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Lavorare fino alla morte, in pensione a 66 anni e sette mesi

fornero

Puntuale come lo sceriffo di Nottingham è arrivato l'”adeguamento” dell’età pensionabile alle “aspettative di vita”, come previsto dalla legge Fornero (“la più amata dagli italiani”, durante il governo Monti). Dal primo gennaio del prossimo anno si potrà lasciare il lavoro (più probabilmente la cassa integrazione e la mobilità) solo a 66 anni e sette mesi nel caso degli uomini e delle donne del settore pubblico. Mentre per le donne impegnate nel settore privato sarà sufficiente un anno in meno (ma dal 2018 arriveranno all’agognata “parità” con tutti gli altri: 66 e 7 mesi). Mentre le lavoratrici autonome andranno in pensione di vecchiaia a 66 anni e un mese (66 anni e sette mesi nel 2018). Vengono contestualmente innalzati anche i limiti relativi agli anni di carriera necessari per poter accedere alla pensione di anzianità. La pensione anticipata dal 2016 rispetto all’età di vecchiaia si potrà percepire con 42 anni e 10 mesi se uomini e 41 anni e 10 mesi se donne.

In tutti i casi si tratta di quattro mesi in più, senza alcuna seria distinzione neanche per i cosiddetti “lavori usuranti”, dove ante-Fornero l’età pensionabile coincideva quasi con le aspettative di vita (macchinisti, minatori, siderurgia, ecc).  E poi dicono che vogliono ridurre la disoccupazione giovanile…

Il decreto del ministero dell’economia è arrivato all’Inps che ha immediatamente inviato una “nota esplicativa” a tutti gli uffici interessati (Caf compresi, dunque).

Nel 2019 verrà fissato un nuovo adeguamento, a meno che – nel frattempo – le molte “riforme strutturali” e i tanti tagli di spesa (sanità, welfare, ecc) non riescano, come sperato in alto loco, a ridurre la vita media della popolazione. Del resto, se la logica del collegamento tra età pensionabile e speranza di vita vuole avere un senso, o si va verso un regime per cui – per ipotesi estrema – si lavora fino a 90 anni se la vita media avvicina i 100, oppure si mira a far morire prima una quota maggioritaria della popolazione, costringendola a lavorare oltre ogni limite di forze mentre al contempo le si tolgono buona parte dell’assistenza sanitaria e altri “ammortizzatori sociali”. Una tendenza individuata già da anni (si veda http://contropiano.org/news-politica/item/2107-in-pensione?-possibilmente-mai).

Il nuovo presidente dell’Inps – quel Tito Boeri autore alcuni anni fa di una proposta basata su “riduzioni attuariali” delle pensioni (semplificando: un taglio del 2-3% dell’assegno per ogni anno in meno rispetto all’età pensionabile – ha tirato fuori la necessità di pensare ad ammortizzatori sociali specifici per quegli ex lavoratori tra i 55 e i 66 anni che proprio nessuno è disposto ad assumere. Naturalmente formulerà, entro giugno, una sua nuova proposta. Volete scommettere che sarà uguale alla vecchia?

Claudio Conti da “Contropiano.org”

“Scusate se vi chiediamo un salario”

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“Una persona che conosco possiede dei call center e, quando ci incontriamo, mi racconta della sua impresa che dà lavoro a tanta gente, nel sud Italia. Li paga 3-4 euro l’ora ma «sono tutte persone che altrimenti sarebbero a casa far niente o finirebbero nella malavita», dice lui, quindi lui svolge un’utilissima funzione sociale, infatti gli vogliono bene.

Mi sono venuti in mente, i suoi orgogliosi racconti, mentre leggevo la testimonianza di un muratore siciliano che, su 1.300 euro al mese di stipendio, deve restituirne 300 al datore di lavoro: «È pur sempre meglio di niente», dice lui.

