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Alcuni manifesti apparsi a Senago….(seconda parte)

Per riprendere la discussione relativa ai manifesti in cui si citava una presunta sudditanza ed obbedienza del PRC senaghese nei confronti delle istituzioni milanesi, ci corre l’obbligo di citare alcuni eventi realmente accaduti ed assolutamente non smentibili e nemmeno confutabili.

Nel manifesto in questione che i cittadini senaghesi possono ammirare presso le postazioni elettorali alla posizione n. 1 si parla di una delibera di Giunta del Comune di Milano ed esattamente la n. 2566 del 12.12.2014.

A espressa domanda su un post facebook su quanti fossero gli assessori del PRC che hanno votato a favore della delibera stessa, alcuni interlocutori hanno detto di non conoscere la risposta. Sapevano tuttavia che vi erano due eletti PRC nel Consiglio Comunale di Milano.

Correndo il rischio di essere pedanti, e forse anche noiosi, alcune precisazioni sono d’obbligo. I due consiglieri comunali eletti a Milano (Basilio Rizzo e Anita Sonego) vennero eletti nella lista Sinistra per Pisapia che conteneva candidati appartenenti  a diversi soggetti politici e non solo al PRC. Inoltre, uno dei due eletti divenne Presidente del Consiglio Comunale (Basilio Rizzo tra l’altro indipendente e non aderente al PRC).

La domanda sul post di facebook era ovviamente retorica perchè nessun membro del PRC fu mai assessore nella Giunta Pisapia per tutto il mandato amministrativo.

Una delibera di Giunta immediatamente esecutiva non passa attraverso il voto e l’approvazione del Consiglio Comunale e il PRC che non aveva alcun assessore in quella giunta, non ebbe nemmeno modo di esprimere un parere in Consiglio Comunale a Milano.

Ma veniamo ad eventi a noi più vicini, almeno geograficamente. Una sera di diversi anni fa Sinistra Senago ed il Movimento Cinquestelle locale si incontrarono per discutere di Vasche di Laminazione e di strategie per una più corretta opposizione alla loro realizzazione. Alla serata era presente anche il Dott. Viscomi che fu uno degli animatori della protesta contro la realizzazione delle vasche. Ebbene in quella sera, Sinistra Senago ebbe modo di esprimere la propria opinione relativa ad un percorso difensivo che in quella fase si stava intraprendendo.

L’idea chiave che andava per la maggiore era quella di proporre l’allargamento del canale scolmatore per evitare la realizzazione delle vasche di laminazione. Una sorta di riduzione del danno usato per mostrare comunque la buona volontà di Senago. Sappiamo tutti che quella posizione fu quella che venne assunta anche dall’amministrazione comunale per un certo periodo.

Ebbene, ed anche qui vogliamo essere noiosi e ripetitivi allo sfinimento (Repetita iuvant !!), Sinistra Senago espresse già da allora l’opinione che l’allargamento del Canale Scolmatore di Nord-Ovest non era null’altro che un Cavallo di Troia per portare ancora più acqua del Seveso e più velocemente nelle future vasche.

Il PRC, che aderisce a Sinistra Senago, era fermo su quella posizione e quindi sarebbe bene che alcuni manifesti restituissero dignità e verità alla questione invece di diffondere infamanti elucubrazioni da parte di chi per un certo periodo sposò in pieno una linea difensiva che coincise perfettamente con quella dell’impiccato che sceglie l’albero a cui legare la corda.

Sinistra Senago ha mai affermato che la proposta di allargamento del canale scolmatore fosse una posizione in malafede o che fossero in malafede coloro i quali la sostenevano come M5S ??

Certamente no !!

Possiamo ritenere ingenua quella posizione ??

Probabilmente sì, visti i risultati a posteriori ed aggiungeremmo che fu un tantino suicida.

Indubbiamente con il senno del poi avevamo ragione !! E ci permettiamo di dire che non fu con tutta probabilità la migliore strategia difensiva tra quelle possibili. Insomma sempre un po’ come la Juventus a Cardiff !!

Ora su facebook questi chiarimenti erano stati pubblicati da alcuni tra noi in risposta alla sollecitazione che il manifesto forniva. Qualcuno ha visto bene di cancellarli. Come sempre i paladini della giustizia, dell’onestà e della legalità lavorano imperterriti e non si fermano mai.

RUBARE IL FUOCO A PROMETEO È UN CRIMINE CONTRO L’UMANITÀ

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Il furto del fuoco rubato a Prometeo si narra in mille modi, però, comunque lo racconti, ricorda l’antichissimo e innato bisogno di emancipazione dell’uomo. E’ un tema universale: la lotta per il progresso, che è soprattutto lotta per la conoscenza e il possesso del sapere. Il fuoco non scalda i corpi diversamente da quanto la conoscenza riscalda l’animo dell’uomo e lo rende ribelle di fronte alla prepotenza del potere. Prometeo «colui che riflette prima», il Titano che ama il genere umano, altro non è se non la metafora d’una lotta inesausta, identica a se stessa nell’apparente trascorrere del tempo: lotta contro il potere dei pochi, affidato all’ignoranza dei molti. Prometeo non ha un suo tempo, perché il nostro passato è stato presente e il futuro domani diventerà un nuovo presente e poi ancora passato. Su tutto, dai primordi, quel conflitto senza il quale – ci ammonisce Eraclito – non ci sarebbe vita.

A fine Ottocento, Prometeo fu l’operaio in lotta per la scuola gratuita, aperta a tutti e per la refezione scolastica. Fu l’operaio che impose con le lotte ai falsi «vati» del liberalismo una legge di riscatto, smascherando l’inganno: non era onesto e non rispondeva ai bisogni reali della gente l’incitamento rivolto al legislatore da Carducci che, dall’alto della sua cultura diventata potere, scriveva con toni di padre e intenti patrigni: «sottraete il figlio del lavoratore alla sofferenza dell’alfabeto». L’operaio voleva soffrire di quella pena, perché ogni parola che imparava a leggere lo rendeva Prometeo e lo spingeva a rubare la scienza dei padroni. arma possente di liberazione. Si videro così cortei con le bandiere rosse attraversare i «corsi» e i «rettifili» di città, rifatte a misura di ricchi, pronte a mettere ai margini le «classi pericolose», facendo ricorso allo sfruttamento del lavoro. Ogni parola svelava il segreto che Prometeo aveva carpito ai numi: senza il fuoco della conoscenza lo sfruttato è il miglior alleato dello sfruttatore, perché non ha coscienza dei diritti.

