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Puntualizzazioni riguardo il Referendum sulla Riforma Costituzionale

Le idee di chi scrive su questo blog, a riguardo del prossimo Referendum sulla Riforma Costituzionale, sono sicuramente chiare e ben note ai lettori. E’ netta la nostra presa di posizione a favore del No e la partecipazione militante al fianco dell’ANPI per respingere la cosiddetta Riforma Boschi-Renzi. 

Siamo ovviamente di parte e non ci piace dipingere un mondo nel quale si possa fare finta di recitare contemporaneamente ed ipocritamente il ruolo di diavolo e di acquasanta e con troppa leggera disinvoltura. Prendendo in prestito un passo del Nuovo Testamento ci verrebbe facilmente da dire che “Non si può servire Dio e Mammona”. Non si può stare contemporaneamente su entrambi i fronti di una barricata.

Con un certo imbarazzo ci tocca sottolineare che una rivista, che a quest’ora avrà già raggiunto diverse famiglie senaghesi, trova al suo interno un editoriale del proprio direttore che, scrivendo sul prossimo Referendum, che probabilmente dovrebbe svolgersi a novembre, cerca di riassumere simultaneamente le ragioni del Sì e le motivazioni del No.

Peccato che nel fare questo si illustrino le ragioni del Sì in modo anche correttamente partigiano, lo stesso direttore ci pare sia membro del Comitato locale per il Sì alla riforma. Non c’è nulla di male nell’essere di parte. Chi tra noi ha ancora un po’ di memoria storica e con il cuore che batte ancora un po’ a sinistra amerà senz’altro il passaggio di Antonio Gramsci relativo all’essere di parte ed allo schierarsi. Dicevamo che purtroppo nell’editoriale della rivista di cui sopra, sembrano chiare le ragioni del Sì, ma invece appare decisamente caricaturale il disegno che descrive le motivazioni di chi sostiene il No alla Riforma.

Non vogliamo calarci nel ruolo dei soliti Professoroni così invisi al premier del nostro paese, ma ci pare che l’editoriale di Senago – Noi e la Città contenga alcune inesattezze.

Ne elenchiamo solo un paio per sgomberare il campo da notizie fuorvianti e banalmente false.

  1. Non esiste un abbassamento automatico del quorum per i referenda abrogativi. Questo quorum (il numero di partecipanti al voto perchè un referendum venga dichiarato valido) viene ridotto solamente se le firme raccolte per indire la consultazione popolare hanno raggiunto la quota di 800mila invece delle consuete 500mila. Non è affatto una cosa semplice. Chi ha avuto anche poche esperienze di raccolta firme ricorderà che un numero così elevato è stato raggiunto in poche e rare occasioni. Il tempo per la raccolta firme è di soli tre mesi e stante la forte crisi di partiti, movimenti, sindacati ed associazioni e di tutti i corpi intermedi di questo paese risulta lampante come il risultato sia pressochè irraggiungibile. Probabilmente per la raccolta firme sull’acqua pubblica si superò il milione di firme, ma purtroppo sappiamo quanto l’esito di quel referendum sia rimasto inascoltato e soprattutto siano state disattese le richieste dei cittadini. Un buon governo dovrebbe vigilare sul rispetto per le decisioni del popolo sovrano. 
  2. Si accenna nel già citato editoriale, secondo chi scrive un po’ populisticamente nell’ottica di inseguire ed ammansire un certo grillismo che prende sempre più piede, che vi saranno 315 stipendi da senatore in meno. Ebbene il Senato non è completamente cancellato. Forse sarebbe stato addirittura meglio eliminarlo totalmente, tuttavia in presenza di una legge elettorale proporzionale.  Con il combinato disposto della Legge Elettorale Italicum e della Riforma Costituzionale crediamo proprio che lo scenario non sia dei più democratici possibili. I 100 residui senatori, un po’ sindaci, un po’ consiglieri regionali che si eleggeranno tra loro, un po’ come avviene già per i membri del Consiglio della Città Metropolitana, finiranno sicuramente per svolgere male entrambe le funzioni. Ebbene questi nuovi senatori, riceveranno comunque degli emolumenti e/o dei rimborsi e quindi sarebbe bene non buttare fumo negli occhi, parlando di un netto risparmio di 315 stipendi senatoriali. Ad oggi non è ancora chiaro quanto sarà il reale risparmio che si avrà una volta approvata questa nuova versione della Costituzione. I più ottimisti parlano di circa il 9% in meno della spesa attuale. Non certo la rivoluzione promessa !!

Crediamo, ma è solo una nostra modesta opinione, che, per amore della democrazia e di un dibattito franco, anche tanti giornali locali dovrebbero ospitare espressioni e motivazioni di voto dando la parola a rappresentanti delle parti a confronto. Si eviterebbero a volte molti malintesi ed alcune sintesi un po’ troppo azzardate.

Su questo sito non mancheranno, soprattutto nei prossimi due mesi, nuovi aggiornamenti ed anche appassionate discussioni sul merito del Referendum e quindi stay tuned…

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Maschere a Ventotene

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I teatranti sono Renzi, Merkel e Hollande. I quali nell’isola pontina, con gran fracasso di tamburi e tromboni della comunicazione padronale e anche di quel giornale che dichiara (senza vergogna) di essere stato fondato da Gramsci, tentano di mascherare la loro inanità nascondendosi dietro il Manifesto di Altiero Spinelli, un combattente tenace che di certo non avrebbe gradito. Andiamo allora al dunque e diciamo la verità.

