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17 Marzo 1991: Il referendum cancellato dalla storia; quando i popoli sovietici votarono “SI” alla preservazione dell’ URSS….

 

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Una storia che pochi conoscono

Accadde oggi:

Il 17 marzo 1991, i cittadini dell’Unione Sovietica furono chiamati alle urne per esprimere il loro parere in un referendum sul mantenimento dell’URSS.
I nazionalisti avevano raggiunto posizioni chiave nella leadership del PCUS, le politiche economiche di Gorbaciov stavano facendo colare a picco il paese;i paesi occidentali stavano lavorando senza sosta per arrivare allo scioglimento dell’URSS e alla fine del suo sistema socialista.

Gran parte delle autorità sognavano di rompere l’Unione Sovietica e in seguito saccheggiare quello che fino a quel momento apparteneva al popolo: fabbriche, terreni, macchinari, aziende, ecc. Ma i popoli sovietici sapevano che con la fine dell’URSS solo le oligarchie createsi in quegli anni avrebbero vinto e per questo motivo tentarono di evitarlo tramite il referendum. I risultati parlano da soli, la volontà di mantenere l’Unione Sovietica ha avuto un ampio sostegno popolare. Più di 185 milioni di persone furono chiamate alle urne, di questi circa 150 milioni degli aventi diritto si recarono a votare.

Il 77,8% degli elettori votò “Sì ” per il mantenimento dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, solo il 22,2% votò contro!!!!
Il “sì” ottenne quasi 80 milioni di voti in più.
In alcune repubbliche le autorità tentarono di sabotare il referendum, temendo proprio questo risultato incredibile.

Ecco i risultati nelle diverse Repubbliche (in percentuale):
Armenia 71,6 in favore, 27,2 contro
Azerbaijan 94,1 a favore, 5,9 contro
Bielorussia 82,7 a favore, 17,3 contro
Georgia 98,9 in favore, 0,7 contro
Kazakistan 95,6 a favore, 4,4 contro
Kirghizistan 94,5 a favore, 5,5 contro
Russia 71.3 a favore, 28.7 contro
Tajikistan 96,2 a favore, 3,8 contro
Turkmenistan 98,3 a favore, 1,7 contro
Ucraina 70,2 a favore, 29,8 contro
Uzbekistan 94,8 in favore, 5,2 contro

Mesi dopo, la volontà “democratica” dei popoli sovietici fu tradita negli uffici. Yeltsin in testa, con il sostegno dell’Occidente e di Gorbaciov, sciolse l’URSS.
Questi individui non solo tradirono la Costituzione, ma anche la volontà e la scelta “democratica” di centinaia di milioni di persone.
di Marco Barzanti

Riferimenti:
https://dletopic.ru/…/4…/Miting-za-sohranenie-SSSR,-1991-god
https://contropiano.org/…/17-marzo-1991-77-dei-sovietici-di…https://elroldelobrero.wordpress.com/…/los-pueblos-soviet…/…http://sevkprf.ru/%D1%81%D0%B5%D0%B2%D0%B0%D1%81%D1%82%D0%…/

Acerbo-Ferrero (PRC-SE): i sindacati dichiarino lo sciopero generale. Contro il contagio, si fermino tutte le attività non indispensabili

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Il segretario nazionale di Rifondazione Comunista Maurizio Acerbo e il vicepresidente del Partito della Sinistra Europea Paolo Ferrero dichiarano:

“E’ molto grave che il governo subendo le pressioni del padronato non abbia deciso di sospendere le attività lavorative in tutti i settori non indispensabili. La salute si ferma davanti ai cancelli di fabbriche e aziende.

E’ una scelta sbagliata e incoerente che trasforma milioni di lavoratrici e lavoratori in involontari veicoli del contagio ponendo i profitti delle imprese al di sopra del diritto alla salute.

Tutti sanno che nella maggior parte dei luoghi di lavoro in questi giorni non sono state garantite le precauzioni che sarebbero indispensabili e che non vi è stata alcuna iniziativa significativa di governo e regioni per attivare la medicina del lavoro e i controlli in maniera sistematica.

