Archive for the 'Lavoro' Category



La Fornero ha fatto 30, Renzi fa 31

imagesIl 23 dicembre sono usciti i primi due decreti applicativi del Jobs act, sulle nuove norme in tema di licenziamento e sugli ammortizzatori sociali. Entro un mese, i decreti ripasseranno in Parlamento per un ulteriore parere, non vincolante. A quel punto, una volta pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale, diventeranno a tutti gli effetti legge. È poco probabile che dal testo del decreto possano esserci ulteriori modifiche, ma non è possibile escluderlo a priori. In questo numero del Notiziario, interamente dedicato agli effetti del Jobs act, tentiamo una prima analisi del testo degli attuali decreti.
Purtroppo il Jobs act non finisce qui. La legge delega prevede molti altri aspetti, tra cui video-sorveglianza e demansionamento, che pure a breve saranno convertiti in decreto.

Una avvertenza è obbligatoria. Sui licenziamenti, il Jobs act porta a compimento un processo già iniziato con la legge Fornero nel 2012, introducendo definitivamente il contratto a tutele crescenti. Si può dire che, se la Fornero fece trenta, il Jobs act ha fatto trentuno, rendendo il licenziamento ancora meno caro, più facile e “certo” (nel senso di ridurre ancora la discrezionalità dei giudici). La novità è l’estensione della cancellazione della reintegra anche nel caso dei licenziamenti collettivi e l’ulteriore aggravarsi delle differenziazioni interne al mondo del lavoro dipendente. Non più soltanto quella storica legata alla dimensione d’impresa (cioè tra chi lavora in imprese con più o meno di 15 dipendenti), ma anche quella determinata dalla data di assunzione. Le nuove norme in tema di licenziamento si applicheranno infatti ai nuovi assunti. Persino all’interno della stessa impresa, due licenziamenti avvenuti per identiche ragioni (addirittura nell’ambito di un licenziamento collettivo) saranno tutelati in modo diverso. I lavoratori già assunti al 23 dicembre 2014 avranno la tutela prevista dalla legge Fornero (per quanto debole essa sia); quelli assunti dopo il 23 dicembre quella prevista dal decreto. Secondo Umberto Romagnoli, questo rappresenta l’elemento potenzialmente incostituzionale e discriminatorio della riforma, quello che per ciò stesso viola il principio di uguaglianza stabilito dalla Costituzione.

Dobbiamo contrastare questo modello. Lo sciopero del 12 dicembre è stato proclamato in colpevole ritardo e non è stato in condizione di fermare l’approvazione del Jobs act. Ma ancora più colpevole oggi sarebbe fermarsi e rassegnarsi al nuovo regime di ricattabilità. Bisogna riprendere la mobilitazione subito e denunciare le intimidazioni. A cominciare da quanto già accaduto alla Piaggio, dove durante la pausa di Natale molti operai hanno ricevuto una lettera dall’esplicito carattere intimidatorio in cui vengono “avvertiti” del rischio che corrono se continuano a stare “troppo” in malattia. Non rassegnamoci, perchè questo modello non può e non deve passare!

a cura di Eliana Como e Giuliana Righi da Notiziario controinformazione sindacale

SCIOPERO GENERALE 12 DICEMBRE

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Contro il Governo Renzi, contro l’Europa dell’austerità

Lo sciopero generale promosso da Cgil e Uil per il 12 dicembre rappresenta un momento della presa di coscienza della complicità di Renzi con le politiche di austerità della Merkel, che stanno impoverendo il Paese e distruggendo Welfare, diritti e democrazia.

Con il Jobs Act si vuole precarizzare totalmente il lavoro e la vita stessa di quei giovani cui Renzi aveva promesso più diritti; con la cancellazione dell’articolo 18 e l’attacco allo statuto dei lavoratori si colpiscono i fondamenti del diritto del lavoro; con lo sblocca Italia si favorisce la speculazione ai danni del territorio e dell’ambiente; con la legge di stabilità continuano i tagli che colpiscono i servizi sociali e svuotano il ruolo degli enti locali; con le privatizzazioni si riduce il ruolo pubblico, prosegue l’indebolimento del sistema produttivo, favorendo lo shopping delle multinazionali, si trasformano i beni comuni in merci.

Mentre vengono così messe in crisi le basi sociali e culturali della democrazia, la si attacca direttamente, demolendo il sistema parlamentare e della rappresentanza sancito dalla Costituzione.

Renzi opera per gli interessi della grande finanza, delle banche, della Germania della Merkel contro la dignità del lavoro, la democrazia, il welfare e la scuola pubblica, i beni comuni, i diritti.

Bisogna fermarlo per cambiare!

