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Maschere a Ventotene

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I teatranti sono Renzi, Merkel e Hollande. I quali nell’isola pontina, con gran fracasso di tamburi e tromboni della comunicazione padronale e anche di quel giornale che dichiara (senza vergogna) di essere stato fondato da Gramsci, tentano di mascherare la loro inanità nascondendosi dietro il Manifesto di Altiero Spinelli, un combattente tenace che di certo non avrebbe gradito. Andiamo allora al dunque e diciamo la verità.

L’idea dell’Europa federale e degli Stati uniti d’Europa concepita da Spinelli e Rossi nasce sulla premessa dell’abbattimento dell’imperialismo del capitale, del dominio assoluto dei monopoli privati e della grande finanza. Cioè del nazifascismo, che aveva provocato la tragedia della seconda guerra mondiale e la distruzione di ogni principio di solidarietà, libertà e uguaglianza.

Alla base del loro progetto non c’era il ritorno al modello dello Stato liberale, ma una nuova idea di socialismo, in cui le classi lavoratrici avrebbero dovuto svolgere una decisiva funzione dirigente, fino al superamento degli Stati nazionali, delle loro contraddizioni e contrapposizioni di interessi. Esattamente il contrario di ciò che si sta verificando oggi e che i tre in gita a Ventotene stanno praticando.

Costoro fanno ammuina (con evidenti differenze tra loro) sull’unione politica dell’Europa, e in pari tempo sostengono senza esitazione i tre pilastri che la rendono impossibile: il dominio assoluto della finanza e dei mercati, il contenimento dei salari e l’abbattimento del Welfare, la cancellazione della rappresentanza politica delle classi lavoratrici del XXI secolo.

In queste condizioni anche ai ciechi dovrebbe essere chiaro che l’unità politica dell’Europa è una pura declamazione e un grave inganno. In cui eccelle in noto statista di Rignano, il quale sbrodola dichiarazioni sull’unione politica del Continente mentre in Italia, con la controriforma della Costituzione e non solo, cancella di fatto il fondamento del lavoro della Repubblica democratica. Come egli stesso dichiara, ha in testa (se l’affermazione non è azzardata) un altro modello di democrazia, che rassomiglia molto alla dittatura dell’impresa, cioè del capitale.

Allora bisogna essere chiari fino in fondo: l’Europa dei popoli e dei lavoratori è l’unica Europa possibile. Come sosteneva Berlinguer, del quale Spinelli era diventato stretto collaboratore essendo stato eletto deputato europeo nelle liste del Pci e poi vicepresidente del gruppo parlamentare comunista. Un altro dato di fatto scientificamente occultato, perché del comunismo italiano, e della parola stessa, si teme persino la memoria.

In conclusione, dallo stato attuale delle cose si può uscire oggi per una sola via. Si tratta di lottare perché si sviluppi in ogni singolo Paese e in tutta Europa un vasto movimento politico-sociale per obiettivi concreti: il controllo dei mercati e della finanza contestualmente all’abolizione dei paradisi fiscali; il rilancio dell’occupazione e dei salari in connessione con un piano di investimenti pubblici; la definizione di un Welfare europeo con standard comuni di diritti e prestazioni sociali, che eviti la guerra tra poveri e tenda all’unificazione dei lavoratori.

Anche per questo è necessario riappropriarsi del Manifesto di Ventotene e della linea Berlinguer-Spinelli nella costruzione dell’Europa: per progettare e affermare una vera alternativa in cammino verso una civiltà più avanzata. Diversamente, tutto il resto è chiacchiera e smaccata difesa degli interessi costituiti. Con il risultato di continuare a scivolare inevitabilmente verso il Medio Evo, senza poter escludere una conflagrazione globale.

di Paolo Ciofi Presidente dell’associazione Futura Umanità 

Se la guerra all’Isis è una barzelletta

 

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Chi vive in un ambiente tossico fa addirittura fatica ad immaginare come si possa vivere in un ambiente sano. Ma se si parla di informazione sulla “guerra al terrorismo” il grado di tossicità è superiore a qualsiasi avvelenamento cerebrale potete immaginare.

L’opinione pubblica “di sinistra” non esiste più e ci coglie un forte senso di compassione per quelli che continueranno a guardare il Tg3 – renziano esattamente come gli altri due della Rai – perché per abitudine lo “sentono” come una fonte “di sinistra”.

In questo ambiente tossico senza speranza emergono poche voci che provano a descrivere il mondo per come è. Abbiamo ripubblicato diverse volte analisi di Alberto Negri, storico inviato de IlSole24Ore (l’organo di Confindustria deve comunque dare un quadro realistico ai propri iscritti-lettori per consentire loro di programmare al meglio gli affari; poche palle, insomma). E altrettante quelle di Fulvio Scaglione, vicedirettore di Famiglia Cristiana, che in questo pezzo è obbligato persino a citare Marx ed Hegel. Non è una curiosità ideologica. E’ la necessità di ritrovare il filo del senso in un mare di chiacchiere prive di senso, elaborate per nascondere e ottundere. Eroina in parole, null’altro

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D’accordo che siamo d’estate ma le barzellette sull’Isis non fanno più ridere. L’ultima è questa: c’è un servizio segreto dell’Isis che gira per l’Europa arruolando tutti i mattocchi che trova per trasformarli in lupi solitari. Quello di Nizza, che entrava e usciva dagli ospedali psichiatrici. Quello di Monaco di Baviera, che curava le crisi depressive con i videogame ammazza-tutti. Quello di Londra, che ha ammazzato una donna subito dopo essere uscito dall’ospedale dove cercavano invano di rimettergli in sesto il cervello.

Il meno che si può dire è che questo “servizio segreto” dell’Isis funziona assai meglio dei nostri sistemi di welfare: li trova tutti, i disadattati, li convince, li organizza, li indirizza verso il bersaglio. E senza farsi notare, mai. Perché, com’è noto, nei Paesi europei non ci sono polizie né servizi segreti, e tantomeno agenti infiltrati nelle comunità islamiche più a rischio di radicalizzazione. Nessuno, nelle nostre intelligence, sa chi siano i predicatori più fanatici né chi incontrino. Nessuno spia le comunicazioni né il web, anche se solo poco tempo fa abbiamo scoperto che i servizi americani origliavano il cellulare di Hollande e della Merkel.

Questa è la barzelletta dei ciecamente atlantisti. La grande congiura serve a spiegare perché siamo arrivati a questo punto, cosa che non era affatto obbligatoria. E si collega perfettamente all’altra grande storiella, quella che raccontano i biecamente atlantisti. I quali ora ci dicono che, proprio per sventare la grande congiura in Europa della Spectre islamista, bisogna colpire l’Isis a casa sua, a Raqqa, nelle roccaforti che ancora resistono in Siria e in Iraq. Bravi, sette più.

