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Pensioni: Sia rispettata la decisione della Consulta.

xarton14506.jpg.pagespeed.ic.dEjT0yxpFBSulle pensioni qualcosa si muove a livello di mobilitazione. Mentre Cgil,Cisl e Uil ancora stanno aspettando il ”favore” di un tavolo di concertazione sulla previdenza, il 16 giugno sarà il Conup a muoversi. Il Coordinamento nazionale unitario pensionati, che ha tra le sue fila anche Ezio Gallori, andrà sotto la sede del ministero dell’Economia e Finanze, per “un presenziamento molto rumoroso”. Il Comup intende protestare contro il mancato rispetto della Sentenza della Consulta, contro il decreto Poletti-Renzi e per la difesa delle pensioni attaccate dall’ennesima riforma del sistema previdenziale che Renzi-Boeri stanno preparando!”.

Il Comup ha stilato anche una lettera inviata a deputati e senatori che riportiamo integralmente perché spiega in modo chiaro e sintetico la partita in gioco.
“Siamo cittadini di tutta Italia che hanno dato vita ad un Coordinamento Nazionale, apartitico e apolitico, che riunisce pensionati, esodati e tutti i lavoratori, futuri pensionati, ai quali soprattutto è rivolto il nostro sforzo di difesa dei principi costituzionali in tema pensionistico.

“La sentenza n. 70 della Consulta ha sancito il principio che la proporzionalità e l’adeguatezza della pensione alla retribuzione debbano sussistere non solo al momento del collocamento a riposo, ma anche successivamente. Alla Consulta non è certamente sfuggito evidentemente che il provvedimento Monti/Fornero di congelamento totale della rivalutazione per gli anni 2012 e 2013 per le pensioni superiori a tre volte il trattamento minimo si inseriva in un meccanismo perverso che prevedeva già parziali o nulle rivalutazioni fin dal 1996.

Il D.L. 65/2015 del Governo Renzi a seguito della suddetta sentenza, si limita a concedere qualche irrisorio arretrato escludendo totalmente i fruitori di una pensione superiore a 6 volte il trattamento minimo, irridendo la Corte Costituzionale e facendosi beffe dei pensionati del ceto medio che hanno svolto per una vita un’attività lavorativa all’insegna della correttezza contributiva e fiscale.

Sarà sufficiente dare uno sguardo al riepilogo allegato sul meccanismo di rivalutazione automatica delle pensioni per capire che c’è un intento chiaro da parte degli ultimi Governi ed in particolare di quello attuale: TUTTE LE PENSIONI DEVONO TENDERE NEL PIU’ BREVE TEMPO POSSIBILE AD ADEGUARSI A TRE VOLTE IL TRATTAMENTO MINIMO.

Non lasciamoci ingannare peraltro dal fatto che il tasso di inflazione in questi anni è basso, niente ci garantisce che esso non possa salire nei prossimi anni. Copiamo dalla Germania dove le pensioni sono agganciate agli aumenti dei lavoratori dell’industria e l’aliquota contributiva è del 24% anziché del 33%. I pensionati non hanno rinnovi contrattuali o bonus o promozioni, se togliamo loro la rivalutazione è la fine. Si può accettare una rivalutazione attenuata, ma mai che non si percepisca neppure l’aumento riconosciuto alle fasce più basse.

Il messaggio Renziano lascia trasparire un progetto di ghettizzazione dei vecchi. I vecchi si devono contentare di un minimo uguale per tutti a prescindere da ciò che hanno fatto nella vita.

In altra sede ci proponiamo di parlare della truffa del meccanismo di calcolo della pensione con il sistema di calcolo contributivo “all’italiana”, un sistema unico al mondo e non presente neppure nei fondi assicurativi delle assicurazioni private”.

14 Novembre

14 novembre, l’Europa in piazza contro il massacro sociale

E così tra il fumo dei lacrimogeni e delle bombe carta il parlamento greco ha approvato la nuova quota di tagli sociali, imposta dagli usurai della troika europea per concedere un po’ di crediti.Con questa nuova rata l’insieme dei tagli alla spesa pubblica imposta da tutti, ripeto tutti, i governi della Unione Europea ammonta al 40% del pil greco. Come se da noi l’insieme delle manovre decise dai governi Berlusconi e Monti avesse tagliato oltre 600 miliardi di euro. Finora siamo ad un quarto di tale cifra e già le province annunciano che spegneranno il riscaldamento nelle scuole.

Immaginiamo dunque quale sia la condizione materiale del popolo greco, anche se facciamo fatica solo a concepirla perché quel paese, per restare nell’Europa dell’austerità, delle banche e dell’euro, sta uscendo dall’Europa dei diritti sociali e precipita in quella che una volta veniva chiamata la condizione del terzo mondo.