La prassi, rivela l’inchiesta, è tutt’altro che isolata ed è un nuovo spettacolare passo nella direzione che conosciamo. Non solo ci sono meno diritti e meno salario, ma c’è un convincimento che è ormai entrato nella testa di tutti – a partire dai più giovani – e cioè che qualsiasi forma di lavoro, a qualsiasi reddito e in qualsiasi condizione è ormai benvenuta, perché «è meglio di niente».

È questa, la prigionia mentale in cui ci hanno ridotto trent’anni di lotta di classe dall’alto verso il basso. Ed è stata una vittoria epocale, in termini di egemonia culturale e di pensiero diffuso: aver portato alla gratitudine per condizioni di lavoro sempre più infime, perché «è meglio di niente».

Così è avvenuto, in questo Paese e non solo: riforma del lavoro dopo riforma del lavoro, con tutto l’apparato mediatico a reti unificate a spiegarci ogni volta «che così si crea più occupazione».

L’erba cattiva – pessima – ha cacciato quella buona, ma ci hanno persuaso che è l’unica cosa che siamo degni di mangiare: ragion per cui la troviamo ottima.”

Alessandro Gilioli da  “L’ Espresso”.

Lavoro, è legge della giungla

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Diciamo la verità: ci eravamo quasi dimenticati, assorti in surreali discussioni sulle “tutele crescenti”, della presentazione da parte del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali del “ Rapporto annuale dell’attività di vigilanza in materia di lavoro e legislazione sociale – anno 2014”, redatto dalla Direzione Generale per l’Attività Ispettiva . Documento questo di significativa importanza perché, lungi dal costituire il solito sondaggio dalla dubbia attendibilità o per il tipo di campione prescelto o per la natura delle domande rivolte, è al contrario il dettagliato resoconto dell’attività ispettiva svolta sul campo, nel corso dell’intero anno, dalle unità di vigilanza del Ministero del Lavoro, dell’Inps e dell’Inail: è, per intenderci, l’ “analisi del sangue” dello stato del lavoro in Italia nel 2014, anno di entrata in vigore del “Jobs Act” 1.0.

Trovo un breve trafiletto informativo, dopo un lungo navigare in rete, proprio sul sito del Ministero del Lavoro, dove si fa riferimento alla conferenza stampa del Ministro Poletti che – cito testualmente – ha sottolineato l’importanza di azioni maggiormente efficienti ed efficaci al fine di evitare la ripetitività di azioni di controllo da parte di soggetti istituzionali diversi. Questo per consentire alle imprese, fra l’altro, la possibilità di operare in maniera tranquilla ed ordinata”.

Tranquilla ed ordinata ”: mi risuonano in testa queste suadenti parole mentre sto quasi per abbandonare la pagina web – in cui, a parte le dichiarazioni del Ministro, non vi è alcuna sintesi dei risultati del rapporto –, quando la curiosità viene colpita da un link posto in calce alla notizia.

Clicco e, tutto d’un tratto, eccomi di fronte ad un vero e proprio “museo degli orrori” o, volendo far riferimento agli “spiriti animali del capitalismo”, ad una vera e propria giungla.

Due dati su tutti colpiscono la mia attenzione, posti in evidenza dalla stessa Direzione Generale per l’Attività Ispettiva: su 221.476 aziende ispezionate appartenenti a tutti i settori produttivi, ben il 64,17% sono risultate irregolari (ovverosia 142.132, oltre un’azienda su due) e su 181.629 lavoratori irregolari, il 42,61% si è rivelato totalmente in nero (ovvero 77.387 ), comportando un’evasione di contributi e di premi assicurativi pari all’astronomica somma di 1.508.604.256,00. Cifre da “legge di Stabilità”.

