di governo.La buona scuola e il Jobs Act; le pri­va­tiz­za­zioni e i tagli alla spesa sociale; il for­sen­nato attacco al sin­da­cato; il com­bi­nato tra Ita­li­cum e deva­sta­zione iper-presidenzialista della Costi­tu­zione; l’occupazione mili­tare dei ver­tici Rai; lo scem­pio siste­ma­tico dei rego­la­menti par­la­men­tari; lo sdo­ga­na­mento di poli­tici pluri-inquisiti.

Tutto que­sto non sarà «visione», sarà sem­plice istinto, ma di certo non è dif­fi­cile leg­gervi una tra­iet­to­ria lineare di stampo auto­ri­ta­rio e thatcheriano.

Ma Renzi non è solo. Da solo o col solo cer­chio magico dei Lotti e dei Del­rio non potrebbe imporre al Paese il pro­prio dise­gno. Un discorso serio chiede a que­sto punto un’analisi attenta delle filiere di con­ni­venza e di com­pli­cità che gli per­met­tono di dila­gare con­so­li­dando il pro­prio potere e tra­sfor­mando pezzo dopo pezzo il sistema poli­tico e gli assetti sociali del Paese. Il tutto senza colpo ferire: senza con­flitti, senza resi­stenza né sostan­ziale oppo­si­zione su qual­si­vo­glia terreno.

Per un verso que­sto discorso guarda in alto, ai man­danti interni e inter­na­zio­nali. Renzi piace ai poteri forti dell’imprenditoria pri­vata, ai ric­chi e ai grandi inve­sti­tori, agli alti gradi della diri­genza pub­blica. È gra­dito alle cor­po­ra­zioni pro­fes­sio­nali, ai corpi chiusi dello Stato, al pos­sente eser­cito degli eva­sori fiscali. E va a genio, non da ultimo, alle cen­trali del potere euro­peo e atlan­tico, di cui non mette mai in discus­sione, se non a parole, inte­ressi e scelte.

Ma nem­meno tutto que­sto basta. Il ren­zi­smo non è una dit­ta­tura, ricatti e inti­mi­da­zioni non tol­gono che le isti­tu­zioni fun­zio­nino ancora in base alla rela­tiva auto­no­mia di ogni sin­gola arti­co­la­zione dello Stato e della società civile. E la stessa gran­cassa media­tica senza la quale il regime implo­de­rebbe non obbe­di­sce ai det­tami di un’occhiuta cen­sura gover­na­tiva. Insomma, i poteri alti sug­ge­ri­scono e pro­teg­gono, ma nean­che il loro appog­gio da solo baste­rebbe a garan­tire al capo del governo le con­di­zioni neces­sa­rie all’efficacia e alla con­ti­nuità di un’azione a suo modo «rivo­lu­zio­na­ria», nel senso della sov­ver­sione dell’ordinamento demo­cra­tico e costituzionale.

Dove guar­dare allora? Il sug­ge­ri­mento è quello di ripren­dere in mano l’ultimo libro di Primo Levi, scritto pochi mesi prima di por fine alla vita, un po’ il suo testa­mento spi­ri­tuale. Ne «I som­mersi e i sal­vati» i Lager sono con­si­de­rati un labo­ra­to­rio per l’analisi delle dina­mi­che di potere, un micro­co­smo in qual­che modo cor­ri­spon­dente all’intera società tede­sca. Ciò che col­piva Levi era il fatto che per­sino lì, nell’istituzione para­dig­ma­tica della vio­lenza bru­tale e della nega­zione dell’umano, il potere fun­zio­nasse anche gra­zie al sup­porto di una parte delle sue stesse vit­time. Che per­sino lì dove la fero­cia del potere mili­tare trion­fava, l’ordine era garan­tito anche dall’obbedienza, la quale impli­cava a sua volta una qual­che forma di con­senso, di con­ni­venza, di complicità.

