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I FASCISTI DI NUOVO A SENAGO LETTERA APERTA ALLA MAGGIORANZA DI GOVERNO

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Il 16 ottobre 2016 un drappello di militanti dell’organizzazione di estrema destra “Forza Nuova” ha montato un gazebo nel centro di Senago ed ha potuto fare propaganda delle proprie idee. Non è la prima volta.

Le idee di questa organizzazione, fondata da personaggi condannati per banda armata e associazionesovversiva (fonte: Wikipedia) propagano odio contro immigrati, omosessuali, zingari, scegliendo i propri
bersagli proprio tra le vittime che i nazisti vollero nei lager e nelle camere a gas.
Basterebbe già solo questo per impedir loro di diffondere il distruttivo messaggio di odio ed intolleranza.
Basterebbe il ricordo delle conseguenze che la diffusione delle idee di questo tipo portò nel mondo.
Basterebbe l’applicazione delle leggi esistenti (Scelba, Mancino).

Ma di più, la maggioranza di governo di Senago si impegnò, con una Mozione approvata dal Consiglio Comunale il 21 dicembre 2015, a togliere agibilità politica a chi si richiama alle idee del defunto regime fascista.
La mozione votata da SEL, IpS e PD impegna Sindaco, Giunta e Consiglio Comunale ad “escludere qualunque tipo di propaganda o manifestazione sul territorio comunale di organizzazioni o altri soggetti che si ispirino al nazifascismo” e “ad istituire meccanismo di intervento che consentano di negare e/o ritirare il rilascio dell’autorizzazione di occupazione del suolo pubblico ad associazioni che presentino richiami all’ideologia fascista, alla sua simbologia, alla discriminazione razziale, etnica, religiosa o sessuale”.
Erano solo vane parole?
Perché non si impedisce a Forza Nuova di fare propaganda a Senago?
Qualcuno sostiene che non lo si può impedire perché a Forza Nuova venne concesso di presentarsi alle elezioni politiche ed europee, fin dal 2001.

Eppure il presidente Pertini ebbe a dire che il fascismo non è un’opinione, ma un crimine.
La concessione di spazio politico elettorale ad un’organizzazione del genere fu un gesto esecrabile, in contrasto con la Costituzione (XII Disposizione finale), che vieta la ricostituzione del partito fascista sotto qualsiasi forma.
Il fatto che i Ministeri degli Interni del passato, tutti con… trazione a destra, abbiano voluto sfregiare la Costituzione in questo modo richiede un ravvedimento democratico ed antifascista.

La mozione antifascista senaghese, simile a quella approvata in molti Comuni vicini, rappresentava un passo in questa direzione.
La concessione bonaria o corriva di spazio politico all’estrema destra sta facendo dell’Italia, e precisamente della Lombardia, il territorio europeo dove si concentrano le manifestazioni dei più pericolosi estremisti e terroristi europei, che possono fare in Italia ciò che viene loro negato nei loro stessi Paesi.
Forse lo stravolgimento della Costituzione proposto dall’imminente referendum costituzionale prelude proprio all’abbandono dei valori fondativi di essa e della nostra Repubblica. L’antifascismo fa parte di essi.

SEL, IpS e PD facciano seguire i fatti alle parole della mozione che essi stessi votarono.
Non permettano mai più altre offese alla coscienza antifascista senaghese ed ai suoi morti per la libertà Mantica e Lattuada, la cui memoria va onorata e non vilipesa.
Lo spazio pubblico a Forza Nuova, d’ora in poi, va negato.

ANPI Senago, Sinistra Senago

Questo 25 aprile

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Non è un 25 aprile come gli altri. Questo potrebbe essere l’ultimo per la Costituzione nata dalla ‪#‎Resistenza‬. Se non sconfiggiamo nel referendum di autunno le modifiche imposte dal governo Renzi a un parlamento abusivo di nominati grazie a una legge elettorale incostituzionale non potremo parlare più di Costituzione.