Il fuoco esiste per riscaldare tutti e tutti hanno diritto all’alfabeto: chi lo userà per sfruttare e chi si approprierà del sapere per lottare.

Il futuro che seguì quelle lotte oggi è il nostro passato. Qualcuno l’ha chiamato «secolo dei lavoratori» e tutti i padroni lo sanno, benché non lo dica nessuno, perché ci sono verità che il potere nasconde come segreti di Stato: la generazione dei rivoluzionari bolscevichi nacque dall’improvviso regalo di uno zar narcisista più che riformatore: la scuola per tutti, gratuita e libera produsse il populismo russo e quest’ultimo i rivoluzionari. Quando si corse ai ripari, si fece la scuola di Renzi, ma era ormai tardi e cadeva il palazzo d’inverno, per merito dell’alfabetizzazione più che dei fucili.

Contro Prometeo, i padroni d’oggi hanno rovesciato la storia e rubato il fuoco, che lasciano deperire, riducendo in cenere le scuole e le università languenti. A chi vuole ravvivarlo si oppone la forza di titani maligni nemici del genere umano: dirigenti del nulla, che hanno il compito di spegnere intelligenze critiche e trasformare le scuole in fabbriche di sfruttati consenzienti, costringendo i docenti a rinnegare Prometeo. Per realizzare il progetto di questo governo liberticida, i dirigenti scolastici hanno scelto un nuovo modo di assumere docenti: un filmato in cui si veda per intero la figura di chi si «candida». E’ sempre più evidente: la nuova filosofia della conoscenza ha cancellato dalla storia l’apologo di Menenio Agrippa e il suo irrinunciabile insegnamento. Essa ci riconduce ai primordi dell’umanità, all’eterna lotta per la libertà contro il potere.

Prometeo però è immortale e il fuoco non può avere padroni. Sarebbe ora che Abravanel, Giavazzi, Ichino e tutti i sacerdoti del neoiberismo se ne ricordassero, invece d’inseguire fantasmi che hanno prodotto disastri: Prometeo non è un solo mito, è un modo d’essere dell’uomo nella storia di tutti i tempi. Come un passero intrappolato, piuttosto che vivere in gabbia, si rompono le ali contro le gabbie per riconquistare la libertà di volare, così l’uomo sfida le imposizioni e mette in gioco la vita, se il potere prova a imporgli un’ideologia di annientamento della sua libertà di scelta. Hai voglia di giocare con le parole. Se hai riconosciuto che la conoscenza è «un bene della vita», è inutile ricordare che costa, come costano le polizze assicurative, sicché i giovani che non possono permetterselo devono rassegnarsi, perché la scuola per tutti ha un prezzo troppo alto.

Non c’è prezzo troppo alto quando si parla di vita e perciò, finché c’è tempo, giù le mani dalla scuola. Sebbene a lunga combustione, una miccia giunge a innescare la carica esplosiva per cui è stata accesa. Qualcosa dovrebbe pur dircela la barbarie che monta ogni giorno di più. Da troppo tempo il potere ha rovesciato con la forza il corso della storia, rubando a Prometeo quel fuoco che filosofia della storia e leggi del progresso umano gli avevano imposto di rubare.

E’ tempo di restituire il fuoco al legittimo proprietario. Per il bene di tutti, padroni compresi.

Giuseppe Aragno da “La sinistra quotidiana”

Ma quale mondo giusto.

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Sembra un dettaglio ma forse non lo è. Giornalisti e commentatori hanno spesso la tendenza ad aggiungere “radicale” dopo la parola “sinistra” ogni volta che si parla di Alexis Tsipras o Pablo Iglesias, e oggi di Jeremy Corbyn. In realtà non bisognerebbe aggiungere nulla, e smettere invece di definire di sinistra tutti quei partiti europei che pur provenendo da un percorso comune hanno finito per allontanarsene così tanto, per passaggi e strappi successivi, da aver perso ogni traccia della loro storia.

Da molti punti di vista una persona come Matteo Renzi è più vicina a Sergio Marchionne – perfino nel linguaggio del corpo – che agli operai che lavorano negli stabilimenti della Fiat. Ma non è questo il punto. Il fatto è che sul nostro pianeta una grandissima maggioranza di persone vive in condizioni inaccettabili, con gradi di povertà che variano a seconda della latitudine e del colore della pelle.

E non c’è bisogno di scomodare nessun filosofo tedesco dell’ottocento.A dirlo sono, da anni ormai, gli studi delle agenzie della Nazioni Unite, il lavoro sul campo delle organizzazioni non governative, ma anche chiunque non chiuda gli occhi di fronte al fiume di persone che spinge alle porte dei paesi più ricchi.

Leggendo gli indicatori di scolarizzazione, salute, speranza di vita alla nascita, pil pro capite, accesso a servizi essenziali o libertà di movimento ci vuole coraggio per definire il mondo in cui viviamo un mondo giusto. Alexis Tsipras, Pablo Iglesias o Jeremy Corbyn saranno forse inadatti, avranno fatto e faranno errori, ma chi li ha scelti e votati ha solo cercato di ricordare che finora il capitalismo è stato un disastro, anche se costellato di invenzioni e innovazioni stratosferiche.

di Giovanni De Mauro da “Internazionale”

La politica non è proprietà privata

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Ecco la lettera di Landini che convocava la riunione di oggi a Roma per preparare la manifestazione del 28 e lanciare la coalizione sociale

Nelle scorse settimane abbiamo incontrato molte associazioni, reti, movimenti e “personalità” , con cui abbiamo ragionato sulla necessità di un momento assembleare, lontano dal clamore e dalle attenzioni dei media, per dibattere in modo libero e aperto l’ipotesi di costruire una “coalizione sociale”.