Rifondazione Comunista esprime il massimo sostegno agli scioperi che le RSU stanno promuovendo in tutta Italia per richiedere il fermo, dalla Electrolux di Susegana (TV) a Fincantieri di Muggiano. Invitiamo le RSU in tutto il paese a seguire l’esempio.

Se non ci pensa il governo i lavoratori si difendano da soli come hanno fatto tante volte nella lunga storia del movimento operaio italiano.

Rifondazione Comunista-Sinistra Europea invita i sindacati a indire lo sciopero generale in tutti i settori non strettamente indispensabili alla vita dei cittadini e alla lotta contro il coronavirus!

Il governo garantisca cassa integrazione a tutte le lavoratrici e i lavoratori e un reddito di quarantena alle partite IVA.

Che il governo non chiuda le fabbriche e gli uffici è una follia omicida che aiuterà il virus di diffondersi.

L’inciucio tra governo e Lega Nord è basato sul cedimento alle folli posizioni degli industriali che guardano ai loro profitti e non alla salute di chi lavora e alla lotta contro il contagio.

Lavoratrici e lavoratori scioperando contro il contagio difendono l’interesse generale del paese e un diritto sancito dalla Costituzione.

Prima la salute, poi i profitti!”

L’emergenza Coronavirus richiede il rafforzamento della Sanità Pubblica e non deve alimentare la speculazione Privata

OIP

Le recenti misure approvate dalla Giunta lombarda sulla collaborazione tra sanità pubblica e sanità privata hanno una serie di conseguenze molto gravi che dovrebbero subito essere chiarite e corrette.

In particolare, è prevista la possibilità per le strutture private di reclutare e cedere personale alle strutture pubbliche senza alcuna intermediazione della Regione. Il personale medico e infermieristico va invece assunto attraverso avvisi pubblici garantendo l’inquadramento contrattuale e non reclutato tramite cooperative o altre forme di esternalizzazione dei servizi che alimentano serbatoi di personale precario e sottopagato.

Per lasciare spazio ai pazienti affetti da Coronavirus sono inoltre sospese tutte le visite ambulatoriali non urgenti nelle strutture pubbliche e private convenzionate. Queste si riverseranno inevitabilmente sulla sanità privata non convenzionata.

Per la tutela della salute pubblica è urgente definire, da parte della Regione, che queste visite siano effettuate al solo costo del ticket, senza alcun onere aggiuntivo a carico dei singoli e della collettività.

A quanto sopra, va aggiunto che l’Assessore al Welfare Giulio Gallera non ha spiegato come le strutture private stiano collaborando alla gestione dell’emergenza, con quali costi a carico della collettività, né con quali criteri sia gestito il convenzionamento delle nuove strutture che, in questi giorni, sta registrando un’accelerazione senza precedenti.

I provvedimenti della Giunta lombarda sembrano dunque andare verso il rafforzamento del ruolo della sanità privata, pronto per essere certificato e reso strutturale non appena l’epidemia di Coronavirus sarà superata.

Questa emergenza, invece, è la dimostrazione che l’intero sistema sanitario regionale lombardo va rivisto e ripensato, restituendo ai cittadini e alle cittadine un servizio sanitario fondato sulla sanità pubblica, unico vero presidio a tutela della collettività e della salute di cittadini e cittadine.

E’ al sistema sanitario nazionale, ai suoi medici e operatori, che oggi è affidata la gestione dell’emergenza, una battaglia resa ancora più complessa dai tagli continui che hanno comportato una riduzione crescente dei posti letto e del personale medico e infermieristico necessario a renderli operativi.

Auspichiamo infine che il Governo intervenga per garantire la corretta gestione del coinvolgimento del privato convenzionato e guidi la necessaria revisione dell’attuale sistema sanitario lombardo e che il Sindaco di Milano, Beppe Sala, a cui spetta il ruolo di garantire la salute pubblica dei suoi cittadini e delle sue cittadine, sostenga e promuova una rinnovata centralità della sanità pubblica, a partire da Milano.