Il combinato disposto di Italicum e modifiche costituzionali costituisce uno stravolgimento definitivo e un guazzabuglio autoritario senza pari in nessun paese democratico.
Non avremo più un regime costituzionale ma uno strapotere del capo che con il voto di una minoranza potrebbe nominarsi il parlamento e tutti gli organi di garanzia.
Nessun diritto sarà al sicuro di fronte a un esecutivo così forte e senza contrappesi istituzionali.
Sbaglia chi minimizza la portata autoritaria di questo stravolgimento perché a operarlo e’ il PD e non Berlusconi (che comunque lo ha condiviso).
Nessuna libertà e nessun diritto e’ al sicuro quando si consegna tutto il potere a un uomo solo al comando.
La generazione che scrisse la Costituzione lo sapeva per averlo vissuto sulla propria pelle, molti anzi troppi pare che lo abbiano dimenticato.

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Fermata la parata nazifascista del 29 aprile: ma la mobilitazione antifascista non si deve fermare

Comunicato stampa della Rete Antifascista Nord Ovest Milano

29 aprile 2015 – Vietata la parata nazifascista, ma la mobilitazione degli antifascisti non si deve fermare.

La forza della mobilitazione antifascista che in questi due anni è riuscita a creare nuove condizioni nella città di Milano ha prodotto un risultato importante: la parata nazifascista che da alcuni anni sfilava indisturbata il 29 aprile è stata vietata.
Ma questo obiettivo raggiunto si accompagna a un inaccettabile atteggiamento del Prefetto e del Questore che, in nome di una offensiva ‘equidistanza’, vietano anche le mobilitazioni degli antifascisti. Una scelta che non possiamo accettare.

Nella repubblica nata dalla Resistenza tutti hanno diritto di esprimere e manifestare le proprie opinioni, tranne i fascisti. Gli eredi di chi ha gettato il paese nella tragedia non hanno diritto di cittadinanza. Lo sosteneva il grande presidente Pertini. Lo stesso presidente Mattarella ha recentemente affermato che non si deve equiparare chi ha ridato la libertà all’Italia e chi l’ha
straziato con una feroce dittatura.
Gli antifascisti milanesi tengono ferma la mobilitazione prevista per il 29 aprile, perché solo la presenza di massa organizzata può impedire le provocazioni che la galassia dei gruppi nazifascisti non manca mai di mettere in campo.

Per questo lanciamo fin da ora una manifestazione il 29 aprile alle 20. Nella assemblea di giovedì prossimo all’ARCI Bellezza definiremo le caratteristiche dell’iniziativa: una serata di lotta e testimonianza nella quale intendiamo rendere omaggio alla lapide del nostro compagno Gaetano Amoroso, assassinato nell’aprile 1976 in via Uberti nei pressi di Piazza Dateo, da una squadraccia fascista uscita dalla sede del Msi di via Guerrini.

Milano: nazisti e razzisti, No Grazie                                 Milano meticcia, antifascista e antirazzista

ANPI se ci sei batti un colpo

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L’antifascismo è oggi stretto fra derive opposte. Tra la parte istituzionale incarnata dall’Anpi e l’antifascismo antagonista e giovanile.

L’Anpi in questi ultimi anni ha cercato di rinnovarsi. Un’operazione riuscita a metà. Sono arrivate nuove iscrizioni, spesso di militanti in fuga dai partiti di sinistra, e si è assistito a una ripresa di vitalità. Ma in diverse situazioni si sono anche manifestate chiusure e indisponibilità al dialogo con le nuove generazioni. Un panorama vario e articolato, città per città. Prevalente è stato però, nel complesso, l’affermarsi di un profilo marcatamente istituzionale, con un’attività di tipo celebrativo quasi esclusivamente rivolta al passato. Lontano dal cogliere nella sua portata l’attualità e il pericolo delle nuove spinte xenofobe e razziste, quanto dell’irrompere sulla scena di nuove destre, nostalgiche e populiste.

