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E se avessimo ragione ? Sarebbe solo l’ennesima volta !

A sentire le proposte economiche che maturano fuori degli italici confini viene alla mente un vecchio saggio. Un saggio signore per l’appunto, a cui non mancava quel filo di barba bianca che conferisce ancor più saggezza e che avrebbe detto:

“Uno spettro si aggira per l’Europa, lo spettro del comunismo”.

Infatti, a sentire le proposte in ambito economico e fiscale di alcuni leader europei, sembra quasi di rivivere l’esperienza di qualche congresso ormai trascorso del Partito della Rifondazione Comunista. O qualche seduta degli incontri dei Social Forum di Porto Alegre. Ed invece si tratta di riunioni tra capi di stato, decisamente liberali della cara e vecchia Europa.

Sembrano ormai crollati alcuni inviolabili tabù ! Tempo fa, solo qualche anno fa, il PRC presentava insistentemente proposte relative all’introduzione di una tassa patrimoniale per far pagare le rendite e non solo il reddito da lavoro (generalmente dipendente) e per poter mettere ordine a quella selva infinita (“selvaggia, aspra e forte” avrebbe detto il sommo poeta Dante Alighieri) della finanziarizzazione e della speculazione nel mercato globale delle borse.

I comunisti, generalmente lungimiranti, proponevano già 10-12 anni fa la cosiddetta Tobin Tax, che oggi sembra essere in fase di studio avanzato da parte della Comunità Europea e potrebbe essere prossima una sua introduzione. Si tratta, come noto, di una tassa sui guadagni ottenuti mediante transizioni finanziarie muovendo denaro da un capo all’altro del mondo e senza che questo venga minimamente impegnato all’interno di una qualsiasi industria manifatturiera e non. Ebbene i comunisti venivano tacciati di essere i soliti rozzi e poco avvezzi alle logiche del mercato, anche dai loro alleati di centro-sinistra, Ulivo compreso. Lo stesso Tobin, premio Nobel per l’economia ed economista rigorosamente conservatore, vedendo che la tassazione da lui proposta era usata come cavallo di battaglia per proposte fiscali alternative da parte di partiti più che progressisti, piano piano si dissociava.

Fa piacere, con qualche anno di ritardo, notare che invece le proposte di patrimoniale e Tobin Tax non siano più quella efferata bestemmia che appariva un tempo, ma siano viste come una modalità praticabile per far pagare chi finora ha evaso e trafugato altrove i propri ingenti guadagni senza versare un obolo all’erario statale.

Quindi, anche se sempre inascoltati, come quando si proponeva l’aumento della tassazione delle rendite, adeguandoci al resto dell’Europa, passando cioè al 20% invece dell’attuale 12,5% si aveva assolutamente ragione. Oggi addirittura viene messo in pratica dal governo di centro-destra. Peccato essere stati tacciati di voler bloccare il mercato e la sua salvifica economia trainante e trionfante. E peccato anche che coloro i quali definivano irricevibili le nostre proposte le facciano proprie oggi. Povero Bersani deve essere proprio a corto di idee. E non vogliamo ricordare anche l’ormai scomparso Padoa Schioppa, così riottoso nei confronti di una tassa patrimoniale. L’allora Ministro dell’Economia del secondo governo Prodi, mai sufficientemente vituperato (il Governo ed anche il Ministro), lasciò il suo segno nella storia per aver operato il famoso cuneo fiscale tutto a favore delle aziende e per aver lasciato ai posteri la battuta stupida ed improvvida, oltre che di cattivo gusto, sui giovani “bamboccioni”.

Comunque, poichè il ruolo della Cassandra inascoltata, ma che finisce sempre per stare dalla parte della ragione, non è neanche poi così simpatico da svolgere, sarebbe bene rispolverare anche un po’ di altre proposte politiche in ambito di economia che i comunisti sostengono da tempo. E magari metterle in atto !

Resistono di converso alcuni luoghi sacri ed inviolabili che non è possibile invece toccare e nemmeno sfiorare.

