Posts Tagged 'Costituzione'

Difendiamo la Costituzione

difendiamo-la-costituzione21

Alle cittadine e ai cittadini raccomandiamo un voto consapevole e responsabile.

Non si tratta di una legge ordinaria ma della Costituzione, la nostra Carta fondamentale.
Modifiche sbagliate e destinate a non funzionare, così come lo stravolgimento del sistema ideato dai Costituenti, avrebbero effetti imprevedibili e disastrosi per l’equilibrio dei poteri, per la rappresentanza, per l’esercizio della sovranità popolare, in sostanza per la stessa democrazia, che invece va rafforzata, potenziata e difesa con la piena attuazione della Costituzione repubblicana.

Consapevolmente e responsabilmente, votate NO.

  • Carlo Smuraglia, Presidente Nazionale ANPI;
  • Susanna Camusso, Segretaria Generale CGIL;
  • Francesca Chiavacci, Presidente Nazionale ARCI.

I FASCISTI DI NUOVO A SENAGO LETTERA APERTA ALLA MAGGIORANZA DI GOVERNO

images

Il 16 ottobre 2016 un drappello di militanti dell’organizzazione di estrema destra “Forza Nuova” ha montato un gazebo nel centro di Senago ed ha potuto fare propaganda delle proprie idee. Non è la prima volta.

Le idee di questa organizzazione, fondata da personaggi condannati per banda armata e associazionesovversiva (fonte: Wikipedia) propagano odio contro immigrati, omosessuali, zingari, scegliendo i propri
bersagli proprio tra le vittime che i nazisti vollero nei lager e nelle camere a gas.
Basterebbe già solo questo per impedir loro di diffondere il distruttivo messaggio di odio ed intolleranza.
Basterebbe il ricordo delle conseguenze che la diffusione delle idee di questo tipo portò nel mondo.
Basterebbe l’applicazione delle leggi esistenti (Scelba, Mancino).

Ma di più, la maggioranza di governo di Senago si impegnò, con una Mozione approvata dal Consiglio Comunale il 21 dicembre 2015, a togliere agibilità politica a chi si richiama alle idee del defunto regime fascista.
La mozione votata da SEL, IpS e PD impegna Sindaco, Giunta e Consiglio Comunale ad “escludere qualunque tipo di propaganda o manifestazione sul territorio comunale di organizzazioni o altri soggetti che si ispirino al nazifascismo” e “ad istituire meccanismo di intervento che consentano di negare e/o ritirare il rilascio dell’autorizzazione di occupazione del suolo pubblico ad associazioni che presentino richiami all’ideologia fascista, alla sua simbologia, alla discriminazione razziale, etnica, religiosa o sessuale”.
Erano solo vane parole?
Perché non si impedisce a Forza Nuova di fare propaganda a Senago?
Qualcuno sostiene che non lo si può impedire perché a Forza Nuova venne concesso di presentarsi alle elezioni politiche ed europee, fin dal 2001.

Eppure il presidente Pertini ebbe a dire che il fascismo non è un’opinione, ma un crimine.
La concessione di spazio politico elettorale ad un’organizzazione del genere fu un gesto esecrabile, in contrasto con la Costituzione (XII Disposizione finale), che vieta la ricostituzione del partito fascista sotto qualsiasi forma.
Il fatto che i Ministeri degli Interni del passato, tutti con… trazione a destra, abbiano voluto sfregiare la Costituzione in questo modo richiede un ravvedimento democratico ed antifascista.

La mozione antifascista senaghese, simile a quella approvata in molti Comuni vicini, rappresentava un passo in questa direzione.
La concessione bonaria o corriva di spazio politico all’estrema destra sta facendo dell’Italia, e precisamente della Lombardia, il territorio europeo dove si concentrano le manifestazioni dei più pericolosi estremisti e terroristi europei, che possono fare in Italia ciò che viene loro negato nei loro stessi Paesi.
Forse lo stravolgimento della Costituzione proposto dall’imminente referendum costituzionale prelude proprio all’abbandono dei valori fondativi di essa e della nostra Repubblica. L’antifascismo fa parte di essi.

SEL, IpS e PD facciano seguire i fatti alle parole della mozione che essi stessi votarono.
Non permettano mai più altre offese alla coscienza antifascista senaghese ed ai suoi morti per la libertà Mantica e Lattuada, la cui memoria va onorata e non vilipesa.
Lo spazio pubblico a Forza Nuova, d’ora in poi, va negato.

ANPI Senago, Sinistra Senago

Referendum costituzionale fra demagogia e cialtronismo

renzi

Il Presidente del Consiglio l’11 aprile scorso ha aperto la campagna elettorale sul referendum costituzionale annunciando che, per vincere, è disposto ad «usare anche argomenti demagogici». Un annuncio senza novità, la «demagogia», largamente coniugata alla forma «cialtronismo», è stata la cifra della sua comunicazione politica (propaganda) fin dai tempi della Leopolda.

