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LA QUESTIONE DEI RAPPORTI DI FORZA

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Tutti si ricor­dano la famosa frase pro­nun­ciata da Ram­sey McDo­nald, primo pre­si­dente del con­si­glio di un governo labu­ri­sta in Gran Bre­ta­gna nel 1931, nel pieno dell’altra grande crisi eco­no­mica mon­diale: «Cre­devo che il peg­gio fosse stare all’opposizione senza il potere di cam­biare le cose, ora mi sono accorto che è peg­gio ancora stare al governo e non aver ugual­mente potere». Pochi ricor­dano forse quello che avvenne dopo, quando McDo­nald decise di rom­pere con il pro­prio par­tito le cui riven­di­ca­zioni non era in grado di sod­di­sfare e di dar vita ad un pes­simo governo di unità nazionale.

Ebbene, nella tri­stis­sima serata che tutti abbiamo tra­scorso ieri notte attac­cati alla tele­vi­sione per seguire quanto acca­deva ad Atene, su piazza Sin­tagma e den­tro il palazzo del Par­la­mento che vi si affac­cia, abbiamo, almeno molti di noi, tirato un sospiro di sol­lievo: non solo — lo sape­vamo già prima — Tsi­pras non è Ram­sey McDo­nald, anche se ha dovuto spe­ri­men­tare una ana­loga impo­tenza — ma, quel che più conta, la rot­tura con il suo par­tito non è avvenuta.

Sia i 40 depu­tati di Syriza che hanno votato con­tro il memo­ran­dum, sia i 109 mem­bri del Comi­tato cen­trale che hanno espresso ana­loga oppo­si­zione, hanno riba­dito che que­sto non com­porta sfi­du­cia nei con­fronti del governo. Un’altra bella prova della matu­rità di Siryza. Se que­sta unità reg­gerà anche nelle dif­fi­ci­lis­sime set­ti­mane che ci aspet­tano, il peg­gio potrà forse essere evitato.

La scelta del che fare a fronte di un ricatto tanto arro­gante da non esser stato nem­meno imma­gi­nato è stata per Atene molto ardua, ed è com­pren­si­bile che abbia sol­le­vato un con­fronto così acceso, anzi dram­ma­tico. Tsi­pras, come sap­piamo, ha respinto l’ipotesi di un’uscita dall’eurozona, e ha scelto di cor­rere i rischi dell’accordo leo­nino che gli è stato impo­sto per gua­da­gnare tempo — e man­te­nere una col­lo­ca­zione di governo — due fat­tori che aiu­tano ad affron­tare una situa­zione molto dif­fi­cile, ma meno dif­fi­cile di quella che si sarebbe creata, subito, ove le ban­che fos­sero rima­ste chiuse senza liquido, sti­pendi non paga­bili, blocco dei ser­vizi pub­blici, impor­ta­zioni impos­si­bili in un paese che senza com­prare all’estero il car­bu­rante per i pro­pri pesche­recci non è in grado nem­meno di pescare il pro­prio pesce.

Dif­fi­cile e peri­co­losa: quando una crisi diventa così grave può acca­dere di tutto. Da parte dell’avversario, ma anche — la sto­ria ce lo inse­gna — per le ten­ta­zioni auto­ri­ta­rie cui si potrebbe cedere per con­trol­lare le ine­vi­ta­bili proteste.

Adesso, se non ci saranno lace­ra­zioni nel corpo di Syriza, sarà pos­si­bile lavo­rare per ridurre al minimo, e comun­que per distri­buire più equa­mente il peso delle misure impo­ste. Con­tando anche sull’estrema con­fu­sione che regna nel campo delle “isti­tu­zioni” UE: che non sono Maci­ste, ma una lea­der­ship sem­pre più con­fusa e sem­pre meno cre­di­bile. Basti pen­sare alla esi­la­rante uscita del Fondo mone­ta­rio, che dopo aver par­te­ci­pato ai nego­ziati con la inef­fa­bile signora Lagarde, manda adesso a dire che quell’accordo è ridi­colo, non potrà mai esser rea­liz­zato, per­chè la Gre­cia non potrà mai pagare un debito che negli anni, dopo le amo­re­voli cure dei dot­tori di Bru­xel­les, è pas­sato dal 127 % del PIL all’inizio della crisi al 176 % di oggi, al pre­ve­di­bile 200 % nel pros­simo futuro.

Degli 82 miliardi che ora sono stati con­cessi ad Atene solo il 35 % andrà all’economia reale, il resto a ripa­gare debiti già con­tratti e a rifi­nan­ziare le ban­che, così come del resto è acca­duto dal 2010, quando dei 226,7 miliardi elar­giti allora ne andò solo l’11,7%.

Anche sul piano poli­tico va ben sot­to­li­neato che da que­sta vicenda la lea­der­ship euro­pea è uscita malis­simo. Anche in Ger­ma­nia: basta scor­rere la stampa tede­sca più auto­re­vole per sapere con quanta asprezza viene giu­di­cato l’operato del pro­prio governo: ” Il governo tede­sco ha distrutto in un wee­kend sette decenni di diplo­ma­zia” — ha scritto il set­ti­ma­nale Spie­gel e la auto­re­vo­lis­sima Sud­deu­tsche Zei­tung ha titolato:“La signora Mer­kel ‚il nuovo nemico dell’Europa”. Per non par­lare di come in que­ste set­ti­mane si siano mol­ti­pli­cate le voci, anche isti­tu­zio­nali, di chi dice che biso­gna andar­sene dall’UE.

Tsi­pras ha invece deciso di non abban­do­nare il campo di bat­ta­glia. Poteva deci­dere di lasciar per­dere e cedere a chi sug­ge­riva di imboc­care la strada di uno sbri­cio­la­mento che avrebbe in realtà lasciato ancor più privi di forza rispetto alla finanza glo­bale i sin­goli paesi.

Può darsi che per otte­nere que­sta diversa Europa sia neces­sa­rio ricor­rere anche a que­sta scelta, ma assurdo è pen­sare che dia più forza, ad Atene ma anche a tutti noi, che la Gre­cia, la più debole, imboc­chi que­sta strada da sola. Gre­xit, oggi, diven­te­rebbe solo la pate­tica vicenda di un pic­colo paese mar­gi­nale, la vit­to­ria, per l’appunto, di Scheubele.

