Posts Tagged 'crisi'

Taglio alle pensioni, la smentita…. che conferma

imagesLa smentita del ministro del lavoro (?) all’allarme diffuso dai sindacati sul taglio delle pensioni di reversibilità in realtà lo conferma pienamente. Il ministro, di cui non è particolarmente conosciuto l’acume, non si è reso conto di aver utilizzato la formula standard con la quale sono state sempre giustificate le manomissioni del sistema pensionistico.

Dalla riforma Dini del 1995 ad oggi sempre i governi hanno affermato che non sarebbero state intaccate le pensioni in essere, mentre massacravano tutte le altre. Questa affermazione era certamente dovuta al fatto che la Corte Costituzionale avrebbe bocciato una riduzione del l’assegno di chi già fosse in quiescenza.

Questo non vuol dire che poi le pensioni ai pensionati non siano state davvero ridotte, basti pensare al taglio della rivalutazione recentemente condannato da una ennesima sentenza della Corte, che poi Renzi e Poletti non hanno rispettato. Tuttavia è vero che in gran parte i tagli sono inizialmente precipitati addosso a chi sarebbe andato, forse, in pensione e non a chi in pensione ci stava già. Per questo la smentita non smentisce niente.
Se le prossime pensioni di reversibilità al coniuge del deceduto saranno calcolate tenendo conto dell’ISEE familiare, esse sarranno devastate.

Infatti basta solo che in una famiglia di 5 o 6 persone entrino due stipendi operai, e questa famiglia per l’ISEE sarà considerata benestante. Quindi le future pensioni di reversibilità saranno tagliate e tanto. Per quelle in essere ci sarà solo da attendere che si scateni la campagna contro i privilegi di chi conserva qualche diritto che gli altri non hanno più.
A quel punto per ragioni di equità taglieranno anche quelle che ora dicono di non voler tagliare.

Come hanno sempre fatto tra una smentita e l’altra. Poletti è solo l’ultimo e il meno credibile di una lunga serie di ministri di governi che hanno considerato il sistema pensionistico pubblico come il loro bancomat.

di Giorgio Cremaschi

Annunci

L’abbondanza e il capitale

Il capi­ta­li­smo ha un grande e tenace nemico, una malat­tia che pro­duc64073980ae6d342f0837285d7b699df1d439fd9ec96dbc3aa1b71a4f_175x175_175x175e esso stesso inces­san­te­mente: l’abbondanza. Oggi l’abbondanza che lo minac­cia è, come sem­pre, quella delle merci, ma in una misura che non ha pre­ce­denti. Ad essa, negli ultimi decenni, se ne è aggiunta un’altra, asso­lu­ta­mente ine­dita, che coin­volge un vasto e cre­scente ambito di ser­vizi. Per alcuni beni la satu­ra­zione del mer­cato capi­ta­li­stico è visi­bile a occhio nudo ormai da tempo. I capi d’abbigliamento si com­prano ancora nei negozi, a prezzi che gene­rano un certo pro­fitto a chi li pro­duce e a chi li vende. Ma per il vestia­rio esi­ste un mer­cato paral­lelo così esteso e abbon­dante che ormai sfiora la gra­tuità. Si può dire che nelle nostre società più nes­suno ormai, nemmeno il più misero degli indi­vi­dui, ha il pro­blema di vestirsi. Non dis­si­mile feno­meno pos­siamo osser­vare nell’ambito dei ser­vizi più avan­zati: l’accesso all’informazione, alla cul­tura, all’arte, alla musica. Certo, occorre almeno pos­se­dere un cel­lu­lare, pagare un con­tratto a un gestore. Ma è evi­dente che siamo invasi anche qui – insieme, certo, al ciar­pame – da un’abbondanza di offerta, a prezzi decre­scenti che ten­dono a creare uno spa­zio di frui­zione fuori mer­cato. Sap­piamo che il capi­tale anche da tali beni rie­sce a trarre ancora pro­fitti, ma oggi è sotto i nostri occhi uno sce­na­rio di abbon­danza di ser­vizi e beni cul­tu­rali, di umana eman­ci­pa­zione, poten­ziale e di fatto, che non ha pre­ce­denti. Solo 50 anni fa tutto que­sto era lon­tano dalla nostra imma­gi­na­zione. Occorre sem­pre get­tare un occhio al pas­sato, per evi­tare di scor­gere nel pre­sente solo un cumulo di sconfitte.

Com’è noto, il capi­tale com­batte la caduta ten­den­ziale del sag­gio di pro­fitto inven­tando nuovi beni e nuovi biso­gni, dila­tando il suo domi­nio sulla natura per tra­sfor­mare il vivente in merci bre­vet­ta­bili, strap­pando al con­trollo pub­blico ser­vizi che un tempo erano dei comuni e dello stato. Ma il capi­tale, aiu­tato da cir­co­stanze sto­ri­che for­tu­na­tis­sime – la crisi e poi il crollo del socia­li­smo reale, la buro­cra­tiz­za­zione dei par­titi demo­cra­tici di massa e dei sin­da­cati, la rivo­lu­zione infor­ma­tica – ha sven­tato la più grande minac­cia da abbon­danza che gli sia parata din­nanzi nella sua sto­ria: quella degli ultimi decenni del XX secolo. Un oceano di merci stava per river­sarsi nel mer­cato dei Paesi avan­zati che avrebbe costretto impren­di­tori e governi a innal­zare i salari e soprat­tutto a ridurre dra­sti­ca­mente l’orario di lavoro. Si sarebbe arri­vati a quel pas­sag­gio epo­cale pre­vi­sto da Lord Key­nes nel sag­gio Pos­si­bi­lità eco­no­mi­che per i nostri nipoti, che, con la cre­scita della pro­dut­ti­vità «a un ritmo supe­riore all’1% annuo» avrebbe spinto le società indu­striali, nel giro di un secolo, a isti­tuire una durata del lavoro a 15 ore settimanali.