Emblematico il caso milanese, dove l’Anpi ha considerato pericoloso mobilitarsi il 18 ottobre scorso contro la manifestazione nazionale della Lega e di Casa Pound, con migliaia di camicie nere e verdi in piazza Duomo. Sistematica la rinuncia, anche in seguito, a contrastare ulteriori iniziative dell’estrema destra, tra l’altro in piazza Della Scala, sotto il comune, come di recente accaduto. L’opposto di Roma dove, invece, l’Anpi è scesa in piazza, senza tentennamenti, sempre contro Lega e Casa Pound, a fianco dei centri sociali, in un vasto schieramento antifascista, mobilitando decine di migliaia di persone. Due linee.

Una Repubblica antifascista?
Vi sono certamente, sullo sfondo, le difficoltà del gruppo dirigente nazionale dell’Anpi a comprendere appieno alcuni mutamenti in corso nelle stesse istituzioni, sempre meno rispondenti al dettame costituzionale. In tutta Italia si tengono da anni iniziative pubbliche apologetiche del “ventennio”, con il costituirsi di formazioni apertamente neofasciste e neonaziste, con tanto di corollario di atti violenti, senza alcun vero contrasto istituzionale (si perseguono solo “i casi limite”). Ciò a prescindere dal succedersi di governi, ministri dell’interno, questori e prefetti, in una sorta di assoluta continuità. Un dato di fatto. Come la sospensione dell’applicazione di leggi ordinarie, in primis la legge Mancino, istituita proprio per contrastare l’istigazione all’odio razziale, etnico e religioso.

Alla stessa Anpi, quando protesta, si replica asserendo la legittimità di tutti a esprimersi, fascisti compresi. Allo stesso modo si risponde alle interrogazioni parlamentari, a volte di deputati e senatori del Pd, paradossalmente da parte di altri esponenti del Pd al governo. Una rilegittimazione dei fascisti ormai avvenuta. Una nuova fase nella storia della Repubblica, al passaggio epocale del cambiamento della sua carta costituzionale.
Affidarsi alle istituzioni democratiche per combattere i fenomeni neofascisti sta divenendo un evidente controsenso. Bisognerebbe prenderne coscienza. La crisi dell’antifascismo passa anche da qui.

Lo stesso futuro dell’Anpi appare incerto all’avvicinarsi del suo prossimo congresso nazionale. L’opposizione manifestata alle riforme in campo, sia elettorali sia costituzionali, sta producendo continui tentativi di contenimento, soprattutto attraverso l’azione del Pd ai livelli locali, volta a
depotenziare, sfumare, se non apertamente intralciare, la linea ufficiale. Il rinnovo, in programma, del presidente nazionale dell’associazione sarà probabilmente l’occasione per cercare di “riallineare” l’Anpi, confinandola a funzioni meramente celebrative. Un’eventualità più che concreta.

L’altro movimento
Lontano dall’antifascismo istituzionale si muove ormai da diversi anni un’area composita di giovani organizzati in centri sociali, collettivi e associazioni, presente su una parte importante del territorio nazionale. Quasi un mondo a parte con cui l’Anpi il più delle volte rifiuta il dialogo. A questa realtà si deve spesso l’iniziativa di contrasto, in tante città, delle iniziative razziste e neofasciste. La loro generosità ricorda da vicino i «reietti e gli stranieri» di cui parlava negli anni Sessanta Herbert Marcuse ne L’uomo a una dimensione, quando negli Stati uniti scendevano nelle strade per chiedere «i più elementari diritti civili», affrontando «cani, pietre e galera», a volte «persino la morte» negli scontri con la polizia.

Rappresenta un antifascismo diverso, non istituzionale e poco propenso al perbenismo, cresciuto con propri simboli (le due bandiere dell’“antifa” sovrapposte, mutuate dalle battaglie di strada dei comunisti tedeschi a cavallo degli anni Trenta contro le squadre d’assalto naziste) e propri modelli storici, gli Arditi del Popolo, in primo luogo, espressione di un’unità dal basso dei militanti di sinistra oltre le appartenenze politiche.