Altra cosa è che a met­tere in discus­sione l’eurozona sia uno schie­ra­mento più forte, almeno i paesi medi­ter­ra­nei, sulla base di un chiaro pro­getto di lotta e di reci­proca soli­da­rietà. Que­sto fronte oggi non c’è e noi ita­liani pos­siamo solo ver­go­gnarci per­chè il nostro pre­si­dente del Con­si­glio, che avrebbe potuto, e dovuto, avere un ruolo di primo piano da svol­gere in que­sta situa­zione, ha messo, pau­roso, la testa sotto la sabbia.

Tocca anche a noi costruire un piano B, ma non solo per la Grecia.

Torna in primo piano il famoso con­cetto di “rap­porti di forza”, un ter­mine che sem­bra spa­rito dal voca­bo­la­rio della sini­stra, sic­chè quanto accade ad Atene c’è chi lo rap­pre­senta come l’antico dilemma fra riforme o rivo­lu­zione. Quasi che sia pos­si­bile –scrive con la tra­di­zio­nale voca­zione al richiamo teo­rico tede­sco Blo­kupy su “Neues Deu­tschland” — con­si­de­rare la Gre­cia come un secolo fa la Rus­sia: l ‘anello più debole del capi­ta­li­smo da cui si sarebbe potuti par­tire. Lenin, del resto, quando disse que­sta frase, non sapeva che la rivo­lu­zione tede­sca sarebbe fallita.

Oggi, comun­que, noi sap­piamo che di un pro­cesso rivo­lu­zio­na­rio capace di soste­nere la rot­tura even­tuale della Gre­cia in Europa non c’è nem­meno l’odore. Non è rivo­lu­zio­na­rio sbat­tere comun­que la testa con­tro il muro senza valu­tare se si rompe la testa o si sbri­ciola il muro. Pre­ser­vare la testa non è un atto di viltà, ma di intel­li­genza. Almeno se si intende com­bat­tere ancora e non solo costruire un monu­mento ai mar­tiri.

“La gente pro­te­sta, scende in strada” — ci dicono anche nostri con­na­zio­nali che sono in Grecia.“Nei bar si dice che Tsi­pras ha tra­dito.” E’ com­pren­si­bile, ma per que­sto per vin­cere ci vogliono i par­titi e non i bar: pro­prio nei momenti dram­ma­tici è indi­spen­sa­bile un sog­getto con­sa­pe­vole, unito da una comune cul­tura poli­tica, da un rap­porto vero con le rispet­tive comu­nità, e non un agglo­me­rato emotivo.

Per costruire l’egemonia neces­sa­ria ad affron­tare situa­zioni com­plesse, con lotte mirate e non solo con la mol­ti­pli­ca­zione delle proteste.

E’ vero che lasciare solo alla poli­tica — par­titi e isti­tu­zioni — il potere di deci­dere può esser peri­co­loso, e lo è stato tante volte in pas­sato. Per que­sto sono utili movi­menti e forme dirette di espres­sione della società civile e spe­riamo che ce ne siano in Greci a pun­go­lare, anche con­te­stan­dole, le deci­sioni che ver­ranno prese.

Ma la pro­te­sta indif­fe­ren­ziata di quello che ora viene chia­mato “il basso” che si con­trap­pone all’”alto”, per usare un con­cetto che oggi va di moda, non basta. E infatti, fin’ora, il 99%, seb­bene sia una così grande mag­gio­ranza di sof­fe­renti, non vince. Occorre di più.

Io la penso così. Ma sono molto con­for­tata nel riscon­trare che la grande mag­gio­ranza di coloro che stanno cer­cando di costruire in Ita­lia un nuovo sog­getto poli­tico uni­ta­rio la pensa in modo ana­logo. A qual­che ­cosa la lunga sto­ria della nostra sini­stra — primo fra tutti il “genoma Gram­sci” — ci è pur servita !

Luciana Castellina da “Il Manifesto”

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Dalla Grecia al TTIP, il punto è la democrazia

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L’ordine del giorno della ses­sione di ieri mat­tina del Par­la­mento euro­peo pre­ve­deva il dibat­tito sulla situa­zione in Gre­cia, alla pre­senza di Junc­ker e Tsi­pras e la vota­zione sul Ttip, il trat­tato di com­mer­cio tra Ue-Usa. Vero oggetto della discus­sione in entrambi i casi, filo rosso tra due que­stioni fon­da­men­tali per il pre­sente e il futuro dell’Ue, la demo­cra­zia in Europa. Da un lato, un primo mini­stro che ha con­vo­cato un refe­ren­dum anche per­ché potesse eser­ci­tarsi pie­na­mente la sovra­nità popo­lare, e che in aula afferma con forza che «o l’Europa è demo­cra­tica o non è »; dall’altro la riso­lu­zione su un trat­tato, il cui man­dato nego­ziale è rima­sto a lungo segreto, e la cui appli­ca­zione svuo­te­rebbe ulte­rior­mente la demo­cra­zia rap­pre­sen­ta­tiva attra­verso mec­ca­ni­smi come il con­si­glio di coo­pe­ra­zione rego­la­to­ria e l’istituzione di tri­bu­nali arbi­trali per diri­mere le con­tro­ver­sie tra Stati e multinazionali.

Le parole di Tsi­pras — accolto dagli abbracci dei depu­tati del gruppo Gue-Ngl, di cui fa parte anche Syriza — risuo­nano di quello stesso orgo­glio, di quella dignità che ha por­tato il popolo greco a dire ’oxi’ (“no”)  al ricatto di Fmi e  Brus­sels group: «La mia patria è stata tra­sfor­mata in labo­ra­to­rio delle poli­ti­che di auste­rità, ma quelle ricette hanno fal­lito». Tsi­pras riven­dica che un governo demo­cra­ti­ca­mente eletto debba poter sce­gliere se repe­rire risorse tagliando le pen­sioni o tas­sando i ric­chi. E, dopo aver evo­cato la neces­sità di una con­fe­renza euro­pea sul debito in pole­mica con il capo­gruppo Ppe Weber, Tsi­pras chiude citando l’Antigone di Sofo­cle, il «diritto umano» che pre­vale sulla legge degli uomini, il diritto del popolo greco alla sua dignità che pre­vale su ogni memo­ran­dum. A spaz­zare via le men­zo­gne di chi rap­pre­sen­tava il refe­ren­dum come scelta tra euro e dracma, o la vit­to­ria del no come gre­xit, le parole del par­ti­giano Gle­zos: «Non solo non lasce­remo l’Europa. Non vi lasce­remo l’Europa», rivolto ai pala­dini dell’austerità.