Il Prc della regione Lombardia parteciperà e invita tutti i suoi iscritti a partecipare ai cortei organizzati in Lombardia. Per il corteo di Milano L’appuntamento è in corso Venezia angolo via Palestro alle ore 9

Segreteria regionale del Prc della Lombardia

«Con il nuovo 18 i tre di Melfi non sarebbero reintegrati»

Legale della Cgil: «Con il nuovo 18 i tre di Melfi non sarebbero reintegrati»renzi-arrivo-io
Licenziamenti disciplinari, parla l’avvocato Alberto Piccinini, legale della Cgil: il Pd sbaglia esempio, con il nuovo statuto i tre operai Fiom non sarebbero tornati al lavoroSosten­gono alcuni depu­tati, spe­cie Nella mino­ranza del Pd che ieri ha votato sì al jobs act, che «con lo sta­tuto dei lavo­ra­tori rifor­mato i tre ope­rai di Melfi sareb­bero ancora rein­te­grati al loro posto». Il rife­ri­mento è a una famosa vicenda del 2010: tre ope­rai della Fiom — Anto­nio Lamorte, Marco Pigna­telli e Gio­vanni Baroz­zino, oggi sena­tore di Sel — furono licen­ziati dalla Fiat di Mar­chionne con l’accusa aver bloc­cato, durante uno scio­pero interno, un car­rello per il tra­sfe­ri­mento di mate­riali diretto verso chi non scio­pe­rava. Una dura bat­ta­glia legale dimo­strò che l’accusa era falsa. Nel set­tem­bre 2013 i tre furono rein­te­grati defi­ni­ti­va­mente, dopo una rein­te­gra vir­tuale in cui l’azienda non con­sen­tiva loro di ripren­dere le posta­zioni sulla linea di pro­du­zione.
Dun­que con il nuovo jobs act è vero che i tre tor­ne­reb­bero ancora in azienda? E cioè è vero che la mino­ranza Pd ha otte­nuto, su que­sto punto, un con­creto avan­za­mento del testo? Lo abbiamo chie­sto all’avvocato Alberto Pic­ci­nini, giu­sla­vo­ri­sta del Foro di Bolo­gna, legale di fidu­cia di Fiom e Cgil. Non­ché, all’epoca, difen­sore dei tre.

Avvo­cato, con il nuovo testo dello sta­tuto lavo­ra­tori un caso simile a quello dei tre di Melfifini­rebbe ancora con una reintegra?

Non vedo sulla base di cosa lo si possa sostenere. La gene­ri­cità della for­mula non con­sente ancora di capire come verrà modi­fi­cato l’art.18. Poi il rife­ri­mento è poco per­ti­nente: la rein­te­gra dei tre di Melfi in prima bat­tuta è arri­vata in base all’art.28 dello sta­tuto, quello sul com­por­ta­mento anti­sin­da­cale del datore. I licen­zia­menti sono stati in occa­sione di uno scio­pero e hanno riguar­dato (solo) due dele­gati e un iscritto Fiom su oltre cin­quanta per­sone pre­senti sul posto. Poi, ma solo in seconda bat­tuta, abbiamo chie­sto e otte­nuto la rein­te­gra anche sulla base dell’art.18. Ma mi viene da dire che se fosse già stato in vigore l’art.18 rifor­mato dalla legge For­nero i tre avreb­bero corso il rischio di otte­nere solo un risar­ci­mento eco­no­mico. Figu­ria­moci con le ulte­riori restri­zioni che si vor­reb­bero intro­durre col jobs act.

Quindi i tre potreb­bero comun­que ancora essere rein­te­grati in base all’art.28 dello statuto?

L’art.28 è una norma gene­rale, parla di com­por­ta­menti che limi­tano l’attività sin­da­cale o il diritto di scio­pero, e come tutte le norme gene­rali, com­prese quelle che defi­ni­scono la giu­sta causa e il giu­sti­fi­cato motivo, con­sen­tono al giu­dice un esame del caso con­creto: quello che il governo vor­rebbe limi­tare, quan­to­meno rispetto ai licen­zia­menti per motivi cosid­detti “eco­no­mici”. La rispo­sta è comun­que affer­ma­tiva . Quanto alla nostra seconda causa, quella ai sensi del vec­chio art.18, come ho detto, nes­suno è in grado di dire cosa acca­drebbe oggi con un testo che ancora non cono­sciamo, con­si­de­rando che già con il testo della For­nero ci sono inter­pre­ta­zioni contrastanti.

Dal momento in cui il jobs act sarà legge nei luo­ghi di lavoro alcuni avranno diritto alle resi­due tutele della legge For­nero, altri no.

Sarà una gran con­fu­sione. La legge delega pre­vede che il nuovo art.18 si appli­chi solo nei con­tratti a tutele cre­scenti. Quindi negli stessi luo­ghi di lavoro noi avremo nuovi assunti con tutele infe­riori a quelli al loro fianco che magari svol­gono le stesse man­sioni. E que­sto per sem­pre: per­ché le tutele cre­scenti non arri­ve­ranno mai a un’equiparazione con i vec­chi assunti. Per un periodo di 10–15 anni nei luo­ghi di lavoro ci sarà un dop­pio regime che discri­mi­nerà le per­sone che lavo­rano fianco a fianco, e non sotto il pro­filo eco­no­mico, cosa che in qual­che azienda può già acca­dere, ma sotto quello nor­ma­tivo. Una grave ingiu­sti­zia, e forse anche con con­se­guenze sul pro­filo di costituzionalità.

26/11/2014 08:00 | LAVOROITALIA | Fonte: Il Manifesto | Autore: Daniela Preziosi (da controlacrisi.org)

GIORGIO CREMASCHI – Costruiamo una coalizione antagonista contro renzismo e lepenismo

CREMASCHI 2

Il 14 novembre in piazza Duomo a Milano mentre parlava Susanna Camusso è giunto uno spezzone dei cortei dei sindacati di base e dei centri sociali. Sul sagrato transennato ci sono stati momenti di tensione con i cordoni della polizia e alla fine un giovane è stato fermato. I metalmeccanici più vicini hanno cominciato a inveire contro la polizia e a spingere sulle transenne. È intervenuto il servizio d’ordine della FIOM che ha convinto la polizia a rilasciare il giovane fermato.