Come nel caso recente di Cremona (gli scontri a gennaio dopo il ferimento quasi mortale di un militante di un centro sociale da parte degli squadristi di casa Pound), quest’area, a volte, fa prevalere l’azione diretta rispetto a ogni altro calcolo politico, restando priva di sbocchi e isolata anche dalla sinistra politica.

L’esigenza di un nuovo movimento antifascista è più che matura. Un movimento necessariamente plurale, aperto alle nuove generazioni, privo di steccati e istituzionalismi fuori tempo, in grado di relazionarsi con il presente e i pericoli rappresentati dagli attuali movimenti razzisti e neofascisti. La stessa capacità di trasmettere la memoria della Resistenza non può che partire da qui, per non ridursi a vuota retorica. Un rischio già presente. Questo nuovo movimento non può che nascere dal confronto e dalla capacità di dialogo fra i diversi antifascismi. Sarebbe il caso che per prima l’Anpi battesse un colpo.

Saverio Ferrari da “Il Manifesto”

“Dalla RESISTENZA, la COSTITUZIONE”

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Venerdì antifascista a Novate

7 aprile 2014

La Repubblichina del terzo millennio

La Repubblichina del terzo millennio – Moni Ovadia (dal sito de L’Unità http://leparole-ipensieri.com.unita.it/mondo/2013/08/31/la-repubblichina-del-terzo-millennio)

Alcuni amici dell’Anpi mi segnalano che sul sito del quotidiano il «Giorno» del 13/08/2013, nelle pagine milanesi, sono comparsi questi titoli e sottotitoli: «Antisemiti, xenofobi e nostalgici. L’Internazionale dell’estrema destra. Il Festival Boreal a settembre: i movimenti si danno appuntamento qui», dove per «qui» si intende l’hinterland milanese. Segue poi, a firma di Nicola Palma, il seguente articolo di cui riporto la prima parte: «Il tam tam è partito qualche giorno fa sul web. Le adesioni sono pronte. Si scaldano i gruppi musicali invitati all’evento. Ci sono anche le date: 12, 13 e 14 settembre. Manca solo il luogo e non c’è da meravigliarsi quando si parla di raduni di neofascisti. Di certo si sa che migliaia di militanti dei movimenti dell’estrema destra di mezza Europa si sono dati appuntamento dalle parti di Italia-Milano Nord, come riporta genericamente il manifesto della seconda edizione del Festival Boreal. Uno spazio nella periferia metropolitana o un Comune dell’hinterland? Presto per saperlo. “Se non vieni non potrai mai dire ai tuoi nipoti: io c’ero”, lo slogan sulla pagina Facebook della sezione locale di Forza Nuova, che sta allestendo la kermesse in grande stile. Basta consultare l’elenco dei partecipanti per accorgersi che sta per andare in scena una sorta di Internazionale nera del Terzo Millennio. Si comincia dal Movimento della gioventù delle 64 contee, movimento ungherese che richiama sin dal nome l’ex impero austroungarico e reclama l’antica estensione della Grande Ungheria: l’ideologo si chiama Laszlo Toroczkai, militante del partito antisemita Jobbik (47 seggi nel Parlamento nazionale e tre a Strasburgo); xenofobo, fa parte di una formazione paramilitare denominata “Esercito dei fuorilegge” e sostiene che “Hitler è stato un politico di calibro europeo il cui apprezzamento deve ancora arrivare”».
Nella seconda parte del pezzo prosegue l’elenco dei partecipanti con la sintesi dei loro programmi e proclami «politici». Ci risiamo. Naturalmente, e giustamente, sono già state espresse le proteste dell’Anpi e di altre associazioni antifasciste contro il raduno. Ma, proteste a parte, c’è la necessità di dare risposta ad una domanda di giustizia che rimane inevasa in gran parte d’Europa e, con particolare nonchalance in Italia, Paese le cui istituzioni pullulano di fascisti irredenti o di opportunisti della pacificazione. I cantori di «legge e ordine», concedono libera riunione a chi propaganda e vorrebbe pianificare il genocidio di rom, ebrei, gay e menomati, la supremazia della razza bianca, l’islamofobia, il totalitarismo come forma di governo e altre amenità del genere mentre vogliono il detentore di un po’ di hashish in galera. Perché? Provo a dare una risposta: perché evidentemente in Italia vendere un po’ di sballo è molto peggio che essere nazifascisti. Questa è la «Repubblichina» che siamo.