Poveri e indebitati

In realtà, la cre­scita della pro­dut­ti­vità mon­diale è stata supe­riore alle stesse pre­vi­sioni di Key­nes, con risul­tati però oppo­sti rispetto alle sue aspet­ta­tive. In un sag­gio pre­zioso per rile­vanza docu­men­ta­ria e nitore espo­si­tivo, Abbon­danza, per tutti (Don­zelli) Nicola Costan­tino ha ricor­dato che il tasso di cre­scita annuo della pro­dut­ti­vità a livello mon­diale, nel corso del XX secolo, ha oscil­lato tra il 2 e il 3%. Negli Usa, tra il 1950 e il 2000 è stato in media, del 2,5%; in Fran­cia, nel solo set­tore indu­striale, tra il 1978 e il 1998, del 3,7%. Il che ha signi­fi­cato che la pro­dut­ti­vità ora­ria del sin­golo lavo­ra­tore, a un tasso di cre­scita del 2% annuo, è aumen­tata di ben 7 volte, molto di più delle 2,7 volte ipo­tiz­zate da Key­nes e su cui egli fon­dava la pre­vi­sione delle 15 ore set­ti­ma­nali. Ma la gior­nata lavo­ra­tiva non è stata accor­ciata, se non in Fran­cia, in maniera con­tra­stata e oggi rimessa in discus­sione. Ovun­que, spe­cie negli ultimi anni, la durata del lavoro quo­ti­diano è cre­sciuta a dismi­sura. Negli Stati Uniti, già prima della crisi era diven­tato gene­rale il feno­meno del wor­ka­ho­lic, l’alcolismo del lavoro, men­tre oggi sem­pre di più gli ame­ri­cani lamen­tano la man­canza di tempo, il time squeeze, time pres­sure, time poverty (Bar­to­lini, Mani­fe­sto per la feli­cità, Don­zelli). Lavo­rano tutto il giorno come dan­nati: ma almeno gua­da­gnano bene? Niente affatto, essi sono in gran­dis­simo numero poveri e inde­bi­tati. Come ha ricor­dato Maxime Robin su Le Monde diplomatique-Il Mani­fe­sto (Stati Uniti, l’arte di ricat­tare i poveri, set­tem­bre 2015) oggi in Usa i check casher, pic­cole ban­che per pre­stiti veloci, dila­gano nei quar­tieri poveri più dei McDonald’s. Ma in genere tutti gli ame­ri­cani della middle class sono inde­bi­tati. «Uno sta­tu­ni­tense nella norma è un cit­ta­dino inde­bi­tato che paga le rate in tempo». E le cose non sono certo miglio­rate con la ripresa san­ti­fi­cata dai media. Il 95% dei red­diti aggiun­tivi che si sono creati dopo la crisi – ricor­dava The Eco­no­mist nel set­tem­bre 2013 – è andato all’1% delle per­sone più ric­che. Al restante 99% sono andate le bri­ciole del 5%.

Che cosa dun­que è acca­duto? Per­ché dal mondo dell’abbondanza a por­tata di mano siamo pre­ci­pi­tati nel regno della scar­sità? La rispo­sta essen­ziale è molto sem­plice. Per­ché il capi­ta­li­smo dei paesi domi­nanti (Usa e Europa in pri­mis), ricer­cando nuovi mer­cati e occa­sioni di pro­fitto nei paesi poveri (la cosid­detta glo­ba­liz­za­zione), innal­zando la pro­dut­ti­vità del lavoro, ristrut­tu­rando e inno­vando le imprese, non incon­trando resi­stenze in sin­da­cati e par­titi avversi, hanno gene­rato un’arma stra­te­gica for­mi­da­bile: la Grande Scar­sità, la scar­sità del lavoro. Il lavoro inteso come occu­pa­zione, come job. I dati recenti sono impres­sio­nanti. Tra il 1991 e il 2011 – ricorda Costan­tino – men­tre il Pil reale pla­ne­ta­rio è cre­sciuto del 66%, il tasso glo­bale di occu­pa­zione è dimi­nuito dell’1,1%. In 20 anni un quarto di beni in più con meno lavoro.

Logi­che sistemiche

Ma una vasta e ben con­trol­lata disoc­cu­pa­zione è oggi un arma poli­tica, non solo un effetto delle tra­sfor­ma­zioni eco­no­mi­che. Tale scar­sità, diven­tata per­ma­nente e siste­ma­tica, ha reso i rap­porti tra capi­tale e lavoro, eco­no­mia e poli­tica, poteri finan­ziari e cit­ta­dini, dram­ma­ti­ca­mente asim­me­trici e sbi­lan­ciati. Tutti invo­cano lavoro come gli affa­mati un tempo chie­de­vano il pane, for­nendo al capi­tale una legit­ti­ma­zione mai goduta in tutta la sua sto­ria. L’intera strut­tura dello stato di diritto ne risente, gli isti­tuti della demo­cra­zia ven­gono pro­gres­si­va­mente svuo­tati. Sin­da­cati e par­titi, fun­zio­nari del pre­sente, invo­cano la «ripresa» come se il futuro possa «ripren­dere» le fat­tezze del passato.

E tut­ta­via tale arti­fi­ciale scar­sità non può durare a lungo. Non solo per­ché le inno­va­zioni pro­dut­tive in arrivo (stam­panti 3D, intel­li­genza arti­fi­ciale) stanno per rove­sciarci interi con­ti­nenti di merci e ser­vizi, sosti­tuendo per­fino lavoro intel­let­tuale con mac­chine. Ma anche per­ché l’abbondanza del capi­tale che la Grande Scar­sità del lavoro oggi genera è una forma di obe­sità, una malat­tia siste­mica. C’è troppo danaro in giro, masse smi­su­rate di risorse finan­zia­rie, rispetto alle neces­sità della pro­du­zione. Patri­moni con­cen­trati in gruppi ristretti che non cor­rono il rischio dell’investimento pro­dut­tivo in società ormai sature di beni e con una domanda debole, men­tre la grande massa dei lavo­ra­tori è tenuta a basso sala­rio per­ché i loro padroni devono poter com­pe­tere a livello globale.

Que­sto qua­dro che non teme smen­tite – pog­gia su una vasta e solida let­te­ra­tura — ha una grande impor­tanza per la sini­stra. In esso è pos­si­bile scor­gere che una vita di gran lunga migliore sarebbe pos­si­bile per tutti e che solo i rap­porti di forza domi­nanti la osta­co­lano, facendo regre­dire la società nel suo insieme. Non c’è una crisi, intesa come un evento natu­rale. È stato il cedi­mento sto­rico dei par­titi della sini­stra, dei sin­da­cati, dei governi a favo­rire la vit­to­ria della scar­sità sull’abbondanza. Una grande bat­ta­glia per­duta, ma da cui ci si può riprendere.

La pira­mide della ricchezza

Da que­sta lezione si può com­pren­dere come niente di natu­rale è rin­ve­ni­bile nella situa­zione pre­sente: è tutto dipen­dente da scelte poli­ti­che, da puri rap­porti di forza. Si può così sma­sche­rare l’idea di una scar­sità a cui occorre pie­garsi come all’antico Fato. Cosi come l’idea di una «ripresa» affi­data alle riforme del mer­cato del lavoro, alla fles­si­bi­lità dei lavo­ra­tori, senza toc­care la pira­mide delle ric­chezze accu­mu­late. Non ci sono i soldi, recita la lita­nia dei poli­tici e di gran parte degli eco­no­mi­sti main­stream. È la più grande men­zo­gna della nostra epoca. I soldi non ci sono per pen­sioni digni­tose, per il red­dito di cit­ta­di­nanza, non ci sono per le borse di stu­dio agli stu­denti, che diser­tano gli studi uni­ver­si­tari, non ci sono per i nostri ricer­ca­tori e per la gio­ventù intel­let­tuale, costretta a migrare all’estero. Ma ci sono in misura cre­scente e cumu­la­tiva nei patri­moni pri­vati: in un solo anno, tra il 2011 e 2012, men­tre infu­riava la crisi, il numero degli indi­vi­dui con un patri­mo­nio supe­riore a un milione di dol­lari è cre­sciuto nel mondo del 6%, in Ita­lia del 10% . I soldi ci sono in quan­tità senza pre­ce­denti per le ban­che. E le cen­ti­naia di miliardi di euro che la Bce sta pro­fon­dendo a piene mani, sem­pli­ce­mente stampandoli?

