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La cittadella del reuccio

ancona03-300x198Quel che sarà il par­la­mento ita­liano dopo che il dise­gno ren­ziano sarà giunto in porto è ampia­mente noto. La Camera dei nomi­nati e della mag­gio­ranza gover­na­tiva a priori fun­zio­nerà senza intoppi come cassa di riso­nanza e rati­fica; il Senato dei gerar­chi e dei pode­stà per­fe­zio­nerà l’accentramento dei poteri nelle mani dell’esecutivo. Il tutto per la legit­ti­ma­zione «demo­cra­tica» delle deci­sioni di palazzo Chigi. A quel punto l’Italia sarà un caso unico di Repub­blica mono­cra­tica domi­nata da un capo di governo ple­ni­po­ten­zia­rio, eletto da una mino­ranza di cit­ta­dini e posto in con­di­zione di con­trol­lare le auto­rità di garan­zia e tutti i poteri dello Stato, ecce­zion fatta (fino a quando?) per la magistratura.

Tra poco — pro­ba­bil­mente tra un annetto — que­sto pro­gramma comin­cerà a rea­liz­zarsi orga­ni­ca­mente. Ma non dob­biamo aspet­tare nem­meno pochi mesi per assa­po­rarne i primi frutti avve­le­nati. Quanto sta acca­dendo con la «riforma» della scuola è un’anticipazione molto istrut­tiva di ciò che ci attende. Un indi­zio e una prova tec­nica, som­mi­ni­strata per testare il paese e per assue­farlo al nuovo che avanza.

Rara­mente, forse mai prima d’ora, si era assi­stito alla scena di un ramo del par­la­mento ita­liano che vota in tran­quil­lità a favore di un prov­ve­di­mento di indi­scu­ti­bile rile­vanza (che modi­fica in pro­fon­dità strut­ture e modo di ope­rare di un set­tore vitale della società, e le con­di­zioni mate­riali di lavoro e di vita di milioni di cit­ta­dini) men­tre l’intero com­parto inve­stito da quel prov­ve­di­mento esprime la pro­pria asso­luta con­tra­rietà. Lo scio­pero del 5 mag­gio e la mani­fe­sta­zione con­tro le prove Invalsi pos­sono essere giu­di­cati come si vuole, ma su una cosa non sarebbe serio ecce­pire. Entrambi atte­stano l’unanime avver­sione del com­plesso mondo della scuola — inse­gnanti, stu­denti, per­so­nale tec­nico e ammi­ni­stra­tivo — a un modello che non per caso ruota intorno a due car­dini della costi­tu­zione neo­li­be­rale: la sedi­cente meri­to­cra­zia (foglia di fico pro­pa­gan­di­stica a coper­tura del ritorno a logi­che cen­si­ta­rie, auto­ri­ta­rie e oli­gar­chi­che) e la pri­va­tiz­za­zione della sfera pubblica.

C’è tutto som­mato di che stu­pirsi per la pron­tezza e pre­ci­sione della dia­gnosi che inse­gnanti e stu­denti hanno fatto della «buona scuola» ren­ziana. Evi­den­te­mente l’ideologia mer­ca­ti­sta non ha ancora total­mente invaso l’anima del paese. O forse la realtà della scuola ita­liana è tal­mente evi­dente nelle sue con­trad­di­zioni e mise­rie da non per­met­tere quelle ope­ra­zioni di cosmesi — di camou­flage, direbbe qual­cuno — che fun­zio­nano altrove. Stu­denti, ope­ra­tori della scuola e tanti geni­tori sanno troppo bene che cosa in realtà si nasconde die­tro la ver­go­gnosa reto­rica dell’«eccellenza» e dell’«autonomia», della «sele­zione» e della logica pre­miale del «merito». E die­tro il ricatto della sta­bi­liz­za­zione della metà dei pre­cari in cam­bio dell’accettazione dell’intera «riforma».

In un paese che figura sta­bil­mente all’ultimo posto della clas­si­fica Ocse per la per­cen­tuale di Pil inve­stita nella for­ma­zione dei gio­vani le chiac­chiere restano a zero. A chia­rire come stanno le cose prov­ve­dono gli edi­fici fati­scenti e i tanti soldi come sem­pre rega­lati alle pri­vate. Le col­lette per com­prare la carta igie­nica e il toner delle stam­panti. E i bassi salari degli inse­gnanti di ogni ordine e grado, respon­sa­bili anche del poco rispetto che taluni geni­tori mostrano nei riguardi di chi si impe­gna per istruire i loro vene­rati rampolli.

