Archive for the 'Pensioni' Category

Taglio alle pensioni, la smentita…. che conferma

imagesLa smentita del ministro del lavoro (?) all’allarme diffuso dai sindacati sul taglio delle pensioni di reversibilità in realtà lo conferma pienamente. Il ministro, di cui non è particolarmente conosciuto l’acume, non si è reso conto di aver utilizzato la formula standard con la quale sono state sempre giustificate le manomissioni del sistema pensionistico.

Dalla riforma Dini del 1995 ad oggi sempre i governi hanno affermato che non sarebbero state intaccate le pensioni in essere, mentre massacravano tutte le altre. Questa affermazione era certamente dovuta al fatto che la Corte Costituzionale avrebbe bocciato una riduzione del l’assegno di chi già fosse in quiescenza.

Questo non vuol dire che poi le pensioni ai pensionati non siano state davvero ridotte, basti pensare al taglio della rivalutazione recentemente condannato da una ennesima sentenza della Corte, che poi Renzi e Poletti non hanno rispettato. Tuttavia è vero che in gran parte i tagli sono inizialmente precipitati addosso a chi sarebbe andato, forse, in pensione e non a chi in pensione ci stava già. Per questo la smentita non smentisce niente.
Se le prossime pensioni di reversibilità al coniuge del deceduto saranno calcolate tenendo conto dell’ISEE familiare, esse sarranno devastate.

Infatti basta solo che in una famiglia di 5 o 6 persone entrino due stipendi operai, e questa famiglia per l’ISEE sarà considerata benestante. Quindi le future pensioni di reversibilità saranno tagliate e tanto. Per quelle in essere ci sarà solo da attendere che si scateni la campagna contro i privilegi di chi conserva qualche diritto che gli altri non hanno più.
A quel punto per ragioni di equità taglieranno anche quelle che ora dicono di non voler tagliare.

Come hanno sempre fatto tra una smentita e l’altra. Poletti è solo l’ultimo e il meno credibile di una lunga serie di ministri di governi che hanno considerato il sistema pensionistico pubblico come il loro bancomat.

di Giorgio Cremaschi

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Pensioni: Sia rispettata la decisione della Consulta.

xarton14506.jpg.pagespeed.ic.dEjT0yxpFBSulle pensioni qualcosa si muove a livello di mobilitazione. Mentre Cgil,Cisl e Uil ancora stanno aspettando il ”favore” di un tavolo di concertazione sulla previdenza, il 16 giugno sarà il Conup a muoversi. Il Coordinamento nazionale unitario pensionati, che ha tra le sue fila anche Ezio Gallori, andrà sotto la sede del ministero dell’Economia e Finanze, per “un presenziamento molto rumoroso”. Il Comup intende protestare contro il mancato rispetto della Sentenza della Consulta, contro il decreto Poletti-Renzi e per la difesa delle pensioni attaccate dall’ennesima riforma del sistema previdenziale che Renzi-Boeri stanno preparando!”.

Il Comup ha stilato anche una lettera inviata a deputati e senatori che riportiamo integralmente perché spiega in modo chiaro e sintetico la partita in gioco.
“Siamo cittadini di tutta Italia che hanno dato vita ad un Coordinamento Nazionale, apartitico e apolitico, che riunisce pensionati, esodati e tutti i lavoratori, futuri pensionati, ai quali soprattutto è rivolto il nostro sforzo di difesa dei principi costituzionali in tema pensionistico.

“La sentenza n. 70 della Consulta ha sancito il principio che la proporzionalità e l’adeguatezza della pensione alla retribuzione debbano sussistere non solo al momento del collocamento a riposo, ma anche successivamente. Alla Consulta non è certamente sfuggito evidentemente che il provvedimento Monti/Fornero di congelamento totale della rivalutazione per gli anni 2012 e 2013 per le pensioni superiori a tre volte il trattamento minimo si inseriva in un meccanismo perverso che prevedeva già parziali o nulle rivalutazioni fin dal 1996.

Il D.L. 65/2015 del Governo Renzi a seguito della suddetta sentenza, si limita a concedere qualche irrisorio arretrato escludendo totalmente i fruitori di una pensione superiore a 6 volte il trattamento minimo, irridendo la Corte Costituzionale e facendosi beffe dei pensionati del ceto medio che hanno svolto per una vita un’attività lavorativa all’insegna della correttezza contributiva e fiscale.

Sarà sufficiente dare uno sguardo al riepilogo allegato sul meccanismo di rivalutazione automatica delle pensioni per capire che c’è un intento chiaro da parte degli ultimi Governi ed in particolare di quello attuale: TUTTE LE PENSIONI DEVONO TENDERE NEL PIU’ BREVE TEMPO POSSIBILE AD ADEGUARSI A TRE VOLTE IL TRATTAMENTO MINIMO.

Non lasciamoci ingannare peraltro dal fatto che il tasso di inflazione in questi anni è basso, niente ci garantisce che esso non possa salire nei prossimi anni. Copiamo dalla Germania dove le pensioni sono agganciate agli aumenti dei lavoratori dell’industria e l’aliquota contributiva è del 24% anziché del 33%. I pensionati non hanno rinnovi contrattuali o bonus o promozioni, se togliamo loro la rivalutazione è la fine. Si può accettare una rivalutazione attenuata, ma mai che non si percepisca neppure l’aumento riconosciuto alle fasce più basse.

Il messaggio Renziano lascia trasparire un progetto di ghettizzazione dei vecchi. I vecchi si devono contentare di un minimo uguale per tutti a prescindere da ciò che hanno fatto nella vita.

In altra sede ci proponiamo di parlare della truffa del meccanismo di calcolo della pensione con il sistema di calcolo contributivo “all’italiana”, un sistema unico al mondo e non presente neppure nei fondi assicurativi delle assicurazioni private”.

La consulta e la regia di Padoan.

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Que­sta vicenda delle pen­sioni e del decreto voluto dal mini­stro dell’Economia per tran­quil­liz­zare Bru­xel­les e Fmi è dav­vero sin­to­ma­tica e istrut­tiva. Dice di come siamo messi e di dove stiamo andando, un po’ come la famosa unghia che per­mette di rico­struire l’intero leone.

La sen­tenza della Corte costi­tu­zio­nale vale poco meno di una ven­tina di miliardi, tra man­cati ade­gua­menti, effetti di tra­sci­na­mento e inte­ressi. I soldi non ci sono (nel senso che tro­varli impli­che­rebbe inci­dere dove il governo non vuole: patri­moni, ren­dite e set­tori di spesa pro­tetti), quindi la sen­tenza non può essere appli­cata. Di qui la geniale solu­zione sug­ge­rita da Padoan e accolta da Renzi, ele­zioni regio­nali pen­denti. Diamo un segno di atten­zione a una parte dei pen­sio­nati dan­neg­giati dalla For­nero, augu­ran­doci che tanto basti a quie­tarli. Quanto agli altri, ai quali non si dà nem­meno que­sto get­tone, pazienza. Se ne faranno una ragione (la gran­cassa filo­go­ver­na­tiva, Repub­blica in testa, si sta già ado­pe­rando per spie­gare al volgo e all’inclita che un sacri­fi­cio è dovuto per il bene dei gio­vani) e sennò pazienza, si vedrà come fare quando arri­vas­sero i ricorsi. Intanto l’Europa avrà avuto la con­ferma della lealtà del governo ita­liano ai sacri dogmi della sta­bi­lità finanziaria.

La prima domanda che sorge spon­ta­nea è dove sia finito in que­sto paese lo stato di diritto. Ora pare che la que­stione più impor­tante sia che Bru­netta e Gasparri la For­nero l’avessero votata. Ma forse più della coe­renza di qual­che poli­tico ci si dovrebbe occu­pare di come un governo della Repub­blica si muove di fronte a un pro­nun­cia­mento della più alta auto­rità giu­ri­sdi­zio­nale, inca­ri­cata di vegliare sul rispetto della Costi­tu­zione da parte del legi­sla­tore. Non pro­pria­mente qui­squi­lie. Sem­bra invece che la fac­cenda inte­ressi a pochi, quasi si trat­tasse di un det­ta­glio for­ma­li­stico. Sic­ché quello che sta pas­sando è l’idea che una sen­tenza della Corte non è pro­pria­mente una sen­tenza, ma un con­si­glio, una rac­co­man­da­zione. E che alla fine è il governo a dover deci­dere se e in che misura atte­ner­visi, secondo il modello ante­guerra della mono­cra­zia renziana.