Ho avuto la fortuna di potermi confrontare, prima e dopo l’assemblea nazionale delle e dei delegati della Fiom, con molti e di condividere sin da subito l’idea che il tentativo di costruire una coalizione sociale muove da una certezza: la politica non è proprietà privata. Questo convincimento deriva dalla nostra Costituzione, che promuove esplicitamente la partecipazione alla vita pubblica e sostanzia la democrazia con la centralità della cittadinanza, a partire dal lavoro e dalla rimozione degli ostacoli sociali e culturali che dovessero impedire il contributo di ciascuno al bene comune.

La necessità di provare a costruire una coalizione sociale è dettata da due assunti che si stanno affermando, dettati dallo “stato di necessità” che la crisi economica e sociale veicola e dalle politiche di austerità europee. “La fine del lavoro” e “la società non esiste, esistono solo gli individui e il potere che li governa” credo diano vita allo spettro di un futuro già presente con cui siamo chiamati a fare i conti in tutta Europa.

La riflessione e le pratiche, a mio avviso, devono avere l’obiettivo di una Europa democratica e solidale come spazio di coesione per impedire la competizione tra i lavoratori e la “guerra tra poveri”. Le politiche della Commissione e della troika, anche in Italia, oltre che nel resto d’Europa, stanno mettendo in discussione la democrazia (modificando la Costituzione con l’introduzione del pareggio in bilancio e riscrivendone più di un terzo), il lavoro e i suoi diritti (da ultimo con il Jobs Act), l’istruzione e la formazione (con un disegno di legge, ignorando la legge di iniziativa popolare sulla scuola), la salute (con la cancellazione delle politiche di prevenzione e della sanità pubblica), i beni comuni e la cultura (privatizzando sia il nostro patrimonio sia i luoghi e i mezzi della cultura e distruggendo l’ambiente, senza rispettare il mandato popolare dei referendum), la giustizia (attraverso la sostanziale impunibilità dei reati connessi alla finanza e all’economia e la riduzione delle iniziative di contrasto alle mafie).

Tutto sta cambiando in tempi rapidi e indietro non si tornerà: per questo è necessario superare le divisioni, il frazionamento, le solitudini collettive e individuali e coalizzarsi insieme per una domanda di giustizia sociale sempre più inascoltata e senza rappresentanza. Con questo spirito condiviso da molti dovremmo trovare il modo di dare forma e forza ad un progetto innovativo, individuando punti di programma condivisi nello spazio nazionale, ma fondamentale è che la coalizione abbia radice e si sviluppi nei territori. I territori e la rete debbono essere i due spazi di partecipazione e di integrazione fra contatto umano e comunicazione digitale e di un nuovo mutualismo nelle pratiche: conta quello che si dice ma di più quello che si fa.

La coalizione sociale potrà esistere se ognuno stabilirà di esserne parte e il suo futuro sarà deciso da tutti e insieme. Per noi deve essere la realizzazione di una visione nuova del lavoro, della cittadinanza, dei diritti, del welfare e della società. Per realizzare questo percorso, la coalizione sociale dovrà essere indipendente e autonoma: significa che per camminare dovrà potersi reggere sulle proprie gambe e pensare collettivamente con la propria testa.

Queste poche righe per invitarti\vi ad incontrarci a Roma presso la Fiom nazionale – corso Trieste 36 – sabato, 14 marzo 2015 alle ore 10.00.

Cari saluti Maurizio Landini

Fenomenologia di Matteo Renzi (ovvero l’altra faccia del berlusconismo)

Si pensava, solo poco tempo fa, che gli italiani ne avessero avuto abbastanza degli “Uomini della Provvidenza”, di quelli del “Ghe pensi mi !” o peggio ancora del “Me ne frego !” Tutti inqualficabili personaggi che hanno frequentato l’agone politico di questo squinternato, dissestato e disastrato “stivaletto di casa nostra”. Stupisce invece osservare come l’italiano medio cada spesso vittima di infatuazioni politiche realmente inspiegabiili seguendo il filo della logica. Questi innamoramenti finiscono per far capitolare un popolo, forse mai abbastanza maturo politicamente, nei confronti di personaggi probabilmente dotati di un certo carisma, ma certamente immeritevoli per palesi carenze di qualità. Così ci si deve rassegnare a vedere la scalata popolare di personaggi poco brillanti e decisamente indegni della stima e dell’approvazione che la vulgata popolare tributa loro. Un paese che ancora oggi lotta per capire cosa significhi realmente il termine meritocrazia non può che trasformare in miti delle nullità totali. Questo fenomeno, questa strana e stucchevole luna di miele tende, purtroppo per il nostro popolo, a ripetersi in modo ciclico, ed ahinoi con una certa frequenza, ogni qual volta un fanfarone, un po’ più smargiasso e cialtrone degli altri, si affaccia sullo scenario politico. I precedenti più o meno ingloriosi riguardano Bettino Craxi, Silvio Berlusconi ed in modo ancor più drammatico Benito Mussolini. Non vorrei poi scomodare volumi e volumi di storia risalendo a Francesco Crispi e Giovanni Giolitti, ma scrivendo queste note esprimo la forte preoccupazone per quella che rischia di essere per l’ennesima volta una sorta di coazione a ripetere e che va a sfociare, oggi come ieri, in un caso di emergenza democratica. Questa emergenza democratica oggi ha un nome ed un cognome: Matteo Renzi.