Che si tratti, poi, di accertamenti relativi a significativi illeciti di natura sostanziale” e non a mere contestazioni formali, è lo stesso rapporto che lo sottolinea evidenziando, nella lista degli illeciti sanzionati, fattispecie quali il “lavoro nero”, l’utilizzo abusivo di forme contrattuali flessibili volte a dissimulare veri e propri rapporti di lavoro subordinato in funzione elusiva della normativa vigente”, fenomeni di “ appalto/distacco illecito o di somministrazione abusiva e/o fraudolenta volti a realizzare illegittimamente un consistente abbattimento del costo del lavoro”, abuso nella fruizione della Cassa Integrazione Guadagni in deroga, illeciti in materia di orario di lavoro, sfruttamento di categorie di “lavoratori svantaggiati” quali extracomunitari clandestini, minori, lavoratrici madri e gestanti.

Percentuali notevoli e tuttavia addirittura in calo rispetto ai precedenti anni, calo che l’Autorità ispettiva imputa non ad una maggiore “virtuosità” nelle condotte dei soggetti controllati ma, al contrario, alla contrazione occupazionale in atto nel mercato del lavoro, alla crisi economica generale e alla diminuzione degli interventi ispettivi (questi ultimi dovuti ai continui interventi di “razionalizzazione economica”, ovverosia al progressivo taglio delle risorse disponibili). Rilievo, questo, già svolto alcuni mesi prima dalla stessa Corte dei Conti che, in una deliberazione del 20 ottobre 2014, se da un parte registrava “ una significativa e costante riduzione del numero dei controlli”, dall’altra rilevava “ un incremento percentuale delle aziende inadempienti rispetto a quelle ispezionate e in assoluto della manodopera irregolarmente occupata”, in poche parole, la classica equazione meno ispezioni – più violazioni.

Tranciante è dunque il giudizio del redattore del “ Rapporto ”, che afferma come tali dati (ed in particolare quelli sul lavoro sommerso), siano sintomatici “ della completa assenza – in un’ampia percentuale di casi della sia pur minima attenzione ai diritti e alle tutele fondamentali dei lavoratori, nonché ai connessi profili della salute e della sicurezza”.

È davvero “la legge della giungla”, certificata nero su bianco in un documento di provenienza istituzionale: gli “spiriti animali del capitalismo” paiono “animaleschi”, più vicini all’ hobbesiano “ homo homini lupus” che alla “intrinseca razionalità” veicolata dal “pensiero unico” neoliberista. Il mercato, la cui “mano invisibile” dovrebbe correggere ogni asperità e disfunzione, nella concreta fotografia del mercato del lavoro delineata dal “Rapporto” ora esaminato è al contrario una mano ben visibile, ripresa nel tentativo di demolire l’alveo in cui sono incanalate le forze produttive.

Eppure, a fronte della concreta “esondazione” delle esigenze organizzative, tecniche e produttive aziendali, che hanno “allagato” l’intero contesto socio-economico e in cui sono letteralmente affondate le forze e le istanze del lavoro, si registra “ un rapporto tra Stato e società, o piuttosto tra governo e società, segnato da un forte riduzionismo, dove l’unico soggetto sociale ritenuto interlocutore legittimo è l’impresa”.

L’impresa e l’imprenditore dunque, unici interlocutori e soggetti ormai solitari in un modello di società quasi totalmente desertificata: la società ad una dimensione, che esaurisce il suo significato nel ristretto perimetro semantico delle società di capitali.

Logico corollario, naturalmente, è la libertà dell’impresa da qualsivoglia controllo di legalità, considerato un fastidioso laccio, un ostacolo al libero dispiegamento delle “spontanee” forze di mercato. Sotto tale angolo visuale possono dunque essere letti due recenti fenomeni, che al contempo acquistano una sinistra luce: la “ razionalizzazione e semplificazione dell’attività ispettiva” prevista dalla legge delega 183/2014 e oggetto di un prossimo decreto attuativo, e il progressivo ridimensionamento del ruolo della magistratura del lavoro.