Sta di fatto che con­tro la «riforma» ren­ziana la scuola ha messo in campo una pro­te­sta pres­so­ché uni­ver­sale, ben­ché anni di divi­sioni tra le orga­niz­za­zioni sin­da­cali e un’eccessiva timi­dezza nelle ini­zia­tive di lotta rischino di vani­fi­care le mobi­li­ta­zioni. Non solo la scuola si è fer­mata in occa­sione delle agi­ta­zioni, ma è in fer­mento da set­ti­mane e mani­fe­sta senza reti­cenze un con­sa­pe­vole e argo­men­tato dis­senso. Pec­cato che tutto que­sto al par­la­mento non inte­ressi né poco né punto. Quel che si mostra allo sguardo degli osser­va­tori è uno scon­cer­tante paral­le­li­smo, quasi che «paese legale» e «paese reale» non fos­sero distinti ma dia­let­ti­ca­mente con­nessi, bensì pro­prio dislo­cati su pia­neti diversi. Per cui quanto accade nell’uno — le agi­ta­zioni, le pre­oc­cu­pa­zioni, il disa­gio, la pro­te­sta — non turba l’impermeabile auto­re­fe­ren­zia­lità dell’altro, ormai (di già) assor­bito nella rece­zione e pro­mo­zione della volontà del reuc­cio che si balocca alla lava­gna col suo appros­si­ma­tivo idioma burocratico.

Certo, non è la prima volta che si assi­ste a un feno­meno del genere. Qual­cosa di simile è già acca­duto col Jobs act, varato men­tre le fab­bri­che erano in sub­bu­glio per la can­cel­la­zione dell’articolo 18. Ma si sa che le que­stioni di lavoro e in par­ti­co­lare di lavoro ope­raio divi­dono il paese (e gli stessi sin­da­cati) e offrono ai governi ampi var­chi per ope­rare for­za­ture. Il caso della scuola è diverso per la sua con­no­ta­zione essen­zial­mente inter­clas­si­sta e per que­sta ragione pre­fi­gura pla­sti­ca­mente il qua­dro al quale dovremo abi­tuarci nel pros­simo futuro. Pro­te­sti pure il paese, scen­dano pure in piazza i cit­ta­dini, si mobi­liti quel che resta dell’opinione pub­blica. La cit­ta­della della poli­tica non si degna nem­meno di veri­fi­care la per­ti­nenza delle doglianze, tanto basta a se stessa e può fare da sé, in una mise­ra­bile rie­di­zione dell’autocrazia di antico regime. Può darsi che que­sta non sia che un’illusione e che un pro­gramma incen­trato sull’autonomia del poli­tico si riveli, oltre che inde­cente, impra­ti­ca­bile in virtù della reat­ti­vità del corpo sociale. Ma di certo risulta evi­dente a quale pove­ris­sima cosa si saranno ridotti, in tale sce­na­rio, par­la­men­tari e par­titi. Men­tre la poli­tica avrà negato se stessa con l’essersi anche for­mal­mente ridotta a mera fun­zione di domi­nio di una casta sulla cit­ta­di­nanza costretta a obbedire.

ALBERTO BURGIO da “Il Manifesto”

da il manifesto

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Nel 94° dell’Anniversario della nascita del Partito Comunista d’Italia

PciMi sono chiesto cosa potesse essere più utile per fare della ricorrenza dell’anniversario della nascita del Partito comunista italiano, nel lontano 1921, il motivo di una riflessione per nulla reclinata sulla pura retorica d’occasione ma, al contrario, carica di presente e di futuro.

Fra le tante opzioni possibili, la più convincente ( forse perché la meno conosciuta) per parlare ai giovani e per tornare a farlo ai non più giovani, gli uni e gli altri disillusi e sconfortati di fronte alla miseria del tempo presente, mi è parsa quella di raccontare come, all’indomani della vittoriosa rivoluzione democratica e antifascista, nel 1947, il Partito comunista italiano impegnò tutto se stesso, la propria forza e il proprio prestigio – conquistati nella lunga lotta al fascismo e nella guerra di Liberazione – per la costruzione della “Legge delle leggi”, per l’edificazione di quella Carta costituzionale oggi oggetto di una totale manomissione da parte della cultura liberista divenuta tratto costitutivo non soltanto della Destra tradizionale ma, certo non di meno, del Partito democratico.

L’obiettivo tenacemente perseguito dal Pci fu quello di incardinare la sovranità nazionale sul lavoro e creare le condizioni, anche di carattere normativo, perché il compromesso raggiunto fra le forze popolari rappresentasse un terreno sempre più avanzato per la lotta di classe e per uno sviluppo progressivo della democrazia, tale da rendere possibile una trasformazione radicale della società in senso socialista.