La seconda que­stione con­cerne la sorte della Corte costi­tu­zio­nale. È sem­pre più evi­dente (anche per espe­rienza euro­pea) che le Corti costi­tu­zio­nali osta­co­lano l’affermarsi della sovra­nità di fatto della troika e della finanza inter­na­zio­nale. Come spesso accade, il diritto – in par­ti­co­lare il diritto costi­tu­zio­nale – è al dun­que un con­fine dif­fi­cil­mente vali­ca­bile, che fa emer­gere for­za­ture e ille­ga­lità. Lo scon­tro è poli­tico, e al mas­simo livello. Le Corti imper­so­nano la sovra­nità degli Stati ed entrano per forza di cose in rotta di col­li­sione con il pro­cesso di con­so­li­da­mento della sovra­nità sovra­na­zio­nale, che non è sol­tanto quella delle isti­tu­zioni euro­pee, ma anche quella del Fondo mone­ta­rio inter­na­zio­nale e dei mer­cati finan­ziari, e quella che il paese o i paesi eco­no­mi­ca­mente più forti eser­ci­tano, per inter­po­sti orga­ni­smi comu­ni­tari e dina­mi­che di mer­cato, su quelli più deboli.

Le irri­tuali espres­sioni di mal­con­tento con cui diversi espo­nenti del governo e dell’entourage ren­ziano hanno com­men­tato la sen­tenza della Corte in mate­ria di pen­sioni mostra con net­tezza la cre­scente insof­fe­renza dell’esecutivo nei con­fronti dell’autonomia dei giu­dici costi­tu­zio­nali, che un domani potreb­bero met­tere a rischio anche altre por­che­rie, tipo l’Italicum. Motivo in più per acce­le­rare il per­corso delle «riforme» isti­tu­zio­nali. Pre­sto il capo del governo potrà nomi­nare giu­dici «respon­sa­bili». E i governi non rischie­ranno più di ritro­varsi nei guai per futili que­stioni di natura giuridica.

Infine c’è la nobile figura del mini­stro dell’Economia, che anche in que­sta vicenda si con­ferma in un ruolo di pro­ta­go­ni­sta. Pare che, per pru­denza, Renzi inten­desse riman­dare qual­siasi deci­sione all’indomani del minac­cioso voto regio­nale e che invece, per ras­si­cu­rare l’Europa, il mini­stro lo abbia costretto a que­sta solu­zione rapida, inde­cente sul piano sostan­ziale (rico­no­sci­mento di inte­ressi legit­timi e di diritti acqui­siti) e for­male (obbligo di appli­care la sen­tenza della Corte senza pasticci né sconti arbi­trari). Già il fatto che Padoan abbia pre­valso la dice lunga sul peso dei poteri di cui è garante.

Del resto si sa che il reuc­cio non l’avrebbe voluto nel governo e che glielo ha impo­sto Napo­li­tano – il deus ex machina del governo Monti-Fornero – a sua volta «con­vinto» dalle cen­trali euro­pee. Renzi avrebbe pre­fe­rito un suo uomo per avere piena libertà nell’impiego popu­li­stico delle risorse e degli annunci. Con Padoan deve stare attento, per­ché, a dif­fe­renza degli altri mini­stri, non è un incom­pe­tente, e per­ché rap­pre­senta poteri sovra­na­zio­nali con i quali – come dimo­stra il caso greco – c’è poco da discu­tere.

Ora a ciò si aggiunge il fatto che Padoan ha impo­sto una solu­zione «rea­li­stica» che viola niente meno che una sen­tenza della Corte costi­tu­zio­nale. E così abbiamo un’altra bella novità su cui riflet­tere in que­sta fase di meta­mor­fosi delle forme poli­ti­che: un mini­stro della Repub­blica che, quando si fa sul serio, fa pesare il pro­prio sta­tuto impli­cito di emis­sa­rio della vera sovra­nità poli­tica e finan­zia­ria; sta den­tro il governo ma parla la voce grossa del padrone euro­peo; e, guarda caso, vince, anche con­tro la somma auto­rità giu­ri­sdi­zio­nale. Poveri noi che non solo cre­de­vamo ancora di avere diritto alla pen­sione, ma addi­rit­tura ci illu­de­vamo di essere cit­ta­dini di uno Stato costi­tu­zio­nale di diritto.

Alberto Burgio da “Il Manifesto”

Lavorare fino alla morte, in pensione a 66 anni e sette mesi

fornero

Puntuale come lo sceriffo di Nottingham è arrivato l'”adeguamento” dell’età pensionabile alle “aspettative di vita”, come previsto dalla legge Fornero (“la più amata dagli italiani”, durante il governo Monti). Dal primo gennaio del prossimo anno si potrà lasciare il lavoro (più probabilmente la cassa integrazione e la mobilità) solo a 66 anni e sette mesi nel caso degli uomini e delle donne del settore pubblico. Mentre per le donne impegnate nel settore privato sarà sufficiente un anno in meno (ma dal 2018 arriveranno all’agognata “parità” con tutti gli altri: 66 e 7 mesi). Mentre le lavoratrici autonome andranno in pensione di vecchiaia a 66 anni e un mese (66 anni e sette mesi nel 2018). Vengono contestualmente innalzati anche i limiti relativi agli anni di carriera necessari per poter accedere alla pensione di anzianità. La pensione anticipata dal 2016 rispetto all’età di vecchiaia si potrà percepire con 42 anni e 10 mesi se uomini e 41 anni e 10 mesi se donne.

In tutti i casi si tratta di quattro mesi in più, senza alcuna seria distinzione neanche per i cosiddetti “lavori usuranti”, dove ante-Fornero l’età pensionabile coincideva quasi con le aspettative di vita (macchinisti, minatori, siderurgia, ecc).  E poi dicono che vogliono ridurre la disoccupazione giovanile…

Il decreto del ministero dell’economia è arrivato all’Inps che ha immediatamente inviato una “nota esplicativa” a tutti gli uffici interessati (Caf compresi, dunque).

Nel 2019 verrà fissato un nuovo adeguamento, a meno che – nel frattempo – le molte “riforme strutturali” e i tanti tagli di spesa (sanità, welfare, ecc) non riescano, come sperato in alto loco, a ridurre la vita media della popolazione. Del resto, se la logica del collegamento tra età pensionabile e speranza di vita vuole avere un senso, o si va verso un regime per cui – per ipotesi estrema – si lavora fino a 90 anni se la vita media avvicina i 100, oppure si mira a far morire prima una quota maggioritaria della popolazione, costringendola a lavorare oltre ogni limite di forze mentre al contempo le si tolgono buona parte dell’assistenza sanitaria e altri “ammortizzatori sociali”. Una tendenza individuata già da anni (si veda http://contropiano.org/news-politica/item/2107-in-pensione?-possibilmente-mai).

Il nuovo presidente dell’Inps – quel Tito Boeri autore alcuni anni fa di una proposta basata su “riduzioni attuariali” delle pensioni (semplificando: un taglio del 2-3% dell’assegno per ogni anno in meno rispetto all’età pensionabile – ha tirato fuori la necessità di pensare ad ammortizzatori sociali specifici per quegli ex lavoratori tra i 55 e i 66 anni che proprio nessuno è disposto ad assumere. Naturalmente formulerà, entro giugno, una sua nuova proposta. Volete scommettere che sarà uguale alla vecchia?

Claudio Conti da “Contropiano.org”

la riforma Fornero delle pensioni non si tocca

forneroProdigi delle larghe intese: la riforma Fornero delle pensioni non si tocca

di Sante Moretti – Il ministro del Lavoro ha escluso in modo categorico modifiche alla legge Fornero sulle pensioni. Contemporaneamente ha annunciato il blocco della rivalutazione annuale al costo della vita delle pensioni d’oro. Gli interessati sono quei 669.000 pensionati che percepiscono più di 3.000 euro lorde al mese (circa 2.000 nette), di questi 33.000 sono titolari di assegno superiore di 90.000 euro loro all’anno (circa 50.000 netti).

Ovviamente non rientrano tra le pensioni d’oro i vitalizi, le pensioni privilegiate, quelle di origine istituzionale ed europea e delle casse dei professionisti. Questi 669.000 pensionati percepiscono in un anno 34 miliardi sui 270 erogati dal sistema pensionistico. Per il 2013 il prelievo sarà di poco più di 40 milioni, se sarà confermato l’aumento del costo della vita che l’Istat stima dell’ 1,5%. Quanto prelevato dalle pensioni d’oro, secondo il ministro, dovrebbe contribuire a migliorare le pensioni più modeste, cioè quelle di quei 12 milioni di anziani con pensioni inferiori a 1.000 euro mensili: mediamente 3 euro e 50 centesimi in un anno.

