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La patrimoniale è MIA!

Sentire Abete, ex presidente di Confidustria ed attuale di BNL, parlare di patrimoniale mi fa venire da cagare addosso. Quando poi aggiunge che “… sono vent’anni che lo diciamo!”, il tutto si trasforma nella ben nota e meno degna scioltina, tanto che il tempo necessario per raggiungere il bagno svanisce come il bianco di cui erano le mie mutande.

Siamo a Ballarò, nota trasmissione faziosa condotta da un presentatore stile vetero comunista (Floris?). Ospiti Bersani, il fido Alfano ed Abete. Insomma, un covo di rossi compagni dentro al quale un Rifondarolo qualsiasi apparirebbe come un chierichetto in mezzo ad un Conclave.

Ora, possiamo accettare di tutto e di più, come ormai siamo abituati, ma vedere lo sguardo allucinato di Abete che vanta il patrocinio sull’adozione di un’imposta patrimoniale ci sembra veramente un po’ troppo anche per rozzi palati come i nostri.

Allora cerchiamo di capire ed in effetti, se appena alziamo il lenzuolo, si vede il trucco: loro vogliono la patrimoniale sui poveri, una patrimoniale distribuita il più in basso possibile, il tutto per poter così mettere di nuovo le mani sulle pensioni (come fece il dottor Sottile nel 1992) riuscendo ad eliminare il contributo di solidarietà che spettava a loro.

Sta a vedere che ora Rifondazione, che aveva il diritto d’autore sull’idea di una vera patrimoniale, ora si troverà a pagare anche per loro.

La partrimoniale la vogliamo e la vogliamo così: una “patrimoniale sui capitali a partire da un milione di euro”

 

Nella foto “ANSA-Conifera”, vediamo Abete mentre si rivolge alla platea degli imprenditori rampanti, spiegando loro le ragioni del suo nuovo trafilato impegno marxista.

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L’altrnativa c’è: PATRIMONIALE SUBITO!

Noi sottoscritti cittadini italiani siamo indignati. Il governo, con la scusa della crisi economica e della speculazione, vuole demolire lo stato sociale, i diritti dei lavoratori, la democrazia nel paese. Il tutto per difendere privilegi e grandi ricchezze.
Occorre ribellarsi prima che sia troppo tardi. Occorre una politica alternativa.
Per difendere i diritti dei lavoratori e lo stato sociale, redistribuire la ricchezza, creare nuova occupazione, proponiamo una politica economica rovesciata, a partire da:
• Tassa sui grandi patrimoni al di sopra del milione di euro;
• Lotta all’evasione fiscale anche con una sovratassa sui capitali che hanno usato lo scudo fiscale;
• Dimezzare gli stipendi delle caste e mettere un tetto agli stipendi dei manager;
• Dimezzare le spese militari e smettere subito la guerra in Afghanistan e Libia;
• Le aziende che delocalizzano devono restituire i finanziamenti pubblici;
• Blocco delle grandi opere inutili come la TAV in Val di Susa e il Ponte sullo Stretto e uso di quelle risorse per un grande piano di risparmio energetico, sviluppo delle fonti rinnovabili, riassetto del territorio.

Firma anche tu!

L’articolo 8 della manovra va abolito – Aderisci all’Appello

L’inseguirsi quotidiano di proposte inique ed estemporanee che caratterizza il cammino tormentato della manovra finanziaria rischia di distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dalla sorte dell’art. 8 del Decreto, ossia dalla norma che rappresenta l’attentato più grave – e quasi incredibile – che si sia avuto, fin dalla nascita della Repubblica, ai danni dei diritti dei lavoratori.

Infatti, non è in gioco questa o quella legge protettiva, ma lo sono tutte, ovvero l’intero diritto del lavoro, perché l’art. 8 consente ai contratti aziendali (o territoriali) di derogare non solo ai contratti collettivi nazionali, ma – e questo è davvero enorme – anche ai disposti di legge.

Si tratta di un vero tentativo di eversione dell’ordinamento, ed in specifico del principio fondante di gerarchia delle fonti del diritto, che da sempre prevede la prevalenza della legge sul contratto individuale e collettivo, e, in materia di lavoro, che le leggi siano inderogabili, perché i lavoratori siano protetti anche contro sé stessi, contro la loro debolezza e ricattabilità. Proprio questo, invece, vogliono il Ministro Sacconi e la Confindustria: che ogni datore di lavoro possa eliminare una, più di una o tutte le tutele legislative dei suoi dipendenti (a cominciare, ovviamente, da quella contro i licenziamenti ingiustificati) solo concordandolo con un sindacalista locale, ricattabile o corruttibile o comunque “comprensivo”.