A pre­sie­dere un dibat­tito acce­sis­simo Mar­tin Schulz, quello che faceva cam­pa­gna per il sì nono­stante il suo ruolo di Pre­si­dente. Lo stesso che nella scorsa ple­na­ria ha can­cel­lato voto e dibat­tito sul Ttip per­ché non vi era accordo nella grande coa­li­zione. Ecco, oggi è stato ancora più lam­pante come chi ha a cuore “almeno” la demo­cra­zia debba essere con Tsi­pras e con­tro Schulz.

E come nella subal­ter­nità nel dibat­tito sulla Gre­cia e nella com­pli­cità con i popo­lari nel voto sul Ttip i socia­li­sti euro­pei abbiano smar­rito qual­siasi fun­zione sto­rica, per usare un eufe­mi­smo. Appro­vato il com­pro­messo voluto dal duo Malmstrom-Schulz sul punto più con­tro­verso (la nuova ver­sione dell’Isds), la riso­lu­zione appro­vata ignora com­ple­ta­mente le pre­oc­cu­pa­zioni mani­fe­state in que­sti mesi da atti­vi­sti e movi­menti su que­stioni fon­da­men­tali come il prin­ci­pio di pre­cau­zione, la salute ali­men­tare, la per­dita di posti di lavoro.

Ieri è stata una gior­nata impor­tante anche per la ride­fi­ni­zione del ruolo stesso del par­la­mento euro­peo, che come Tsi­pras stesso ha ricor­dato avrebbe potuto essere coin­volto molto prima nella discussione.

Ora, se in Ita­lia smet­tes­simo di discu­tere di lea­der e for­mule, se lavo­ras­simo a unire soste­gno alla Gre­cia e lotta all’austerità, con­tra­sto al Ttip e bat­ta­glie per il diritto a lavoro e salute, forse potremmo sen­tire e com­pren­dere meglio l’orgoglio di Tsi­pras e del suo popolo, e costruire una sini­stra, una alter­na­tiva al socia­li­smo euro­peo e alle destre che ricordi, almeno vaga­mente, il Pride (in cui si uni­vano atti­vi­sti LGB e mina­tori) del bel film di Mat­thew Warchus.

Eleonora Forenza par­la­men­tare euro­pea L’Altra Europa con Tsipras

da “Il Manifesto”

Discorso del primo ministro greco Alexis Tsipras al Parlamento Europeo

Rispetto per il popolo greco. “La scelta coraggiosa del popolo greco non è una scelta di rottura con l’Europa, è la scelta di tornare a valori comuni come democrazia, solidarietà, rispetto reciproco e uguaglianza. Il messaggio uscito dal referendum è chiarissimo: l’Europa, la nostra struttura comune, o sarà democratica o avrà serie difficoltà a sopravvivere in queste circostanze difficili. Occorre rispetto per la scelta del nostro popolo”.

Le responsabilità. “Dobbiamo renderci conto che la responsabilità fondamentale del vicolo cieco in cui ci troviamo non riguarda gli ultimi cinque mesi del mio governo, ma i programmi di salvataggio che sono in vigore da cinque anni e mezzo”. “Non sono tra quei politici che danno la colpa dei problemi agli stranieri: per tantissimi anni i governi greci hanno creato uno stato clientelare, hanno alimentato la corruzione tra politica e imprenditoria e arricchito solo una fetta di popolazione. Il 10 per cento dei greci detiene il 56 per cento della ricchezza del paese; e questa enorme disuguaglianza unita ai programmi di austerità, invece di correggere, ha appesantito la crisi”.

Laboratorio fallito. “La Grecia e il popolo greco hanno fatto un sforzo senza precedenti per il cambiamento. In molti paesi europei sono stati applicati programmi di austerità, ma da nessuna parte così duri e per così tanto tempo. La mia patria si è trasformata in un laboratorio di austerità. Ma l’esperimento non ha avuto successo. Rivendichiamo un accordo con i nostri alleati che ci porti direttamente fuori della crisi, che faccia vedere la luce alla fine del tunnel”.

I soldi europei solo alle banche. “I fondi che sono stati stanziati non sono mai arrivati al popolo greco. Sono stati stanziati per salvare le banche greche ed europee ma non sono mai arrivati al popolo greco”.

Oggi la proposta greca all’Esm. “La lotta alla disoccupazione è il primo obiettivo della nostra proposta”. “La nostra proposta comprende la richiesta di un impegno immediato a lanciare un dibattito di merito sulla sostenibilità del debito pubblico, non ci possono essere tabù tra di noi per trovare le soluzioni necessarie”. “Oggi invieremo la nostra richiesta al Fondo salvastati europeo (Esm)”. “La proposta del governo greco per la ristrutturazione del debito non ha l’obiettivo di gravare ancora di più sui contribuenti europei”.

Fiducioso. “L’Europa si trova a un incrocio importante”. “È un problema europeo e non solamente greco, e per un problema europeo serve una soluzione europea. Ma la nostra è una storia di convergenze e non di divergenze, una storia di unioni e non di divisioni. Per questo parliamo di Europa unita e non divisa. Serve un compromesso condiviso in modo da evitare una frattura storica”. “Sono certo che ci assumeremo la nostra responsabilità storica e sono fiducioso che entro due, tre giorni riusciremo a rispettare gli obblighi nell’interesse della Grecia e anche dell’eurozona”.

VENERDI’ 3 LUGLIO GIORNATA DI MOBILITAZIONE NAZIONALE

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                    MOBILITAZIONE STRAORDINARIA E PERMANENTE
                                       A FIANCO DELLA GRECIA
                         NO ALL’AUSTERITÀ. SÌ ALLA DEMOCRAZIA!

 Rispondiamo insieme all’appello europeo che chiama tutti e tutte a impegnarsi d’urgenza a fianco del popolo greco e per cambiare l’Europa. 

Facciamo insieme uno sforzo straordinario di partecipazione per riempire l’Italia venerdì 3 luglio sera di manifestazioni unitarie visibili e partecipate in tante città.