Considerare d’oro un assegno pensionistico di 2.000 euro al mese (3.000 lordi) sa di demagogia. Fa coppia con la proposta del Pd: quella di considerare un’abitazione di lusso se la rendita catastale supera i 750 euro, cioè un monolocale di 40/50 mq. dei quartieri popolari di Roma

Forse la predicazione di Papa Francesco che si rifà al poverello di Assisi ha folgorato il Pd che sta diventando il fustigatore di quella massa di privilegiati, in gran parte pensionati, che sono riusciti a costruirsi una pensione con una vita di lavoro ed a comprarsi un modesto appartamento. Sono gli stessi che si scandalizzano se qualcuno chiede di mettere un tetto alle pensione, agli stipendi, ad ogni tipo di emolumento, vitalizi e buonuscite sia nel settore privato che in quello pubblico.

A Roma, ad esempio il sindaco si lamenta di percepire solo 4.500 euro al mese: un consigliere di amministrazione dell’Ama ne riceve almeno 10 volte tanto. Sostengono che mettere un tetto a stipendi, pensioni, compensi sconvolgerebbe l’economia, menomerebbe la libertà dell’individuo, toccherebbe diritti acquisiti: ognuno deve essere libero di arricchirsi, ma anche di morire di fame.

Nel 2007 noi di Rifondazione Comunista elaborammo una proposta organica sulle pensioni che prevedeva un tetto pari a 5.000 euro mensili, rivalutabili di anno in anno al costo della vita. Fummo irrisi, tacciati di demagogia, accusati di vendere fumo e di essere analfabeti in campo economico. Oggi è un ministro di un governo Pd-Pdl ad indicare in 3.000 euro lorde l’importo della pensione d’oro!

La legge Fornero

La legge più importante del governo Monti è quella sulle pensioni, per l’entità del gettito finanziario ricavato immediatamente e per aver profondamente menomato i valori di solidarietà, universalità e di natura pubblica, base del sistema pensionistico . Quella legge ha permesso di prelevare la quasi totalità delle somme necessarie per rimettere i “conti in ordine” in ossequio ai voleri dell’autorità monetaria europea. Contemporaneamente è stato codificato che non ci sono più diritti acquisiti e certezze né per l’età di pensionamento, né per gli anni di contribuzione: l’età per il diritto alla pensione è aumentata repentinamente anche di 7 anni e per l’anzianità la contribuzione ha raggiunto i 42 anni. Si è bloccata, per due anni, la rivalutazione al costo della vita delle pensioni superiori ai 1.400 euro lorde al mese, prelevando su una pensione di 1.800 euro lorde 900 euro nel biennio 2012/2013 che il pensionato perderà fino a che vivrà. Sono stati modificati i sistemi di calcolo e di conseguenza con 35/40 anni di contribuzione a breve chi andrà in pensione potrà contare su un assegno non superiore al 50% del salario percepito negli ultimi anni di lavoro mentre per i precari la pensione diventa un miraggio. Il messaggio è chiaro: ognuno pensi a se stesso ed al proprio futuro, non ci sono più garanzie. Ciò che cambia e stravolge il sistema pensionistico è la rottura del legame tra salario e pensione, rappresentato dal salario differito.

Da oggi i contributi versati per la pensione sono diventati una comune tassa. La legge Fornero colpisce il principale pilastro dello stato sociale. Dalle pensioni, senza operare altri interventi, nei prossimi 10 anni verranno prelevati circa 100 miliardi. Quei 270 miliardi, l’importo complessivo degli assegni pensionistici erogati, su cui il fisco già preleva 30 miliardi fanno ancora gola. In ambienti ministeriali e del Pd si fa strada l’ipotesi di un prelievo sulle pensioni di anzianità calcolate con il sistema retributivo in quanto sarebbero troppo generose e dell’eliminazione della pensione di reversibilità che prevede che il coniuge superstite ed i figli minori, in base al reddito, percepiscano una quota di pensione del defunto. Le confederazioni sindacali stanno cominciando a prendere atto dei guasti provocati dalla legge Fornero ma non possono reagire in quanto “ostaggio” del Pd e del governo.

(dal sito nazionale di rifondazione comunista)

Documento del Consiglio politico della Federazione della Sinistra

Il Consiglio politico della Federazione della Sinistra, riunito a Roma il 10 dicembre 2011 ribadisce la propria collocazione all’opposizione del governo Monti. Tale giudizio si conferma viste le caratteristiche della manovra predisposta dall’esecutivo, una stangata in che non presenta segni di discontinuità rispetto alle politiche economiche e sociali del governo Berlusconi, nè mantiene i promessi segnali di equità sociale. Grava pesantemente sulle lavoratrici e i lavoratori, i pensionati, i giovani mentre salvaguarda i grandi patrimoni, i grandi speculatori, i grandi evasori. E’ vergognoso l’intervento sulle pensioni. Si porta da subito il periodo contributivo a 42 anni e un mese, prevedendo che cresca di un altro mese ogni anno futuro, e si aboliscono le quote cioè la somma tra età ed anni di lavoro. Ci si accanisce ancora una volta con le donne che hanno sopportato per tutta la vita anche la fatica del lavoro domestico e di cura. Si portano tutti al contributivo diminuendo pensioni già basse e si blocca la rivalutazione delle pensioni al costo della vita per pensioni da anni non più agganciate all’aumento delle retribuzioni. Per giustificare questi interventi, si è preparato il terreno raccontando molte falsità. E’ falso che l’Italia spenda per le pensioni più del resto d’Europa ed il bilancio dell’Inps è in attivo ormai da anni. E’ vero invece che il sistema previdenziale è iniquo, perché i fondi dei lavoratori dipendenti, dei parasubordinati e quelli per la cassa integrazione, con i loro attivi coprono i passivi degli altri fondi a partire da quelli dei dirigenti, su cui non c’è nessun intervento. Così accade che ci siano pensioni da, 90.246 euro al mese, che prendono dall’INPS ogni 48 ore quanto un pensionato al minimo prende in un anno! Intervenire ancora per fare cassa sulle pensioni dei lavoratori è intollerabile. Così come è inaccettabile l’attacco continuo sui lavoratori pubblici. Tagliare ancora, invece di preoccuparsi di assicurare oggi un reddito sociale e domani una pensione decente per i lavoratori precari e i giovani, altrimenti condannati alla miseria, è scandaloso. E’ inaccettabile tagliare ancora su Regioni ed Enti Locali. Si tagliano altri 5 miliardi da subito, 6,5 dal 2012. Sono tagli ai servizi sociali, agli asili nido, alla non autosufficienza, alle politiche abitative e del lavoro. E’ messa in discussione sempre di più la sanità pubblica, già colpita da tagli per 13 miliardi al 2014. Inoltre nulla si prevede per scuola e università, anzi si proclama la continuità con la controriforma Gelmini. E’ iniquo l’intervento sulla casa. La rivalutazione degli estimi catastali, unito alla reintroduzione dell’ICI sulla prima casa colpirà pesantemente le famiglie italiane. Si colpisce nel mucchio senza tutelare i lavoratori e le fasce più deboli. Senza contare che non è prevista alcuna estensione del pagamento dell’ICI sugli immobili ecclesiastici utilizzati a fini di lucro. E’ inaccettabile che si varino nuove privatizzazioni e liberalizzazioni. Contro 27 milioni di italiani che hanno votato al referendum contro le privatizzazioni dell’acqua e dei servizi pubblici locali, si va avanti su quella strada. Il governo vuole privatizzare i beni comuni e rimuovere ogni residuo intervento pubblico in economia e nei settori strategici. Il taglio sui trasporti e la drammatica vicenda Fincantieri sono li a dimostrarlo. Così come è inaccettabile l’ulteriore aumento dei carburanti. Per uscire dalla crisi era possibile e necessario fare altre scelte, in primo luogo la patrimoniale e una tassa adeguata sui capitali scudati. Con una patrimoniale progressiva a partire dall’1% sopra il milione di euro si potevano e possono reperire 20 miliardi di risorse colpendo solo il 5% della popolazione più ricca. Con una tassa sui capitali scudati del 15% e non dell’1,5% si potevano e possono reperire 15 miliardi, colpendo i grandi evasori e le loro attività illecite. E’ inaccettabile che non siano previsti tagli alle spese militari e che non venga bloccato l’assurdo acquisto di cacciabombardieri e che non si ponga fine alle deleterie missioni di guerra all’estero. Così come è inaccettabile che non sia prevista la messa all’asta le frequenze televisive che da sole potrebbero determinare alcuni miliardi di introiti. Monti in Europa si schiera con la Merkel contro la sola vera possibilità di combattere la speculazione, che passa dall’ obbligo per la BCE di acquistare direttamente i titoli di stato dei paesi membri come fa la FED negli USA. In Italia si schiera con i ricchi contro il lavoro. La manovra è iniqua e recessiva: peggiorerà la crisi, e ci avvicina alla situazione della Grecia. L’esatto contrario di quanto viene la maggioranza di governo ci vuole far credere. La Federazione della Sinistra esprime inoltre vivo allarme e netta contrarietà rispetto ai contenuti del nuovo patto europeo deciso a Bruxelles nei giorni scorsi. Esso prevede un ulteriore restrizione delle politiche di bilancio – che si sono rivelate socialmente inique ed economicamente recessive – ed un ulteriore riduzione della democrazia, togliendo ai parlamenti ed attribuendo alle tecnocrazie europee decisioni che riguardano l’avvenire dei popoli del continente. Analogamente si esprime contrarietà riguardo l’introduzione in Costituzione del vincolo di pareggio di bilancio. Si chiede che queste decisione siano sottoposte al voto degli italiani con un referendum secondo le procedure previste dalla Costituzione. Questo è tanto più necessario in quanto agli italiani è stato sottratto il diritto di decidere in libere elezioni quale governo e quali indirizzi politici dare al paese dopo il fallimento delle destre e la crisi del governo Berlusconi. Per contrastare questa manovra la Federazione della Sinistra sostiene lo sciopero generale di lunedì 12 e impegna tutte e tutti i suoi iscritti a parteciparvi attivamente, contro il governo Monti e il modello di relazioni sociali voluto da Marchionne. Allo stesso tempo la Federazione della Sinistra rilancia la proposta di costruire un patto di consultazione tra tutte le forze politiche che si pongano all’opposizione del governo Monti da sinistra, in parlamento e fuori da esso. Così come la FdS si impegna a partecipare con le proprie proposte alle diverse istanze di movimento che si oppongono alle politiche neoliberiste del governo Monti e della UE, sia in sede italiana che europea. In questa prospettiva la FdS organizza per domenica 18 dicembre a Roma una assemblea aperta a tutte le forze politiche e sociali che vogliono operare per costruire unitariamente l’opposizione da sinistra alla politica del governo Monti. Il Consiglio politico della FdS da quindi mandato al Coordinamento nazionale e al suo portavoce di mettere in atto tutte le iniziative politiche che possano oggi rafforzare l’opposizione da sinistra al governo. Il Consiglio Politico da altresì mandato al Coordinamento di istruire una prossima riunione per definire il rilancio della Federazione.