L’idea dell’Europa federale e degli Stati uniti d’Europa concepita da Spinelli e Rossi nasce sulla premessa dell’abbattimento dell’imperialismo del capitale, del dominio assoluto dei monopoli privati e della grande finanza. Cioè del nazifascismo, che aveva provocato la tragedia della seconda guerra mondiale e la distruzione di ogni principio di solidarietà, libertà e uguaglianza.

Alla base del loro progetto non c’era il ritorno al modello dello Stato liberale, ma una nuova idea di socialismo, in cui le classi lavoratrici avrebbero dovuto svolgere una decisiva funzione dirigente, fino al superamento degli Stati nazionali, delle loro contraddizioni e contrapposizioni di interessi. Esattamente il contrario di ciò che si sta verificando oggi e che i tre in gita a Ventotene stanno praticando.

Costoro fanno ammuina (con evidenti differenze tra loro) sull’unione politica dell’Europa, e in pari tempo sostengono senza esitazione i tre pilastri che la rendono impossibile: il dominio assoluto della finanza e dei mercati, il contenimento dei salari e l’abbattimento del Welfare, la cancellazione della rappresentanza politica delle classi lavoratrici del XXI secolo.

In queste condizioni anche ai ciechi dovrebbe essere chiaro che l’unità politica dell’Europa è una pura declamazione e un grave inganno. In cui eccelle in noto statista di Rignano, il quale sbrodola dichiarazioni sull’unione politica del Continente mentre in Italia, con la controriforma della Costituzione e non solo, cancella di fatto il fondamento del lavoro della Repubblica democratica. Come egli stesso dichiara, ha in testa (se l’affermazione non è azzardata) un altro modello di democrazia, che rassomiglia molto alla dittatura dell’impresa, cioè del capitale.

Allora bisogna essere chiari fino in fondo: l’Europa dei popoli e dei lavoratori è l’unica Europa possibile. Come sosteneva Berlinguer, del quale Spinelli era diventato stretto collaboratore essendo stato eletto deputato europeo nelle liste del Pci e poi vicepresidente del gruppo parlamentare comunista. Un altro dato di fatto scientificamente occultato, perché del comunismo italiano, e della parola stessa, si teme persino la memoria.

In conclusione, dallo stato attuale delle cose si può uscire oggi per una sola via. Si tratta di lottare perché si sviluppi in ogni singolo Paese e in tutta Europa un vasto movimento politico-sociale per obiettivi concreti: il controllo dei mercati e della finanza contestualmente all’abolizione dei paradisi fiscali; il rilancio dell’occupazione e dei salari in connessione con un piano di investimenti pubblici; la definizione di un Welfare europeo con standard comuni di diritti e prestazioni sociali, che eviti la guerra tra poveri e tenda all’unificazione dei lavoratori.

Anche per questo è necessario riappropriarsi del Manifesto di Ventotene e della linea Berlinguer-Spinelli nella costruzione dell’Europa: per progettare e affermare una vera alternativa in cammino verso una civiltà più avanzata. Diversamente, tutto il resto è chiacchiera e smaccata difesa degli interessi costituiti. Con il risultato di continuare a scivolare inevitabilmente verso il Medio Evo, senza poter escludere una conflagrazione globale.

di Paolo Ciofi Presidente dell’associazione Futura Umanità 

Se la guerra all’Isis è una barzelletta

 

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Chi vive in un ambiente tossico fa addirittura fatica ad immaginare come si possa vivere in un ambiente sano. Ma se si parla di informazione sulla “guerra al terrorismo” il grado di tossicità è superiore a qualsiasi avvelenamento cerebrale potete immaginare.

L’opinione pubblica “di sinistra” non esiste più e ci coglie un forte senso di compassione per quelli che continueranno a guardare il Tg3 – renziano esattamente come gli altri due della Rai – perché per abitudine lo “sentono” come una fonte “di sinistra”.

In questo ambiente tossico senza speranza emergono poche voci che provano a descrivere il mondo per come è. Abbiamo ripubblicato diverse volte analisi di Alberto Negri, storico inviato de IlSole24Ore (l’organo di Confindustria deve comunque dare un quadro realistico ai propri iscritti-lettori per consentire loro di programmare al meglio gli affari; poche palle, insomma). E altrettante quelle di Fulvio Scaglione, vicedirettore di Famiglia Cristiana, che in questo pezzo è obbligato persino a citare Marx ed Hegel. Non è una curiosità ideologica. E’ la necessità di ritrovare il filo del senso in un mare di chiacchiere prive di senso, elaborate per nascondere e ottundere. Eroina in parole, null’altro

*****

D’accordo che siamo d’estate ma le barzellette sull’Isis non fanno più ridere. L’ultima è questa: c’è un servizio segreto dell’Isis che gira per l’Europa arruolando tutti i mattocchi che trova per trasformarli in lupi solitari. Quello di Nizza, che entrava e usciva dagli ospedali psichiatrici. Quello di Monaco di Baviera, che curava le crisi depressive con i videogame ammazza-tutti. Quello di Londra, che ha ammazzato una donna subito dopo essere uscito dall’ospedale dove cercavano invano di rimettergli in sesto il cervello.

Il meno che si può dire è che questo “servizio segreto” dell’Isis funziona assai meglio dei nostri sistemi di welfare: li trova tutti, i disadattati, li convince, li organizza, li indirizza verso il bersaglio. E senza farsi notare, mai. Perché, com’è noto, nei Paesi europei non ci sono polizie né servizi segreti, e tantomeno agenti infiltrati nelle comunità islamiche più a rischio di radicalizzazione. Nessuno, nelle nostre intelligence, sa chi siano i predicatori più fanatici né chi incontrino. Nessuno spia le comunicazioni né il web, anche se solo poco tempo fa abbiamo scoperto che i servizi americani origliavano il cellulare di Hollande e della Merkel.