Il «cialtronismo» è elemento fluidificante della «demagogia». In un contesto frutto di una coltivazione quasi trentennale di plebeismo, il «cialtronismo» può passare come aspetto disinvolto, popolare della comunicazione politica. Renzi può citare male e fuori contesto Chesterston, attribuire a Borges versi non suoi, attribuirsi una compartecipazione al traforo del Gottardo ignorandone persino la localizzazione (le televisioni svizzere si sono indignate e/o divertite; quelle italiane hanno sorvolato), ecc,.

E’ la continuità con Berlusconi, completa: ambedue demagoghi ed ignoranti, e di un’ignoranza di cui non hanno né coscienza né consapevolezza, hanno trasformato tale loro condizione in punto di forza. D’altra parte la «demagogia» si manifesta in maniera più persuasiva se può scaturire da una base «naturale». Sottovalutare le possibilità d’incidenza del connubio cialtronismo-demagogia nello scontro sul referendum costituzionale sarebbe un grave errore. Così come sarebbe un errore pensare al meccanismo propagandistico renziano solo come una sorta di fenomeno di superficie al di sotto della quale ci sarebbe il vuoto.

Al di sotto, invece, c’è una struttura materiale dura: la logica e la realtà evocate nel 2010 da Marchionne quando ha dichiarato: «Io vivo nell’epoca dopo Cristo; tutto ciò che è avvenuto prima di Cristo non mi riguarda e non mi interessa».

Nel tornante del secolo per Marchionne si è verificato il passaggio, a suo parere definitivo, tra la centralità del lavoro, la tensione verso l’uguaglianza, secondo Costituzione, alla riduzione dell’umana forza-lavoro a pura funzione del capitale. Renzi è totalmente interno a tale dimensione dei rapporti economico-sociali che reputa «naturali, esattamente come la sua antropologia culturale. Per questo, con tutta naturalità appunto, ringrazia ripetutamente il padrone globalizzato per la generosità con cui porta occupazione in Italia, mentre redarguisce severamente «certi sindacalisti» che, difendendo i diritti del lavoro, impediscono lo svolgimento della logica di mercato coincidente con la benevolenza padronale.

«Cevital…Merci», si può leggere in un manifesto apparso a Piombino, in una delle città italiane, cioè, dove per quasi un secolo la coscienza di classe è stata elemento essenziale della crescita civile. Cevital è la multinazionale del magnate algerino Issad Rebrab che investirà a Piombino nel settore siderurgico. Dunque un benefattore e bisogna ringraziarlo. Ed infatti, come è visibile in una foto celebrativa dell’evento, festeggiano il benefattore, eletto a «personaggio dell’anno 2015» da un giornale locale, i maggiorenti toscani del Pd, del governo nazionale e del territorio. Una posizione tanto più forte in quanto non frutto di quella che, del tutto impropriamente, viene chiamata «mutazione genetica» renziana.

Ricordiamo perfettamente Massimo D’Alema che nel luglio 2012, confrontandosi davanti a Montecitorio con un picchetto di operai Irisbus, diceva: «Non serve a nulla… tutto questo non serve a nulla … se lo mandiamo affanc…quello chiude e non lo vediamo più».

Ebbene la Costituzione, nello spirito e nella lettera, si pone in una dimensione antitetica rispetto al complesso dei rapporti sociali sotteso ai pronunciamenti di Renzi, D’Alema, e del ceto politico Pd di ogni livello. Del resto l’attacco alla Costituzione, il suo svuotamento, la sua continua manomissione proprio per questa sua incompatibilità con tutte le forme dell’ordo-liberalismo, non è certo cominciato con la riforma Boschi-Verdini, bensì con l’accettazione di fatto e di diritto (costituzionalizzazione del Fiscal compact) di un ordine europeo le cui normative confliggono con il documento fondante della Repubblica.

Si comprenderà, dunque, come la «ditta», ora «sinistra» Pd, che tale processo o ha promosso, o ha accettato, non possa ora opporvisi sulle questioni di fondo. I suoi residui esponenti se ne stanno nell’ombra e attendono (non si sa bene chi e che cosa) mentre pigolano sempre più piano.

Proprio nei giorni scorsi il neo ministro allo Sviluppo economico, fortemente voluto da Renzi, ha chiarito in maniera esemplare il nodo centrale della riforma Boschi-Verdini. Ha sostenuto che gli accordi di libero scambio Ttip e Ceta «sono fondamentali» (per chi?), per cui non si possono lasciare i parlamenti nazionali arbitri della loro approvazione. Dunque, ha concluso, «la governance deve essere ristrutturata sennò ammazzerà la nostra (?) politica commerciale» («Eunews» 13 maggio. I virgolettati sono nel testo).