 Invitiamo domani martedì 30 giugno in tutta Italia a organizzare riunioni unitarie per far partire da subito la mobilitazione locale.

Ciascuno faccia tutto quello che è possibile, da subito in tutta Italia. Serve la contro-informazione contro le bugie dei media di regime e del nostro governo, schierato come sempre dalla parte dell’austerità.

Mercoledì 1 luglio invitiamo a costruire dove possibile azioni di denuncia contro la follia irresponsabile delle istituzioni e dei governi europei, che operano fuori di qualsiasi mandato democratico.

Data, orario e caratteristiche di tutte le iniziative di questi giorni e delle manifestazioni unitarie di venerdì sera devono essere comunicate a: referendumgrecia@gmail.com

Invitiamo a firmare e diffondere la petizione europea che si trova sul sito: www.change4all.eu

Cambia la Grecia Cambia l’Europa – riunione unitaria di organizzazioni, reti e movimenti del 29 giugno 2015

DA ATENE: APPELLO ALLA MOBILITAZIONE EUROPEA. NO ALL’AUSTERITÀ. SÌ ALLA DEMOCRAZIA!

L’Europa è a un bivio. Non stanno solo cercando di distruggere la Grecia, stanno cercando di distruggere tutti e tutte noi. È il momento di alzare la nostra voce contro i ricatti delle oligarchie europee.

Domenica prossima il popolo greco potrà decidere di rifiutare il ricatto dell’austerità votando per la dignità, con la speranza di un’altra Europa. E’ un momento storico, che impone a ciascuno in Europa di schierarsi.

Diciamo NO all’austerità, ad ulteriori tagli alle pensioni, ad altri aumenti delle imposte indirette. Diciamo NO alla povertà e ai privilegi. Diciamo NO ai ricatti e alla demolizione dei diritti sociali. Diciamo NO alla paura e alla distruzione della democrazia.

Diciamo insieme SÌ alla dignità, alla sovranità, alla democrazia e alla solidarietà con il popolo greco.

Questa non è una questione tra la Grecia e l’Europa. Riguarda due visioni contrapposte di Europa: la nostra Europa solidale e democratica, costruita dal basso e senza confini. E la loro versione che nega la giustizia sociale, la democrazia, la protezione dei più deboli, la tassazione dei ricchi.

Basta! È troppo! Un’altra Europa è possibile ed è davvero necessaria.

Costruiamo un forte OXI, un chiaro NO europeo. Troviamo il nostro modo per dire NO in tutte le lingue d’Europa! Troviamo il nostro modo per dire OXI!

Domenica sarà un giorno decisivo per l’Europa. Per noi, popolo europeo. Per i nostri sogni, per le nostre speranze. Difendiamo insieme la dignità, i diritti, la democrazia.

Vittoria sul nazismo, l’Europa insulta i russi

I leader europei disertano la parata per i 70 anni della vittoria su Hitler. Uno sgarbo ai russi, non a Putin. E un grosso errore politico.

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Mosca celebra i settant’anni della vittoria sulla Germania nazista. E lo fa alla maniera russa, con la solita grande parata di reduci e mezzi militari sulla Piazza Rossa. Che fa allora il bravo giornalista? Ci racconta quante centinaia di mezzi militari hanno percorso le vie della città (200, con 150 aerei a sorvolarli), se vuol fare l’informato ci parla del nuovo modello di carro armato apparso alla sfilata. E ovviamente ci spiega che dei 68 presidenti e capi di Governo invitati da Vladimir Putin solo la metà ha accettato l’invito, e nessuno di quelli occidentali.

Insomma, il bravo giornalista tutto farà tranne che spiegare ai lettori quale colossale errore sia stato, da parte dei nostri leader, soprattutto quelli europei, disertare l’appuntamento. E lo fa perché lui è come noi. E’ cresciuto ed è stato educato dopo la guerra calda, e cioè in piena guerra fredda, quando dell’Urss si poteva solo dir male. Nessuno gli ha mai spiegato bene che dei 70 milioni di morti, almeno 23 (ma molte stime dicono 27) furono soldati e civili sovietici, una cifra che fa sembrare uno scherzo i 415 mila morti americani. Che furono i sovietici a liberare Berlino e Auschwitz. Sempre loro a decimare le armate naziste in Europa.

E’ anche per questo, e non solo perché sono gonfi di orgoglio nazionale, che i russi chiamano “grande guerra patriottica” quella che per il resto del mondo è la seconda guerra mondiale. Perché fu mondiale, sì, ma con un prezzo più alto per i russi rispetto a chiunque altro.

Per Obama la cosa è diversa: lui mica ce l’ha ai confini, la Russia. Ma i leader europei che hanno disertato la parata devono capire bene una cosa: lo schiaffo non l’hanno dato al Cremlino, l’hanno dato ai russi. Trattandoli da alleati di serie B, gente il cui sacrificio può tranquillamente essere dimenticato o disprezzato. E facendo così un grande favore politico a Vladimir Putin, che potrà contare, in futuro, su uno spirito patriottico e nazionalistico ancora più forte.

E non solo. L’assenza dei nostri leader dà un’ulteriore spinta alle alleanze alternative che la Russia sta stipulando con Paesi come Cina e Turchia, con cui in passato ha sempre avuto guerre, rapporti tesi e, nei momenti migliori, diffidenza. Un altro straordinario risultato politico, la conferma che la politica estera dell’Unione Europea, purtroppo, non è inesistente. E’ stupida.

Fulvio Scaglione da “Famglia Cristiana. it”

Crisi e democrazia; Vittime e carnefici.

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Martedì scorso il manifesto ha pubblicato un articolo di Jospeh Stiglitz che ha il merito di disegnare un quadro limpido della situazione sociale ed economica dell’Unione europea dopo otto anni di crisi, e dei pericolosi contraccolpi politici (crisi democratica e impetuosa crescita della destra radicale) che ne conseguono. Stiglitz insiste sulle responsabilità delle leadership europee (scrive di un «malessere autoinflitto») e punta il dito sulle «pessime decisioni di politica economica» (l’austerity) ispirate a teorie fallimentari. È una base di partenza per una seria discussione, e anche un utile contributo per la ricostruzione di una pratica critica che riapra un quadro politico stagnante, imprigionato (non solo in Italia, ma soprattutto qui da noi) in una camicia di forza che sta rapidamente soffocando la democrazia. Con gravi responsabilità delle sinistre socialiste, che hanno cooperato alla costruzione dell’architettura istituzionale e monetaria di questa Europa.