Da subito e guardando alle sfide che i prossimi 10 anni ci porteranno ad affrontare.

Diem25 Milano, èViva, Milano in Comune, Partito Comunista Italiano, Possibile Milano, Punto Rosso, Partito della Rifondazione Comunista – Milano, Sinistra Anticapitalista Milano, Sinistra Italiana Milano e Lombardia, SinistraXMilano, Socialisti in Movimento.

Per contatti: permilano.2030@gmail.com

Coronavirus: è il momento per la sanità privata di restituire alla collettività

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Permane l’emergenza sanitaria CORONAVIRUS che crea apprensione tra lavoratori e cittadini/e. Si fanno evidenti, le difficoltà della sanità pubblica sovraccaricata e falcidiata dai passati pesanti tagli economici dei governi e sperpero verso la sanità privata delle Regioni.

Da questa emergenza, che vede anche prime dure ripercussioni economiche (piccoli commercianti, partite Iva, comparto degli eventi, ristorazione e trasporto), se ne esce solo riproducendo la fiducia, che non può essere “consuma e ritorniamo alla normalità”. La  sensazione di normalità non è percepita, perché non vi è serenità di lavoro, scuola per i figli, per i genitori anziani, per le cure sanitarie.

Ci appare vergognoso il silenzio della “sanità privata-convenzionata”, che solo dopo un evidente accordo economico con Regione Lombardia, sembra intervenire con semplici azioni di supporto tampone. Noi riteniamo che “l’emergenza non si paga”, specie da strutture che ricevono milioni di euro dall’ente pubblico ogni anno.

Per questo il PRC ha lanciato una petizione on line insieme a Milano in Comune:http://chng.it/ZXX4vqfHY4 che in poche ore ha già raggiunto le 300 firme.

Vi invitiamo a diffondere anche il video di supporto lanciato e farne occasione di campagna politica, in un momento di grave difficoltà dei lavoratori e cittadini dell’area metropolitana di Milano e Lombarda.


I cittadini e cittadine milanesi e lombardi/e vivono con apprensione lo stillicidio di informazioni, spesso incoerenti, circa la gravità dell’emergenza Coronavirus. E, pur a fronte di messaggi di incoraggiamento a non fermarsi e ritornare alla vita normale (che sono sì utili ma solo se e quando tutti potranno godere della sufficiente fiducia e serenità), vediamo le nostre strutture sanitarie pubbliche – penalizzate da anni di continui tagli economici a favore del privato – in grave e crescente difficoltà, oltre che drammaticamente lasciate sole a affrontare l’emergenza e la normale attività.

Ci domandiamo perché di fronte alla grave emergenza che stiamo attraversando, le strutture private convenzionate, che – lo ricordiamo godono – di ingenti finanziamenti pubblici, non siano attivate a supportare gratuitamente la cittadinanza. Il primo passo per ristabilire quella fiducia e serenità da cui dipende la ripresa dell’attività economica, necessaria per il piccolo commercio e l’attività produttiva, è un segnale determinato di unità sul fronte sanitario.

Chiediamo pertanto un atto e/o un decreto che imponga alle strutture sanitarie private convenzionate di concedere, a titolo non oneroso e per tutto il tempo necessario, le strutture per l’emergenza di rianimazione, come per le analisi e supporto medico infermieristico, così da concorrere a ristabilire la dovuta serenità sociale.

Chiediamo inoltre che le strutture sanitarie private convenzionate siano richiamate a garantire quella continuità del servizio che, nei giorni scorsi non è sempre stata garantita ai pazienti che hanno scelto di rivolgersi, anche per prestazioni diverse da quelle strettamente collegate al Coronovirus, al privato convenzionato.

Riteniamo che il contributo del privato convenzionato a fronteggiare l’emergenza Coronavirus e la necessaria continuità del servizio sanitario siano requisiti fondamentali per mantenere il convenzionamento e, per questo, chiediamo un atto e/o un decreto che diano indicazioni in questo senso.