A Livorno, il giorno dopo, migliaia di persone hanno sfilato in corteo in difesa della fabbrica Trw, che la proprietà multinazionale vuole chiudere, rispondendo ad un appello di centri sociali e rappresentanze di fabbrica. Son fatti che più di tante analisi fanno capire cosa si stia rimettendo in moto. Solo poche settimane fa a Torino era andata molto diversamente, con i metalmeccanici da un lato della piazza, studenti e centri sociali caricati dalla polizia dall’altro.

Pur in mezzo a mille difficoltà e contraddizioni, sta crescendo velocemente il comune sentire di un blocco sociale di opposizione e resistenza a Renzi, all’austerità targata UE, al sistema di potere e consenso che si sta organizzando attorno al presidente del consiglio. Lo sciopero sociale non è stato solo lo sciopero della Fiom, come inizialmente veniva presentato dai mass media, ma la mobilitazione del sindacato dei metalmeccanici ha valorizzato le tante piazze di giovani precari e studenti e lo sciopero dei sindacati di base, che ha avuto partecipazioni insperate in particolare nei trasporti e nella sanità. Non siamo nel 2002, non c’è solo la Cgil che si mobilita e aggrega tutta l’opposizione a Berlusconi. D’altra parte è la prima volta che tutta la Cgil scende in lotta contro un governo guidato dal partito di riferimento.

Per questo si sta profilando una situazione inedita. Le reazioni da comparse del Bagaglino dei renziani alla proclamazione da parte della Cgil dello sciopero per il 5 dicembre, sono un segno della portata dello scontro che si sta innestando. È sempre più chiaro anche in questo paese scarsamente abituato alle rotture di fondo, che si sta aprendo un conflitto che alla fine non si chiuderà in pareggio. O Renzi rottama il conflitto sociale, o ne verrà rottamato. E una sconfitta di Renzi sarebbe doppiamente positiva, perché in Italia come in tutto il continente aprirebbe la crisi dell’austerità imposta per prima alla Grecia. E perché sarebbe anche la crisi di tutto quel sistema politico fondato sull’intesa Renzi Berlusconi, sotto la supervisione di Giorgio Napolitano.

Lo sciopero generale proclamato dalla CGIL può rappresentare un ulteriore passaggio nella costruzione di un blocco sociale alternativo a quello liberista renziano. Questo nonostante manchi nel gruppo dirigente della Cgil la consapevolezza della dimensione nuova dello scontro. Da un lato si contestano sempre più duramente le scelte del governo, dall’altro ci si augura un compromesso, un ritorno alla concertazione, magari promosso da una crisi che provochi la caduta di Renzi ed un ritorno al governo di un qualche Letta un poco più vitale. Tutto questo è impossibile.

Fare una impresa nuova con le vecchie politiche che hanno portato alla sconfitta non si può, ma questa è proprio la contraddizione di una Cgil che mentre dice di no alla politica del lavoro del governo, continua a sostenere l’accordo del 10 gennaio con la Confindustria, che di quella politica è la veste istituzionale nei luoghi di lavoro. E più in generale questo è il blocco di un mondo delle sinistre radicali che da un lato non riesce, come dovrebbe, a rompere fino in fondo con il sistema Pd, dall’altro non pensa ancora davvero ad unire le forze.

Ma la novità del 14 novembre é che quelle contraddizioni possono essere percorse e volte in positivo. Quelle contraddizioni diventano anche uno spazio, nel quale una coalizione sociale e politica antagonista intelligente e matura potrebbe sviluppare la lotta per l’egemonia nella opposizione a Renzi. Egemonia tanto più necessaria nel momento in cui nella crisi sociale delle periferie per la prima volta si vede emergere una vera spinta di estrema destra.

Solo un fronte sociale antagonista e indipendente dai vecchi schemi politici, come quello che ha promosso lo sciopero sociale, può lottare con efficacia sui due fronti, contro il renzismo e contro il lepenismo. Costruirlo, rafforzarlo ed organizzarlo è un compito urgente.

Giorgio Cremaschi

(17 novembre 2014)

(Da MicroMega)

La tagliola del jobs act

renzi

Non c’è spa­zio per media­zioni sul jobs act. «Dal primo gen­naio deve entrare in vigore, è la dead line», dice Renzi ai par­la­men­tari del suo par­tito. Un avver­ti­mento a chi è con­tra­rio: non c’è tempo per navette con il senato, il testo è quello anche per­ché biso­gnerà con­si­de­rare il tempo neces­sa­rio per far vistare alle com­mis­sioni i decreti dele­gati pre­pa­rati dal governo.