Lavoro, cambiano i contratti a termine: fino a tre anni senza causale

L’attuale segretario del PD incarna in sè tutte le peggiori caratteristiche che avremmo voluto vedere debellate dalla politica del “post-ventennio berlusconiano”. Una politica che doveva mettere da parte ogni tipo di “Io” e portare al centro la partecipazione e coniugando tutto con il “noi”. Invece l’Italia ha trovato ancora una volta il suo “salvatore della patria” che tronfio di un ego ipertrofico fuori da ogni limite consentito sta ponendo le basi perchè l’ennesimo Gattopardo possa ritrovare vita come una fenice che rinasce ogni volta dalle proprie ceneri. Un vero miracolo italiano di ciarlataneria ! Certamente i “sinceri democratici” leggendo queste righe sobbalzeranno, gridando al solito allarmismo dei comunisti ormai fuori dalla scena politica oltre che fuori dalla storia. Eppure inviterei a riflettere sull’atteggiamento di Renzi all’indomani dell’accordo raggiunto sulla nuova legge elettorale dopo l’incontro nella sede nazionale del PD con il caimano Berlusconi, avvenuto qualche mese fa. La legge elettorale italiana necessita una riscrittura perchè bocciata dalla Corte Costituzionale ed allora Renzi e Berlusconi posero le basi per il famigerato Italicum approvato alla Camera qualche giorno fa. Con l’Italicum, e se il nome assomiglia tanto a quello di una strage impunita probabilmente non è un caso, si rimanda veramente a pagine oscure della storia italiana ed in un certo senso ci si sta preparando a ripercorrerle. Come non ricordare la Legge Acerbo voluta dai fascisti dopo la Marcia su Roma e la loro conseguente presa del potere ? Il sistema elettorale, denominato Italicum, è destinato ad un ingrato compito. Sostituire il Porcellum elaborato ai tempi da Roberto Calderoli e superarlo per le note vicissitudini che ne hanno determinato l’incostituzionalità.

La Legge elettorale di Calderoli è stata giudicata incostituzionale per l’eccessivo premio di maggioranza che avvantaggia la coalizione che raccoglie più voti e per la presenza di liste bloccate che palesano l’impossibilità da parte dei cittadini di poter scegliere i propri eletti attraverso il semplice uso della preferenza.

L’Italicum compie così una vera strage di democrazia: introduce ed eleva le soglie di sbarramento presenti nel Porcellum e ciò porterà più di dieci milioni di italiani, secondo i risultati delle ultime elezioni politiche, a non avere rappresentanza nelle istituzioni.

Per l’ennesima volta non saranno gli italiani a scegliere chi verrà eletto nelle istituzioni. Perchè i famigerati listini bloccati, così scandalosi nel Porcellum dei nominati, hanno una incredibile reviviscenza nell’Italicum di Renzusconi.   E qui l’ubriacatura dei mass-media per il nuovo “unto del Signore” compie e fa compiere veri ed autentici miracoli di amnesia collettiva. Siamo orami ai paradossi più incredibili. Chi non ricorderà gli editoriali infuocati di Repubblica, l’unico e vero organo ufficiale del Pd, contro i Parlamenti di nominati. Il giorno dopo il meeting Renzi-Berlusconi nella sede del Nazareno ecco invece emergere solo lodi sperticate al leader novello grande Principe machiavelliano che ottiene un compromessso degno del migliore statista che si ricordi. Non amo il modo con cui Beppe Grillo esprime il suo disprezzo nei confronti della stampa e dei giornalisti del nostro piccolo paese. Talvolta però mi spiace osservare che questo biasimo è del tutto meritato.

Fresco del plebiscito delle Primarie di dicembre, Renzi si scaglia anche contro la minoranza del proprio partito che prova ad argometare in qualche modo che gli obiettivi della nuova legge elettorale non dovevano certo esser quelli poi raggiunti e sbandierati dall’entourage del segretario nonché sindaco di Firenze. Gianni Cuperlo sbeffeggiato come colui che siede in Parlamento senza aver lavato il corpo nel sacro fiume delle primarie abbandona la Direzione Nazionale con Renzi che, novello Miles Gloriosus, fa sfoggio della sua robusta vittoria. Ed allora Renzi sente di dover rispondere ai 2 milioni di elettori che lo hanno consacrato, senza sapere o meglio senza valutare che rispondendo a due milioni di persone, chissà poi se davvero tutti elettori del PD, decide in un sol balzo di estromettere dalla rappresentanza politica circa un quarto degli italiani (tra i 10 ed i 15 milioni). Il paragone risulterà ad alcuni ardito, ma a chi scrive Renzi appare sempre più simile al Berlusconi che si lancia nelle sue filippiche contro i magistrati che lo rinviano a giudizio e che non possono permettersi di fare un affronto simile ad uno che ha votato se stesso alla sacra ordalia del consenso popolare. Allo stesso modo il neosegretario del PD irride chi non ha forgiato le proprie terga nel lavacro delle primarie. Lo stile berlusconiano c’è tutto e con questo anche la faciloneria di chi ha accusato altri di essere attaccati a seggiole e posti di potere mentre lui stesso contemporaneamente si trova a svolgere il ruolo di segretario del PD, Sindaco di Firenze e Presidente del Consiglio. Probabilmente non vi saranno rigide incompatibilità ed una di queste cariche è ormai al tramonto, ma per chi spergiurava di essere antitetico alle larghe intese è prorpio un gran bel dilemma trovarsi a capo di un governo che estende le “larghe intese” all’intera legislatura, perchè Renzi non ricorda e non prova il benché minimo pudore quando afferma che il suo Governo nasce per durare tutta la legislatura e quindi fino al 2018. 

Appare sempre più evidente come l’elezione di Renzi a segretario del PD sia l’ultmo e definitivo passo di una compiuta ed acclarata modificazione genetica avvenuta all’interno di ciò ch un tempo fu il principale partito nel panorama della sinistra italiana. Il verbo al passato è d’obbligo perchè il PD non è certo divenuta una forza politica residuale o di piccole dimensioni, ma è ormai un dato di fatto che questo partito non ha più nulla che lo possa far ritenere anche lontanamene di sinistra. E nella confusione di una situazione politica in cui rischia di prevalere talvolta la retorica un po’ confusionaria a cinque stelle espressa da Grillo, non possono che dominare la scena i Matteo Renzi di turno, anche e soprattutto per la faciloneria che cerca sempre l’uomo solo al comando, che anche questa volta tanto per cambiare è il solito democristiano riciclato per quanto oggi si tratti di un giovin signore e di bell’aspetto.

