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Mattarellum e Porcellum a confronto

Il Mattarellum non è migliore del Porcellum

di Gianluigi Pegolo (Liberazione del 3 settembre 2011)
L’iniziativa referendaria, tesa a modificare l’attuale legge elettorale, promossa inizialmente dal settore veltroniano del Pd e oggi sostenuta anche da altri esponenti di quel partito fra cui Prodi, oltre che da Sel e dall’IdV, è non solo discutibile dal punto di vista tecnico-giuridico, ma rappresenta una scelta regressiva compiuta in nome d’interessi di parte che non porta alcun contributo positivo per correggere le storture e le iniquità dell’attuale sistema elettorale. Com’è noto, attraverso i quesiti referendari depositati, si punta a sostituire l’attuale sistema elettorale (il cosiddetto “Porcellum”) con il vecchio “Mattarellum”. In sostanza, al posto dell’attuale maggioritario di coalizione con un premio di maggioranza al 55%, si punta a ripristinare il sistema che prevedeva che il 75% dei seggi fossero attribuiti attraverso il maggioritario uninominale a turno unico, ripartendo il restante 25% secondo un criterio proporzionale fra le liste che avessero raccolto almeno il 4% dei voti.
L’argomento utilizzato dai promotori dell’iniziativa è che questo referendum costringerebbe il Parlamento a modificare la legge elettorale attualmente in vigore. La prima obiezione che si può fare è che se questo è l’intento, lo strumento utilizzato presenta limiti evidenti dal punto di vista del rispetto della giurisprudenza della Corte costituzionale in materia di referendum, giacché presuppone che la soppressione dell’attuale legge elettorale implichi l’automatico ripristino di quella precedente, incorrendo così nel rischio concreto che i quesiti referendari non siano accolti. E’ però del tutto evidente che dietro a simili argomenti si cela in realtà un disegno teso alla ridefinizione delle regole elettorali al fine di determinare una modifica, oltre che degli equilibri politici, della natura stessa del sistema istituzionale. Vale allora la pena di entrare nel merito delle differenze e delle analogie dei due sistemi elettorali, considerando preliminarmente il “Porcellum”.
L’attuale sistema elettorale è sicuramente aberrante, basti considerare che una coalizione con una maggioranza relativa può, anche con un solo voto di scarto rispetto a un’altra, accaparrarsi la maggioranza del 55% dei seggi parlamentari. Il vulnus al principio democratico è evidentissimo giacché in tal modo si stravolge completamente il reale peso elettorale degli schieramenti. Peraltro, è con questo sistema che il centro-destra con una semplice maggioranza relativa ha potuto governare finora indisturbato.
Va anche detto che questa abnormità dal punto di vista politico-istituzionale non ha suscitato particolare indignazione nel centro-sinistra almeno fino alla sconfitta del 2008.
Più frequentemente, invece, la critica si è incentrata sulla scarsa garanzia di stabilità che questo sistema offre in virtù del fatto che i diversi meccanismi previsti per Camera e Senato rendono incerta la conquista di una maggioranza omogenea nei due rami del Parlamento. O, ancora, sull’utilizzo delle liste bloccate che privano il cittadino elettore della possibilità di influire sulla designazione degli eletti.
Che questo sistema debba essere cambiato è quindi necessario, ma l’iniziativa referendaria in corso propone una soluzione altrettanto disastrosa. In primo luogo, il “Mattarellum” non risolve il problema della governabilità, come vorrebbero i sostenitori del referendum. È sufficiente, infatti, che si presentino tre poli, anziché due, e non è più scontato l’ottenimento della maggioranza assoluta dei parlamentari da parte di una coalizione. Ma veniamo alle questioni più rilevanti. La prima è che questo sistema, come l’altro, resta maggioritario e che quindi stravolge il principio democratico della rappresentanza. Quel 25% di proporzionale, oltretutto vincolato al superamento del 4%, addolcisce appena la durezza di un meccanismo che resta feroce nei confronti delle minoranze che non si accodano ai principali schieramenti.
Ma non si tratta solo di questo. Come nel caso del “Porcellum”, il “Mattarellum” promuove la trasformazione in senso bipolare del sistema politico istituzionale costringendo agli apparentamenti forzosi. In questo modo alimenta il trasformismo costringendo ad alleanze innaturali senza per questo superare la frammentazione politica, che puntualmente e spesso in modo ancora più esasperato si riproduce all’indomani del voto. Peraltro, l’essere il sistema imperniato sui collegi uninominali non solo consente forti rendite di posizione a formazioni con base localistica, ma alimenta il proliferare di un notabilato locale che agisce come elemento di ulteriore dissolvenza dei partiti, accentuandone la trasformazione nel senso di federazioni di comitati elettorali.
L’alternativa proposta non si annuncia quindi migliore del sistema in vigore; essa è invece funzionale al disegno politico di alcune forze che sperano dalla sua introduzione di trarne vantaggi. Ciò vale per i settori del Pd che con più convinzione assumono il modello bipolare e il superamento del sistema tradizionale dei partiti, ma non è un caso che si stia allargando nel Pd l’area delle adesioni, al punto che è incerto se alla fine l’intero gruppo dirigente appoggerà la proposta. La cosa non stupisce più di tanto se si considera che la proposta di legge elettorale all’“ungherese” presentata qualche tempo fa dal Pd non si differenzia molto dal “Mattarellum”, se si esclude l’utilizzo del doppio turno nella competizione nei collegi e l’introduzione di un piccolissimo diritto di tribuna.
Ma la ricerca del vantaggio particolare è anche la motivazione di forze come Sel che spera in tal modo di acquisire definitivamente le primarie di coalizione, essenziali per giovarsi del ruolo trainante del suo leader. Operazione che dimostra una notevole disinvoltura sul piano politico, considerando il fatto che questa formazione politica ha sempre rivendicato (almeno a parole) la propria fedeltà al proporzionale. A quel proporzionale che costituisce – io credo – l’unico modello sostenibile e non solo perché strettamente connesso all’ispirazione della nostra Costituzione, non solo perché più democratico, ma anche più credibile, alla luce dei fallimenti conclamati delle avventure maggioritarie che dagli inizi degli anni ’90 si sono susseguite.
E’ per queste ragioni che i quesiti referendari proposti da Passigli e sostenuti da autorevoli costituzionalisti, a suo tempo presentati, che avevano l’obiettivo di ripristinare nel paese un sistema elettorale proporzionale, erano l’unica risposta credibile alla crisi delle istituzioni e del sistema politico. L’errore commesso da Passigli che, cedendo alle pressioni provenienti dal Pd, ha fatto naufragare l’iniziativa, è ora ancora più evidente nel momento in cui le componenti maggioritarie del suo stesso partito sono passate all’offensiva. Anche per questa ragione è bene che la battaglia per il proporzionale resti in campo e che si ricostruisca un fronte a suo sostegno.