Sono anni che personaggi di tutto il Medio Oriente lo ripetono, anni che i cristiani della regione lo invocano. E non è mai successo niente. Due anni e un pezzo di finta guerra con finti bombardamenti. Una coalizione di 70 Paesi guidata da Usa e Arabia Saudita che non sa più che scusa trovare per non colpire colonne di miliziani che attraversano il deserto. Mentre a suo tempo fu possibile far fuori la Jugoslavia di Slobodan Milosevic e l’Iraq di Saddam Hussein in poche settimane, pestando duro sulle città e persino sui treni, senza farsi tanti problemi per le vittime civili. Mentre ogni sforzo, dall’addestramento di mercenari alla pressione politica internazionale, è stato diretto per indebolire l’unico argine che l’Isis, nella sua vocazione al massacro, abbia trovato sulla propria strada: l’esercito di Assad e l’alleanza Russia-Iran-Hezbollah.

Onestamente sale il sangue agli occhi quando a scrivere certe cose sono personaggi illustri che hanno grande dimestichezza con la Nato. L’unica cosa che abbia fatto la Nato, nella crisi gestita dall’Isis ma organizzata e finanziata dai Paesi del Golfo Persico con la benevolenza degli Usa e della Turchia, è stata correre a proteggere Recep Erdogan quand’è venuto alle mani con la Russia. E il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, specificò che si trattava di proteggere il confine della Turchia con la Siria, proprio quello attraverso cui in questi anni sono filtrati in Siria e in Iraq, ad ammazzare migliaia di persone per conto dell’Isis e dei suoi burattinai, quasi 60 mila foreign fighters. Per non parlare di tutti gli altri traffici. In altre parole, la Nato correva a proteggere uno dei principali canali di arruolamento e rifornimento del terrorismo islamico.

E adesso ci dicono che bisogna colpire Raqqa, colpire il cuore dell’Isis. A fare i complottisti verrebbe da pensare che i nuovi equilibrii strategici generati dal vero-finto golpe in Turchia (per esempio, il riavvicinamento tra Ankara e Mosca) abbiano convinto qualcuno che è ora di darsi una mossa, prima che certi legami si rinsaldino e magari Trump diventi presidente.

Ma stiamo alla realtà. E la realtà è che, imperterriti, replichiamo le stesse commedie, vendendole alla gente come “lotta all’Isis”, “guerra al terrore”. Per anni la gente del Medio Oriente ci ha chiesto di smetterla con i bombardamenti scenografici e di cominciare a combattere davvero gli stragisti islamici. Perché, ci spiegava la gente di là, che conosce bene i luoghi e i problemi, non c’è altro modo per risolvere il problema. Abbiamo fatto finta di niente. E adesso che succede? Altro bombardamenti scenografici sulla Libia, mentre i generali (per esempio, Marco Bertolini, ex comandante delle missioni italiane all’estero) avvertono che “i raid aerei da soli non possono essere sufficienti. Occorre poi una ricaduta sul terreno, occorrono truppe che facciano la guerra sul serio”.

 Il buon vecchio Marx, riprendendo Hegel, diceva che i grandi eventi della storia si presentano sempre due volte, “la prima come tragedia, la seconda come farsa”. Ma qui siamo ben oltre la seconda volta ed è più che venuto il momento di chiedersi: stiamo davvero cercando di eliminare il terrorismo islamico? Oppure quanto avviene in Europa, tra attentati, lupi solitari e mattocchi in cerca di un palcoscenico, è il prezzo che alcuni sono disposti a (farci) pagare nell’illusione di sfruttare l’islamismo per governare certe parti del mondo?
di Fulvio Scaglione

La scia di sangue.

Bruxelles. Ancora una volta nel mirino della guerra asimmetrica del terrore jihadista, finiscono i civili, ridotti a bersagli insanguinati. Ma i due attentati di ieri a Bruxelles segnano un ulteriore salto di qualità per il simbolismo degli obiettivi colpiti

23desk1-belgio-bruxelles-feriti-piccola-in-basso-0La scia di sangue in Europa non si ferma. Ancora una volta nel mirino della guerra asimmetrica del terrore jihadista, finiscono indiscriminatamente i civili, ridotti a bersagli insanguinati e impauriti, feriti per sempre nella loro attitudine a vivere semplicemente il quotidiano. E soprattutto dopo le ultime stragi che hanno insanguinato Parigi nel novembre 2015 in un normale sabato di divertimento. A conferma della continuità della stagione di terrore.

I due attentati di ieri a Bruxelles, se possibile, segnano un ulteriore salto di qualità per il simbolismo degli obiettivi colpiti. Accadono infatti il giorno dopo la ventilata disponibilità a collaborare di Salah Abdeslam dopo il suo arresto e, più che una ritorsione, mandano a dire che lo Stato islamico non s’arresta; esplodono nell’aeroporto belga davanti alla sede dell’American Airlines, richiamando in causa gli Stati uniti; nella fermata della metro da cui si scende per la sede della Commissione dell’Unione europea, e nella città che è anche sede della Nato. E, non dimentichiamolo, mentre è aperto a Ginevra un difficile, quasi impossibile, negoziato sulla guerra in Siria. Con il presidente Juncker asserragliato dentro la sede Ue e con il capo della Consiglio europeo Donald Tusk che ha parlato dello shock che ha subito per il «bombardamento».

Scriveranno dunque che l’Europa è in guerra, come se i paesi europei e l’intero Occidente non fossero davvero da due decenni in guerra in Afghanistan, Iraq, Libia e in Siria, con centinaia di migliaia di vittime e tante, troppe stragi di civili magari considerate asettiche perché opera di droni telecomandati a distanza. Senza dimenticare le nuove imprese post-coloniali della Francia in Mali, Niger, Ciad. Come se l’avere distrutto e contribuito a distruggere con le nostre guerre tre stati fondamentali del Medio Oriente fosse un arabesco esotico e marginale.

E non invece l’inizio di quella seminagione d’odio che inesorabilmente ci ritorna in casa, ed esplode, «come» in guerra, nelle capitali dell’Unione europea. Impegnata a bastonare i rifugiati di Calais che scrivono sui loro striscioni «Noi non siamo terroristi», a respingere i profughi che fuggono da miseria e conflitti da noi provocati. Che erige muri e fili spinati a «caccia dello straniero» accrescendo il rancore, che accredita regimi repressivi e, soldi alla mano, consegna esseri umani disperati nelle mani del Sultano Erdogan, il leader turco che ha soffiato sul fuoco della guerra in Siria addestrando, anche per conto nostro, i miliziani di Al Qaeda e Isis, perdipiù impegnato in una feroce repressione dei kurdi, una parte del suo popolo.

