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M5, PD e la commedia degli equivoci

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Sulla vicenda di Quarto vale la pena di riconsiderare l’argomento che ha alimentato tutta la polemica. I grillini e il Pd si sono duramente scontrati intorno alla pretesa del M5S di costituire una forza moralizzatrice della politica. I 5Stelle l’hanno rivendicata, i democratici hanno cavalcato il caso di Quarto per confutarla. Ma è molto curioso che nessuno abbia osservato come l’attenzione grillina per la questione morale riguardi aspetti tutto sommato marginali (i cosiddetti costi della politica e i privilegi della «casta») mentre elude necessariamente il problema principale posto anche dal caso di Quarto, e cioè il profilo morale ed etico dei candidati alle assemblee elettive. Lo scontro si è così risolto in una commedia degli equivoci nella quale nessuno ha messo in evidenza come la demagogia dei 5Stelle, sintomatica di una fase di profonda crisi delle forme della politica democratica, finisca con il rovesciare la questione morale nel suo contrario. Vediamo di spiegarci meglio.

Grillo e il suo movimento non selezionano i candidati sulla base della loro moralità. Purtroppo l’esperienza dice che non lo fanno nemmeno i partiti tradizionali. Ma almeno questi potrebbero farlo, dato che selezionano dirigenti e quadri sulla base di rapporti consolidati. I gruppi dirigenti dei partiti conoscono il proprio personale politico e amministrativo, quindi – in linea di principio – possono tenere conto del suo profilo etico (oltre che delle sue competenze). Tutto ciò è precluso al M5S che affida la selezione dei propri candidati alla «società civile» attraverso la rete. Questo significa banalmente che non c’è alcun controllo preventivo sulla moralità dei rappresentanti targati 5Stelle, a meno di considerare un vaglio adeguato l’autoselezione o il consenso raccolto, nella migliore delle ipotesi, tra parenti, amici e vicini di casa.

Se questo è vero, il caso di Quarto non chiama in causa collusioni col malaffare del M5S, che nulla poteva sapere delle frequentazioni e degli stili di vita dei propri candidati al Consiglio comunale di Quarto.

Ma allora sorgono alcune domande. Perché da una parte (Grillo e Casaleggio) non si è risposto ricordando questa circostanza e mettendo subito fine alla polemica? Perché dall’altra (non solo il Pd, ma anche la grancassa mediatica) non si sono attaccati i vertici dei 5Stelle per la loro vera responsabilità: quella di avere messo in moto un meccanismo ad alto rischio, che minaccia di catapultare in ruoli delicatissimi homines novi di cui nessuno sa nulla?

Probabilmente Grillo e Casaleggio non rispondono come potrebbero (e dovrebbero) perché riconoscere questo stato di cose li metterebbe in serio imbarazzo. Un conto è presentarsi come vendicatori della «gente» contro il malaffare dei partiti. Tutt’altro paio di maniche è ammettere che il meccanismo iper-democratico della selezione «dal basso» è manipolabile dal peggio, visto che per mafia, camorra, ‘ndrangheta e fratellanze di ogni sorta è un gioco da ragazzi infiltrarsi in un movimento virtuale e organizzarvi il consenso necessario a farvi prevalere i propri rappresentanti.

Quanto agli avversari del M5S sono molti e molto interessanti i motivi che con ogni probabilità li trattengono dall’inchiodare Grillo e Casaleggio alle loro vere responsabilità. Il primo è che attaccare i 5Stelle sul terreno tradizionale della questione morale serve a far dimenticare o ad attenuare le proprie colpe. Se tutti sono uguali (ugualmente corrotti, ugualmente inquinati da presenze impresentabili), nessuno può essere chiamato a rendere conto delle proprie malefatte. Tutti colpevoli, nessun colpevole. E tutti sappiamo quanto bisogno di una sommaria sanatoria abbia in particolare il Pd, che in ogni sua articolazione e a ogni livello pullula di inquisiti, pregiudicati e condannati a vario titolo, con buona pace della retorica renziana del cambiamento.

Ma ci sono altri motivi, non meno influenti. Mettere in discussione l’ideologia grillina rischierebbe non solo di attrarre l’attenzione sul motivo del vasto consenso raccolto dai 5Stelle, ma anche di aprire un dossier imbarazzante per tutti i partiti della Seconda repubblica. Se il M5S attrae milioni di voti con liste popolate da sconosciuti, è per la dilagante sfiducia e per il diffuso disprezzo nei confronti della classe dirigente del paese. Si può criticare Grillo per mille motivi, ma di qui non si scappa. E prendere sul serio questo dato di fatto implicherebbe fare finalmente i conti con la propria impresentabilità, con le proprie responsabilità politiche e morali.