Non è possibile, come si dovrebbe invece, e da tempo immemorabile, fare una seria e decisa lotta all’evasione fiscale. La perdita di gettito per l’erario pubblico pare si aggiri ad una cifra attorno ai 125 miliardi di euro l’anno calcolando la sola evasione IRPEF. Se andassimo ad aggiungere i meccanismi di erosione ed elusione che coinvolgono anche i versamenti di contribuzione INPS avremmo poi cifre da capogiro da reinvestire nel comparto pensioni che renderebbero superflua qualsiasi iniziativa relativa al settore della previdenza. Persino la prima riforma previdenziale del governo Dini nel 1995, che introdusse il sistema contributivo, non sarebbe stata necessaria recuperando l’evasione della contribuzione INPS e separando adeguatamente previdenza ed assistenza. Stesso destino avrebbero avuto tutti i ritocchi alla previdenza operati da ogni governo che si è succeduto da allora ad oggi alla guida del Belpaese. Poiché a Confindustria è cara la previdenza perché da quel fondo ricava i denari per pagare la cassa integrazione ed è caro sempre a Marcegaglia, Montezemolo e soci sostenere la previdenza privata, una gran bella spinta all’indebitamento INPS porta di conseguenza alla inderogabilità di ogni taglio che si propone in ambito previdenziale ed alla indispensabilità di fare ricorso ai famigerati fondi pensione di gestione ovviamente più che privata. Banche ed Assicurazioni ringraziano.

Non è inoltre possibile diminuire la spesa in ambito militare, perché è ben noto che il nostro paese, da potenza militare e bellica quale è, deve dotarsi di aerei da guerra sofisticati come gli “Eurofighters” e di portaerei all’altezza dei nostri rilevanti compiti nelle missioni di cosiddetta pace come la ben nota “Cavour”. In quelle missioni, sembra che si usino soldi pubblici per pagare i taleban perché ci attacchino, ma con un po’ meno solerzia di quella che usano contro altri eserciti. In sostanza spendiamo il doppio degli altri paesi, perché nel nostro eterno doppiogiochismo vogliamo stare con l’acquasanta, ma tenerci comunque buono il diavolo, perché non si può mai sapere. La recente esperienza in Libia ne è una controprova evidente. Baciamo le mani a Gheddafi e poi partecipiamo ai bombardamenti su Tripoli. Wikileaks proprio in questi giorni sembra avere rivelazioni interessanti a proposito del nostro tenere i piedi in due scarpe nella “missione umanitaria” in Afghanistan (http://www.indianexpress.com/news/italy-paid-taliban-not-to-attack-its-troops-wikileaks/831163/).

Ma ancora incrollabile ed inattaccabile resiste la sacra, e non potrebbe essere altrimenti, inviolabilità degli interessi della chiesa cattolica apostolica romana. Nessuno è pronto a proporre un taglio al famigerato 8 per mille e nemmeno una revisione forte di alcuni privilegi accordati agli edifici di proprietà della Santa Sede che, pur essendo dedicati ad attività lucrative quali alberghi ed attività turistiche in genere, non sono soggetti al pagamento dell’ICI. Al riguardo il buon vecchio Bersani, quando faceva il Ministro delle attività produttive contribuì anch’egli a garantire la sopravvivenza dei privilegi di Oltretevere. Pare di sentirlo, un po’ caricaturato da Crozza, con il suo “Oh ragassi, non possiamo mica fare la guerra al Vaticano, quelli lì con le guardie svissere ci battono !”

Chissà che come su Tobin Tax e patrimoniale tra qualche decennio ci scopriremo ad avere ragione anche di questi inviolabili tabù, così dispendiosi dal punto di vista economico, ma così vantaggiosi dal punto di vista del ritorno elettorale.

Ultima annotazione. Sarebbe opportuno far sapere che l’economia reale non è quella che segue l’indice MIB della  Borsa di Piazza Affari, bensì quella legata al mondo produttivo. Oggi la crisi parte dalle tantissime dismissioni ed esternalizzazioni, quando non addirittura dalle migrazioni, operate dalle industrie manifatturiere che, come Marchionne insegna, trasferiscono altrove i propri centri di produzione lasciando il paese senza più un tessuto produttivo. La borsa è e rimane pura e semplice speculazione. Se le manovre economiche devono essere condotte al fine di guadagnare liquidità che poi viene ancora bruciata nelle piazze affari di tutto il mondo allora è bene che nessuna manovra economica venga più realizzata. Quindi la crisi finanziaria se la paghino le banche che l’hanno generata e le agenzie di valutazione che ancor peggio speculano giocando nel doppio ruolo di investitori e di valutatori. Giocatori ed arbitri allo stesso tempo.