Quanti anziani, quanti bambini, quante donne, quanti poveri vedranno degradare le loro condizioni di vita fino a mettere a rischio la vita stessa, per la cancellazione di quel sistema di protezione che – dalla scuola, alla sanità, alle pensioni, ai contratti, alle tutele contro i licenziamenti – ha fatto faticosamente uscire dal medio evo questo nostro piccolo continente? Fu la vittoria contro il fascismo a costruire in Europa lo stato sociale e sono la destra liberista e la sinistra inutile e smemorata a demolirlo.

Da noi il regime dell’informazione tira un sospiro di sollievo bipartizan perché il parlamento greco ha messo sul lastrico altri milioni di persone: qui da noi tutto questo non è neanche degno di discussione, da noi si litiga su legge elettorale e primarie.

Già, le primarie del centrosinistra ove tutti i candidati sono impegnati a rispettare il fiscal compact e quei trattati europei grazie ai quali la Grecia viene distrutta, primarie ove si chiede a chi va votare di vigilare perché quei candidati mantengano quegli impegni.

Non so in quale percentuale, ma la responsabilità del massacro greco – attribuito quanto spetta al governo di quel paese, a Draghi, a Merkel e a Hollande – tocca anche a Monti, a Berlusconi, a Bersani e a chi accetta i vincoli europei.

Il popolo greco subisce danni e vittime paragonabili a quelli di una guerra e questo è un crimine e chi lo compie è un criminale.

Si può essere criminali perché si fa consapevolmente del male, oppure perché non ci si oppone a esso per opportunismo, paura, ignoranza. Ma resta il fatto che i crimini ci sono e i criminali sono tra noi.

Il 14 novembre ci sarà una prima giornata di lotta europea. È un appuntamento importante, giustamente fatto proprio dagli indignados spagnoli e dal No Monti Day, nonostante che la piattaforma ufficiale della confederazione sindacale europea sia totalmente subalterna alla criminalità economica. Noi andremo in piazza contro tutte le complicità verso il massacro della Grecia e di tutta l’Europa.

09/11/2012 12:47 | POLITICAITALIA | Fonte: micromega | Autore: giorgio cremaschi (Da Controlacrisi.org)

ATENE ,MOBILITAZIONE NO STOP

Quarantotto ore di sciopero. Atene verso la mobilitazione no stop

Grecia /MERCOLEDÌ IL GOVERNO VOTA I NUOVI TAGLI
La Grecia è immersa da ieri mattina in uno tsunami di scioperi e proteste che continueranno oggi e domani con un sciopero generale di 48 ore, per trasformarsi probabilmente in una agitazione continua con l’assedio del parlamento se mercoledì notte passeranno i nuovi tagli da 13,5 miliardi. Alla chiamata di Gsee e Adedy, le confederazioni sindacali del settore pubblico e privato che già hanno aderito allo sciopero e alle manifestazioni europee del 14 novembre, hanno risposto quasi tutte le organizzazioni sindacali e associazioni settoriali.
Due cortei già ieri mattina hanno attraversato Atene per confluire in piazza Syntagma chiedendo il ritiro dei tagli e il ripristino dei diritti dei lavoratori cancellati dal governo tripartito di Samaras (leader del partito di centrodestra Nea Demokratia), Venizelos (del partito socialista Pasok) e Koubelis (di Sinistra Democratica) e dalla troika. L’appuntamento nella piazza del parlamento si ripeterà domani, ma si prevede una mobilitazione continua dopo l’eventuale votazione dei tagli.
La città è paralizzata dallo sciopero di tutti i mezzi di trasporto su rotaia, oggi si fermano bus, filobus, treni e mezzi dei pendolari. Anche le navi rimarranno attraccate nei porti. Prendere un taxi è impossibile, i guidatori incrociano le braccia. I medici del settore pubblico e privato annunciano che continueranno gli scioperi per tutti i giorni della discussione dei tagli e della finanziaria. Mercoledì saranno chiuse farmacie e banche, mentre oggi non ci sono giornali nelle edicole. Gli avvocati hanno proclamato uno sciopero di cinque giorni, mentre il combattivo sindacato dei lavoratori della compagnia elettrica Denop-Deh ha proclamato da ieri scioperi continui di 48 ore, aumentando le paure del governo che il sindacato guidato dall’imprevedibile Fotopoulos possa spegnere sette delle dieci più grosse centrali di energia del paese. Anche le due grandi confederazioni di commercianti Esee e Gsebee hanno chiesto la mobilitazione del settore contro l’incursione fiscale e i tagli, che «daranno il colpo di grazia al consumo e la sopravvivenza del settore». Molti municipi di Atene e non solo sono occupati dai lavoratori delle autonomie locali. Il clima è molto teso. Il ministro della Protezione del cittadino Dendias continua con la tattica di repressione preventiva per disperdere i manifestanti prima che arrivino in massa di fronte al parlamento, ma dopo le denunce del quotidiano inglese Guardian, che ha smascherato le torture della polizia sui manifestanti, è sempre più isolato. Syriza, il primo partito politico greco nei sondaggi, si è comunque attrezzata al peggio. Scenderà in piazza, insieme al Kke e la piccola extraparlamentare Antarsya, fornita di medicine e mascherine antigas invece che con i tradizionali striscioni e megafoni portatili. Il leader della coalizione della sinistra radicale Alexis Tsipras ha fatto sapere che per partecipare alle proteste ha cancellato il suo viaggio al Congresso del Blocco di Sinistra a Lisbona e la sua partecipazione alla tanto attesa Firenze10+10).
Nessuno sa come andranno a finire le votazioni in parlamento, visto che nei partiti di governo regna il malumore e la consapevolezza del disastro sociale che provocheranno i nuovi tagli. Nuova Democrazia e Pasok hanno insieme 158 sui 300 deputati, ma quanti saranno quelli che al ultimo momento voteranno contro i tagli o invece si asterranno per favorire il governo resta ancora un mistero. Il leader di Sinistra Democratica Koubelis è in continua comunicazione con gli altri due leader che sostengono il governo e la sua posizione ufficiale, scartato il voto negativo, si orienta piuttosto al cosiddetto «presente», che corrisponde a un voto negativo per quanto riguarda i tagli e a un voto a favorevole alla finanziaria. Un modo per continuare a essere partner del governo e placare la forte opposizione interna al suo partito.