Roma, 10/12/2011

(da www.rifondazione.it)

Noi non paghiamo il debito…e nemmeno l’ICI

                                                                                                             the.baron@tiscali.it

Al momento si sta ragionando solo sulla base di indiscrezioni e di voci di corridoio e non sembrano ancora esservi certezze per quel che riguarda la manovra (ebbene sì l’ennesima!!!) di aggiustamento dei conti dello stato.

Nel frattempo gli attori sono cambiati: l’impresentabile Silvio Berlusconi ha finalmente lasciato la guida del paese, mantenendo una comunque corposa rappresentanza parlamentare che gli permetterà di giocare il ruolo di ago della bilancia e di poter ricattare il nuovo esecutivo. Il professor Mario Monti, illustre economista bocconiano, è ora il Presidente del Consiglio.

Ma cambiati gli attori cambierà il copione ??? Oppure assisteremo allo stesso film più volte visto e rivisto ???

Intanto le voci si susseguono e si può probabilmente iniziare a dire che la montagna, in questo caso il Monti, ha partorito il classico topolino. E non è una novità in un paese come l’Italia abituato da sempre alla logica del Gattopardo, quella logica per cui “Tutto deve cambiare perchè tutto possa restare uguale”.

In questi giorni non mancano le voci su una serie di articoli e capitoli di intervento che tra poco saranno votati e inizieranno a sortire i loro effetti. Sacrificio ed equità sembrano essere le parole d’ordine del nuovo Governo dei tecnici.

Si parla sempre più insistentemente di un ritocco agli anni di contributi che devono essere maturati per poter beneficiare della pensione di anzianità. Si ipotizza di elevare da 40 a 41 o addirittura a 43 anni il periodo di lavoro prima di poter beneficiare della meritata pensione. Inoltre, sempre in tema di pensioni, si vocifera da tempo di generalizzare il sistema contributivo a tutti i lavoratori, anche a coloro i quali avevano più di 18 anni di contributi nel 1995, quando venne impostata la Riforma Dini del sistema previdenziale. Basti affermare che il sistema contributivo porterà un lavoratore dopo 40 anni di lavoro a percepire una pensione che si aggirerà attorno al 45% dell’ultimo stipendio, mentre con il sistema retributivo, in vigore fino al 1995, la pensione era pari all’80% dell’ultimo salario percepito.

Tutto questo può giustamente fare adirare, e non solo chi è direttamente coinvolto nelle misure proposte, pagandone lo scotto maggiore, ma comunque non è ancora tutto !

Come il più classico e venefico degli scorpioni anchela manovra possiede nella coda tutto il suo veleno !

Non basta più nemmeno l’indignazione quando abbiniamo queste proposte di innalzamento dell’età contributiva ad altre misure che sembrano essere in procinto di approvazione. Si chiede infatti più libertà di licenziamento. Insomma da una parte le persone devono rimanere al lavoro più a lungo per poter avere una nemmeno dignitosa pensione e dall’altra invece si creano i presupposti perchè l’espulsione dal mondo produttivo avvenga in maniera più semplice.

Ora delle due l’una: o lavoriamo più a lungo o ci licenziate prima !!!

Se tutto ciò non fosse parte di una gestione schizofrenica dell’economia mondiale potremmo parlare di una gag comica. In realtà la situazione è molto più che seria e sta creando le vere basi per un impoverimento di massa della società che può avere termini di paragone solo con un passato che pensavamo di esserci messi alle spalle. Chi si oppone a questi provvedimenti sarà ovviamente etichettato come conservatore e bollato come retrogrado. Peccato che il futuro che qualche innovatore di turno ci propone puzzi di vecchio lontano mille miglia e non sia niente altro che un ritorno ad un passato buio e privo di diritti.

Tra la misure che ancora faranno parte della prossima manovra si parla anche di un nuovo aumento dell’IVA (forse dal21 al 22-23%). Inutile sottolineare che questo ulteriore aumento sarebbe tutto fuorchè una tassazione progressiva ed equa. Non farebbe certo pagare le persone nella misura della loro reale ricchezza. L’IVA la paghiamo tutti e nella stessa misura nel momento in cui operiamo qualunque acquisto !

Le voci più insistenti danno per più che probabile la reintroduzione dell’ICI, o comunque di una imposta sugli immobili che, a detta di tutti, previa revisione degli estimi catastali, sarà più pesante dell’ICI che siamo abituati a conoscere e a pagare e che da poco era stata abolita per la prima casa di abitazione. Si parla di una tassa sugli immobili di tipo progressivo, ma che non servirà probabilmente a rigenerare le casse dei nostri comuni e degli enti locali, ma a rimpinguare le casse dello Stato che si trova nella condizione di debito che tutti conosciamo. Quindi pagheremo una tassa sugli immobili senza nemmeno ricevere un benchè minimo miglioramento dei servizi al cittadino da parte del comune e della città di residenza.

Ora fino a qui crediamo che siano chiari i sacrifici, e soprattutto che sia chiaro chi saranno i sacrificati !

Ancora non vediamo nulla che possa escludere i più deboli ed i più fragili dal pagamento di queste ulteriori gabelle e balzelli. Sarà la miopia o il retropensiero, o un po’ di sana malignità, ma al momento non riusciamo ancora a scorgere l’equità della futura manovra. Non vediamo cioè la partecipazione di chi finora ha incassato i proventi della crisi trasferendo ormai quantità ingenti di denaro dai salari alle ricchezze patrimoniali.