Dun­que, una grande abbon­danza (auspi­chiamo, di beni e ser­vizi avan­zati, frutto di una gene­rale ricon­ver­sione eco­lo­gica, di ridu­zione del lavoro ) è alla nostra por­tata. E biso­gna infon­dere nella società ita­liana tutta intera que­sta grande pre­tesa. La pre­tesa della pro­spe­rità e del ben vivere per tutti. È una pro­spet­tiva di nuovi biso­gni, che non solo è pos­si­bile sod­di­sfare, ma coin­cide con una ten­denza sto­rica inar­re­sta­bile e che capi­tale e ceto poli­tico pos­sono solo ritar­dare, con danno gene­rale. La redi­stri­bu­zione dei red­diti e del lavoro e la lotta alle disu­gua­glianze incar­nano come mai nel pas­sato l’interesse gene­rale, una neces­sità indif­fe­ri­bile e uni­ver­sale. Oggi pos­siamo far sen­tire a tutti, anche agli sco­rag­giati e ai per­plessi, che nelle nostre vele può tor­nare a sof­fiare il vento della storia.

di Piero Bevilacqua da “Il Manifesto”

“Chi decide se un esame è utile, la Lorenzin?”

gino-strada

Chi decide se un esame è inutile, la Lorenzin?”. Gino Strada, cardiochirurgo e fondatore di Emergency, non esita a definire la lista dei 208 esami inutili “l’ennesimo taglio alla Sanità pubblica”. Può il ministero entrare nel   rapporto fiduciario tra medico e paziente decidendo quali esami è opportuno prescrivere? È l’ultimo scempio ai danni della Sanità: ormai medici e infermieri fanno il lavoro non grazie alle politiche pubbliche, ma nonostante queste. Nello specifico, alcuni di questi esami si potranno prescrivere solo in caso di anomalia pregressa: ma come posso accertarla se l’esame non si può fare?  

Il ministero dice di voler limitare la medicina difensiva. Di che si tratta? 

Sono le misure diagnostiche cui vengono sottoposti gli ammalati non perché ne abbiano bisogno, ma per tutelare il medico da eventuali rivalse legali. Ma in questa lista ci sono esami, come quello sul potassio o sul colesterolo totale, che sono quasi di routine per gli ospedalizzati. La medicina difensiva non c’entra. 

I medici hanno minacciato lo sciopero. C’è chi sostiene sia una battaglia corporativa per scongiurare le sanzioni sul salario accessorio.  

A me sembra una protesta ragionevole. Come medico ho il diritto e il dovere di utilizzare le prestazioni necessarie per accertare le condizioni di salute del mio paziente. In questo rapporto non può entrare la politica. 

È possibile risparmiare senza intaccare le prestazioni?  

Basta tagliare il profitto. Parliamo di 25/30 miliardi l’anno, una cifra enorme, quanto una grossa finanziaria. Abbiamo una Sanità che ha fatto diventare gli ospedali pubblici uguali a quelli privati convenzionati: entrambi funzionano col meccanismo dei rimborsi. Non le sembra assurdo? 

Cosa intende? 

Abbiamo costruito un sistema in cui fare più prestazioni significa ottenere più rimborsi, un sistema che non promuove la salute ma la medicalizzazione.Ora decidono che queste prestazioni vanno limitate. I Drg (Diagnosis related groups, ndr) dovevano servire a capire quante persone in una determinata area sono affette da una patologia, invece vengono usati come moneta di rimborso. E lo Stato italiano paga le prestazione molto più di quanto costino in realtà. Intanto l’anno scorso si è deciso di non incrementare di 2,3 miliardi il Fondo sanitario nazionale e quest’anno potrebbe succedere lo stesso. È solo un problema di austerity? A me sembra evidente la volontà di favorire le strutture private. Anche perché queste hanno uno stretto rapporto con chi occupa posti di lavoro nel settore pubblico. Lo sa che in Lombardia il 98% dei primari è iscritto a Comunione e liberazione? Altrettanto vale per il Pd in altre regioni. Nella sanità quasi non esistono concorsi pubblici nei quali non si sappia prima chi vincerà. 

Esiste un modello di sanità che dovremmo emulare?  

Molte delle cose che propongo verrebbero considerati passi indietro. Abbiamo 20 sanità regionali che moltiplicano per 20 le spese burocratiche: una follia.

intervista a Gino Strada da “Il Fatto Quotidiano”

Ma quale mondo giusto.

syriza-podemos-sinistra-radicale-italia-333-body-image-1432721247
Sembra un dettaglio ma forse non lo è. Giornalisti e commentatori hanno spesso la tendenza ad aggiungere “radicale” dopo la parola “sinistra” ogni volta che si parla di Alexis Tsipras o Pablo Iglesias, e oggi di Jeremy Corbyn. In realtà non bisognerebbe aggiungere nulla, e smettere invece di definire di sinistra tutti quei partiti europei che pur provenendo da un percorso comune hanno finito per allontanarsene così tanto, per passaggi e strappi successivi, da aver perso ogni traccia della loro storia.

Da molti punti di vista una persona come Matteo Renzi è più vicina a Sergio Marchionne – perfino nel linguaggio del corpo – che agli operai che lavorano negli stabilimenti della Fiat. Ma non è questo il punto. Il fatto è che sul nostro pianeta una grandissima maggioranza di persone vive in condizioni inaccettabili, con gradi di povertà che variano a seconda della latitudine e del colore della pelle.

E non c’è bisogno di scomodare nessun filosofo tedesco dell’ottocento.A dirlo sono, da anni ormai, gli studi delle agenzie della Nazioni Unite, il lavoro sul campo delle organizzazioni non governative, ma anche chiunque non chiuda gli occhi di fronte al fiume di persone che spinge alle porte dei paesi più ricchi.