C’è solo un aspetto dell’analisi di Stiglitz che non convince e forse merita un supplemento di riflessione. Come molti altri anche Stiglitz parla di «errori», di «modelli viziati», della «follia» che accecherebbe le classi dirigenti impegnate in politiche rovinose. Questa rappresentazione suggerisce che la costruzione europea prima, la gestione della crisi via austerity e deflazione salariale poi, abbiano danneggiato indiscriminatamente tutti, risolvendosi in un incomprensibile esercizio di autolesionismo collettivo. Le leadership europee avrebbero «sbagliato» e persevererebbero diabolicamente, nonostante gli effetti negativi delle loro scelte danneggino tutti gli attori coinvolti: Stati, economie nazionali, classi sociali.

Se le cose stessero così, lo storico di domani si troverebbe di fronte a un bel dilemma. Beninteso, non sarebbe la prima volta che un intero continente sembra imboccare senza ragioni evidenti la strada del suicidio. La storiografia si divide ancora sulle cause della prima guerra mondiale. Quello che fu l’evento inaugurale del nostro mondo somiglia tanto a un gesto suicidario dell’Europa uscita dalla belle époque, e forse non è casuale che solo dopo la guerra Freud cominci a riflettere sulla «pulsione di morte».

Ma forse nel caso dell’Unione europea e della gestione recessiva della crisi le cose non sono altrettanto misteriose. Forse il quadro si semplifica, almeno in parte, se, rinunciando alla chiave semplicistica degli errori e dell’impazzimento collettivo, si suppone che quella che stiamo vivendo sia una transizione, e che le politiche adottate dai sovrani della troika e dai governi nazionali più forti, Germania in testa, rientrino in un processo governato di ristrutturazione delle nostre società: in una distruzione creatrice, finalizzata alla sostituzione del modello sociale postbellico (il capitalismo democratico incentrato sul welfare pubblico e sulla riduzione delle sperequazioni in un’ottica inclusiva) con un modello oligarchico (postdemocratico) affidato alla «giustizia dei mercati globali» e caratterizzato dal binomio povertà pubblica – ricchezza privata. Che poi questa grande trasformazione generi anche effetti indesiderati (la crescita del neofascismo euroscettico) non cambia il discorso di una virgola, visto che notoriamente non tutte le ciambelle riescono col buco.

Non è escluso che, se leggessimo questo decennio (e gli ultimi quarant’anni) come una rivoluzione passiva, l’analisi di Stiglitz ne guadagnerebbe in completezza. Alcuni dati sembrano infatti confermare la coerenza del processo e la sua pur perversa razionalità. La crisi ha debilitato le economie nazionali, molti paesi europei sono da anni in recessione e registrano un calo del pil rispetto agli anni pre-crisi. Se consideriamo l’Italia al netto della fanfara propagandistica, i principali indicatori (le curve del pil, della ricchezza media pro capite e della disoccupazione) denotano una situazione di coma economico e di grave regresso sociale. Ma queste sono, come dice Stiglitz, «fredde statistiche». Dietro le quali non si cela un paesaggio omogeneo.

La crisi (proprio come la guerra) non è un guaio per tutti. Non lo è nel mondo, dove – ricordava l’inserto di «Sbilanciamoci!» del manifesto del 27 febbraio – i primi 80 miliardari hanno visto aumentare la propria ricchezza del 50% negli ultimi quattro anni. Non lo è in Italia, dove, per ragioni che non è qui possibile analizzare ma che non hanno nulla a che fare con il caso né con il destino, il reddito annuo dei sempre più precari lavoratori dipendenti è calato, tra il 2000 e il 2013, di ben 8.312 euro, mentre quello dei professionisti ne ha guadagnati 3.142. Sempre in Italia, negli ultimi cinque anni le dieci famiglie più ricche (proprietarie di quasi metà della ricchezza netta totale) hanno raddoppiato il proprio patrimonio, mentre il 30% più povero della popolazione (18 milioni di individui) ha visto il proprio ridursi quasi di un quinto. La metà più povera degli italiani (concentrata nel Mezzogiorno) ha perso oltre l’11% di quanto possedeva inizialmente; anche la metà più ricca ha perso, ma solo l’8%, e con una perdita concentrata nelle classi medie, sempre più povere.

Si potrebbe continuare a lungo, per esempio ricordando ancora che nel 2012, mentre il pil italiano cadeva del 2,4%, il patrimonio delle famiglie più ricche (con un patrimonio superiore a 500mila euro) aumentava in media del 2%. Ma il quadro è abbastanza chiaro. Lo si potrebbe riassumere in tre semplici slogan: sta (ri)nascendo un’Europa delle caste, incompatibile con la democrazia; capire la crisi è possibile solo leggendo i mutamenti che essa produce in termini di rapporti di forza tra le classi; capire non basta, e la sinistra italiana ed europea non esisterà – se non come figurante nello spettacolo dei teatrini istituzionali – finché resterà complice di questa grande trasformazione e non aprirà una lotta senza quartiere contro il nuovo (arcaico) modello sociale che, grazie alla crisi, sta prendendo forma.

Alberto Burgio

Tutti allenatori al bar.

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La giornata di oggi ha visto esultare tutti coloro che sperano che il governo greco fallisca. E’ l’apoteosi dei commentatori che danno i voti all’allenatore al lunedì al bar. La cosa più impressionante è la convergenza tra critiche da destra e da sinistra che dipingono Tsipras come uno sconfitto e come un illuso.

Io penso al contrario che il governo greco non sia stato sconfitto: l’accordo registra i rapporti di forza e la vittoria di Syriza ha già cominciato a modificarli positivamente, altrimenti il programma della troika sarebbe stato unicamente confermato.