06/11/2012 09:36 | POLITICAINTERNAZIONALE | Fonte: il manifesto | Autore: Argiris Panagopoulos (Da Controlacrisi.org)

#OCCUPYEUROPE

14 novembre – #occupyeurope

Alcune settimane fa, all’indomani della convocazione da parte della Fiom dello sciopero metalmeccanico per il 16 novembre, abbiamo aperto nel nostro portale la discussione intorno alla possibilità che questa giornata fosse fatta propria anche da altri settori sociali per allargare e rendere condivisa la critica nelle piazze alle politiche del Governo Monti.
Dopo pochi giorni si crea un nuovo scenario: a livello europeo viene lanciata la mobilitazione del 14 novembre, a partire dalla convocazione dello sciopero generale in Grecia, Spagna e Portogallo.
Una data che viene fatta propria anche dalle reti e dai movimenti sociali europei, come discusso nell’incontro promosso da Blockocupy a Francoforte e come verrà approfondito nel prossimo meeting Agora99 a Madrid, per rendere visibile la necessità di un’azione comune nel nostro continente contro le politiche di austerity.
Ci è sembrato importante immediatamente, proprio per partire sempre dalla realtà di ciò che accade, offrire un nuovo spunto di discussione perchè anche in Italia ci si unisse alla protesta europea. Per questo abbiamo intervistato chi come i Cobas aveva per il 14 novembre convocato lo sciopero, abbiamo ospitato interventi come quelli dei coordinamenti studenti medi che stanno iniziando a ragionare su come portare le loro mobilitazioni a partire dal 14 fino alla data del 17 novembre, storicamente una giornata internazionale di mobilitazione sul tema della formazione, abbiamo continuato a interlocuire con la Fiom sul fatto che spostare la data della loro convocazione dal 16 al 14 sarebbe stato un segnale concreto della ricerca di un agire comune.
Nei giorni scorsi molte altre realtà, ad esempio quelle che stanno promuovendo il Forum Firenze 10+10 così come chi è sceso in piazza il 27 ottobre, hanno sottolineato l’importanza della mobilitazione per il 14 novembre e ieri è arrivata la notizia della convocazione da parte della CGIL di 4 ore di sciopero da realizzare a livello locale nella giornata del 14.
A questo punto è evidente che si apre una reale possibilità: che il 14 novembre anche in Italia ci si unisca alle mobilitazioni europee. Che questa giornata, fuori dai ritualismi di facciata, possa dare corpo concreto nelle piazze e nelle mobilitazioni alla movimentazione sociale ampia ed articolata di cui c’è necessità a livello europeo. Nessuna lotta da sola può costruire l’alternativa di cui abbiamo c’è bisogno.
Dentro questo nuovo scenario è evidente che anche la Fiom può dare un proprio contributo decidendo definitivamente di spostare il proprio sciopero al 14, mantenendolo di 8 ore e contribuendo così alla battaglia perchè lo sciopero generale diventi per tutti di 8 ore, oppure decidere, invece, un percorso solitario. A loro la scelta.
Per quanto ci riguarda offriamo ben volentieri il nostro portale nelle prossime settimane all’arricchimento della giornata del 14 novembre, perchè i temi del reddito, dei diritti, della difesa dei beni comuni siano agiti nelle piazze e nelle mobilitazioni, perche #occupyeurope sia un percorso concreto fatto di riapropriazione di quella ricchezza che nel nome della crisi ci viene quotidianamente espropriata, perchè il 14 novembre sia di tante e tanti nelle strade dell’Europa che vogliamo.