Questa è la barzelletta dei ciecamente atlantisti. La grande congiura serve a spiegare perché siamo arrivati a questo punto, cosa che non era affatto obbligatoria. E si collega perfettamente all’altra grande storiella, quella che raccontano i biecamente atlantisti. I quali ora ci dicono che, proprio per sventare la grande congiura in Europa della Spectre islamista, bisogna colpire l’Isis a casa sua, a Raqqa, nelle roccaforti che ancora resistono in Siria e in Iraq. Bravi, sette più.

Sono anni che personaggi di tutto il Medio Oriente lo ripetono, anni che i cristiani della regione lo invocano. E non è mai successo niente. Due anni e un pezzo di finta guerra con finti bombardamenti. Una coalizione di 70 Paesi guidata da Usa e Arabia Saudita che non sa più che scusa trovare per non colpire colonne di miliziani che attraversano il deserto. Mentre a suo tempo fu possibile far fuori la Jugoslavia di Slobodan Milosevic e l’Iraq di Saddam Hussein in poche settimane, pestando duro sulle città e persino sui treni, senza farsi tanti problemi per le vittime civili. Mentre ogni sforzo, dall’addestramento di mercenari alla pressione politica internazionale, è stato diretto per indebolire l’unico argine che l’Isis, nella sua vocazione al massacro, abbia trovato sulla propria strada: l’esercito di Assad e l’alleanza Russia-Iran-Hezbollah.

Onestamente sale il sangue agli occhi quando a scrivere certe cose sono personaggi illustri che hanno grande dimestichezza con la Nato. L’unica cosa che abbia fatto la Nato, nella crisi gestita dall’Isis ma organizzata e finanziata dai Paesi del Golfo Persico con la benevolenza degli Usa e della Turchia, è stata correre a proteggere Recep Erdogan quand’è venuto alle mani con la Russia. E il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, specificò che si trattava di proteggere il confine della Turchia con la Siria, proprio quello attraverso cui in questi anni sono filtrati in Siria e in Iraq, ad ammazzare migliaia di persone per conto dell’Isis e dei suoi burattinai, quasi 60 mila foreign fighters. Per non parlare di tutti gli altri traffici. In altre parole, la Nato correva a proteggere uno dei principali canali di arruolamento e rifornimento del terrorismo islamico.

E adesso ci dicono che bisogna colpire Raqqa, colpire il cuore dell’Isis. A fare i complottisti verrebbe da pensare che i nuovi equilibrii strategici generati dal vero-finto golpe in Turchia (per esempio, il riavvicinamento tra Ankara e Mosca) abbiano convinto qualcuno che è ora di darsi una mossa, prima che certi legami si rinsaldino e magari Trump diventi presidente.

Ma stiamo alla realtà. E la realtà è che, imperterriti, replichiamo le stesse commedie, vendendole alla gente come “lotta all’Isis”, “guerra al terrore”. Per anni la gente del Medio Oriente ci ha chiesto di smetterla con i bombardamenti scenografici e di cominciare a combattere davvero gli stragisti islamici. Perché, ci spiegava la gente di là, che conosce bene i luoghi e i problemi, non c’è altro modo per risolvere il problema. Abbiamo fatto finta di niente. E adesso che succede? Altro bombardamenti scenografici sulla Libia, mentre i generali (per esempio, Marco Bertolini, ex comandante delle missioni italiane all’estero) avvertono che “i raid aerei da soli non possono essere sufficienti. Occorre poi una ricaduta sul terreno, occorrono truppe che facciano la guerra sul serio”.

 Il buon vecchio Marx, riprendendo Hegel, diceva che i grandi eventi della storia si presentano sempre due volte, “la prima come tragedia, la seconda come farsa”. Ma qui siamo ben oltre la seconda volta ed è più che venuto il momento di chiedersi: stiamo davvero cercando di eliminare il terrorismo islamico? Oppure quanto avviene in Europa, tra attentati, lupi solitari e mattocchi in cerca di un palcoscenico, è il prezzo che alcuni sono disposti a (farci) pagare nell’illusione di sfruttare l’islamismo per governare certe parti del mondo?
di Fulvio Scaglione

RUBARE IL FUOCO A PROMETEO È UN CRIMINE CONTRO L’UMANITÀ

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Il furto del fuoco rubato a Prometeo si narra in mille modi, però, comunque lo racconti, ricorda l’antichissimo e innato bisogno di emancipazione dell’uomo. E’ un tema universale: la lotta per il progresso, che è soprattutto lotta per la conoscenza e il possesso del sapere. Il fuoco non scalda i corpi diversamente da quanto la conoscenza riscalda l’animo dell’uomo e lo rende ribelle di fronte alla prepotenza del potere. Prometeo «colui che riflette prima», il Titano che ama il genere umano, altro non è se non la metafora d’una lotta inesausta, identica a se stessa nell’apparente trascorrere del tempo: lotta contro il potere dei pochi, affidato all’ignoranza dei molti. Prometeo non ha un suo tempo, perché il nostro passato è stato presente e il futuro domani diventerà un nuovo presente e poi ancora passato. Su tutto, dai primordi, quel conflitto senza il quale – ci ammonisce Eraclito – non ci sarebbe vita.