Due o tre piccole bugie… che ancora resistono

Come spesso capita in ogni fine legislatura, ed il clima è sicuramente da fine legislatura, si discute di sistemi elettorali e come si è detto recentemente il partito che all’opposizione dovrebbe far pesare maggiormente la voce di chi non ha voce, è al solito afono o quando va bene monocorde.

Già si è detto di un referendum che vorrebbe ripristinare nell’attuale sistema, prevalentemente proporzionale, il ritorno alla preferenza insieme all’eliminazione del premio di maggioranza ed alla riduzione delle varie soglie di sbarramento ad una sola. Purtroppo questa iniziativa referendaria è naufragata per la volontà di buona parte del centro-sinistra di dare vita ad un’altra iniziativa.

Da più parti nell’opposizione si vorrebbe infatti un ritorno al sistema maggioritario e la Direzione del Partito Democratico ha approvato un documento in cui indica il maggioritario come proprio modello elettorale di riferimento. Da qui il lancio di un controreferendum, di cui è partita la raccolta firme, che potremmo definire come una bella ed ennesima truffa perpetrata ai danni degli elettori da parti di PD, IdV ed anche con il sostegno di SEL.

IL NOSTRO APPELLO E’ OVVIAMENTE QUELLO DI NON FIRMARE !

Con questo referendum rischieremmo di cadere nell’ennesimo trabocchetto gattopardesco in cui si cambia tutto per non cambiare nulla.

Riassumiamo i tre principali capisaldi della riforma elettorale maggioritaria-uninominale, voluta allora dal famigerato Mario Segni e da un nefasto risultato referendario del 1993 in cui Achille Occhetto, allora segretario PDS, faceva da portaborse o da portaborraccia al suddetto Segni. Da allora nacque il cosiddetto Mattarellum e gli elementi per cui risultava più democratico secondo i suoi sostenitori erano pressappoco questi:

1 – maggiore potere decisionale ai cittadini e minor peso delle segreterie di partito

2 – diminuzione del numero dei partiti presenti in Parlamento

3 – scelta diretta del governo del paese e maggiore governabilità

Si può dire che in diversi anni di sperimentazione del sistema maggioritario, il già citato Mattarellum dal 1994 al 2006, passando per ben tre elezioni e circa 8 governi, di queste vaghe promesse non ne sia stata realizzata nessuna.

Credo che tutti ricordiamo come venivano selezionati i candidati dei diversi collegi uninominali, catapultando spesso candidati  che nulla avevano a che fare con un certo territorio in un determinato collegio solo perchè quella zona o collegio elettorale, poteva garantire meglio l’elezione.

Inoltre la scelta dei candidati medesimi passava attraverso un accordo-compromesso tra le segreterie dei partiti che componevano le coalizioni e che si dividevano i collegi facendo eleggere chi loro desideravano fosse effettivamente presente alla Camera oppure al Senato. In sostanza un sitema solo vagamente più democratico di quello attuale che ci porta ad un parlamento di nominati e non di votati scelti dai cittadini. Votavamo una persona, ma non avevamo fondamentalmente alternative, dal momento che quello schieramento presentava solo quel candidato o quella candidata (do you remember Patrizia Toia e Nando Dalla Chiesa ???) L’unica alternativa era quella di votare candidati di altri schieramenti.