Unica ipotesi, che sembra affiorare tra le sabbie mobili di una manovra ancora oscura, è quella di una Tassa Patrimoniale estremamente ridotta e risicata. Si ipotizza una tassa del2 per mille (0,2%) sui patrimoni superiori a 1,5 milioni di euro (per gli attempati, come chi scrive, un po’ meno dei vecchi 3 miliardi di lire).

Ora non vorremmo essere offensivi nei confronti dell’alta economia che si è fatta governo del paese, e dei banchieri che si sobbarcano l’enorme onere di governare quello strano paese che risponde al nome di Italia, ma non avete la sensazione che si sia messa una volpe alla guardia del pollaio ? O che si siano affidate ad un etilista le chiavi di una cantina che contiene preziose bottiglie d’annata ?

Si diceva tra gli indignati che “Noi la crisi non la paghiamo !”. Non è soltanto uno slogan. E’ la constatazione di un fatto reale. La crisi ed il debito sono stati generati nell’ambito della finanza e della speculazione e si vogliono invece far pagare al lavoro ed al reddito da lavoro (in particolar modo ai lavoratori dipendenti e ai pensionati). Con questa manovra ancora non si parla di una seria lotta all’evasione fiscale. Centocinquanta miliardi (150.000.000.000) di euro sottratti ogni anno al fisco contengono più di ogni altro capitolo di spesa la quantità di denaro che serve alla salvezza del debito pubblico del paese. Non servirebbero nè tagli e nemmeno ritocchi alle pensioni. Pensioni e stipendi oggi non ricevono nemmeno un corretto adeguamento rispetto alla crescita del costo della vita e sono inoltre oggetto di ogni ulteriore manovra finanziaria correttiva.

Tagli alle spese militari ovviamente nemmeno a parlarne !

Probabilmente, sarebbe bene fare una proposta… ma una proposta forte, coraggiosa ed anche un po’ dirompente !

Sarebbe bene aggiungere, che una nuova tassazione sugli immobili che toccasse anche le prime case, le abitazioni in cui ognuno di noi risiede, in assenza di una vera e sostanziosa tassazione patrimoniale sulle ricchezze ed i patrimoni che attualmente sfuggono al fisco, non va pagata da nessuno di noi.

Sarebbe bene dire che a questa punto l’evasione la facciamo noi !

TRAMONTI E LE PENSIONI FUTURE

Fonte: LIBERAZIONE

L’Europa ci chiede di alzare ulteriormente l’età pensionabile. La politica italiana, di centrodestra come di centrosinistra, si allinea. Un dibattito ideologico tutto teso a far pagare la crisi ai lavoratori, nasconde così la vera sfida che attende la nostra previdenza: la possibilità che i giovani lavoratori di oggi, per non parlare dei precari, accedano prima o poi a questo diritto. Presentato spesso come uno scontro generazionale, il tema delle pensioni evoca invece la necessità di un adeguamento del sistema previdenziale alle nuove forme assunte dal lavoro, senza che a farne le spese siano i diritti acquisiti o le condizioni di vita dei lavoratori di ogni età