In quel micro­co­smo «intri­cato e stra­ti­fi­cato» si ripe­teva «la sto­ria incre­sciosa e inquie­tante dei gerar­chetti che ser­vono un regime alle cui colpe sono volu­ta­mente cie­chi; dei subor­di­nati che fir­mano tutto, per­ché una firma costa poco; di chi scuote il campo ma accon­sente; di chi dice “se non lo facessi io, lo farebbe un altro peg­giore di me”». In poche pagine Levi sti­lizza un’analisi delle moti­va­zioni (cor­ru­zione, viltà, dop­piezza, cal­colo oppor­tu­ni­stico) che indu­ce­vano la «classe ibrida» degli oppressi a col­la­bo­rare con l’oppressore. In que­sto senso (e sol­tanto in que­sto) la «zona gri­gia» dei kapos e delle Squa­dre spe­ciali del Lager cor­ri­spon­deva a quella assai più vasta dei cit­ta­dini tede­schi (ed euro­pei) che – senza l’attenuante dell’immediata minac­cia della vita – sosten­nero il regime nazi­sta, appro­fit­ta­rono dei pri­vi­legi che ne trae­vano e varia­mente coo­pe­ra­rono con i suoi crimini.

Lo schema è gene­rale e le dif­fe­renze, molto pro­fonde, non ingan­nino. A giu­di­zio di Levi il modello del Lager serve a indi­vi­duare ingre­dienti costanti delle dina­mi­che di potere. Serve a capire come il potere operi anche in una società coman­data da uno Stato tota­li­ta­rio. E serve a mag­gior ragione a com­pren­dere come esso fun­zioni in un Paese demo­cra­tico, dove la rela­zione poli­tica è carat­te­riz­zata da un tasso di vio­lenza incom­pa­ra­bil­mente minore. Se otte­nere con­senso era neces­sa­rio per­sino nel Lager, è evi­dente che senza con­senso non si potrebbe gover­nare una società come la nostra, dove il potere è costretto a fare un uso molto più parco della vio­lenza e dove quindi è assai più com­pli­cato pre­ser­vare le gerar­chie costi­tuite e i rap­porti di forza.

Allora, per tor­nare a Renzi, dovremmo smet­terla di farne la nuova incar­na­zione del demo­nio assol­vendo in blocco chi gli per­mette di distrug­gere in alle­gria. Se a Renzi rie­sce di deva­stare il Paese, è per­ché in tanti ne sosten­gono varia­mente l’azione. I suoi com­pa­gni di par­tito di tutte le stirpi e a ogni livello in primo luogo, non­ché quanti si osti­nano nono­stante tutto a votarlo. Gli alleati del suo Pd in seconda bat­tuta, nelle ammi­ni­stra­zioni e nelle varie sedi del sot­to­go­verno. E poi i diversi seg­menti della società civile – pezzi del sin­da­cato e del mondo coo­pe­ra­tivo; dell’associazionismo, dell’informazione e dell’intellettualità – che bril­lano per con­corde silen­zio come se, via Ber­lu­sconi, qual­siasi pro­blema di demo­cra­zia e di giu­sti­zia sociale fosse per incanto risolto. È vero, ogni chia­mata di cor­reo è sgra­de­vole, tanto più se indi­scri­mi­nata. Ma la fur­be­sca col­la­bo­ra­zione col potere da parte dei subor­di­nati e per­sino degli oppressi è addi­rit­tura scan­da­losa. E, giunte le cose al punto in cui sono, fare finta di nulla non ha pro­prio alcun senso.

Alberto Burgio da “Il Manifesto”

Milano: l’expo e le bufale di Renzi.

no expo

Di bufale ormai siamo stati abituati a sentirne innumerevoli ogni giorno, ma nel comizio finale alla Festa dell’Unità il presidente del Consiglio ha superato ogni limite. Ci vuole una bella faccia tosta a indicare Expo come un’esperienza virtuosa da imitare, al punto di indicare, come avvenuto qualche giorno fa, Giuseppe Sala, l’ad di società Expo, come un ottimo futuro sindaco di Milano. Proviamo a vedere come realmente stanno le cose:

1. “Nutrire il pianeta, energia per la vita” è lo slogan con il quale Milano si è aggiudicata l’Expo. Ora nessuno è tanto ingenuo da credere che un evento, anche di sei mesi, possa risolvere il problema della fame nel mondo; ma in tutti questi mesi dal grande circo di Expo non è uscita nemmeno una proposta per cercare di modificare quelle regole economiche, commerciali e finanziarie, che condannano 800 milioni di persone a soffrire la fame (e la sete) in un mondo dove c’è cibo in eccesso. Nulla di nulla.

2. La settimana prima di Pasqua Sala dichiarò che per andare in pareggio sarebbe stato necessario vendere 24 milioni di biglietti a 22 euro. Come il Fatto evidenzia quotidianamente, siamo decisamente lontani da tali obiettivi. A pagare il deficit saranno i cittadini milanesi e lombardi attraverso il taglio dei servizi municipali e se invece il disavanzo verrà – come si sussurra – ripianato attraverso l’intervento della Cassa Depositi e Prestiti questo significherà solo che il debito sarà stato suddiviso tra tutti gli italiani.