Cosa rispondere quindi alla fatidica domanda: moriremo democristiani ?? Nel PD hanno deciso di rispondere tutti in coro ed in modo affermativo. Almeno i due milioni di sostenitori del “giovane ragazzo prodigio da Firenze”.

Ricordo che mesi fa, era il mese di novembre del 2013, e si teneva il Congresso locale della sezione senaghese del PD. Mi trovavo lì per portare il saluto di Sinistra Senago e prima che l’assise avesse inizio ho ascoltato un po’ delle chiacchiere e dei dialoghi che avvenivano fuori dalla locale sezione. Si commentavano gli eventi politici nazionali, era di quei giorni la imminente fuoriuscita dei seguaci di Angelino Alfano dalla nuova Forza Italia. Nasceva così il Nuovo Centro Destra. Qualcuno tra gli iscritti del PD interloquendo diceva pressappoco così: “Vedete che anche dall’altra parte (il centrodestra si intende), hanno capito che non si può fare politica con uno che vuole fare sempre il padrone (e qui immagino si intendesse Berlusconi)!” Peccato che solo poche settimane dopo anche nel centrosinitra, pardon nel Partito Demcratico, decidessero di eleggere un nuovo padrone che ha iniziato berlusconianamente a esercitare il suo democratico ruolo e lo stile è davvero inconfondibile !!

Sul volantino di Lerici: contro il femminicidio, per il femminismo

Se ingrasso è colpa del barattolo di Nutella che mi sta davanti, non è colpa mia, se lo faccio fuori a cucchiaiate. Ovvio, la Nutella è dolce, cremosa: mi tenta; non ingrasso per la mia smoderata golosità di dolci, ma per l’azione tentatrice della crema di nocciole! Eh no, questo discorso non fila, non è logico: dovessi andare da un dietista a raccontare questa cosa, verrei sicuramente (e giustamente) preso in giro!

Il volantino recentemente affisso dal parroco di San Terenzo di Lerici, Piero Corsi, viaggia sullo stesso binario: «Le donne e il femminicidio. Facciano sana autocritica: quante volte provocano?». Non per essere a tutti i costi anticlericali, ma gli unici che devono fare autocritica sono gli stessi sacerdoti, che pensano e scrivono cose del genere, per questa ragione siamo così sicuri che la Chiesa (o almeno una parte della Chiesa) abbia seriamente fatto i conti con la “questione femminile”, oltre la Mulieris dignitatem di Giovanni Paolo II? Lasciamo in sospeso questa domanda e vediamo da dove il prete ligure ha preso spunto per il breve messaggio: la fonte è il sito ultrareazionario “Pontifex.org” un blog vicino alle posizioni della destra estrema, che non si risparmia attacchi violenti contro le donne, gli omosessuali, i laici e gli atei. Sono parecchi i post in cui viene odiosamente condannata la condizione moderna della donna, colpevole di abbandonare il focolare domestico e la cura della prole, per dedicarsi a professioni altrimenti destinate esclusivamente agli uomini.  Ad esempio, in un articolo di Giovanni Toffal, intitolato “Le donne facciano le donne”, si legge: “arrivò il sessantotto. Anarchici, rivoluzionari, figli dei fiori, libertini, sinistri, pagani, atei, agnostici e femministe, insinuarono che la donna poteva realizzarsi maggiormente uscendo di casa […] la classe politica invece di perdere tempo a parlare di quote rosa e baggianate analoghe, dovrebbe piuttosto impegnarsi a varare politiche famigliari che permettano alla donna di fare la madre e la moglie a tempo pieno senza costringerla ad andare a lavorare”. In un’intervista di Bruno Volpe ad Arduino Bertoldo, vescovo emerito di Foligno, si leggono alcune scioccanti dichiarazioni dell’alto prelato: “Se una donna cammina in modo particolarmente sensuale o provocatorio, qualche responsabilità nell’evento la ha e voglio dire che dal punto di vista teologico anche tentare è (è ndr) peccato. Dunque anche una donna che camminando o vestendosi in modo procace suscita reazioni eccessive o violente, pecca in tentazione”. Gettate queste premesse non è stato difficile giungere alla fonte del volantino incriminato: “Le donne e il femminicidio facciano sana autocritica, quanto volte provocano?”, il pezzo firmato dallo stesso Bruno Volpe si lascia andare a dichiarazioni pericolosamente misogine e ai limiti di ogni sopportazione. Per il blogger la colpa delle violenze sulle donne non dovrebbe essere attribuita nella maggior parte dei casi agli uomini, come fanno i media, ma alle donne stesse, vere macchine tentatrici (le donne – si legge nell’articolo – sempre più spesso provocano, cadono nell’arroganza, si credono autosufficienti e finiscono con esasperare le tensioni esistenti. Bambini abbandonati a loro stessi, case sporche, piatti in tavola freddi e da fast food, vestiti sudici e da portare in lavanderia, eccetera…).

Gli esempi possono essere infiniti, mi fermo per rispetto alla decenza e per rispetto alle donne. Questo piccolissimo saggio di grande letteratura giornalistica dimostra in modo lampante quale sia la considerazione della donna tuttora vigente presso le frange più estrema della Chiesa cattolica. Nella prospettiva orribilmente maschilista di quelle persone ogni movimento di emancipazione femminile è sinonimo di regresso sociale, in quanto pericolo estremo per la famiglia naturalmente costituita. Una donna non può lavorare e progredire nel suo lavoro, non può assumere posizioni di responsabilità sugli uomini, poiché dimenticherebbe i suoi obblighi di madre devota e sposa fedele. Irrita ancora di più la giustificazione insensata delle violenze sulle donne; un uomo ha tutto il diritto di stuprare se “tentato” dalla serva di Satana, anzi dopo l’atto violento deve pure rimanere impunito: non è colpa sua. La colpa è attribuire alla morale deviata delle donne moderne, che preferiscono uscire di casa, anziché rimanere sotto il tetto coniugale, per prendersi cura di marito e prole.