Sulla diminuzione del numero di partiti alla Camera ed al Senato si è anche qui millantato un falso mito. Si veniva eletti con una coalizione, ma una volta in parlamento si faceva parte ugualmente di un partito che poteva essere fatto nascere ad hoc dopo l’elezione. E questo è inevitabile con ogni sistema elettorale poichè la Costituzione Italiana sancisce che l’eletto non ha alcun vincolo di mandato. Conosciamo tutti le ben note evoluzioni-involuzioni del beneventano Clemente Mastella che, eletto da una parte, si spostava poi ad ogni stormir di fronde, facendo così venire meno maggioranze prima solide e poi invece decisamente fragili.

Inoltre, un’altra enorme falsità di rilievo istituzionale è questa: in Italia non si vota direttamente nè il governo e tanto meno il presidente del Consiglio ! Per fare ciò sarebbe necessario modificare la Costituzione. In Italia si è sempre votato, e speriamo sempre si voterà, per un Parlamento perchè la nostra forma istituzionale è quella di una Repubblica Parlamentare e non di una repubblica presidenziale. Quindi per ora i nostalgici degli uomini forti devono darsi una calmata !

Da questo scaturisce che il potere di un parlamento garantisce maggiormente un paese rispetto alle decisioni unilaterali di un presidente, che seppur democraticamente eletto, può fare un po’ ciò che vuole se non viene limitato da alcuni forti organi di controllo e da un sano sistema di veto da parte di altre cariche dello stato.

Per gli apassionati dei viaggi nel tempo si potrebbero ascoltare i discorsi di Segni nel 1993 e sovrapporli a quelli di Walter Veltroni del 2011. E’ decisamente imbarazzante vedere difendere l’indifendibile ed antidemocratico dall’ormai suonato Uolter de noaltri che ripete come una vecchia litania slogan logori e soprattutto ben consumati dal tempo e dalla prova dei fatti.

Ed ancora sarebbe bene ogni tanto sottolineare che la governabilità non è per nulla un valore e quindi la stabilità di un governo non ha maggiore rilievo rispetto alla rappresentatività. Sarebbe invece opportuno che un parlamento rispecchiasse specularmente quella che è la realtà di un paese e quindi fosse composto proporzionalmente rispetto alle opinioni che si manifestano nella libera democrazia dei cittadini.

Il vento è cambiato ?

“Cos’è questo rumore ?”

“E’ il vento che ci sta parlando !”

“E cosa dice ?”

“Non lo so, non lo parlo il ventoso !”

I più piccoli riconosceranno in queste poche battute un dialogo reso famoso nel cartone animato “L’era glaciale 3”.

Ovviamente non c’è nessuan intenzione di fare una recensione, tra l’altro piuttosto tardiva, di un cartoon che ha avuto le sue buone fortune nelle sale cinematografiche.

Si parla però del vento ed in questo periodo la metafora del vento che cambia è stata usata ed abusata per descrivere la situazione politica del nostro paese. Una sorta di rivoluzione secondo alcuni, anche qui il termine è decisamente esagerato, le rivoluzioni sono ben altra cosa !

Ma il risveglio del senso civico è sicuramente notevole: le elezioni a Milano e a Napoli e nel resto delle altre Province e Città d’Italia, seguito a ruota dal risultato referendario su acqua, nucleare e legittimo impedimento. Il vento sembra essere cambiato perchè ci siamo finalmente decisi a riimpadronirci del nostro destino. Qualcuno, forse non a torto, parla della eredità di Genova 2001 e dei semi che iniziano a dare buoni frutti. Libertà è partecipazione canterebbe ancora oggi Giorgio Gaber.

Non tutto poi è filato liscio, perchè laddove anche in Val Susa, i cittadini hanno legittimamente chiesto di poter disporre della loro terra in modo consapevole, contrastando la realizzazione della TAV, hanno ricevuto ricordi sotto forma di ematomi e manganellate che sono stati dispensati loro in modo molto generoso. A dieci anni esatti dai fatti di Genova è bene stare sempre all’erta. Il potere manifesta le proprie prerogative sotto forma di forza muscolare sempre più o meno nello stesso modo.

In questo caso c’è qualcuno, il Governo di destra, che non parla ancora bene il ventoso, come diceva il furetto Buck personaggio del cartone sopra citato. E sempre il governo, o qualche solerte servitore del Presidente del Consiglio, aveva inserito in Finanziaria una norma “ad hoc” perchè Fininvest non pagasse subito la forte ammenda a cui, ora è confermato, è stata condannata, perchè colpevole di aver acquisito la Mondadori con modalità fraudolente .

Questo, ovviamente, a insaputa di Berlusconi che non ha scritto di suo pugno la norma. Quante sorprese nell’esecutivo ? Ministri che si trovano case pagate da altri senza saperlo, affitti agevolati a tariffe assolutamente fuori mercato per residenze a due passi dal Colosseo.  E dire che sono atti che provengono da fieri sostenitori di questa salvifica economia di mercato…Parafrasando un vecchio slogan si potrebbe dire: “Tremonti e Scajola uniti nella lotta !” (quanto meno quella sul caro affitti) e chissà che non chiedano la riedizione dell’equo canone.