Lo scontro che nella prima sottocommissione dell’Assemblea costituente si sviluppò intorno ai principi che dovevano informare i rapporti economico-sociali (che si sarebbero materializzati nei 14 articoli del Titolo III della Carta) fu di grande durezza.

Protagonista di quella memorabile battaglia fu il segretario del partito comunista italiano, Palmiro Togliatti.

Ricapitolarne i tratti salienti farà scoprire (o riscoprire) al lettore la formidabile attualità (e, nello stesso tempo, la siderale distanza) di quell’ingaggio politico e del respiro politico e morale di quel pensiero, rispetto alla supina subordinazione al capitale di tutte le forze che compongono l’attuale arco parlamentare.

Togliatti, in contrasto aperto con l’altro relatore della sottocommissione, Roberto Lucifero, pone subito, in apertura, la questione cruciale.

Il tema è quello della libertà di iniziativa economica privata (la libertà d’impresa) rivendicata da Lucifero …“ nomen omen ”… come la condizione perché ad ognuno sia garantita un’esistenza libera e dignitosa.

Togliatti non ci sta e replica secco, letteralmente, che “ tutto questo suona irrisione ”. Perché in un sistema capitalistico ove regna la pura libertà economica, i rapporti sociali, cioè i rapporti di proprietà che nel suo seno si generano, tendono a concentrare la ricchezza nelle mani di ristretti gruppi privilegiati, mentre dall’altra parte aumentano povertà e diseguaglianza.

Togliatti prende cioè di petto l’intera cultura economica, l’intera impalcatura del dottrinarismo liberale per dire che se si resta alla superficie, se non si va alla radice della contraddizione fra il carattere sociale della produzione e quello privato dell’appropriazione, si riproduce fatalmente l’ordine di cose esistente :

“La proprietà dei mezzi di produzione e quindi la ricchezza – dice Togliatti – si concentrano nelle mani di pochi gruppi di plutocrati, che se ne servono per dominare la vita di tutto il Paese, per dirigerne le sorti nel proprio interesse esclusivo, per sostenere movimenti politici reazionari, per mantenere ed instaurare le tirannidi fasciste, per scatenare guerre imperialistiche di rapina, operando sistematicamente contro l’interesse del popolo, della nazione”.

Merita qui rilevare come per Togliatti gli interessi della classe operaia, a differenza di quelli della borghesia capitalistica, coincidono con gli interessi generali (che non sono mai, dunque, in questa accezione, la media aritmetica, il luogo geometrico, degli interessi di tutte le classi).

Togliatti non usa artifizi o giri di parole. Dice, esplicitamente: “ Bisogna colpire i gruppi privilegiati!”.

Questo è il nesso vitale, teorico e pratico, con quello che diverrà, a fine percorso, l’articolo 1 della Costituzione.

Per fare questo – prosegue Togliatti – occorre “un’ampia e radicale riforma della struttura della società”. Perché soltanto così è possibile difendere le istituzioni democratiche che le classi al potere hanno portato alla rovina.

Insomma, non basta declamare aulicamente gli immarcescibili princìpi: “ Vano sarà avere scritto nella nostra Carta il diritto di tutti i cittadini al lavoro, al riposo e così via, se poi la vita economica continuerà ad essere retta secondo i princìpi del liberalismo”.

A questo punto, Togliatti pone una seconda questione decisiva. E cioè: quale carattere deve avere la Carta? Soltanto quello prescrittivo di una Costituzione o piuttosto quello di un programma fondamentale?

Nella sua argomentazione, Togliatti prende in prestito la costituzione sovietica del ’36, per dire che “quella poteva essere una costituzione in senso proprio perché registrava e sanzionava in formule giuridiche trasformazioni economico-sociali (cioè rapporti di produzione) già avvenute o in atto”. Ma in Italia no, perché quella italiana è stata sì una rivoluzione democratica e antifascista, il fascismo è crollato sotto i colpi di una grande sollevazione popolare, ma non ha gettato le basi di un ordinamento nuovo. La guerra combattuta contro il fascismo è stata sì anche una guerra di classe, combattuta con straordinaria forza dalle classi lavoratrici. Ed è questa fortissima presenza che oggi ci permette di porre la questione del potere a questo livello. Ma “le basi della nuova società devono essere ancora costruite ”: il vecchio edificio, le vecchie strutture devono essere trasformate in qualcosa di profondamente diverso. Solo così sarà possibile coniugare libertà, democrazia, uguaglianza.

Togliatti passa poi ad indicare le linee di questo processo:

Il piano economico (nel senso che lo Stato deve coordinare ed indirizzare a fini sociali l’attività dei singoli;

la compresenza di diverse forme di proprietà (privata, di Stato, pubblica, comunitaria, cooperativa);

la nazionalizzazione delle fondamentali branche industriali e la nazionalizzazione di quelle imprese che per la loro rilevanza devono essere sottratte all’iniziativa privata;

la limitazione del diritto di proprietà, ove questo non si conformi all’interesse sociale.