Inoltre Grillo non ha fatto che portare alle estreme conseguenze l’apologia della cosiddetta «società civile» che fu all’origine della demolizione del sistema costituzionale dei partiti dopo la bufera di Tangentopoli. L’ideologia della rete si basa sull’idea (talora recepita anche dalla «sinistra radicale») che, mentre nel Palazzo si annida la malavita, fuori dal Palazzo c’è la gente perbene. Si tratta di una tesi demenziale, essendo ovvio che il Palazzo è quel che è perché la società è quella che è. Questo è evidente, ma chi ha ormai interesse a dirlo?

La stagione di “Mani pulite” servì anche a distruggere il sistema politico della prima Repubblica sostituendo i partiti di massa con partiti personali e post-ideologici, scalabili da piccole cricche. Oggi l’Italicum compie quel processo, consegnando tutte le chiavi del comando al vertice di un’organizzazione che, a conti fatti, avrà raccolto il 15% dei consensi. È il frutto maturo di una campagna «moralizzatrice» che ha sempre fatto dell’apologia della «società civile» la propria testa d’ariete.

Ecco perché nessuno o quasi ha voglia di parlare seriamente di che cos’è oggi la corruzione politica in Italia. Perché a nessuno o quasi interessa far notare che proprio il modello anti-partito incarnato dal M5S favorisce la penetrazione del peggio nelle istituzioni. E perché conviene invece a tanti una messinscena sulla questione morale che mette la questione morale fuori gioco.

di Alberto Burgio da “Il Manifesto”

Milano: l’expo e le bufale di Renzi.

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Di bufale ormai siamo stati abituati a sentirne innumerevoli ogni giorno, ma nel comizio finale alla Festa dell’Unità il presidente del Consiglio ha superato ogni limite. Ci vuole una bella faccia tosta a indicare Expo come un’esperienza virtuosa da imitare, al punto di indicare, come avvenuto qualche giorno fa, Giuseppe Sala, l’ad di società Expo, come un ottimo futuro sindaco di Milano. Proviamo a vedere come realmente stanno le cose:

1. “Nutrire il pianeta, energia per la vita” è lo slogan con il quale Milano si è aggiudicata l’Expo. Ora nessuno è tanto ingenuo da credere che un evento, anche di sei mesi, possa risolvere il problema della fame nel mondo; ma in tutti questi mesi dal grande circo di Expo non è uscita nemmeno una proposta per cercare di modificare quelle regole economiche, commerciali e finanziarie, che condannano 800 milioni di persone a soffrire la fame (e la sete) in un mondo dove c’è cibo in eccesso. Nulla di nulla.

2. La settimana prima di Pasqua Sala dichiarò che per andare in pareggio sarebbe stato necessario vendere 24 milioni di biglietti a 22 euro. Come il Fatto evidenzia quotidianamente, siamo decisamente lontani da tali obiettivi. A pagare il deficit saranno i cittadini milanesi e lombardi attraverso il taglio dei servizi municipali e se invece il disavanzo verrà – come si sussurra – ripianato attraverso l’intervento della Cassa Depositi e Prestiti questo significherà solo che il debito sarà stato suddiviso tra tutti gli italiani.

3. Certo noi cittadini milanesi abbiamo potuto accedere ad una grande “fiera”, assistere a qualche spettacolo anche di valore, visitare in città ogni tipo di mostra, ma a quale prezzo per la collettività? Se lo Stato aveva un paio di miliardi da investire sarebbe stato molto più utile puntare su investimenti produttivi visto il dramma della disoccupazione. Tanto più che delle decine di migliaia di posti di lavoro annunciati a Milano non c’è traccia. Intanto aspettiamo che qualcuno delle centinaia di volontari che ha lavorato gratuitamente ci racconti come grazie a ciò sia riuscito a trovare un lavoro.

4. In sei mesi abbiamo assistito, esponendoci agli sberleffi dei media di tutto il mondo, all’arresto di alcuni tra i massimi collaboratori di Sala, alle gare d’appalto bloccate dai magistrati, alle cupole politico-affaristiche svelate dalle inchieste ecc. Per non parlare dei padiglioni di casa nostra non conclusi nemmeno in tempo per l’inaugurazione ufficiale o del raddoppio dei costi del Padiglione Italia.