Partiamo dal progetto di “Agenzia unica per le ispezioni del lavoro”, prevista dall’art. 1 comma 7 lett. l della legge delega e funzionale alla creazione di un’unica struttura in cui dovrebbero essere accorpate le funzioni ispettive oggi svolte separatamente – e con duplicazione di costi ed oneri – dal Ministero del Lavoro, dall’Inps e dall’Inail: potrebbe rappresentare una vera e propria rivoluzione, all’insegna dell’aumento di efficienza e del potenziamento della struttura di vigilanza, se non fosse che tale “rivoluzione” è prevista dalla legge “ senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica e con le risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili a legislazione vigente”. Nella realtà, invece, sembra concretarsi la traduzione in norma di legge della proprietà associativa: sostituendo due addendi con la loro somma, il risultato non cambia. O addirittura peggiora, se solo si pensa al denunciato – da più parti smantellamento delle funzioni ispettive, con una riduzione del 20% dell’organico negli ultimi quattro anni.

Ormai dichiarato, invece, è il ripetuto tentativo del legislatore, da alcuni anni a questa parte, di “mettere la museruola” alla magistratura del lavoro, tentativo dagli alterni esiti.

Si è cercato, infatti, di vincolare l’attività dei giudici già nel 2010, con l’approvazione nel corpo del cosiddetto “collegato lavoro” di una norma (l’art. 30 della L. 183/2010) con cui si tentava di “imbrigliare” l’attività interpretativa del giudicante, stabilendo che nel caso in cui la disposizione di legge contenesse “clausole generali” (ovverosia termini aperti ad una più ampia valutazione discrezionale del Giudice, quali ad esempio “buona fede”, “giusta causa”, giustificato motivo”) il controllo giudiziale dovesse limitarsi esclusivamente “ all’accertamento del presupposto di legittimità”, essendogli del tutto precluso ogni “ sindacato di merito sulle valutazioni tecniche, organizzative e produttive che competono al datore di lavoro o al committente”. Principio di per sé meramente propagandistico, essendo già stato recepito da tempo dalla giurisprudenza nel costante rispetto dell’art. 41 Cost. (secondo il cui disposto “ L’iniziativa economica privata è libera” ), a meno di non voler intendere la norma come un tentativo di sottrarre dal controllo di legittimità l’apprezzamento degli elementi di fatto (ovverosia la sussistenza in concreto delle dichiarate ragioni tecniche, organizzative e produttive alla base di determinati provvedimenti datoriali).

Tale norma, se è stata del tutto ininfluente nella prassi applicativa degli anni successivi, ciononostante rileva tutt’oggi come significativo indice di un precisa diffidenza del legislatore nei confronti dei giudici del lavoro. Diffidenza che si è definitivamente espressa, questa volta con impatto prevedibilmente devastante, con l’ultimo decreto attuativo inerente il cosiddetto “contratto a tutele crescenti”, dove il controllo di legittimità relativo a tutti i licenziamenti si riduce per il giudicante, nella maggior parte dei casi, alla mera dichiarazione dell’eventuale assenza della giusta causa o del giustificato motivo, all’accertamento della cessazione del rapporto di lavoro nonostante un provvedimento dichiarato illegittimo e all’automatica liquidazione, con meccanismo “da contabile”, della scarna indennità matematicamente determinata dalla legge in relazione all’anzianità di servizio del lavoratore. Basterà riprendere l’acuta analisi svolta da Giancarlo De Cataldo sulle colonne dell’Espresso, secondo cui “ Il Jobs Act… ridisegna la disciplina dei rapporti di lavoro di fatto ridimensionando il ruolo dei giudici. Giudici estromessi dal controllo sui licenziamenti disciplinari, possibili quando il datore di lavoro provi un fatto materiale ancorché incolpevole: sei arrivato in ritardo perché il tram ha avuto un incidente? Sei fuori. In cambio, qualche mensilità e l’alternativa di una causa lunga, con il giudice relegato a ruolo di comparsa”.

Al sindacato del Giudice, ormai, “ resta estranea ogni valutazione circa la sproporzione del licenziamento”: viene archiviato, con un tratto di penna, il millenario principio giuridico della proporzionalità.