Leggendo gli indicatori di scolarizzazione, salute, speranza di vita alla nascita, pil pro capite, accesso a servizi essenziali o libertà di movimento ci vuole coraggio per definire il mondo in cui viviamo un mondo giusto. Alexis Tsipras, Pablo Iglesias o Jeremy Corbyn saranno forse inadatti, avranno fatto e faranno errori, ma chi li ha scelti e votati ha solo cercato di ricordare che finora il capitalismo è stato un disastro, anche se costellato di invenzioni e innovazioni stratosferiche.

di Giovanni De Mauro da “Internazionale”

Milano: l’expo e le bufale di Renzi.

no expo

Di bufale ormai siamo stati abituati a sentirne innumerevoli ogni giorno, ma nel comizio finale alla Festa dell’Unità il presidente del Consiglio ha superato ogni limite. Ci vuole una bella faccia tosta a indicare Expo come un’esperienza virtuosa da imitare, al punto di indicare, come avvenuto qualche giorno fa, Giuseppe Sala, l’ad di società Expo, come un ottimo futuro sindaco di Milano. Proviamo a vedere come realmente stanno le cose:

1. “Nutrire il pianeta, energia per la vita” è lo slogan con il quale Milano si è aggiudicata l’Expo. Ora nessuno è tanto ingenuo da credere che un evento, anche di sei mesi, possa risolvere il problema della fame nel mondo; ma in tutti questi mesi dal grande circo di Expo non è uscita nemmeno una proposta per cercare di modificare quelle regole economiche, commerciali e finanziarie, che condannano 800 milioni di persone a soffrire la fame (e la sete) in un mondo dove c’è cibo in eccesso. Nulla di nulla.

2. La settimana prima di Pasqua Sala dichiarò che per andare in pareggio sarebbe stato necessario vendere 24 milioni di biglietti a 22 euro. Come il Fatto evidenzia quotidianamente, siamo decisamente lontani da tali obiettivi. A pagare il deficit saranno i cittadini milanesi e lombardi attraverso il taglio dei servizi municipali e se invece il disavanzo verrà – come si sussurra – ripianato attraverso l’intervento della Cassa Depositi e Prestiti questo significherà solo che il debito sarà stato suddiviso tra tutti gli italiani.

3. Certo noi cittadini milanesi abbiamo potuto accedere ad una grande “fiera”, assistere a qualche spettacolo anche di valore, visitare in città ogni tipo di mostra, ma a quale prezzo per la collettività? Se lo Stato aveva un paio di miliardi da investire sarebbe stato molto più utile puntare su investimenti produttivi visto il dramma della disoccupazione. Tanto più che delle decine di migliaia di posti di lavoro annunciati a Milano non c’è traccia. Intanto aspettiamo che qualcuno delle centinaia di volontari che ha lavorato gratuitamente ci racconti come grazie a ciò sia riuscito a trovare un lavoro.

4. In sei mesi abbiamo assistito, esponendoci agli sberleffi dei media di tutto il mondo, all’arresto di alcuni tra i massimi collaboratori di Sala, alle gare d’appalto bloccate dai magistrati, alle cupole politico-affaristiche svelate dalle inchieste ecc. Per non parlare dei padiglioni di casa nostra non conclusi nemmeno in tempo per l’inaugurazione ufficiale o del raddoppio dei costi del Padiglione Italia.

5. Piccolo ma significativo particolare: nel tentativo disperato di riempire sito e parcheggi sono perfino arrivati ad offrire biglietti scontati a chi si sarebbe recato ad Expo con la propria auto, fregandosene altamente sia di anni di  impegno contro l’inquinamento urbano da auto, sia del danno che così sarebbe stato arrecato all’azienda municipale dei trasporti pubblici. Non poco per chi aspira a fare il sindaco!

In questa situazione portare Expo come esempio e proporre Sala come sindaco è una follia. Come si può affidare la gestione di una metropoli complessa come Milano a chi nasconde i conti, a chi non si è mai accorto (ammesso che sia così) delle truffe dei suoi principali collaboratori, a chi non termina la commessa ricevuta nei tempi previsti?

Ma Sala è ben introdotto nei salotti che contano a Milano e a Roma, gli amici di Renzi all’Expo hanno avuto un ottimo trattamento e grande visibilità, sa muoversi in modo compatibile all’insieme del mondo politico; che c’è da lamentarsi? E infatti alla candidatura di Sala aveva pensato anche una parte significativa della destra; d’altra parte è stato direttore generale del Comune di Milano con la Moratti e in seguito è stato confermato alla società Expo dall’attuale giunta di centrosinistra. Con la candidatura Sala siamo di fronte alle prove generali del Partito della Nazione che non è altro che l’ennesima versione del patto del Nazareno che questa volta non ha per protagonisti diretti solo Renzi e Berlusconi ma l’insieme di quei poteri soprattutto finanziari e immobiliari che hanno in Milano il loro punto di forza.

Ma la partita non è chiusa, e non solo perché la magistratura milanese deve ancora dire l’ultima parola su Expo, ma anche perché, soprattutto in un periodo di crisi, le priorità dei cittadini milanesi (e non solo) dovrebbero essere altre: lavoro, casa, assistenza sanitaria e servizi funzionanti… sempre che ve ne sia la consapevolezza.

di Vittorio Agnoletto

Renzi, l’allievo che supera il maestro

Qurenziando si dice che in Ita­lia non c’è più un’opposizione — e que­sto da una buona quin­di­cina d’anni, per effetto della gra­duale con­ver­genza della sini­stra mode­rata sulle posi­zioni della destra — si enun­cia un titolo gene­rale che va poi svi­lup­pato nel det­ta­glio. Una que­stione con­cerne le pecu­lia­rità del ren­zi­smo, malat­tia con­ge­nita della post-democrazia italiana.

Con Renzi al potere la muta­zione della sini­stra — il suo para­dos­sale tra­sfor­marsi nel pro­prio con­tra­rio — è più che mai evi­dente. Lo è per diverse ragioni, non ultima il fatto che Renzi viene dopo alcuni pre­sti­giosi apri­pi­sta (Vel­troni e lo stesso inven­tore delle len­zuo­late e della ditta), dei quali rac­co­glie la pre­ziosa ere­dità. Ma c’è una ragione su tutte. Renzi è anche il legit­timo erede di Ber­lu­sconi, il suo allievo più solerte e talen­tuoso, il suo con­ti­nua­tore. Anzi, meglio: Renzi è Ber­lu­sconi. Ne è la rein­car­na­zione, il clone, la nuova epi­fa­nia sotto men­tite spoglie.

I prov­ve­di­menti del suo governo par­lano chiaro. Ha ragione l’onorevole Bru­netta quando segnala che il governo sta sem­pli­ce­mente attuando il pro­gramma di Forza Ita­lia. Meno tasse per i ric­chi e gli indu­striali nel paese che da decenni regi­stra il record dell’evasione e dell’elusione fiscale e con­tri­bu­tiva, oltre che della cor­ru­zione. E un attacco senza sconti alle tutele e ai diritti del lavoro dipen­dente pub­blico (a quei fan­nul­loni degli inse­gnanti e dei pub­blici impie­gati) e pri­vato (con l’azzeramento dell’art. 18 e il sema­foro verde all’impresa per il con­trollo sulla vita pri­vata di ope­rai e impie­gati). E una cam­pa­gna distrut­tiva con­tro le orga­niz­za­zioni sin­da­cali, dal Pd abban­do­nate al pro­prio destino. Dove il sin­da­cato è addi­tato come il nemico numero uno della libertà d’impresa secondo il van­gelo di Mar­chionne, o come il fat­tore prin­cipe del ritardo del paese, secondo il van­gelo di Squinzi.