Si tratta, precisamente, del processo di una trasformazione economica di tipo socialista, da attuarsi attraverso uno sviluppo “progressivo” della democrazia, la cui molla è nella lotta di classe. Un processo, dunque, guidato dai lavoratori che devono potere accedere a forme di controllo diretto della produzione.

In filigrana, si legge qui il tema del partito della classe operaia, come architrave insostituibile di un processo rivoluzionario in divenire, non soltanto teorizzato, ma incarnato in una forza sociale reale, quella che può – gramscianamente – disorganizzare le idee delle classi dominanti e divenire il glutine di un nuovo blocco storico.

Dunque, Togliatti vede la Costituzione non solo come “Legge delle leggi”, dotata, come pure dev’essere, di un valore prescrittivo, ma anche come strumento di lotta per la trasformazione politico-sociale del paese.

E’ triste, in ragione di questo grande passaggio della nostra storia, constatare quale gigantesca rivoluzione concettuale abbia sradicato, anche dal senso comune, la portata progressiva della Costituzione italiana.

Al punto che il capo del governo e segretario del Partito democratico, a conclusione di un devastante processo di demolizione dei diritti del lavoro, ha potuto affermare, senza incontrare che un labile contrasto, che “è inammissibile che un giudice possa intromettersi nel rapporto di lavoro fra dipendente e datore di lavoro per infliggere a quest’ultimo il sopruso di non potersi liberare di un lavoratore che non gli aggrada più”.

Insomma, nel rapporto di lavoro, il lavoratore non deve più entrare come persona, dotata di diritti e prerogative inalienabili, ma come merce che produce altre merci.

D’un sol colpo, Matteo Renzi ha solennemente sancito che l’intero impianto costituzionale, a partire dal suo articolo 1, non esiste più.

Questo è lo stato odierno del nostro paese e dell’Europa colonizzata dalla parte più reazionaria, aggressiva, e violenta del capitale finanziario.

Sembrerebbe un solido motivo per i non rassegnati a rimettersi in cammino. Magari attingendo ad un poco della migliore storia e della migliore cultura politica che la tradizione comunista è stata capace di produrre.

Dino Greco da ControLaCrisi.org

L’Importanza vitale della stampa comunista

Ufficio-stampaSono i giorni della reclame per gli abbonamenti. I direttori e gli amministratori dei giornali borghesi riassettano la loro vetrina, passano una mano di vernice sulla loro insegna e richiamano l’attenzione del passante (cioè il lettore) sulla loro merce. La merce è quel foglio a quattro o sei pagine che va ogni mattino od ogni sera ad iniettare nello spirito del lettore le maniere di sentire e di giudicare i fatti dell’attuale politica, che convengono ai produttori e venditori di carta stampata.
Vogliamo tentare di discorrere, con gli operai specialmente, dell’importanza e della gravità di quell’atto apparentemente così innocente, che consiste nel scegliere il giornale cui si vuole abbonarsi. E’ una scelta piena di insidie e di pericoli che dovrebbe essere fatta con coscienza, con criterio e dopo maturata riflessione.
Anzitutto l’operaio deve negare recisamente qualsiasi solidarietà col giornale borghese (qualunque sia la sua tinta) è uno strumento di lotta mosso da idee e da interessi che sono in contrasto con i suoi.
Tutto ciò che stampa è costantemente influenzato da un’idea: servire la classe dominante, che si traduce ineluttabilmente in un fatto: combattere la classe lavoratrice. E difatti, dalla prima all’ultima riga, il giornale borghese sente e rivela questa preoccupazione.

Ma il bello, cioè il brutto, sta in ciò: che invece di domandare quattrini alla classe borghese per essere sostenuto nell’opera di difesa spietata in suo favore, il giornale borghese riesce a farsi pagare…. dalla stessa classe lavoratrice che egli combatte sempre. E la classe lavoratrice paga, puntualmente, generosamente.

Centinaia di migliaia di operai danno regolarmente ogni giorno il loro soldino al giornale borghese, concorrendo così a creare la sua potenza. Perchè? Se lo domandate al primo operaio che vedete nel tram o per la via con un foglio borghese spiegato dinanzi, voi vi sentite rispondere: “Perchè ho bisogno di sapere cosa c’è di nuovo”. E non gli passa neanche per la mente che le notizie e gli ingredienti coi quali sono cucinate possono essere esposti con un’arte che diriga il suo pensiero e influisca sul suo spirito in un determinato senso. Eppure egli sa che il tal giornale è codino, che il tal altro è palancaio, che il terzo, il quarto, il quinto, sono legati a gruppi politici che hanno interessi diametralmente opposti ai suoi.