Ma tutto questo fa parte di un contesto e di un vecchio modello di politica che il nuovo vento dovrebbe spazzare via. Speriamo in fretta.

Se il referendum ha avuto con la sua forza dirompente la volontà di far tornare a contare i cittadini, che hanno detto in modo più che maggioritario (possiamo dire bulgaro ?) che il bene comune deve rimanere pubblico e che chi gestisce la cosa pubblica non scrive leggi per sè o per il tornaconto di una lobby, ma per la buona amministrazione dello stato, allora la norma pro-Fininvest non solo non doveva essere scritta, ma nemmeno  pensata. Neanche dalla mente più perversa e malata. Il governo di un paese è visto come servizio al paese stesso e non ad una persona che, per fare i propri interessi non esita a nominare tra i suoi Ministri i “cretini” di turno. Ma come direbbe qualcuno la mamma dei cretini è sempre gravida e genera per parti plurimi.

Ma c’è qualcuno anche fuori dalla maggioranza che non conosce bene la lingua dei venti. Strano perchè essendoci dei provetti navigatori ed appassionati velisti sarebbe opportuno che capissero dove porta il vento. Infatti il Partito Democratico dopo aver cavalcato un risultato positivo alle amministrative, che è stato solo parzialmente un proprio successo, ha provato anche ad incassare il referendum come risultato della propria lungimiranza politica.

Ora con molta onestà, su entrambi i fronti la vittoria del PD è molto parziale e non è nemmeno spendibile come vittoria, perchè Pisapia vince le primarie a Milano contro il PD e a dispetto del suo corpo dirigente, che poi lo sostiene, ma Pisapia non è espressione di quel partito. E batte la Moratti anche perchè è rappresentanza di un modo diverso di vedere il governo di una città. A Napoli, ancor peggio, De Magistris estromette il candidato di PD e Sinistra e Libertà dal ballottaggio. Qui anche il buon Nichi Vendola non ha bene interpretato il vento… Chiaro che al secondo turno il PD dia indicazione di voto per DeMagistris. E che poteva fare ? Invitare a votare per il centrodestra ? Anche il PD ha dei limiti, almeno il PD nazionale. E’ pur vero che tutto il mondo è paese, ma non tutto il mondo è Senago.

Pare che quanto al goffo e disperato tentativo da parte di Bersani di appropriarsi della vittoria referendaria, senza aver contribuito allo straccio di una sola firma raccolta, qualcuno abbia già comunicato al segretario PD che può continuare a “pettinare bambole” ed “asciugare scogli” o altre simili amenità a lui care, ma si scordi di pensare al referendum sui beni comuni come ad una sua vittoria. Infatti amministrazioni in cui il PD fa da capofila privatizzano il servizio idrico e quant’altro. Perciò il trionfalismo di Bersani è oltre modo fuori luogo. Quanto ai goffi tentativi di portare avanti una riforma elettorale come il Mattarellum, ripristinando i collegi uninominali e facendo tornare indietro le lancette dell’orologio, fanno parte  anche queste di una cattiva interpretazione dei consigli spirati da Elio, non il cantante, ma il mitologico dio dei venti.

Infatti il PD non fa in tempo a gioire di un piccolo contributo ad un grande risultato che, interpretando male, e per l’ennesima volta il vento, va a sbattere sulla questione dell’abolizione delle Province. Un velista alla deriva non c’è che dire. Con la determinante astensione del PD non passa la discussione del disegno di legge costituzionale sull’abolizione delle Province. Pare che il sito del PD sia stato preso di mira dagli stessi militanti che non capiscono il perchè di una posizione in questo caso così poco pronta a cavalcare una battaglia, che in tempi di rigore economico e di senso della misura dei costi della politica, va sicuramente affrontata. La soluzione può non stare certamente tutta e solo nella scomparsa delle Province, ma oggi più che mai una certa cura dimagrante dell’apparato burocratico statale e locale deve essere affontata. Un colpo in difesa della casta, l’astensione del PD in Parlamento, che sembra non essere ben digerito dagli stessi elettori del PD che, per l’ennesima volta, sanno meglio orientarsi, rispetto al gruppo dirigente, con la rosa dei venti.

Si potrebbe chiudere con una battuta di un vecchio saggio, al quale chiesero un giorno la differenza tra socialdemocrazia e comunismo. Il vecchio saggio rispose che pensava alla socialdemocrazia come ad una gallina ed al comunismo come ad un’aquila. Il saggio, tale Vladimir Lenin, osava addirittura affermare che: “….le aquile possono saltuariamente volare più in basso delle galline, ma le galline non potranno mai salire alle altitudini delle aquile”.

Ma tutto questo fa sorgere spontanea un’altra domanda: ma il PD è almeno socialdemocratico ???