5. Piccolo ma significativo particolare: nel tentativo disperato di riempire sito e parcheggi sono perfino arrivati ad offrire biglietti scontati a chi si sarebbe recato ad Expo con la propria auto, fregandosene altamente sia di anni di  impegno contro l’inquinamento urbano da auto, sia del danno che così sarebbe stato arrecato all’azienda municipale dei trasporti pubblici. Non poco per chi aspira a fare il sindaco!

In questa situazione portare Expo come esempio e proporre Sala come sindaco è una follia. Come si può affidare la gestione di una metropoli complessa come Milano a chi nasconde i conti, a chi non si è mai accorto (ammesso che sia così) delle truffe dei suoi principali collaboratori, a chi non termina la commessa ricevuta nei tempi previsti?

Ma Sala è ben introdotto nei salotti che contano a Milano e a Roma, gli amici di Renzi all’Expo hanno avuto un ottimo trattamento e grande visibilità, sa muoversi in modo compatibile all’insieme del mondo politico; che c’è da lamentarsi? E infatti alla candidatura di Sala aveva pensato anche una parte significativa della destra; d’altra parte è stato direttore generale del Comune di Milano con la Moratti e in seguito è stato confermato alla società Expo dall’attuale giunta di centrosinistra. Con la candidatura Sala siamo di fronte alle prove generali del Partito della Nazione che non è altro che l’ennesima versione del patto del Nazareno che questa volta non ha per protagonisti diretti solo Renzi e Berlusconi ma l’insieme di quei poteri soprattutto finanziari e immobiliari che hanno in Milano il loro punto di forza.

Ma la partita non è chiusa, e non solo perché la magistratura milanese deve ancora dire l’ultima parola su Expo, ma anche perché, soprattutto in un periodo di crisi, le priorità dei cittadini milanesi (e non solo) dovrebbero essere altre: lavoro, casa, assistenza sanitaria e servizi funzionanti… sempre che ve ne sia la consapevolezza.

di Vittorio Agnoletto

Morire di lavoro, morire di schiavitù.

Paola è morta lavorando a 3 euro l’ora, a 40° d’afa

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PUGLIA: Paola è l’ennesima vittima di quella schiavitù socialmente accettata, chiamata “lavoro“. Paola aveva 49 anni ed è morta nel modo più assurdo possibile, lavorando.

Come si può nell’anno 2015, morire lavorando?
Come possono accadere tragedie come questa in una società che pretende di definirsi “civile”?
Come può accadere di morire mentre si tenta di guadagnarsi da vivere?

Sembra assurdo no? Dicono che lavorare serve a vivere, allora qualcuno ci spiega come mai la gente continua a morire lavorando?

Come si può permettere che un essere umano lavori otto, nove ore al giorno, in un tendone, con temperature che spesso superavano i 40° ? Paola era una bracciante di San Giorgio Jonico ed è subito diventata un fantasma per i media di regime, che ne hanno ignorato la notizia.

Paola la mattina del 13 luglio per il caldo eccessivo che ha arrestato il suo cuore, a quanto pare, la paga si aggirava sui 27-30 euro al giorno, circa 3 euro l’ora. Secondo la ricostruzione del sindacato, Paola è stata trasportata al cimitero senza nemmeno ricevere l’intervento del 118 e senza essere sottoposta ad autopsia.

Colpa del caldo? Colpa della fatica?
No, colpa di questo sistema fatto di ricchi e poveri, di sfruttati e sfruttatori, di padroni e di schiavi.

E’ il caso di dirlo, oggi nel moderno mondo datato 2015, si continua a morire di SCHIAVITU’….

Daniele Reale

“Scusate se vi chiediamo un salario”

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“Una persona che conosco possiede dei call center e, quando ci incontriamo, mi racconta della sua impresa che dà lavoro a tanta gente, nel sud Italia. Li paga 3-4 euro l’ora ma «sono tutte persone che altrimenti sarebbero a casa far niente o finirebbero nella malavita», dice lui, quindi lui svolge un’utilissima funzione sociale, infatti gli vogliono bene.

Mi sono venuti in mente, i suoi orgogliosi racconti, mentre leggevo la testimonianza di un muratore siciliano che, su 1.300 euro al mese di stipendio, deve restituirne 300 al datore di lavoro: «È pur sempre meglio di niente», dice lui.