3. Certo noi cittadini milanesi abbiamo potuto accedere ad una grande “fiera”, assistere a qualche spettacolo anche di valore, visitare in città ogni tipo di mostra, ma a quale prezzo per la collettività? Se lo Stato aveva un paio di miliardi da investire sarebbe stato molto più utile puntare su investimenti produttivi visto il dramma della disoccupazione. Tanto più che delle decine di migliaia di posti di lavoro annunciati a Milano non c’è traccia. Intanto aspettiamo che qualcuno delle centinaia di volontari che ha lavorato gratuitamente ci racconti come grazie a ciò sia riuscito a trovare un lavoro.

4. In sei mesi abbiamo assistito, esponendoci agli sberleffi dei media di tutto il mondo, all’arresto di alcuni tra i massimi collaboratori di Sala, alle gare d’appalto bloccate dai magistrati, alle cupole politico-affaristiche svelate dalle inchieste ecc. Per non parlare dei padiglioni di casa nostra non conclusi nemmeno in tempo per l’inaugurazione ufficiale o del raddoppio dei costi del Padiglione Italia.

5. Piccolo ma significativo particolare: nel tentativo disperato di riempire sito e parcheggi sono perfino arrivati ad offrire biglietti scontati a chi si sarebbe recato ad Expo con la propria auto, fregandosene altamente sia di anni di  impegno contro l’inquinamento urbano da auto, sia del danno che così sarebbe stato arrecato all’azienda municipale dei trasporti pubblici. Non poco per chi aspira a fare il sindaco!

In questa situazione portare Expo come esempio e proporre Sala come sindaco è una follia. Come si può affidare la gestione di una metropoli complessa come Milano a chi nasconde i conti, a chi non si è mai accorto (ammesso che sia così) delle truffe dei suoi principali collaboratori, a chi non termina la commessa ricevuta nei tempi previsti?

Ma Sala è ben introdotto nei salotti che contano a Milano e a Roma, gli amici di Renzi all’Expo hanno avuto un ottimo trattamento e grande visibilità, sa muoversi in modo compatibile all’insieme del mondo politico; che c’è da lamentarsi? E infatti alla candidatura di Sala aveva pensato anche una parte significativa della destra; d’altra parte è stato direttore generale del Comune di Milano con la Moratti e in seguito è stato confermato alla società Expo dall’attuale giunta di centrosinistra. Con la candidatura Sala siamo di fronte alle prove generali del Partito della Nazione che non è altro che l’ennesima versione del patto del Nazareno che questa volta non ha per protagonisti diretti solo Renzi e Berlusconi ma l’insieme di quei poteri soprattutto finanziari e immobiliari che hanno in Milano il loro punto di forza.

Ma la partita non è chiusa, e non solo perché la magistratura milanese deve ancora dire l’ultima parola su Expo, ma anche perché, soprattutto in un periodo di crisi, le priorità dei cittadini milanesi (e non solo) dovrebbero essere altre: lavoro, casa, assistenza sanitaria e servizi funzionanti… sempre che ve ne sia la consapevolezza.

di Vittorio Agnoletto

E’ UNO SPRECO!

(Riceviamo e pubblichiamo)

Non ho mai scritto a nessun partito poitico ma ho deciso di farlo ora spinto dalle assidue richieste fatte dall’attuale Presidente del Consiglio (da me non ricononsciuto).

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In questo periodo ci parlano ripetutamente in TV e fino alla noia, circa gli sprechi della spesa pubblica. Ebbene io, cittadino di questa bistrattata nazione , prendo la penna e denuncio tutti gli sprechi che questa nazione perpetua da anni!

E’ UNO SPRECO! Tutti i nostri soldati impegnati in afghanistan, ed in altre parti del mondo, a fare la guerra.

E’ UNO SPRECO! Mantenere il cospicuo arsenale militare di questo stato che “ripudia la guerra”.

E’ UNO SPRECO! Spostare ingenti mezzi militari per il mondo mascherando tali azioni come “missioni di pace” (e dopo un tempo più che obiettivo si diventa inevitabilmente invasori).

E’ UNO SPRECO! I milioni di euro versati dallo Stato ai partiti come rimborsi elettorali: c’è stato un referendum mai rispettato, contro questo spreco!!!!