Il governo greco ha quindi fatto la cosa giusta:
in primo luogo perché aveva da risolvere il problema immediato di pagare stipendi e pensioni a fine mese e non esistevano altre strade per farlo se non questo accordo ponte.
In secondo luogo perché non è possibile – e non lo abbiamo mai pensato – che le cose potessero cambiare da un giorno all’altro solo in virtù della vittoria della sinistra in un paese, per di più debole. Qualcuno pensa che la realtà si cambi magicamente attraverso la proposta giusta – magari l’uscita dall’Euro – noi pensiamo che esistano i rapporti di forza e che il problema della sinistra non è di far finta che non esistano ma piuttosto di lavorare attivamente a cambiarli.
L’accordo di ieri dà tempo e apre spazi di manovra per il governo greco, per questo è una sua vittoria.

Adesso, invece di fare i commentatori su cosa fa Tsipras, il nostro problema è utilizzare il tempo per costruire in Italia e in tutta Europa un movimento di massa contro l’austerità che metta in difficoltà i governi di tutta Europa nel proseguire le politiche neoliberiste. Il nostro obiettivo è quello di aprire uno spazio per una trattativa vera in cui l’uscita dalle politiche neoliberiste non sia solo uno slogan ma diventi un obiettivo di milioni e milioni di lavoratori, disoccupati, precari. Vedremo alla fine se l’Europa si può cambiare o meno. Dopo aver fatto la battaglia sul serio. Il risultato si vede alla fine della partita, non dopo tre palleggi di riscaldamento: perlomeno per chi la partita la vuole giocare e vincere, non limitarsi a fare l’allenatore del lunedì.

Paolo Ferrero da Rifondazione.it

“Governi di sinistra” in Europa? Solo uno…

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Bisogna ringraziare l’Ansa, che forse senza volerlo ci ha dato una notizia: in Europa fino a un mese fa non c’erano “governi di sinistra”. Con buona pace dei fan di Renzi (Vendola compreso, visto che continua a farci accordi in Parlamento e per le elezioni regionali), gli imbonitori di Repubblica e Tg3…

“E siccome nessuno pensa a dare carta bianca all’unico Governo di sinistra europeo, l’intesa raggiunta non lascia molto spazio alla Grecia: sarà monitorata passo dopo passo in tutte le decisioni che prende, e non riceverà nemmeno un euro se le misure che prenderà non saranno approvate dall’Eurogruppo”.

Il redattore Ansa sta descrivendo il lavoro improbo del governo Tsipras, che domani dovrà presentare la sua lista di riforme tenendo conto però della cornice (gabbia, più precisamente) dell’equilibrio dei conti preteso dalla “grande Troika” (Bce, Ue, Fmi). In pratica, dovrà far quadrare la propria volontà di ridare un po’ di respiro alla popolazione e all’economia usando una massa di risorse che più micragnosa non potrebbe essere. Quel che produrrà, in un senso o in un atro, sarà anche la misura del “riformismo possibile” nell’Unione Europea attuale.

Una novità comunque rispetto agli altri governi del continente, che prendono e “riforme strutturali” consigliate (è un eufemismo, sia chiaro) e le applicano senza fiatare. La novità è riconosciuta da tutti, a denti stretti (persino da Repubblica, è tutto dire); ma naturalmente si spera che duri un attimo.

Sì, perché altri governi servi stanno per affrontare il giudizio degli elettori e la sola presenza di un esecutivo che prova almeno a “contrattare” può risultare fatale. Non è un caso che nel vertice europeo i più duri con Varoufakis e Tsipra siano stati – tedeschi a parte, che non fa più notizia – gli spagnoli Rajoy e De Guindos, che a un certo punto non volevano firmare il testo finale. Lo si può capire, Rajoy guarda i sondaggi di casa sua e sente che la distanza con Podemos è già grandissima oggi; se la Grecia di Syriza resiste fino al voto spagnolo per il vecchio franchista corrotto non  c’è scampo…

In termini diversi, la questione al centro è ormai quella della sovranità. Non quella “nazionale” cara ai fascisti, ma quella popolare, che dovrebbe invece stare a cuore di chi si dice “di sinistra”. E’ curioso come molti attivisti “comunisti” siano rimasti affascinati, anni fa, dalla retorica capitalista antisovranista. Come se non potessero proprio arrivare a capire che in ballo non c’era davvero “la nazione”, ma il diritto di una popolazione di scegliersi il modo di vivere. E di cambiare, se quello vecchio non gli piace più. Un diktat travestito da “europeismo” (e condito con cazzate immonde, come “la pace in Europa dal ’45 ad oggi”, quasi che Jugoslavia e Ucraina fossero in un altro emisfero), che ha convinto in realtà chi voleva confondere “la politica” con un seggio da consigliere, senza più alcuna voglia di rompere le scatole ai manovratori.

Se bisognasse dar retta a questi social-confusi, bisognerebbe oggi dire che il governo Syriza è “sovranista”…E invece, come è costretto a far notare anche Andrea Bastasin de IlSole24Ore,

“La sovranità democratica nazionale non è la vittima del negoziato tra Atene e Bruxelles. La dura alternativa imposta al governo greco – e in futuro potenzialmente ad altri paesi – tra uscire dall’euro o tradire le promesse elettorali, ha solo reso espliciti i limiti della sovranità di un paese ad alto debito“.

Chiaro? Se sei indebitato, non hai sovranità; se sei in creditore – tedesco, of course – sì.

In molti casi durante la crisi, le democrazie nazionali hanno dovuto fare i conti con le compatibilità europee: referendum (in Irlanda e in Grecia), elezioni (in Spagna e in Italia), sentenze delle corti costituzionali (in Germania e in Portogallo) sono stati oggetto di un tiro alla fune con Bruxelles. L’Italia lo sa meglio di altri: nell’ottobre 2011 arrivarono a Roma una ventina di tecnici della Commissione europea e della Bce. Al successivo vertice di Cannes, il governo accettò l’invio degli esperti del Fondo monetario. Anche noi, come oggi i greci, abbiamo taciuto il nome della “Troika”.

Di questo c’eravamo sicuramente accorti il tempo reale, scrivendo di “invasione” all’atto di nascita del governo Monti (quando gli stessi imbecilli, semplici “antiberlusconiani”, non certamente “di sInistra”, andavano a festeggiare sotto il Quirinale). Ma accettiamo volentieri la tardiva confessione del giornale di Confindustria.

Il problema è che persino le “politiche di austerità” – se si accetta di restare entro quella gabbia logica e operativa – sono comunque “flessibili” abbastanza da consentire a un governo di scegliere una soluzione o l’altra per raggiungere lo stesso obiettivo.