Tutti i giorni poi, capita a questo stesso operaio di poter constatare personalmente che i giornali borghesi raccontano i fatti anche più semplici in modo di favorire la classe e la politica borghese a danno della politica e della classe proletaria.

Scoppia uno sciopero? Per il giornale borghese gli operai hanno sempre torto. Avviene una dimostrazione? I dimostranti, sol perché siano operai, sono sempre turbolenti, dei faziosi, dei teppisti. Il governo emana una legge? E’ sempre buona , utile e giusta, anche se è… viceversa. Si svolge una lotta elettorale, politica od amministrativa? I candidati e i programmi migliori sono sempre quelli dei partiti borghesi. E non parliamo di tutti i fatti che il giornale borghese o tace, o travisa, o falsifica, per ingannare, illudere, o mantenere nell’ignoranza il pubblico dei lavoratori.
Malgrado ciò, l’acquiscenza colpevole dell’operaio verso il giornale borghese è senza limiti.

Bisogna reagire contro di essa e richiamare l’operaio all’esatta valutazione della realtà.
Bisogna dire e ripetere che quel soldino buttato là distrattamente nella mano dello strillone è un proiettile consegnato al giornale borghese che lo scaglierà poi, al momento opportuno, contro la massa operaia.

Se gli operai si persuadessero di questa elementarissima verità, imparerebbero a boicottare la stampa borghese con quella stessa compattezza e disciplina con cui la borghesia boicotta i giornali degli operai, cioè la stampa socialista. Non date aiuti di danaro alla stampa borghese che è vostra avversaria: ecco quale deve essere il nostro grido di guerra in questo momento che è caratterizzato dalla campagna per gli abbonamenti fatta da tutti i giornali borghesi.
Boicottateli, boicottateli, boicottateli.

Antonio Gramsci da “Avanti”, 1916

Dove va la cultura in Italia?

Il FUS, fondo unico per lo spettacolo, viene decurtato  di 20 milioni di Euro dal ministro “tecnico” Ornaghi. L’ammontare attuale del Fondo è di circa 390 milioni di Euro, contro il 414 del 2010 e i 410 del 2012; questi soldi sono stati così ripartiti: 47% (183 milioni) è destinato alle fondazioni liriche, 18.59% al cinema, 16.4% al teatro e 14.10% alle attività musicali. Il cinema rappresenta un settore critico: il costoso adeguamento delle sale di proiezione al digitale va ad aggiungersi al calo delle affluenze registrato tra il dicembre 2012 e il gennaio 2013.

Questa massa di dati dimostra ulteriormente la natura non tecnica del governo Monti: Ornaghi, del tutto estraneo al mondo della cultura e dello spettacolo, presenta il medesimo atteggiamento di un ministro “politico”, che, per far quadrare i conti, deve tagliare i fondi ad un settore non ritenuto “utile” e “produttivo”. Come è giustamente afferma Gianfranco Capitta su Il Manifesto di oggi, il rettore dell’Università Cattolica Ornaghi non è che il “necroforo della cultura italiana”; egli consegnerà al successore al dicastero del MIBAC un settore profondamente snaturato e impoverito, allo stremo delle sue forze. Il taglio scriteriato allo spettacolo e alle politiche culturali è l’ennesima riprova della scarsa lungimiranza di alcuni ministri, che non sanno valutare il rientro di ricchezza culturale e materiale proveniente dai musei, dai teatri e dalle sale da concerto.

Ma quali ripercussioni potrà avere questo ulteriore taglio?

La prima ripercussione vedrà interessati i lavoratori dello spettacolo, che già si trovano a compiere le loro professioni al limite dello sfruttamento, con tagli ulteriori ai fondi verranno sicuramente colpiti rischiando seriamente il posto. Ma vi è anche una conseguenza “culturale”: calando i fondi pubblici, il mondo dello spettacolo dovrà ancora di più riferirsi a sponsor privati, in conseguenza di ciò l’espressione artistica rischia di perdere la sua libertà.

I vari governi che si sono succeduti negli ultimi anni alla guida del nostro paese hanno considerato la cultura come un ambito secondario, da affidare a persone che con il mondo della cultura non avevano nulla a che vedere; l’ultimo governo dei “tecnici illuminati” avrebbe potuto invertire la rotta, ma i professori della destra colta non hanno fatto nulla di diverso dai predecessori politici: Ornaghi si è comportato nello stesso modo di Bondi!