La prassi, rivela l’inchiesta, è tutt’altro che isolata ed è un nuovo spettacolare passo nella direzione che conosciamo. Non solo ci sono meno diritti e meno salario, ma c’è un convincimento che è ormai entrato nella testa di tutti – a partire dai più giovani – e cioè che qualsiasi forma di lavoro, a qualsiasi reddito e in qualsiasi condizione è ormai benvenuta, perché «è meglio di niente».

È questa, la prigionia mentale in cui ci hanno ridotto trent’anni di lotta di classe dall’alto verso il basso. Ed è stata una vittoria epocale, in termini di egemonia culturale e di pensiero diffuso: aver portato alla gratitudine per condizioni di lavoro sempre più infime, perché «è meglio di niente».

Così è avvenuto, in questo Paese e non solo: riforma del lavoro dopo riforma del lavoro, con tutto l’apparato mediatico a reti unificate a spiegarci ogni volta «che così si crea più occupazione».

L’erba cattiva – pessima – ha cacciato quella buona, ma ci hanno persuaso che è l’unica cosa che siamo degni di mangiare: ragion per cui la troviamo ottima.”

Alessandro Gilioli da  “L’ Espresso”.

Lavoro, è legge della giungla

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Diciamo la verità: ci eravamo quasi dimenticati, assorti in surreali discussioni sulle “tutele crescenti”, della presentazione da parte del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali del “ Rapporto annuale dell’attività di vigilanza in materia di lavoro e legislazione sociale – anno 2014”, redatto dalla Direzione Generale per l’Attività Ispettiva . Documento questo di significativa importanza perché, lungi dal costituire il solito sondaggio dalla dubbia attendibilità o per il tipo di campione prescelto o per la natura delle domande rivolte, è al contrario il dettagliato resoconto dell’attività ispettiva svolta sul campo, nel corso dell’intero anno, dalle unità di vigilanza del Ministero del Lavoro, dell’Inps e dell’Inail: è, per intenderci, l’ “analisi del sangue” dello stato del lavoro in Italia nel 2014, anno di entrata in vigore del “Jobs Act” 1.0.

Trovo un breve trafiletto informativo, dopo un lungo navigare in rete, proprio sul sito del Ministero del Lavoro, dove si fa riferimento alla conferenza stampa del Ministro Poletti che – cito testualmente – ha sottolineato l’importanza di azioni maggiormente efficienti ed efficaci al fine di evitare la ripetitività di azioni di controllo da parte di soggetti istituzionali diversi. Questo per consentire alle imprese, fra l’altro, la possibilità di operare in maniera tranquilla ed ordinata”.

Tranquilla ed ordinata ”: mi risuonano in testa queste suadenti parole mentre sto quasi per abbandonare la pagina web – in cui, a parte le dichiarazioni del Ministro, non vi è alcuna sintesi dei risultati del rapporto –, quando la curiosità viene colpita da un link posto in calce alla notizia.

Clicco e, tutto d’un tratto, eccomi di fronte ad un vero e proprio “museo degli orrori” o, volendo far riferimento agli “spiriti animali del capitalismo”, ad una vera e propria giungla.

Due dati su tutti colpiscono la mia attenzione, posti in evidenza dalla stessa Direzione Generale per l’Attività Ispettiva: su 221.476 aziende ispezionate appartenenti a tutti i settori produttivi, ben il 64,17% sono risultate irregolari (ovverosia 142.132, oltre un’azienda su due) e su 181.629 lavoratori irregolari, il 42,61% si è rivelato totalmente in nero (ovvero 77.387 ), comportando un’evasione di contributi e di premi assicurativi pari all’astronomica somma di 1.508.604.256,00. Cifre da “legge di Stabilità”.

Che si tratti, poi, di accertamenti relativi a significativi illeciti di natura sostanziale” e non a mere contestazioni formali, è lo stesso rapporto che lo sottolinea evidenziando, nella lista degli illeciti sanzionati, fattispecie quali il “lavoro nero”, l’utilizzo abusivo di forme contrattuali flessibili volte a dissimulare veri e propri rapporti di lavoro subordinato in funzione elusiva della normativa vigente”, fenomeni di “ appalto/distacco illecito o di somministrazione abusiva e/o fraudolenta volti a realizzare illegittimamente un consistente abbattimento del costo del lavoro”, abuso nella fruizione della Cassa Integrazione Guadagni in deroga, illeciti in materia di orario di lavoro, sfruttamento di categorie di “lavoratori svantaggiati” quali extracomunitari clandestini, minori, lavoratrici madri e gestanti.