La riforma costituzionale su cui voteremo a ottobre è tappa decisiva della ristrutturazione della governance su cui insistono da tempo i poteri dominanti internazionali. Renzi-Calenda dicono le stesse cose che un gigante della finanza globale come Jp Morgan Chase ha suggerito ai governi europei in un documento del 28 maggio 2013: liberatevi delle «Costituzioni, adottate in seguito alla caduta del fascismo presentano una serie di caratteristiche che appaiono inadatte a favorire la maggiore integrazione europea».

Questo è il punto centrale che demagogia e cialtronismo tenteranno di occultare. Questo è il punto centrale da rendere chiaro con tutti gli strumenti di demistificazione di demagogia e cialtronismo.

di Paolo Favilli,  storico

Questo 25 aprile

image1-322623_210x210

Non è un 25 aprile come gli altri. Questo potrebbe essere l’ultimo per la Costituzione nata dalla ‪#‎Resistenza‬. Se non sconfiggiamo nel referendum di autunno le modifiche imposte dal governo Renzi a un parlamento abusivo di nominati grazie a una legge elettorale incostituzionale non potremo parlare più di Costituzione.

Il combinato disposto di Italicum e modifiche costituzionali costituisce uno stravolgimento definitivo e un guazzabuglio autoritario senza pari in nessun paese democratico.
Non avremo più un regime costituzionale ma uno strapotere del capo che con il voto di una minoranza potrebbe nominarsi il parlamento e tutti gli organi di garanzia.
Nessun diritto sarà al sicuro di fronte a un esecutivo così forte e senza contrappesi istituzionali.
Sbaglia chi minimizza la portata autoritaria di questo stravolgimento perché a operarlo e’ il PD e non Berlusconi (che comunque lo ha condiviso).
Nessuna libertà e nessun diritto e’ al sicuro quando si consegna tutto il potere a un uomo solo al comando.
La generazione che scrisse la Costituzione lo sapeva per averlo vissuto sulla propria pelle, molti anzi troppi pare che lo abbiano dimenticato.

popolo-sovrano-638x300

 

Lo sciopero ai tempi del neofascismo

images

Rimane il fatto che la prima regolamentazione dello sciopero per i lavoratori pubblici risale soltanto a una legge del 12 giugno 1990. All’epoca era presidente del Consiglio l’ultimo Andreotti, il cui governo brillò anche per l’approvazione della famigerata legge Mammì, per protestare contro la quale si dimisero cinque ministri: tra essi, a suo onore, l’attuale presidente della Repubblica.

Erano gli ultimi vagiti del malgoverno del Caf, che avrebbe di lì a poco portato a Mani Pulite, alla caduta della prima Repubblica e alla nascita del regime Berlusconiano che sdoganò apertamente la destra italiana, fino ad allora mascheratasi dietro le politiche nazionalsocialiste di Craxi: prima fra tutte, la battaglia contro la scala mobile che tutelava parzialmente il potere d’acquisto dei salari e degli stipendi dei lavoratori, di fronte all’inflazione causata dall’aumento dei prezzi da parte dei venditori.

Nel corso dei successivi venticinque anni i diritti dei lavoratori sono stati sistematicamente spazzati via uno ad uno: dapprima, timidamente, da Berlusconi, e poi, bullescamente, da Renzi. Fa quasi tenerezza ricordare che nel 1970, quando il vento spirava in direzione contraria, era stato approvato persino uno Statuto dei Lavoratori, che letto oggi provoca ai renziani lo stesso prurito che avrebbe provocato ai fascisti durante il ventennio di Mussolini.

A Renzi, che da sempre parla come e per conto di Marchionne, i diritti dei lavoratori sono sempre apparsi inutili ostacoli sulla via del profitto degli sfruttatori e dell’uso degli uomini come ingranaggi, come in Metropolis di Fritz Lang o Tempi moderni di Charlie Chaplin. E non gli è parso vero di poter cogliere al volo l’assemblea dei lavoratori del Colosseo (peraltro tenuta nel rispetto delle leggi vigenti, come recita appunto la Costituzione) per piantare un altro chiodo nella croce dei lavoratori, assimilando per legge il turismo ai servizi pubblici essenziali.

Peccato che, mentre i servizi pubblici sono (o dovrebbero essere) al servizio dei comuni cittadini, il turismo sia invece la mangiatoia dei soliti succhiaruote: cioè, i profittatori privati e lo Stato. Per il resto di noi il turismo rientra spesso nella categoria dei disservizi pubblici, e i turisti non sono altro che mandrie di barbari che invadono le nostre città d’arte, rendendole invivibili e ingestibili per gli abitanti e i visitatori (che appartengono a una specie diversa dai turisti).

Se avessimo un presidente del Consiglio degno di questo nome, in particolare munito di mandato elettorale e competente, lo vedremmo all’opera per indirizzare il turismo nella direzione dello sviluppo sostenibile: in particolare, privilegiando l’alto rendimento economico e il basso impatto ambientale, in cambio di investimenti massici per la qualità.