L’estremo male dell’occidente è la donna libera, ma chi avrà mai istillato nella mente della donna questa insubordinazione verso il focolare? I comunisti, ovviamente, il male dei mali, il male sommo! Una simile visione della società ci riporta indietro ai tempi del libro Cuore, anzi no a tempi della Caccia alle streghe! Per questa ragione è utile, soprattutto in un momento di grave crisi del lavoro, recuperare tutte quelle idee che hanno animato la lotta di emancipazione della donna, depurandole da ogni fanatismo, in modo da tutelare quell’uguaglianza tra i sessi, che è legalmente sancita dalla nostra Costituzione. Signori cari, nel rispetto delle credenze religiose dell’altro, bisogna rendersi conto che si sta chiudendo il 2012, non siamo più ai tempi di Pio X: i problemi sociali sono cambiati e così anche la mentalità con la quale ci si approccia ad essi. Si spera che i gestori di quel sito, dopo il mare di polemiche appena sorto, facciano marcia indietro, rispetto le posizione precedentemente prese: sarebbe un auspicabile segno di intelligente autocritica.

Milano,cambiare si può

Cambiare si può, Milano: con intelligenza e senza arroganze.

di Anna Camposampiero, Vincenzo Vasciaveo, Nadia Rosa, Massimiliano Lio, Giancarlo Broglia
L’assemblea milanese di “Cambiare si può” è stato un importante appuntamento, partecipato con un dibattito ricco, che ha fatto proprio il principio della pari dignità, di singoli, di associazioni, di militanti di partito, di organizzazioni, tutti uniti nel raggiungimento dell’obiettivo. Una pratica questa naturale, di chi si riconosce simili e uguali nelle tante vertenze territoriali e nelle tante lotte, dove cittadinanza attiva e militanti di partito operano da anni senza differenze e primogeniture. Per questo l’assemblea è stata un successo di partecipazione e di totale assenza di polemiche pretestuose sul ruolo dei partiti. Se qualche sparuto intervento ha cercato di porlo questo è apparso estraneo alla grande maggioranza dei partecipanti.
Questo è ciò che noi abbiamo visto e vissuto, sia come componenti la presidenza che da compagni/e intervenuti portando il proprio contributo.

Stupisce quindi l’articolo di Guido Viale sul Manifesto, il quale legittimamente esprime una sua personalissima tesi, ma accostandola all’assemblea milanese generando un equivoco di fondo che per molti militanti di partito e non solo risulta insopportabile. La tesi secondo la quale, le oligarchie e gli apparati partitici “vetusti” e in cerca di “posti”, debbano con “garbo” fare un passo indietro, raccogliere le firme necessarie (senza gli apparati vetusti ciò è impossibile), ma poi perché portatori di “sconfitte” arrendersi alla “cittadinanza attiva”. L’errore di Viale e di molti intellettuali, non avvezzi forse a frequentare le tante vertenze territoriali (NO TEM, lotta agli inceneritori, difesa dell’occupazione, lotta ambientali, lotte antirazziste, difesa dei beni comuni), è quello di non prendere neanche in considerazione, che tra la “cittadinanza attiva” e i militanti di partito della sinistra (come molti interventi hanno sottolineato nell’assemblea) nei movimenti sociali non ci sono differenze, perché tutti lavorano per il raggiungimento dell’obiettivo. Tutti sono “cittadinanza attiva” e questa è l’unità e la pari dignità, che a Milano ha preso forma in “Cambiare si può”. Un “Cambiare si può” molto diverso da ciò che auspica Viale, che rispettiamo e apprezziamo ma con cui non concordiamo.
La nave di “cambiare si può” a Milano è partita bene e ha preso il largo. Nel mare tempestoso che ci aspetta al governo di questa nave, non ci devono essere primogeniture e arroganze, dei partiti certamente, ma anche degli “intellettuali” che se anche hanno avuto il merito di “lanciare” una proposta, oggi devono avere anch’essi l’umiltà di mettersi al servizio della nave, facendo tutti lo stesso lavoro, il mozzo, il marinaio e il cuoco, senza la presunzione di essere i soli al timone “essendo unti” dalla primogenitura.

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La sintesi tra le diverse sensibilità interne alla FdS