E, ancora, un pac­chetto di «riforme» isti­tu­zio­nali (Costi­tu­zione, legge elet­to­rale, radio­te­le­vi­sione) che ven­gono inse­diando il più sgan­ghe­rato e mefi­tico regime pre­si­den­zia­li­stico, radi­ca­liz­zando il con­trollo oli­gar­chico sulle rap­pre­sen­tanze elette e accen­trando tutti i poteri di con­trollo — anche sulle mas­sime auto­rità di garan­zia della Repub­blica — nelle mani di un capo «solo al comando». Altro che Senato elet­tivo o meno, come vor­rebbe far cre­dere la sedi­cente «oppo­si­zione interna» del Pd! Il punto è la pronta con­se­gna di tutti i poteri nelle mani di un solo padrone poli­tico, lo slit­ta­mento verso una monar­chia di fatto poten­ziata da un’apparente legit­ti­mità repub­bli­cana. È il pro­fi­larsi di un pero­ni­smo post­mo­derno fon­dato sulla delega in bianco da parte di un «popolo sovrano» che «dice sì», gab­bato con qual­che bril­lante mano­vra dema­go­gica ed espro­priato della facoltà di inten­dere e volere.

Il vec­chio boss di Arcore non crede ai suoi occhi. È dispia­ciuto, certo, per non essere lui a fir­mare que­sto capo­la­voro. E per­ché la per­for­mance del gio­vane capetto di Rignano sull’Arno rischia di costar­gli cara in ter­mini elet­to­rali. Ma quando guarda alla sostanza, rischia di com­muo­versi. Chi glielo avrebbe detto che i suoi desi­deri si sareb­bero rea­liz­zati in pieno, che i sogni acca­rez­zati ai tempi delle scam­pa­gnate con Licio Gelli sareb­bero dive­nuti realtà, e pro­prio per ini­zia­tiva di chi avrebbe dovuto contrastarli?

E poi ci sono i modi, le forme, che in poli­tica sono sostanza. Come e meglio del mae­stro, Renzi ha infar­cito il pro­prio par­tito di nani e bal­le­rine e ne ha fatto una gio­stra di con­for­mi­smo e di ser­vi­li­smo. Del par­la­mento — culla del tra­sfor­mi­smo — ha la stessa con­si­de­ra­zione del vec­chio, che inten­deva ridurlo ai soli capi­gruppo. Quanto alla comu­ni­ca­zione, il modello è addi­rit­tura eclis­sato. Ber­lu­sconi si affi­dava alle video­cas­sette e alle calze di nylon, Renzi imper­versa impla­ca­bile coi cin­guet­tii più mole­sti. E, com­plice una stampa di veli­nari, dif­fonde per ogni dove una sequela di bugie e di pro­messe sem­pre più impro­ba­bili. Dove ogni nuova spa­rata eclissa la pre­ce­dente e ne can­cella il ricordo.

Per un verso era ine­vi­ta­bile che, sullo sfondo del neo­li­be­ri­smo, vent’anni di ber­lu­sco­ni­smo inci­des­sero sui modelli di com­por­ta­mento, gli stili della comu­ni­ca­zione e la sot­to­cul­tura del ceto poli­tico, finendo con l’incardinare una con­ce­zione patri­mo­nia­li­stica delle isti­tu­zioni. Ma non era scritto che si arri­vasse a tanto, a que­sta iden­ti­fi­ca­zione con il deus ex machina della destra popu­li­sta pro­prio da parte dei ver­tici di quello che, in teo­ria, dovrebbe essere il suo più agguer­rito avver­sa­rio. Allora si deve avere il corag­gio o forse sol­tanto la sin­ce­rità di dire forte e chiaro, per una volta, che la vit­to­ria anzi il trionfo di Ber­lu­sconi è il dato saliente di que­sta infau­sta fase post-democratica (post-politica) della sto­ria nazionale.

Que­sto è il dato di fondo, di là da det­ta­gli inerti ai fini della com­pren­sione storico-critica. E che cosa signi­fica tutto ciò? La misura della regres­sione è spa­ven­tosa. Inve­ste in primo luogo la poli­tica eco­no­mica e sociale e il sistema demo­cra­tico, minac­ciato da un dise­gno neo-autoritario. Ma ciò che desta le mag­giori pre­oc­cu­pa­zioni in un paese cro­ni­ca­mente afflitto dalla cor­ru­zione, dall’incidenza della cri­mi­na­lità orga­niz­zata, dalla col­lu­sione isti­tu­zio­na­liz­zata coi poteri mafiosi, dalla capil­lare per­va­si­vità di reti di affi­lia­zione segreta, è l’ostentato rifiuto di chi governa (e, non di rado, anche di chi ammi­ni­stra) di dispia­cere agli amici degli amici — al potere eccle­sia­stico, alle lob­bies delle armi e del gioco d’azzardo, al popolo dell’evasione fiscale, ai padroni della stampa e del cre­dito, fos­sero anche in ban­ca­rotta frau­do­lenta. È la disin­vol­tura sem­pre di nuovo osten­tata nei rap­porti con i poteri occulti e l’illegalità diffusa.

Può darsi che non tutto sia ancora per­duto, che non sia già troppo tardi per ria­prire in Ita­lia la que­stione demo­cra­tica. Ma se è così è da que­sto osceno grumo di com­pli­cità che occorre par­tire nell’analisi con­creta del nuovo caso italiano.

ALBERTO BURGIO da “Il Manifesto”

Privatizzare la sanità. Il modello Unipol.

45fcbe9461c6b4ef5a3aea323974cd6a_L

Il piano è sempre lo stesso, qualsiasi sia il settore pubblico da smantellare. Tagli la spesa, restringi i servizi, aumenti le tariffe, fai incazzare gli utenti, muovi un po’ di giornalisti prezzolati, alimenti una campagna contro “il pubblico” che incontra resistenze via via più febili (il servizio funziona sempre meno) e alla fine privatizzi tutto.

Abbiamo visto i “grandi successi” di Telecom e dell’Alitalia, per non dire dell’Italsider diventata Ilva. Lo stiamo vedendo con la scuola e l’università, fatte marcire tra taglio dei fondi, maltrattamento del personale e aumento delle rette, parallelo all’aumento dei fondi regalati alle scuole private.

