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Difendiamo la Costituzione

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Alle cittadine e ai cittadini raccomandiamo un voto consapevole e responsabile.

Non si tratta di una legge ordinaria ma della Costituzione, la nostra Carta fondamentale.
Modifiche sbagliate e destinate a non funzionare, così come lo stravolgimento del sistema ideato dai Costituenti, avrebbero effetti imprevedibili e disastrosi per l’equilibrio dei poteri, per la rappresentanza, per l’esercizio della sovranità popolare, in sostanza per la stessa democrazia, che invece va rafforzata, potenziata e difesa con la piena attuazione della Costituzione repubblicana.

Consapevolmente e responsabilmente, votate NO.

  • Carlo Smuraglia, Presidente Nazionale ANPI;
  • Susanna Camusso, Segretaria Generale CGIL;
  • Francesca Chiavacci, Presidente Nazionale ARCI.
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Democrazia e Parola

Ripensando  agli sconvolgimenti attuali della Lega e ripensando al malcontento generalizzato delle persone verso il mondo della politica, mi sono interrogato sul significato di questa parola. Il mio lavoro di studente di antichità classiche mi porta fino all’antica Grecia, in una civiltà diversa, lontana, ma indissolubilmente vicina alla nostra. Se pensiamo bene non è né così lontana, né così diversa, ma è comunque meglio prendere un po’ le distanze così da vedere i fenomeni con minor trasporto.

La parola politica – come voi tutti sapete – ha la stessa radice di polis, la città.  In realtà quello che per noi è un sostantivo (la politica) per un greco era un aggettivo (politikòs), a cui spesso era accostato un altro sostantivo: techne, arte. La politica è l’arte di amministrare la cosa pubblica, da questa radice antica i greci formavano un’altra parola bellissima: politeia, che significa cittadinanza, partecipazione alla vita dello Stato, costituzione. Platone in un passo di una sua opera (Menesseno 238c) la costituzione (politeia, cioè il corpo civico) è sostegno per gli uomini, buona per i valorosi e cattiva per i malvagi.

Colui che operava nella polis e godeva della partecipazione alla vita pubblica era il polites, ovviamente bisogna puntualizzare che la democrazia in Atene funzionava in modo diverso da noi e la dignità di cittadino non era concessa a tutti, benché tutti avessero diritto di parola (parresia), ma su questo concetto ritorneremo più avanti. Ora vediamo da dove deriva questa parola “polis”, facendo il lavoro degli archeologi possiamo sperare di andare molto più lontano della Grecia, infatti i linguisti hanno da tempo scoperto un collegamento tra questa parola greca e la parola antico indiana pur (cittadella). Leggiamo polis (nella forma ptolis) già nelle attestazione più antiche della lingua greca, più di 3000 anni fa ed era già nella bocca dei cantori epici. Ben presto questa parola passa ad indicare non tanto la cittadella o la roccaforte, ma l’insieme dei cittadini. Alla base di questa parola sta quindi la volontà spontanea e intelligente di più persone di unirsi e di governarsi mediante leggi condivise. Facendo un salto in avanti e ritornando nella Atene classica l’arche politikè (il potere dei cittadini) si contrapponeva al despotikè archè (il potere di un tiranno): la parola politica ha dunque una connessione fortissima con il concetto di democrazia (potere del popolo). Non voglio in questa sede parlare della democrazia di Atene, del significato preciso della parola e delle differenze tra la nostra e la loro forma di governo, andrei troppo fuori tema.

In quella Atene fiorente di ingegni e di ricchezza, resa potente (ahimè una potenza durata poco!) da una nuova forma di governo e dalla presenza di grandi menti, nasce la necessità di interrogarsi sullo Stato e sul governo dello Stato, s’affacciano alla storia i primi tentativi di filosofia politica, Platone e Aristotele affinano i loro intelletti e danno vita ad opere immortali. Platone (nelle vesti di Socrate) in un passo affascinante della Repubblica si chiede come debba essere il perfetto “guardiano delle Leggi” e dopo aver  elencato delle qualità morali (il guardiano delle leggi deve essere amante della verità, deve essere temperante e non amante del guadagno!!!) ricorre alla bellissima immagine dello Stato come una nave. Il governo della nave è contesto tra un capitano forte benvoluto, ma inesperto e un capitano esperto, che usa le sue arti per governare la nave e non per persuadere i marinai. Qui si è difronte ad un bivio e la scelta è il buon uso della parola: usare la parola come tramite di verità per traghettare bene la nave o come mezzo di inganno?