Tutto quello che non
ci dicono sulle pensioni
Ma che è utile sapere

Felice Roberto Pizzuti

Fino a prima della scorsa estate, nelle riunioni economiche internazionali per fronteggiare la crisi globale, i rappresentanti italiani, per attenuare la valenza negativa attribuita al nostro debito pubblico, ricordavano giustamente che, in compenso, rispetto agli altri paesi, il nostro debito privato è nettamente inferiore, il nostro sistema bancario è molto meno toccato dal possesso di titoli “tossici” e il sistema pensionistico pubblico, dopo la continua serie di riforme avviate nel 1992, è tra quelli con i conti più in ordine.
Quando però in agosto la crisi si è riacutizzata, aprendo una sua nuova fase con livelli di drammatizzazione crescente e dagli esiti al momento imprevedibili, l’interesse della speculazione e dei responsabili della politica comunitaria si è particolarmente concentrato sul nostro paese e – in modo surrettizio, ma non privo di significato economico e politico – il nostro sistema pensionistico è ritornato nella parte del capro espiatorio.
Nella famosa lettera di Draghi e Trichet inviata il 5 agosto al nostro governo (ma resa pubblica solo di recente), tra i tanti inusuali “consigli”, all’inizio c’era «che l’Italia debba con urgenza rafforzare la reputazione della sua firma sovrana» e «accrescere il potenziale di crescita»; seguivano poi molte indicazioni, tra le quali anche quella di intervenire nuovamente sui criteri per il pensionamento d’anzianità ed equiparare l’età di pensionamento delle donne impiegate nel settore privato a quelle del settore pubblico.
Le manovre economiche decise dal governo dopo quella lettera non hanno fatto nulla né per sostenere la crescita – che effettivamente dovrebbe essere un obiettivo primario – né per aumentare la sua reputazione che, anzi, è in caduta libera: almeno il divario tra i tassi d’interesse dei nostri titoli pubblici e quelli dei titoli spagnoli è dovuto solo alla differente reputazione dei due governi in carica. Però il governo decise di recepire le indicazioni sulle pensioni, nonostante la ritrosia pelosa della Lega (che non aveva avuto nessun problema a penalizzare le donne del pubblico impiego, ma ne ha con quelle del settore privato della “padania” e, da ultimo, ha proposto le “gabbie previdenziali” per favorire i pensionati del Nord!).
Ma quasi non bastasse, dopo le misure previdenziali prese in agosto dal governo, nel clima da “ultima spiaggia” per fronteggiare la particolare situazione critica del nostro paese, sono state presentate molte proposte da prestigiosi commentatori e da giornali economici, da importanti associazioni d’impresa, da esponenti affermati o più o meno emergenti della politica o da chi al momento ancora non è “sceso in campo”: tutte auspicano ulteriori riforme previdenziali, tanto ingiustificate settorialmente quanto improprie ai fini della crescita. Il sistema pensionistico pubblico continua ad essere il settore privilegiato per proporre altri interventi che, con effetti a cascata, sarebbero necessari: a migliorare il nostro bilancio pubblico, alla nostra permanenza nell’euro, alla stessa sopravvivenza della moneta unica europea e della Ue, e a contribuire alla soluzione della crisi globale. E chi più ne ha più ne metta!
Per non rimanere vittima anche del ridicolo di queste posizioni, che però sono pericolose sia dal punto di vista sociale sia da quello economico, è opportuno uscire dai luoghi comuni più o meno strumentali e riportare la questione alle sue dimensioni reali, come emergono dall’analisi dei fatti e dei numeri certificati.
E’ opinione comunemente condivisa tra gli addetti ai lavori che il nostro sistema pensionistico sia strutturalmente in equilibrio attuariale; la fase di transizione prevista per l’applicazione di alcune norme, pur ritardando i loro effetti finanziari che si avranno a regime, non crea uno squilibrio negativo per il bilancio pubblico. Viceversa, dai dati ufficiali emerge che il saldo tra le entrate contributive e le prestazioni previdenziali al netto delle ritenute fiscali (cioè quanto effettivamente esce dal bilancio pubblico e entra nelle tasche dei pensionati) è positivo fin dal 1998, a riprova dell’efficacia delle riforme effettuate dal 1992 rispetto all’obiettivo di garantire la sostenibilità finanziaria del sistema.
Nell’ultimo anno per il quale si dispongono questi dati, il 2009, il saldo è stato di 27,6 miliardi di euro, pari all’1,8% del Pil. Tuttavia, a fronte dei positivi risultati finanziari, le previsione segnalano un forte calo della copertura pensionistica che darà luogo ad un grosso problema sociale che, se non s’interviene, peserà proprio sulle attuali giovani generazioni che andranno in pensione fra qualche decennio. Infatti, già nel 2035, un lavoratore parasubordinato (categoria sempre più in espansione in un contesto di elevata disoccupazione giovanile, prossima al 30%) che riuscisse ad accumulare 35 anni di contributi e andasse in pensione a 65 anni, maturerebbe una pensione pari a circa la metà di quell’80% che era comunemente raggiungibile da un lavoratore a tempo indeterminato che, prima delle riforme contrattuali e pensionistiche avviate negli anni Novanta, poteva accumulare 40 anni di contributi e andare in pensione anche prima di 60 anni.
Si sostiene però che, a causa delle prestazioni opportunisticamente generose concesse in passato (per l’uso del sistema previdenziale a fini clientelari, elettoralistici e di sostegno improprio al reddito), l’attuale spesa pensionistica incida comunque in misura anomala sul Pil. Tuttavia, se si fanno confronti statisticamente omogenei, la superiorità della nostra spesa pensionistica pubblica che emerge dai dati ufficiali dell’Eurostat, si sgonfia sostanzialmente. Infatti, il dato italiano è sovradimensionato dall’indebita inclusione dei trattamenti di fine rapporto (pari a circa un punto e mezzo di Pil) e dalla valutazione delle prestazioni al lordo delle ritenute previdenziali (che in altri paesi sono più basse o assenti come in Germania). Solo la considerazione di questi due elementi di disomogeneità riduce l’incidenza sul Pil della nostra spesa pensionistica al di sotto o in linea con quelle francesi e tedesche. Si aggiunga che in altri paesi ci sono più elevate prestazioni pensionistiche private (naturalmente finanziate con contribuzioni aggiuntive da parte di lavoratori e imprese) che possono spiegare i valori minori di quelle pubbliche le quali, tuttavia, vengono confrontate con quelle italiane dove le pensioni private sono marginali.
Altro punto di critica scarsamente fondato al nostro sistema pensionistico è la bassa età di pensionamento. Allo stato attuale, l’età di vecchiaia degli uomini e delle donne del settore pubblico (a partire dal prossimo gennaio) è ufficialmente di 65 anni, ma con il ritardo di 12 mesi della “finestra” (18 per gli autonomi), è di fatto di 66 – cioè superiore a quella tedesca (65) e francese (62) – e dal 2013 aumenterà automaticamente in connessione all’aumento della vita media attesa, raggiungendo i 67 anni nel 2021 e i 70 nel 2047; per le donne del settore privato è già previsto un rapido aumento dell’età di pensionamento di vecchiaia dai 61 anni effettivi attuali ai 65 nel 2021, poi si uniformerà a quella dei maschi.
Si dice tuttavia che l’altra nostra anomalia sarebbe la pensione d’anzianità. Ebbene, l’età effettiva di pensionamento degli uomini in Italia è di 61,1 anni, cioè poco meno che in Germania (61,8) e più che in Francia (59,1); per le donne il nostro dato (58,7) è inferiore sia a quello tedesco (60,5) che a quello francese (59,7), ma ciò rispecchia la congenita minore partecipazione al mercato del lavoro delle donne italiane e il loro ruolo di supplenza alle carenze assistenziali del nostro sistema di welfare. Comunque, la parificazione della loro età di pensionamento a quella maschile, da poco decisa, eliminerà rapidamente il divario e probabilmente lo invertirà.
A fini comparativi si deve anche tener presente che dal 1992 le nostre prestazioni pensionistiche non sono più agganciate agli incrementi salariali e sono indicizzate ai prezzi solo in misura parziale. Ce ne siamo accorti poco perché nel frattempo i salari italiani non sono cresciuti e l’inflazione è bassa, ma in Germania – dove secondo alcuni commentatori nostrani i pensionati invidierebbero quelli italiani – le prestazioni pensionistiche non hanno mai smesso di essere indicizzate sia agli incrementi reali dei salari che all’inflazione.
Ma allora perché, anche in ambienti progressisti, incontra favore l’idea di nuovi interventi sulle pensioni?
Il punto è che i maggiori ostacoli a superare questa crisi epocale risiedono non solo nelle difficoltà frapposte dagli interessi economici, politici e culturali collegati al modello produttivo affermatosi nel passato trentennio e adesso entrato in crisi; le ragioni vanno individuate anche nei limiti delle forze progressiste nel saper rinnovare il modello economico-sociale, la mentalità prevalente nell’opinione pubblica e gli equilibri politici.
In questa situazione di stallo economico, intellettuale e politico che caratterizza la fase di transizione che stiamo attraversando, emerge un altro grave rischio che si evidenzia bene proprio in alcune posizioni presenti nel dibattito previdenziale. L’attacco al sistema pensionistico spesso si coniuga con la critica agli anziani che, resistendo al posticipo del pensionamento, si comporterebbero in modo egoistico verso i giovani, assorbendo risorse che potrebbero essere utilizzate in loro favore. Eppure, in un contesto di disoccupazione giovanile di circa il 30%, considerando che l’età di pensionamento è già stata “indicizzata” attuarialmente agli aumenti della vita media attesa, imporre un ulteriore prolungamento della vita lavorativa avrebbe i controproducenti effetti di sottrarre potenziali posti di lavoro ai giovani, di aumentare l’età media degli occupati e il loro costo medio per le imprese, di pregiudicare anche la produttività e la capacità innovativa del sistema produttivo.
Ma gli anziani vengono criticati anche per il contrario, ovvero che resisterebbero a “togliersi di torno” e a lasciare spazio ai giovani, alimentando una deriva gerontocratica. Tuttavia, quando i padri liberano posti, questi spesso o non vengono riassegnati affatto, o vengono coperti con contratti meno appetibili.
In realtà, se i pur pochi giovani che il calo demografico ci offre vengono messi in concorrenza con gli anziani, cui pure si chiede di allungare l’attività, il problema vero è nella scarsa capacità del sistema produttivo di creare buona occupazione e risorse da distribuire tra tutte le generazioni.
Dunque si tratta di un male comune; cosicché diventa paradossale e lesivo della coesione sociale attribuirlo ad un contrasto tra “padri” e “figli”, laddove, nei rapporti tra giovani ed anziani dovrebbe essere sottolineata e incentivata la naturale complementarietà tra la conoscenza e l’esperienza accumulata dai primi e l’entusiasmo, il vigore e la maggiore predisposizione all’innovazione dei secondi.
In ogni caso, si oscura il fatto che i giovani e gli anziani non sono tutti uguali; le condizioni di ciascuno dipendono soprattutto dal ceto sociale, dalla famiglia, dal territorio e dal genere d’appartenenza e, dunque, se rientrano tra i pochissimi favoriti o tra i moltissimi penalizzati dal modello di crescita che si è affermato nell’ultimo trentennio e che ora è entrato in crisi.
Rispetto alla dimensione della crisi anche intellettuale e politica cui prima si faceva cenno, come diceva Keynes, la difficoltà non sta tanto nell’accettare le idee nuove quanto nel liberarsi delle vecchie; ma, al momento, sembrano cumularsi entrambe le difficoltà, a tutto vantaggio dei luoghi comuni, del conformismo intellettuale e della regressiva propensione a rifugiarsi nella saggezza convenzionale alimentata dalla mancanza di alternative che siano anche politicamente credibili.
A questo riguardo, un segnale positivo viene dagli “indignati” di ogni età, e in particolare dai giovani, che stanno scuotendo il mondo. L’attualità politica degli “indignati” sta nel fatto che colgono il carattere epocale della crisi in corso, di cui non vogliono pagare le conseguenze dopo aver subito il dispiegarsi delle sue cause; la natura dell’indignazione è progressista perché la rimozione delle sue origini sanerebbe ingiustizie e inefficienze che non solo pesano sugli “indignati”, ma continuano ad ostacolare il cambiamento economico e sociale necessario a migliorare le condizioni della collettività nel suo insieme.
Tuttavia, anche le migliori ragioni trovano difficoltà ad affermarsi se sostenute in modo ambiguo e controproducente. Ad esempio, lo slogan “la vostra crisi non la paghiamo” non può essere confuso con la sua parodia “il debito non si paga”.
La crisi in atto conferma i guasti drammatici di uno sviluppo economico-sociale che nell’ultimo trentennio è stato affidato in misura crescente ai mercati – dove le decisioni vengono prese da un’infima parte dei partecipanti alla produzione in base alla logica del profitto individuale – svincolandoli progressivamente dalla necessaria e proficua interazione con le istituzioni le cui scelte sono il frutto di una ben maggiore partecipazione collettiva. Per uscire dalla crisi lungo sentieri di maggior progresso economico-sociale c’è bisogno di dare maggiore spazio ai criteri decisionali di tipo democratico, a livello nazionale e sovranazionale; quest’evoluzione è particolarmente urgente in Europa dove la creazione di istituzioni economiche comunitarie rispondenti agli elettori è la chiave di volta per uscire dalla crisi continentale e da quella globale.
Ma, rispetto a questi obiettivi, diventa estremamente contraddittorio sostenere che il “debito non si paga” e auspicare il default delle istituzione della collettività di cui verrebbe stroncata la reputazione a vantaggio del mercato. Come si può, ad esempio, sostenere la giusta battaglia per i beni comuni e contemporaneamente auspicare il fallimento delle istituzioni collettive che dovrebbero gestirli e amministrarli? Come si può sostenere il rafforzamento del welfare state se il bilancio pubblico fallisce? Se “il debito non si paga”, chi pagherebbe le pensioni? Le quali, non dimentichiamolo, rappresentano un credito maturato dagli anziani verso la collettività nell’ambito del patto sociale intergenerazionale tra giovani e anziani; un patto che, per la sua natura intertemporale, è opportuno e conveniente sia garantito dallo Stato cioè dall’istituzione che rappresenta la collettività anche nel decorso del tempo.