Anche l’ordinamento si pone, dunque, al totale servizio dell’impresa la cui assoluta centralità e preminenza si esprime, secondo il vocabolario della contemporanea neolingua, nell’ormai incontrastata esigenza “ad operare in maniera tranquilla”

Domenico Tabasco da “Micromega”

ed ordinata”.

La Fornero ha fatto 30, Renzi fa 31

imagesIl 23 dicembre sono usciti i primi due decreti applicativi del Jobs act, sulle nuove norme in tema di licenziamento e sugli ammortizzatori sociali. Entro un mese, i decreti ripasseranno in Parlamento per un ulteriore parere, non vincolante. A quel punto, una volta pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale, diventeranno a tutti gli effetti legge. È poco probabile che dal testo del decreto possano esserci ulteriori modifiche, ma non è possibile escluderlo a priori. In questo numero del Notiziario, interamente dedicato agli effetti del Jobs act, tentiamo una prima analisi del testo degli attuali decreti.
Purtroppo il Jobs act non finisce qui. La legge delega prevede molti altri aspetti, tra cui video-sorveglianza e demansionamento, che pure a breve saranno convertiti in decreto.

Una avvertenza è obbligatoria. Sui licenziamenti, il Jobs act porta a compimento un processo già iniziato con la legge Fornero nel 2012, introducendo definitivamente il contratto a tutele crescenti. Si può dire che, se la Fornero fece trenta, il Jobs act ha fatto trentuno, rendendo il licenziamento ancora meno caro, più facile e “certo” (nel senso di ridurre ancora la discrezionalità dei giudici). La novità è l’estensione della cancellazione della reintegra anche nel caso dei licenziamenti collettivi e l’ulteriore aggravarsi delle differenziazioni interne al mondo del lavoro dipendente. Non più soltanto quella storica legata alla dimensione d’impresa (cioè tra chi lavora in imprese con più o meno di 15 dipendenti), ma anche quella determinata dalla data di assunzione. Le nuove norme in tema di licenziamento si applicheranno infatti ai nuovi assunti. Persino all’interno della stessa impresa, due licenziamenti avvenuti per identiche ragioni (addirittura nell’ambito di un licenziamento collettivo) saranno tutelati in modo diverso. I lavoratori già assunti al 23 dicembre 2014 avranno la tutela prevista dalla legge Fornero (per quanto debole essa sia); quelli assunti dopo il 23 dicembre quella prevista dal decreto. Secondo Umberto Romagnoli, questo rappresenta l’elemento potenzialmente incostituzionale e discriminatorio della riforma, quello che per ciò stesso viola il principio di uguaglianza stabilito dalla Costituzione.

Dobbiamo contrastare questo modello. Lo sciopero del 12 dicembre è stato proclamato in colpevole ritardo e non è stato in condizione di fermare l’approvazione del Jobs act. Ma ancora più colpevole oggi sarebbe fermarsi e rassegnarsi al nuovo regime di ricattabilità. Bisogna riprendere la mobilitazione subito e denunciare le intimidazioni. A cominciare da quanto già accaduto alla Piaggio, dove durante la pausa di Natale molti operai hanno ricevuto una lettera dall’esplicito carattere intimidatorio in cui vengono “avvertiti” del rischio che corrono se continuano a stare “troppo” in malattia. Non rassegnamoci, perchè questo modello non può e non deve passare!

a cura di Eliana Como e Giuliana Righi da Notiziario controinformazione sindacale

SCIOPERO GENERALE 12 DICEMBRE

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Contro il Governo Renzi, contro l’Europa dell’austerità

Lo sciopero generale promosso da Cgil e Uil per il 12 dicembre rappresenta un momento della presa di coscienza della complicità di Renzi con le politiche di austerità della Merkel, che stanno impoverendo il Paese e distruggendo Welfare, diritti e democrazia.