Vabbè ci diranno che non è più tempo di discussioni sui massimi sistemi e che le ideologie fanno parte del passato…

Comunque se qualcuno volesse divertirsi in uno studio di ornitologia tra aquile e galline ha ancora questo week-end per una visita alla mostra “Avanti Popolo – Il PCI nella storia d’Italia” (www.ilpcinellastoriaditalia.it) in via Lambruschini a Milano, vicinanze Bovisa, ingresso gratuito. Scusate lo spot.

Dicono che a tratti in alcuni documenti ed in filmati d’epoca vi siano anche corsi di ventoso.

 

…e se fosse la volta buona ?

Non è ancora terminata l’entusiasmante cavalcata referendaria che, come in uno straordinario e gioioso effetto domino, ha travolto il governo delle destre italiane subito dopo la sconfitta nei ballottaggi nelle principali città italiane. Milano libera dalle giunte di centro-destra dopo vent’anni ed oggi l’Italia intera libera dall’incubo del nucleare e pronta a vigilare sul rispetto della proprietà pubblica dell’acqua e sull’impossibilità per i privati di fare profitti sui beni comuni. Perchè ci sarà da vigilare rispetto a chi cerca di salire sul carro del vincitore dopo aver privatizzato e liberalizzato il servizio idrico in alcune realtà locali nelle quali amministra la cosa pubblica. Ogni riferimento al PD di Bersani è voluto e cercato e per nulla casuale ed involontario.

In questa prospettiva i cittadini hanno voluto rimarcare finalmente il proprio protagonismo riappropriandosi del diritto a scegliere ed a fare politica con scelte operate in prima persona. Non ancora spenti questi entusiasmi e già si affaccia una nuova campagna che vede rilanciare proposte di referendum sulla legge elettorale. Purtroppo dai tempi di quella che chiamano con un termine quanto mai inopportuno e sbagliato prima repubblica quando si è messo mano alla legge elettorale lo si è fatto per tagliare margini e spazi di democrazia. Ricordiamo tutti l’inebriante e salvifica campagna che voleva abbattere il sistema elettorale proporzionale con i referendum voluti da Mario Segni. Il maggioritario prometteva governabilità, diminuzione del numero dei partiti e drastica riduzione del potere decisionale delle segreterie dei partiti a vantaggio di una tanto ventilata quanto falsa ed ingannevole democrazia diretta. Tutti gli obiettivi del sistema maggioritario vennero puntualmente disattesi.

Qualcuno ha provato nel recente passato a cancellare il residuo di quota proporzionale attraverso un referendum abrogativo, ma il tentativo fallì miseramente perchè, come in molti casi negli ultimi 15 anni, la consultazione non raggiunse il quorum. Infine solo per una mera convenienza personale il terzo governo Berlusconi ha elaborato il famigerato “porcellum” che ha dalla sua l’unico merito di essere una legge a base proporzionale, ma con tutta una serie di correttivi che hanno portato all’esclusione di forze politiche importanti del paese.

Questa legge introdusse nell’ordine:

– un premio di maggioranza per la coalizione vincente consegnando il governo del paese ad una minoranza

– una soglia di sbarramento differenziata per partiti presenti in coalizione e per partiti che facevano corsa solitaria

– le liste bloccate che sancivano l’impossibilità ad esprimere qualsiasi preferenza

– una indicazione sulla scheda elettorale del candidato a Presidente del Consiglio

Oggi un nuovo comitato referendario (http://www.referendumleggeelettorale.it/) prova ad affacciarsi alla ribalta proponendo alcuni quesiti con cui abolire quegli aspetti deleteri di una legge elettorale che in Parlamento non può essere modificata perchè sono troppe e troppo divergenti le proposte dei partiti. Sappiamo infatti che il PD, ma è solo un esempio, è ancora infatuato del sistema maggioritario/uninominale dove nei collegi i candidati sono scelti sulla base di accordi tra le segreterie dei partiti.

I quesiti referendari chiedono per l’appunto la cancellazione dei 4  punti più impresentabili del famigerato porcellum; dalle liste bloccate all’eliminazione del premio di maggioranza passando per la cancellazione delle diverse soglie di sbarramento lasciandone solo una al 4% ed annullando infine l’indicazione del candidato Presidente del Consiglio perchè l’Italia è una repubblica parlamentare e non presidenziale come alcuni vorrebbero.

E se questa volta fosse quella buona per votare un referendum di matrice elettorale che può introdurre qualcosa che più di tutti somiglia al sistema elettorale tedesco ? E se dopo tante proposte tese ad eliminare il sistema proporzionale o comunque a diminuire gli spazi di rappresentanza oggi provassimo a riprenderci uno spazio di democrazia per contare di più ?

Andrea

LA VITTORIA ? BENE !