A fine Ottocento, Prometeo fu l’operaio in lotta per la scuola gratuita, aperta a tutti e per la refezione scolastica. Fu l’operaio che impose con le lotte ai falsi «vati» del liberalismo una legge di riscatto, smascherando l’inganno: non era onesto e non rispondeva ai bisogni reali della gente l’incitamento rivolto al legislatore da Carducci che, dall’alto della sua cultura diventata potere, scriveva con toni di padre e intenti patrigni: «sottraete il figlio del lavoratore alla sofferenza dell’alfabeto». L’operaio voleva soffrire di quella pena, perché ogni parola che imparava a leggere lo rendeva Prometeo e lo spingeva a rubare la scienza dei padroni. arma possente di liberazione. Si videro così cortei con le bandiere rosse attraversare i «corsi» e i «rettifili» di città, rifatte a misura di ricchi, pronte a mettere ai margini le «classi pericolose», facendo ricorso allo sfruttamento del lavoro. Ogni parola svelava il segreto che Prometeo aveva carpito ai numi: senza il fuoco della conoscenza lo sfruttato è il miglior alleato dello sfruttatore, perché non ha coscienza dei diritti.

Il fuoco esiste per riscaldare tutti e tutti hanno diritto all’alfabeto: chi lo userà per sfruttare e chi si approprierà del sapere per lottare.

Il futuro che seguì quelle lotte oggi è il nostro passato. Qualcuno l’ha chiamato «secolo dei lavoratori» e tutti i padroni lo sanno, benché non lo dica nessuno, perché ci sono verità che il potere nasconde come segreti di Stato: la generazione dei rivoluzionari bolscevichi nacque dall’improvviso regalo di uno zar narcisista più che riformatore: la scuola per tutti, gratuita e libera produsse il populismo russo e quest’ultimo i rivoluzionari. Quando si corse ai ripari, si fece la scuola di Renzi, ma era ormai tardi e cadeva il palazzo d’inverno, per merito dell’alfabetizzazione più che dei fucili.

Contro Prometeo, i padroni d’oggi hanno rovesciato la storia e rubato il fuoco, che lasciano deperire, riducendo in cenere le scuole e le università languenti. A chi vuole ravvivarlo si oppone la forza di titani maligni nemici del genere umano: dirigenti del nulla, che hanno il compito di spegnere intelligenze critiche e trasformare le scuole in fabbriche di sfruttati consenzienti, costringendo i docenti a rinnegare Prometeo. Per realizzare il progetto di questo governo liberticida, i dirigenti scolastici hanno scelto un nuovo modo di assumere docenti: un filmato in cui si veda per intero la figura di chi si «candida». E’ sempre più evidente: la nuova filosofia della conoscenza ha cancellato dalla storia l’apologo di Menenio Agrippa e il suo irrinunciabile insegnamento. Essa ci riconduce ai primordi dell’umanità, all’eterna lotta per la libertà contro il potere.

Prometeo però è immortale e il fuoco non può avere padroni. Sarebbe ora che Abravanel, Giavazzi, Ichino e tutti i sacerdoti del neoiberismo se ne ricordassero, invece d’inseguire fantasmi che hanno prodotto disastri: Prometeo non è un solo mito, è un modo d’essere dell’uomo nella storia di tutti i tempi. Come un passero intrappolato, piuttosto che vivere in gabbia, si rompono le ali contro le gabbie per riconquistare la libertà di volare, così l’uomo sfida le imposizioni e mette in gioco la vita, se il potere prova a imporgli un’ideologia di annientamento della sua libertà di scelta. Hai voglia di giocare con le parole. Se hai riconosciuto che la conoscenza è «un bene della vita», è inutile ricordare che costa, come costano le polizze assicurative, sicché i giovani che non possono permetterselo devono rassegnarsi, perché la scuola per tutti ha un prezzo troppo alto.

Non c’è prezzo troppo alto quando si parla di vita e perciò, finché c’è tempo, giù le mani dalla scuola. Sebbene a lunga combustione, una miccia giunge a innescare la carica esplosiva per cui è stata accesa. Qualcosa dovrebbe pur dircela la barbarie che monta ogni giorno di più. Da troppo tempo il potere ha rovesciato con la forza il corso della storia, rubando a Prometeo quel fuoco che filosofia della storia e leggi del progresso umano gli avevano imposto di rubare.

E’ tempo di restituire il fuoco al legittimo proprietario. Per il bene di tutti, padroni compresi.

Giuseppe Aragno da “La sinistra quotidiana”

Il dito indicava la globalizzazione, ma voi avete visto l’estintore

Violent G8 Protests

A Genova abbiamo provato a dirvelo: questa globalizzazione provocherà disastri. Ma voi avete fatto spallucce e siete rimasti dalla parte dell’ordine e della legge anche quando hanno indossato i panni del boia. Mica solo dei nostri carnefici. Quelli di Carlo Giuliani, dei poveri cristi della Diaz e di Bolzaneto, delle migliaia di persone massacrate in piazza. Ma pure dei vostri. Dovreste rifletterci: noi abbiamo provato a dirvelo che si stava globalizzando lo sfruttamento e non i diritti. Che si stava allargando la forbice fra ricchi e poveri anche in occidente, e che fra quei poveri sarebbe stata scatenata ad arte una guerra.

Cosa metterete oggi a tavola, ammesso che abbiate soldi a sufficienza per riempire il frigo? Pesce surgelato in arrivo dal Pacifico, in un Paese come il nostro che è tutto costa e mare? Frutta e verdura dalla sponda settentrionale dell’Africa? Hamburger con scadenza di dieci minuti che arrivano da allevamenti costruiti sulle terre rubate ad altri poveracci di un’altra parte del mondo? E già che ci siete guardatevi pure i vestiti, le scarpe, la sedia sulla quale siete seduti, la tv e il monitor dove lasciate che si perda il vostro sguardo.