31/10/2012 14:12 | POLITICAITALIA | Fonte: globalproject.info (Da Controlacrisi.org)

27 OTTOBRE

« ora abbiamo rotto il silenzio»

IL CORTEO/ MOLTEPLICITÁ DI SOGGETTI, UNA SOLA LINEA
ROMA. Dai lavoratori dei sindacati di base agli insegnanti precari, dai militanti di partiti e forze della sinistra comunista agli studenti universitari e medi, fino ai comitati territoriali e i movimenti per il diritto all’abitare. È davvero impossibile elencare tutte le realtà che ieri pomeriggio sono scese in piazza a Roma per il «No Monti Day». Decine di migliaia le persone, 150 mila per gli organizzatori, comunque molte di più di quelle previste. «Un vero successo che sconvolgerà la politica italiana», per usare le parole di Giorgio Cremaschi, leader della Rete28Aprile Cgil, che, al termine del corteo, dal palco di una Piazza San Giovanni stracolma di gente ha affermato: «oggi l’Italia rientra in Europa a fianco dei popoli che lottano contro le politiche di austerity imposte dalle banche e dalla finanza internazionale».
Alle 14 e 30, orario «formale», la testa del corteo ha già lasciato Piazza della Repubblica. In apertura, il Comitato 16 Novembre Onlus dei malati e disabili gravissimi che in cinquanta, da ormai una settimana, stanno facendo lo sciopero della fame per «chiedere al governo di ripristinare un piano per l’autosufficienza». Subito dietro, lo striscione «Con l’Europa che si ribella. Cacciamo il governo Monti», sostenuto da diversi esponenti della sinistra e dei sindacati di base, tra cui Paolo Ferrero, il segretario di Rifondazione, Vittorio Agnoletto, Pierpaolo Leonardi e Fabrizio Tomaselli coordinatori dell’Unione sindacale di base (Usb) e Piero Bernocchi, leader dei Cobas, che ha sottolineato «Monti ha fallito perché da un anno a questa parte, con le sue politiche, la crisi si è aggravata, il debito è aumentato mentre è continuato il massacro dei lavoratori e il taglio di redditi e servizi». All’altezza di Santa Maria Maggiore, una via Cavour in salita permette una visuale privilegiata sul fiume di gente in corteo la cui coda rimarrà ferma in Piazza della Repubblica almeno fino a quando la testa oltrepasserà metà del percorso. A colpo d’occhio colpiscono le bandiere rosse. Tantissime quelle dell’Usb in piazza con uno spettro di categorie da «sciopero generale», dalla sanità ai trasporti ai pompieri, con delegazioni da tutta Italia. Numerose quelle di Cobas e Cub. Sparse tra la folla, le bandiere bianche No Tav e quelle blu dell’acqua pubblica. In piazza anche i lavoratori Ilva di Taranto, con i delegati Usb «dentro alla nostra fabbrica da soli due mesi», arrivati a Roma per il No Monti Day «per opporsi a chi vuole mettere la nostra salute e quella delle nostre famiglie contro il nostro lavoro».
Contro il governo Monti anche il comitato emiliano Sisma.12, «perché ci hanno tagliato il diritto a ricostruire le nostre case», e chi da un anno si oppone «alle politiche di austerità e del fiscal compact» come il movimento Rivolta il debito di Sinistra Critica e il Comitato No Debito.
Ma non solo lavoro e politica. L’opposizione al governo vede una mobilitazione davvero ampia. Ci sono i movimenti per il diritto all’abitare, con l’auspicio che «nei prossimi mesi il percorso vada verso un radicamento ulteriore del conflitto nei territori». Centinaia gli studenti universitari e medi, partiti la mattina dall’università La Sapienza, e confluiti, dopo essere «passati» da Piazza San Giovanni, in un corteo «selvaggio» che ha occupato la vicina tangenziale per poi bloccare per diversi minuti l’autostrada A24 prima di tornare all’università. «Vogliamo rompere la cappa di immobilismo che sta vivendo l’Italia» hanno affermato annunciando una settimana di mobilitazione, dal 14 al 17 novembre, «in occasione del primo ‘sciopero europeo’, che si terrà proprio il 14 novembre». Vicini agli studenti anche i precari della scuola che oggi saranno davanti al Ministero dell’Istruzione per un flash mob di protesta, mentre per il 10 hanno indetto un corteo romano, invitando tutte le altre città a fare altrettanto, per «contestare le politiche sulla scuola».
Da quando la testa del corteo arriva a Piazza San Giovanni, la gente continua a confluire per molto tempo. «Siamo più tanti di quelli della piazza della Camusso», ironizza dal palco Pierpaolo Leonardi (Usb) sintetizzando la contrarietà condivisa da tutti i presenti sulla scelta della Cgil di non indire lo sciopero generale per il 14 novembre, come invece fatto dai principali sindacati in Spagna, Grecia e Portogallo. E l’opposizione sociale scesa in piazza ieri ripartirà proprio il 14 quando, come negli altri paesi, «andremo davanti al Parlamento della Repubblica italiana per protestare. Il nostro percorso è appena iniziato».
Da Controlacrisi.org (28/10/2012 09:30 | POLITICAITALIA | Fonte: il manifesto | Autore: YLENIA SINA)

NO MONTI DAY

 No Monti day, cresce il corteo censurato

Nessun media mainstream ne parla ma la manifestazione contro l’austerity di sabato prossimo raccoglie adesioni e speranze.