  Il risultato dei referendum è chiaro. Non c’è bisogno di descriverlo. I quesiti erano chiari ed inequivocabili. Il Governo Berlusconi ha perso nettamente sul nucleare e sul legittimo impedimento. Ma sui due quesiti riguardanti l’acqua hanno perso tutti quelli che per quasi vent’anni hanno sostenuto e proposto la privatizzazione della gestione dell’acqua. Hanno cambiato opinione? Bene! Hanno deciso di votare si solo per non entrare in contraddizione con il loro elettorato e/o per sfruttare i referendum sull’acqua per mettere in difficoltà il governo in carica? Benino! Hanno, coma già fa Bersani, votato si ma ora dicono che è stata sventato l’obbligo a privatizzare e che gli enti locali possono, se lo vogliono, privatizzare? Male! Malissimo! Nelle prossime settimane, passata l’euforia, bisogna sapere che si giocherà una battaglia forsennata, anche se i talk show non ne parleranno o ne parleranno invitando i soliti voltagabbana e presunti esperti, perché in gioco ci sono cifre da capogiro dal punto di vista delle multinazionali che hanno già messo e vogliono mettere le mani sull’acqua. Spero che la battaglia si svolga nella chiarezza. E che i contenuti dei referendum sull’acqua non vengano sacrificati sull’altare della perniciosa e vomitevole dialettica bipolare. Perché molti, troppi, sono stati favorevoli alla privatizzazione, anche se oggi cantano vittoria. Spero, ma so che è una speranza pressoché infondata, che a chi ha vinto veramente, perché da sempre contrario alla privatizzazione dell’acqua, venga riconosciuto il lavoro svolto in tutti questi anni. E spero che la litania antiberlusconiana o, peggio ancora, quella della società civile contrapposta ai partiti, non cancelli i meriti di chi in tutti questi anni ha onorato il compito di lottare dentro e fuori le istituzioni, insistendo sulla necessità di salvaguardare i beni comuni dal mercato e dal profitto, raccogliendo le firme per i referendum. Parlo del mio partito.
Essendomene occupato allora mi è tornato alla mente il dibattito che si fece in parlamento sulla famosa Legge Galli. Nel 1993. Un secolo fa. Quando eravamo soli a sostenere la battaglia contro la privatizzazione dell’acqua. Quasi soli. Perché oltre a Rifondazione solo il MSI votò contro, anche se per motivi diversi. Mentre Verdi e PDS furono favorevoli. La legge Galli è stata citata mille volte in queste ultime settimane. Ma nessun santone televisivo o giornalistuncolo si è preso la briga di rileggere quel dibattito. Anche solo per dare conto di chi fu favorevole e chi contrario alla privatizzazione. Così, giusto per amore di verità e per informare.
Lo faccio io. Rimettendo qui la mia dichiarazione di voto finale sulla legge Galli. Ed invitando chi lo volesse fare a rileggersi gli interventi di Edo Rochi a nome dei Verdi che ignorò totalmente la questione della privatizzazione. E quello di Valerio Calzolaio a nome del PDS (oggi SEL) di cui pubblico subito un piccolo passo. Eccolo: “Così, alla pubblicità delle risorse, delle priorità e dei criteri di utilizzo, può corrispondere anche la privatizzazione di questa o quella gestione. Noi non abbiamo timori: le gestioni pubbliche possono e debbono riconquistarsi sul campo la riconferma di un ruolo. Occorre garantire al cittadino, un servizio efficiente e a basso prezzo, non sostenere ad ogni costo che il servizio lo deve dare lo Stato.”

Lo stenografico delle dichiarazioni di voto finali lo si può leggere integralmente qui, dalla pagina 18588 in poi:
http://legislature.camera.it/_dati/leg11/lavori/Stenografici/Stenografico/34842.pdf#page=16&zoom=95,0,70

Questo il mio intervento a nome di Rifondazione Comunista.

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l’onorevole Ramon
Mantovani. Ne ha facoltà.