La ricchezza globale resta fortemente concentrata al vertice della piramide

OIP

La ricchezza globale, in crescita tra giugno 2018 e giugno 2019, resta fortemente concentrata al vertice della piramide distributiva: l’1% più ricco, sotto il profilo patrimoniale, deteneva a metà 2019 più del doppio della ricchezza netta posseduta da 6,9 miliardi di persone.

Nel mondo 2.153 miliardari detenevano più ricchezza di 4,6 miliardi di persone, circa il 60% della popolazione globale.

Il patrimonio delle 22 persone più facoltose era superiore alla ricchezza di tutte le donne africane.

Se le distanze tra i livelli medi di ricchezza dei Paesi si assottigliano, la disuguaglianza di ricchezza cresce in molti Paesi.

In Italia, il 10% più ricco possedeva oltre 6 volte la ricchezza del 50% più povero dei nostri connazionali. Una quota cresciuta in 20 anni del 7,6% a fronte di una riduzione del 36,6% di quella della metà più povera degli italiani. L’anno scorso inoltre, la quota di ricchezza in possesso dell’1% più ricco degli italiani superava quanto detenuto dal 70% più povero, sotto il profilo patrimoniale.

In un mondo in cui il 46% di persone vive con meno di 5.50$ al giorno, restano forti le disparità nella distribuzione dei redditi, soprattutto per chi svolge un lavoro.

Con un reddito medio da lavoro pari a 22$ al mese nel 2017, un lavoratore collocato nel 10% con retribuzioni più basse, avrebbe dovuto lavorare quasi tre secoli e mezzo per raggiungere la retribuzione annuale media di un lavoratore del top-10% globale. In Italia, la quota del reddito da lavoro del 10% dei lavoratori con retribuzioni più elevate (pari a quasi il 30% del reddito da lavoro totale) superava complessivamente quella della metà dei lavoratori italiani con retribuzioni più basse (25,82%).

Nel report pubblichiamo oggi, alla vigilia del meeting annuale del World Economic Forum di Davos, evidenziamo un fenomeno, elevate e crescenti disuguaglianze, che mettonoa repentaglio i progressi nella lotta alla povertà, minano la coesione e la mobilità sociale, alimentano un profondo senso di ingiustizia e insicurezza, generano rancore e aumentano in molti contesti nazionali l’appeal di proposte politiche populiste o estremiste.

Il rapporto è la storia di due estremi. Dei pochi che vedono le proprie fortune e il potere economico consolidarsi, e dei milioni di persone che non vedono adeguatamente ricompensati i propri sforzi e non beneficiano della crescita che da tempo è tutto fuorché inclusiva.

Abbiamo voluto rimettere al centro la dignità del lavoro, poco tutelato e scarsamente retribuito, frammentato o persino non riconosciuto né contabilizzato, come quello di cura, per ridarle il giusto valore.

Dopo il rapporto Ricompensare il lavoro, non la ricchezza del 2018, dedicato al lavoro sottopagato e a moderne e invisibili forme di sfruttamento nelle catene di valore globale, Time to Care – Aver cura di noipresta attenzione al lavoro domestico sottopagato e a quello di cura non retribuito che grava, globalmente,soprattutto sulle spalle delle donne. Uno sforzo enorme per garantire un diritto essenziale il cui valore è tuttavia scarsamente riconosciuto.

Basti pensare che:

  • le donne a livello globale impiegano 12,5 miliardi di ore in lavoro di cura non retribuito ogni giorno, un contributo all’economia globale che vale almeno 10,8 trilioni di dollari all’anno, tre volte il valore del mercato globale di beni e servizi tecnologici;
  • nel mondo il 42% delle donne di fatto non può lavorare perché deve farsi carico della cura di familiari come anziani, bambini, disabili. Solo il 6% degli uomini si trova nella medesima situazione;
  • in Italia, al 2018, l’11,1% delle donne, per prendersi cura dei figli, non ha mai avuto un impiego. Un dato fortemente superiore alla media europea del 3,7%, mentre quasi 1 madre su 2 tra i 18 e i 64 anni (il 38,3%) con figli under 15 è stata costretta a modificare aspetti professionali per conciliare lavoro e famiglia. Una quota superiore di oltre 3 volte a quella degli uomini;
  • le donne svolgono nel mondo più di tre quarti di tutto il lavoro di cura, trovandosi spesso nella condizione di dover optare per soluzioni professionali part-time o a rinunciare definitivamente al proprio impiego nell’impossibilità di conciliare i tempi di vita e di lavoro. Pur costituendo i due terzi della forza lavoro retribuita nel settore di cura – come collaboratrici domestiche, baby-sitter, assistenti per gli anziani – le donne sono spesso sotto pagate, prive di sussidi, con orari di lavoro irregolari e carichi psico-fisici debilitanti.