L’adesione al No Monti Day si sta diffondendo ovunque. Assemblee, riunioni, messaggi per la rete, tutto fa pensare che sabato ci sarà un evento in un paese che finora è stato il più passivo d’Europa. Ma la notizia della manifestazione non esiste per l’informazione ufficiale. Un convegno di 30 persone di qualche organizzazione con agganci nel palazzo ha molto più spazio, per noi nulla perché?

23/10/2012 11:05 | POLITICAITALIA | Fonte: CONTROPIANO.ORG | Autore: Giorgio Cremaschi (Da controlacrisi.org)

La prima ragione sta nel sostegno pressoché unanime che i mass media danno al governo. Tutti i quotidiani eccetto tre e tutti i telegiornali eccetto nessuno sono portavoce di Monti e del suo doloroso ma inevitabile operare. Non c’è mai stata in Italia una tale informazione di regime, gli anni di Berlusconi al riguardo sembrano libertari.

Questo dimostra quanto sia logorata oggi la nostra democrazia, ove un governo privo di legittimazione popolare è al tempo stesso causa ed effetto di una riduzione delle libertà fondamentali. Il regime montiano, il pensiero unico nell’informazione è al tempo stesso espressione di una regressione cominciata con Craxi e proseguita con tutti i governi della seconda repubblica, ma anche manifestazione di una volontà di dominio dei poteri forti tutti schierati con il governo.

Si può anche constatare come l’efficacia di questa potenza di fuoco a favore di Monti sia relativa. Partito con un consenso del 71% quando fu nominato e acclamato salvatore della patria, il presidente del consiglio è precipitato al 37% anche se il regime dà buona prova di stupidità esaltando il fatto che comunque egli è davanti a qualsiasi politico. È che gara è?

Dall’altra parte ci sono gli orrori e il disfacimento della casta, mentre il movimento 5 stelle raccogli consensi che non possono più essere nascosti. Quello che in realtà si vuole testardamente affermare è ciò che Monti proclama tutte le volte che va all’estero. Ove ha più volte dichiarato che gli italiani ce l’hanno coi politici non con lui, e che accettano i sacrifici a differenza di tutti gli altri popoli europei.

E qui c’ è il succo del pensiero unico che ci governa. Nel paese del gattopardo si può cambiare tutto, purché non cambi nulla di ciò che conta davvero. Le politiche di mercato e rigore non hanno alternative, come affermava anni fa la signora Thatcher. Chiunque governi dovrà continuarle. Per questo ogni tentativo di costruire una opposizione a Monti che lo contesti in quanto espressione della politica conservatrice europea, va censurato.

Ci possono essere le singole lotte, più o meno disperate, si può scendere in piazza per il lavoro, con ministri sfacciati che chiedono di partecipare. Ma non si può dire via il governo Monti, basta con le politiche europee che stanno estendendo a tutto il continente il massacro greco. Da noi è questa opposizione che non ha cittadinanza, a differenza che in tutti gli altri paesi sottoposti alle ricette di Draghi, Merkel e Monti.

Qui emerge l’altra faccia del regime. Leggendo la carta d’ intenti firmata dai candidati alle primarie del centrosinistra si resta sconcertati per la banalità e la retorica bolsa di un testo che pare fatto apposta per non discutere sul serio. Francamente non si capisce come una persona acuta come Tabacci possa lamentarsi. Quel testo è pura cultura democristiana, grandi valori e pochi impegni concreti da cui non si sgarra. Che, guarda caso , sono i brutali vincoli di bilancio messi nella Costituzione e negli accordi per il fiscal compact. Si dice che si vuol andare oltre Monti, accettandone però tutti i vincoli e gli impegni assunti. Quante ridicole chiacchiere.

Si capisce così la convergenza di interessi che porta a cancellarci. Da un lato coloro che vogliono affermare l’assenza di alternative alla politica dei tecnici. Dall’altro coloro che vogliono presentarsi come speranza e cambiamento, avendo già sottoscritto di non cambiare davvero niente. Si capisce allora perché diamo fastidio e vogliono impedirci di esistere. Noi smascheriamo il trucco. Ma noi invece esistiamo e dal 27 ottobre cominceremo a riavvicinare l’Italia a quell’Europa che lotta contro Monti Merkel e tutti coloro chi li sostengono.