Questa mia lunga premessa per giungere al nodo della mia riflessione: quanto è importante la parola per la politica?  Già gli antichi avevano capito la potenza e la pericolosità della parola: se messa nelle mani sbagliate essa diviene arma dannosissima e non garanzia di un giusto governo. La parola che persuade è farmakon, ma facciamo bene attenzione: farmakon per i greci significava medicina, ma anche veleno! Questa arte politica è la condizione indispensabile alla vita comune e si concretizza con un libero uso della parola: parresia! Riferendosi a questo diritto di parola rivolto a tutti, Demostene, che visse quando Atene stava sfiorendo scrisse (Filippica 3.3): Pensate: in ogni altro capo voi Ateniesi la libertà di parola l’avete estesa a tutti coloro i quali vivono in città, l’avete concessa agli schiavi e agli stranieri.

La parola è sta centro della democrazia, difendere la giustezza della parola è difendere la libertà. Comprendere come viene utilizzato (e distorto) questo potente mezzo di comunicazione può aiutare a metterci in guardia quando la nostra libertà è minata da persone che vogliono piegare a loro piacimento la verità. Giungiamo da un governo che ha rovinato il paese con una retorica martellante e un vergognoso accentramento dei mezzi di comunicazione, abbiamo sotto gli occhi esempi di partiti che urlano alle pance di migliaia di persone, che voglio essere imboccate di una verità inesistente, siamo ora governati da persone che mandano messaggi discordanti, destabilizzando le fasce più deboli. Adesso si capisce dove può avere una sua origine la crisi della politica e la perdita di fiducia verso quel tipo di istituzione: nell’uso demagogico, ingannevole e truffaldino della parola. Abbandonando la demagogia ora violenta, ora ingannevole dobbiamo metterci d’impegno a riprendere un buon uso della parola riavvicinandosi così alle persone. Bisogna andare oltre le pance e colpire le teste, usare la parola in modo intelligente per guidare persone esse stesse intelligenti e libere. I discorsi dei politici,  che sbraitano in modo sregolato alla televisione, sono spesso vuoti e violenti: pensiamo alla Lega tutta, la cui comunicazione si basa sul turpiloquio, come può passare inosservato, ad esempio (un esempio tra tantissimi), un sindaco che ripete con nonchalanche “culattone”? Non è moralismo, ma è decenza, un aspetto che quelle persone non mai preso in considerazione.
Non ci resta che affinare i nostri strumenti critici, partendo dalla televisione, per analizzare bene i messaggi discordanti che ci giungono, consapevoli del fatto che la verità del tubo catodico è necessariamente vizita e filtrata.

Per ritornare all’inizio di questo intervento, a quell’apparente sfoggio di erudizione da quattro soldi: la politica, la città e il cittadino sono inevitabilmente uniti da quel tramite fortissimo che è la parola. Da qui la mia insistenza a scavare all’interno dei termini per cercare di capire quanto possa essere importante ritornare a comunicare in modo chiaro e veritiero a quella che è l’unità base e costitituiva della città: il polites. Il polites ha pieni diritti ed è esso stesso sovrano, ragion per cui deve essere riportato verso una piena fiducia verso i suoi rappresentanti, occorre mostrare ai suoi occhi che non tutti sono uguali, “non tutti rubano”! Solo in questo modo si può tornare a governare bene (governare, dal latino gubernare, corrispondente al greco kuberno= guidare la nave) avendo chiare le esigenze e i bisogni dei cittadini.  Quindi basta alla retorica esasperata e agli slogan uguali da anni, ai comunicati dei governi, che vogliono solo tranquillizzare dicendo false verità corroborate da dati tendenziosi!

In conclusione – mi scuso per il lungo discorso  – mi viene in mente uno scritto di Edward W Said (un intellettuale statunitense di origini palestinesi): Umanesimo e critica democratica. Said in un capitolo del suo scritto elogia una scienza fuori moda, poco conosciuta e  poco amata: la filologia (filologia, significa “amore per la parola”). La filologia (e qui la memoria dell’immortale Gramsci è vivissima!!) è rispetto della verità contro un uso manipolatore e fondamentalista della parola, è spirito critico, è un esercizio di libera interpretazione.  Può forse essere utile ritornare ad amare le parole, a farne buon uso? Certamente si e occorrerebbe riesumare dagli scaffali polverosi delle Accademie la filologia, intesa come amore per la parola e donarle un valore civile, che non ha mai avuto realmente!

MR


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