In questo modo si seminano caos e ingiustizia perché il mondo del lavoro diverrebbe “la pelle di leopardo” a seconda che il rappresentante sindacale aziendale sia “rigido” o “cedevole” e si sparge altresì il seme della discordia civile, perché le reazioni degli interessati contro la svendita “al minuto” a livello aziendale dei loro diritti potrebbero divenire incontrollabili.

È, invece, principio irrinunciabile che su eventuali sacrifici che vengano loro richiesti – ma che mai possono comunque riguardare diritti legislativamente stabiliti – i lavoratori interessati si pronunzino direttamente, con referendum, in modo vincolante.

L’art. 8 del Decreto è, anche tecnicamente, una norma insostenibile, e per più versi incostituzionale e come tale, se dovesse il Decreto esser convertito in legge, sarà fermamente combattuta da tutti gli operatori giuridici democratici nelle sedi di competenza, ma occorre adesso privilegiare il profilo politico, e cioè scongiurare la vergogna che una norma del genere possa, anche per poco tempo, divenire legge della nostra Repubblica.

*** Umberto Romagnoli, Luciano Gallino, Mario Tronti, Piergiovanni Alleva, Associazione per i diritti sociali e di cittadinanza, Flavia Bruschi, Antonio Di Stasi, Filippo Distasio, Giuseppe Giacomino, Carlo Guglielmi, Silvana Lamacchia, Andrea Lassandari, Vincenzo Martino, Sergio Mattone, Nyranne Moshi, Giovanni Naccari, Pierluigi Panici, Alberto Piccinini, Nino Raffone.

L’appello è aperto alle adesioni, che possono essere inviate a:
associazione@dirittisocialiecittadinanza.org

I soliti noti colpiscono ancora !

Le proposte, che in questi giorni vengono presentate nella manovra economica tutta lacrime e sangue, che si predispone, secondo la maggioranza di centro-destra, a far rientrare il debito pubblico italiano nei limiti richiesti a livello europeo, si arricchiscono ogni giorno di nuovi elementi e nuovi capitoli.

Nella finanziaria in discussione in questi giorni si parla ovviamente di nuove tasse, chiaramente da far pagare ai lavoratori dipendenti, si discute di tagli alle pensioni e cosa strana lo fa ogni governo dal 1995 ad oggi, ci si anima sulla questione dell’abolizione dell’articolo 18 e quanti soldi porti questa cancellazione così cara a Confindustria ancora non l’abbiamo capito, si propone un po’ velatamente e con un pizzico di sana vergogna l’ennesimo condono attraverso un altro scudo fiscale, si annunciano le solite draconiane misure nei confronti di quei fannulloni ed impenitenti che lavorano alle dipendenze dello stato e si perseguono ulteriormente i tagli agli enti locali portando i comuni e le regioni a non garantire più alcun servizio alla cittadinanza.

Il contributo di cosiddetta solidarietà riguarda ovviamente una gran parte di lavoratori dipendenti che hanno redditi sopra i 90mila ed i 150mila euro. Sia ben chiaro che nessuno di questi contribuenti diverrà povero e questi redditi possono essere ovviamente colpiti, ma l’impressione è che la manovra sia per l’ennesima volta unidirezionale. Si toccano i redditi e si lasciano intoccate le rendite. Si calcola già che solo il 10% dei potenziali pagatori del suddetto contributo sia costituito da lavoratori autonomi. Eppure già Marcegaglia, annuncia proteste vibranti. Da notare che tra le proposte circolate inizialmente figurava anche un contributo ad hoc per i lavoratori autonomi, ma che era fissato, guarda caso, a partire da una soglia di reddito ben inferiore, circa 55mila euro. Di questa proposta nessuna traccia. Scomparsa subito. La indiscussa ed incontrovertibile volontà del governo Berlusconi di stare comunque e sempre dalla parte degli evasori fiscali è l’unico elemento forte di coerenza del nostro esecutivo.