Tra questi ultimi rientrano ovviamente i pagamenti degli straordinari, per i quali i lavoratori di ieri manifestavano, e i cui fondi sono stati appunto sbloccati in concomitanza con la manifestazione. Anche se, con la limitazione del diritto di sciopero dei lavoratori del turismo, il governo si è assicurato che in futuro nel settore non sarà più possibile protestare in maniera efficace per i propri diritti. Gli altri settori seguiranno presto, nell’attesa di eliminare del tutto i sindacati, come avvenne in Germania il 2 maggio 1933. Non a caso, il giorno dopo la festa del 1 maggio, la stessa in cui Renzi voleva precettare i lavoratori dell’Expo in ossequio ai “più alti interessi della nazione”: cioè, degli espositori e suoi.

di Piergiorgio Odifreddi da “Repubblica.it”

La cittadella del reuccio

ancona03-300x198Quel che sarà il par­la­mento ita­liano dopo che il dise­gno ren­ziano sarà giunto in porto è ampia­mente noto. La Camera dei nomi­nati e della mag­gio­ranza gover­na­tiva a priori fun­zio­nerà senza intoppi come cassa di riso­nanza e rati­fica; il Senato dei gerar­chi e dei pode­stà per­fe­zio­nerà l’accentramento dei poteri nelle mani dell’esecutivo. Il tutto per la legit­ti­ma­zione «demo­cra­tica» delle deci­sioni di palazzo Chigi. A quel punto l’Italia sarà un caso unico di Repub­blica mono­cra­tica domi­nata da un capo di governo ple­ni­po­ten­zia­rio, eletto da una mino­ranza di cit­ta­dini e posto in con­di­zione di con­trol­lare le auto­rità di garan­zia e tutti i poteri dello Stato, ecce­zion fatta (fino a quando?) per la magistratura.

Tra poco — pro­ba­bil­mente tra un annetto — que­sto pro­gramma comin­cerà a rea­liz­zarsi orga­ni­ca­mente. Ma non dob­biamo aspet­tare nem­meno pochi mesi per assa­po­rarne i primi frutti avve­le­nati. Quanto sta acca­dendo con la «riforma» della scuola è un’anticipazione molto istrut­tiva di ciò che ci attende. Un indi­zio e una prova tec­nica, som­mi­ni­strata per testare il paese e per assue­farlo al nuovo che avanza.

Rara­mente, forse mai prima d’ora, si era assi­stito alla scena di un ramo del par­la­mento ita­liano che vota in tran­quil­lità a favore di un prov­ve­di­mento di indi­scu­ti­bile rile­vanza (che modi­fica in pro­fon­dità strut­ture e modo di ope­rare di un set­tore vitale della società, e le con­di­zioni mate­riali di lavoro e di vita di milioni di cit­ta­dini) men­tre l’intero com­parto inve­stito da quel prov­ve­di­mento esprime la pro­pria asso­luta con­tra­rietà. Lo scio­pero del 5 mag­gio e la mani­fe­sta­zione con­tro le prove Invalsi pos­sono essere giu­di­cati come si vuole, ma su una cosa non sarebbe serio ecce­pire. Entrambi atte­stano l’unanime avver­sione del com­plesso mondo della scuola — inse­gnanti, stu­denti, per­so­nale tec­nico e ammi­ni­stra­tivo — a un modello che non per caso ruota intorno a due car­dini della costi­tu­zione neo­li­be­rale: la sedi­cente meri­to­cra­zia (foglia di fico pro­pa­gan­di­stica a coper­tura del ritorno a logi­che cen­si­ta­rie, auto­ri­ta­rie e oli­gar­chi­che) e la pri­va­tiz­za­zione della sfera pubblica.

C’è tutto som­mato di che stu­pirsi per la pron­tezza e pre­ci­sione della dia­gnosi che inse­gnanti e stu­denti hanno fatto della «buona scuola» ren­ziana. Evi­den­te­mente l’ideologia mer­ca­ti­sta non ha ancora total­mente invaso l’anima del paese. O forse la realtà della scuola ita­liana è tal­mente evi­dente nelle sue con­trad­di­zioni e mise­rie da non per­met­tere quelle ope­ra­zioni di cosmesi — di camou­flage, direbbe qual­cuno — che fun­zio­nano altrove. Stu­denti, ope­ra­tori della scuola e tanti geni­tori sanno troppo bene che cosa in realtà si nasconde die­tro la ver­go­gnosa reto­rica dell’«eccellenza» e dell’«autonomia», della «sele­zione» e della logica pre­miale del «merito». E die­tro il ricatto della sta­bi­liz­za­zione della metà dei pre­cari in cam­bio dell’accettazione dell’intera «riforma».