Percentuali notevoli e tuttavia addirittura in calo rispetto ai precedenti anni, calo che l’Autorità ispettiva imputa non ad una maggiore “virtuosità” nelle condotte dei soggetti controllati ma, al contrario, alla contrazione occupazionale in atto nel mercato del lavoro, alla crisi economica generale e alla diminuzione degli interventi ispettivi (questi ultimi dovuti ai continui interventi di “razionalizzazione economica”, ovverosia al progressivo taglio delle risorse disponibili). Rilievo, questo, già svolto alcuni mesi prima dalla stessa Corte dei Conti che, in una deliberazione del 20 ottobre 2014, se da un parte registrava “ una significativa e costante riduzione del numero dei controlli”, dall’altra rilevava “ un incremento percentuale delle aziende inadempienti rispetto a quelle ispezionate e in assoluto della manodopera irregolarmente occupata”, in poche parole, la classica equazione meno ispezioni – più violazioni.

Tranciante è dunque il giudizio del redattore del “ Rapporto ”, che afferma come tali dati (ed in particolare quelli sul lavoro sommerso), siano sintomatici “ della completa assenza – in un’ampia percentuale di casi della sia pur minima attenzione ai diritti e alle tutele fondamentali dei lavoratori, nonché ai connessi profili della salute e della sicurezza”.

È davvero “la legge della giungla”, certificata nero su bianco in un documento di provenienza istituzionale: gli “spiriti animali del capitalismo” paiono “animaleschi”, più vicini all’ hobbesiano “ homo homini lupus” che alla “intrinseca razionalità” veicolata dal “pensiero unico” neoliberista. Il mercato, la cui “mano invisibile” dovrebbe correggere ogni asperità e disfunzione, nella concreta fotografia del mercato del lavoro delineata dal “Rapporto” ora esaminato è al contrario una mano ben visibile, ripresa nel tentativo di demolire l’alveo in cui sono incanalate le forze produttive.

Eppure, a fronte della concreta “esondazione” delle esigenze organizzative, tecniche e produttive aziendali, che hanno “allagato” l’intero contesto socio-economico e in cui sono letteralmente affondate le forze e le istanze del lavoro, si registra “ un rapporto tra Stato e società, o piuttosto tra governo e società, segnato da un forte riduzionismo, dove l’unico soggetto sociale ritenuto interlocutore legittimo è l’impresa”.

L’impresa e l’imprenditore dunque, unici interlocutori e soggetti ormai solitari in un modello di società quasi totalmente desertificata: la società ad una dimensione, che esaurisce il suo significato nel ristretto perimetro semantico delle società di capitali.

Logico corollario, naturalmente, è la libertà dell’impresa da qualsivoglia controllo di legalità, considerato un fastidioso laccio, un ostacolo al libero dispiegamento delle “spontanee” forze di mercato. Sotto tale angolo visuale possono dunque essere letti due recenti fenomeni, che al contempo acquistano una sinistra luce: la “ razionalizzazione e semplificazione dell’attività ispettiva” prevista dalla legge delega 183/2014 e oggetto di un prossimo decreto attuativo, e il progressivo ridimensionamento del ruolo della magistratura del lavoro.

Partiamo dal progetto di “Agenzia unica per le ispezioni del lavoro”, prevista dall’art. 1 comma 7 lett. l della legge delega e funzionale alla creazione di un’unica struttura in cui dovrebbero essere accorpate le funzioni ispettive oggi svolte separatamente – e con duplicazione di costi ed oneri – dal Ministero del Lavoro, dall’Inps e dall’Inail: potrebbe rappresentare una vera e propria rivoluzione, all’insegna dell’aumento di efficienza e del potenziamento della struttura di vigilanza, se non fosse che tale “rivoluzione” è prevista dalla legge “ senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica e con le risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili a legislazione vigente”. Nella realtà, invece, sembra concretarsi la traduzione in norma di legge della proprietà associativa: sostituendo due addendi con la loro somma, il risultato non cambia. O addirittura peggiora, se solo si pensa al denunciato – da più parti smantellamento delle funzioni ispettive, con una riduzione del 20% dell’organico negli ultimi quattro anni.