Francia. Quando i fascisti uccidono

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L’assassinio a Parigi del giovane militante antifascista Clèment Méric è l’ultimo terribile atto di una catena di aggressioni e atti di violenza perpetrati da gruppi nazifascisti in vari paesi europei, in particolare in Grecia, ma non solo. Anche nel nostro paese, al di là della scarsa presa elettorale delle formazioni di estrema destra, cresce il loro attivismo sociale e crescono anche gli episodi di violenza e di aggressione da parte di queste forze.

Con l’aggravarsi della crisi e della disoccupazione, e l’assenza di un’alternativa di sinistra, la minaccia fascista sta crescendo nei paesi europei. E’ una minaccia che va presa sul serio, più di quanto è stato fatto finora, e rende necessaria l’azione unitaria della sinistra di classe anche su questo terreno, cominciando a pensare anche a forme di coordinamento su scala europea.

Esprimiamo la solidarietà all’Union syndicale solidaires nella quale Clément militava, e aderiamo idealmente alle manifestazioni antifasciste che si svolgono in Francia.

Clément Méric, «studente modello», «ucciso per le sue idee»

Di Mathilde Gérard

Di questo giovane si conosce solo una foto, diffusa dal gruppo Azione antifascista del quale era membro: una immagine in bianco e nero che mostra un viso di profilo, paffuto, i capelli pettinati con cura, la camicia a quadretti impeccabilmente abbottonata. All’indomani di un violentissimo scontro con un gruppo di skinheads, nel quartiere Havre-Caumartin a Parigi, Clément Méric, 19 anni, ha trovato la morte, giovedì 6 giugno, all’ospedale Pitié-Salpétrière. L’autore presunto dell’aggressione sarebbe astato arrestato secondo il Ministero dell’Interno.

Originario di Brest, aveva ottenuto lo scorso anno il diploma di maturità con il punteggio S e la menzione, dopo aver frequentato il liceo statale L’Harteloire. Il preside del liceo, Jean-Jacques Hillion, intervistato da Le Télégramme, ha descritto «uno studente brillante, direi anche uno studente modello. Non si dà per caso una maturità S con menzione Bene per poi iscriversi a Sciences Po [Scienze Politiche] Paris.. .» Era «cortese e rispettoso degli altri , ha aggiunto il preside, pienamente impegnato nelle questioni del liceo, in quanto delegato o rappresentante degli studenti. Era particolarmente eloquente e si sentiva in lui l’anima di un giovane capace di assumersi le sue responsabilità.»

I suoi genitori, ritiratisi di recente in pensione nel Gers, insegnavano diritto all’Università della Bretagna Occidentale (UBO, a Brest): diritto pubblico il padre e diritto privato la madre. Ex studenti hanno descrivono una famiglia molto simpatica e di spirito aperto, molto conosciuta da tutta la facoltà di diritto.

«Non era un attaccabrighe»

Clément Méric si era trasferito a Parigi a settembre per proseguire gli studi a Sciences Po. Tutti i suoi compagni hanno parlato unanimemente di «un giovane molto impegnato», «che non diceva mai una parola più alta dell’altra», «una persona dolce», «il tipo di persona che tutti vorrebbero avere nel proprio giro». «È stato ucciso per le sue idee», afferma sbigottito un compagno del primo anno.