In un paese che figura sta­bil­mente all’ultimo posto della clas­si­fica Ocse per la per­cen­tuale di Pil inve­stita nella for­ma­zione dei gio­vani le chiac­chiere restano a zero. A chia­rire come stanno le cose prov­ve­dono gli edi­fici fati­scenti e i tanti soldi come sem­pre rega­lati alle pri­vate. Le col­lette per com­prare la carta igie­nica e il toner delle stam­panti. E i bassi salari degli inse­gnanti di ogni ordine e grado, respon­sa­bili anche del poco rispetto che taluni geni­tori mostrano nei riguardi di chi si impe­gna per istruire i loro vene­rati rampolli.

Sta di fatto che con­tro la «riforma» ren­ziana la scuola ha messo in campo una pro­te­sta pres­so­ché uni­ver­sale, ben­ché anni di divi­sioni tra le orga­niz­za­zioni sin­da­cali e un’eccessiva timi­dezza nelle ini­zia­tive di lotta rischino di vani­fi­care le mobi­li­ta­zioni. Non solo la scuola si è fer­mata in occa­sione delle agi­ta­zioni, ma è in fer­mento da set­ti­mane e mani­fe­sta senza reti­cenze un con­sa­pe­vole e argo­men­tato dis­senso. Pec­cato che tutto que­sto al par­la­mento non inte­ressi né poco né punto. Quel che si mostra allo sguardo degli osser­va­tori è uno scon­cer­tante paral­le­li­smo, quasi che «paese legale» e «paese reale» non fos­sero distinti ma dia­let­ti­ca­mente con­nessi, bensì pro­prio dislo­cati su pia­neti diversi. Per cui quanto accade nell’uno — le agi­ta­zioni, le pre­oc­cu­pa­zioni, il disa­gio, la pro­te­sta — non turba l’impermeabile auto­re­fe­ren­zia­lità dell’altro, ormai (di già) assor­bito nella rece­zione e pro­mo­zione della volontà del reuc­cio che si balocca alla lava­gna col suo appros­si­ma­tivo idioma burocratico.

Certo, non è la prima volta che si assi­ste a un feno­meno del genere. Qual­cosa di simile è già acca­duto col Jobs act, varato men­tre le fab­bri­che erano in sub­bu­glio per la can­cel­la­zione dell’articolo 18. Ma si sa che le que­stioni di lavoro e in par­ti­co­lare di lavoro ope­raio divi­dono il paese (e gli stessi sin­da­cati) e offrono ai governi ampi var­chi per ope­rare for­za­ture. Il caso della scuola è diverso per la sua con­no­ta­zione essen­zial­mente inter­clas­si­sta e per que­sta ragione pre­fi­gura pla­sti­ca­mente il qua­dro al quale dovremo abi­tuarci nel pros­simo futuro. Pro­te­sti pure il paese, scen­dano pure in piazza i cit­ta­dini, si mobi­liti quel che resta dell’opinione pub­blica. La cit­ta­della della poli­tica non si degna nem­meno di veri­fi­care la per­ti­nenza delle doglianze, tanto basta a se stessa e può fare da sé, in una mise­ra­bile rie­di­zione dell’autocrazia di antico regime. Può darsi che que­sta non sia che un’illusione e che un pro­gramma incen­trato sull’autonomia del poli­tico si riveli, oltre che inde­cente, impra­ti­ca­bile in virtù della reat­ti­vità del corpo sociale. Ma di certo risulta evi­dente a quale pove­ris­sima cosa si saranno ridotti, in tale sce­na­rio, par­la­men­tari e par­titi. Men­tre la poli­tica avrà negato se stessa con l’essersi anche for­mal­mente ridotta a mera fun­zione di domi­nio di una casta sulla cit­ta­di­nanza costretta a obbedire.

ALBERTO BURGIO da “Il Manifesto”

da il manifesto

Quando la democrazia è un accessorio.

5a8eb1b63baab2114de37bfc10f700c97421d506977015888258689f_175x175_175x175_175x175

Non c’è mai attenzione, nel dibattito pubblico, alla sostanza dei problemi ma solo agli “effetti che fa” questa o quella mossa di questo o quel leader. Un teatro del conformismo, insomma.

Questo accade non per caso. Accade perché viviamo in un’epoca di residualità democratiche e costituzionali, che non parlano più al cuore delle persone né rispondono più alle esigenze, ai desideri, ai sogni delle loro vite. La democrazia è un bene deperibile, tale che se non si nutre di passione democratica, larga e condivisa, come si dovrebbe avere verso un bene prezioso, non possono che vincere i Renzi, che ne possono fare a meno. L’hanno infatti sostituita con quella che chiamano la democrazia decisionale, di ispirazione neoliberista, che è tutt’altra cosa, ma a molti appare ormai un’alternativa al niente della vecchia politica. Un’alternativa rischiosa. Ma vallo a spiegare.

Residualità democratiche e residualità costituzionali, utilizzabili come va il vento e di cui si alimentano il notabilato e il trasformismo dilagante. Il partito della nazione in costruzione ne sta diventando l’emblema.