Sull’ennesima riforma, o sarebbe bene dire taglio, alla previdenza sociale chiaramente Confindustria e PdL spingono con forza trovando in questo caso una Lega Nord un po’ riottosa che vedrebbe ovviamente ledere la propria base di popolarità o forse meglio di popolanità. Tuonava qualche giorno fa anche il leader Bossi, ormai costretto a fare i conti con una discreta impopolarità in costante aumento che lo ha portato a desistere dal tenere alcuni comizi agostani. Nonostante le invettive contro i nani veneziani e le ballerine di corte, sembra comunque profilarsi all’orizzonte un ulteriore ritocco alle pensioni, attraverso un innalzamento dell’eta pensionistica per le donne.

Sull’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, quello sul licenziamento per giusta causa, si continua a spergiurare che è parte integrante delle richieste che la Banca Centrale Europea ha inviato al governo italiano, ma su questo tema nessuno ha ancora visto nulla di esplicito. E’ sin troppo esplicita e da tempo, la volontà di cancellarlo attraverso un intervento legislativo e saltando a piedi pari ogni trattativa sindacale. Ora, dando per scontato che CISL e UIL, negli ultimi tempi firmano qualunque porcata venga loro proposta, o quasi, è altrettanto scontato che se si insiste su questo tema, così poco in grado di fornire un entrata a favore dell’erario pubblico, si può andare incontro solo alle grandi manifestazioni che portarono ai 3 milioni di cittadini al Circo Massimo di qualche anno fa. E forse rischieremmo che proponendo l’estensione dell’art. 18 a tutti i lavoratori anche Bersani questa volta potrebbe darci ragione e quindi sarebbe bene non toccare più l’argomento. Quanto alla direzione in cui ci conduce la sfrenata rincorsa ad una continua flessibilizzazione del mercato del lavoro mi pare che se ne abbia prova quotidianamente nella ottusa precarizzazione delle ormai poche certezze dei lavoratori del nostro paese.

Paiono invece già scongiurate le possibilità di un ennesimo scudo fiscale perché sembra esserci un limite a tutto. Anche Berlusconi di fronte all’ennesimo condono da presentare agli italiani, cercando di favorire sostanzialmente dei ladri senza poterlo apertamente dichiarare, ha provato un moto di sana vergogna. Sembra che lo stesso Vaticano, che di ladri ben si intende, lo IOR e Marcinkus ancora pesano sulle coscienze d’Oltretevere, abbia avanzato dichiarazioni piuttosto ostili nei confronti dell’ennesimo scudo fiscale.

Sui tagli ai dipendenti pubblici ormai non si discute nemmeno più, perché sembrano essere un cavallo di battaglia di grande popolarità e Brunetta, il nano veneziano (Bossi dixit), sembra essere già lanciato verso questa nuova crociata. Da notare che i dipendenti pubblici si trovano con lo stipendio bloccato per 4 anni senza il normale adeguamento ISTAT al costo della vita e senza i previsti scatti di anzianità. Ovviamente, se questo non è mettere le mani nelle tasche delle persone possiamo discutere di tutto, ma chiaramente sarà ancor più esplicito dare mano libera alla manomissione di TFR e tredicesime dei dipendenti statali.

Sui tagli agli enti locali sicuramente la Lega Nord proverà gli imbarazzi maggiori. Dovrebbe spiegare a tutti gli italiani, padani e non, come è possibile la realizzazione di un federalismo senza alcuna autonomia economica. I tagli agli enti locali si ripetono ormai da anni, e ad opera di diversi governi, e questo si traduce praticamente nella incapacità da parte dei comuni di garantire servizi alla cittadinanza oppure nella impossibilità di garantirli allo stesso prezzo: esempio pratico anche a Senago si potrà assistere all’aumento delle quote relative alle mense scolastiche oppure alla variazione in rialzo di alcune tariffe di competenza comunale quali la Tassa sui Rifiuti.

Questa serie di provvedimenti non è una diretta intromissione nelle tasche dei cittadini, ma si traduce chiaramente nella necessità di pagare più onerosamente servizi che erano garantiti a tariffe migliori. Quindi, è bene che Berlusconi smetta con la pantomima del cuore grondante di sangue, perché le mani delle tasche degli italiani le ha messe e le sta tenendo da ormai 4 anni. Consigliamo al presidente del consiglio di arrestare l’emorragia del suo cuore se vuole evitare il peggio oppure di chiamare il 118 prima che sia troppo tardi.