Solo politiche veramente mirate a combattere le disuguaglianze potranno correggere il divario enorme che c’è tra ricchi e poveri. Tuttavia, solo pochissimi governi sembrano avere l’intenzione di affrontare il tema.

È ora di ripensare anche il modo in cui il nostro modello economico considera il lavoro di cura. La domanda di questo tipo di lavoratori, non retribuiti o sottopagati, è destinata a crescere nel prossimo decennio dato che la popolazione globale è in aumento con percentuali di invecchiamento sempre più alte.

Si stima che entro il 2030, avranno bisogno di assistenza 2,3 miliardi di persone, un incremento di 200 milioni di persone dal 2015. È urgente che i governi reperiscano, tramite politiche fiscali e di spesa pubblica più orientate alla lotta alle disuguaglianze, le risorse necessarie per liberare le donne dal lavoro di cura – servizi pubblici, infrastrutture – e affrontare seriamente le piaghe di disuguaglianza e povertà.

L’ITALIA NON È UN PAESE PER GIOVANI

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Distribuzione della ricchezza nazionale netta (metà 2019) – Fonte: Credit Suisse

In Italia i ricchi sono soprattutto figli dei ricchi e i poveri figli dei poveri: condizioni socio-economiche che si tramandano di generazione in generazione.

L’edificio sociale ha un pavimento e soffitto “appiccicosi”: 1/3 dei figli di genitori più poveri, sotto il profilo patrimoniale, è destinato a rimanere fermo al piano più basso (quello in cui si colloca il 20% più povero della popolazione), mentre il 58% di quelli i cui genitori appartengono al 40% più ricco, manterrebbe una posizione apicale.

 

I giovani italiani che ambiscono a un lavoro di qualità devono fare oggi i conti con un mercato profondamente disuguale, caratterizzato, a fronte della ripresa dei livelli occupazionali dopo la crisi del 2008, dall’aumento della precarietà lavorativa e dalla vulnerabilità dei lavori più stabili.

Oltre il 30% degli occupati giovani guadagna oggi meno di 800 euro lordi al mese. Il 13% degli under 29 italiani versa in condizione di povertà lavorativa.

Un quadro d’insieme contraddistinto da carenze nell’orientamento, debolezze sistemiche nella transizione dalla scuola al mondo del lavoro, da un arretramento pluridecennale dei livelli retributivi medi per gli occupati più giovani, dalla sotto-occupazione giovanile, da un marcato scollamento tra la domanda e l’offerta di lavoro qualificato che costringe da anni tanti giovani laureati ad abbandonare il nostro Paese inassenza di posizioni lavorative qualificate e di prospettive di progressione di carriera.

Tanti giovani italiani non studiano né lavorano, tanti lavorano per una paga risibile, meditando di partire in cerca di un futuro migliore.

Servono interventi efficaci, per fare in modo che le giovani generazioni non siano lasciate indietro e al contrario siano, come è giusto, una risorsa per il nostro Paese. I giovani italiani reclamano un futuro più equo e aspirano a un profondo cambiamento della società, non più lacerata da disparità economico-sociali, ma più equa, dinamica e mobile: abbiamo la responsabilità di ascoltare le loro richieste.

Fonte

Giornata internazionale contro la guerra.