Si spera che il Governo che verrà dimostri un serio interesse per le politiche culturali e cessi i tagli indiscriminati dei fondi indirizzati a spettacolo, biblioteche e musei. Il settore della cultura contribuisce in modo determinante al progresso del Paese, non è un peso morto da tagliare: l’arte, la letteratura, le scienze sono “riserve di cittadinanza”, che consentono a un popolo di vivere in modo più consapevole.

Il primo Piano della Giunta

Il 30 ottobre il Consiglio Comunale di Senago ha approvato e reso operativo il Piano Comunale dei Servizi per il Diritto allo Studio a.s. 2012/2013. Esso illustra tutti gli interventi dell’Amministrazione in favore della scuola; è analitico e contiene anche gli impegni di spesa a copertura dei servizi e delle proposte.

Il documento, partendo da una breve analisi della situazione, raggruppa in cinque capitoli gli interventi: Servizi di supporto alla Pubblica Istruzione, Contributi e sostegni a progetti educativi, Sostegno all’attività didattica, Oneri e contributi da convenzioni con altri istituti, Acquisto arredi e manutenzione degli edifici scolastici. Per una lettura integrale del Piano e per la scheda sintetica che lo riassume, si rimanda ai link in fondo a questo articolo.

Esaminando il Piano, è evidente lo sforzo che l’Amministrazione Comunale ha fatto, nel progettare gli interventi. La politica scolastica comunale disegnata nel documento segue una traiettoria di continuità con gli anni precedenti nonostante il difficile momento economico del Paese e della città. Ma l’impegno di spesa complessivo è sceso, rispetto agli scorsi anni, a fronte di una stabilità della popolazione scolastica, che dal 2008 ad oggi si è mantenuta sempre attorno alle 2300 unità. Evidentemente, anche se si possono riconoscere ampiezza e qualità dell’offerta, una disponibilità finanziaria minore per una platea invariata produce una contrazione che si ripercuote soprattutto sulle parti più riducibili del programma. Insomma, tanto per fare un esempio, non si può risparmiare (molto) sull’erogazione del servizio di ristorazione scolastica, se lo si vuole di qualità. Però si può un po’ di più sull’arredo scolastico: e difatti la spesa scende.

Un servizio molto significativo per la scuola è stato del tutto tagliato: si tratta della mediazione culturale, che è scomparsa. Si tratta di un servizio molto importante, il cui taglio totale stupisce e preoccupa notevolmente: perché aggravare notevolmente i problemi di chi cerca di integrarsi? La Giunta ha calcolato le conseguenze e i costi sociali a breve e lungo termine?

Al contrario, per fortuna, è aumentato l’impegno di spesa per l’assistenza degli alunni diversamente abili.

I tagli di spesa sono distribuiti in molti dei capitoli del Piano, anche perché l’Amministrazione sta affrontando, con un impegno gravoso che supera gli 800 mila euro, la messa in sicurezza delle scuole secondarie di via Monza e via Risorgimento. Ma si trattava, anche in questo caso, di adeguamenti non più rimandabili: soprattutto, di una spesa sulla quale non si può risparmiare.

L’Amministrazione ha bilanciato questa situazione difficile inserendo nel Piano numerose offerte valide, di spessore culturale e formativo, a costo zero. Si tratta di una pratica consolidata di almeno due Amministrazioni precedenti; nella situazione attuale essa assume un particolare valore aggiunto.

E’ altresì evidente, soprattutto in questo genere di offerte alle scuole, che il Comune ha voluto tenere conto delle proposte provenienti dal territorio, da Associazioni e da altri soggetti.Di particolare interesse, tra le proposte, è il progetto di lotta agli sprechi nelle mense scolastiche. Si tratta di una proposta nuova. E non sono molte, le proposte nuove. Ma ci sono.

Esaminando gli impegni di spesa del Piano, si nota inoltre che esso continua a erogare, sia pure riducendo la spesa, contributi alle scuole private. In una situazione in cui l’Amministrazione Statale taglia da otto anni con ossessiva regolarità, in ogni legge di bilancio, la spesa per la scuola pubblica, mentre aumenta gli stanziamenti verso le private, sarebbe stato meglio smettere di finanziarle.