La manovra Speedy Gonzales

70 miliardi di euro. Tagli in ogni settore (tranne che nei settori privilegiati della politica). Tasse. Svendita dei beni dello Stato. Ticket. Tagli agli asili. Tagli all’università. Accise sulle bollette eccetera, eccetera e ancora eccetera.

E tutto questo avviene, come per magia, alla velocità della luce e col benestare della cosiddetta opposizione (parlamentare), che non si oppone.

La storia di questo paese è costellata di manovre finanziare d’ogni sorta e dai nomi più svariati che, nel loro significato, lasciavano sempre intendere l’entità del prelievo che spettava di subire al popolo. Dalla “manovrina”, piccolo prelievo (si trattava sempre di milioni di euro) attuato in genere dopo la classica “Manovra” e dal succinto compito di aggiustare l’insufficienza della precedente, alla “manovra d’autunno” dai toni e dai colori sgargianti, come quelli delle banconote di più grossa taglia, ad indicare che il prelievo avrebbe assunto dimensioni cospicue, fino alla “manovra lacrime e sangue” (per alcuni chimata anche “la manovra del Conte Dracula” emanata dall’allora soprannominato dottor Sottile) di cui è inutile chiarirne il significato ma la cui consistenza era senza dubbio inferiore a quella di adesso. Ma non era ancora capitata, nella nostra tragicomica storia che dura da ben 150 anni, la manovra “Speedy Gonzales”.

E’ si! Questa volta gli ingredienti ci sono tutti: il grosso formaggio da prendere, formato dall’insieme degli stipendi sempre più bassi del popolo lavoratore; il mitico Speedy Gonzales e suo cugino piedelento Rodriguez (Berlusconi e Brunetta) e la sua compagine di amici topi che abbraccia indistintamente tutto il parlamento, Bersani in testa; infine Duffy Duck ben impersonato, fosse solo per assonanza nel modo di parlare ed un po’ anche per la sua gestualità, dal Ministro dell’Economia Giulio Tremonti, che apparentemente fa di tutto per non far rubare il formaggio, confondendo le sembianze del suo acido lavoro dietro il suo sguardo da incredulo e vittima nel contempo, ma complice del ben noto topo nella truffa perpetuata ai danni di chi il fomaggio lo ha guadagnato e sudato col proprio lavoro e lo detiene come unica misera risorsa per sopravvivere. 

E la storia vede inevitabilmente Speedy, rapido e veloce più del solito,  rubare l’intero bottino dividendoselo poi con l’inerme Duffy, alla faccia del popolo denudato da questa magnifica banda del buco!

Arriba! Arriba! Ándale! Ándale!

Manovra economica e norma pro Fininvest

Ma chi se ne frega della norma pro Fininvest!

Certo, perchè con questa scusa, che sospende la destinazione dei 750 milioni di euro che da Fininvest dovrebbero cadere nelle casse di De Benedetti qualora la cassazione decidesse per il risarcimento definitivo (parliamo dell’ormai datato processo detto Lodo Mondadori), e di cui il popolo non godrà nemmeno di un centesimo, non si parla della manovra finanziaria.

Manovra che andrà ad infilare le mani dello stato direttamente nei portafogli dei cittadini per prelevare 43 miliardi di euro.

Questa finanziaria (qui potete leggere la cartella consegnata a Napolitano), forse più di ogni altra, colpirà in modo particolare i redditi bassi. Innalzamento dell’età pensionistica, diminuzione degli aumenti della pensione, ticket sanitario, blocco degli stipendi, stop alle assunzioni, tagli all’istruzione, aumento delle accise e delle imposte di bollo, insomma, di tutto e di più.

Se occorre recuperare 43 miliardi di euro, qualcuno dovrà pur tirarli fuori, no?

Intanto i vari pinocchio spergiurano che, per far fede al loro programma, non inalzeranno le tasse.

E mentre le banche fanno a gara per garantire fidejussioni praticamente gratis a copertura dei 750 milioni contesi tra Fininvest e De Benedetti, alle famiglie italiane non resta che chiedere l’ennesimo prestito per pagare i debiti di questo malandato Stato, confidando di avere ancora un lavoro come garanzia per le banche.


Rifondazione c’è!

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Massimo Gatti: consigliere della provincia di milano

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