E’ UNO SPRECO! Aerei, auto blu, treni, ai parlamentari è concesso tutto gratis. Io mi recavo al lavoro con i miei mezzi, la bici, l’autobus, ogni tanto con un’utilitaria quando ho potuto averne una. Certo io non sono il Trota di turno, ma tutti i Trota del parlamento che diritti hanno più di noi cittadini? Se non possiedono un’auto, perchè magari il loro esiguo stipendio non glielo consente, vadano anche loro coi mezzi pubblici (pagando il biglietto), non è certo un disonore. A meno che non temono la presenza dei cittadini. Forse è per questo che molti si proteggono con la scorta (da noi pagata).

E’ UNO SPRECO! Pranzi, massaggi, parrucchieri, ferie lunghe quando vogliono loro e sottosegretari super pagati.

E’ UNO SPRECO! Alcuni partiti incitano a non pagare l’IMU, esattamente come anni fa incitavano a non pagare il canone televisivo alla RAI. Poi loro, saliti al potere, non l’hanno mai tolta facendosene sberleffi di tutti ed ogni anno del loro governo la tassa aumentava.

Chi ci ha governato prima ci ha affossato stordendoci con balle parole, chi governa ora sta completando l’opera di distruzione affamando il popolo. Molti cittadini non sono più in grado di vivere decorosamente e dignitosamente, mentre la casta vive nel più vergognoso e sfrenato spreco di denaro pubblico (si vedano le loro pensioni ottenute dopo soli pochi anni di lavoro).

Ma gli sprechi non finiscono qui.

GIUSTIZIA : quale? (che schifo)

CALCIO SCOMMESSE: fatte dagli stessi calciatori milionari (che vomito, altrochè forza Italia)

PRETI PEDOFILI: che fine ha fatto il vangelo?

IMPRENDITORI CHE ASSUMONO IN NERO: per pagare il lavoro poche centinaia di euro al mese (pura delinquenza)

DUE MILIONI DI PENSIONATI COSTRETTI A VIVERE CON 500 EURO al mese (pura vergogna)

30% di GIOVANI DISOCCUPATI: chi pensa a loro?

DIRITTI DEI LAVORATORI NEGATI: li stanno togliendo tutti (Articolo 18)

BENZINA A PREZZI INSOSTENIBILI: per l’usura del governo che impone ogni forma di tassazione sui carburanti

§

concludo:

E SE FOSSE QUESTA LA VERA VITA?

Amazzonia Peruviana: non conoscono le BANCHE e non conoscono la GUERRA!   A.P.

Villa Adriana: la villa della vergogna!

“Costruì una splendida villa a Tivoli, così da intitolare i vari edifici con i celebri nomi dei provincie e di luoghi famosi, come la Licia, l’Accademia, il Pritaneo, il Canopo, il Pecile, Tempe; per non tralasciare nulla dipinse anche gli inferi” Con queste rapide parole un misteriosissimo storico, vissuto durante il declino dell’Impero romano, descrive la magnificenza della villa che l’Imperatore Adriano si fece costruire presso Tivoli. Già da queste parole emerge il carattere spettacolare e speciale di quel complesso di edifici: un magnifico insieme di elementi architettonici rappresentanti luoghi particolarmente significativi dell’Impero romano. Così il complesso di strutture richiama i luoghi dell’Atene classica (il Pecile, che è una ricostruzione dell’Agorà e dei portici di Atene), le regioni esotiche, ricche ed evocative dell’Egitto (il Canopo: un Nilo in miniatura ornato da colonne). Il desiderio di un solo uomo portò alla costruzione di teatri marittimi con isole, biblioteche, cupole svettanti. Tutto questo è testimonianza di un popolo che già aveva conoscenze architettoniche elevate (Vitruvio, che fu il modello per l’architettura moderna, all’epoca della costruzione era già morto da più di cento anni!) capaci di dar vita a creazioni fantasiose e stravaganti.

Nel complesso di Villa Adriana regna la memoria di luoghi e persone che vissero “quando gli dei non c’erano più e Cristo non ancora, tra Cicerone e Marco Aurelio […] un momento unico in cui è esistito l’uomo, solo”, per dirla come Flaubert. Già si possono immaginare in luoghi del genere le sfarzose feste dell’imperatore, le effigi di dei antichi, i santuari per il suo prediletto Antinoo, deificato dopo una morte misteriosa in Egitto (probabilmente un suicidio rituale in onore dell’Imperatore). Tra le rovine di Tivoli una giovane Marguerite Yourcenar ideò uno dei romanzi più importanti del ‘900: le Memorie di Adriano.