Ultimissimo elemento. I comunisti erano i soli che contestavano il Trattato di Maastricht per le implicazioni economiche che conteneva e per l’assoluta assenza di contenuti sociali e questo già dai primi anni ’90. Ora per effetto di quel trattato siamo l’Europa che siamo, cioè delle banche e non dei popoli !

E’ necessario ulteriormente ribadire, e a questo punto senza alcuna modestia, che avevamo ragione ? 

Finanza da legare. Manifesto degli economisti sgomenti

Con Finanza da legare, traduzione italiana del Manifeste d’économistes atterrés, Sbilanciamoci.info inaugura la collana e-book. Nella prima uscita un gruppo di economisti francesi legge la fase attuale http://atterres.org.

Finanza da legare è il primo di una serie di e-book che Sbilanciamoci.info vuole lanciare per offrire nuovi strumenti di analisi critica dell’economia e nuove proposte su come può essere cambiata. È la traduzione del Manifeste d’économistes atterrés (Les liens qui libèrent), pubblicato nel novembre 2010 in Francia per iniziativa di un gruppo di “economisti sgomenti” di fronte all’incapacità dell’Europa di affrontare la crisi e mettere sotto controllo la finanza che l’ha provocata.

Il Manifesto – che ha raccolto l’adesione di oltre 700 economisti francesi e vasti consensi in altri paesi europei – è un atto d’accusa contro la politica economica dell’Europa, che non ha messo in discussione il dominio della finanza sull’economia reale, continua a seguire le prescrizioni neoliberiste e scarica gli effetti della crisi sulla riduzione della sfera pubblica, con l’effetto di prolungare la recessione e aggravare le disuguaglianze e le ingiustizie sociali.

Il punto di partenza del Manifesto è la denuncia di dieci “false certezze” che condizionano l’azione politica dell’Unione europea e dei governi nazionali. Tra queste, l’idea che i mercati finanziari siano efficienti e capaci di sostenere la crescita, che spesa e debito pubblico siano responsabili della crisi attuale e che la via d’uscita passi per una loro riduzione che “rassicuri” la finanza globale sulla solidità dell’Europa. Idee che hanno mostrato, soprattutto a partire dalla crisi del 2008, la loro mancanza di fondamento e la loro natura ideologica, e che si sono rivelate fallimentari per le politiche europee.

Negli ultimi mesi, l’aggravarsi della crisi finanziaria della Grecia e di altri paesi della periferia dell’Europa ha reso ancora più urgente un cambio di direzione nella politica europea.

La Grecia, non certo esente da colpe pregresse, è chiamata ad affrontare l’emergenza del debito pubblico – largamente detenuto da banche tedesche e francesi – attraverso gravi tagli di bilancio, esasperando la popolazione con forti riduzioni della spesa sociale e drastici tagli ai dipendenti pubblici. Stesso destino accomuna il Portogallo, anch’esso stretto dalle misure previste dall’intervento di “salvataggio” di Unione europea e Fondo monetario. Irlanda e Spagna sono travolte da analoghe crisi, con drastiche riduzioni della spesa pubblica e prospettive di recessione dietro l’angolo. Fuori dall’euro, ma al centro della finanza internazionale, la Gran Bretagna ridisegna il suo bilancio con una stretta sui dipendenti pubblici più dura di quella imposta trent’anni fa dal governo di Margaret Thatcher.

La pressione della finanza è ora sull’Italia. L’attacco della speculazione del luglio 2011 ha rivelato la fragilità della nostra classe politica, prima ancora che della nostra economia. Si sente aria di rassegnazione di fronte alla manovra correttiva di 60, 70 miliardi che nei prossimi anni imporrà sacrifici aggiuntivi al paese. C’è chi la chiama cura, e invece è l’ennesimo colpo inferto alle prospettive di crescita di un paese che fa fatica a rialzarsi. Rassicureremo i mercati al costo di qualche decina di milioni di euro e di un distacco tra la politica dei palazzi e il paese reale che si fa ogni giorno più marcato. Ci rialzeremo più lentamente di altri, perché la latitanza del governo italiano sul fronte delle strategie di sviluppo è più forte che altrove, e i tagli realizzati continuano a colpire l’investimento sul futuro, la scuola, l’università, la ricerca, l’innovazione.

