Archive for the 'referendum' Category

Difendiamo la Costituzione

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Alle cittadine e ai cittadini raccomandiamo un voto consapevole e responsabile.

Non si tratta di una legge ordinaria ma della Costituzione, la nostra Carta fondamentale.
Modifiche sbagliate e destinate a non funzionare, così come lo stravolgimento del sistema ideato dai Costituenti, avrebbero effetti imprevedibili e disastrosi per l’equilibrio dei poteri, per la rappresentanza, per l’esercizio della sovranità popolare, in sostanza per la stessa democrazia, che invece va rafforzata, potenziata e difesa con la piena attuazione della Costituzione repubblicana.

Consapevolmente e responsabilmente, votate NO.

  • Carlo Smuraglia, Presidente Nazionale ANPI;
  • Susanna Camusso, Segretaria Generale CGIL;
  • Francesca Chiavacci, Presidente Nazionale ARCI.
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Puntualizzazioni riguardo il Referendum sulla Riforma Costituzionale

Le idee di chi scrive su questo blog, a riguardo del prossimo Referendum sulla Riforma Costituzionale, sono sicuramente chiare e ben note ai lettori. E’ netta la nostra presa di posizione a favore del No e la partecipazione militante al fianco dell’ANPI per respingere la cosiddetta Riforma Boschi-Renzi. 

Siamo ovviamente di parte e non ci piace dipingere un mondo nel quale si possa fare finta di recitare contemporaneamente ed ipocritamente il ruolo di diavolo e di acquasanta e con troppa leggera disinvoltura. Prendendo in prestito un passo del Nuovo Testamento ci verrebbe facilmente da dire che “Non si può servire Dio e Mammona”. Non si può stare contemporaneamente su entrambi i fronti di una barricata.

Con un certo imbarazzo ci tocca sottolineare che una rivista, che a quest’ora avrà già raggiunto diverse famiglie senaghesi, trova al suo interno un editoriale del proprio direttore che, scrivendo sul prossimo Referendum, che probabilmente dovrebbe svolgersi a novembre, cerca di riassumere simultaneamente le ragioni del Sì e le motivazioni del No.

Peccato che nel fare questo si illustrino le ragioni del Sì in modo anche correttamente partigiano, lo stesso direttore ci pare sia membro del Comitato locale per il Sì alla riforma. Non c’è nulla di male nell’essere di parte. Chi tra noi ha ancora un po’ di memoria storica e con il cuore che batte ancora un po’ a sinistra amerà senz’altro il passaggio di Antonio Gramsci relativo all’essere di parte ed allo schierarsi. Dicevamo che purtroppo nell’editoriale della rivista di cui sopra, sembrano chiare le ragioni del Sì, ma invece appare decisamente caricaturale il disegno che descrive le motivazioni di chi sostiene il No alla Riforma.

Non vogliamo calarci nel ruolo dei soliti Professoroni così invisi al premier del nostro paese, ma ci pare che l’editoriale di Senago – Noi e la Città contenga alcune inesattezze.

Ne elenchiamo solo un paio per sgomberare il campo da notizie fuorvianti e banalmente false.

  1. Non esiste un abbassamento automatico del quorum per i referenda abrogativi. Questo quorum (il numero di partecipanti al voto perchè un referendum venga dichiarato valido) viene ridotto solamente se le firme raccolte per indire la consultazione popolare hanno raggiunto la quota di 800mila invece delle consuete 500mila. Non è affatto una cosa semplice. Chi ha avuto anche poche esperienze di raccolta firme ricorderà che un numero così elevato è stato raggiunto in poche e rare occasioni. Il tempo per la raccolta firme è di soli tre mesi e stante la forte crisi di partiti, movimenti, sindacati ed associazioni e di tutti i corpi intermedi di questo paese risulta lampante come il risultato sia pressochè irraggiungibile. Probabilmente per la raccolta firme sull’acqua pubblica si superò il milione di firme, ma purtroppo sappiamo quanto l’esito di quel referendum sia rimasto inascoltato e soprattutto siano state disattese le richieste dei cittadini. Un buon governo dovrebbe vigilare sul rispetto per le decisioni del popolo sovrano. 
  2. Si accenna nel già citato editoriale, secondo chi scrive un po’ populisticamente nell’ottica di inseguire ed ammansire un certo grillismo che prende sempre più piede, che vi saranno 315 stipendi da senatore in meno. Ebbene il Senato non è completamente cancellato. Forse sarebbe stato addirittura meglio eliminarlo totalmente, tuttavia in presenza di una legge elettorale proporzionale.  Con il combinato disposto della Legge Elettorale Italicum e della Riforma Costituzionale crediamo proprio che lo scenario non sia dei più democratici possibili. I 100 residui senatori, un po’ sindaci, un po’ consiglieri regionali che si eleggeranno tra loro, un po’ come avviene già per i membri del Consiglio della Città Metropolitana, finiranno sicuramente per svolgere male entrambe le funzioni. Ebbene questi nuovi senatori, riceveranno comunque degli emolumenti e/o dei rimborsi e quindi sarebbe bene non buttare fumo negli occhi, parlando di un netto risparmio di 315 stipendi senatoriali. Ad oggi non è ancora chiaro quanto sarà il reale risparmio che si avrà una volta approvata questa nuova versione della Costituzione. I più ottimisti parlano di circa il 9% in meno della spesa attuale. Non certo la rivoluzione promessa !!