Tutto proviene da ogni parte. Ovunque sia economicamente conveniente produrlo, pescarlo, allevarlo, coltivarlo, assemblarlo, brandizzarlo, rubarlo, esportarlo o importarlo. E poi quotarlo in borsa trasformandolo in capitale finanziario. Di cosa vi meravigliate, quindi, quando sotto la vostra finestra ci sono donne e uomini in carne e ossa che arrivano da ogni angolo di questo pianeta? Anche le donne e gli uomini sono una merce, non ve l’ha mai detto nessuno? E se il capitalismo va a casa loro a comprare un’ora del loro lavoro, mettiamo a un dollaro, cosa vi stupisce se fanno il movimento inverso provando a vendere qua quell’ora di lavoro fosse pure solo a due dollari?

È la stessa logica di quell’economia di mercato contro la quale noi avevamo provato a mettervi in guardia indicandovi la luna della globalizzazione. La stessa che spinge i giovani italiani, spagnoli, portoghesi, greci, in Francia, Inghilterra e Germania. La stessa che mette in competizione italiani e stranieri in Italia. Ma voi avete preferito guardare il dito dell’estintore. Un estintore vuoto a sette metri di distanza dal retro del minuscolo finestrino di un defender. E poi l’avete chiamata legittima difesa, anche se erano ore che un corteo autorizzato veniva caricato, gassato, bastonato, rincorso, umiliato.

Noi ci siamo difesi, quando nemmeno scappare è bastato più, provando indirettamente a difendere le ragioni di tutti. Voi quando inizierete a farlo pensando che la risposta non sia un insensato nazionalismo, ma la difesa collettiva del genere umano contro un’esigua minoranza di carnefici transnazionali?

Rosario Dello Iacovo

Altitudine Democratica

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“Una democrazia ha bisogno di cittadini evoluti, che conoscano le materie su cui sono chiamati a deliberare”. Così scrive Massimo Gramellini stamane su “La Stampa”. 

Penso sia vero. Ma chi ha prodotto l’imbarbarimento anticulturale e tutto il grande analfabetismo di ritorno politico e civico che ci circonda?
Chi ha creato falsissime speranze per un mondo del lavoro invece sempre più strangolato dalla ricerca di profitti facili, con contratti da moderno schiavismo, con l’introduzione addirittura di quella vergogna che sono i “voucher”?
Chi ha generato le paure vorticose che ogni giorno si prendono la testa della gente anche più generosa e altruista e la trasformano in diffidente e sospettosa, carica di odio e di disprezzo verso il “diverso”, da qualunque latitudine arrivi, per qualunque cosa sia tale?

La risposta è semplice: siccome non siamo stati noi comunisti, sono stati gli altri, i sostenitori dell’economia di mercato, delle privatizzazioni e, per ultima, anche quella falsa sinistra che ha scoperto nel “liberismo” la panacea di molti mali (per i padroni e finanzieri di mezza Europa e anche d’Oltreoceano).

Dunque, una democrazia ha certamente bisogno di cittadini evoluti, ma la democrazia è solo una sovrastruttura telecomandata dalla struttura economica.

Per essere cittadini evoluti occorrerebbe anzitutto fare maggiori sforzi proprio in mezzo alla giungla di false promesse, di false notizie e di trasformazione del vero in falso (e viceversa) operato dai mezzi di comunicazione di massa.
Insomma, per essere cittadini evoluti e degni della democrazia di Gramellini, servirebbe un sussulto di coscienza, prima ancora etica rispetto a quella “critica” che starebbe alla base del rinnovamento politico consapevole.

Non condivido le parole di chi sostiene che “per fortuna in Italia la Costituzione non consente al popolo di esprimersi sui trattati” e che questa sarebbe stata una lungimirante posizione dei Padri Costituenti.

Lo fu allora, in un mondo diviso in due blocchi che si facevano la guerra definita “fredda”. In quel tempo un referendum avrebbe potuto creare una spaccatura verticale nel Paese e avrebbe rischiato di condurlo sulle soglie di una nuova guerra civile.
Oggi questo rischio è pressoché inesistente.

Dare la parola al popolo su questioni dirimenti come la decisione della permanenza o meno della propria Repubblica, del proprio Stato in un determinato contesto, è forse la più alta forma di democrazia diretta che si possa esercitare.

Anche in questo caso, l’Italia si dimostra culturalmente non adeguata a recepire una eventuale proposta in merito. Si dimostra per quello che è: un Paese del “vivi e lascia vivere”, del menefreghismo più evidentemente espresso nelle lamentele di oggi nel baciare il bastone di domani.

di Marco Sferini

La teoria del “male minore” è fuori gioco

elezioni

Siamo contenti per l’esito del primo turno delle amministrative, ma soltanto a metà. La dura battuta d’arresto del Pd ci conforta, ma non ci nascondiamo che schiude prospettive nefaste. Questa ambivalenza è il nocciolo del problema, lo specchio più lucido della situazione.

Diciamoci una prima verità: le alternative al Pd sono pessime. L’odierno disastro discende in larga misura proprio daI trionfo del berlusconismo, reso oggi ancor più infestante dalla presenza di Salvini.