Siamo a Corcolle, nel 2012, queste amenità storiche (protette dall’UNESCO)  rischiano di essere deturpate profondamente per la costruzione di una discarica tendenzialmente abusiva. Stupisce il beneplacito di Palazzo Chigi per adibire una dismessa cava, situata ad un chilometro dal sito della Villa, a luogo di stoccaggio per i rifiuti solidi urbani della città di Roma. Quello che preoccupa è anche il serissimo rischio di inquinamento delle falde acquifere, considerando il fatto che parliamo di zone densamente abitate, la contaminazione delle acque potabili risulta essere uno dei punti più allarmanti di questa vergognosa vicenda. Ma le Istituzioni dinanzi a questa chiarissimo (tentativo di ) stupro del territorio e dei beni (comuni) culturali dove sono? Il prefetto Giuseppe Pecoraro, commissario romano ai rifiuti, è il principale attore di ciò, complici e assieme attori sono l’amministrazione della Provincia, ma anche il governo. Il ministro Ornaghi certamente non si è distinto per durezza e intransigenza nella condanna del fattaccio, le sue reazioni insipidissime sono state “rimango contrarissimo”, ma poi che dire del Ministro Cancellieri che ha ringraziato Monti, per la fiducia data al prefetto Pecoraro. Ma cosa ci si può aspettare, citando il bell’ articolo di Sergio Rizzo (già attivo nella difesa dei beni culturali) sul Corriere  (http://roma.corriere.it/roma/notizie/cronaca/12_maggio_24/20120524NAZ23_19-201315423420.shtml), da un ministro che “non ha certo lasciato un segno indelebile nella storia di quel ministero. L’ultima iniziativa di spicco è stata la nomina nel Consiglio di amministrazione della Scala di Milano di un suo collaboratore all’Università Cattolica, Alessandro Tuzzi, al posto del finanziere Francesco Micheli”. Dopo questi fatti, il presidente del Consiglio superiore dei beni culturali, il professor Carandini (archeologo di fama internazione), ha rassegnato le sue dimissioni scrivendo queste parole al sig. Ministro: ” la mancanza di una politica del governo verso la cultura già mi aveva sorpreso e deluso. Ma esistono per ciascuno di noi dei limiti di tolleranza civica e personale. Le ultime notizie sulla discarica prevista a Corcolle, straordinariamente gravi per la prossimità a Villa Adriana e alle quali non arrivo a credere, rappresentano la goccia che ha fatto traboccare il vaso…”

Questo è un ulteriore fattaccio sulle spalle di un governo che vuole “farsi bello in Europa”, ma si rende veramente ridicolo nel non saper difendere uno dei siti storici più importanti al mondo. La villa di Adriano diventerà la villa della vergogna, il simbolo dei disvalori che dominano la classe dirigente italiana. E come sempre gli interessi enormi e le trame di potere che riposano sui rifiuti vanno a schiacciare la salute  e i diritti di tutti i cittadini di quella zona, che vedono incombere un gravissimo pericolo per la loro salute. Non possono che giungere biasimo enorme e profonda tristezza per le decisioni inique di un Governo, che non ha a cuore il bene comune. Il pieno appoggio a quei cittadini di Corcolle è (http://www.comitatorifiutizerocorcolle.it/) che stanno anche lottando per difendere il territorio.

MANOVRA “SALVA ITALIA” aumenta PRECARIETA’ LAVORO, DISSOCUPAZIONE e COSTO VITA

MANOVRA – MASSIMO ROSSI (FDS): “SALVA ITALIA” AUMENTA PRECARIETA’ LAVORO E VITA E INCREMENTA DISOCCUPAZIONEMassimo Rossi, portavoce nazionale della Federazione della Sinistra, ha dichiarato:

“Mentre, passato Natale, partono gli allarmi per l’inevitabile crollo dei consumi, la manovra “salva Italia” prevede paradossalmente la liberalizzazione selvaggia degli orari e delle aperture festive e domenicali delle attività commerciali. Volendo/potendo: giorno e notte senza giornate di riposo neppure nelle festività civili e religiose. Misure ad esclusivo vantaggio della grande distribuzione ma a danno certo per l’occupazione, i consumatori, i cittadini, la qualità della vita di milioni di persone private del piccolo commercio di quartiere o vicinato. Tra tagli, aumenti Iva e liberalizzazione chiuderanno infatti migliaia di negozi (CONFESERCENTI ne prevede 76.000!), che non potranno reggere la concorrenza, e le nuove assunzioni di lavoratori schiavi non compenseranno che in minima parte i posti di lavoro persi. Crescerà la precarietà, già oggi a livelli intollerabili! Complimenti da parte di Federdistribuzione, la potente associazione della grande distribuzione privata …una dei voraci sponsor di questo Governo dei poteri forti!”