Crediamo, ma è solo una nostra modesta opinione, che, per amore della democrazia e di un dibattito franco, anche tanti giornali locali dovrebbero ospitare espressioni e motivazioni di voto dando la parola a rappresentanti delle parti a confronto. Si eviterebbero a volte molti malintesi ed alcune sintesi un po’ troppo azzardate.

Su questo sito non mancheranno, soprattutto nei prossimi due mesi, nuovi aggiornamenti ed anche appassionate discussioni sul merito del Referendum e quindi stay tuned…

Altitudine Democratica

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“Una democrazia ha bisogno di cittadini evoluti, che conoscano le materie su cui sono chiamati a deliberare”. Così scrive Massimo Gramellini stamane su “La Stampa”. 

Penso sia vero. Ma chi ha prodotto l’imbarbarimento anticulturale e tutto il grande analfabetismo di ritorno politico e civico che ci circonda?
Chi ha creato falsissime speranze per un mondo del lavoro invece sempre più strangolato dalla ricerca di profitti facili, con contratti da moderno schiavismo, con l’introduzione addirittura di quella vergogna che sono i “voucher”?
Chi ha generato le paure vorticose che ogni giorno si prendono la testa della gente anche più generosa e altruista e la trasformano in diffidente e sospettosa, carica di odio e di disprezzo verso il “diverso”, da qualunque latitudine arrivi, per qualunque cosa sia tale?

La risposta è semplice: siccome non siamo stati noi comunisti, sono stati gli altri, i sostenitori dell’economia di mercato, delle privatizzazioni e, per ultima, anche quella falsa sinistra che ha scoperto nel “liberismo” la panacea di molti mali (per i padroni e finanzieri di mezza Europa e anche d’Oltreoceano).

Dunque, una democrazia ha certamente bisogno di cittadini evoluti, ma la democrazia è solo una sovrastruttura telecomandata dalla struttura economica.

Per essere cittadini evoluti occorrerebbe anzitutto fare maggiori sforzi proprio in mezzo alla giungla di false promesse, di false notizie e di trasformazione del vero in falso (e viceversa) operato dai mezzi di comunicazione di massa.
Insomma, per essere cittadini evoluti e degni della democrazia di Gramellini, servirebbe un sussulto di coscienza, prima ancora etica rispetto a quella “critica” che starebbe alla base del rinnovamento politico consapevole.

Non condivido le parole di chi sostiene che “per fortuna in Italia la Costituzione non consente al popolo di esprimersi sui trattati” e che questa sarebbe stata una lungimirante posizione dei Padri Costituenti.

Lo fu allora, in un mondo diviso in due blocchi che si facevano la guerra definita “fredda”. In quel tempo un referendum avrebbe potuto creare una spaccatura verticale nel Paese e avrebbe rischiato di condurlo sulle soglie di una nuova guerra civile.
Oggi questo rischio è pressoché inesistente.

Dare la parola al popolo su questioni dirimenti come la decisione della permanenza o meno della propria Repubblica, del proprio Stato in un determinato contesto, è forse la più alta forma di democrazia diretta che si possa esercitare.

Anche in questo caso, l’Italia si dimostra culturalmente non adeguata a recepire una eventuale proposta in merito. Si dimostra per quello che è: un Paese del “vivi e lascia vivere”, del menefreghismo più evidentemente espresso nelle lamentele di oggi nel baciare il bastone di domani.

di Marco Sferini

Referendum costituzionale fra demagogia e cialtronismo

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Il Presidente del Consiglio l’11 aprile scorso ha aperto la campagna elettorale sul referendum costituzionale annunciando che, per vincere, è disposto ad «usare anche argomenti demagogici». Un annuncio senza novità, la «demagogia», largamente coniugata alla forma «cialtronismo», è stata la cifra della sua comunicazione politica (propaganda) fin dai tempi della Leopolda.

Il «cialtronismo» è elemento fluidificante della «demagogia». In un contesto frutto di una coltivazione quasi trentennale di plebeismo, il «cialtronismo» può passare come aspetto disinvolto, popolare della comunicazione politica. Renzi può citare male e fuori contesto Chesterston, attribuire a Borges versi non suoi, attribuirsi una compartecipazione al traforo del Gottardo ignorandone persino la localizzazione (le televisioni svizzere si sono indignate e/o divertite; quelle italiane hanno sorvolato), ecc,.

E’ la continuità con Berlusconi, completa: ambedue demagoghi ed ignoranti, e di un’ignoranza di cui non hanno né coscienza né consapevolezza, hanno trasformato tale loro condizione in punto di forza. D’altra parte la «demagogia» si manifesta in maniera più persuasiva se può scaturire da una base «naturale». Sottovalutare le possibilità d’incidenza del connubio cialtronismo-demagogia nello scontro sul referendum costituzionale sarebbe un grave errore. Così come sarebbe un errore pensare al meccanismo propagandistico renziano solo come una sorta di fenomeno di superficie al di sotto della quale ci sarebbe il vuoto.