Non meno inquietante è la forza del M5S, che si dice post-ideologico ma è solo la rincorsa delle pulsioni prevalenti. Grillo ha rivelato un volto orrendo sui migranti, i diritti civili, persino gli ebrei, e l’unico valore agitato dai grillini (oltre alla trasparenza, in un contesto che occulta tutto ciò che conta) è la legalità. Come nell’Italia dei valori, planata nello squallore dei Razzi e degli Scilipoti.

Dunque il risultato elettorale è allarmante. Roma e Milano rischiano di cadere in mano a dilettanti allo sbaraglio e di essere fagocitate dalle lobbies, che peraltro hanno imperversato già in questi anni. Il guaio è tanto più grave in quanto – con buona pace di Renzi e dei suoi ventriloqui – si è trattato di un voto politico, ben più di quello delle europee di due anni fa. Allora si votò sulla faccia di uno sconosciuto e sul più classico degli scambi clientelari (i famigerati 80 euro). Oggi tutti conoscono Renzi e – sulla propria pelle – il valore delle sue sparate. Per di più molti vedono sullo sfondo il referendum di ottobre e sanno che un buon risultato del Pd sarebbe strumentalizzato dal fronte del Sì.

Ma dalla natura politica di questo voto discende una conseguenza immediata. Alla sconfitta del Pd anche a Roma e Milano potrebbe far seguito, appunto, quella nel referendum. Quindi a cascata le dimissioni di Renzi, la fine anticipata della legislatura, nuove elezioni (con l’Italicum) e magari la vittoria dei 5Stelle o del centrodestra. E se immaginare le due capitali d’Italia in mano a Grillo e agli eredi di Berlusconi è disperante, l’idea del paese governato da Salvini o Di Maio fa rizzare i capelli in testa. Quindi? Bisogna per questo correre ai ripari e darsi da fare per un miracoloso recupero dei candidati Pd in corsa per i ballottaggi? Difficile. La verità è che quando le cose si complicano per davvero, non esistono soluzioni miracolistiche. Ogni scelta comporta sacrifici. Si tratta quindi di capire qual è veramente la posta in gioco, quali i pro e quali i contro. Schematizzando al massimo, abbiamo di fronte due ipotesi alternative.

La prima è un classico: scegliere «responsabilmente» il cosiddetto «male minore». Sperare che il 19 Giachetti e Sala (oltre che Fassino e Merola) vincano; che in ottobre il No sia battuto; che Renzi e i suoi «ottimamente rimangano» a Palazzo Chigi e raccolgano i meritati allori alle prossime politiche.

Questa eventualità comporta un indubbio vantaggio, anche grazie alla nuova Costituzione: la «stabilità», invocata a gran voce da Napolitano e dalla ministra Boschi. Tradotto in volgare: un’altra legislatura tutta renziana, senza l’ombra di un’opposizione politica e senza contrappesi istituzionali. Una cosa soltanto non ci si dovrebbe nascondere in questa ipotesi: optando anche questa volta per il «male minore», alla prossima non andrà meglio ma ancora peggio. Perché quel male non sa di essere tale e si sentirà pienamente legittimato a perseverare, con effetti sempre più rovinosi.

Poi c’è l’altra possibilità, che nasce da un preciso convincimento: che l’attuale scempio – uno scenario politico al cospetto del quale metà dell’elettorato è colto da conati di fuga – abbia (tra le altre) una causa fondamentale: l’assenza, da 25 anni, di una sinistra degna di questo nome in grado di incidere sulla scena nazionale.

Il sogno di chi negli anni ’80 e ’90 del secolo scorso (e furono in tanti, variamente dislocati) volle riscrivere la storia d’Italia distruggendo i partiti di massa e «purificandola» dal fattore K e da un possente movimento operaio, si è realizzato. Ma si è rivelato un incubo che ha liberato una corruzione senza precedenti e i mostri dell’antipolitica e del populismo.

Chi rilegge la storia in questi termini, oppone alla rassegnazione del «male minore» un appello al coraggio. Ritiene necessario rompere il circolo vizioso, operare per la crisi irreversibile del renzismo costi quel che costi: anche una transizione, pericolosa, attraverso una fase di governo delle forze più retrive. In compenso vede, a giustificare il prezzo, la fine di uno dei governi peggiori della storia repubblicana e, soprattutto, la possibile implosione del Pd: quindi l’opportunità di ricostruire la sinistra, con un ceto politico radicato nel mondo del lavoro e libero da mestieranti rapaci.

Se è possibile trarre una morale da queste considerazioni, forse è la seguente: non c’è – come parrebbe a prima vista – da una parte l’avventurismo, dall’altra la prudenza.

Piuttosto si contrappongono due diverse prudenze o, se si preferisce, due versioni speculari dell’avventurismo, tra le quali tutti siamo chiamati, inesorabilmente, a scegliere.

C’è da una parte l’avventurismo consapevole di chi ritiene vitale far saltare il tappo dell’oligarchia «democratica» – la premiata ditta – per riavviare un processo a sinistra, a sua volta indispensabile per salvare il paese. E c’è, dall’altra, l’avventurismo nascosto e inconsapevole di chi, temendo il peggio, preferisce tenere in vita lo scenario esistente.

In ogni caso è bene guardare in faccia senza infingimenti la contraddittorietà del quadro. Tenendo presente un dettaglio. Nessuno detiene il copyright del senso di responsabilità: men che meno chi – avendo diretto la politica nazionale in questi trent’anni – ha più di chiunque contribuito al disastro in cui il paese oggi versa.

di Alberto Burgio da “Il Manifesto”

Referendum costituzionale fra demagogia e cialtronismo

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Il Presidente del Consiglio l’11 aprile scorso ha aperto la campagna elettorale sul referendum costituzionale annunciando che, per vincere, è disposto ad «usare anche argomenti demagogici». Un annuncio senza novità, la «demagogia», largamente coniugata alla forma «cialtronismo», è stata la cifra della sua comunicazione politica (propaganda) fin dai tempi della Leopolda.