Ieri sera il pre­si­dente del Con­si­glio è com­parso in tele­vi­sione da Bal­larò. In onda con un’intervista regi­strata men­tre fisi­ca­mente era già alla riu­nione dei gruppi par­la­men­tari alla camera (esor­dio con una pro­messa: «Gio­vedì chiu­diamo con l’elezione dei giu­dici costi­tu­zio­nali, ma ora un applauso a Vio­lante»). In onda a tutti i costi, pas­sando sopra lo scio­pero degli ope­ra­tori di ripresa un po’ come l’altro giorno era sfi­lato in una fab­brica di Bre­scia dalla quale erano stati allon­ta­nati gli ope­rai. Per man­dare in onda (quasi) rego­lar­mente il talk show di prima serata su Rai3, infatti, viale Maz­zini ha dovuto fare i salti mor­tali. Coman­dando alle tele­ca­mere tre fun­zio­nari dell’azienda e per­sino un diri­gente, il vice­di­ret­tore di Rai2 Mas­simo Lava­tore — effet­ti­va­mente vice­di­ret­tore per la «pia­ni­fi­ca­zione eco­no­mica e mezzi» che ha in car­riera tra­scorsi da ope­ra­tore, e dun­que sa dove met­tere le mani. La denun­cia è del sin­da­cato auto­nomo delle tele­co­mu­ni­ca­zioni Sna­ter, che ha deciso l’astensione per pro­te­sta con­tro la pra­tica di «uti­liz­zare per coprire gli eventi uno, al mas­simo due dipen­denti, per lo più tec­nici invece di una squa­dra di ope­ra­tori». Davide Di Pie­tro della segre­ta­ria nazio­nale Sna­ter, e ope­ra­tore di Bal­larò, a fine gior­nata spiega che lo scio­pero degli ope­ra­tori di Roma è riu­scito per­fet­ta­mente, costrin­gendo la Rai a far sal­tare tutte le tra­smis­sioni in diretta (Agorà, La prova del cuoco) e a ripren­dere i Tg con solo le tele­ca­mere fisse. Porta a porta e Uno mat­tina hanno man­dato vec­chie pun­tate in replica. Ma Bal­larò, già in dif­fi­coltà con gli ascolti, non poteva rinun­ciare alla pun­tata di ieri. E per non far sal­tare Renzi negli studi di Rai3 ecco arri­vare un diri­gente in fun­zioni da ope­ra­tore, in pre­stito dall’altro canale.
Pro­ba­bil­mente a causa dei troppi pal­co­sce­nici, si evi­den­zia qual­che pro­blema di coor­di­na­mento tra le dichia­ra­zioni, visto che men­tre Renzi annun­ciava ai par­la­men­tari Pd che «la legge di sta­bi­lità è rivo­lu­zio­na­ria per­ché riduce la pres­sione fiscale», il mini­stro dell’economia Padoan spie­gava in audi­zione not­turna alla camera che la pres­sione fiscale con la mano­vra salirà dello 0,3% entro il 2017».

Intanto il pre­si­dente del Con­si­glio ha deciso di can­cel­lare la visita a Napoli, che lui stesso aveva annun­ciato per sabato pros­simo. Le ragioni sono facil­mente com­pren­si­bili, visto che in città i movi­menti gli sta­vano pre­pa­rando da tempo una pes­sima acco­glienza, con cor­teo da Fuo­ri­grotta a Bagnoli. La gior­nata si annun­ciava assai più tesa di quella già non tran­quilla appena tra­scorsa a Bre­scia. Oltre alle con­te­sta­zioni di piazza, il pre­si­dente del Con­si­glio avrebbe tro­vato l’ostilità dichia­rata della giunta de Magi­stris, rima­sta scot­tata da una fidu­cia ini­ziale ripa­gata con il com­mis­sa­ria­mento dell’amministrazione comu­nale per le opere di risa­na­mento di Bagnoli. La rinun­cia è un evi­dente fuga, così men­tre cen­tri sociali e movi­menti di lotta napo­le­tani con­fer­mano la pro­te­sta del 7 novem­bre, l’ufficio stampa di palazzo Chigi prova a spie­gare che «Renzi non è pre­oc­cu­pato da even­tuali con­te­sta­zioni» e «visi­terà alcuni comuni del sud entro la fine del mese».

Ieri ha par­lato anche Gior­gio Napo­li­tano, e alcune sue parole pro­nun­ciate in occa­sione delle cele­bra­zioni per la festa delle Forze Armate sono ser­vite a con­fer­mare e rilan­ciare l’allarmismo esi­bito a Bre­scia da Renzi. Se il pre­si­dente del Con­si­glio aveva detto che c’è «un dise­gno per divi­dere», il pre­si­dente della Repub­blica è pas­sato rapi­da­mente dall’allarme per gli atten­tati dell’Isis ai rischi interni. «Vi è il rischio — ha detto Napo­li­tano — che sotto la spinta esterna dell’estremismo e quella interna dell’antagonismo, e sull’onda di con­trap­po­si­zioni ideo­lo­gi­che pure così datate e inso­ste­ni­bili, pren­dano corpo nelle nostre società rot­ture e vio­lenze di inten­sità forse mai vista prima».

05/11/2014 09:29 | POLITICAITALIA | Fonte: Il Manifesto | Autore: Andrea Fabozzi (da controlacrisi.org)

Presto robot al posto di operai

robotPresto robot al posto di operai. La soluzione? Investire su welfare e conoscenza per una nuova e buona occupazione.