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Un sistema che garantisce chi un lavoro ce l’ha

Fabio Sebastiani

intervista a Luigina De Santis Collegio di presidenza dell’Inca-Cgil

Il sistema previdenziale sta naufragando sotto i colpi del bilancio dello Stato e per le forti distorsioni del mercato del lavoro.
La prima parola che voglio dire è occupazione e non pensione. Perché la pensione è la risultante di quanto lavoro hai effettivamente svolto. Nel sistema previdenziale italiano chi ha lavoro non ha nessun problema. Il processo di riforma dal ’92 con Amato fino alla legge del 2007 di Prodi ha reso molto forte il sistema pensionistico, tanto è vero che tutti gli studi della commissione europea testimoniano una solidità del nostro sistema pensionistico. La spesa pensionistica sul pil è molto più bassa rispetto agli altri paesi. La Francia nel 2020 avrà una percentuale più alta rispetto al pil dell’Italia.

Cosa ha determinato la crisi, non del sistema pensionistico ma la crisi delle risorse?

Un chiarimento, il bilancio dell’Inps è in attivo. L’attivo è più alto di quello che era stato programmato. Ma il bilancio è la risultante di più casse. Visto da vicino, per esempio, il fondo pensioni dei dipendenti è in fortissimo attivo. In deficit sono le casse dei lavoratori autonomi. Un altro fondo in deficit è l’Inpdai. E’ veramente vergognoso che un lavoratore dipendente debba pagare il deficit del’ex fondo dei dirigenti di azienda. In deficit ci sono anche i fondi speciali, come gli elettrici. Lì abbiamo privatizzato in parte l’Enel ma i fondi non sono andati nelle casse previdenziali ma a risanare i conti pubblici. Un altro forte attivo ce l’ha la gestione separata ovvero dei collaboratori a progetto. Così come le prestazioni famigliari. Il bilancio dell’Inpdap è in negativo anche perché alcune aziende che appartenevano alle amministrazioni comunali sono state privatizzate.

Ormai le casse previdenziali sono diventate le casse del ministero del Tesoro.

Sì, è vero. La scelta che ha fatto il governo Berlusconi è stata di trasferire la competenza sulla previdenza dal ministero del Lavoro al ,ministero del Tesoro. L’aspetto più triste è stato proprio questo, che mentre prima c’era uno spazio di dibattito che si poteva configurare come contrattazione sociale oggi l’intervento sulla previdenza è diventato automatico.
L’aumento della speranza di vita e il conseguente allungamento dell’età pensionabile è piovuto in un momento in cui abbiamo una fortissima crisi economica e quindi una fortissima contraddizione tra l’espulsione dal processo produttivo, la mancanza di lavoro per i giovani e la richiesta di alzare l’età lavorativa. Un altro elemento fondamentale è che il lavoro non è tutto uguale. Ci sono delle attività in cui puoi lavorare fino a sessantacinque anni. Ci sono lavori operai usuranti che ancora devono essere adeguatamente riconosciuti. Quella norma varata dal governo di centrodestra dopo il testo elaborato dal minsitro Damiano vale in linea di principio come una innovazione importante. Si può accettare il prolungamento ma deve essere volontario. E comunque dobbiamo togliere da questo meccanismo il lavoro usurante.

Quali limiti ha il sistema contributivo?

E’ uscito lo studio di Patriarca che ha detto che non è vero che il contributivo condanna a delle pensioni basse. Il problema è che le nuove generazioni non stanno lavorando. Non siamo preoccupati perché il meccanismo non funziona. Il problema è che funzionava in una fase in cui c’era lavoro. Il panorama è cambiato.

Quali proposte per i precari?

C’è stata una interessantissima proposta della Cgil per garantire una pensione a chi lavora per 40 anni in modo discontinuo. La copertura nella discontinuità deve essere dell’intero anno. In pratica, deve essere garantita una base di 900 euro. Il lavoro discontinuo non ti deve determinare una contrazione della copertura nell’anno. Un meccanismo come quello che è esistito in passato per i braccianti agricoli. Avevano una copertura dell’intero anno anche quando facevano cento e uno giornate all’anno. Il punto fondamentale è che il lavoro precario non ti deve scoprire nella parte previdenziale.

Questa crisi ha segnato la previdenza complementare?

La previdenza complementare l’avevamo pensata in una fase di lavoro e di produzione che tirava. La previdenza complementare rafforza la posizione di chi ha un’occupazione. I fondi chiusi hanno perso meno dei fondi aperti. A me non interessa del terzo pilastro, l’assicurazione privata. Per me in un paese sano non ci dovrebbe essere l’interesse collettivo sul terzo pilastro. Se mi fossi comperata, oltre alla previdenza pubblica e quella del secondo pilastro, il fondo chiuso contrattuale, un fondo privato di una banca non deve influire sul profilo sociale. Sul terzo pilastro il sindacato europeo ha discusso e non tutti avevano la stessa idea. Qualcuno voleva adottare addirittura un modello di esenzione fiscale.

L’Europa ha sul precariato e la disoccupazione dei numeri importanti. Il problema di una copertura pluridiversificata se lo stanno ponendo.

Ci sono diversi modelli in Europa, tra il modello contributivo e non noi siamo rimasti alla prima alternativa. Per noi il lavoro è un valore fondamentale. Quando ti riconosco solo perché sei un cittadino questo non ti collega al lavoro. Il lavoro ha un valore e deve essere riconosciuto e pesare. In un paese che lavora tanto al nero come l’Italia staccare la rendita previdenziale dal lavoro significa fomentare il lavoro nero. Diamo garanzie ma teniamo forte questo legame.

13/11/2011

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«Per precari e intermittenti impossibile pensare alla pensione»

Andrea Fumagalli Economista dell’Università di Pavia, autore di “La crisi dell’economia globale”
sostiene da tempo la necessità di introdurre nel nostro paese un “reddito di cittadinanza”

Come leggere il dibattito sulle pensioni alla luce delle nuove forme di lavoro e di precarietà che caratterizzano da più di una generazione il panorama sociale (anche) del nostro paese? Abbiamo cercato di farlo con Andrea Fumagalli, docente di Macroeconomia, Teoria dell’impresa e Economia politica all’Università di Pavia, e autore di importanti studi sul nuovo volto dell’economia internazionale e sulle nuove realtà del lavoro, tra cui: Il lavoro autonomo di seconda generazione. Scenari del postfordismo in Italia (Feltrinelli, 1997), Tute bianche. Disoccupazione di massa e reddito di cittadinanza (DeriveApprodi, 1999), Bioeconomia e capitalismo cognitivo. Verso un nuovo paradigma di accumulazione (Carocci, 2007) e La crisi dell’economia globale (Ombre corte, 2009).

Il dibattito sulle pensioni nel nostro paese non sembra tener conto del fatto che le carriere lavorative stanno progressivamente cambiando. Come stanno le cose da questo punto di vista?
Se analizziamo la composizione del mercato del lavoro, vediamo come la dinamica occupazionale manifesti una tendenza molto chiara verso una perdita di peso dei settori classici del manifatturiero, a vantaggio dei settori terziari legati soprattutto alla logistica delle merci – trasporto, immagazinamento e distribuzione -, e una dinamica invece consistente, soprattutto in alcune aree del paese, verso l’occupazione nel terziario avanzato di tipo immateriale, legato all’informazione, alla comunicazione, alla linguistica e ai servizi legati alla gestione dell’attività d’impresa. Trent’anni fa si iniziava a lavorare, specie nelle industrie manifatturiere, sotto i vent’anni, e si raggiungeva il periodo della pensione prima dei sessanta. Oggi, invece, la dinamica occupazionale in molti settori è caratterizzata da un processo formativo più lungo e dall’ingresso nel mercato del lavoro circa dieci anni più tardi. Inoltre, spesso, queste attività sono caratterizzate dalla precarietà dei contratti e dall’interruzione temporanea del lavoro.