RAMON MANTOVANI. Signor Presidente, colleghe, colleghi, all’originaria proposta di legge dell’onorevole Galli, nel corso della discussione in Commissione, sono stati apportati
molti e notevoli miglioramenti.
È stato sventato il reiterato tentativo di mettere in discussione il comma 1 dell’articolo
1, nel quale si afferma la pubblicità di tutte le acque; sono state accolte le nostre
proposte circa il risparmio idrico; sono state introdotte norme che prevedono una certa
— solo una certa — unificazione della gestione dei sistemi idrici, una maggiore tutela
dall’inquinamento, uno stimolo alla depurazione delle acque con il vincolo dei fondi ai
quali affluiscono le tariffe per la depurazione e un maggiore, anche se assolutamente
insufficiente, equilibrio tariffario.
Tuttavia, noi voteremo contro il provvedimento perché, accanto ai principi generali che
noi stessi abbiamo sollecitato, difeso e voluto e che costituiscono un importante passo in avanti, soprattutto dal punto di vista culturale, c’è l’operazione che porta dritto alla tendenziale privatizzazione della gestione del sistema idrico.
Nei fatti si sancisce che il profitto, che al comma 2 dell’articolo 13 viene eufemisticamente definito adeguata «remunerazione del capitale investito», possa essere — anzi, è — il fine perseguito dai soggetti gestori. Si tenta comunque — e noi, in via subordinata, abbiamo a ciò contribuito — di imbrigliare la più che probabile logica intrinseca dei soggetti privati, che per loro natura non possono che considerare la difesa di una risorsa scarsa come l’acqua, la salvaguardia dell’ambiente, il soddisfacimento del bisogno di acqua potabile e la tutela della salute umana, come variabile dipendente rispetto ai conti economici dell’azienda e al profitto.
Ma è prevedibile che, come in tante altre occasioni, ad essere premiato sarà l’interesse
privato e non quello collettivo ed ambientale.
Basta leggere l’articolo 16 per rendersi conto di come un comune, un’amministrazione
comunale, venga messo sullo stesso piano di un soggetto gestore privato. Un comune, secondo l’articolo 16, non può realizzare un acquedotto od una fognatura senza aver prima stipulato una convenzione con il soggetto gestore, il che significa, pari pari, che un’azienda privata che gestisce può ostacolare le opere che dal punto di vista dei suoi conti economici consideri superflue, anche se sono utili sul piano sociale ed ambientale.
Come se non bastasse, all’articolo 13, che noi consideriamo deleterio, si stabilisce che
con la tariffa si devono coprire tutti gli investimenti, compresi quelli per la realizzazione delle opere. È come dire che non si paga più solo il servizio e che le infrastrutture non sono più realizzate con i soldi dello Stato, vale a dire con i fondi provenienti dalle tasse dei cittadini, ma che a questi ultimi spetta, oltre al pagamento delle innumerevoli tasse, anche l’onere di pagare, attraverso le tariffe, tutte le infrastrutture: acquedotti, fogne, depuratori, eccetera. Andando avanti di questo passo un altro novello De Lorenzo stabilirà che con i ticket bisognerà pagare le spese per la costruzione degli ospedali o qualcun altro proporrà che, oltre alle tasse scolastiche, gli studenti paghino per la costruzione delle scuole.
Ci si è resi conto, anche perché lo abbiamo ripetuto fino alla noia, che in questo modo si sarebbero create gravissime sperequazioni tra zona e zona del paese, con un’insopportabile penalizzazione delle aree più povere di acqua e di infrastrutture, come il meridione, o più inquinate, come, ad esempio, la Lombardia. Per questo sono state messe alcune pezze, come la tariffa di riferimento ed altro, ma non si è fatta la cosa più semplice: una tariffa unica per l’acqua in tutto il paese, una variabile interna alla tariffa entro limiti prefissati riguardante la gestione del servizio e, infine, gli investimenti
infrastrutturali a carico dello Stato e degli enti locali. Ma tutto questo, me ne rendo
conto, sarebbe stato semplicemente incompatibile con la filosofia liberista delle privatizzazioni.
Qualcuno potrebbe pensare che, per lo meno, tutto si semplifichi e diventi efficiente.
Non è così: permane una straordinaria frammentazione della gestione delle competenze.
Tralasciando, infatti, quelle dello Stato, permangono quelle delle regioni, degli enti locali, dei loro consorzi, dei soggetti gestori — pubblici o privati che siano —,
delle autorità di bacino, eccetera. Non a caso è stato necessario inventarsi un’ulteriore
autorità superiore con il relativo osservatorio, e lo si è fatto in modo tale da sollevare
le ire della Commissione lavoro, ire che noi abbiamo considerato del tutto giustificate.
E ancora: gli ambiti territoriali ottimali, pur se rivedibili ogni triennio, presentano
una scarsa flessibilità. Investimenti, decisioni, organizzazione di utenze delicate e complesse come quelle idriche non potranno essere rivoluzionati ogni tre anni; seguiranno
criteri derivati dalla situazione esistente e finiranno, come abbiamo già detto, anche
per un motivo organizzativo, per soggiacere rispetto ai fattori economici, finanziari, industriali ed agricoli e non rispetto ai tanto proclamati, quanto traditi, obiettivi di salvaguardia dell’ambiente e delle risorse idriche.
Nella stesura di questa proposta di legge si sono fatte sentire in forze le lobbies degli
agricoltori e degli industriali, abituati da sempre a considerare l’acqua come una
risorsa ed una materia prima a costo zero.
Ed ecco gli articoli del provvedimento sui canoni per gli usi agricoli ed industriali,
contro i quali hanno votato quelle forze che sono libere da pressioni e che in qualche
modo, anche se a volte illusoriamente, hanno a cuore l’ambiente.
Troviamo francamente incomprensibile e sbagliato che non si sia accettata la nostra
proposta — per quanto attiene specificatamente ai tassi di inquinamento — di introdurre
una novità importantissima: vale a dire, la misurazione e la regolazione non solo assoluta, ma anche nell’unità di tempo, delle sostanze inquinanti che vengono introdotte
nell’ambiente e nell’acqua.
Per concludere, come si sarà capito dai nostri voti sugli articoli, consideriamo questa
legge alquanto contraddittoria. Da una parte vi è un’ottima impostazione delle questioni
di principio, a cominciare dalla pubblicità delle acque, ma dall’altra un’incoerente,
e per alcuni versi contraria, impostazione del sistema della gestione delle risorse idriche. Ma giacché sappiamo molto bene che la salvaguardia delle acque si fa
con il governo del territorio e con la gestione delle risorse e non con le proclamazioni retoriche e di principio, non ci resta che votare contro. E, credetemi, lo facciamo veramente a malincuore.