L’impressione complessiva che un osservatore indipendente ricava dall’esame del Piano è quella di un progetto che cerca di barcamenarsi un po’ per affrontare un periodo difficile, con l’errore di alcune scelte che appaiono miopi e che creeranno maggiori problemi in futuro. Inoltre, una parte importante delle proposte dotate di spessore culturale è ereditata dalle pratiche dell’ormai defunta rete denominata “Crescere (a) Senago“. Ma si tratta di una riedizione delle proposte originarie fatta senza slancio, senza un ripensamento partecipativo. Ciò da un lato non produce innovazione, da un altro rappresenta la rinunzia a rilanciare l’idea di costruire una rete di tutte le agenzie educative del territorio. (Vedi http://senagobenecomune.wordpress.com/2012/10/03/assessore-curcio-rilanciamo-crescere-a-senago/). Insomma la proposta non racchiude l’idea della costruzione di cittadinanza e partecipazione tra ragazzi e bambini, anche piccoli. E non tocca solo alle scuole, insegnare ad essere cittadini: tocca anche al Municipio. Sarebbe stato possibile farlo a costo zero: per realizzare un progetto del genere, occorre coordinare e tessere la rete: associazioni, enti diversi, scuole, istituzioni che adesso non si “parlano” più, lo farebbero, se a guidare il progetto fosse l’Amministrazione. Non sarebbe facile, visti i tempi che corrono, ma varrebbe la pena. Sarebbe un investimento per il futuro.

Scheda sintetica Piano Diritto allo Studio Senago 2012-2013

PIANO COMUNALE DEI SERVIZI PER IL DIRITTO ALLO STUDIO 2012-2013

Scuola Titanic, una breve nota a margine degli ultimi provvedimenti di Profumo

L’allungamento dell’orario di lezione per i docenti, da diciotto a ventiquattro ore settimanali è l’ennesima riprova dell’ignoranza del nostro governo in ambito educativo. Il provvedimento, per riprendere le parole del Segretario Ferrero, è una stangata inaudita per il mondo della scuola, che rischia di lasciare a casa circa trentamila precari. Arrivati a questo punto c’è da chiedersi se effettivamente Profumo (ma anche i membri del suo staff) siano mai entrati in una scuola o in un’università e abbiano saggiato di persona la reale situazione del sistema educativo italiano. Non è un mistero il fatto che molti buoni docenti siano costretti ad un “volontariato coatto”, che sfora l’aula ed entra prepotentemente nelle case: un insegnante è tenuto, almeno per onestà intellettuale, a preparare lezioni, a correggere i compiti in classe, ma qui il Ministero non vede, non sente e non parla. La fatica fisica, intellettuale ed emotiva di un insegnante è, in pratica, forza lavoro a “costo 0”. Gli insegnanti dovrebbero smettere di preparare lezioni, correggere compiti, sarebbe uno sciopero indispensabile per mostrare all’esterno (cioè alla società e al ministero!) quanto lavoro “ombra” ci sia alle spalle del lavoro palese in classe.

L’incidenza sociale di questa operazione di macelleria è fortissima: oltre ai “fortunati” già di ruolo, che si vedono effettivamente decurtare lo stipendio, ad essere colpiti profondamente da queste nuovissime decisioni sono i molti docenti precari. Nessun governo ha saputo dare una risposta ai giovani docenti freschi di laurea e abilitazione, che sono costretti ogni anno ad elemosinare ritagli di cattedre, adattandosi a compromessi iniqui. Nemmeno l’attuale governo, benché abbia detto di aver sbloccato il sistema del reclutamento attraverso i TFA (tirocinio formativo attivo) e benché abbia bandito un fantomatico concorso, riesce a garantire un impiego dignitoso per il personale precario. Anzi, i TFA e il concorso (riservato ad una strettissima fascia di personale) paiono delle decisioni madide di demagogia, prese per ingannare e aumentare la precarietà. Chi potrebbe garantire ora ad un giovane una cattedra?

Considerata bene la trafila delle “ottime” decisioni del tecnoministro si arriva alla tanto ovvia, quanto drammatica, conclusione che l’intento precipuo dell’attuale governo sia quello di completare la demolizione della scuola pubblica, al fine di limitare sempre di più l’accesso alla cultura alle “classi popolari”.

I nostri “padri costituenti” erano ben consapevoli, dopo un  lungo periodo di oblio della libertà di pensiero, che una scuola pubblica fosse l’unica garanzia di “progresso materiale e spirituale” per il nostro paese. Questo nobile e fondamentale intento ora viene meno, in quanto si preferisce lasciare il monopolio dei saperi ad una elité di pochi privilegiati, contrapposti ad una “massa” dotata soltanto di minimi ed elementari rudimenti culturali.  Tutto questo è inaccettabile per un paese segnato profondamente da una crisi economica: è inutile ribadire che non possiamo permetterci un popolo condannato all’ignoranza. Senza scadere nella  facile e stucchevole retorica penso che il diritto ad un’educazione completa, di qualità, sia equiparabile al diritto alla sanità fisica e psicologica, al diritto di vivere in un luogo salubre, non inquinato. L’accesso pieno alla cultura PER TUTTI è una efficace via d’uscita dalla crisi, è l’unica istanza di rinnovamento che abbiamo nelle  nostre mani.