In Italia l’unità del sistema costituzionale non c’è più. Il problema andrebbe affrontato, se si vuole dar vita davvero al rilancio di una politica di sinistra diversa. Alcuni articoli della Carta del ’48 sono stati profondamente modificati nella loro “funzione”, oltre che nel loro senso; altri sono stati svuotati di significato, altri ancora semplicemente non sono mai stati applicati. E, soprattutto in Costituzione è stata inserita la “regola aurea” del pareggio di bilancio, con la “riforma” dell’articolo 81. E il tutto è avvenuto attraverso il voto di un Parlamento delegittimato e nel silenzio compiacente dei media. Con quell’inserimento è lo stesso assetto dei poteri “pubblici” su cui poggiava la Carta del ’48 a essere stato modificato. Ma il tutto è passato come acqua fresca.

Questo per dire che la concentrazione dei poteri, di cui si sta rendendo responsabile l’attuale premier, con il combinato disposto di riforma del Senato e legge elettorale, si nutre di un processo di svuotamento del carattere strettamente ordinamentale della Costituzione, che altri prima di lui hanno avviato e alimentato.

L’Italicum per Renzi è, per tutto questo, la sfida delle sfide. Se ce la farà è perché dimostrerà di essere come si presenta e il senso della sua sfida è proprio questo.

Ha ricevuto l’ennesimo endorsement da parte di Giorgio Napolitano, che, a proposito delle difficoltà che il premier incontra per concludere l’iter parlamentare della legge elettorale, ha sprezzantemente parlato di “spregiudicate tecniche emendative che hanno l’unico scopo di affossare le riforme”, chiarendo che non si torna indietro rispetto al testo già passato al Senato.

Mossa tra l’altro, quella di Napolitano, al limite dello sgarbo istituzionale nei confronti del nuovo Presidente della Repubblica, che, si presume, sarà ben libero di esprimere liberamente il suo parere quando la legge arriverà sul suo tavolo. E’ noto d’altra parte il parere dell’attuale Presidente Mattarella, già giudice della Consulta, sul Porcellum, che la Corte ha bocciato, e di cui la nuova legge ricalca gli aspetti deteriori, tra magici cerchi di nominandi e insopportabili esorbitanze premiali da attribuire a chi vince. Forse Napolitano teme perplessità presidenziali su questo versante e reinterpreta a favore del premier il ruolo già ampiamente svolto di Lord Protettore del “giovane” leader.

Di suo, d’altra parte, Renzi ci mette di tutto. Minaccia che salirà al colle, che farà sfracelli, che se la vedranno con lui, i riluttanti agli ordini di scuderia.

Minaccia soprattutto il voto di fiducia sulla legge elettorale. Ne parlano apertamente la ministra Boschi e un po’ più sobriamente il braccio destro di Renzi Guerini: un atto di insolenza istituzionale degna della politica corsare di Renzi e della sua squadra, nonché un grave strappo costituzionale, come scrivono le opposizioni, tra cui Sel, al Presidente della Repubblica. Ma questo strappo non solo è una tipica e ovvia mossa renziana, ma, soprattutto, insisto, è il frutto del tempo che viviamo, di un Parlamento ridotto a ufficio del bollo delle decisioni di Palazzo Chigi e sottoposto nei fatti a una torsione ordinamentale che attribuisce all’esecutivo poteri pressoché totali su tutto, deprivando la rappresentanza democratica della propria funzione di legislatore. Perché no, allora, il voto di fiducia sulla materia elettorale? Ma è materia di tutti, legge fondamentale che deve trovare d’accordo il più possibile tutti, dice sacrosantamente Bindi. Tutti chi? Può rispondere uno dei tanti giovani no future che percorrono le piazze reali del Paese alla ricerca della propria vita.

Discutiamo quanto volete – va cantilenando gioiosa Elena Boschi – “bella e impossibile” ministra delle riforme – ma intanto noi abbiamo deciso quello che gli italiani vogliono e voi dovete stare alla disciplina di partito.

Disciplina di partito e Renzi. Sembra un ossimoro concettuale e invece è il frutto di un inaridimento della democrazia. Una volta il problema era più democrazia nei partiti, oggi è più disciplina in quel che sopravvive alla crisi dei partiti. Spesso solo filiere di notabilati quando non vere e proprie bande di politici d’assalto.

Con Renzi e la sua squadra di fedelissimi sembra di essere stati catapultati in piena epoca di disciplinamento, dopo quella del godimento festaiolo di Berlusconi e dopo quella della contrizione per debito di Monti e Letta. Ma anche sulla disciplina c’è oggi conformismo mediatico.