La “fase finale” ora tocca alla sanità.

Come si privatizza la sanità pubblica? All’americana, naturalmente, dandola in mano alle assicurazioni e alle strutture private. C’è ancora un po’ di timore a presentarla così, quindi si comincia con degli studi, in cui magari un centro di ricerca serio come il Censis si mette a duettare con un qualcosa che si chiama Unipol, si comincia a far circolare il mantra che “bisogna superare certi pregiudizi” (le assicurazioni, in Italia, non godono effettivamente di grandi simpatie nella popolazione…), ma si comincia anche a disegnare teoricamente il nuovo assetto possibile di una sanità completamente privatizzata. A cominciare dal nome, ovviamente in inglese: white economy.

Il rapporto Censis-Unipol prende atto con soddisfazione che la sanità pubblica è stata ormai “frollata” a sufficienza e quindi “Appare ormai maturo il tempo di una nuova integrazione tra pubblico e privato, capace non solo di garantire la tutela sanitaria e sociale delle persone, ma anche di favorire la crescita economica, a partire dai territori”.

In fondo gli utenti sono stati ormai abituati a pagarsi quasi tutte le prestazioni sanitarie, a cominciare dall’assistenza agli anziani. Dunque non ci sarebbero troppi ostacoli pratici. Anzi, bisogna anche sbrigarsi perché la crisi ha ristretto la capacità di spesa delle famiglie in questo settore. Al punto che ci si cura in generale di meno (nonostante l’aumento dei ticket, infatti, nel 2014 la spesa delle famiglie è scesa del 5,7%) e per la prima volta è in diminuzione anche il numero delle badanti assunte per assistere gli anziani.

Per il presidente di Unipol, Pierluigi Stefanini, “Se sapremo superare i pregiudizi consolidati, il pilastro socio-sanitario, inteso non più solo come un costo, può divenire una solida filiera economico-produttiva da aggiungere alle grandi direttrici politiche per il rilancio della crescita nel nostro Paese”. Et voilà, il gioco è fatto. La salute della popolazione smette di essere un diritto individuale garantito dallo Stato e diventa una merce “prodotta” da una “solida filiera economico-produttiva”, con aziende private (cliniche, laboratori di analisi e diagnostica, ecc) che sostituiscono quasi in tutto la rete sanitaria pubblica. Cui dovrebbero essere affidate, in misura assolutamente residuale, tutte quelle prestazioni da cui proprio è impossibile estrarre profitti privati: pronto soccorso, malattie gravi e/o invalidanti di persone con redditi troppo bassi, ecc.

Naturalmente bisogna “comunicare” qualcosa di più attraente e meno volgare. Quindi si argomenta in modo solidale alle famiglie italiane che “nei lunghi anni della recessione hanno supplito con le proprie risorse ai tagli del welfare pubblico”. E anzi ci si presenta come pronti a correre in loro soccorso, perché “oggi questo peso inizia a diventare insostenibile. Per questo è necessario far evolvere il mercato informale e spontaneo dei servizi alla persona in una moderna organizzazione che garantisca prezzi più bassi e migliori prestazioni utilizzando al meglio le risorse disponibili”.

Sembra la pubblicità di una catena di supermercati che garantisce “prezzi bassi e fissi”. E bisognerebbe chiedersi come sia possibile che una “moderna organizzazione” della sanità in mano ai privati riesca a garantire -in futuro – prezzi più bassi e migliori prestazioni. L’esperienza comune, infatti, registra l’esatto opposto: prezzi spaventosi (una clinica privata con una certa affidabilità può arrivare a chiedere 500 euro al giorno per il solo ricovero, senza ancora calcolare i costi di visite specialistiche e medicinali, per non dire delle operazioni chirurgiche), qualche problema con i casi clinicamente più complessi (specie nella neonatologia, dove non è infrequente che bambini nati in cliniche private vengano trasferiti d’urgenza in ospedali pubblici specializzati, come il Bambin Gesù di Roma). Poi, certamente, in una clinica privata il “numero chiuso” – ristretto a chi si può permettere di pagare certe cifre o è coperto da un’assicurazione (appunto…) – garantisce un rapporto meno frettoloso con medici e infermieri, meno affollamento e nessun letto nei corridoi. Queste sono piacevolezze che vengono da sempre assegnate alla sanità pubblica che deve accogliere e assistere chiunque – meritoriamente – anche se non c’è posto.

Ma ci sono dettagli decisamente interessanti nel rapporto Censis-Unipol. Per esempio, lo scorso anno la spesa sanitaria privata è crollata del 5,7%. La riduzione generalizzata dei redditi, insomma, sta mettendo in crisi i profitti dei padroni delle cliniche e dei centri diagnostici privati (gli Angelucci e i Debenedetti, per esempio); quindi è decisamente il “momento” di garantir loro un solido aumento delle entrate.

L’idea è di copiare il modello anglosassone, soprattutto statunitense, con qualche mediazione: “un’integrazione tra offerta pubblica e strumenti assicurativi (che permettano di sottoscrivere polizze a costi accessibili per poter godere in futuro di servizi di assistenza, di cura e di long term care) e di intermediazione organizzata e professionale di servizi”.

Come farlo senza consegnare immediatamente e brutalmente la popolazione agli “intermediatori” sanitari privati? Con una attenta regolamentazione che serva a “stabilire le modalità precise per attivare tale percorso di integrazione, non tralasciando che molti fenomeni di cambiamento socio-demografico variano ed assumono sfumature differenti a seconda dei territori in cui si articola il Paese. Coinvolgere, pertanto, gli Enti territoriali nella definizione di processi di integrazione pubblico-privato, ma soprattutto coinvolgerli nella definizione di strumenti integrativi di welfare può essere una pista di lavoro per attivare servizi maggiormente rispondenti ad uno scenario in cambiamento. In questa prospettiva si pongono le proposte, di alcuni operatori privati, in primis Unipol, di attivare fondi sanitari integrativi di tipo territoriale, con una forte compartecipazione degli Enti locali”.

Decentramento, accordi con enti locali inchiodati dal “patto di stabilità” e dunque impossibilitati ad opporsi validamente alle pressioni dei “privati” in presenza di una riduzione generalizzata della spesa sanitaria pubblica e quindi alle montanti proteste della popolazione. La chiave per disarticolare le resistenze passa da qui.

Il tutto, ovviamente, per “stimolare la crescita del paese”, sviluppando “filiere”. Perché “è evidente che la modernizzazione e la crescita della white economy, non possono passare solo per un investimento pubblico ma, viceversa, dovrebbero passare attraverso l’attivazione di un’offerta privata di servizi e di strumenti assicurativi e finanziari privati, di tipo integrativo, coordinati con l’offerta pubblica e sottoposti, ovviamente, alla vigilanza di organismi indipendenti competenti per materia”.