Antonio Gramsci parlamentare unitario

Il 27 giugno del 2007 una conferenza su Gramsci presso la Camera dei Deputati, ecco un video interessante video con dei bellissimi contributi. Anche se vecchie di cinque anni le parole degli studiosi intervenuti al convegno si rivelano attualissime e inducono ad una riflessione critica riguardo il grande filosofo.

http://www.youtube.com/watch?v=Grs2tCTCYYg

Una piccola nota a MACAO

Sgomberano la cultura e i manifestanti pacifici, ma non fanno nulla per l’indegna occupazione neonazista della “Casa d’Italia” di Colleverde (http://www.ilmessaggero.it/roma/cronaca/naziskin_in_concerto_a_colleverde_e_polemica_cancellieri_intervenga/notizie/195423.shtml). Proprio questa domenica si sono riuniti in quel luogo masse di nazisti provenienti da tutta Europa ed è preoccupante che la autorità non abbiano fatto nulla per sgomberare uno spazio pubblico. La cultura di MACAO è libera e vitale, la musicaccia dei nazisti è sinonimo di morte! Sembra che siano maggiormente ammessi concerti di gruppi violenti inneggianti l’odio, piuttosto che libere manifestazioni artistiche e culturali. Complimenti, in Italia abbiamo a cuore la cultura! Penso sia giusto esprimere un appoggio virtuale per gli artisti milanesi di MACAO!

E se anche Senago avesse bisogno di M^C^O?

In questi giorni sulla scena culturale milanese sta accadendo una vera rivoluzione: un gruppo di giovani lavoratori delle arti e dello spettacolo ha deciso di occupare un stabile in disuso, la torre Galfa, per aprire un nuovo spazio culturale: MACAO (http://www.macao.mi.it/). Gli occupanti hanno preso possesso del tutto pacificamente del palazzo in disuso e lì, in pochissimo tempo, hanno dato vita ad un grandioso progetto di rinascita culturale ed artistica. La creazione di MACAO denuncia il degrado in atto nelle nostre città, che penalizza il mondo dell’arte e della cultura e il vuoto della torre è proprio il simbolo di un sempre crescente vuoto culturale. Ciò che ha spinto gli occupanti è stata la necessità di dare un risposta nuova alla crisi culturale ed economica in atto: hanno preso una decisione drastica, di impatto ma straordinariamente viva. I numerosi artisti che in questo ore stanno combattendo contro sgombero – le autorità milanesi hanno da poco preso questa decisione –  sono il simbolo di un’Italia viva che resiste e cerca di reinventare e di reinventarsi. La ventata di libertà creativa di quelle persone ha mostrato a Milano e all’Italia un mondo di giovani delusi dalle reazioni della politica ufficiale, ma allo stesso tempo coraggiosi nel cercare una soluzione alla penuria di spazi.Gli eventi di grande qualità proposti da MACAO hanno come obiettivo un libero avvicinamento al mondo della cultura e vogliono essere contagiosi veicoli di una rinascita in un momento di fortissima crisi. Questo bellissimo progetto è a rischio, come ho già detto, le autorità civili milanesi stanno procedendo ora allo sgombero degli spazi della torre Galfa; il Sindaco si è dichiarato estraneo a tale decisione, ma non ha preso alcuna posizione nella cessione di spazi per eventi culturali autogestiti.

In un momento come questo in cui la categoria dell’utile tende a soffocare ogni istanza creativa, si senta la necessità vitale di un progetto culturale davvero “umanistico”. L’uomo deve ritornare al centro dell’attività politica e gli amministratori debbono avere come obiettivo il benessere fisico e spirituale di ogni cittadino, per questa ragione anche a Senago occorrerebbe un progetto culturale capace di coinvolgere autonomamente un gran numero di persone. A Senago mancano davvero spazi veramente liberi oltre gli oratori e le varie associazioni, eppure gli spazi non mancherebbero. La cultura e l’arte (in generale la bellezza), sono le uniche medicine capaci di sconfiggere il senso di disagio proveniente da una durissima crisi economica. Per questo anche il nostro paese ha bisogno di spazi come quello di MACAO in cui promuovere eventi culturali condivisi e partecipati.

TAV e archeologia

Un’archeologa parla dei danni provocati dai lavori per la TAV ad un importante sito archeologico neolitico… Complimenti al nostro superministro della Cultura, che non ha saputo difendere un sito unico, che avrebbe potuto portare tanto a quel territorio e al nostro Paese!

Ecco il link al video su Youtube: http://www.youtube.com/watch?v=UU6FDA3wMeM


Rifondazione c’è!

Luca Mercalli: PREPARIAMOCI

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