Al di sotto, invece, c’è una struttura materiale dura: la logica e la realtà evocate nel 2010 da Marchionne quando ha dichiarato: «Io vivo nell’epoca dopo Cristo; tutto ciò che è avvenuto prima di Cristo non mi riguarda e non mi interessa».

Nel tornante del secolo per Marchionne si è verificato il passaggio, a suo parere definitivo, tra la centralità del lavoro, la tensione verso l’uguaglianza, secondo Costituzione, alla riduzione dell’umana forza-lavoro a pura funzione del capitale. Renzi è totalmente interno a tale dimensione dei rapporti economico-sociali che reputa «naturali, esattamente come la sua antropologia culturale. Per questo, con tutta naturalità appunto, ringrazia ripetutamente il padrone globalizzato per la generosità con cui porta occupazione in Italia, mentre redarguisce severamente «certi sindacalisti» che, difendendo i diritti del lavoro, impediscono lo svolgimento della logica di mercato coincidente con la benevolenza padronale.

«Cevital…Merci», si può leggere in un manifesto apparso a Piombino, in una delle città italiane, cioè, dove per quasi un secolo la coscienza di classe è stata elemento essenziale della crescita civile. Cevital è la multinazionale del magnate algerino Issad Rebrab che investirà a Piombino nel settore siderurgico. Dunque un benefattore e bisogna ringraziarlo. Ed infatti, come è visibile in una foto celebrativa dell’evento, festeggiano il benefattore, eletto a «personaggio dell’anno 2015» da un giornale locale, i maggiorenti toscani del Pd, del governo nazionale e del territorio. Una posizione tanto più forte in quanto non frutto di quella che, del tutto impropriamente, viene chiamata «mutazione genetica» renziana.

Ricordiamo perfettamente Massimo D’Alema che nel luglio 2012, confrontandosi davanti a Montecitorio con un picchetto di operai Irisbus, diceva: «Non serve a nulla… tutto questo non serve a nulla … se lo mandiamo affanc…quello chiude e non lo vediamo più».

Ebbene la Costituzione, nello spirito e nella lettera, si pone in una dimensione antitetica rispetto al complesso dei rapporti sociali sotteso ai pronunciamenti di Renzi, D’Alema, e del ceto politico Pd di ogni livello. Del resto l’attacco alla Costituzione, il suo svuotamento, la sua continua manomissione proprio per questa sua incompatibilità con tutte le forme dell’ordo-liberalismo, non è certo cominciato con la riforma Boschi-Verdini, bensì con l’accettazione di fatto e di diritto (costituzionalizzazione del Fiscal compact) di un ordine europeo le cui normative confliggono con il documento fondante della Repubblica.

Si comprenderà, dunque, come la «ditta», ora «sinistra» Pd, che tale processo o ha promosso, o ha accettato, non possa ora opporvisi sulle questioni di fondo. I suoi residui esponenti se ne stanno nell’ombra e attendono (non si sa bene chi e che cosa) mentre pigolano sempre più piano.

Proprio nei giorni scorsi il neo ministro allo Sviluppo economico, fortemente voluto da Renzi, ha chiarito in maniera esemplare il nodo centrale della riforma Boschi-Verdini. Ha sostenuto che gli accordi di libero scambio Ttip e Ceta «sono fondamentali» (per chi?), per cui non si possono lasciare i parlamenti nazionali arbitri della loro approvazione. Dunque, ha concluso, «la governance deve essere ristrutturata sennò ammazzerà la nostra (?) politica commerciale» («Eunews» 13 maggio. I virgolettati sono nel testo).

La riforma costituzionale su cui voteremo a ottobre è tappa decisiva della ristrutturazione della governance su cui insistono da tempo i poteri dominanti internazionali. Renzi-Calenda dicono le stesse cose che un gigante della finanza globale come Jp Morgan Chase ha suggerito ai governi europei in un documento del 28 maggio 2013: liberatevi delle «Costituzioni, adottate in seguito alla caduta del fascismo presentano una serie di caratteristiche che appaiono inadatte a favorire la maggiore integrazione europea».

Questo è il punto centrale che demagogia e cialtronismo tenteranno di occultare. Questo è il punto centrale da rendere chiaro con tutti gli strumenti di demistificazione di demagogia e cialtronismo.

di Paolo Favilli,  storico

Questo 25 aprile

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Non è un 25 aprile come gli altri. Questo potrebbe essere l’ultimo per la Costituzione nata dalla ‪#‎Resistenza‬. Se non sconfiggiamo nel referendum di autunno le modifiche imposte dal governo Renzi a un parlamento abusivo di nominati grazie a una legge elettorale incostituzionale non potremo parlare più di Costituzione.

Il combinato disposto di Italicum e modifiche costituzionali costituisce uno stravolgimento definitivo e un guazzabuglio autoritario senza pari in nessun paese democratico.
Non avremo più un regime costituzionale ma uno strapotere del capo che con il voto di una minoranza potrebbe nominarsi il parlamento e tutti gli organi di garanzia.
Nessun diritto sarà al sicuro di fronte a un esecutivo così forte e senza contrappesi istituzionali.
Sbaglia chi minimizza la portata autoritaria di questo stravolgimento perché a operarlo e’ il PD e non Berlusconi (che comunque lo ha condiviso).
Nessuna libertà e nessun diritto e’ al sicuro quando si consegna tutto il potere a un uomo solo al comando.
La generazione che scrisse la Costituzione lo sapeva per averlo vissuto sulla propria pelle, molti anzi troppi pare che lo abbiano dimenticato.