Preparatevi a fare a schiaffi con le assicurazioni. Che, come in America, pretendono di coprire soltanto i clienti in perfetta salute, scartando tutti quelli che rischiano di costar loro più di quanto non versino di polizza.

Claudio Conti da “Contropiano.org”

Alcatel, al manager 13,6 milioni di euro e 900 posti di lavoro tagliati.

corruzione

In Francia la vicenda sta suscitando un vespaio di polemiche con le dichiarazioni feroci da parte del segretario del partito socialista (di maggioranza) Jean-Christophe Cambadélis e una richiesta formale a Medef, la Confindustria transalpina, di «prendere una posizione netta» nei confronti di un manager che – in nome dell’alto debito di Alcatel-Lucent in procinto di una fusione con Nokia-Siemens – ha tagliato 5 mila posti di lavoro in Europa (circa 900 in Italia) in un anno.

Ora il disappunto per la buonuscita da 13,7 milioni di euro per Michel Combes, ormai ex amministratore delegato della società di telecomunicazioni franco-americana, ha travalicato anche i confini ed è arrivato in Italia. Ieri una nota della territoriale brianzola di Fiom-Cgil ha stigmatizzato la decisione da parte del consiglio di amministrazione di Alcatel-Lucent di corrispondere un mega bonus di uscita per Combes ben oltre i 4,2 milioni di euro (e la clausola di non concorrenza) prevista all’atto della nomina alla guida del gruppo avvenuta due anni fa.

La sensazione è che la scelta di aggiungere quasi 9 milioni come stock option da esercitare dal primo gennaio 2016, sia stata evidentemente condivisa anche dai vertici di Nokia-Siemens in procinto di comandare anche a Parigi creando un colosso delle telecomunicazioni. Si aggiunga che Combes ha trovato già lavoro: sarà Ceo di Altice, la holding che controlla Numericable-Sfr.

Fabio Savelli da “Il Corriere della Sera”

Muri di impotenza.

filo-spinato-migranti

Sette anni fa, marzo 2008, la filosofa americana Wendy Brown parlò in una conferenza romana dei nuovi muri che dal 1989 in poi, a onta e smentita della retorica sul mondo unificato dal crollo del muro di Berlino, erano spuntati qua e là tracciando nuove linee di guerra, esclusione, xenofobia, militarizzazione poliziesca. Muri di cemento e di filo spinato, muri tecnologici fatti di sensori e telecamere, muri militari fatti di uomini in divisa; al confine fra Stati Uniti e Messico, Sudafrica e Zimbabwe, Egitto e Gaza, India e Pakistan, Arabia Saudita e Yemen e via dicendo, per marcare confini, discriminare popolazioni, allontanare migranti, poveri e lavoratori, acchiappare contrabbandieri e dissuadere terroristi.

Muri paradossali e fuori tempo: eretti ovunque per riaffermare e spettacolarizzare la potenza della sovranità nazionale, ne rappresentano al contrario, spiegò Brown, l’ineluttabile declino; tentando invano di richiamare in vita un potere statuale minacciato dai flussi di persone, merci e capitali della globalizzazione, ne mostrano la fragilità e l’impotenza; barrando i confini, ne mostrano la porosità.

Le fece eco, nello stesso convegno, Judith Butler, mostrando a sua volta la struttura altrettanto paradossale della retorica patriottica, nazionalista e islamofobica del discorso pubblico mainstream nell’America in guerra contro l’Iraq e l’Afghanistan. Anche in questo caso, l’ostentazione di forza e padronanza dell’individuo sovrano, armato contro l’altro e il diverso a difesa della propria identità e della propria way of life, altro non era che un sintomo della crisi dell’individuo occidentale, e segnatamente della sua incapacità di accettare l’umana condizione di vulnerabilità e interdipendenza che all’altro lo lega ontologicamente, e tanto più evidentemente nel mondo globalizzato. Sullo sfondo di entrambi i paradossi – ostentazione e crisi della sovranità statuale, ostentazione e crisi della sovranità dell’io – l’evento dell’11 settembre 2001, e i processi di de-democratizzazione e privatizzazione delle esistenze e dello Stato innescati dalla già allora trentennale egemonia neoliberale.

Erano i tempi, che oggi sembrano assai remoti ma non lo sono affatto, dell’America di George W. Bush e della sua politica di revanche sulla ferita di Ground Zero, quando ancora la vittoria elettorale di Barack Obama, maturata sei mesi dopo, sembrava improbabile e la sterzata da lui imposta al discorso pubblico americano sul piano della politica economica, della visione geostrategica e della convivenza multiculturale sembrava impensabile. Ed erano i tempi in cui la sinistra europea e i suoi intellettuali deploravano la degenerazione della democrazia americana, sicuri che mai e poi mai avrebbe contagiato e piegato il modello europeo. Venere contro Marte, stato sociale contro individualismo neoliberista, lumi della ragione contro oscurantismo neocon, stato di diritto contro Guantánamo e Patriot Act: fiumi di parole sono stati versati a sostegno di un supposto primato europeo in grado di immunizzarci dalla deriva della democrazia americana innescata dall’11 settembre. La costruzione della Ue, delle sue Carte dei diritti e delle sue Corti se non delle sue istituzioni politiche nate morte, avrebbe assicurato questo primato per il futuro.

A distanza di pochi anni si vede bene quanto fosse infondata quell’illusione. Il quadro del rapporto fra le due sponde dell’Atlantico si è ribaltato: il terrorismo internazionale ha spostato di qua il suo obiettivo e i suoi centri di arruolamento, la guerra – Libia docet, ieri e oggi – seduce più le classi dirigenti europee che quella americana, il neoliberalismo americano ha trovato nella politica economica di Obama una qualche autocorrezione mentre l’ordoliberismo tedesco detta legge in tutta Europa, la costruzione dell’Unione europea non è più né un sogno né un progetto ma un fallimento e una disfatta. E mentre gli Stati Uniti discutono sulla legge per la regolamentazione degli immigrati con toni che non arrivano mai nemmeno a sfiorare quelli di un Matteo Salvini, in Europa nessuna Carta e nessuna Corte riesce a frenare l’onda xenofoba che innalza i muri e manda a morte profughi e migranti.

Non solo. Tutto il carico più atroce della storia europea precipita sulla cosiddetta “emergenza” migratoria con la ferocia ineluttabile del ritorno del rimosso: come se le tracce della tanatopolitica dello sterminio si materializzassero di nuovo nei corpi asfissiati nei tir e nelle stive, nei cadaveri dilaniati dal mare, e perfino nella razionalità tassonomica di Angela Merkel che apre le porte ai profughi siriani ma chissà perché solo a loro.