Con il Jobs Act si vuole precarizzare totalmente il lavoro e la vita stessa di quei giovani cui Renzi aveva promesso più diritti; con la cancellazione dell’articolo 18 e l’attacco allo statuto dei lavoratori si colpiscono i fondamenti del diritto del lavoro; con lo sblocca Italia si favorisce la speculazione ai danni del territorio e dell’ambiente; con la legge di stabilità continuano i tagli che colpiscono i servizi sociali e svuotano il ruolo degli enti locali; con le privatizzazioni si riduce il ruolo pubblico, prosegue l’indebolimento del sistema produttivo, favorendo lo shopping delle multinazionali, si trasformano i beni comuni in merci.

Mentre vengono così messe in crisi le basi sociali e culturali della democrazia, la si attacca direttamente, demolendo il sistema parlamentare e della rappresentanza sancito dalla Costituzione.

Renzi opera per gli interessi della grande finanza, delle banche, della Germania della Merkel contro la dignità del lavoro, la democrazia, il welfare e la scuola pubblica, i beni comuni, i diritti.

Bisogna fermarlo per cambiare!

Il Prc della regione Lombardia parteciperà e invita tutti i suoi iscritti a partecipare ai cortei organizzati in Lombardia. Per il corteo di Milano L’appuntamento è in corso Venezia angolo via Palestro alle ore 9

Segreteria regionale del Prc della Lombardia

«Con il nuovo 18 i tre di Melfi non sarebbero reintegrati»

Legale della Cgil: «Con il nuovo 18 i tre di Melfi non sarebbero reintegrati»renzi-arrivo-io
Licenziamenti disciplinari, parla l’avvocato Alberto Piccinini, legale della Cgil: il Pd sbaglia esempio, con il nuovo statuto i tre operai Fiom non sarebbero tornati al lavoroSosten­gono alcuni depu­tati, spe­cie Nella mino­ranza del Pd che ieri ha votato sì al jobs act, che «con lo sta­tuto dei lavo­ra­tori rifor­mato i tre ope­rai di Melfi sareb­bero ancora rein­te­grati al loro posto». Il rife­ri­mento è a una famosa vicenda del 2010: tre ope­rai della Fiom — Anto­nio Lamorte, Marco Pigna­telli e Gio­vanni Baroz­zino, oggi sena­tore di Sel — furono licen­ziati dalla Fiat di Mar­chionne con l’accusa aver bloc­cato, durante uno scio­pero interno, un car­rello per il tra­sfe­ri­mento di mate­riali diretto verso chi non scio­pe­rava. Una dura bat­ta­glia legale dimo­strò che l’accusa era falsa. Nel set­tem­bre 2013 i tre furono rein­te­grati defi­ni­ti­va­mente, dopo una rein­te­gra vir­tuale in cui l’azienda non con­sen­tiva loro di ripren­dere le posta­zioni sulla linea di pro­du­zione.
Dun­que con il nuovo jobs act è vero che i tre tor­ne­reb­bero ancora in azienda? E cioè è vero che la mino­ranza Pd ha otte­nuto, su que­sto punto, un con­creto avan­za­mento del testo? Lo abbiamo chie­sto all’avvocato Alberto Pic­ci­nini, giu­sla­vo­ri­sta del Foro di Bolo­gna, legale di fidu­cia di Fiom e Cgil. Non­ché, all’epoca, difen­sore dei tre.

Avvo­cato, con il nuovo testo dello sta­tuto lavo­ra­tori un caso simile a quello dei tre di Melfifini­rebbe ancora con una reintegra?

Non vedo sulla base di cosa lo si possa sostenere. La gene­ri­cità della for­mula non con­sente ancora di capire come verrà modi­fi­cato l’art.18. Poi il rife­ri­mento è poco per­ti­nente: la rein­te­gra dei tre di Melfi in prima bat­tuta è arri­vata in base all’art.28 dello sta­tuto, quello sul com­por­ta­mento anti­sin­da­cale del datore. I licen­zia­menti sono stati in occa­sione di uno scio­pero e hanno riguar­dato (solo) due dele­gati e un iscritto Fiom su oltre cin­quanta per­sone pre­senti sul posto. Poi, ma solo in seconda bat­tuta, abbiamo chie­sto e otte­nuto la rein­te­gra anche sulla base dell’art.18. Ma mi viene da dire che se fosse già stato in vigore l’art.18 rifor­mato dalla legge For­nero i tre avreb­bero corso il rischio di otte­nere solo un risar­ci­mento eco­no­mico. Figu­ria­moci con le ulte­riori restri­zioni che si vor­reb­bero intro­durre col jobs act.