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L’ACQUA E’ UN DIRITTO UMANO

Purtroppo, a quasi due anni dai Referendum sull’Acqua Pubblica, le richieste e le decisioni del popolo sovrano italiano vengono ancora disattese.

Per questa ragione i cittadini della Comunità Europea si stanno mobilitando. Come dichiarato dall’Organizzazione delle Nazioni Unite l’acqua è un diritto umano inalienabile ed invece contro ogni logica è anch’essa trattata come una qualsiasi merce con cui alcune multinazionali guadagnano ingenti profitti.

Invitiamo tutti i cittadini a far sentire la propria voce per un diritto che abbiamo recentemente riconquistato e ribadito con una enorme partecipazione popolare. Anche Rifondazione Comunista aderisce a questa campagna e sostiene la necessità che gli stessi comuni si adoperino perché le amministrazioni locali, le più vicine ai cittadini, si facciano ulteriore elemento di pressione per denunciare questa situazione.

Tutte le informazioni su questa campagna europea si trovano al sito dell’acqua pubblica europea: www.acquapubblica.eu.

Di seguito e in allegato l’appello ai sindaci, che inviamo anche al nostro Comune di Senago

Proposta di iniziativa dei cittadini europei: “Acqua potabile e servizi igienico-sanitari: un diritto umano universale L’acqua è un bene comune, non una merce!”.

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Cari sindaci,

l’impegno per la gestione pubblica del servizio idrico da parte degli Enti locali e del Forum nazionale dei movimenti per l’acqua bene comune continua anche in Europa, dopo lo straordinario risultato referendario del giugno 2011 e la recente ammissione da parte della Corte di Appello di Roma della richiesta di referendum propositivo regionale sulla proposta di legge d’iniziativa popolare promossa dai Comuni della Regione Lazio.

Ora abbiamo l’opportunità d’incidere sul piano legislativo attraverso l’Iniziativa dei cittadini europei (ICE). Strumento introdotto dal Trattato di Lisbona ed entrato in vigore nel mese di aprile 2012, l’ICE consente ai cittadini e alle organizzazioni della società civile di proporre alla Commissione europea un’iniziativa legislativa raccogliendo in un anno un milione di firme in almeno sette Paesi dell’Unione europea.

Il sindacato europeo dei servizi pubblici EPSU intanto ci informa che l’ICE per l’acqua pubblica è praticamente arrivata al traguardo: un milione e mezzo di firme raccolte. Tra i Paesi dell’Unione, Germania, Austria, Belgio, Slovacchia, Slovenia e Lussemburgo sono riusciti a raggiungere la soglia minima. Manca il nostro Paese. Siamo a poco più di 37.000 firme rispetto alle 55.000 necessarie.

Non essendo ancora conclusa la raccolta delle firme, non possiamo permetterci di non centrare l’obiettivo. Pertanto, da oggi alla fine di giugno dobbiamo riuscire a raccogliere altre 20.000 firme. Per questo è necessario impegnarsi e invitare i nostri concittadini a firmare l’iniziativa legislativa direttamente su www.acquapubblica.eu

Ancora un piccolo sforzo, dunque. Con il sostegno alla proposta saremo in grado di affermare in Europa il principio “acqua bene comune, diritto universale” e la gestione pubblica del servizio idrico.

*Coordinamento Nazionale Enti Locali per l’Acqua Bene Comune e la Gestione Pubblica del Servizio Idrico*

Segreteria Operativa Forum dei Movimenti per l’Acqua

Via di S. Ambrogio n.4 – 00186 Roma

Tel. 06/97615507 Fax 06 68136225

Lun.-Ven. 10:00-19:00;

e-mail: segreteria@acquabenecomune.org

Sito web: www.acquabenecomune.org

Art.18 – Silenzio!