Tanto più pregnante per l’Europa di oggi appare, in questo quadro ribaltato, la duplice diagnosi di Brown e Butler (nel frattempo oggetto di due libri, rispettivamente Stati murati, sovranità in declino, Laterza, e Frames of War, Verso). Tanto più paradossale risulta l’innalzamento dei muri – di ferro spinato come in Ungheria, di forze di polizia come in Macedonia, di navi da guerra come si fantastica di fare nel Mediterraneo al largo della Libia – che vorrebbero riaffermare la sovranità statuale in un’Europa che non è stata capace di costruire né un demos né un kratos sovranazionale, dove i governi nazionali oscillano fra l’esautoramento e la rivendicazione di un potere svuotato ed è solo ed esclusivamente la sovranità della moneta a dettare legge.

E tanto più paradossale suona il grido di guerra xenofobo dei Salvini, delle Le Pen e dei piccoli proprietari di piccoli privilegi al loro seguito, in un’Europa massacrata dalla crisi economica, sociale e valoriale, dove la riaffermazione dell’io sovrano o di un “noi” immunizzato dal contagio con “loro” serve solo ad armare di una finta identità l’incertezza e la precarietà, il disincanto e il cinismo dell’esistenza individuale e collettiva.

Né i ferri spinati né le polizie violente riusciranno a ristabilire quei confini che la spinta della necessità e il desiderio di libertà continueranno ad abbattere, e nessun muscolo identitario serrato a protezione dell’io o del “noi” riuscirà a evitare il contagio inevitabile, e salutare, con l’altro e con “loro”. Papa Francesco ha ragione quando dice che c’è una guerra in corso: ma purtroppo e come sempre, si tratta di una guerra fra impotenze mascherate da un fantasma di potenza. L’impotenza di un continente non più vecchio ma decrepito che non riesce a pensare il presente e ad abitarlo; di un passato coloniale che non sa come raccogliere i cocci delle tragedie seminate; di un’economia politica che non sa incrociare i dati delle migrazioni dall’esterno e all’interno dell’Unione europea (57.000 giovani italiani emigrati in Gran Bretagna solo nell’ultimo anno) e trarne qualche conseguenza sulla catena delle disuguaglianze che essa produce; di un neoliberismo che non riesce a vedere nei migranti una risorsa e non un’alluvione; di una politica che di fronte a un processo epocale e alla mutazione antropologica che inevitabilmente ne conseguirà trova solo balbettii difensivi e non una sola frase strategica; di una governance europea che ha aspettato di ritrovarsi un tir pieno di cadaveri sulla terraferma prima di accorgersi che il Mediterraneo è diventato già da anni un cimitero.

Muri inutili di filo spinato e di stupidità. Quando c’è una sola cosa urgente da fare, la prendo da un post che leggo su Facebook: aprire le frontiere, i cuori e soprattutto i cervelli.

di 

La pochezza di Renzi e quell’insulto al Sud

italia-nord-sud

Potrei star qui, una volta di più, a far la lista della spesa dei disastri – inseguiti e voluti – commessi dall’uomo con la faccia da pesce palla e la guittezza dei frassini appassiti: il mancato rispetto per il dissenso, lo stravolgimento delle regole (a partire dalla Costituzione), l’occupazione militare del potere, la rinascita del Nazareno (ma era mai morto?). Neanche Andreotti, Craxi e Berlusconi messi insieme erano arrivati a tanto.

Ormai però non mi stupisco più, anzi a dire il vero non l’ho mai fatto, avendo sempre guardato a Renzi per quel che è: uno dei peggiori presidenti del Consiglio nella storia della Repubblica Italiana, se non addirittura il peggiore. Una macchietta debole, arrogante, caricaturale, disastrosa, noiosa, patetica, comicamente supponente e smisuratamente vuoto. Non c’è neanche divertimento a criticarlo, perché per organizzare un dibattito bisogna essere almeno in due. Resta sconcertante che molti insospettabili, fino a pochi mesi fa, abbiano creduto in lui (e qualcuno ci crede ancora).

Quello che ho però trovato particolarmente grave – grave e offensivo – è la risposta sprezzante data a Roberto Saviano, un osservatore non certo accusabile di antirenzismo: “Sud, basta piagnistei”. Una frase becera, sommamente becera e ottusa, usata dalla peggiore retorica leghista. Karina Huff Boschi, troppo impegnata a chiedere ai suoi adepti di tagliare con l’accetta di Photoshop quelle 70-80 libbre di adipe ruspante da caviglie, cosce e glutei nelle foto a uso e consumo della propaganda, ha risposto piccata che “Saviano non legge i giornali”. Detto da una che pare aver letto al massimo il Postal Market, magari senza averlo capito perché le foto erano troppo criptiche, non è male.

“Basta piagnistei” è una frase oscena. Mi è capitato anche di recente di avere la fortuna di andare in Puglia, in Calabria, in Sicilia. E non ho visto certo gente che si piange addosso. Saviano ha semplicemente messo in fila dati inoppugnabili: il governo Renzi sta facendo più danni della grandine, e al di là delle sciocchezze di regime – “Siamo in ripresa”, “Basta gufi”, “La vita è bella” – la situazione è persino peggiorata rispetto a uno/due anni fa. Renzi dice al Sud di non piangere. Lo vada a dire ai ragazzi disoccupati di Castelbuono, che devono reinventarsi “ntaccaluòru” per raccogliere la manna dai frassini come i loro avi. Lo vada a dire a chi vive nel centro storico di Cosenza, e se lo vede franare ogni giorno addosso. Lo vada a dire ai familiari di Zakaria Ben Hassine, morto a 52 anni sotto il sole cocente di Polignano a mare mentre raccoglieva uva per 5 euro l’ora. E abbia il coraggio di dirlo ai familiari di Paola Clemente, 49 anni, morta nei campi di Nardò lo scorso 13 luglio mentre raccoglieva pomodori per una paga ridicola, uccisa dall’afa e sepolta in tutta fretta sperando che nessuno se ne accorgesse. Il Sud non piange: ci prova, (non) caro Renzi. E se piange, e ha motivi per farlo, è solo perché l’Italia è in mano a una caricatura vivente.

Andrea Scanzi da “Il Fatto Quotidiano”


Rifondazione c’è!

Proposta di legge di iniziativa popolare: FIRMA anche TU!

SinistraSenago: per la Senago che vogliamo!

Massimo Gatti: consigliere della provincia di milano

Inserisci il tuo indirizzo e-mail per iscriverti a questo blog e ricevere notifiche di nuovi messaggi per e-mail.

Segui assieme ad altri 8.170 follower

Luca Mercalli: PREPARIAMOCI

PETIZIONE: “NO VASCHE”

Firma anche tu la petizione "NO VASCHE" promossa dal COMITATO SENAGO SOSTENIBILE. Clicca sull'immagine
Elezioni 2012

Calendario delle pubblicazioni

novembre: 2017
L M M G V S D
« Set    
 12345
6789101112
13141516171819
20212223242526
27282930