MILANO CONTRO LA GUERRA

pace 25 gennaioMILANO CONTRO LA GUERRA 

Sabato 25 gennaio 2020
Giornata di mobilitazione internazionale per la pace Spegniamo la guerra, accendiamo la Pace! Contro le guerre e le dittature a fianco dei popoli in lotta per i propri diritti.

 

“La guerra è un male assoluto e va ‘ripudiata’, come recita la nostra Costituzione all’Art. 11: essa non deve più essere considerata una scelta possibile da parte della politica e della diplomazia”.

Il blitz del presidente Trump per uccidere il generale iraniano Soleimani, il vicecapo di una milizia irachena ed altri sei militari iraniani, è un crimine di guerra compiuto in violazione della sovranità dell’Iraq. Insieme alla ritorsione iraniana si è abbattuto anche sui giovani iracheni che da tre mesi lottano contro il sistema settario instaurato dall’occupazione Usa e contro le ingerenze iraniane, in un paese teatro di guerre per procura ed embarghi da decenni.
Irak, Iran, Siria, Libia, Yemen: cambiano i giocatori, si scambiano i ruoli, ma la partita è la stessa. Nella crisi del vecchio ordine internazionale, potenze regionali e globali si contendono con la guerra aree di influenza sulla pelle delle popolazioni locali. La sola alternativa consentita al momento è il mantenimento dei regimi teocratici o militari – comunque illiberali e non rispettosi dei diritti umani – con i quali si fanno affari, chiudendo occhi e orecchie su repressione, torture e corruzione.
La guerra non produce solo distruzione, ma cancella anche dall’agenda politica la questione sociale, oramai incontenibile ed esplosa nelle proteste delle popolazioni che hanno occupato pacificamente le piazze e le strade.

Non possiamo stare a guardare.

Dobbiamo gridare il nostro no alla guerra, alla sua preparazione, a chi la provoca per giustificare la produzione e la vendita di armi. Guerre che, in ogni momento, possono fare da miccia ad un conflitto globale tanto più preoccupante per il potenziale degli armamenti nucleari oggi a disposizione dei potenti del mondo. Le vittime innocenti dell’aereo civile abbattuto “per errore” da un missile, dimostrano una volta di più che la guerra è un flagello per tutti, nessuno può chiamarsi fuori, siamo tutti coinvolti.
Manifestiamo il nostro sostegno alle popolazioni, vere vittime delle guerre, a chi si rivolta da Baghdad a Teheran, da Beirut ad Algeri, da Damasco, al Cairo, a Gerusalemme, a Gaza.
Quel che sta avvenendo nel Golfo Persico, aggiungendosi alle sanguinose guerre e alle crescenti tensioni in corso, mette in luce la drammatica attualità e il vero realismo dei ripetuti ma inascoltati appelli di Papa Francesco per l’avvio di un processo di disarmo internazionale equilibrato.

L’UE, nata per difendere la pace, deve assumere una forte iniziativa che – con azioni diplomatiche, economiche, commerciali e di sicurezza – miri ad interrompere la spirale di tensione e costruisca una soluzione politica, rispettosa dei diritti dei popoli, dell’insieme dei conflitti in corso in Medio Oriente e avviare una rapida implementazione del Piano Europeo per l’Africa (Africa Plan) accompagnandolo da un patto per una gestione condivisa dei flussi migratori.

Fermare la spirale di violenze è responsabilità anche italiana e chiediamo al nostro Governo di farlo con atti concreti:

• opporsi alla proposta di impiego della Nato in Iraq e in Medio Oriente;
• negare l’uso delle basi Usa in Italia per interventi in paesi terzi senza mandato ONU;
• bloccare l’acquisto degli F35;
• fermare la vendita di armi ai paesi in guerra o che violano i diritti umani come sancito dalla L. 185/90;
• ritirare i nostri soldati dall’Iraq e dall’Afghanistan, richiedendo una missione di peace- keeping a mandato ONU ed inviare corpi civili di pace;
• adoperarsi per la sicurezza del contingente italiano e internazionale in missione UNIFIL in Libano;
• aderire al Trattato per la messa al bando delle armi nucleari eliminandole dalle basi in Italia;
• sostenere in sede europea la necessità di mantenere vivo l’accordo sul nucleare iraniano implementando da parte italiana ed europea le misure di revoca dell’embargo
• porre all’interno dell’Unione europea la questione dei rapporti USA-UE nella NATO.