Art.18, raccolta firme al giro di boa La vera sfida è al muro del silenzio

Oggi a Roma sotto la Rai. Poi un mese di «piazza aperta» Banchetti dell’Idv in panne. Black out dell’informazione. Gli organizzatori lanciano l’appello La raccolta referendaria per l’abolizione del nuovo articolo 18, quello manomesso dalla legge Fornero, e dell’articolo 8 della legge Sacconi ha superato il giro di boa delle 250mila firme. Eppure dal comitato promotore arrivano segnali di preoccupazione. Era chiaro dall’inizio che la stragrande maggioranza delle forze politiche e del sistema informativo avrebbero oscurato la raccolta, e che l’unica forza su cui si poteva contare davvero – oltre alla adesione convinta dei delegati Fiom – sarebbe stata la mobilitazione delle organizzazioni e delle associazioni promotrici, e l’adesione spontanea dei cittadini e dei lavoratori che in queste settimane hanno invaso le piazze di tutt’Italia. In effetti l’impegno ai banchetti c’è, spiegano dal comitato. Ma c’è un vero «muro del silenzio dell’informazione», quella pubblica innanzitutto, che avrebbe l’obbligo di informare sui referendum scritto nel contratto di servizio. Per questo il comitato chiama i romani a raccolta stamattina a viale Mazzini, alle 11 e 30 davanti ai cancelli Rai, per un flash mob di protesta, «molto pacifico ma anche molto rumoroso». Ieri sera il direttore generale Rai Luigi Gubitosa ha diramato una lettera ai tg e alle reti per chiedere ai suoi di «dare ampio e adeguato spazio informativo alla raccolta di firme in corso in tutta Italia per i referendum popolari». Vedremo nei prossimi giorni chi lo prenderà sul serio.
L’obiettivo ovviamente è il raggiungimento entro fine anno delle 500mila firme necessarie, che per essere depositate «in sicurezza» devono essere 700mila. Al lancio dell’iniziativa, a metà ottobre, il comitato puntava sul milione di firme.
Traguardo nonostante tutto a portata di mano, considerando le mobilitazioni e gli scioperi anti-Monti che si rincorrono nel paese, e lo sciopero del 5 e del 6 dicembre dei metalmeccanici Fiom.
Anche se da un mese a questa parte le condizioni di alcuni soggetti promotori dei referendum sono cambiate, almeno in parte. Il Prc, che raccoglie le firme anche su un proprio referendum per l’abolizione della riforma delle pensioni, macina a pieno ritmo. Stesso dicasi per Alba, alleanza lavoro benicomuni ambiente, e per le firme che arrivano dalle mobilitazioni delle tute blu. Meno a tappeto l’impegno di Sel, che pure raccoglie le firme contro l’art.8 e l’art.18 in tutte le iniziative centrali, ma che in questi giorni è impegnata pancia a terra sulla campagna delle primarie e di Vendola candidato presidente. E assai meno smagliante delle attese è la performance dell’Idv. Ma si capisce: il ciclone che ha travolto Di Pietro ha frenato i banchetti. Per l’Idv, che raccoglie firme anche su due referendum ‘anticasta’ e contro i soldi ai parti – un mezzo paradosso, visto l’arresto del consigliere laziale Maruccio e le polemiche sul patrimonio dello stesso Di Pietro – sono cambiate anche le coordinate politiche: in casa dipietrista il referendum per cancellare la legge Fornero era nato anche come sfida al Pd, che quella legge ha votato in parlamento. Ora invece Di Pietro invita i suoi a votare per le primarie, e chiede a Bersani di includerlo nell’alleanza di centrosinistra. In attesa dei risultati dei gazebo e poi dell’assemblea del 15 dicembre.
«Dicembre sarà un mese di mobilitazione di tutti i comitati», spiega Carmine Fotia, fra i promotori dei quesiti. «A Roma organizzeremo una piazza referendaria sempre aperta, dai primi del mese fino a fine anno, anche durante le feste. Per questo facciamo appello al mondo della cultura, soprattutto a quella autogestita che subito si è attivata sui referendum: il Teatro Valle occupato, il Cinema Palazzo, Cinecittà e il teatro di Ostia».

21/11/2012 12:31 | POLITICAITALIA | Fonte: il manifesto | Autore: Daniela Preziosi (Da Controlacrisi.org)

AVANTI TUTTA !

La raccolta firme in difesa del mondo del lavoro rappresenta una straordinaria occasione non soltanto per difendere il principio che non si può accettare la compressione dei diritti, ma anche per identificare e rilanciare il mondo del lavoro come soggetto vitale della e per la democrazia. Ed in ultima analisi è questo anche il migliore antidoto a quel senso diffuso di scollamento e rifiuto verso la politica che troppo frettolosamente viene spesso identificato nella generica formulazione dell’antipolitica.

La modifica dell’art.8 ci ha parlato di una stagione di declino, dove fu messo in atto da un berlusconismo alle sue fasi terminali il maldestro tentativo di ultima supplica verso i poteri forti per evitare la sua cacciata. Si è provato a barattare, perché di questo si è trattato, la possibilità di derogare la contrattazione nazionale in cambio di una maggiore clemenza nei tempi del redde rationem all’interno del capitalismo nostrano. Ma oltre a non essere servito ad evitare l’arrivo di Monti, il fatto gravissimo che tutto ciò ha invece prodotto è stato di aver portato il metodo Marchionne da eccezione a regola, e dunque la possibilità che uno strappo violento alla logica della contrattazione tra le parti sociali a livello aziendale abbia maggiore valore di un accordo nazionale. Un vero e proprio atto di prevaricazione della parte più forte su quella più debole: dobbiamo ristabilire il principio che i diritti devono essere certi per tutte e tutti ed inseriti in un’unica cornice non derogabile da nessuno.

Nell’assalto all’art.18 c’è stato invece una definitiva presa di coscienza da parte di quelli stessi poteri che, incassato il successo dell’operazione Monti, hanno deciso di varcare e ampliare la breccia che si era prodotta. E dunque su questo tema sono intervenute tutte le armi di distrazione di massa conosciute; si passa quindi da “è un atto per l’occupazione perché a maggiore facilità di uscita corrisponde maggiore possibilità d’entrata” (smentito puntualmente ad ogni rilevazione effettuata sul mercato del lavoro), al sempre valido “ce lo chiede l’Europa (ulteriore falsità, considerate le tutele previste nei principali Paesi della Ue)”. La verità è che in assenza della piena funzionalità dell’art.18 si pone in essere l’ennesimo ricatto, quello dell’imporre la scelta inaccettabile tra lavorare o avere diritti, producendo nei fatti una sterzata in senso autoritario in ogni luogo di lavoro.