Il direttore delle risorse umane di Volkswagen, Horst Neumann, sul quotidiano “Suddeutsche Zeitung” ha sostenuto senza mezzi termini che il turn-over nel campo dell’automazione industriale è di fatto finito. Perché? Semplicemente perché al posto di coloro che stanno andando in pensione “prenderemo i robot”, ha affermato. Non deve certo meravigliare un’ipotesi del genere, che si regge su due elementi oggettivi pesanti: il contenimento delle spese e l’evoluzione della tecnologia: “Non potremo rimpiazzare tutti i lavoratori con altri assunti perché il costo del lavoro in Germania è superiore ai 40 euro all’ora, nell’Europa dell’est è a undici, in Cina siamo persino sotto i 10”, ha scritto Neumann. Inoltre, i robot di nuova generazione possono effettuare attività ripetitive con una velocità e una precisione ben superiori rispetto agli esseri umani.

Non è certo una scoperta della casa automobilistica tedesca. La Foxconn, azienda taiwanese che assembla dispositivi elettronici per la maggior parte dei big dell’hi-tech e tristemente nota per i suicidi dei propri operai, introdurrà nei prossimi anni migliaia di robot per sostituire gli umani. Questi robot sarebbero già in fase finale di test e presto potrebbere essere utilizzati nei vari stabilimenti dell’azienda.

A fronte di questa “rivoluzione-involuzione” industriale, che non può che produrre un aumento esponenziale di disoccupazione di umani nel campo del lavoro di fabbrica, serve una riflessione su quale occupazione va sostenuta in futuro, abbandonando questo legame morboso nei confronti di una fotografia di organizzazione del lavoro che pare essere sempre più sbiadita e poco legata alla realtà dei giorni nostri.

Oggi e domani bisogna investire e creare nuova occupazione nell’ambito del welfare e della conoscenza, potenziando processi di redistribuzione del benessere, di crescita del sapere e della cultura. Gli operai del futuro saranno operai sociali, operai della scuola, operai della ricerca, operai del benessere. Fantascienza? Sì, ma dobbiamo essere consapevoli del fatto che siamo giunti proprio nell’epoca della fantascienza!

11/10/2014 00:03 | LAVOROINTERNAZIONALE | Fonte: controlacrisi.org

AUTUNNO

vauro

Un autunno che non può essere rituale, come dimostra la lotta dei facchini.
Ieri mattina altri due facchini sono stati arrestati a Milano dopo che il loro presidio era stato attaccato dai crumiri e dalla Polizia. Renzi direbbe che questa lotta è ideologica, i grillini o altri ancora direbbero che questa lotta è violenta e non democratica dato che non si permette – attraverso il picchetto – ad altri lavoratori (i crumiri) di entrare al lavoro. In questi ultimi mesi, i facchini della logistica appoggiati da un piccolo ma combattivo sindacato come il Si Cobas hanno dato una enorme lezione di come si lotta in un paese disciplinato alla concertazione ed al “calma regaz”.
La lotta dei facchini assieme a quelle in difesa del diritto all’abitare sono state sicuramente le più interessanti e vivaci degli ultimi tempi, ed hanno visto il protagonismo di un sindacato sociale, metropolitano, che seppur dentro moltissime contraddizioni è riuscito a resistere alle ondate repressive che hanno colpito gli esponenti di spicco di queste lotte. Non è poca cosa, in un periodo di crisi. Non è un caso che la composizione sociale di questi lavoratori segni un elemento di novità da indagare, molti di loro infatti sono diventati sul campo delegati sindacali, ed hanno dimostrato una disponibilità al conflitto che non si vedeva da decenni. Forse perchè hanno tutto da guadagnare, o forse perchè hanno conosciuto altri sindacati. Fatto sta, che in alcuni casi queste lotte hanno vinto, ed in altri ancora pur avendo perso sono riuscite a dimostrare una cosa, che lottare vuol dire costruire coscienza ed organizzazione, che lottare vuol dire costruire soggettività sociale. Ora, ha davvero poco senso chiedere alla Camusso di riflettere su queste lotte, e di dialogare con i sindacati di base e movimenti conflittuali.
Si può invece chiedere alla Fiom di rifletterci. Si può chiederle di non giocarsi la carta d’autunno con la solita ritualità, come ha fatto in altre occasioni nel passato. Si può chiederle di guardare con estremo interesse allo sciopero del 16 ottobre indetto dai facchini del Si Cobas e di guardare con interesse crescente a quello che stanno facendo i sindacati di base in questi mesi. Una riflessione senza telecamere e senza proclami, e senza spirito di polemica ma per provare a capire collettivamente su cosa sarà il sindacato che verrà. Questo autunno non potrà essere l’autunno scorso e il tempo delle sole parole per provare a cavarsela è finito per tutti, anche per la Fiom. Occorre farsi domande serie sul perché poche centinaia di facchini, determinati hanno bloccato e fatto male ai padroni come si faceva un tempo. Prova a riflettere, cara Fiom, su cosa sarebbe uno sciopero sociale generalizzato, dentro il quale tutti possono collocare in autonomia la propria azione contro questo Governo e la controriforma del lavoro. Prova a riflettere se insomma gli operai oltre che fare le solite manifestazioni romane escono dalle fabbriche e si mettono in mezzo alle strade bloccando il paese, come si faceva un tempo, costi quel che costi.
Ieri mattina altri due facchini sono stati arrestati a Milano dopo che il loro presidio era stato attaccato dai crumiri e dalla Polizia. Renzi direbbe che questa lotta è ideologica, i grillini o altri ancora direbbero che questa lotta è violenta e non democratica dato che non si permette – attraverso il picchetto – ad altri lavoratori (i crumiri) di entrare al lavoro. In questi ultimi mesi, i facchini della logistica appoggiati da un piccolo ma combattivo sindacato come il Si Cobas hanno dato una enorme lezione di come si lotta in un paese disciplinato alla concertazione ed al “calma regaz”.
La lotta dei facchini assieme a quelle in difesa del diritto all’abitare sono state sicuramente le più interessanti e vivaci degli ultimi tempi, ed hanno visto il protagonismo di un sindacato sociale, metropolitano, che seppur dentro moltissime contraddizioni è riuscito a resistere alle ondate repressive che hanno colpito gli esponenti di spicco di queste lotte. Non è poca cosa, in un periodo di crisi. Non è un caso che la composizione sociale di questi lavoratori segni un elemento di novità da indagare, molti di loro infatti sono diventati sul campo delegati sindacali, ed hanno dimostrato una disponibilità al conflitto che non si vedeva da decenni. Forse perchè hanno tutto da guadagnare, o forse perchè hanno conosciuto altri sindacati. Fatto sta, che in alcuni casi queste lotte hanno vinto, ed in altri ancora pur avendo perso sono riuscite a dimostrare una cosa, che lottare vuol dire costruire coscienza ed organizzazione, che lottare vuol dire costruire soggettività sociale. Ora, ha davvero poco senso chiedere alla Camusso di riflettere su queste lotte, e di dialogare con i sindacati di base e movimenti conflittuali.
Si può invece chiedere alla Fiom di rifletterci. Si può chiederle di non giocarsi la carta d’autunno con la solita ritualità, come ha fatto in altre occasioni nel passato. Si può chiederle di guardare con estremo interesse allo sciopero del 16 ottobre indetto dai facchini del Si Cobas e di guardare con interesse crescente a quello che stanno facendo i sindacati di base in questi mesi. Una riflessione senza telecamere e senza proclami, e senza spirito di polemica ma per provare a capire collettivamente su cosa sarà il sindacato che verrà. Questo autunno non potrà essere l’autunno scorso e il tempo delle sole parole per provare a cavarsela è finito per tutti, anche per la Fiom. Occorre farsi domande serie sul perché poche centinaia di facchini, determinati hanno bloccato e fatto male ai padroni come si faceva un tempo. Prova a riflettere, cara Fiom, su cosa sarebbe uno sciopero sociale generalizzato, dentro il quale tutti possono collocare in autonomia la propria azione contro questo Governo e la controriforma del lavoro. Prova a riflettere se insomma gli operai oltre che fare le solite manifestazioni romane escono dalle fabbriche e si mettono in mezzo alle strade bloccando il paese, come si faceva un tempo, costi quel che costi.
24/09/2014 14:10 | LAVOROITALIA | Autore: fabrizio salvatori (DA CONTROLACRISI.ORG)