La scommessa di Renzi sull’Italicum, l’ostinazione con cui difende l’indecoroso testo così denominato, fino alla sfida finale con la minoranza del suo partito, hanno ovviamente poco a che vedere con la preoccupazione politica di portare a temine il “necessario, sono vent’anni che se ne parla” percorso di rinnovamento degli assetti istituzionali, e di rispondere così alle attese degli italiani, come Renzi stesso e la sua squadra amano ripetere fino allo sfinimento. Le attese degli italiani non c’entrano nulla. Non c’entra nulla persino l’Europa. Non c’entra nulla, soprattutto, la ripresa che forse un po’ c’è ma poi si vedrà se c’è davvero.

L’Italicum è per Renzi soltanto lo strumento per assicurare a se stesso il tempo e i modi del suo futuro politico. Gli offre infatti l’opportunità di riorganizzare i ranghi del partito democratico con una robusta risciacquatura in Arno delle parti che sono rimaste fuori dai lavacri della Leopolda ma che nel frattempo hanno subito il fascino del nuovo leader e sono già saltate o pronte a saltare sul carro del vincitore. Serve per questo uno strumento per selezionare la “nuova classe dirigente” da collocare nelle istituzioni, nazionali e territoriali, che sia fedele, fidelizzata e al massimo disponibile alla fidelizzazione, come richiede il modello “partito della nazione” a cui Renzi aspira. Per questo non si può rinunciare all’Italicum che ha tutte le caratteristiche necessarie: il ferreo sistema di nomina della rete dei fedeli e lo strabocchevole premio di maggioranza alla lista vincitrice. E il tempo è adesso, ancora segnato dal successo delle europee e dallo spirito di perdurante attesa fiduciosa dell’elettorato. Nonché dalla possibilità di utilizzare a sfacciati fini di beneficio elettorale, nell’imminente voto regionale, il tesoretto all’improvviso sgusciato fuori dalle pieghe dei conti. L’imperativo è non lasciar sfuggire l’occasione d’oro, che forse potrà non ripresentarsi più.

Il tempo è adesso, per lui e per la nuova leva politica che intorno a lui e grazie a lui è cresciuta e che grazie all’insipienza politica e all’autoreferenzialità degli altri – quella che oggi è la composita galassia delle minoranze – è arrivata sulla tolda dl comando e accumula nelle proprie mani poteri a gogò.

Insipienza e autoreferenzialità delle minoranze dem che tutti gli accadimenti continuano a confermare. Anche, ahinoi, l’ultima “incandescente” riunione del gruppo della Camera. Se ne vedranno delle belle? Vedremo.

Elettra Deiana

Renzismo versione post moderna del Berlusconismo

renzi

La discussione su quanto sta accadendo nel Pd ha raggiunto da ultimo vette di ineguagliabile futilità. Ora si discute, in quel partito e intorno a quel partito, sulla misura del legittimo dissenso. Niente di meno. Tutto pur di evitare di guardare in faccia la realtà e le proprie smisurate responsabilità. Cerchiamo di fare almeno noi uno sforzo di serietà e di ragionare politicamente su questa partita che tutto è meno che una discussione interna a un gruppo dirigente. Perché c’è di mezzo, lo si voglia o meno, una buona fetta del destino di noi tutti e di questo paese.

Un buon modo per cominciare è chiedersi che cosa sia il renzismo. Che si può ormai definire, in modo sintetico e preciso, un fenomeno di destra mascherato da vaghe sembianze di centro-sinistra. È inutile attardarsi in esempi, anche se è bene non dimenticare che una delle ragioni del disastro italiano (e non la minore delle responsabilità di chi ha diretto la mutazione genetica del Pci prima, del Pds e dei Ds poi) risiede nel fatto che gran parte dell’elettorato progressista non è in grado di comprendere. Per cui rimane sotto ipnosi e vota per il Pd indipendentemente da ciò che esso è diventato e fa, nell’astratta convinzione di compiere una scelta «di sinistra».

Ma da quando il renzismo è un fenomeno di destra travestito? Meglio: da quando lo è in modo evidente, almeno agli occhi di chi è in grado di decifrare la politica? Ammettiamo che la preistoria fiorentina del presidente del Consiglio non fosse univoca sotto questo punto di vista.

Concediamo che le parole d’ordine della rottamazione e il braccio di ferro per le primarie aperte potessero ingannare gli ingenui (o gli sprovveduti). Fingiamo quindi che si dovesse stare per qualche tempo a vedere che cosa combinava il nuovo governo dopo l’occupazione manu militari di palazzo Chigi. Resta che la maschera Renzi se l’è tolta clamorosamente già l’estate scorsa, nel primo scontro durissimo su una «riforma» costituzionale dichiaratamente volta ad accentrare nelle mani del governo il potere legislativo e a trasformare il parlamento della Repubblica in una riedizione della Camera dei Fasci e delle Corporazioni

È trascorso poco meno di un anno e moltissima acqua è passata sotto i ponti.