Di fronte a questo duplice attacco è necessaria una risposta forte da parte delle molte anime della sinistra, assieme ad una nuova stagione di lotta e di protagonismo sindacale. Questi sono i temi naturali, per così dire, dove coagulare sull’obiettivo comune tutte le forze che ad oggi troppo spesso hanno frammentato le rispettive organizzazioni anziché unirle per far fare un passo avanti a tutti. La presentazione di questi quesiti e il lancio della campagna #lottoperildiciotto è il primo grande segnale di questo cambiamento possibile e necessario, dove le uniche stelle di riferimento devono essere quelle del lavoro, dei diritti e della dignità.

Non possiamo permettere che passi la logica del ricatto, né che si antepongano i particolarismi all’obiettivo di difendere il mondo del lavoro, né che sia permesso ai padroni di continuare nella classica manovra del dividere per meglio imperare: all’atomizzazione sociale che ci vorrebbe tutti in lotta orizzontale tra simili, noi dobbiamo rispondere con una firma unica verso l’alto, per rompere l’assedio e dare voce e rappresentanza a chi oggi in fabbrica non può scioperare per paura di perdere il posto di lavoro, al giovane che non ha speranza di trovare un suo futuro, al pensionato che vede sfuggire le conquiste di tante rivendicazioni, alle donne che in molti luoghi sono ancora vittime di discriminazione sia di genere sia salariale.

21/10/2012 19:55 | LAVOROITALIA | Autore: Claudio Grassi (Da Controlacrisi.org)

REFERENDUM LAVORO: SI PARTE !!

E’ fatta! Depositati i quesiti su riforma Fornero e Art. 18. Presenti Diliberto, Di Pietro, Ferrero, Vendola. Dal Pd ‘cartellini gialli’ a Sel.

Ripristinare l’art.18 dello Statuto dei Lavoratori, abrogato dalla riforma Fornero, e i diritti minimi e universali previsti dal contratto nazionale di lavoro, cancellati dal governo Berlusconi con l’art.8 del decreto legge n.138 del 2011. Sono i due quesiti che questa mattina, alle 10.30, un comitato allargato, formato da Idv, Prc, Pdci, Sel, Verdi, rappresentanti delle forze sociali e giuristi ha depositato in Cassazione.
Oltre al presidente dell’IdV, Antonio Di Pietro, sono presenti, tra gli altri, il leader di Sel, Nichi Vendola, il segretario nazionale di Rifondazione comunista, Paolo Ferrero, il presidente dei Verdi, Angelo Bonelli, il segretario nazionale del Pdci, Oliviero Diliberto, i giuristi Pier Giovanni Alleva e Umberto Romagnoli, Gianni Rinaldini (Fiom), Francesca Re David (Fiom-Cgil) e Gian Paolo Patta (Cgil). La raccolta delle firme partirà ad ottobre.

Ferrero (Prc): “È un’occasione importante di rilancio dell’unità della sinistra su una battaglia sociale essenziale, contro le politiche del governo Monti, per i diritti dei lavoratori che i ‘tecnici’ vanno demolendo”.

Diliberto (Pdci): “Oggi la sinistra politica e sociale si ritrova in Cassazione, per depositare i referendum per il ripristino dell’articolo 18 e per l’abolizione dell’articolo 8 della finanziaria di Berlusconi. Due battaglie di civiltà”.

Di Pietro (idv): “Bisogna uscire dall’ipocrisia delle alleanze sì e alleanze no, decise nelle segreterie di partito. Le alleanze si fanno sui programmi e questo referendum è un programma su cui allearsi per mettere di fronte alle proprie responsabilità anche chi appoggia il governo Monti. Casini ha detto che se va al governo mantiene la riforma Fornero. Il Pd deve decidersi: la appoggerebbe o la sostituirebbe?”.

Vendola (Sel): “Non penso ci sia un’agenda di cambiamento se non si mette al centro delle priorità da affrontare il tema del lavoro e del precariato”.

Cofferati (Pd): “I referendum sono dal mio punto di vista condivisibili per ragioni di merito e di opportunita” ed e’ ‘giusto’ chiedere l’abrogazione di quelle norme che hanno cancellato ‘diritti nel lavoro e nella cittadinanza’ e ‘ridare protezione e dignita’ a chi lavora, ripristinare alcune elementare forme di democrazia nei luoghi di lavoro’.

Ma dal Pd, a parte la voce fuori dal coro di Cofferati, diversi ‘cartellini gialli’ a Vendola. Sereni (Pd): “La decisione di alcune forze politiche, tra cui Sel, di presentare un referendum abrogativo della riforma del lavoro è ovviamente legittima ma non aiuta un dibattito costruttivo nel centrosinistra”. Bindi (Pd): “Penso che fare in questo momento un referendum sull’articolo 18 sia un grave errore”.