HAPPY BIRTHDAY

“Happy birthday Occupy Wall Street”. Migliaia di indignati prendono il ‘toro’ per le corna, decine di arresti
Sono diverse migliaia gli indignati che si sono radunati a Bowling Green, dove si trova il Toro di Wall Street, simbolo del tempio della finanza americana. Hanno cantato «happy birthday Occupy Wall Street» per celebrare il primo anno trascorso dall’inizio della protesta. Ma come un anno fa e in altre occasioni a rovinare la festa ci ha pensato la polizia, che ha arrestato oltre cento indignati dopo alcuni tarrefugli scoppiati tra agenti e manifestanti.

Alcuni manifestanti hanno cercato di entrare nella sede della Borsa. Alcuni attivisti sono stati arrestati invece quando hanno cercato di dirigersi verso Zuccotti Park. ‘Il nostro messaggio e’ che i banchieri di Wall Street non possono andare a lavoro tutti i giorni senza pensare cosa le loro istituzioni stanno facendo al Paese’, ha detto il portavoce del movimento, Mark Bray .

17/09/2012 18:06 | CONFLITTIINTERNAZIONALE | Fonte: controlacrisi.org

Mattanza di Basiano (Mi), la protesta di Prc e Fiom di Milano

Le forze dell’ordine, invece di garantire il legittimo diritto di protestare, hanno caricato brutalmente i lavoratori provocando una quindicina di feriti. Si tratta dell’ennesimo episodio in cui lavoratori in lotta vengono bastonati dalla polizia”. Cosi’ Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione Comunista, interviene dopo gli scontri a Basiano, in provincia di Milano, dove un gruppo di lavoratori che stava protestando “contro il loro licenziamento e la decisione di sostituirli con altri lavoratori, meno ‘costosi’”, come ricostruisce il leader del Prc, è stato attaccato frontalmente dalle forze dell’ordine: al termine si conteranno 7 feriti tra i manifestanti, quasi tutti migranti, e 15 tra poliziotti e carabinieri. Per Ferrero “visto che questo non accade a caso e che il Questore di Milano segue evidentemente le indicazioni che arrivano dal ministero, è evidente che vi è una diretta responsabilità del governo dei banchieri e dei manganelli in questa scandalosa conduzione dell’ordine pubblico: il problema della disoccupazione e della crisi non può essere ridotto a una questione di ‘ordine pubblico’, si affrontino e ascoltino le ragioni dei lavoratori”.

La protesta per quanto accaduto davanti al centro commerciale di Basiano arriva anche dalla Fiom. “E’ per noi inaccettabile che le forze dell’ordine intervengano con la forza per disperdere un presidio di lavoratori”, si legge in un comunicato del sindacato di Milano. “I 90 che davanti ai cancelli della Galtico sono stati violentemente caricati dai carabinieri – sottolinea la Fiom – sono stati licenziati per essere sostituiti da altri disposti a lavorare per un pugno di euro e in condizioni peggiori.

“Alla barbarie della prassi del “minor costo possibile” che ormai dilaga, questa mattina si è sommata la decisione – altrettanto barbara e che non vogliamo diventi prassi – di risolvere a suon di manganelli e lacrimogeni una vertenza”, continua.

“Siamo con chi lotta a difesa del proprio posto di lavoro, ci battiamo per impedire che l’arma del ricatto, della “guerra tra poveri” – conclude la Fiom – sia strumento di dominio nei luoghi di lavoro e non permetteremo che i presidi davanti o dentro le aziende vengano considerati un problema di ordine pubblico, da risolvere con le botte”.

12/06/2012 08:51 | LAVOROITALIA | Autore: fabrizio salvatori (da controlacrisi.org)

La nostra campagna elettorale è il nostro modo di essere

Mentre tutti si agitano a chi più fa rumore, esponendo gigantografie improponibili e striscioni da stadio per la città, spesso esposti in violazione delle regoli che ne vietano l’utilizzo se non in specifiche situazioni (comizi o manifestazioni), noi percorriamo in lungo e in largo le vie del nostro paese sulle nostre biciclette, pronti a fermarci a chi ci chiede chi siamo.

Gli altri mandano in giro a ciclo continuo i camion con le proprie gigantografie (qualcuno anche 2) ad inquinare le nostre vie (al costo di più di 200 euro al giorno). Noi usiamo solo le nostre gambe per raggiungere le persone.

A differenza di quella di tutti gli altri, la nostra è stata una campagna elettorale sobria, manifestata in prima persona, con le nostre facce, coi nostri mezzi ecologici, con le nostre persone.

Non abbiamo fatto venire oratori e politici che con Senago non centrano nulla, Ex ministri o capi di partito. Noi abbiamo giocato da soli, proponendo comizi dove le nostre facce e le nostre voci si sono rese disponibili a chiunque.

Non abbiamo ricevuto finanziamenti da alcuno e la nostra spesa si è limitata alle stampe dei manifesti elettorali e dei volantini del nostro programma. Ovviamente autofinanziati.

Ecco, questo è il modo col quale vogliamo governare Senago: sobrietà, risparmio, dialogo, partecipazione. E su questo le suoneremo a tutti!