Dopo un ventennio

E così il dopo tante peripezie il corruttore, il puttaniere l’uomo degli affari suoi, dei  processi suoi, lascia il governo.

E subentra il salvatore dell’Italia, il prof. Mario Monti, l’economista della Bocconi che ridà fiducia alle banche, ai mercati, alla borsa (peccato che già da questo lunedì le borse abbiano ripreso il loro andamento altalenante tra spread, titoli privati e di stato).

Supererà la crisi economica generata dalla finanza rampante e speculativa?

Ma soprattutto per quel che ci riguarda, e riguarda milioni di cittadini che devono fare i conti con le poche risorse che il governo passato ha  ulteriormente ridotto, riuscirà a invertire la tendenza fra chi questa crisi la deve pagare e chi la sta già pagando?

Abbiamo però il sospetto che abbiano messo una volpe a guardia di un pollaio.

D’altronde il dubbio è legittimo, perché ci sembra che in tutta questa giusta euforia per la caduta di Berlusconi e la fretta di fare un governo “tecnico”, si voglia “nascondere” la vera natura di un decreto legge, figlio della famosa lettera dei “governanti” della BCE, votato e passato a larga maggioranza prima al Senato e poi alla Camera.

L’uomo bipartisan cresciuto e “maturato” negli ambienti europei e internazionali della finanza risponderà alla Banca Europea e ai poteri forti della globalizzazione penalizzando così i lavoratori, i precari, i giovani, le donne e smantellando ulteriormente un sistema pubblico e sociale, mentre non saranno intaccati minimamente i grandi patrimoni e il sistema finanziario.

Opponiamoci alle politiche dei sacrifici dettate dal grande capitale, di governi “tecnici” ne abbiamo già avuti e non son stati migliori dei ultimi governi politici, anzi hanno aperto la strada a “riforme” di cui oggi ne paghiamo le conseguenze.

E’ tempo che si dia voce al popolo, a cominciare dal governo di questo paese, le vere riforme devono partire dal basso.

E’ tempo che ci sia una vera alternativa di sinistra contro chi vuole risolvere la crisi salassando i popoli.

Meno dieci… nove… otto… Racconta come festeggerai la fine del Puzzone!

di Alessandro Robecchi

Un grande concorso per tutti i frequentatori di questo piccolo sito. Dite come festeggerete l’addio al governo del signor Silvio Berlusconi. Champagne a go-go nei ristoranti pieni della penisola? Spogliarelli in piazza? Une cena romantica con il vostro compagno? Sesso estremo? Parata militare con lo scolapasta in testa? E’ il momernto per dimostrare la creatività del popolo italiano, finalmente il popolo della libertà, liberato dal peggior ciarlatano che abbia mai calcato la scena politica. Festeggiare vendendo azioni Mediaset, per chi ce le ha, è già un gesto molto diffuso, basta vedere il grafico di quando Ferrara ha parlato di dimissioni e l’impennata del titolo quando Silvio ha smentito: anche nell’ora suprema è riuscito a fare dei soldi. In ogni caso è bene che affluiscano qui tutte le proposte di festeggiamento. Un corteò a suon di clacson come quando si vincono in mondiali? Perché no? La pacifica invasione della Mondadori? Sarebbe un’idea. Naturalmente sono ben accetti anche suggerimenti per il festeggiamento privato, che so, cospargersi di Nutella, mangiare dodici bigné, fare il trenino per casa con trombette e cappellini confezionati con le pagione di Panorama… Qualunque festeggiamento adotterete, naturalmente, tenere a portata di mano carta e penna, servono a prendere i nomi di quelli che dicono: “Io non l’ho mai conosciuto”. Nelle prossime ore saranno migliaia. Coraggio, dunque, dite come festeggerete lo storico evento. Non è che abbiamo tanti motivi d’orgoglio, da queste parti, ma questi giorni possono darcene uno!
Nella foto, Silvio Berlusconi lascia il governo aiutato da alcuni volontari


Rifondazione c’è!

Proposta di legge di iniziativa popolare: FIRMA anche TU!

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