La fine della sovranità è un alibi: nei paesi dell’euro, il 50% del Pil resta intermediato dagli stati; i divari nei livelli di tassazione sono molto ampi. Ci sono i margini fiscali per realizzare politiche nazionali che assecondino le preferenze dei cittadini. Il vero discrimine è tra politiche – nazionali ed europee – favorevoli alla crescita e politiche, in tal senso, inefficienti a fronte di debiti eccessivi.

Traduciamo: è vero, la Troika preferisce e consiglia “riforme strutturali” favorevoli al capitale finanziario (debito da ripagare) e imprese multinazionali (compressione di salari e diritti dei lavoratori dipendenti). Ma i governi potrebbe, in qualche misura, scegliere tra opzioni diverse a parità di conti. Se non lo fanno – tutti i governi d’Europa, meno uno, finora – è perché sono complici “di classe”. Renzi per primo, per quanto ci riguarda direttamente.

Alesssandro Avvisato

L’Europa dei banchieri; gretta, ipocrita e meschina

austerity 
La doppia morale è sempre stata una costante delle classi dirigenti europee. Almeno da quando i governi e le rivoluzioni liberali alla fine del 1700 proclamarono i diritti umani, escludendo però da essi gli schiavi d’oltremare e gran parte del mondo del lavoro. Questa Europa dalla doppia morale collassò esattamente cento anni fa con la prima guerra mondiale. Dopo venti anni di massacri il continente che uscì dalla sconfitta del fascismo sembrò proprio voler cambiare strada.

La competizione tra est comunista ed ovest democratico liberale fu anche sulla realizzazione dell’eguaglianza sociale e sulla estensione dei diritti. Si sviluppò così lo stato sociale, quella che tuttora a me pare la più grande conquista collettiva della storia dell’umanità. Il crollo del socialismo reale assieme alla svolta liberista nella politica economica mondiale, hanno messo in discussione in Europa la sostanza di fondo di quella conquista e hanno imposto una regressione di cui ogni giorno che passa misuriamo estensione e portata. È così tornata a governare la doppia morale, i diritti sociali e del lavoro sono diventati costi e le libertà materiali si fermano alla soglia della libertà di mercato.

I nobili princìpi che sono a caposaldo della costruzione della Unione Europea sono diventati strumenti delle politiche di austerità e rigore. Chi ha concepito quel disastro economico e sociale che si è rivelato l’Euro lo ha spesso giustificato spiegando che la moneta unica avrebbe dovuto essere il primo passo per una Europa unita, giusta e solidale. Ora questi buoni principi vengono proclamati per giustificare la continuità dell’Euro, dei patti fiscali e dei memorandum che lo sostengono. In pochi anni cinquanta milioni di cittadini europei sono sprofondati in una povertà vicina a quella del vecchio terzo mondo. Il livello della disoccupazione è superiore a quello degli anni trenta del secolo scorso, la concentrazione della ricchezza e la diseguaglianza sociale, ci dicono diverse ricerche, stanno tornando a cento anni fa. E forse per questo la moderna Europa sta restaurando i suoi più antichi linguaggi della politica.

Era dall’estate del 1914 che non risuonava così nettamente la parola ultimatum nella diplomazia continentale. Allora fu l’Austria Ungheria ad usarla nei confronti della piccola Serbia, oggi è tutta la UE a rivolgerla alla piccola Grecia. Come tutti sanno al centro dell’aut aut rivolto da tutta Europa al governo greco non sta la questione del debito . Che esso sia inesigibile e che sia interesse degli stessi creditori dilazionarlo e persino abbuonarlo è economicamente scontato. Se ci fosse una manleva sul debito greco le borse festeggerebbero. Il punto è che questo non può avvenire mettendo in discussione le politiche di austerità sociale. La privatizzazione della sanità, della scuola, delle stato sociale e dei beni comuni, i licenziamenti di massa, il taglio brutale dei salari la disoccupazione strutturale, tutto questo deve continuare. La Grecia potrà avere altri soldi solo alla condizione di continuare quelle politiche economiche che l’hanno portata al collasso.

Come un barone medico della letteratura, che preferisce veder diffondersi una epidemia piuttosto che cambiare la cura, l’Europa esige la continuazione dell’austerità guidata dalla Troika . Al governo greco son concessi piccoli margini di facciata, ma la sostanza è ubbidire all’ultimatum. Piegarsi o perire questo il linguaggio antico della guerra che si costituzionalizza nell’Europa dell’austerità. Parole di guerra che sempre più fanno scivolare i conflitti economici in situazione belliche vere e proprie. In Ucraina l’Europa rinnega il principio di autodeterminazione dei popoli, nel nome del quale ha bombardato Belgrado nel 1999 per dare indipendenza al Kosovo. E verso la Libia tornano le cannoniere, oggi si chiamano droni, senza che ci sia alcuna critica per venti anni di guerre umanitarie che son solo riuscite ad allevare e alimentare mostruosità. L’ipocrisia domina una Europa ove ci si proclama “Charlie” dopo il massacro di Parigi, ma poi si condannano le vignette che ritraggono come nazista il ministro delle finanze della Germania. L’Europa dei diritti umani non riesce a salvare chi muore di freddo nei barconi del Mediterraneo, quando con il costo di un paio di F35 si potrebbe tranquillamente farlo per anni.

Chi governa questo continente oggi usa come primo strumento di consenso la paura . L’Europa imperialistica dell’800 si vantava di avere una missione imperiale nel mondo, il fardello civilizzatore dell’uomo bianco, scriveva Kipling, imponeva l’obbedienza agli altri popoli. Era orribile, ma oggi questa Europa delle banche chiede a tutto il mondo di salvare sé stessa e minaccia i propri popoli con la paura di perdere tutto se non saranno obbedienti .
Questa Europa non è più un punto di riferimento, ma un ostacolo alla ripresa del progresso della umanità. Questa Europa gretta e ipocrita ispira una vergogna che potrà cessare solo quando i suoi popoli, come hanno già fatto nel corso della storia, la rovesceranno dai suoi troni. Fino ad allora mi vergognerò di essere europeo.

di Giorgio Cremaschi da “Controlacrisi”

Nel freddo della gelida e rigida Europa

Fino a qualche mese fa l’Italia era impegnata nell’operazione “Mare Nostrum”, nella quale la Marina militare pattugliava le coste in acque internazionali intervenendo per aiutare imbarcazioni di profughi in difficoltà provenienti in particolar modo dal Nord Africa. Questa operazione umanitaria ha permesso di salvare migliaia di immigrati che fuggivano da realtà disperate, da carestie e guerre. Matteo Salvini e qualche altro genio della politica di casa nostra, a cui si spera vivamente venga sempre negata solidarietà almeno a Senago, lamentavano un costo di questa iniziativa decisamente esorbitante e non più sopportabile. Così anche nel Governo presieduto dal lungimirante e spregiudicato Matteo Renzi, il Ministro degli Interni Angelino Alfano, certamente non in disacccordo con il giovin e audace signore fiorentino abolivano l’operazione per sostituirla con un’altro intervento questa volta sotto l’egida dell’Europa.