L’intervista di Massimo Rossi su il manifesto di mercoledì 19, attraversa tutte le contraddizioni culturali e politiche dell’area che vorrebbe costruire l’alternativa alla linea liberista oggi rappresentata dal sostegno bipartisan al Governo Monti. Il punto centrale della riflessione di Rossi è quello del come portare a sintesi politica le diverse sensibilità che compongono oggi la Federazione della sinistra. Date le scadenze imminenti è bene fare chiarezza sui nodi da sciogliere al suo interno e che, purtroppo, non sono affatto nuovi ma rappresentano drammaticamente il forte ritardo accumulato verso gli obiettivi sui quali era stata fondata quest’aggregazione politica. Quali erano questi obiettivi, e a quali problemi irrisolti oggi corrispondono? Il primo era il creare tra forze politiche di storia comunista, il Prc ed il Pdci, una confluenza che invertisse la tendenza storica alla divisione.
Una prospettiva decisamente interessante ma che troppo spesso è stata assunta, da parte di alcuni in entrambi i partiti, come orizzonte generale ed esaustivo della Fds, sintetizzabile nella formula «unità dei comunisti», cioè della fusione tra i due partiti, strumento certo importante, ma decisamente parziale rispetto alla prospettiva generale. Se può esistere nella realtà odierna italiana un’unità dei comunisti, certo essa va ricompresa nella Fds e non deve rappresentare una prospettiva a se stante, escludente. Continuare a proporre esclusivamente questa strada crea tensioni inutili e false scorciatoie che eludono il problema centrale di una ricomposizione necessariamente originale tra forze consonanti. Il secondo obiettivo era quello di far confluire aree politiche di altra provenienza, a partire da quelle d’ispirazione sindacale e socialista, che poi si sono fuse insieme sino a dar vita al Movimento verso il partito del lavoro di Salvi e Patta.
La presenza di questa componente, con una cultura politica complementare a quella dei due partiti comunisti, «apriva» al terzo obiettivo, a mio avviso il più importante per allargare l’orizzonte politico della Fds: chiamare al suo interno, con parità d’interlocuzione politica e culturale, coloro i quali, provenendo da storie non necessariamente di partito e non appartenenti alla tradizione comunista, ma con esperienza nei movimenti, nella costruzione di esperienze concrete di «altri mondi possibili», si fossero aggregati all’interno di un progetto federale. In questa prospettiva il termine «Federazione» indicava dunque non solo una modalità organizzativa, ma la maniera di stabilire un patto tra componenti e quindi gestire le dinamiche di un confronto orientato alla necessità della confluenza tra diversità. A quest’obiettivo, sostenuto da un’analisi antiliberista e dall’esperienza positiva di tante pratiche locali e di movimento, propedeutico alla creazione di un campo di forze che attraesse, come un magnete centrale, la limatura della sinistra diffusa e di alternativa ancora senza una casa comune, si è voluto, in sede di Congresso fondativo, per riflessi identitari anacronistici, dare da subito un recinto più angusto, escludendo dalla costituency della FdS le culture libertarie, che com’è noto rappresentano grande parte dell’humus politico dei movimenti altermondialisti, in America latina, e non solo.
A questo primo vulnus si è poi aggiunto lo schema fattuale della dialettica previa tra le segreterie dei due «azionisti di maggioranza» Prc e Pdci e solo come risultante di queste discussioni e connaturati compromessi, il passaggio attraverso il Consiglio nazionale, organo politico unitario della Fds. Anche il tesseramento diretto, che pure esiste, e si potrebbe facilmente quantificare ma soprattutto promuovere se ci fosse la volontà politica di farlo, è stato subordinato ai tesseramenti alle singole componenti, di fatto lasciando, la «pattuglia dei senza tessera» cioè degli iscritti direttamente alla FdS, senza un progetto condiviso dal punto di vista dell’ulteriore aggregazione. Ora tutti questi nodi interni, e non solo le diverse sensibilità in ordine all’interlocuzione sui contenuti col Pd, Sel, l’Idv ed i Verdi, che comunque servono ad aprire ulteriori contraddizioni all’interno dei vari continuismi di centro sinistra, vengono al pettine e vanno sciolti nel senso di un’accelerazione delle ragioni originariamente fondative della Fds, sulla spinta dell’orizzonte politico che ci si prepara per i prossimi anni condizionati dal patto di stabilità e dalla spending review.
Il fallimento della «convergenza tra le diversità» la scommessa politica ed organizzativa sulla quale molti hanno gettato, ancora una volta, coraggiosamente il cuore oltre l’ostacolo delle divisioni, delle «differenze antropologiche tra comunisti e non» delle gelosie di apparato, non avrà altre possibilità. Ecco perché la proposta di Massimo Rossi, di un referendum tra gli iscritti, non solo serve a chiarire la linea unitaria e le alleanze possibili, ma a fare chiarezza sul funzionamento interno di una Federazione che deve finalmente essere ciò per cui è nata.

26/09/2012 13:27 | POLITICAITALIA | Fonte: il manifesto | Autore: Raffaele K. Salinari (Da Controlacrisi.org)

VIENNA IN FESTA

Austria, alla festa del Kpoe: i comunisti si preparano alle elezioni

Chiunque sia stato a Vienna ha sicuramente visitato il Prater e la sua ruota da cui si può vedere la città dall’alto. Ogni anno una parte di questo enorme parco incastonato nel cuore di Vienna si tinge di rosso e viene popolata fino a notte fonda. Il primo fine settimana di settembre infatti qui si tiene la festa del Volksstimme, la rivista del Partito Comunista Austriaco (Kpoe).

Quest’anno Vienna è stata colpita da una forte ondata di maltempo, che ha portato pioggia per tutta la prima giornata della festa. Ma questo non ha fermato tanti viennesi dal partecipare alla festa, dal visitare gli stand e dal discutere con i militanti del Kpoe.

L’Austria è un paese con una forte impronta reazionaria e anticomunista (che si riflette elettoralmente nei due forti partiti di estrema destra, il Fpo e il Bz), dovuta al fatto che il partito nazista non è mai stato davvero sciolto e che la cultura maggioritaria continua a vedere l’Austria come vittima del nazismo tedesco. Non è quindi il posto più facile per essere comunisti. Proprio per questo la festa annuale rappresenta per il Kpoe un momento per entrare in contatto con tanti lavoratori, e per rompere il muro anti-comunista che è stato costruito, tanto dai conservatori quanto dai socialdemocratici e dai verdi.

Al contrario di quello che avviene in Italia, la festa comincia molto presto, nel primo pomeriggio, con eventi culturali e sportivi organizzati dal partito:ci sono gare di beachvolley, di judo, esibizioni di danza, tornei di scacchi. Chi partecipa alla festa non viene solo per mangiare, ma vi passa la giornata intera, alternando momenti musicali o sportivi a momenti politici e di dibattito.

La festa è organizzata in viali, ognuno dei quali ha un nome legato agli stand che si affacciano su di esso. Quest’anno però in particolare di ci si ricorda di Jura Soyfer, scrittore comunista nato 100 anni fa, morto a Dachau a causa della sua resistenza al Nazismo.

La festa è decisamente più grande di quello che si potrebbe aspettare da un partito che si muove in una società così conservatrice. Ogni Federazione regionale del Kpoe ha il proprio stand, così come tutte le sezioni viennesi. Ogni birra e ogni Bratwurstl è l’occasione per avvicinare qualche lavoratore alle proposte e al programma del partito. Molti stand offrono delizie prodotte dagli stessi militanti, dalle birre artigianali, alla carne, al Most, una sorta di sidro ottenuto dalla fermentazione di mele e di altri frutti.