DIAZ 2001

AGNOLETTO: IL FILM “DIAZ” NON DICE TROPPE COSE

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Pubblichiamo questo articolo scritto da Vittorio Agnoletto sul Film “Diaz” e uscito oggi sul manifesto. Chi pensa che la memoria sia un campo di lotta è bene che legga con attenzione questo articolo.

QUELLO CHE “DIAZ” NON DICE.

Un grande battage pubblicitario annuncia da mesi l’ uscita del film “Diaz. Don’t clean up this blood”.

Molti critici e giornalisti hanno convalidato quanto più volte ripetuto sia dal produttore che dal regista: “I fatti narrati in questo film sono tratti dagli atti processuali e dalle sentenze della corte di appello di Genova”; come dire: quello che si vede nel film è la verità oggi accertata.

Non c’è dubbio che le lunghe sequenze che mostrano le gravissime violenze agite dalla polizia alla Diaz e le torture praticate a Bolzaneto rendono visibile per la prima volta quanto è avvenuto nella scuola e nella caserma; su questo ha ragione Angelo Mastrandrea (il manifesto 7 aprile).

Questo è senza dubbio un merito che di per sé può motivare la visione del film. Il rischio dell’oblio è forte e non c’è dubbio che i nostri governanti siano impegnati, da quasi undici anni, a cancellare dalla memoria collettiva quei fatti.

Chiunque uscirà dalla proiezione si sentirà fortemente coinvolto e indignato dalla ferocia delle violenze istituzionali alle quali avrà assistito. E’ l’efficacia del film, un pugno nello stomaco che non si dimentica. Ma tale riconoscimento non può esimerci dall’esercitare, anche in questo caso, un’analisi critica, tanto più rigorosa quanto più il film tende a essere presentato come aderente alla verità storica e processuale.

Ecco quindi le mie principali critiche:

1. Il film “sorvola sui nomi di chi allora quell’operazione condusse e giustificò” scrive su il corriere della sera del 13 febbraio Giuseppina Manin dopo aver visto il film al festival di Berlino. E racconta che il produttore Domenico Procacci rispose: “In un primo tempo la sceneggiatura prevedeva l’elenco completo dei ragazzi e dei responsabili del massacro. Poi però la parte offesa ci ha chiesto di non citare i loro nomi. E a quel punto abbiamo decisodi togliere anche gli altri.” Il rispetto per le vittime avrebbe spinto gli autori a non citare i nomi dei carnefici! Non si capisce quale sia la connessione. Eppure quei nomi sono scritti proprio negli atti giudiziari ai quali il film fa riferimento: si ritrovano nella lista dei condannati. Sono personaggi importanti, di potere, condannati in appello per gravi reati e che oggi ricoprono ruoli di primissimo piano nelle forze dell’ordine. Nemmeno nelle poche righe che precedono i titoli di coda compaiono i loro nomi e nemmeno si spiega che costoro sono stati tutti promossi.
Guardando il film mi è tornato in mente quanto scrive Luis Mario Borri, uno dei sopravvissuti alla dittatura argentina, quando commenta le ricostruzioni di quella tragedia storica: “Da tempo alcuni puntano ossessivamente i riflettori sulla verità con il subdolo proposito di cacciare nella penombra la giustizia”.

Mi domando qual è il motivo di tanta cautela e mi chiedo se sia in relazione con la scelta pubblicizzata dal produttore di inviare, ancora prima di cominciare le riprese del film, una copia della sceneggiatura all’attuale capo della polizia Antonio Manganelli. Manganelli, all’epoca vicecapo della polizia, è colui che, stando a quanto affermato dall’ex questore Colucci, in una telefonata intercettata durante l’inchiesta, avrebbe detto: “Dobbiamo dargli una bella botta a ’sto magistrato “, riferendosi al pm Zucca. Difficile capire che titolo avesse Manganelli per leggere in anteprima la sceneggiatura.

2. La responsabilità di quanto è accaduto nella notte della Diaz sembra venir scaricata sul personaggio giunto da Roma, che poi sarebbe Arnaldo La Barbera, deceduto da tempo per malattia. E’ esattamente una delle tesi sostenute a suo tempo dagli imputati. Nulla emerge dal film sulla figura dell’allora capo della polizia, oggi potentissimo capo dei servizi segreti, Gianni De Gennaro.
Il Pubblico Ministero del processo Diaz, Enrico Zucca, in un’intervista rilasciata ad Altreconomia dopo aver assistito al film, ricorda i filmati d’archivio con “la presenza dei funzionari che comandavano l’operazione, un direttorio spesso riunito sul campo che decide nelle svolte cruciali. Quel gruppo…. scompare invece dal film”.

Uno dei dirigenti di polizia, la controfigura di Michelangelo Fournier, il funzionario che aveva il comando operativo del suo reparto durante l’assalto alla Diaz, viene persino dipinto come una persona logorata da dubbi amletici al punto di scusarsi con le vittime. Resta da capire quali siano in questo caso le fonti documentali.