(Applusi dei deputati del gruppo di rifondazione comunista)

Da Controlacrisi.org (15/06/2011)

L’hanno presa bene

Scusate … due sole parole!

Berlusconi

VETTENE!!!

L’acqua torni pubblica a Berlino. Passa il referendum contro la privatizzazione

Riportiamo le parole con cui una carissima amica ci ha segnalato questa notizia. E forse è proprio leggendola che si capisce perchè in Italia il Governo ha paura di questo referendum.

“Ciao, questi sono gli articoli che ho trovato sul referendum di Berlino sull’acqua, è incredibile (anzi no!) come la notizia sia passata sotto silenzio in Italia … Buon week end e buon voto!

— §§§§ —

14 febrbaio 2011

I berlinesi rivogliono l’acqua pubblica. Il referendum di iniziativa pubblica indetto domenica ha decretato la vittoria dei sì 665.000 voti (il 98% dei votanti). I cittadini chiedevano in realtà con questa consultazione di ottenere la pubblicazione di tutti i contratti sulla privatizzazione degli acquedotti firmati nel 1999 con il gruppo francese Veolia e quello tedesco RWE che detengono da allora il 49,9% dei servizi idrici comunali.

L’associazione Berliner Wassertisch è convinta che i voti ottenuti non siano che un primo passo verso il ritorno all’acqua bene comune. Secondo i promotori dal 2001 le tariffe dell’acqua sono salite del 35% e sono tra le più care di tutta la Germania. A novembre scorso la municipalità di Berlino aveva già reso noto il contratto e i documenti relativi all’accordo ma per la Berliner Wassertisch presentavano numerosi omissis….

… leggi tutto l’articolo sul solse 24 ore

Pubblica utilità (2) – speciale micromega

“Quattro sì per liberare l’Italia”

di Paolo Flores d’Arcais
Dopo che la Cassazione ha deciso secondo diritto, sarà più difficile per Berlusconi e i suoi accoliti ottenere il “tutti al mare!” che fu già fatale al suo Craxi.

Margherita Hack: No a centrali nucleari in Italia, investire su rinnovabili e solare
“Non è necessario né economico puntare sulla costruzione di centrali nucleari in Italia, ma la ricerca in questo campo va continuata. E’ preferibile sviluppare al massimo la ricerca sulle rinnovabili e migliorare il risparmio energetico”.

Giorgio Parisi: Perchè il nucleare è una scelta sbagliata per l’Italia
“L’energia nucleare è una tecnologia vecchia, costosa e insicura. Invito tutti i cittadini a votare il referendum”.

Mario Tozzi: Tutte le ragioni per votare “Sì” contro il nucleare
GALLO Cassazione e nucleare, giustizia è fatta
TRAVAGLINI Un’altra energia è possibile

Tsunami democratico
PELLIZZETTI
E adesso, povero Grillo?
MARTELLI Se Berlusconi piange, Bagnasco non ride
LA VALLE
La liberazione è vicina
SPINELLI
L’ottimismo dell’intelligenza
FLORES D’ARCAIS
Per non gettare la vittoria
GIULIETTI
E ora un programma comune delle opposizioni
REA
Un napoletano non moderato
SCANZI
Provaci ancora, Gunny De Magistris

Brancaccio: Luci e ombre nella relazione di Draghi
Nella sua ultima relazione annuale da governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, accanto ad un forte appello per «tornare a crescere», ha posto l’accento sulla necessità di perseguire «senza indugi il pareggio di bilancio»: sono politiche fra loro compatibili? Il commento di Emiliano Brancaccio.
DE CECCO
L’euro fa bene alla Germania non alla Merkel

C’era una volta in America di Tommaso De Lorenzis
In “America profonda. Due secoli raccontati da Harlan County, Kentucky” (Donzelli) – incalzante blues di “storia orale” dalla fine del Settecento agli sgoccioli del secolo breve – Alessandro Portelli ci offre un’avvincente controstoria degli Stati Uniti che ne illumina miti e ideologia.
Portelli: “Nella Harlan County la lotta di classe passa per la cultura”

www.micromega.net

Mauro Corona, ode all’acqua pubblica

“Non voglio essere di qualcuno”

Scultore, alpinista, arrampicatore, “padrone” delle valli del Trentino, scrittore (suoi, fra gli altri, La fine del mondo storto, Cani, camosci, cuculi (e un corvo), Le voci del bosco), Mauro Corona ha composto un’ode all’acqua pubblica. Diffusa in rete dai suoi amici

Mauro Corona, ode all'acqua pubblica "Non voglio essere di qualcuno" Mauro Corona

di MAURO CORONA

Per l’acqua

Fermi! Giù le mani dal mio passo argentato.

Non sono mica vostra! Non sono affatto vostra!

Non voglio essere di qualcuno.

continua su repubblica


Rifondazione c’è!

Luca Mercalli: PREPARIAMOCI

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