Il giovane, che era già militante quando era liceale ed era vicino in particolare alla sezione di Brest della Confédération nationale du travail (CNT) ha rapidamente aderito come studente al sindacato Solidaires Etudiant-e-s di Sciences Po e al gruppo Action antifasciste Paris-banlieue (AAPB). L’organizzazione, erede dei «redskins» [pellirosse], si era impegnata negli ultimi mesi a favore della legge sul matrimonio omosessuale. Un video disponibile sul web mostra il giovane, vestito con una Tshirt arancio e una sciarpa rossa annodata al collo, sfidare i partecipanti della «Manif pour tous».

Secondo molti suoi amici «non era impegnato in un partito politico», il suo militantismo era sindacale ed essenzialmente centrato sulla lotta contro il fascismo. «era molto critico rispetto al Front de Gauche e all’UNEF (Unione nazionale degli studenti di Francia), che oggi si mobilitano attorno al suo nome, ha detto Camille (nome cambiato), anche lei militante di Solidaires Sciences Po. Tutto il clamore politico attuale lo avrebbe fatto arrabbiare. Ė stato aggredito perché era antifascista.»

In una conferenza stampa nel primo pomeriggio, i membri della AAPB hanno tenuto a sottolineare che Clément Méric non era un attaccabrighe, né un mostro di guerra. D’altronde è stato aggredito mentre andava ad acquistare dei vestiti in un negozio, hanno aggiunto.

Numerose manifestazioni erano previste nel tardo pomeriggio o in serata in molte città della Francia per rendere omaggio al giovane. (Articolo pubblicato il 6 giugno 2013 su Le Monde.fr) e ripreso da: sincri il 7 giugno 2013 in Attualità, Internazionale

…perché la verità è più forte di qualsiasi cosa, più luminosa del giorno, più terribile di un uragano…

 Di notte la prigione spandeva intorno una grande luce e il tiranno nel suo palazzo faceva tirare tutte le tende per non vederla, ma non riusciva ugualmente a dormire.

Giacomo di cristallo, anche in catene, era più forte di lui, perché la verità è più forte di qualsiasi cosa, più luminosa del giorno, più terribile di un uragano.

 

Da Gianni Rodari, Favole al telefono.

In questo clima di apocalisse annunciata, di post montismo, di caos ferroviario, come non si può, almeno per un istante, non portare la memoria a quella piazza del centro, che vede passare ogni giorno migliaia di studenti, turisti e uomini di affari? Tralasciando un momento l’emozione della data palindroma 12-12-’12, sarà forse bene non scordarsi della bomba che scoppiò quel pomeriggio di quarantatré anni fa nella filiale di piazza Fontana della Banca dell’Agricoltura. E ovviamente non possiamo nemmeno permetterci che discolorino nella nostra mente tutte le mancanze, gli errori, i crimini, che seguirono l’attentato, perché le ferite provocate dall’esplosivo sono ancora aperte, perché la verità sull’accaduto non è un bene comune.  È triste constatare in occasione degli anniversari delle Stragi, che la “verità” sui fatti è un lusso non destinato alla moltitudine dei cittadini. Il mistero che ammanta i volti degli stragisti, dei mandati italiani o stranieri, non è nemmeno minimamente degno di un paese civile, di un paese che si è formato dopo aver sconfitto quelle stesse persone che hanno piazzato la bomba a Piazza Fontana! Di questa vicenda noi possediamo  soltanto una verità frammentaria, incerta e traballante; dobbiamo costantemente mettere assieme i pochi tasselli che abbiamo in mano, sperando di poter dare la giusta ricompensa alle vittime e ai loro familiari.

Spesso lavorare sulle Stragi significa affidarsi a prove indiziarie, percorrere strade sbarrate, sia dalla negligenza, sia dalla malcelata volontà di insabbiare. Magari c’è la speranza di ritrovare in un qualche ufficio un armadio goffamente nascosto, ma forse sarà troppo tardi per poter vedere i volti dei bombaroli  davanti ad una  tribunale!