Ormai dichiarato, invece, è il ripetuto tentativo del legislatore, da alcuni anni a questa parte, di “mettere la museruola” alla magistratura del lavoro, tentativo dagli alterni esiti.

Si è cercato, infatti, di vincolare l’attività dei giudici già nel 2010, con l’approvazione nel corpo del cosiddetto “collegato lavoro” di una norma (l’art. 30 della L. 183/2010) con cui si tentava di “imbrigliare” l’attività interpretativa del giudicante, stabilendo che nel caso in cui la disposizione di legge contenesse “clausole generali” (ovverosia termini aperti ad una più ampia valutazione discrezionale del Giudice, quali ad esempio “buona fede”, “giusta causa”, giustificato motivo”) il controllo giudiziale dovesse limitarsi esclusivamente “ all’accertamento del presupposto di legittimità”, essendogli del tutto precluso ogni “ sindacato di merito sulle valutazioni tecniche, organizzative e produttive che competono al datore di lavoro o al committente”. Principio di per sé meramente propagandistico, essendo già stato recepito da tempo dalla giurisprudenza nel costante rispetto dell’art. 41 Cost. (secondo il cui disposto “ L’iniziativa economica privata è libera” ), a meno di non voler intendere la norma come un tentativo di sottrarre dal controllo di legittimità l’apprezzamento degli elementi di fatto (ovverosia la sussistenza in concreto delle dichiarate ragioni tecniche, organizzative e produttive alla base di determinati provvedimenti datoriali).

Tale norma, se è stata del tutto ininfluente nella prassi applicativa degli anni successivi, ciononostante rileva tutt’oggi come significativo indice di un precisa diffidenza del legislatore nei confronti dei giudici del lavoro. Diffidenza che si è definitivamente espressa, questa volta con impatto prevedibilmente devastante, con l’ultimo decreto attuativo inerente il cosiddetto “contratto a tutele crescenti”, dove il controllo di legittimità relativo a tutti i licenziamenti si riduce per il giudicante, nella maggior parte dei casi, alla mera dichiarazione dell’eventuale assenza della giusta causa o del giustificato motivo, all’accertamento della cessazione del rapporto di lavoro nonostante un provvedimento dichiarato illegittimo e all’automatica liquidazione, con meccanismo “da contabile”, della scarna indennità matematicamente determinata dalla legge in relazione all’anzianità di servizio del lavoratore. Basterà riprendere l’acuta analisi svolta da Giancarlo De Cataldo sulle colonne dell’Espresso, secondo cui “ Il Jobs Act… ridisegna la disciplina dei rapporti di lavoro di fatto ridimensionando il ruolo dei giudici. Giudici estromessi dal controllo sui licenziamenti disciplinari, possibili quando il datore di lavoro provi un fatto materiale ancorché incolpevole: sei arrivato in ritardo perché il tram ha avuto un incidente? Sei fuori. In cambio, qualche mensilità e l’alternativa di una causa lunga, con il giudice relegato a ruolo di comparsa”.

Al sindacato del Giudice, ormai, “ resta estranea ogni valutazione circa la sproporzione del licenziamento”: viene archiviato, con un tratto di penna, il millenario principio giuridico della proporzionalità.

Anche l’ordinamento si pone, dunque, al totale servizio dell’impresa la cui assoluta centralità e preminenza si esprime, secondo il vocabolario della contemporanea neolingua, nell’ormai incontrastata esigenza “ad operare in maniera tranquilla”

Domenico Tabasco da “Micromega”

ed ordinata”.

Aldrovandi, al congresso Sap ovazione per agenti condannati. La madre di Federico: “Paura e ribrezzo”. Ferrero (Prc): “Schifosi, intervenga il governo”

aldxcfBen cinque minuti di applausi e ovazione per tre dei quattro agenti condannati in via definitiva per la morte di Federico Aldrovandi: Paolo Forlani, Luca Pollastri ed Enzo Pontani. E’ quanto accaduto nel pomeriggio di oggi, 29 aprile, durante il congresso nazionale del Sap, il sindacato autonomo di Polizia, in corso a Rimini.

I tre agenti presenti al congresso del Sap sono stati condannati dalla Corte di Cassazione il 21 giugno del 2012 per eccesso colposo in omicidio colposo a tre anni e sei mesi, tre anni dei quali coperti dall’indulto.