Per tutto questo invitiamo a aderire ed a partecipare alla giornata di mobilitazione internazionale di sabato 25 gennaio 2020, promossa dal movimento pacifista statunitense contro la guerra, che per noi sarà una grande mobilitazione contro tutte le guerre e tutte le dittature, a fianco dei popoli che si battono per il proprio futuro.

Un altro tributo (tanto per cambiare) al dio del mercato

A Genova, 17 anni dopo, tornano le zone rosse. Per altre ragioni, ma riconducibili a cause strettamente connesse e correlate.

Nel 2001 il G8, con il mercato che sedeva ai propri tavoli, definiva le sue linee strategiche, senza voler essere turbato ed escludeva dalla città gli indesiderati, i disturbatori, quelli che volevano immettere qualche granello di sabbia negli ingranaggi.

Oggi, gli ingranaggi del mercato, di una gestione privatistica sfrenata, stritolano vite, e case vengono evacuate mentre altre zone rosse vengono instaurate. Sempre e comunque in ossequio ad un mercato che ogni giorno chiede un prezzo, in sangue e vite, da immolare al proprio altare.

Piangiamo le vittime di Genova. Incominciano i peana del “non dimenticare”, eppure il mercato dalla flebile memoria e dalle facili amnesie domani sara` pronto a sbranare altre libbre di carne.

Ci ripeteremo che non dovrà piu` succedere, ma varrà solo fino al prossimo banchetto, fino a che il prossimo tributo di sangue sara` pagato. Ad un prezzo sempre troppo elevato ed ormai insostenibile.

Qualcuno guarda già agli indici di borsa. Questa e` la sensibilità di un sistema che si aggroviglia su se stesso. Non basterebbero mille parole….e nemmeno le lacrime di tutti i coccodrilli ed i soloni che in questi giorni alzano le proprie voci, ma senza guardare alla causa primaria.

Non una parola !!

“Mafie a Senago”. Conferenza pubblica

Conferenza a INGRESSO LIBERO. Villa Sioli venerdì 16 marzo ore 21,00.

via “Senago e la mafia, parliamone” — SinistraSenago

Il Programma di Potere al Popolo – 6 – ECONOMIA, FINANZA, REDISTRIBUZIONE DELLA RICCHEZZA

L’articolo 3 della Costituzione è incompatibile con le scelte scellerate in materia di economia e finanza fatte dai governi di qualunque colore negli ultimi trent’anni. Ribadiamo la necessità di cancellare l’obbligo del pareggio di bilancio inserito in Costituzione e la volontà di disobbedire al Fiscal Compact. Crediamo inoltre che sia urgente trasferire ricchezza dalle rendite e dai capitali al lavoro e ai salari, ricostruire il controllo pubblico democratico sull’economia contro disoccupazione di massa, precarietà, povertà. Vogliamo colpire realmente l’evasione fiscale, che sottrae oltre 110 miliardi ogni anno ai salari e alla spesa sociale, e lottare per redistribuire la ricchezza tra chi ha sempre di più e chi ha sempre meno.

Per questo lottiamo per:

  • un’imposta sui grandi patrimoni: l’1% più ricco degli italiani detiene il 25% della ricchezza nazionale, 415 volte quello che è posseduto dal 20% più povero della popolazione;
  • il ripristino della progressività del sistema fiscale secondo il dettato costituzionale (art. 53), diminuendo le tasse sui redditi bassi e aumentandole su quelli più alti: l’Irpef, quando fu introdotta, prevedeva 32 scaglioni di reddito, con l’aliquota più bassa al 10% e la più alta al 72%, mentre ora gli scaglioni sono 5 con la prima aliquota al 23% e l’ultima al 43%;
  • una lotta seria alla grande evasione ed elusione fiscale, a partire da quella delle grandi multinazionali (Google, Amazon, Apple..);
  • la fine dei trasferimenti a pioggia alle imprese e della continua riduzione delle tasse sui profitti;
  • il recupero dei capitali e delle rendite nascoste;
  • politiche di contrasto dei rapporti con i cosiddetti “paradisi fiscali” da parte delle aziende italiane;
  • la fine delle privatizzazioni e delle esternalizzazioni, il blocco della svendita del patrimonio manifatturiero, la ripubblicizzazione delle industrie e delle infrastrutture strategiche privatizzate negli anni passati;
  • la fissazione di un tetto per gli stipendi e le liquidazioni dei grandi manager;
  • la nazionalizzazione della Banca d’Italia e la creazione di un Polo finanziario pubblico per il credito a partire dalla ripubblicizzazione di Cassa Depositi e Prestiti – per sostenere gli Enti locali in progetti di pubblica utilità – e delle principali banche;
  • il ripristino della separazione tra banche di risparmio e di affari;
  • l’istituzione di una commissione per l’audit sul debito pubblico, in funzione della sua rinegoziazione e ristrutturazione, andando a colpire la quota del debito detenuta dal grande capitale speculativo e per una conferenza internazionale sul debito. Il debito pubblico italiano non dipende dall’aver vissuto “al di sopra delle nostre possibilità”: il rapporto tra entrate e uscite dello stato è in attivo, al netto degli interessi, da circa 25 anni (per 672 miliardi dal 1980 al 2012), ma ci siamo indebitati ulteriormente per pagare alla finanza privata 2.230 miliardi di interessi a tassi di usura.

Il Programma di Potere al Popolo – 1- DIFESA E RILANCIO DELLA COSTITUZIONE NATA DALLA RESISTENZA

La nostra Repubblica è fondata su chi lavora: questo è scritto nel primo articolo della nostra Costituzione, nata dalla lotta di liberazione dal nazi-fascismo. Il Referendum del 4 dicembre ha mostrato la chiara volontà del popolo italiano di difendere la carta costituzionale.

Noi vogliamo non solo difenderla, ma attuare pienamente le idee che erano espressione di chi ha partecipato alla Resistenza, la costruzione di una nuova società fondata sulla dignità e i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, l’eliminazione di ogni discriminazione, il principio di eguaglianza sostanziale, i diritti sociali, la salvaguardia del patrimonio ambientale e artistico, il ripudio della guerra.

Per questo lottiamo per:

  • ridare centralità e dignità alle lavoratrici e ai lavoratori;
  • far sì che ogni discriminazione di sesso, etnia, lingua, religione, orientamento sessuale venga superata, rimuovere ogni ostacolo di carattere economico e sociale che limita l’uguaglianza;
  • abrogare l’articolo 7 con il richiamo ai Patti Lateranensi, per la piena affermazione del principio di laicità dello Stato in tutte le sfere della vita pubblica;
  • promuovere e supportare la cultura e la ricerca scientifica, salvaguardare il patrimonio ambientale e artistico;
  • ripudiare la guerra e dare un taglio drastico alla spesa militare;
  • rimuovere il vincolo del pareggio di bilancio, inserito di recente con la modifica dell’articolo 81, che sacrifica le vite e la dignità delle lavoratrici e dei lavoratori in nome dell’equilibrio fiscale e dei parametri europei;
  • ripristinare il Titolo V della Costituzione com’era prima della riforma del 2001;
  • contrastare in ogni modo CETA, TISA, TTIP, trattati internazionali aberranti che vorrebbero cancellare ogni parvenza di sovranità popolare e democratica in nome del primato del profitto;
  • ripristinare l’elezione del Parlamento attraverso un vero sistema proporzionale, contro il maggioritario e il rafforzamento del potere esecutivo;
  • contrastare e sciogliere le organizzazioni fasciste, requisire i loro patrimoni e riutilizzarli per finalità sociali, proprio come si fa per le mafie.


Rifondazione c’è!

Luca Mercalli: PREPARIAMOCI

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