Il contratto a termine e la débâcle del Pd

ccnlLa soddisfazione con cui i partiti di centro destra hanno salutato l’ultima versione, uscita dalla Commissione del Senato, del Decreto sui contratti a termine e apprendistato è la miglior certificazione non solo degli ulteriori e quasi incredibili peggioramenti di una legge già pessima, ma della vera e propria banca rotta – non c’è altra parola – della rappresentanza parlamentare del Partito Democratico.

Con la sola meritoria eccezione dell’On. Fassina, i parlamentari del Pd si sono lasciati soggiogare da alcuni notissimi nemici storici dei lavoratori e dei sindacati, a cominciare dall’On. Sacconi.
Ed hanno infine accettato un testo normativo che mai i governi Berlusconi sarebbero riusciti ad ottenere a scapito dei lavoratori e di cui invece il «democratico» Renzi ed il «comunista» Poletti vanno invece addirittura fieri.
Ma occorre venire subito al merito, perché ognuno possa giudicare per proprio conto se questi giudizi drastici siano o meno fondati e per questo articoliamo almeno due punti.

1) Il «fondo» del problema è ben conosciuto ed è già stato illustrato in altre occasioni: con il decreto Poletti i contratti a termine diventano «acausali», vale a dire possono essere conclusi senza una motivazione specifica anche se l’esigenza lavorativa che il lavoratore è chiamato a soddisfare non è temporanea bensì permanente. E’ allora innegabile che il contratto a termine «acausale» abbia una sola finalità: quella di tenere il lavoratore sotto il perpetuo ricatto del mancato rinnovo, né il lavoratore può sperare nella regola per cui dopo 36 mesi dovrebbe passare comunque a tempo indeterminato, perché per questo occorrerebbe che il datore gli faccia un ulteriore contratto che invece non gli farà mai potendo assumere al suo posto un nuovo precario.

Ci si aspettava che di fronte ad una così chiara violazione della dignità del lavoratore, contraria anche allo spirito e alla lettera della normativa europea, i parlamentari del Pd, maggior partito della coalizione, reagissero: invece hanno trangugiato con la massima indifferenza la “acausalità” e fissato, in cambio, un falso obiettivo, onde poter poi vantare falsi successi.