Se sono sempre di meno i lavoratori che possono vantare nella propria biografia professionale lunghi periodi “da dipendente” all’interno della stessa azienda o che non hanno mai avuto a che fare con qualche forma di precarietà occupazionale, come possono pensare alla loro pensione in base alle regole odierne?
Infatti, già nel contesto che ho descritto fin qui, emerge come sia sempre più difficile immaginare di arrivare all’età della pensione attraverso un lavoro stabile e dopo aver accumulato l’anzianità lavorativa necessaria. Ma anche per chi ci dovesse arrivare, le cose non saranno facili. Grazie agli effetti della riforma Dini, che ha portato nel 1994 al passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo, avendo come risultato che il livello di pensione che verrà maturato sarà proporzionale ai contributi versati in tutto l’arco della propria carriera lavorativa, compresi anche gli eventuali “buchi” di non lavoro, in molti si potranno ritrovare con una pensione che non supera il livello entro il quale si parla di “povertà”. Perciò, il vero rischio, è che chi è coinvolto in queste nuove forme di lavoro, non vedrà mai una pensione degna di questo nome.

Per coloro che possono comunque continuare a sperare di accedere alla pensione alla fine del loro percorso lavorativo, si profilano però delle nuove sfide. Da un lato la diminuzione dei coefficienti di rivalutazione dei contributi versati, dall’altro l’aumento considerevole dei costi relativi al “riscatto” di versamenti accantonati presso un altro ente rispetto a quello che dovrà erogare alla fine la pensione. Questi elementi contraddicono palesemente ogni retorica sulla volontà di garantire una pensione anche alle generazioni future, no?
La tendenza in atto è quella di far perdere valore alla previdenza pubblica. Sia perché si cerca di andare verso una privatizzazione del settore, con l’ingresso di realtà finanziarie e assicurative, e diminuendo così il ruolo pubblico nella previdenza, sia perché, proprio con l’abbassamento dei coefficienti di rivalutazione dei contributi, il livello delle pensioni future in termini reali sarà di gran lunga inferiore a quello odierno. A questo si aggiunge il fatto che di fronte a carriere lavorative caratterizzate da intermittenza o elevata mobilità, con contributi gestiti perciò da enti previdenziali diversi, si pone il problema che i costi di transazione, vale a dire i costi che si devono sostenere per arrivare a un calcolo unico di tutti i contributi versati nel corso della propria vita lavorativa, tendono costantemente ad aumentare e sono caricati sul lavoratore e non sul gestore delle pensioni. E questo mi sembra un ulteriore elemento che indica come la direzione in cui si vuole andare sia quello di disincentivare il ricorso alla pensione pubblica. Infatti tutto ciò non accade se si stipula un contratto di previdenza privata con un ente finanziario o assicurativo: in base a questi contratti si paga una quota mensile, semestrale o con altra scadenza, indipendentemente dall’appartenenza a una determinata categoria o settore di lavoro.

In questo contesto, l’unica misura proposta è però da anni, e oggi in maniera ancora più decisa, quella di un progressivo innalzamento dell’età pensionabile. Oltre ad essere ingiusta, che senso ha?
Si devono prima di tutto sfatare alcuni luoghi comuni. Il primo è che l’Inps abbia un bilancio in rosso. In realtà se si scorpora l’attività previdenziale da quella assistenziale, tutta l’area della previdenza mostra già un saldo attivo. Il secondo luogo comune è quello secondo cui in Italia si andrebbe in pensione molto presto. In realtà i calcoli dell’età effettiva di pensionamento nel nostro paese sono di circa sei mesi inferiori a quelli tedeschi e sono invece superiori a quelli francesi: in media parliamo di circa 65 anni per gli uomini e 62 per le donne. Non c’è perciò una differenza sostanziale con gli altri paesi, come non c’è nessuna logica economica, né necessità impellente che giustifichino un innalzamento dell’età pensionabile. Questo progetto viene però giustificato spiegando che aumentando l’età si riduce il numero delle persone che vanno in pensione nei prossimi anni, dato che continuano a lavorare per qualche anno in più, e questo consente di “fare cassa”. Inoltre, a differenza di ciò che viene affermato abitualmente, l’allungamento dell’età pensionabile è già in atto: si è cominciato con la riforma Dini e poi via via fino allo “scalone” introdotto da Maroni e agli “scalini” decisi successivamente, per l’età in cui si può andare in pensione c’è già un meccanismo di modifica progressiva.

Già da diversi anni lei è tra coloro che propongono un redditto di cittadinanza, sganciato dal lavoro, come risposta alle forme di esclusione sociale generate dalla ristrutturazione dell’economia capitalista. Si può immaginare di riflettere allo stesso modo anche sul tema delle pensioni?
Partiamo dal chiarire una cosa. La proposta di un reddito di base non significa certo voler sostituire per questa via il reddito da lavoro, né le pensioni: si deve infatti tener conto di come la pensione sia una quota di salario differito. Il reddito di base interviene nella formula di distribuzione del redditto che deve essere gestito a livello di fiscalità collettiva, poi magari strutturato su base regionale, locale – e su questo è in atto un ampio dibattito -, mentre la previdenza si forma sulla base dei redditi da lavoro. Quindi, mescolando i due piani del discorso si rischia di fare solo confusione. Sul tema delle pensioni si può avanzare una proposta di semplificazione e di omogeneizzazione del sistema previdenziale, all’interno di una riforma della regolazione della forma salario, mentre per quanto riguarda il reddito di base, si deve arrivare a definire un reddito minimo incondizionato, sicuramente superiore alla soglia di povertà relativa, grazie a modalità di finanziamento e di strutturazione di altro tipo.
Gu. Ca.

13/11/2011

Da CONTROLACRISI.ORG

Questo governo continua a giocare sulla nostra pelle.

L’Europa delle banche, della finanza, dei ricchi ha provocato la crisi speculando sul denaro con sporchi giochi finanziari. Questo governo, immorale e populista di Bossi e Berlusconi, fa pagare la crisi finanziaria ai pensionati, ai lavoratori e ai poveri con la manovra estiva di 47 miliardi di euro.

  • Con il blocco della rivalutazione delle pensioni.
  • L’aumento dell’età pensionabile.
  • Lo stop alle nuove assunzioni nella scuola, al rinnovo dei contratti pubblici e il congelamento dei salari.
  • L’aumento dei ticket sui medicinali e visite diagnostiche.
  • L’aumento dell’IVA, che si aggiunge a quelle di luce e gas.
  • Taglio di 6 miliardi agli enti locali che si rifletteranno pesantemente sui servizi sociali comunali, alla faccia del così detto federalismo.

Una manovra economica che peserà ulteriormente sulle nostre tasche, mentre  lor signori ricchi, non torcerà un capello.

Questa manovra finanziaria ingiusta va contrastata e respinta con la protesta di popolo, mobilitando tutte quelle forze sindacali, sociali e politiche della sinistra, decise a difendere nelle piazze e nelle istituzioni i diritti dei tanti, contro gli interessi dei pochi.

Mobilitazione pensionati SPI CGIL

ROMA, 15 APR – Due giorni di mobilitazione dei pensionati della Cgil, a Roma, il 19 ed il 20 aprile.
«Sono ormai più di due anni – spiega lo Spi in una nota – che il sindacato pensionati della Cgil ha avanzato all’attuale Governo una serie di richieste senza avere nessuna risposta». Tra queste, la necessità di garantire alle nuove generazioni una pensione dignitosa; di rivalutare le pensioni in corso, considerando che il 65% dei pensionati percepisce meno di 750 mensili, 4 milioni di questi non arrivano a 500 mensili; di reintrodurre il Fondo nazionale per i non autosufficienti; di dar vita ad un progetto nazionale per assicurare i livelli essenziali di assistenza sanitaria su tutto il territorio del Paese.
«L’iniziativa dello Spi-Cgil – sottolinea il segretario generale Carla Cantone – rientra pienamente nella mobilitazione della Cgil contro questo Governo, in preparazione dello sciopero generale per il 6 maggio. Un Governo che non ha una politica economica, finanziaria, che manca di un progetto concreto per la crescita del Paese, che garantisca l’occupazione, la giustizia sociale e l’equità tra i cittadini». (ANSA).


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