Non si dice una parola invece sui due infermieri che per aver denunciato le torture di Bolzaneto hanno dovuto abbandonare l’amministrazione penitenziaria, sul poliziotto che per aver collaborato coi giudici si è trovato le quattro ruote dell’auto tagliate, sul vice capo vicario della polizia Andreassi che, per aver scelto di non partecipare all’operazione della Diaz, ha avuto la carriera stroncata. Tutti fatti, questi, ampiamente documentati.

3. Non una parola è detta sul ruolo dei politici coinvolti nei fatti di Genova: nulla su Fini, niente su Scajola. Un solo passaggio di repertorio, alla fine, su Berlusconi. Viene taciuta persino la visita che Roberto Castelli, allora ministro della Giustizia, fece alla caserma di Bolzaneto nella notte tra il 21 e il 22 luglio 2001. La politica sembra non aver avuto alcuna responsabilità.

4. Enrico Zucca nell’intervista citata, dopo aver ricordato la forte rimozione attuata dalla politica e dalle istituzioni sulle responsabilità, afferma: “Il film cautamente si adegua e non solo, in alcuni passi ricostruttivi sceglie la versione degli imputati (n.d.a. i poliziotti) rispetto a quella contrastante delle vittime. Se vogliamo l’unico messaggio netto che ha dato è che i black bloc erano – anche – alla Diaz”.
Non è un fatto di poco rilievo. La destra ha costruito tutta la sua campagna di criminalizzazione del movimento sostenendo la contiguità tra Genoa Social Forum e Black Bloc. Su argomenti di simile importanza non sono ammesse licenze da romanzo, specie se si afferma di fare un film basandosi sulle inchieste giudiziarie.

5. Il racconto è completamente decontestualizzato; non viene mai spiegato perché 300.000 persone quel luglio 2001 si siano recate a Genova. Cosa può capirne un giovane che oggi ha vent’anni? Per non parlare di chi lo vedrà tra qualche anno. C’è stata un forte repressione, ma perché? Cosa volevano quelle persone massacrate di botte? Mistero.
Gli autori replicano che il loro obiettivo non era raccontare la storia del movimento. Ma sarebbe stato sufficiente inserire qualche spezzone tratto da filmati di repertorio, ad esempio dall’intervento di Susan George in apertura del Forum il 16 luglio 2001, per dare un’idea delle nostre ragioni. Immagini facilmente recuperabili tra la documentazione video alla quale la produzione del film ha avuto pieno e illimitato accesso. Se non si spiegano le ragioni del movimento diventa impossibile spiegare le ragioni della repressione. Infatti.

Inutile anche cercare di capire che cosa sia stato il Genoa Social Forum. Non se ne parla, anzi sono inserite alcune scene dove viene rappresentata una riunione del GSF piena di zombie totalmente inconsapevoli della realtà che li circonda. Eppure è stata una delle esperienze più interessanti di organizzazione dei movimenti negli ultimi decenni. La ricostruzione di quella riunione è semplicemente un’invenzione. Viene da domandarsi: perché, dopo non averne spiegate le ragioni, si ritiene di dover squalificare il GSF?

In sintesi: lo spettatore resta sconvolto dalle violenze commesse dalla polizia, ma legittimato a pensare di trovarsi di fronte ad episodi isolati, appartenenti al passato e dovuti all’azione di alcune “mele marce.” Non ad azioni progettate e gestite da chi ancora oggi è ai vertici delle nostre istituzioni di sicurezza; e tutto ciò sta nella carte processuali, non nella fantasia di qualche estremista.

Certo se racconti le responsabilità, le documenti e fai nomi, se racconti tutti i tentativi, illegali, che sono stati fatti per impedire lo svolgimento dei processi, rischi la censura dei grandi media e un’ostilità politica generalizzata come avvenuto per il libro “L’eclisse della democrazia. Le verità nascoste sul G82001 aGenova” che ho scritto insieme a Lorenzo Guadagnucci, una delle vittime della Diaz..

Se invece si sceglie di non toccare i punti più delicati e impegnativi, allora non si può affermare di raccontare nel film quanto emerso dalle verità processuali. La verità è tale se, oltre a non raccontare falsità, la si racconta tutta, senza scegliere quale parte di verità raccontare e quale tacere. Per questo concordo con Guadagnucci: un film così si poteva fare nel 2002, non nel 2012, ad inchieste concluse.

Siamo di fronte a un film commerciale, costruito con astuzia, che riesce ad essere molto attento e rispettoso delle compatibilità politiche e degli attuali rapporti di forza negli apparati, senza pestare i piedi a nessuno, e nello stesso tempo capace di presentarsi come paladino dei diritti e solidale con le vittime.

Queste cose, almeno tra di noi, dobbiamo dircele

11/04/2012 10:49 | POLITICAITALIA (Da controlacrisi.org)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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