Acqua inquinata e inquinante che ha investito, travolgendoli, diritti e condizioni materiali di vita e di lavoro (o di non lavoro) di milioni di persone. Acqua limacciosa e putrida che si chiama jobs act e italicum; tagli lineari al welfare e ancora soldi pubblici alle scuole private; acquisto di decine di cacciabombardieri e aumento della pressione fiscale sul lavoro dipendente ed eterodiretto; la bufala populista degli 80 euro e l’urto frontale con i sindacati; la cancellazione del Senato elettivo e decine di voti di fiducia e di decreti-legge; deleghe legislative in bianco e continue violazioni dei regolamenti parlamentari; patto del Nazareno e indecorose tresche con Marchionne e Confindustria. E ancora migliaia di tweet di autoincensamento compulsivo, da fare invidia al dittatore dello Stato liberodiBananas.

Bene: che cosa ha fatto la fronda interna del Pd in questo non breve arco di tempo?

Quali risultati ha portato a casa nel suo infinito psicodramma (esco non esco, scindo non scindo, voto non voto, mi dimetto no resto, mugugno ma mi allineo)? Di questo bisognerebbe parlare finalmente, senza tante chiacchiere sui massimi sistemi. E forse si evita con cura di farlo perché il bilancio è semplicemente disastroso.

Non solo perché Renzi ha potuto sin qui fare e disfare a proprio piacimento, nonostante non avesse (e a rigore non abbia ancora) i numeri, almeno in Senato.

Non solo perché si è fatto in modo che la confusione aumentasse a dismisura nel paese, e con essa il disgusto per la politica politicante.

Non solo perché si è alimentata la vergogna del trasformismo parlamentare, regalando ogni mese nuove truppe mercenarie al padrone trionfante, secondo le migliori tradizioni del paese.

Ma anche, soprattutto, perché, con uno stillicidio di penultimatum e di voltafaccia e di finte trattative e ancor più finte concessioni strappate al dominus, si è impedito al popolo della sinistra di orientarsi in una battaglia per la difesa della Costituzione e per un minimo di giustizia sociale che è ormai la più drammatica emergenza all’ordine del giorno.

Ora, si dice, qualcosa sta cambiando. Persino il teorico della ditta – sino a ieri l’alleato più zelante del premier – non si fida più (ma lo dice già da un mese) e fa la faccia truce. O l’italicum cambia o saranno sfracelli. Peccato che le cose davvero inaccettabili – il divieto di apparentamento e il premio stratosferico al partito di maggioranza relativa – nessuno le metta sul serio di discussione. Che si continui a invocare «un segno di attenzione» per poter continuare la manfrina. E che si fugga come la peste, invece, qualsiasi iniziativa unitaria volta a mandare a casa un governo che è un serio pericolo per la democrazia.

Perché di questo si tratta e chi si ostina a negarlo non rappresenta un problema né per Renzi né per la sua impresa. I sedicenti oppositori continuano a fraintendere la questione pensando che lo scontro riguardi il loro partito, se non la loro fazione. No. La verità è che siamo al gran finale di una storia più che ventennale di liquidazione della sinistra italiana.

Il generoso tentativo della Fiom di unire le forze sociali colpite dalla crisi e dalle politiche padronali del governo ne è a ben vedere la conferma più netta perché dimostra in modo flagrante che nulla di buono si muove nei paraggi della politica e che il sindacato – la sua componente più avanzata – è al momento l’unica risorsa disponibile per una rinascita.

Ma questa situazione deve cambiare perché non ci sarà coalizione sociale che tenga finché il mondo del lavoro resterà senza una rappresentanza politica. E già si è perso troppo tempo. Questa è la verità obiettiva sottesa allo (e nascosta dallo) psicodramma del Pd. Prima si avrà l’onestà di riconoscerlo e meglio sarà.

Alberto Burgio da “il Manifesto”

“Dalla RESISTENZA, la COSTITUZIONE”

evento_anpi_14

Proposta di legge di iniziativa popolare: firma per la il Lavoro e la Costituzione

E’ iniziata la raccolta firme per la proposta di legge di iniziativa popolare per difendere la nostra Costituzione e per un piano per il lavoro.

Potrai firmare ai nostri banchetti, nelle prossime settimane, al mercato o nelle piazze.

Clicca sull’immagine per saperne di più

pianolav

 


Rifondazione c’è!

Proposta di legge di iniziativa popolare: FIRMA anche TU!

SinistraSenago: per la Senago che vogliamo!

Massimo Gatti: consigliere della provincia di milano

Inserisci il tuo indirizzo e-mail per iscriverti a questo blog e ricevere notifiche di nuovi messaggi per e-mail.

Segui assieme ad altri 8.172 follower

Luca Mercalli: PREPARIAMOCI

PETIZIONE: “NO VASCHE”

Firma anche tu la petizione "NO VASCHE" promossa dal COMITATO SENAGO SOSTENIBILE. Clicca sull'immagine
Elezioni 2012

Calendario delle pubblicazioni

luglio: 2017
L M M G V S D
« Giu    
 12
3456789
10111213141516
17181920212223
24252627282930
31