Il «cialtronismo» è elemento fluidificante della «demagogia». In un contesto frutto di una coltivazione quasi trentennale di plebeismo, il «cialtronismo» può passare come aspetto disinvolto, popolare della comunicazione politica. Renzi può citare male e fuori contesto Chesterston, attribuire a Borges versi non suoi, attribuirsi una compartecipazione al traforo del Gottardo ignorandone persino la localizzazione (le televisioni svizzere si sono indignate e/o divertite; quelle italiane hanno sorvolato), ecc,.

E’ la continuità con Berlusconi, completa: ambedue demagoghi ed ignoranti, e di un’ignoranza di cui non hanno né coscienza né consapevolezza, hanno trasformato tale loro condizione in punto di forza. D’altra parte la «demagogia» si manifesta in maniera più persuasiva se può scaturire da una base «naturale». Sottovalutare le possibilità d’incidenza del connubio cialtronismo-demagogia nello scontro sul referendum costituzionale sarebbe un grave errore. Così come sarebbe un errore pensare al meccanismo propagandistico renziano solo come una sorta di fenomeno di superficie al di sotto della quale ci sarebbe il vuoto.

Al di sotto, invece, c’è una struttura materiale dura: la logica e la realtà evocate nel 2010 da Marchionne quando ha dichiarato: «Io vivo nell’epoca dopo Cristo; tutto ciò che è avvenuto prima di Cristo non mi riguarda e non mi interessa».

Nel tornante del secolo per Marchionne si è verificato il passaggio, a suo parere definitivo, tra la centralità del lavoro, la tensione verso l’uguaglianza, secondo Costituzione, alla riduzione dell’umana forza-lavoro a pura funzione del capitale. Renzi è totalmente interno a tale dimensione dei rapporti economico-sociali che reputa «naturali, esattamente come la sua antropologia culturale. Per questo, con tutta naturalità appunto, ringrazia ripetutamente il padrone globalizzato per la generosità con cui porta occupazione in Italia, mentre redarguisce severamente «certi sindacalisti» che, difendendo i diritti del lavoro, impediscono lo svolgimento della logica di mercato coincidente con la benevolenza padronale.

«Cevital…Merci», si può leggere in un manifesto apparso a Piombino, in una delle città italiane, cioè, dove per quasi un secolo la coscienza di classe è stata elemento essenziale della crescita civile. Cevital è la multinazionale del magnate algerino Issad Rebrab che investirà a Piombino nel settore siderurgico. Dunque un benefattore e bisogna ringraziarlo. Ed infatti, come è visibile in una foto celebrativa dell’evento, festeggiano il benefattore, eletto a «personaggio dell’anno 2015» da un giornale locale, i maggiorenti toscani del Pd, del governo nazionale e del territorio. Una posizione tanto più forte in quanto non frutto di quella che, del tutto impropriamente, viene chiamata «mutazione genetica» renziana.

Ricordiamo perfettamente Massimo D’Alema che nel luglio 2012, confrontandosi davanti a Montecitorio con un picchetto di operai Irisbus, diceva: «Non serve a nulla… tutto questo non serve a nulla … se lo mandiamo affanc…quello chiude e non lo vediamo più».

Ebbene la Costituzione, nello spirito e nella lettera, si pone in una dimensione antitetica rispetto al complesso dei rapporti sociali sotteso ai pronunciamenti di Renzi, D’Alema, e del ceto politico Pd di ogni livello. Del resto l’attacco alla Costituzione, il suo svuotamento, la sua continua manomissione proprio per questa sua incompatibilità con tutte le forme dell’ordo-liberalismo, non è certo cominciato con la riforma Boschi-Verdini, bensì con l’accettazione di fatto e di diritto (costituzionalizzazione del Fiscal compact) di un ordine europeo le cui normative confliggono con il documento fondante della Repubblica.

Si comprenderà, dunque, come la «ditta», ora «sinistra» Pd, che tale processo o ha promosso, o ha accettato, non possa ora opporvisi sulle questioni di fondo. I suoi residui esponenti se ne stanno nell’ombra e attendono (non si sa bene chi e che cosa) mentre pigolano sempre più piano.

Proprio nei giorni scorsi il neo ministro allo Sviluppo economico, fortemente voluto da Renzi, ha chiarito in maniera esemplare il nodo centrale della riforma Boschi-Verdini. Ha sostenuto che gli accordi di libero scambio Ttip e Ceta «sono fondamentali» (per chi?), per cui non si possono lasciare i parlamenti nazionali arbitri della loro approvazione. Dunque, ha concluso, «la governance deve essere ristrutturata sennò ammazzerà la nostra (?) politica commerciale» («Eunews» 13 maggio. I virgolettati sono nel testo).

La riforma costituzionale su cui voteremo a ottobre è tappa decisiva della ristrutturazione della governance su cui insistono da tempo i poteri dominanti internazionali. Renzi-Calenda dicono le stesse cose che un gigante della finanza globale come Jp Morgan Chase ha suggerito ai governi europei in un documento del 28 maggio 2013: liberatevi delle «Costituzioni, adottate in seguito alla caduta del fascismo presentano una serie di caratteristiche che appaiono inadatte a favorire la maggiore integrazione europea».