«Sono allibita, è una cosa terrificante. Non se quelle mani che applaudono mi fanno più paura o ribrezzo. Forse entrambe le cose», sono le prime parole della mamma di Federico Aldrovandi, Patrizia Moretti.

«Come fanno i tutori dell’ordine – ha detto ancora la madre di Federico interpellata dall’AGI – ad applaudire questi agenti condannati? È una cosa terrificante», le parole della donna che ha assicurato di rivolgersi al capo dello Stato Giorgio Napolitano per chiedergli se è possibile che in uno Stato succedano episodi simili.

Nell’esprimere la mia solidarietà e quella dei compagni e delle compagne di Rifondazione Comunista a Patrizia, vorrei fare due considerazioni. Questo applauso ci dice che una parte della polizia è fatta da individui schifosi che applaudono chi ha ucciso a sangue freddo un diciottenne indifeso. Un applauso di questo tipo ce lo si potrebbe aspettare in una riunione della mafia, in una riunione di criminali, difficile immaginare come uomini e donne che dovrebbero garantire l’applicazione della legge possano applaudire chi ha ucciso a sangue freddo un ragazzo indifeso. In secondo luogo questo applauso ci dice che c’è un problema politico: una parte della polizia ha maturato un tale spirito di corpo da ritenersi in guerra con la società italiana, da considerare nemici coloro che stanno dall’altra parte. Non solo nelle manifestazioni, ma anche per strada. Questo pone un problema politico di prima grandezza perché parla della crisi verticale della democrazia. Di fronte a questo livello di degrado io non penso che occorra passare ad urlare ACAB. Non tutti i poliziotti sono espressione di questa sottocultura criminale e non ci possiamo permettere una situazione in cui ACAB diventi la realtà. Per questo il Ministro degli interni e il capo della polizia devono intervenire duramente. cosa dicono Pansa e Alfano? Quell’applauso non è un fatto privato, è un atto politico e come tale deve essere punito. Per questo vorremmo sentire la voce di altri poliziotti, perché i primi nemici dei poliziotti democratici sono i poliziotti che applaudono gli assassini di un ragazzo di 18 anni.

(pubblicato in controlacrisi.org)

Legalità e rispetto delle regole. Senago è ultima

Il rispetto delle regole è la base del modello democratico in cui viviamo e ciò può essere tradotto in una parola semplice: legalità.

Legalità che si assume essere sempre presente nelle istituzioni, quasi come un assioma, mentre il cittadino è costantemente sotto il faro del controllo, quale sospettato di illegalità nelle sue quotidiane azioni.

Eravamo noi  illegali in Consiglio Comunale quando, muniti di videocamere e comunicazione inviata al Presidente del Consiglio, ci accingevamo ad effettuare le riprese della seduta consigliare, nel rispetto delle regole. Fummo allora invitati – con l’ausilio dei Carabinieri – a chiudere la videocamera (ma non l’audio registratore e le fotocamere – stranezza) senza nemmeno che fosse pronunciata una parola ufficiale in aula che potesse quindi essere verbalizzata.

Per la cronaca l’audio lo conserviamo ancora, ma per rispetto delle istituzioni non lo pubblichiamo, anche se “è cosa” pubblica a tutti gli effetti.

Capita poi purtroppo, a volte, che la mancanza di rispetto per le regole parta proprio dall’ambito istituzionale. E’ qui che l’assioma si rompe e l’illegalità si manifesta nel suo più torrido aspetto: il sopruso e l’abuso da parte del potere.

Così accade che nel nostro piccolo Comune di Senago, il Sindaco riceve una ISTANZA firmata da un gruppo di cittadini facenti parte di diversi movimenti politici. Una istanza presentata secondo le regole scritte nello Statuto del Comune di Senago, dove si chiedevano lumi circa la richiesta, già pervenuta all’amministrazione da parte del “Forum Salviamo il paesaggio” per effettuare il censimento degli immobili, alla quale non è mai stata data risposta.

Sono passati più di due mesi dalla nostra istanza e nessuno si è ancora fatto vivo.

Speriamo almeno che il Sindaco abbia informato il consiglio comunale, com’era scritto nella nostra istanza, altrimenti saremmo nel più grave degli squilibri democratici. Alla faccia della trasparenza da loro tanto sbandierata.

Viva la legalità, se ancora esiste.

SinistraSenago, Federazione della Sinistra, Senago Bene Comune


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