La nuova operazione, dall’altisonante nome Triton, continuava nel pattugliamento delle coste, ma limitandosi ai confini dell’area Schengen e quindi sostanzialmente rimanendo in acque italiane senza intervenire in soccorso di imbarcazioni e passeggeri in pericolo che si trovano oltre una certa distanza dalla costa italiana e quindi in acque internazionali.

La spesa per lo stato italiano in questa nuova tipologia di intervento era ed è sostanzialmente nulla.

Questo dato venne immediatamente sottolineato con grande vanto ed enfasi dal titolare del Viminale all’atto di chiusura dei battenti di Mare Nostrum. Tutti quanti, nel governo e nelle opposizioni, con qualche rara eccezione a sinistra e soprattutto nel mondo della cooperazione e del volontariato, hanno salutato con grande sollievo la fine di Mare Nostrum e l’arrivo di Triton. Per tutti si trattava di far risparmiare soldi alla pubblica amministrazione italiana e di investire l’Europa del problema immigrazione. Ovviamente i soliti idioti, non quelli cinematografici o sanremesi, che ci divertono, ma quelli più tristemente appollaiati su alcuni scranni parlamentari insistevano ancora per la reintroduzione del reato di immigrazione clandestina.

C’è un fondo di verità nel pretendere che l’Europa si occupi del tema dell’immigrazione, ma c’è un gran fondo di menefreghismo e di lassismo da parte di chi ha voluto chiudere i conti con l’esperienza di Mare Nostrum abbandonando al proprio destino cittadini nordafricani in fuga da paesi in guerra. E fu così che intervenne l’europa (assolutamente minuscola) di Angela Merkel e del banchiere Jean Claude Juncker, sostanzialmente lasciando al proprio destino di morte chi rischia la vita nel Canale di Sicilia, tutto ciò si intende col benestare ed il sollievo dei vari politicanti di casa nostra. I limiti e le differenze oltre alle deficienze dell’operazione Triton, rispetto a quella che l’aveva preceduta, sono del tutto evidenti. Anche gli stessi mezzi a disposizione per l’intervento non sono minimamente paragonabili.

 

Oggi, ma non solo, gli sbarchi e le fughe dal Nord Africa continuano ad un ritmo sostenuto, sebbene la stagione invernale avesse fatto prevedere ad alcuni illuminati che vi sarebbe stato un rallentamento quando non addirittura un blocco delle partenze dalle coste libiche. Ieri 29 persone sono morte assiderate nell’attraversamento del tratto di mare che separa la Libia dalla Sicilia. Sono morte perchè i mezzi su cui sono stati ospitati non potevano salvarli dalle intemperie, dal freddo e dal mare grosso. Sono morti perchè al posto di imbarcazioni di media e grande dimensione, l’operazione Triton viene condotta con piccoli scafi che non permettono ai profughi di rifugiarsi al coperto. Sono morti nel freddo della rigida e gelida Europa. L’intervento dell’operazione Triton, con i mezzi messi a disposizione si rivela ovviamente sempre più tardivo ed inadeguato ! 

Questi giovani che attraversavano il Mar Mediterraneo in cerca di una vita migliore sono sulla coscienza di Renzi, di Alfano, di Salvini, della Merkel, di Hollande così fiero sostenitore dell’intervento armato francese in Libia.

Oggi L’Europa è quella stessa Europa che si indigna se un paese non vuole e non può saldare un debito contratto ed imposto da altri (vedi le banche). L’Europa non lascia scampo alla Grecia e vuole venga stretto il cappio al collo di un paese che per primo cerca la fuga da un’austerità che è un autentico suicidio. Un’Europa pronta a sottolineare ogni minimo scostamento da una linea politica che rasenta la follia fondamentalista delpareggio di bilancio e non perdona alla Grecia la ricerca di soluzioni politiche, economiche e sociali diverse da quelle di rigidi e stupidi protocolli continentali. Questa Europa è responsabile del fatto che la vita umana oggi vale meno di qualunque altro parametro economico che solo imbecilli tecnocrati o banchieri ottusi hanno deciso di far rispettare ad un intero continente.

La vita umana, anche la più misera e abbietta, forse anche quella di Salvini, di Alfano e di Renzi e di Merkel, anche quella del più stronzo che possa abitare un misero angolo di questo sempre più ignobile e disumano pianeta vale più di una compatibilità fiscale ed economica.  

 

Oggi l’Europa e lorsignori italiani che hanno buttato a mare una delle poche operazioni di cui l’Italia negli ultimi anni potesse andare fiera, hanno avuto il loro tributo di sangue. Quando i parenti delle 29 vittime, e di altre che li hanno preceduti e di altri che purtroppo seguiranno, cercheranno un colpevole per l’assurda morte dei loro congiunti sapranno dove volgere i loro sguardi. Da Strasburgo a Firenze, da Berlino a Roma, da Parigi a Bruxelles speriamo solo che i fantasmi di coloro che hanno perso la loro giovane vita nel Canale di Sicilia continueranno a perseguitare chi sgoverna questo paese e questo continente. Quanti ancora devono pagare il prezzo di una disumana inettitudine ??

Strano e triste dover leggere che si parla sempre di immigrati per vicende drammatiche e tragiche. Probabilmente questi immigrati non interessavano troppo nemmeno a Renzi che non li aveva ancora contattati e iscritti a qualche Elezione Primaria del PD.


Rifondazione c’è!

Luca Mercalli: PREPARIAMOCI

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