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PGT di Senago: sulla scuola, un progetto terrificante

Senago e il parco delle Groane
Nel Piano di Governo del Territorio di Senago una parte, importante e prescrittiva, è costituita dal Documento di Piano. Il documento dedica solo poche righe alla scuola, per disegnare grossolanamente una sua radicale trasformazione.
Come si possa pensare una cosa del genere in poche righe, rimane un mistero.
Ma, ciò che è peggio, la trasformazione pensata dagli urbanisti estensori del DdP atterrisce.
La ristrutturazione del sistema scolastico definito “dell’obbligo” (erroneamente: comprende la scuola dell’infanzia, che non è scuola dell’obbligo) nel Documento di Piano è da rigettare.
Ecco perché.
L’idea base è quella di costruire tre mega-complessi (centro, Castelletto, Papa Giovanni), nella convinzione che tre sia meglio di undici: tanti sono i plessi scolastici oggi.
Innanzitutto, l’idea non tiene conto del recente dimensionamento scolastico, per cui si dovrebbe supporre che uno dei tre poli scolastici sia in “comproprietà” tra i due Istituti di Senago. Non è nelle competenze comunali la definizione del numero degli Istituti e stupisce che un urbanista progetti trascurando questo dato. Se invece è stata volutamente progettata una “comproprietà”, viene da pensare che non siano state immaginate le conseguenze di caos gestionale a cui condurrebbe una soluzione del genere. Oppure, l’idea potrebbe essere stata che ad un Istituto sarebbero toccati due poli e ad un altro uno solo. Ma l’idea è in contrasto con il dimensionamento. Più facilmente, non è venuto in mente a nessuno il problema.
L’aggregazione in grandi strutture edilizie della popolazione scolastica attualmente distribuita in undici plessi causerebbe problemi innanzitutto a bambini e ragazzi. Orientarsi in uno spazio piccolo è meglio che in uno spazio esteso e complesso. Presupponendo che nessuno avrà le risorse per allestire molte palestre o laboratori di informatica, quante centinaia di metri dovrà fare ogni classe per raggiungere i laboratori e tornare? E quanto tempo si perderà, in una situazione in cui i troppo ripetuti “cambi” di insegnante rendono sempre mancante il tempo della didattica? Per stare nei tempi, gli insegnanti saranno costretti a “rubare” dal tempo della formazione quello dello spostamento. Esito atteso: meno informatica, meno palestra per tutti.
E ancora: per una popolazione scolastica di circa duemilacinquecento alunni, suddivisi in solo tre poli, che locali mensa sarà necessario costruire? Ogni polo dovrà somministrare il triplo o il quadruplo dei pasti erogati oggi nelle mense. E’ pensabile una mensa che ospiti sette-ottocento alunni? In alternativa, quanti turni di mensa occorrerà prevedere? A che ora pranzerà l’ultimo bambino? Quanto velocemente dovranno pranzare quelli che lo precederanno?
Di più: che congestione subirà il traffico in prossimità del polo-monstre, all’orario di fine lezioni, magari in un giorno di pioggia, che come sanno tutti, tranne gli urbanisti, rende l’esodo degli alunni più complicato?
In aggiunta a tutto ciò, i tre grandi poli verrebbero implementati da altri attrattori sociali, che ne ingrandirebbero la dimensione, aggravandone la complessità gestionale e di manutenzione e i problemi di traffico e parcheggio nelle aree limitrofe.
La realizzazione del progetto è assegnata ai meccanismi del project financing e/o del leasing. Contemporaneamente, le aree degli undici plessi, di proprietà comunali, verrebbero vendute. E’ il modo per fare cassa, evidentemente, facendo leva sui privati, che vogliono lucrare e che non sono tenuti a fare filantropia o beneficenza. Che non hanno nella loro mission l’educazione e l’istruzione. Che non hanno l’obbligo di elevare le condizioni culturali della popolazione. Per questo il capitale privato va tenuto lontano e distinto dalla scuola pubblica, anche per quello che riguarda la struttura edilizia.
E le aree dismesse degli undici plessi “alienati”, che fine faranno? Saranno oggetto di speculazione edilizia, presumibilmente, in virtù di altri generosi PGT che concederanno l’edificabilità in zone di pregio urbanistico: sarà un nuovo giro di affari per i costruttori e magari anche per le casse Comunali, che tra vendita e oneri di urbanizzazione faranno lauti incassi: ma al prezzo del contrario di quello che in altre parti del DdP si predica: una città verde e sostenibile.
Tutto si basa sulla convinzione che grande sia meglio di piccolo. Che concentrato sia meglio di diffuso. Si tratta di una concezione economicista e mercantile: bada al soldo e non al sodo.
Prima di tutto, anche qui ed anche stavolta, c’è il dio denaro, il guadagno ed il risparmio che governano le scelte. Ma qui si tratta di risparmiare sui bambini.
In quale famiglia assennata i genitori sono disposti a risparmiare sui loro figli?
Undici plessi sono meglio di tre, anche se costerà di più allo Stato e al Comune mantenerli. Allo stesso modo in cui una piccola città è più vivibile di una megalopoli: ci vuole davvero tanto a capirlo?
Se alla scuola pubblica sarà concesso di vivere ancora, di svilupparsi, potrà maturare la sua funzione elettiva di centro di cultura e di collante sociale. Nella scuola si incontrano classi sociali diverse, ceti differenti, culture diverse tra loro. Nella scuola e a causa della scuola socializzano non solo i bambini ed i ragazzi, ma anche i genitori. Undici scuole invece di tre possono rappresentare lo stroma della convivenza sociale, una struttura attorno alla quale far vivere la città, se lo si vuole fare e se lo si sa fare.
Allora è necessario mantenerla, questa struttura, arricchendola, invece di impoverirla. Nel DdP compare l’idea dei centri di quartiere per anziani, per giovani, dei parchi gioco, dei centri di aggregazione. Bene: ci vogliono, in una città che sia vivibile. Ma perché affastellarli attorno ai poli-monstre e invece non avvicinarli ai cittadini? Dovrebbero essere diffusi, non concentrati, allo scopo di aumentare i nodi della rete, non più undici, ma ventidue o quarantaquattro. Sembra che invece all’urbanista a cui preme l’economicità di gestione (ma sarà poi così economico concentrare?) piaccia un’idea di cultura e aggregazione come ghetto, con tre luoghi deputati a cultura, ricreazione, educazione. Solo tre.
E nel resto della città?
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