Questo è il punto centrale che demagogia e cialtronismo tenteranno di occultare. Questo è il punto centrale da rendere chiaro con tutti gli strumenti di demistificazione di demagogia e cialtronismo.

di Paolo Favilli,  storico

Banchetti maggio

Siria, un dramma a giorni alterni

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Uno legge certi giornali e si sente proiettato in una barzelletta dei carabinieri. In particolare, in quella in cui una pattuglia ferma un’automobile per un controllo. Il maresciallo chiede all’appuntato: “Funziona la freccia?”. L’appuntato risponde: “Adesso sì, adesso no, adesso sì, adesso no…”.

Per questi giornali la guerra in Siria c’è, è drammatica, brutale, orrenda. Ma a giorni alterni. Lo è quando si possono accusare i siriani di Assad e i russi di ogni nefandezza. Non lo è, e comunque se lo è non vale la pena di raccontarlo, quando a colpire sono i miliziani di al Nusra, dell’Isis o di una qualunque delle decine di formazioni più o meno “radicali” o “moderate”. Non lo è quando sparano i turchi. E così via. Adesso sì, adesso no…

Il caso di Aleppo è tipico. Passato il periodo di Pasqua la tregua è andata via via sgretolandosi. E le milizie di Al Nusra e Isis, comunque escluse dalla tregua ma pronte ad approfittare del rallentamento delle azioni militari per rinserrare i ranghi, hanno ripreso le loro operazioni. Ad Aleppo, due terzi della città controllati dai governativi e un terzo nelle mani dei miliziani, in queste ultime settimane la morte ha visitato centinaia di persone. Non è difficile scoprirlo, basta telefonare a chi vive laggiù. Migliaia di missili e di colpi di mortaio sparati dai ribelli anti-Assad hanno martellato i quartieri e ucciso civili, come peraltro fanno da anni.

In quel caso, però, tutto taceva. Non c’era alcun “attivista” (bellissima parola, fa venire in mente qualcosa di nobile, ma: attivista di che? Sarebbe utile saperlo) a tenere il conto delle vittime. Poi viene colpito l’ospedale dei Medici senza Frontiere e tutto cambia: paginate, sdegno, dolore. E conoscenza perfetta di chi, come e quando ha commesso il crimine. Perché? Perché lo dicono gli “attivisti”, improvvisamente ridestatisi dal coma. Adesso sì, adesso no…

E invece la guerra non è una barzelletta. È una cosa seria, schifosamente seria. E lo è tutti i giorni, non solo quando fa comodo alla propaganda di questo o di quello. Perché la realtà della Siria è una sola e non è cambiata da quando Obama, nell’estate del 2013, si fece venire in mente di bombardare le truppe di Assad e anche papa Francesco dovette intervenire per fermarlo: eliminare Assad vuol dire sbandare quel che resta dello Stato siriano e lasciare campo libero all’Isis e ad Al Nusra (cioè ad Al Qaeda). Vuol dire creare in Siria e in Iraq una situazione come quella della Libia, solo cento volte peggiore.

Per carità, ci sono anche quelli a cui questo scenario va benissimo. Sauditi, turchi, kuwaitiani, israeliani alla Netanyahu, funzionari della Nato, forse anche un po’ di americani e dei loro amici italiani. Secondo noi sarebbe il più atroce dei disastri. Ma in ogni caso, il giochino dei morti “buoni” e dei morti”cattivi”, quindi inesistenti, ormai fa più che vergogna: fa vomitare.

Eppure viene ripetuto con cinismo in ogni occasione. Con Aleppo, ovviamente. Potrei raccontare ogni giorno una storia come quella del pediatra Mohammed, morto nel bombardamento dell’ospedale pediatrico. Per esempio quella di Safa, una mamma di 36 anni: un missile dei ribelli ha colpito l’automobile su cui viaggiava e le ha portato via il marito, tre figlie e un figlio di due anni e mezzo. Tutta la famiglia tranne lei, viva per miracolo. Ne avete sentito parlare? No, nessun “attivista” si è fatto vivo con le redazioni. Adesso si, adesso no…

E così via. Abbattuto l’aereo della Malaysia sull’Ucraina? Giusto lutto globale. Abbattuto l’aereo russo sul Sinai? Quasi indifferenza. A proposito: perché della tragedia del Sinai sappiamo tutto e di quella dell’Ucraina ancora nulla? Non è strano? L’artiglieria ucraina uccide civili nel Donbass? Quattro righe a fondo pagina, anche se è successo ieri e tra i morti c’è una donna incinta. Un attivista indipendentista filorusso muore in carcere a Odessa dopo mesi di torture e percosse? Questa volta due righe a fondo pagina, nulla a confronto delle decine di pagine dedicate a Nadiya Savchenko, la pilota di elicotteri militari processata e condannata in Russia.

E così via. In Siria, l’assedio per definizione è quello di Madaya, 40 mila persone tormentate dalla fame nella città tenuta dai miliziani e bloccata dalle forze leali ad Assad. Quello dell’area di Deir Ezzor, dove 250 mila siriani sono circondati dall’Isis, non è un assedio. Semplicemente non è, non se ne parla, non deve esistere. Adesso sì, adesso no.

È questo il sistema con cui l’Occidente ha perso ogni credibilità in Medio Oriente. E l’ha persa non presso gli islamisti con il pugnale tra i denti, che sono pericolosi ma non importanti. L’ha persa presso la gente comune, quella che alla fine farà la differenza.

di Fulvio Scaglione


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