Questa scia di sangue non si interrrompe evocando il ruolo quasi oggettivo dei servizi segreti, perché spesso e volentieri l’intelligence occidentale ha chiuso gli occhi di fronte al fenomeno dei foreign fighters che partivano per la guerra e finivano ad addestrarsi nelle basi Nato della Turchia, perché coinvolti a destabilizzare lo stesso nostro nemico. Ma soprattutto perché i Paesi del fronte alleato nella guerra in Siria – Usa, Russia, Gran Bretagna, Qatar, Turchia – hanno interessi fra loro a dir poco contrapposti, senza dimenticare l’egemonia criminale dell’Arabia saudita, l’eterno e decisivo punto di riferimento economico e militare dell’Occidente. E non si ferma nemmeno con l’empito renziano che ieri, paragonando la nuova realtà del terrorismo jihadista agli Anni di Piombo, al brigatismo nostrano e alle stragi di mafia, ha invitato a presidiare il territorio «con i maestri e i militari», insomma un’accoppiata «morale» di una libreria e di un cacciabombardiere F-35 insieme, come nuovo evento «culturale».

Si ferma lo Stato islamico solo togliendogli sotto i piedi il terreno fertile della guerra e dell’odio. Basta maledette guerre dunque, cominciando a risolvere le crisi, come quella israelo-palestinese, che restando aperte come voragini, sono brace sotto la cenere che riscalda le basi identitarie dello jihadismo armato. Ed è possibile, come dimostra l’accordo Usa con l’Iran. E invece restiamo avvitati nella spirale guerra-terrorismo-guerra. Basta guardare i preparativi anche italiani dell’avventura libica, l’avvio della nuova impresa italiana a Mosul, la continuazione della nostra presenza in Afghanistan dopo 14 anni di guerra inutile, le nostre spese militari che assommano «culturalmente» a circa 80 milioni di euro al giorno.

di Tommaso Di Francesco da “Il Manifesto”

Assedio, Aleppo e la fabbrica delle balle.

assedioL’assedio di Aleppo. Forse non lo sapevate ma in questi ultimi giorni, e solo in questi ultimi giorni, il mondo delle persone perbene, di coloro che hanno a cuore la libertà, è angosciato dall’assedio di Aleppo. Il che è un po’ curioso, perché Aleppo è sotto assedio da tre anni e mezzo. Guardate la cartina qui pubblicata: raffigura la situazione di Aleppo dal 2012 fino a un mese fa. Com’è facile notare, il verde circonda su tre lati il rosso. E il verde erano le forze dei ribelli. Che quindi per tre anni e mezzo hanno stretto la città in una morsa aperto solo verso Sud. Un assedio quasi perfetto.

Come hanno vissuto i siriani di Aleppo, quelli rimasti nei quartieri controllati dal Governo e dalle truppe di Assad? Le testimonianze non mancano. Bombe sulle scuole e sugli ospedali. Missili sui palazzi. Niente acqua. Niente elettricità. Pochissimo carburante, e a carissimo prezzo, per riscaldare le case d’inverno. Un sacco di morti civili, perché i missili cadevano dove cadevano. Insomma, le cose che succedono durante un assedio. Quando, nel 2014, lanciò l’appello “Salviamo Aleppo”, la Comunità di Sant’Egidio scrisse cose come questa: “La gente non può uscire dalla città accerchiata dall’opposizione, tra cui fondamentalisti intransigenti e sanguinari”. Oppure: “ C’è l’orribile ricatto dell’acqua che i gruppi jihadisti tolgono alla città. È una guerra terribile e la morte viene da ogni parte. Passando per tunnel sotterranei, si fanno esplodere  palazzi “nemici” “. E lo diceva Sant’Egidio, che non aveva mai lesinato le critiche anche verso Assad. Insomma, pochi dubbi: era un assedio.

Assedio o non assedio?

Riascoltiamo che cosa ha raccontato a Repubblica padre Rodrigo Miranda, cileno, missionario del Verbo Incarnato, parroco ad ALeppo dal 2011 al 2015: “”Era mezzogiorno, l’ora di punta, quando sono caduti i tre missili. L’università era piena e molte persone erano in strada. Quando è caduto il primo missile ho iniziato ad aiutare le persone che avevo davanti a me. Poi mentre stavo correndo verso l’università per aiutare gli altri, ho visto il secondo missile che arrivava. Ho cercato di rifugiarmi tra un muro e alcune auto. Ho sentito un rumore, uno strano silenzio, e poi il disastro. È stato un massacro”. Morirono centinaia di giovani, colpiti dai missili dei ribelli. Come spesso avviene quando si è sotto assedio.

Altre testimonianze, di quelle con nome e cognome e la foto, non quelle anonime (“mi dice il taxista”) che vanno di moda nei giornali, le ho raccolte per Famiglia Cristiana in un recente viaggio in Siria. Gli uomini e le donne morte perché colpite dai missili mentre andavano a raccogliere un po’ d’acqua dai camioncini che girano per distribuirla. La bomba, per fortuna inesplosa, sulla parrocchia mentre vengono celebrate le prime comunioni. I rapimenti. I cecchini. I morti. I feriti. Fino all’ultima voce, quella di fra Ibrahim Faltas, francescano, che si trova ad Aleppo il giorno in cui il quartiere cristiano è colpito da cinque missili a cui è agganciata una bombola di gas Gpl, per aumentare la forza esplosiva. Che dire? È un assedio.

A Natale fra Ibrahim Sabbagh, parroco della chiesa di San Francesco ad Aleppo, ancora mi diceva: “In pochi giorni sul solo quartiere di Khalidiya gli islamisti hanno sparato più di 500 razzi. Ci sono stati morti, feriti, case distrutte. Da trentacinque giorni siamo senz’acqua, l’elettricità va e viene, manca il riscaldamento. E quest’anno il freddo è arrivato anche prima del solito. Ero qui anche a Natale dell’anno scorso e devo ammettere che vedo crescere nei cuori l’amarezza, e la sofferenza farsi più profonda». Ma nessuno parlava di assedio.

E avanti così per tre anni e mezzo. Nel silenzio delle Merkel, dei Kerry e della quasi totalità dei politici di presunta buona volontà. E i profughi? È una pagina terribile, le colonne di gente disperata che muove verso la Turchia straziano l’anima. Ma non è una pagina inedita: dei 2 milioni di abitanti che aveva Aleppo prima della guerra, almeno la metà se n’è andata. Molti di loro verso Sud, verso Damasco, e magari di lì in Libano nella speranza di scappare poi anche più lontano, il più lontano possibile. Ma quei profughi, a quanto pare, colpivano meno, non facevano parlare di emergenza umanitaria come avviene adesso. D’altra parte, mica era un assedio, allora, quello di Aleppo.