11/09/2012 12:31 | POLITICAITALIA | Fonte: controlacrisi.org | Autore: A. F.

Legge elettorale: il Pd la sta facendo veramente sporca

Bersani minaccia tuoni e fulmini se il Pdl, Casini e la Lega vanno ad un voto di maggioranza sulla legge elettorale, tagliandolo fuori. E avrebbe anche ragione, se non fosse per qualche precedente… In primo luogo, fu il Pci-Pds (con Segni) a scatenare l’attacco unilaterale alle leggi elettorali, con lo scellerato referendum del 1993 (quello che fu un vero colpo di Stato) e per farlo teorizzò (assecondato da una compiacente Corte Costituzionale) che le leggi elettorali non sono coperte da garanzia costituzionale, neanche implicita, per cui sono modificabili come leggi ordinarie, per via referendaria o a maggioranza semplice in Parlamento. Ora che vuole? Nel 2000, il centro sinistra votò da solo, a colpi di maggioranza, una riforma costituzionale, poi giustamente bocciata al referendum di ratifica successivo. Dopo di che si è aperta la strada alle riforme costituzionali di parte, rese ancor più facili dal meccanismo maggioritario di elezione del Parlamento. Dunque, all’origine dei nostri guai costituzionali c’è il Pds prima e più ancora che la destra.Veniamo all’oggi. La riforma elettorale che sta venendo fuori è una porcheria (lo abbiamo già detto), ma almeno può essere un passo avanti rispetto al porcellum. Il Pd si impunta su due questioni: il premio di maggioranza ed il voto di preferenza. Sul primo punto il Pdl e l’Udc parlano di un premio contenuto al partito di maggioranza relativa, il Pd lo vuole più ampio ed alla coalizione. Cioè, ciascuno vuole un sistema elettorale a misura delle proprie esigenze: il Pdl sa di non avere molti alleati possibili (la Lega sembra non voglia presentarsi ed appoggerebbe il Pdl dall’esterno, in cambio della Lombardia; le listarelle di Storace e c. sono poca cosa e possono confluire nel Pdl, al massimo Berlusconi potrebbe pensare a qualche lista civica  ma gli altri del Pdl non sembra gliela vogliano far fare) quindi può sperare al massimo di battere il singolo Pd, ma non una coalizione Pd-Udc e magari Sel, quindi punta ad un premio al singolo partito. Il Pd, al contrario, punta al premio di coalizione sia perché così ha più possibilità di vincere, sia  perché, in questo modo, può portare sotto la sua cupola Casini e Vendola costretti ad allearsi per non rischiare di star fuori. E vuole il premio più consistente sia per poter dare qualcosa agli alleati, sia perché non è affatto sicuro di farcela ad avere i voti sufficienti a mettere insieme una maggioranza parlamentare. Facciamo un esempio: il 90% dei seggi (567 seggi) è dato proporzionalmente, il 10% è il premio di maggioranza (63 seggi), il Pd prende il 27 da solo ed il 38 con gli alleati, quindi fra i 215 ed i 220 seggi, con il premio arriva a 278-283 seggi, troppo pochi. Dunque il premio deve essere oltre il 15% per essere sicuri.

Per la stessa ragione, il Pdl, che sa di avere poche probabilità di vittoria e punta realisticamente alla prosecuzione della grande coalizione, non  ha nessuna intenzione di aiutare il Pd a farcela da solo.
Le preferenze: il Pd è contrarissimo perché sostiene che “non sono trasparenti”, consentono brogli ecc. e propone il collegio uninominale a doppio turno (sempre per il discorso di costringere Udc e Sel a coalizzarsi con lui) o, in alternativa, una metà di seggi su liste bloccate, come ora, e metà nei collegi uninominali. Cioè, la metà dei candidati delle liste bloccate sono scelti dalle segreterie di partito e gli elettori non possono metterci becco e l’altra metà dei candidati nei collegi uninominali, sono scelti dalle segreterie dei partiti e gli elettori non possono dir niente. Non vi piace?

I dirigenti del Pd sono degli spregevoli bari che sperano che gli elettori non si accorgano del trucco. Tanto che si tratti di liste bloccate, tanto che si tratti di collegio uninominale, non cambia nulla, perché l’elettore votando il partito vota automaticamente i candidati o il candidato senza poter fare alcuna scelta. L’unico modo di far scegliere l’elettore è la preferenza (che, appunto, è un sinonimo di “scelta”), il resto sono giochetti da azzeccagarbugli.

Ma non vorrei che si pensasse che io reputi il Pd ed il Pdl  uguali, non sia mai! Una differenza c’è: il Pdl, con le liste bloccate ha eletto le escort, il Pd con i collegi uninominali ha eletto le mogli dei dirigenti (volete che faccia la lista?), gli amici e qualche amichetta. E non dite che non riconosco le differenze!