Il falso obiettivo è consistito nel ridurre le possibili proroghe di un contratto acausale da 8 a 5 il che però, come si comprende, non sposta di un millimetro il problema del potere ricattatorio consegnato al datore. Anche perché, come subito notato dai giuristi, una cosa è la proroga di un contratto altra cosa è il suo rinnovo ossia la stipula di un altro successivo contratto del tutto analogo: in altre parole dopo avere prorogato per cinque volte un contratto acausale a termine, niente impedisce di stipulare un altro contratto simile con le sue cinque proroghe e così via. Eppure i parlamentari Pd hanno avuto il coraggio di vantare questo inganno, o autoinganno, come un successo politico.

2) Esisteva tuttavia oltre alla causale del contratto un altro seppur meno efficace argine contro l’abuso dei contratti precari, vale a dire il loro “contingentamento” o fissazione di una percentuale insuperabile, all’interno di una stessa azienda rispetto al numero dei rapporti a tempo indeterminato.

E’ una misura di salvaguardia antica risalente a più di vent’anni fa e adottata già dalla Legge n. 56/1987 che, appunto, demandava i contratti collettivi di stabilire quella percentuale massima che è stata per lo più poi fissata dai Ccnl nel 15-20 per cento per tutte le tipologie precarie ivi comprese, quando sono state introdotte, le somministrazioni di lavoro.
Va notato che la giurisprudenza della Corte di Cassazione in tutti questi anni è stata concorde nell’affermare che in caso di stipula di un contratto precario oltre la percentuale, questo “sforamento” comportasse la sua automatica trasformazione a tempo indeterminato (es. Cass. n. 7.645/2011).

Orbene il Decreto Poletti nella sua versione originale prevedeva una percentuale massima del 20 per cento, comprensiva sia di contratti a tempo determinato sia rapporti di lavoro somministrato, ma già in Commissione lavoro della Camera questi ultimi non sono più stati considerati compresi del 20 per cento col bel risultato che chi ha raggiunto la soglia del 20 per cento potrà continuare tranquillamente ad aggiungere altri rapporti a tempo determinato seppur somministrati tramite agenzia. Sembra addirittura che i parlamentari del Pd si siano fatti imbrogliare da qualcuno che ha raccontato loro che i lavoratori somministrati non sono veri precari perché avrebbero in realtà un rapporto a tempo indeterminato con l’agenzia, il che invece accade non più di una volta su dieci. Come che sia il limite del 20 per cento è stato così aggirato

Ma restava ancora un punto importante e cioè il principio che il suo superamento avrebbe comportato la trasformazione a tempo indeterminato dei rapporti eccedenti. Ebbene, anche su questo i parlamentari del Pd sono stati pronti al grosso passo indietro, a genuflettersi ai Poletti, ai Sacconi, agli Ichino ed ad accettare che il testo normativo preveda, invece della trasformazione, una semplice sanzione amministrativa per lo «sforamento».

Sarebbe come prevedere che chi dà lavoro “in nero” sia soggetto, bensì, alla sanzione amministrativa ma senza più obbligo, allora, di mettere in regola il lavoratore. Si tratta di un assurdo giuridico oltre che di una vergogna politica, che l’ineffabile capo dei deputati Pd ed ex ministro del lavoro Cesare Damiano ha avuto il coraggio di definire come «differenza minimale» rispetto al testo originario.

La verità purtroppo è che alla prova dei fatti tra le forze politiche rappresentate in parlamento solo i deputati di Sel e del Movimento 5 Stelle hanno tenuto un comportamento coerente, limpido e di appassionata difesa della dignità dei lavoratori. Ora, dopo lo scontato voto di fiducia che consentirà di consumare definitivamente questo vero crimine sociale, la parola dovrà passare a quanti nei movimenti e nella società civile hanno davvero a cuore i diritti dei lavoratori cercando di rivendicarli anche nelle aule di giustizia italiane ed europee. E su questo argomento torneremo ben presto.

05/05/2014 10:23 | LAVOROITALIA | Fonte: Il Manifesto | Autore: Pier Giovanni Alleva (da Controlacrisi.org)

La “via maestra” di Confindustria si chiama dumping salariale

confindusria

Mentre Matteo Renzi profonde ogni energia per blindare per un altro decennio un modello elettorale maggioritario che garantisca, in spregio alla Costituzione, il bipolarismo tendenzialmente bipartitico preteso, senza significativi distinguo, da tutto il centrosinistra e da tutto il centrodestra, l’economia italiana, il suo sistema manifatturiero vanno a ramengo, e con esso milioni di lavoratori abbandonati a se stessi, senza rappresentanza, né politica né sindacale.

Anzi, con pervicace recidività, e con la corriva complicità di gran parte dei media, il governo continua a spacciare un’immagine contraffatta della realtà e delle prospettive di ripresa, di continuo annunciate da Letta e soci come imminenti, prossime, anzi certe.