I profughi di adesso scappano verso un confine, quello con la Turchia, che è improvvisamente diventato impenetrabile, a meno che l’Europa non molli altri miliardi a Erdogan e soci. Ma è impenetrabile solo per i profughi. Perché gli islamisti in fuga davanti a siriani, Hezbollah, iraniani e curdi, possono attraversarlo senza problemi.Così come per anni l’hanno attraversato in senso inverso i foreign fighters e i rifornimenti per i jihadisti che stringevano in una morsa Aleppo. Ma già, quello non era un assedio.

di Fulvio Scaglione da Famiglia Cristiana 

Clicca su questo link per le testimonianze su Aleppo e la campagna in aiuto delle famiglie cristiane

Segui anche “Gerusalemme, Damasco e dintorni”, il blog sul Medio Oriente di Famiglia Cristiana

RIPRISTINARE IL DIRITTO CONTRO IL CAOS

GUERRA IN SIRIA 6

I tragici fatti di Parigi, difficili persino da immaginare prima che accadessero, sono una dimostrazione eclatante della crisi dell’ordine pubblico internazionale e del fallimento delle politiche di potenza con cui, al termine della guerra fredda, le principali potenze occidentali hanno ritenuto di regolare le relazioni internazionali con la pretesa di sostituire la forza al diritto.

Dopo l’89 è stato sprecato il patrimonio di saggezza elaborato dalle nazioni che avevano sconfitto il nazismo e che puntava a creare un nuovo ordine internazionale in cui la pace era assicurata dal diritto.

L’umanità, nel corso della prima metà del secolo scorso, ha sperimentato con le due guerre mondiali, con Auschwitz, con Hiroshima, una vera e propria discesa agli inferi. Nel 1945 i leaders delle principali potenze alleate, per necessità storica, hanno deciso di chiudere la porta dell’inferno, sbarrandola con pesanti lastre di acciaio. Quelle lastre si chiamano ripudio della guerra, astensione dalla minaccia o dall’uso della forza nelle relazioni internazionali, eguaglianza dei diritti degli uomini e delle donne e delle nazioni grandi e piccole, risoluzione pacifica delle controversie, cooperazione internazionale per lo sviluppo, rispetto del diritto internazionale, repressione di ogni violazione della pace, ricorrendo, come estrema ratio all’uso della forza attraverso una forza armata dell’ONU.

Il diritto internazionale, con le garanzie previste dalla Carta dell’ONU, costituiva il principale e più efficiente sistema di sicurezza collettivo. Il diritto dei diritti umani, fondato sulla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, e le Costituzioni democratiche del dopoguerra operavano per il rafforzamento ed il rilancio del diritto internazionale e, quindi, della sicurezza collettiva.

La Costituzione italiana, traendo insegnamento dai tragici fatti della storia, coerentemente con lo Statuto della Nazioni Unite, aveva ripudiato lo strumento della guerra ed impegnato l’Italia ad operare nelle relazioni internazionali per costruire la pace attraverso la giustizia nel rispetto del diritto internazionale.

A partire dalla prima guerra del Golfo nel 1991, il diritto internazionale è stato brutalmente calpestato ed è stato abrogato il sistema di sicurezza collettivo bastato sul diritto e sul ruolo di mediazione e di garanzia dell’ONU. Le nazioni che avevano in mano le chiavi della forza le hanno utilizzate per imporre i propri interessi nazionali al di fuori di ogni contesto di giustizia. In questo modo è stata avviato un percorso verso il caos, che ha raggiunto il suo massimo sviluppo con la nascita ed il radicamento dell’Isis.

Gli eventi di questi giorni sono una tragica conferma che non vi può essere sicurezza collettiva senza diritto.

Occorre ripristinare i principi di pace e giustizia e le garanzie del diritto internazionale che si realizzano attraverso l’intervento dell’ONU, occorre ricostruire l’unità fra le nazioni che sconfissero il nazismo per ripristinare i principi ed i valori del diritto internazionale, a cominciare dall’inviolabilità delle frontiere e dal dovere di reprimere il genocidio, nel rispetto delle procedure e con le sanzioni previste dal diritto internazionale.

Domenico Gallo, Alfiero Grandi da “Coordinamento Democrazia Costituzionale”

L’abbondanza e il capitale

Il capi­ta­li­smo ha un grande e tenace nemico, una malat­tia che pro­duc64073980ae6d342f0837285d7b699df1d439fd9ec96dbc3aa1b71a4f_175x175_175x175e esso stesso inces­san­te­mente: l’abbondanza. Oggi l’abbondanza che lo minac­cia è, come sem­pre, quella delle merci, ma in una misura che non ha pre­ce­denti. Ad essa, negli ultimi decenni, se ne è aggiunta un’altra, asso­lu­ta­mente ine­dita, che coin­volge un vasto e cre­scente ambito di ser­vizi. Per alcuni beni la satu­ra­zione del mer­cato capi­ta­li­stico è visi­bile a occhio nudo ormai da tempo. I capi d’abbigliamento si com­prano ancora nei negozi, a prezzi che gene­rano un certo pro­fitto a chi li pro­duce e a chi li vende. Ma per il vestia­rio esi­ste un mer­cato paral­lelo così esteso e abbon­dante che ormai sfiora la gra­tuità. Si può dire che nelle nostre società più nes­suno ormai, nemmeno il più misero degli indi­vi­dui, ha il pro­blema di vestirsi. Non dis­si­mile feno­meno pos­siamo osser­vare nell’ambito dei ser­vizi più avan­zati: l’accesso all’informazione, alla cul­tura, all’arte, alla musica. Certo, occorre almeno pos­se­dere un cel­lu­lare, pagare un con­tratto a un gestore. Ma è evi­dente che siamo invasi anche qui – insieme, certo, al ciar­pame – da un’abbondanza di offerta, a prezzi decre­scenti che ten­dono a creare uno spa­zio di frui­zione fuori mer­cato. Sap­piamo che il capi­tale anche da tali beni rie­sce a trarre ancora pro­fitti, ma oggi è sotto i nostri occhi uno sce­na­rio di abbon­danza di ser­vizi e beni cul­tu­rali, di umana eman­ci­pa­zione, poten­ziale e di fatto, che non ha pre­ce­denti. Solo 50 anni fa tutto que­sto era lon­tano dalla nostra imma­gi­na­zione. Occorre sem­pre get­tare un occhio al pas­sato, per evi­tare di scor­gere nel pre­sente solo un cumulo di sconfitte.