In questo scenario, l’Europa potrebbe fare scelte diverse. Potrebbe aprire una nuova fase di sviluppo che ridimensioni il ruolo della finanza nella politica economica e imponga una nuova direzione al processo di integrazione europea, temi al centro del dibattito sulla “rotta d’Europa” lanciato a luglio 2011 da sbilanciamoci.info e dal quotidiano il manifesto. Per il Manifeste d’économistes atterrés l’integrazione europea deve appartenere ai cittadini, anziché a politici e tecnocrati. “Legare la finanza” appare il primo passo per una strategia economica e sociale che ridefinisca gli obiettivi dello sviluppo, aumenti la partecipazione dei cittadini alle decisioni e legittimi dal basso la costruzione europea.

Le alternative ci sono. Il Manifesto francese propone ventidue iniziative che sono alla base di un disegno economico alternativo e progressista: la riduzione del peso della finanza nelle scelte politiche, la stabilità delle protezioni sociali e della spesa pubblica, la riduzione delle disuguaglianze all’interno dell’Unione, un maggior coordinamento sovranazionale. Un programma complesso, ma necessario, per un rilancio dell’Europa.

Quella del Manifeste d’économistes atterrés non è l’unica voce che chiede politiche economiche diverse, un modello alternativo a quello neoliberista. Il capitolo di Andrea Baranes in questo e-book integra le analisi degli “economisti sgomenti” con una rassegna delle campagne e iniziative che la società civile europea e internazionale ha realizzato in questi anni per costruire un’economia diversa, riformare i mercati finanziari e ridurre il ruolo della finanza nelle scelte economiche e sociali. Molte sono le proposte concrete fin qui avanzate: la tassa sulle transazioni finanziarie, i controlli sui movimenti di capitale, l’armonizzazione fiscale a livello europeo, l’eliminazione dei paradisi fiscali, una nuova architettura per il sistema finanziario globale, lo sviluppo della finanza etica.

Un piccolo glossario sulle “parole difficili” della finanza chiude questo e-book. Vincenzo Comito ne ha curato la stesura.

La ricerca di alternative all’economia e alle politiche dominanti è da anni al centro del lavoro di Sbilanciamoci. La Campagna Sbilanciamoci, che da dodici anni riunisce 48 associazioni della società civile, presenta ogni anno la “Controfinanziaria”, con proposte su come usare la spesa pubblica per la società, i diritti, l’ambiente, la pace. La “Controcernobbio” – un meeting annuale alternativo a quello dell’élite italiana a Cernobbio – mette a confronto le esperienze migliori per costruire un’economia diversa. I rapporti sulla qualità regionale dello sviluppo (Quars) documentano il benessere nelle regioni italiane. Il libro bianco sulla Cooperazione allo sviluppo propone un ruolo internazionale diverso per il nostro paese.

Il sito di informazione economica Sbilanciamoci.info produce una newsletter settimanale con articoli sull’attualità economica e politica e le alternative possibili. Ha pubblicato nel 2010 il volume Dopo la crisi. Proposte per una economia sostenibile (a cura di Andrew Watt, Andreas Botsch e Roberta Carlini, Edizioni dell’Asino) con contributi di trenta economisti americani, europei e italiani sulle politiche concrete per uscire dalla crisi provocata dalla finanza. Di fronte alla crisi della maggiore impresa italiana – la Fiat – Sbilanciamoci ha realizzato con il manifesto nel gennaio 2011 lo speciale “Grosso guaio a Mirafiori” con analisi e proposte sul futuro industriale dell’Italia. Tutti questi materiali si possono scaricare gratuitamente dai siti http://www.sbilanciamoci.org e http://www.sbilanciamoci.info. Una scheda completa sulle attività di Sbilanciamoci è alla fine di questo e-book.