Peccato che le cose vadano in tutt’altro modo. E tutti i dati a disposizione, oltre all’empirica constatazione di cui ognuno di noi è testimone, sono lì a dimostrarlo.
Del mezzo milione di cassaintegrati candidati al definitivo licenziamento abbiamo già parlato ieri.
Oggi vi diamo conto della dinamica dei fallimenti, diciamo, per stare sul pezzo, di quelli dell’ultimo trimestre dello scorso anno.
Ebbene, il rapporto di Cribis D&B, società del gruppo Crif (il database creditizio italiano) racconta che le imprese costrette a gettare la spugna sono state il 14 % in più rispetto allo stesso periodo del 2012. Ed altre se ne aggiungeranno, come è facile prevedere se si guarda ai pagamenti commerciali, con ritardi che ormai superano abbondantemente i trenta giorni e che prefigurano molto spesso imminenti collassi aziendali.
Insomma, la recessione imperversa, ogni ora chiudono due aziende e non c’è settore o comparto o area geografica che vengano risparmiati da un’emorragia senza fine: in Lombardia, dove hanno chiuso oltre 3.200 aziende, che fanno il 22,6% del totale nazionale; nel Lazio, con circa 1.500 fallimenti; nel Veneto, con 1300 chiusure. Se edilizia e commercio all’ingrosso sono i macrosettori più colpiti, nel comparto produttivo spiccano i 1650 fallimenti registrati nel complesso dell’industria.

Ebbene, di fronte ad un simile disastro e nella sconfortante assenza della “mano pubblica”, si muove in questi giorni la Confindustria. Precisamente quella di Pordenone, dove troviamo le sedi legali italiane di multinazionali come Electrolux (ex Zanussi) e Ideal Standard, entrambe intenzionate a tagliare posti di lavoro e delocalizzare gli investimenti dove il costo della manodopera è inferiore. E qual è la proposta innovativa della locale associazione industriale? Semplice: stipulare un patto territoriale con i sindacati e con la Regione Friuli che preveda un abbattimento dei salari del 20 per cento nelle grandi imprese ed un 10 per cento nelle piccole che si trovino in crisi o che intendano insediarsi nell’area friulana o che, sebbene non in difficoltà, intendano aumentare l’occupazione. Insomma, una deroga generalizzata ai contratti collettivi, un perfetto sistema di dumping sulle retribuzioni, che fonda la ripresa delle imprese che ne beneficiano sull’innesco di un piano di concorrenza sleale nei confronti delle imprese che invece il contratto continuano ad applicarlo. E sapete come i soloni di Confindustria hanno chiamato questa geniale pensata partorita dalle fervide menti di eccelsi dottori come Tiziano Treu, già ministro del lavoro nel governo Prodi, giuslavorista ed estensore dell’omonimo, famigerato “pacchetto”; come Maurizio Castro, già senatore Pdl ed ex manager della stessa Electrolux; come Riccardo Illi, imprenditore ed ex presidente della Regione Friuli Venezia Giulia? Ebbene, l’hanno battezzata, con invidiabile senso umoristico, “Laboratorio per una nuova competitività industriale”. Una competitività costruita sull’ulteriore abbattimento delle magrissime retribuzioni dei lavoratori italiani. Provate ad immaginare se questo luminoso esempio trovasse altri emuli. Se questo modello in gestazione si affermasse e divenisse pratica corrente. Se ora altre regioni, o altri territori raccogliessero la sfida al ribasso e offrissero ad un’imprenditoria stracciona condizioni ancora più favorevoli. Vorrebbe dire, e già siamo ad un passo da quella soglia, tornare alla legge della giungla, alla modernità ottocentesca, alla civiltà dei caporali che fissavano la paga a giornata ed elargivano nelle pubbliche piazze il “regalo” del lavoro ad una plebe sottomessa e senza parola.

Ieri denunciavamo, su queste pagine, un non dissimile comportamento del governo serbo e la risposta di rigetto, ci auguriamo efficace e vincente, del sindacato di quel paese.
In Italia, invece, la lotta sembra essere stata derubricata dal vocabolario e dalla pratica sindacale. Anzi, qui da noi può accadere che il più grande sindacato italiano, la Cgil, decida che il contratto nazionale è un retaggio di stagioni passate e che si possono sottoscrivere con i padroni clausole punitive per chi, in dissenso con le centrali confederali, intenda esercitare il diritto costituzionale di sciopero.
Questa folle corsa all’indietro può e deve essere fermata. Una volta sapevamo che il progresso dei lavoratori coincide con il progresso dell’intera società e che uguaglianza e democrazia – non il loro contrario – sono il motore di uno sviluppo sano. Da tempo questa consapevolezza si è persa, perché sono prevalse, nei rapporti di forza come nel senso comune, false teorie, ideologismi che contro ogni verità vanno contrabbandando con successo la tesi fraudolenta che non esistono contraddizioni di classe, ma solo fra generazioni, o fra individui in guerra reciproca (la chiamano “competizione”) per la sopravvivenza, in un mondo nel quale – vanno blaterando- “non ce n’è più per tutti”.
Finché non torneremo a convincerci (e a trovare la forza e gli argomenti per convincere) che non è così sarà difficile rovesciare l’ordine di cose esistenti.

20/01/2014 08:18 | ECONOMIAITALIA | Autore: Dino Greco (da controlacrisi.org)

Proposta di legge di iniziativa popolare: firma per la il Lavoro e la Costituzione

E’ iniziata la raccolta firme per la proposta di legge di iniziativa popolare per difendere la nostra Costituzione e per un piano per il lavoro.

Potrai firmare ai nostri banchetti, nelle prossime settimane, al mercato o nelle piazze.

Clicca sull’immagine per saperne di più

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