Com’è noto, il capi­tale com­batte la caduta ten­den­ziale del sag­gio di pro­fitto inven­tando nuovi beni e nuovi biso­gni, dila­tando il suo domi­nio sulla natura per tra­sfor­mare il vivente in merci bre­vet­ta­bili, strap­pando al con­trollo pub­blico ser­vizi che un tempo erano dei comuni e dello stato. Ma il capi­tale, aiu­tato da cir­co­stanze sto­ri­che for­tu­na­tis­sime – la crisi e poi il crollo del socia­li­smo reale, la buro­cra­tiz­za­zione dei par­titi demo­cra­tici di massa e dei sin­da­cati, la rivo­lu­zione infor­ma­tica – ha sven­tato la più grande minac­cia da abbon­danza che gli sia parata din­nanzi nella sua sto­ria: quella degli ultimi decenni del XX secolo. Un oceano di merci stava per river­sarsi nel mer­cato dei Paesi avan­zati che avrebbe costretto impren­di­tori e governi a innal­zare i salari e soprat­tutto a ridurre dra­sti­ca­mente l’orario di lavoro. Si sarebbe arri­vati a quel pas­sag­gio epo­cale pre­vi­sto da Lord Key­nes nel sag­gio Pos­si­bi­lità eco­no­mi­che per i nostri nipoti, che, con la cre­scita della pro­dut­ti­vità «a un ritmo supe­riore all’1% annuo» avrebbe spinto le società indu­striali, nel giro di un secolo, a isti­tuire una durata del lavoro a 15 ore settimanali.

Poveri e indebitati

In realtà, la cre­scita della pro­dut­ti­vità mon­diale è stata supe­riore alle stesse pre­vi­sioni di Key­nes, con risul­tati però oppo­sti rispetto alle sue aspet­ta­tive. In un sag­gio pre­zioso per rile­vanza docu­men­ta­ria e nitore espo­si­tivo, Abbon­danza, per tutti (Don­zelli) Nicola Costan­tino ha ricor­dato che il tasso di cre­scita annuo della pro­dut­ti­vità a livello mon­diale, nel corso del XX secolo, ha oscil­lato tra il 2 e il 3%. Negli Usa, tra il 1950 e il 2000 è stato in media, del 2,5%; in Fran­cia, nel solo set­tore indu­striale, tra il 1978 e il 1998, del 3,7%. Il che ha signi­fi­cato che la pro­dut­ti­vità ora­ria del sin­golo lavo­ra­tore, a un tasso di cre­scita del 2% annuo, è aumen­tata di ben 7 volte, molto di più delle 2,7 volte ipo­tiz­zate da Key­nes e su cui egli fon­dava la pre­vi­sione delle 15 ore set­ti­ma­nali. Ma la gior­nata lavo­ra­tiva non è stata accor­ciata, se non in Fran­cia, in maniera con­tra­stata e oggi rimessa in discus­sione. Ovun­que, spe­cie negli ultimi anni, la durata del lavoro quo­ti­diano è cre­sciuta a dismi­sura. Negli Stati Uniti, già prima della crisi era diven­tato gene­rale il feno­meno del wor­ka­ho­lic, l’alcolismo del lavoro, men­tre oggi sem­pre di più gli ame­ri­cani lamen­tano la man­canza di tempo, il time squeeze, time pres­sure, time poverty (Bar­to­lini, Mani­fe­sto per la feli­cità, Don­zelli). Lavo­rano tutto il giorno come dan­nati: ma almeno gua­da­gnano bene? Niente affatto, essi sono in gran­dis­simo numero poveri e inde­bi­tati. Come ha ricor­dato Maxime Robin su Le Monde diplomatique-Il Mani­fe­sto (Stati Uniti, l’arte di ricat­tare i poveri, set­tem­bre 2015) oggi in Usa i check casher, pic­cole ban­che per pre­stiti veloci, dila­gano nei quar­tieri poveri più dei McDonald’s. Ma in genere tutti gli ame­ri­cani della middle class sono inde­bi­tati. «Uno sta­tu­ni­tense nella norma è un cit­ta­dino inde­bi­tato che paga le rate in tempo». E le cose non sono certo miglio­rate con la ripresa san­ti­fi­cata dai media. Il 95% dei red­diti aggiun­tivi che si sono creati dopo la crisi – ricor­dava The Eco­no­mist nel set­tem­bre 2013 – è andato all’1% delle per­sone più ric­che. Al restante 99% sono andate le bri­ciole del 5%.

Che cosa dun­que è acca­duto? Per­ché dal mondo dell’abbondanza a por­tata di mano siamo pre­ci­pi­tati nel regno della scar­sità? La rispo­sta essen­ziale è molto sem­plice. Per­ché il capi­ta­li­smo dei paesi domi­nanti (Usa e Europa in pri­mis), ricer­cando nuovi mer­cati e occa­sioni di pro­fitto nei paesi poveri (la cosid­detta glo­ba­liz­za­zione), innal­zando la pro­dut­ti­vità del lavoro, ristrut­tu­rando e inno­vando le imprese, non incon­trando resi­stenze in sin­da­cati e par­titi avversi, hanno gene­rato un’arma stra­te­gica for­mi­da­bile: la Grande Scar­sità, la scar­sità del lavoro. Il lavoro inteso come occu­pa­zione, come job. I dati recenti sono impres­sio­nanti. Tra il 1991 e il 2011 – ricorda Costan­tino – men­tre il Pil reale pla­ne­ta­rio è cre­sciuto del 66%, il tasso glo­bale di occu­pa­zione è dimi­nuito dell’1,1%. In 20 anni un quarto di beni in più con meno lavoro.

Logi­che sistemiche

Ma una vasta e ben con­trol­lata disoc­cu­pa­zione è oggi un arma poli­tica, non solo un effetto delle tra­sfor­ma­zioni eco­no­mi­che. Tale scar­sità, diven­tata per­ma­nente e siste­ma­tica, ha reso i rap­porti tra capi­tale e lavoro, eco­no­mia e poli­tica, poteri finan­ziari e cit­ta­dini, dram­ma­ti­ca­mente asim­me­trici e sbi­lan­ciati. Tutti invo­cano lavoro come gli affa­mati un tempo chie­de­vano il pane, for­nendo al capi­tale una legit­ti­ma­zione mai goduta in tutta la sua sto­ria. L’intera strut­tura dello stato di diritto ne risente, gli isti­tuti della demo­cra­zia ven­gono pro­gres­si­va­mente svuo­tati. Sin­da­cati e par­titi, fun­zio­nari del pre­sente, invo­cano la «ripresa» come se il futuro possa «ripren­dere» le fat­tezze del passato.

E tut­ta­via tale arti­fi­ciale scar­sità non può durare a lungo. Non solo per­ché le inno­va­zioni pro­dut­tive in arrivo (stam­panti 3D, intel­li­genza arti­fi­ciale) stanno per rove­sciarci interi con­ti­nenti di merci e ser­vizi, sosti­tuendo per­fino lavoro intel­let­tuale con mac­chine. Ma anche per­ché l’abbondanza del capi­tale che la Grande Scar­sità del lavoro oggi genera è una forma di obe­sità, una malat­tia siste­mica. C’è troppo danaro in giro, masse smi­su­rate di risorse finan­zia­rie, rispetto alle neces­sità della pro­du­zione. Patri­moni con­cen­trati in gruppi ristretti che non cor­rono il rischio dell’investimento pro­dut­tivo in società ormai sature di beni e con una domanda debole, men­tre la grande massa dei lavo­ra­tori è tenuta a basso sala­rio per­ché i loro padroni devono poter com­pe­tere a livello globale.