Ma, se si tratta di dare un premio tale da garantire la maggioranza assoluta dei seggi al vincitore (e Bersani sta già provandosi la corona) e di rifare un parlamento di nominati, lacchè e privatissimi amici, allora, perché mai dovremmo cambiare il porcellum che va benissimo cosi come è? Garantisce il 54% dei seggi alla Camera, anche se la coalizione che arriva per prima prende solo il 25%, permette di eleggere chi meglio si crede, ha l’unica pecca di non garantire automaticamente la maggioranza al Senato, ma lì si può rimediare raschiando il fondo del barile con gruppi locali o comperando qualche senatore in libera vendita (avremo un gruppo di “responsabili di sinistra”?). E poi, se Grillo , Di Pietro e non allineati vari, prendono il 15% dei seggi, la coalizione Pd ha il 54%, questo significa che alle opposizioni di destra vanno non più del 30% dei seggi e, dato che le due opposizioni non sono coalizzabili, i vincitori possono permettersi il lusso di non mollare neanche una presidenza di commissione e, comunque, di fare il bello ed il cattivo tempo su tutto. Cosa desiderare di meglio?

Dunque, diciamocelo papale papale: il Pd non vuole fare nessuna riforma, vuole tenersi il porcellum perché medita di vincere le elezioni con quello.
Al solito, quando si tocca la corda dei meccanismi della democrazia, gli eredi del Pci, con al seguito la vecchia sinistra Dc, danno il meglio di sé…

In tutto questo, però, c’è un punto da chiarire: ma perché Napolitano, che viene dal Pd, si batte con tanta determinazione per spingere alla riforma elettorale e in direzione opposta al suo ex partito? Per di più, questo avviene in palese contrasto con la Costituzione, per la quale il Presidente non ha alcuna attribuzione in materia di calendario parlamentare e di leggi elettorali. Anzi, la materia elettorale dovrebbe essere prerogativa rigorosamente esclusiva del legislativo (al punto che è esplicitamente sottratta alla decretazione di urgenza). Il Presidente può inviare un messaggio alle Camere e, nei limiti del suo potere di esternazione, può segnalare l’opportunità di qualche provvedimento, può non firmare una legge se ritiene che sia non conforme alla Costituzione, ma questo non significa affatto che possa fare un pressing quotidiano, per di più esprimendo preferenze di merito ed invitare a decidere a maggioranza (e su un terreno sul quale, semmai, sarebbe d’obbligo la ricerca della condivisione). Ma lasciamo perdere le questioni di correttezza costituzionale (Napolitano, il peggior Presidente della storia repubblicana, ci ha abituati anche a cose peggiori), perché Napolitano la prende così calda da entrare in rotta di collisione con il suo partito? Semplice: perché vuole che il suo successore sia Monti e che prosegua la “strana maggioranza”, perché questo gli chiede l’ “Europa”. E’ la prosecuzione di una strada iniziata in autunno con il licenziamento (peraltro meritatissimo) di Berlusconi e la nascita del governo Monti che, da soluzione di emergenza, si cerca di trasformare in una formula di lunga durata (ma su questo torneremo).

E per fare questo, occorre che nessuno schieramento “vinca” le elezioni, cioè abbia i voti per governare da solo: il semi-proporzionale che si cerca di far passare è funzionale solo alla “grande maggioranza”, dunque all’annullamento politico del Parlamento. Intendiamoci: sono un convinto fautore della proporzionale e quindi sono contrario a qualsiasi soluzione maggioritaria, anche perché i sistemi elettorali non si scelgono sui bisogni contingenti, ma come regole destinate a sopravvivere a maggioranze e situazioni momentanee. Ma questo non è il ritorno al proporzionale, quanto un pasticcio che deve garantire i primi due contendenti, chiudendo le porte ad ogni nuovo arrivato.

Il punto è che i partiti (e la sinistra più degli altri) hanno dimenticato come si fa a raccogliere il consenso e si affidano all’ortopedia dei sistemi elettorali. Particolarmente opportunistico, in questo senso, ci sembra il comportamento del Pd che, anzicchè chiedersi come mai non riesca a crescere elettoralmente, dopo un disastro biblico come l’ultimo governo Berlusconi, pensa di uscirsene con qualche furbata a gioco delle tre carte.
Peraltro, al posto dei dirigenti del Pd non saremmo poi così sicuri di vincere le elezioni, soprattutto se si arrivasse a primavera. C’è una strana aria: Il ritorno di Berlusconi non riesce a gonfiare le vele del Pdl che resta in crisi, ma c’è una massa di elettori di destra che non desidera la vittoria del Pd e dei suoi ed è alla ricerca di qualcosa di più decente del vecchio e impresentabile Cavaliere. Si comincia a parlare di lista Monti (anche se l’interessato, che sta studiando da inquilino del Quirinale, non vuol sentirne parlare), c’è il solito Cordero che di possibilità per ora non ne ha, ma che potrebbe confluire in una formazione più ampia, nell’ombra c’è sempre Passera, poi, se la cosa prende corpo, possono venire a ondate successive l’Udc, Comunione e Liberazione (che non ha più interesse a restare in un centro destra che non gli garantisce più la Lombardia), Scajola, Pisanu, Fini, Rutelli e –perché no?!- Fioroni, Renzi

Anche se non tutti questi pezzi dovessero rispondere all’appello, potrebbe venir fuori un competitore credibile, anche perché il Pd deve vedersela sull’altro fianco con Grillo, Di Pietro, forse Vendola e questi trucchi da taccheggiatore d’autobus non aiutano, anzi…

Aldo Giannuli

(tratto da http://www.aldogiannuli.it)


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