Proprio vicino all’entrata c’è lo stand del GLB, la corrente di sinistra del sindacato austriaco, sempre piena di lavoratori, in cui si portano avanti due importanti campagne per le 35 ore di lavoro settimanali e per la difesa dello stato sociale, che anche qui, nel cuore dell’Europa del “nord”, viene colpito dai tagli operati dal governo di grande coalizione tra socialdemocratici e conservatori.

La festa è fortemente caratterizzata anche dal punto di vista internazionale. Molti lavoratori immigrati in Austria hanno organizzato sezioni del proprio partito e hanno uno stand alla festa. Ci sono gli iraniani e gli iracheni, così come molti sudamericani: tra questi spiccano come sempre lo stand di Cuba, grande e popolatissimo e quello dell’associazione Austria-Cuba. Ma è forte anche la presenza dei venezuelani in difesa delle conquiste dell’era Chavez.

C’è poi il quartiere europeo, in cui sono presenti lo stand della Linke, quello del Partito Comunista Tedesco (DKP) e quello della Sinistra Europea con la sua rivista Transform. C’è anche lo stand del Circolo della Federazione della Sinistra “Carlo Giuliani”di Parigi, presente alla festa dall’anno scorso, che oltre alla vendita di prodotti italiani, cerca di diffondere la solidarietà tra i lavoratori dei diversi paesi colpiti dalla crisi.

Proprio lo stand della Sinistra Europea ha ospitato un dibattito sull’Europa a cui hanno partecipato il direttore della rivista Transform, un dirigente del Partito Comunista Francese e il Pdci. Il confronto tanto sulla visione dell’attuale Europa e dell’attuale crisi quanto sulle alternative è stato interessante e serrato, e il contributo che il nostro Partito ha portato è stato molto apprezzato.

Ci sono infine gli stand dei Giovani Comunisti Austriaci (Kjo) e degli studenti (Ksv-LiLi) che indossano maglie con lo slogan “Vota Comunista” (in italiano) e che rimandano a siti il cui indirizzo è italiano (votacomunista.at e comunista.at). Questo è un chiaro segno di quale influenza ha avuto il movimento comunista italiano sui lavoratori del resto dell’Europa e del mondo. E al contempo indica quanto oggi sia necessaria la ricostruzione di un Partito Comunista in Italia.

Il Kpoe si prepara ad un anno molto impegnativo in cui dovrà affrontare gli effetti della crisi sulla classe lavoratrice austriaca e le elezioni che si terranno l’anno prossimo. A questo si aggiungono le riforme proposte dai socialdemocratici e dai verdi tese ad escluderli da molti consigli comunali e circoscrizionali, ponendo insensate soglie elettorali. Siamo sicuri che i militanti del Kpoe sono pronti a mettere nelle elezioni e nelle lotte lo stesso impegno che hanno messo per la riuscita della Volksstimmefest.

09/09/2012 10:47 | POLITICAINTERNAZIONALE | Autore: lorenzo battisti (Da ControLaCrisi. org)

Golpe in Paraguay

CONTRO IL GOLPE ISTITUZIONALE IN PARAGUAY !

Il Partito della Rifondazione Comunista esprime la più ferma condanna del vero e proprio colpo di Stato istituzionale contro il presidente costituzionale del Paraguay, Fernando Lugo, tramite il cosiddetto “giudizio politico”. Un golpe che rappresenta un chiaro attacco al difficile processo di trasformazione del paese iniziato con la vittoria di Lugo nelle elezioni del 2008 e che ha posto fine ai 60 anni della sanguinaria dittatura di Alfredo Stroessner e del Partito Colorado.

Sono le stesse forze che hanno sempre cercato di bloccare in tutti i modi le trasformazioni sociali ed il protagonismo popolare in Paraguay, ostacolando inoltre l’integrazione latinoamericana.
Oggi, in maniera grottesca, quello stesso Parlamento che è in mano alla destra grazie alla vecchia legge elettorale, si erge a difesa della democrazia, mentre in realtà cerca di difendere i privilegi dei latifondisti e dell’oligarchia, in alleanza con i grandi mezzi di comunicazione.
L’attuale pretesto è l’oscuro massacro avvenuto nei giorni scorsi a Curuguaty dove sono stati uccisi 11 contadini e 6 membri della polizia durante lo sgombero di un’occupazione di terre. Il massacro, secondo diverse denunce, potrebbe essere stato organizzato per fornire un argomento politico alla magistratura corrotta ed al parlamento.

La situazione che vive in queste ore il Paraguay si intreccia con la rimilitarizzazione imperialista statunitense e la violazione dei diritti democratici dei popoli in tutto il continente: nel 2002 il tentativo fallito di rovesciare con la forza il Presidente Chavez e la Rivoluzione Bolivariana in Venezuela; nel 2009 il riuscito colpo di Stato contro Manuel Zelaya in Honduras; nel 2010 il tentativo di golpe contro il Presidente Correa e la “rivoluzione cittadina” in Ecuador; dopo la fallita secessione della “media luna”, negli ultimi mesi le campagne di destabilizzazione contro la Bolivia del Presidente Evo Morales. Sono tutti segnali della strategia imperiale contro i processi di cambiamento politico e sociale in America Latina.

Il Partito della Rifondazione Comunista riafferma la sua solidarietà con il movimento contadino paraguayano per una distribuzione delle terre e per l’attuazione della Riforma Agraria, e condanna la repressione e la criminalizzazione dei movimenti sociali che si battono per i loro diritti.

Il PRC mentre denuncia le azioni di destabilizzazione ed esige dalle istituzioni europee ed italiane la difesa del legittimo governo costituzionale del Presidente Fernando Lugo e del processo democratico e popolare, chiama alla mobilitazione a difesa del processo democratico e costituzionale in Paraguay.

Paolo Ferrero


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