Que­sto qua­dro che non teme smen­tite – pog­gia su una vasta e solida let­te­ra­tura — ha una grande impor­tanza per la sini­stra. In esso è pos­si­bile scor­gere che una vita di gran lunga migliore sarebbe pos­si­bile per tutti e che solo i rap­porti di forza domi­nanti la osta­co­lano, facendo regre­dire la società nel suo insieme. Non c’è una crisi, intesa come un evento natu­rale. È stato il cedi­mento sto­rico dei par­titi della sini­stra, dei sin­da­cati, dei governi a favo­rire la vit­to­ria della scar­sità sull’abbondanza. Una grande bat­ta­glia per­duta, ma da cui ci si può riprendere.

La pira­mide della ricchezza

Da que­sta lezione si può com­pren­dere come niente di natu­rale è rin­ve­ni­bile nella situa­zione pre­sente: è tutto dipen­dente da scelte poli­ti­che, da puri rap­porti di forza. Si può così sma­sche­rare l’idea di una scar­sità a cui occorre pie­garsi come all’antico Fato. Cosi come l’idea di una «ripresa» affi­data alle riforme del mer­cato del lavoro, alla fles­si­bi­lità dei lavo­ra­tori, senza toc­care la pira­mide delle ric­chezze accu­mu­late. Non ci sono i soldi, recita la lita­nia dei poli­tici e di gran parte degli eco­no­mi­sti main­stream. È la più grande men­zo­gna della nostra epoca. I soldi non ci sono per pen­sioni digni­tose, per il red­dito di cit­ta­di­nanza, non ci sono per le borse di stu­dio agli stu­denti, che diser­tano gli studi uni­ver­si­tari, non ci sono per i nostri ricer­ca­tori e per la gio­ventù intel­let­tuale, costretta a migrare all’estero. Ma ci sono in misura cre­scente e cumu­la­tiva nei patri­moni pri­vati: in un solo anno, tra il 2011 e 2012, men­tre infu­riava la crisi, il numero degli indi­vi­dui con un patri­mo­nio supe­riore a un milione di dol­lari è cre­sciuto nel mondo del 6%, in Ita­lia del 10% . I soldi ci sono in quan­tità senza pre­ce­denti per le ban­che. E le cen­ti­naia di miliardi di euro che la Bce sta pro­fon­dendo a piene mani, sem­pli­ce­mente stampandoli?

Dun­que, una grande abbon­danza (auspi­chiamo, di beni e ser­vizi avan­zati, frutto di una gene­rale ricon­ver­sione eco­lo­gica, di ridu­zione del lavoro ) è alla nostra por­tata. E biso­gna infon­dere nella società ita­liana tutta intera que­sta grande pre­tesa. La pre­tesa della pro­spe­rità e del ben vivere per tutti. È una pro­spet­tiva di nuovi biso­gni, che non solo è pos­si­bile sod­di­sfare, ma coin­cide con una ten­denza sto­rica inar­re­sta­bile e che capi­tale e ceto poli­tico pos­sono solo ritar­dare, con danno gene­rale. La redi­stri­bu­zione dei red­diti e del lavoro e la lotta alle disu­gua­glianze incar­nano come mai nel pas­sato l’interesse gene­rale, una neces­sità indif­fe­ri­bile e uni­ver­sale. Oggi pos­siamo far sen­tire a tutti, anche agli sco­rag­giati e ai per­plessi, che nelle nostre vele può tor­nare a sof­fiare il vento della storia.

di Piero Bevilacqua da “Il Manifesto”

Si potrebbe andare tutti quanti a bombardare la Siria

Anche l’Italia si iscrive alla corsa ai bombardamenti. Intanto, tutti contro l’unico che l’Isis lo bombarda davvero: Vladimir Putin.

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L’Italia comincerà a bombardare l’Isis? La notizia è stata data dal Corriere della Sera e il Governo ha risposto con una mezza smentita che sa di conferma. In ogni caso, è da notare il fatto che anche il nostro Paese si è in qualche modo iscritto a quella “corsa all’intervento” che ha di recente visto scattare Gran Bretagna e Francia, di colpo desiderose di sparare a qualcuno in Siria e in Iraq.
L’Italia ha già fornito armi ai peshmerga del Kurdistan e addestratori assai apprezzati in loco. Se domani anche i nostri quattro Tornado cominciassero a bombardare i miliziani islamici in Iraq (in Siria no, perché il Governo legittimo siriano, che resta quello di Assad, non ci ha chiesto di farlo) il tenore della missione farebbe di certo un balzo in avanti anche se sul terreno, forse, non cambierebbe molto.

Se questo avverrà, giusto o sbagliato che sia, lo dovremo a Vladimir Putin. Non sfugge a nessuno, infatti, che da quando il Cremlino si è mosso, e ha spedito sul fronte siriano il suo piccolo corpo di spedizione, le placide operazioni della coalizione americo-saudita radunata con orgoglio da Barack Obama hanno subito uno scossone. Il problema è che Putin i miliziani islamici li bombarda davvero, non per finta come fa Obama. La Grande Coalizione Democratica, infatti, “bombarda” l’Isis da più di un anno, ma in questo periodo l’Isis non ha fatto che allargarsi a sempre nuove zone della Siria, senza perdere la presa su quelle dell’Iraq occupate l’anno scorso.

E’ un misero risultato, per un corpo d’armata cui partecipano (così dice Obama) 60 Paesi. Ma è in realtà ciò che americani e sauditi si proponevano fin dal principio: contenere l’Isis (senza eliminarlo, per carità!) in Iraq e lasciarli mano sostanzialmente libera in Siria. Nella speranza che l’Isis facesse ciò che Washington e Riad desiderano da sempre: eliminare Assad. Non si spiegano altrimenti, infatti, non solo i magri risultati ma anche eventi fenomenali come la presa di Palmira da parte dell’Isis: per arrivare all’antica città, gli islamisti hanno dovuto percorrere in colonna, nel deserto, centinaia di chilometri esposti a ogni satellite e bombardiere. Davvero singolare che nessuno dei combattenti della Grande Coalizione Democratica li abbia notati e sia intervenuto per fermarli.