Viste queste cose non si può non dire che l’Italia abbia fatto completamente i conti con il fascismo, dalle stragi di Stato, agli eccidi nazifascisti riscontriamo la totale inadeguatezza delle minime azioni giudiziarie intentate contro quei fatti.  Gli “scheletri nei nostri armadi” non sono stati rimossi, il cancro della violenza e della sopraffazione intacca ancora i gangli vitali del nostro paese. Certamente una sentenza non ripara i danni intimi provocati da una bomba, ma ridarebbe al popolo quella consapevolezza della sua sovranità, che non lo farebbe suddito delle decisioni  violente di persone nascoste sotto la maschera di moderati e democratici.

Ma cosa si può fare in questo momento, mi si scusi la domanda retorica?

L’unica cosa in nostro possesso è il ricordo: non a caso tante parole di questo mio breve intervento si rifanno all’ambito della memoria! La memoria  e quelle piccole scintille di verità che possediamo sono armi potentissime (più potenti delle bombe!), capaci di far vivere chi è stato deliberatamente e ingiustamente ucciso!

Bologna 10.25

Bologna, trentadue anni fa, una bomba scoppia in una gremita sala d’aspetto della stazione. Sono le dieci e venticinque, la stanza è piena di gente, turisti, vacanzieri, studenti; cinque chili di tritolo e diciotto chili di nitroglicerina stipati in una semplice valigia spezzano la vita a ottantacinque persone e furono ferite duecento. Ottantacinque storie falcidiate da una violenza cieca, la stessa violenza che aveva soggiogato il nostro paese per più di vent’anni. Chi mai avrebbe pensato di cadere vittima in una sala d’aspetto di una stazione, alla partenza o al ritorno dalle vacanze, molti di loro già pregustavano il mare o avevano nel cuore la nostalgia per la sabbia il sale o il sole caldo. L’onda d’urto di quello scoppio fece crollare un’intera ala della stazione, investì un treno fermo sulla banchina, distrusse un lungo tratto di pensilina, trenta metri.
Tutti questi numeri riassumono velocemente l’odio di chi ha voluto far cessare ottantacinque innocenti giovani, mature, anziane storie. L’elenco dei loro nomi innocenti è memoria tangibile di un sacrificio inutile, caposaldo immenso di una testimonianza che ci deve essere sempre più cara dinnanzi ad ogni esternazione violenta di quell’odio del terrorismo Nero che ha macchiato tanto il nostro paese. Il loro ricordo deve essere esempio non immobile, ma spinta forte verso ideali antifascisti, affinché non più si possano vedere monumenti creati a commemorare  nuove stupide stragi.
Il ricordo deve esternarsi e concretizzarsi in comportamenti volti ad estirpare i rigurgiti e le comparse carsiche del fascismo. Il ricordo deve volgerci alla giustizia, che è diritto fondamentale di ogni popolo. Il ricordo deve aiutarci a rigettare tutte quelle affermazioni destabilizzanti che vogliono minimizzare la gravità della strage, come le dichiarazioni di Licio Gelli e del suo mozzicone. Le parole e l’ironia becera di chi non ha perso i più cari affetti feriscono chi si trova privato della più grande ricchezza come se fossero un’eco dell’onda d’urto provocata dalla bomba.
Contro queste parole terribili, contro la violenza di chi sfacciatamente continua a non mostrare vergogna o pentimento, noi opponiamo parole fieramente partigiane e antifasciste.

E il nome di Maria Fresu
continua a scoppiare
all’ora dei pranzi
in ogni casseruola
in ogni pentola
in ogni boccone
in ogni
rutto – scoppiato e disseminato –
in milioni di
dimenticanze, di comi, bburp.
(Il Nome di Maria Fresu, Andrea Zanzotto)

Il nome di Maria Fresu è il pungolo del nostro ricordo, il suo nome immateriale – la sua storia oramai senza corpo – risuoni nell’indifferenza di un paese con la memoria disintegrata. I ventiquattro anni di Maria e i tre della sua bambina Angela rimangano perpetui nel suono non conciliante della voce del Poeta e con loro anche le restanti ottantaquattro storie.


Rifondazione c’è!

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