Per la realizzazione di questo e-book ringraziamo Philippe Askenazy, uno dei promotori del Manifeste d’économistes atterrés, che ha accolto la nostra proposta di traduzione italiana, suggerita inizialmente da Vincenzo Comito. Armanda Cetrulo ha realizzato la traduzione e Matteo Lucchese ha curato il volume. Ringraziamo Roberta Carlini, Giulio Marcon, Mario Pianta, Cristina Povoledo e Guglielmo Ragozzino per i loro suggerimenti. Javier Cabrera, Arnaldo Filippini e Antonella Licitra, del gruppo AnAlphabet, hanno realizzato il progetto grafico e l’impaginazione del volume.

(fonte: http://www.sbilanciamoci.info)

Beni comuni in vendita

La manovra in parlamento sarà immediata; questo è il momento delle decisioni irrevocabili, come si diceva una volta.

Sotto le bombe – Moody’s e compagni che tirano alle banche italiane mentre è Giulio Tremonti, alle spalle dell’onorevole Milanese, l’anatra zoppa – si è formata da noi un’Unione sacra che solo la misurata retorica del presidente chiama «coesione». L’opposizione si è liquefatta, affidandosi a una di quelle parole dal suono magico: tregua.
«Ecco come arrivare al pareggio subito». Il Sole 24Ore (Roberto Perotti e Luigi Zingales) ha titolato così un editoriale dal soave occhiello: «Decalogo draconiano». Confindustria e governo vi hanno attinto largamente, o forse lo hanno largamente ispirato. Se al primo punto del decalogo sono indicate le privatizzazioni delle imprese pubbliche rimaste, o per meglio dire la vendita dei pacchetti azionari detenuti in nome del Tesoro dalla Cassa dei depositi e prestiti; se al secondo compare l’eliminazione delle Fondazioni bancarie, è il terzo che conta davvero. Vi è intimata la privatizzazione delle municipalizzate, le imprese che gestiscono nelle città i trasporti, l’acqua, l’elettricità, i rifiuti. Tremonti lo ribadisce ai banchieri riuniti in assemblea, escludendo il caso dell’acqua, ormai protetta dal risultato referendario del mese scorso. Sostiene Tremonti: gli enti locali saranno spinti a vendere «attraverso un sistema di incentivi e disincentivi». Detto altrimenti, chi si adegua e vende i beni comunali riceverà i contributi dello stato, che mancheranno invece ai sindaci riottosi.
È facile notare che un simile comando è tipico di uno stato centralista che vuole eliminare ogni forma di autonomia locale. La misura riporta l’intero quadro politico indietro di decine di anni, agli albori della prima repubblica, con buona pace del federalismo proclamato ogni due giorni. Un secondo aspetto è che lo stato centrale – il governo di concerto con l’opposizione – in questo modo di fatto s’impadronisce di beni e attività che non sono suoi, privandone i comuni e gli abitanti. Sono beni comuni che lo stato, con il ricatto, costringe a vendere, per contenere i propri debiti, impietosire la finanza internazionale e mostrare la propria modernità.
Inoltre la cessione di attività decisive come i trasporti urbani mette le città alla mercé dei fondi e delle banche che hanno anticipato i mutui necessari agli investimenti. Infine, chi garantirà il servizio già pubblico? Se il fondo straniero, nuovo proprietario della rete tranviaria, dovrà scegliere tra maggiori profitti e migliori vetture, come si comporterà? Siamo sicuri della continuazione del servizio notturno? Chi avrà davvero la forza di imporre regole al nuovo proprietario, potente, di nazionalità indefinita, che opporrà sempre i diritti superiori del capitale?
I giorni dell’attacco finanziario all’Italia sono ormai alle spalle. Qualcuno è convinto che il paese abbia retto, tanto che l’attacco è stato respinto. A ben vedere la finanza internazionale ha inferto un colpo alla straordinaria Italia dei referendum. Primo paese del capitalismo avanzato, l’Italia si era mostrata capace di ribellarsi e di scegliere la via dei beni comuni, della democrazia partecipata, del rifiuto al nucleare. Era un colpo intollerabile per coloro che si considerano i padroni del mondo: andava subito cancellato. Occorreva un segnale forte, valido per tutti, in Europa e fuori: nessuna libertà a chi si oppone. Il segnale è arrivato: i beni comuni delle città italiane sono in vendita.

articolo pubblicato su il manifesto del 14 luglio 2011

(fonte: http://www.sbilanciamoci.info)


Rifondazione c’è!

Luca Mercalli: PREPARIAMOCI

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