L’intervento dei russi ha mandato all’aria la commedia. Perchè i russi colpiscono davvero, colpiscono duro e non badano tanto alle etichette. Obama insiste sul fatto che i Su34 di Mosca bombardano soprattutto i “ribelli moderati” anti-Assad, dimenticando di dire che sul terreno questi “moderati” contano come il due di picche quando la briscola è quadri. Chi sono questi “moderati”? Che fanno? Chi li comanda? Nessuno lo sa.

Per somma sfortuna di Obama, poi, si è dato da fare su televisioni e giornali il senatore McCain, suo rivale nella prima corsa alla Casa Bianca ed esponente di punta dei repubblicani, che ha detto: “I russi hanno colpito oppositori del regime di Damasco addestrati dalla Cia”. Ora, per gli americani sarà normale che la Cia addestri gente per buttar giù questo o quel Governo, ma credere che a Putin di questo importi qualcosa è un po’ troppo.

Intanto, a prender sul serio i russi è l’Isis, il che qualcosa vuol dire. E altrettanto fanno i cristiani dell’Iraq che, per bocca dei loro vescovi, invocano da lungo tempo proprio ciò che la Coalizione non fa, cioè un intervento vero, concreto, e non fasullo, contro il dilagare dell’islamismo nel loro Paese.

La cosa più bizzarra, però, è questa. Tutti pensano di avere diritto di intervenire da quelle parti: la Turchia ha appoggiato Isis e compagni in ogni modo, ha più volte sconfinato, bombarda i curdi, progetta di ritagliarsi una striscia di territorio siriano profonda una trentina di chilometri; di Usa e Arabia Saudita si sa; di Francia e Gran Bretagna abbiamo detto; persino la mite Giordania ha buttato là che si prenderebbe volentieri anche lei la sua striscia di territorio siriano. Tutti questi, però, dicono che la Russia, unico Paese espressamente invitato a intervenire dal Governo in carica, deve tenersi alla larga.

Nel frattempo, la propaganda ha cominciato a fare il suo lavoro, ossequiosamente seguita da gran parte della stampa. Appena partiti i raid russi, subito sono apparse sui giornali le notizie sulle vittime civili: a decine, in crescita ogni giorno. E’ molto probabile, anzi è certo che questo accada. Ma in più di un anno di raid americo-sauditi avete mai sentito dire qualcosa di simile? La Grande Coalizione Democratica ha compiuto, in questi 14 mesi, più di 7 mila bombardamenti e sui giornali italiani non è uscita una notizia, che sia una, su eventuali vittime civili. Forse tutto l’esercizio fatto per NON colpire l’Isis ha aguzzato loro la mira.

di Fulvio Scaglione da “Famiglia Cristiana.it”

Ma quale mondo giusto.

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Sembra un dettaglio ma forse non lo è. Giornalisti e commentatori hanno spesso la tendenza ad aggiungere “radicale” dopo la parola “sinistra” ogni volta che si parla di Alexis Tsipras o Pablo Iglesias, e oggi di Jeremy Corbyn. In realtà non bisognerebbe aggiungere nulla, e smettere invece di definire di sinistra tutti quei partiti europei che pur provenendo da un percorso comune hanno finito per allontanarsene così tanto, per passaggi e strappi successivi, da aver perso ogni traccia della loro storia.

Da molti punti di vista una persona come Matteo Renzi è più vicina a Sergio Marchionne – perfino nel linguaggio del corpo – che agli operai che lavorano negli stabilimenti della Fiat. Ma non è questo il punto. Il fatto è che sul nostro pianeta una grandissima maggioranza di persone vive in condizioni inaccettabili, con gradi di povertà che variano a seconda della latitudine e del colore della pelle.

E non c’è bisogno di scomodare nessun filosofo tedesco dell’ottocento.A dirlo sono, da anni ormai, gli studi delle agenzie della Nazioni Unite, il lavoro sul campo delle organizzazioni non governative, ma anche chiunque non chiuda gli occhi di fronte al fiume di persone che spinge alle porte dei paesi più ricchi.

Leggendo gli indicatori di scolarizzazione, salute, speranza di vita alla nascita, pil pro capite, accesso a servizi essenziali o libertà di movimento ci vuole coraggio per definire il mondo in cui viviamo un mondo giusto. Alexis Tsipras, Pablo Iglesias o Jeremy Corbyn saranno forse inadatti, avranno fatto e faranno errori, ma chi li ha scelti e votati ha solo cercato di ricordare che finora il capitalismo è stato un disastro, anche se costellato di invenzioni e innovazioni stratosferiche.

di Giovanni De Mauro da “Internazionale”

Alcatel, al manager 13,6 milioni di euro e 900 posti di lavoro tagliati.

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In Francia la vicenda sta suscitando un vespaio di polemiche con le dichiarazioni feroci da parte del segretario del partito socialista (di maggioranza) Jean-Christophe Cambadélis e una richiesta formale a Medef, la Confindustria transalpina, di «prendere una posizione netta» nei confronti di un manager che – in nome dell’alto debito di Alcatel-Lucent in procinto di una fusione con Nokia-Siemens – ha tagliato 5 mila posti di lavoro in Europa (circa 900 in Italia) in un anno.

Ora il disappunto per la buonuscita da 13,7 milioni di euro per Michel Combes, ormai ex amministratore delegato della società di telecomunicazioni franco-americana, ha travalicato anche i confini ed è arrivato in Italia. Ieri una nota della territoriale brianzola di Fiom-Cgil ha stigmatizzato la decisione da parte del consiglio di amministrazione di Alcatel-Lucent di corrispondere un mega bonus di uscita per Combes ben oltre i 4,2 milioni di euro (e la clausola di non concorrenza) prevista all’atto della nomina alla guida del gruppo avvenuta due anni fa.

La sensazione è che la scelta di aggiungere quasi 9 milioni come stock option da esercitare dal primo gennaio 2016, sia stata evidentemente condivisa anche dai vertici di Nokia-Siemens in procinto di comandare anche a Parigi creando un colosso delle telecomunicazioni. Si aggiunga che Combes ha trovato già lavoro: sarà Ceo di Altice, la holding che controlla Numericable-Sfr.

Fabio Savelli da “Il Corriere della Sera”

Muri di impotenza.

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Sette anni fa, marzo 2008, la filosofa americana Wendy Brown parlò in una conferenza romana dei nuovi muri che dal 1989 in poi, a onta e smentita della retorica sul mondo unificato dal crollo del muro di Berlino, erano spuntati qua e là tracciando nuove linee di guerra, esclusione, xenofobia, militarizzazione poliziesca. Muri di cemento e di filo spinato, muri tecnologici fatti di sensori e telecamere, muri militari fatti di uomini in divisa; al confine fra Stati Uniti e Messico, Sudafrica e Zimbabwe, Egitto e Gaza, India e Pakistan, Arabia Saudita e Yemen e via dicendo, per marcare confini, discriminare popolazioni, allontanare migranti, poveri e lavoratori, acchiappare contrabbandieri e dissuadere terroristi.

Muri paradossali e fuori tempo: eretti ovunque per riaffermare e spettacolarizzare la potenza della sovranità nazionale, ne rappresentano al contrario, spiegò Brown, l’ineluttabile declino; tentando invano di richiamare in vita un potere statuale minacciato dai flussi di persone, merci e capitali della globalizzazione, ne mostrano la fragilità e l’impotenza; barrando i confini, ne mostrano la porosità.

Le fece eco, nello stesso convegno, Judith Butler, mostrando a sua volta la struttura altrettanto paradossale della retorica patriottica, nazionalista e islamofobica del discorso pubblico mainstream nell’America in guerra contro l’Iraq e l’Afghanistan. Anche in questo caso, l’ostentazione di forza e padronanza dell’individuo sovrano, armato contro l’altro e il diverso a difesa della propria identità e della propria way of life, altro non era che un sintomo della crisi dell’individuo occidentale, e segnatamente della sua incapacità di accettare l’umana condizione di vulnerabilità e interdipendenza che all’altro lo lega ontologicamente, e tanto più evidentemente nel mondo globalizzato. Sullo sfondo di entrambi i paradossi – ostentazione e crisi della sovranità statuale, ostentazione e crisi della sovranità dell’io – l’evento dell’11 settembre 2001, e i processi di de-democratizzazione e privatizzazione delle esistenze e dello Stato innescati dalla già allora trentennale egemonia neoliberale.

Erano i tempi, che oggi sembrano assai remoti ma non lo sono affatto, dell’America di George W. Bush e della sua politica di revanche sulla ferita di Ground Zero, quando ancora la vittoria elettorale di Barack Obama, maturata sei mesi dopo, sembrava improbabile e la sterzata da lui imposta al discorso pubblico americano sul piano della politica economica, della visione geostrategica e della convivenza multiculturale sembrava impensabile. Ed erano i tempi in cui la sinistra europea e i suoi intellettuali deploravano la degenerazione della democrazia americana, sicuri che mai e poi mai avrebbe contagiato e piegato il modello europeo. Venere contro Marte, stato sociale contro individualismo neoliberista, lumi della ragione contro oscurantismo neocon, stato di diritto contro Guantánamo e Patriot Act: fiumi di parole sono stati versati a sostegno di un supposto primato europeo in grado di immunizzarci dalla deriva della democrazia americana innescata dall’11 settembre. La costruzione della Ue, delle sue Carte dei diritti e delle sue Corti se non delle sue istituzioni politiche nate morte, avrebbe assicurato questo primato per il futuro.

A distanza di pochi anni si vede bene quanto fosse infondata quell’illusione. Il quadro del rapporto fra le due sponde dell’Atlantico si è ribaltato: il terrorismo internazionale ha spostato di qua il suo obiettivo e i suoi centri di arruolamento, la guerra – Libia docet, ieri e oggi – seduce più le classi dirigenti europee che quella americana, il neoliberalismo americano ha trovato nella politica economica di Obama una qualche autocorrezione mentre l’ordoliberismo tedesco detta legge in tutta Europa, la costruzione dell’Unione europea non è più né un sogno né un progetto ma un fallimento e una disfatta. E mentre gli Stati Uniti discutono sulla legge per la regolamentazione degli immigrati con toni che non arrivano mai nemmeno a sfiorare quelli di un Matteo Salvini, in Europa nessuna Carta e nessuna Corte riesce a frenare l’onda xenofoba che innalza i muri e manda a morte profughi e migranti.

Non solo. Tutto il carico più atroce della storia europea precipita sulla cosiddetta “emergenza” migratoria con la ferocia ineluttabile del ritorno del rimosso: come se le tracce della tanatopolitica dello sterminio si materializzassero di nuovo nei corpi asfissiati nei tir e nelle stive, nei cadaveri dilaniati dal mare, e perfino nella razionalità tassonomica di Angela Merkel che apre le porte ai profughi siriani ma chissà perché solo a loro.

Tanto più pregnante per l’Europa di oggi appare, in questo quadro ribaltato, la duplice diagnosi di Brown e Butler (nel frattempo oggetto di due libri, rispettivamente Stati murati, sovranità in declino, Laterza, e Frames of War, Verso). Tanto più paradossale risulta l’innalzamento dei muri – di ferro spinato come in Ungheria, di forze di polizia come in Macedonia, di navi da guerra come si fantastica di fare nel Mediterraneo al largo della Libia – che vorrebbero riaffermare la sovranità statuale in un’Europa che non è stata capace di costruire né un demos né un kratos sovranazionale, dove i governi nazionali oscillano fra l’esautoramento e la rivendicazione di un potere svuotato ed è solo ed esclusivamente la sovranità della moneta a dettare legge.

E tanto più paradossale suona il grido di guerra xenofobo dei Salvini, delle Le Pen e dei piccoli proprietari di piccoli privilegi al loro seguito, in un’Europa massacrata dalla crisi economica, sociale e valoriale, dove la riaffermazione dell’io sovrano o di un “noi” immunizzato dal contagio con “loro” serve solo ad armare di una finta identità l’incertezza e la precarietà, il disincanto e il cinismo dell’esistenza individuale e collettiva.

Né i ferri spinati né le polizie violente riusciranno a ristabilire quei confini che la spinta della necessità e il desiderio di libertà continueranno ad abbattere, e nessun muscolo identitario serrato a protezione dell’io o del “noi” riuscirà a evitare il contagio inevitabile, e salutare, con l’altro e con “loro”. Papa Francesco ha ragione quando dice che c’è una guerra in corso: ma purtroppo e come sempre, si tratta di una guerra fra impotenze mascherate da un fantasma di potenza. L’impotenza di un continente non più vecchio ma decrepito che non riesce a pensare il presente e ad abitarlo; di un passato coloniale che non sa come raccogliere i cocci delle tragedie seminate; di un’economia politica che non sa incrociare i dati delle migrazioni dall’esterno e all’interno dell’Unione europea (57.000 giovani italiani emigrati in Gran Bretagna solo nell’ultimo anno) e trarne qualche conseguenza sulla catena delle disuguaglianze che essa produce; di un neoliberismo che non riesce a vedere nei migranti una risorsa e non un’alluvione; di una politica che di fronte a un processo epocale e alla mutazione antropologica che inevitabilmente ne conseguirà trova solo balbettii difensivi e non una sola frase strategica; di una governance europea che ha aspettato di ritrovarsi un tir pieno di cadaveri sulla terraferma prima di accorgersi che il Mediterraneo è diventato già da anni un cimitero.

Muri inutili di filo spinato e di stupidità. Quando c’è una sola cosa urgente da fare, la prendo da un post che leggo su Facebook: aprire le frontiere, i cuori e soprattutto i cervelli.

di 


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