Quindi i tre potreb­bero comun­que ancora essere rein­te­grati in base all’art.28 dello statuto?

L’art.28 è una norma gene­rale, parla di com­por­ta­menti che limi­tano l’attività sin­da­cale o il diritto di scio­pero, e come tutte le norme gene­rali, com­prese quelle che defi­ni­scono la giu­sta causa e il giu­sti­fi­cato motivo, con­sen­tono al giu­dice un esame del caso con­creto: quello che il governo vor­rebbe limi­tare, quan­to­meno rispetto ai licen­zia­menti per motivi cosid­detti “eco­no­mici”. La rispo­sta è comun­que affer­ma­tiva . Quanto alla nostra seconda causa, quella ai sensi del vec­chio art.18, come ho detto, nes­suno è in grado di dire cosa acca­drebbe oggi con un testo che ancora non cono­sciamo, con­si­de­rando che già con il testo della For­nero ci sono inter­pre­ta­zioni contrastanti.

Dal momento in cui il jobs act sarà legge nei luo­ghi di lavoro alcuni avranno diritto alle resi­due tutele della legge For­nero, altri no.

Sarà una gran con­fu­sione. La legge delega pre­vede che il nuovo art.18 si appli­chi solo nei con­tratti a tutele cre­scenti. Quindi negli stessi luo­ghi di lavoro noi avremo nuovi assunti con tutele infe­riori a quelli al loro fianco che magari svol­gono le stesse man­sioni. E que­sto per sem­pre: per­ché le tutele cre­scenti non arri­ve­ranno mai a un’equiparazione con i vec­chi assunti. Per un periodo di 10–15 anni nei luo­ghi di lavoro ci sarà un dop­pio regime che discri­mi­nerà le per­sone che lavo­rano fianco a fianco, e non sotto il pro­filo eco­no­mico, cosa che in qual­che azienda può già acca­dere, ma sotto quello nor­ma­tivo. Una grave ingiu­sti­zia, e forse anche con con­se­guenze sul pro­filo di costituzionalità.

26/11/2014 08:00 | LAVOROITALIA | Fonte: Il Manifesto | Autore: Daniela Preziosi (da controlacrisi.org)

GIORGIO CREMASCHI – Costruiamo una coalizione antagonista contro renzismo e lepenismo

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Il 14 novembre in piazza Duomo a Milano mentre parlava Susanna Camusso è giunto uno spezzone dei cortei dei sindacati di base e dei centri sociali. Sul sagrato transennato ci sono stati momenti di tensione con i cordoni della polizia e alla fine un giovane è stato fermato. I metalmeccanici più vicini hanno cominciato a inveire contro la polizia e a spingere sulle transenne. È intervenuto il servizio d’ordine della FIOM che ha convinto la polizia a rilasciare il giovane fermato.

A Livorno, il giorno dopo, migliaia di persone hanno sfilato in corteo in difesa della fabbrica Trw, che la proprietà multinazionale vuole chiudere, rispondendo ad un appello di centri sociali e rappresentanze di fabbrica. Son fatti che più di tante analisi fanno capire cosa si stia rimettendo in moto. Solo poche settimane fa a Torino era andata molto diversamente, con i metalmeccanici da un lato della piazza, studenti e centri sociali caricati dalla polizia dall’altro.

Pur in mezzo a mille difficoltà e contraddizioni, sta crescendo velocemente il comune sentire di un blocco sociale di opposizione e resistenza a Renzi, all’austerità targata UE, al sistema di potere e consenso che si sta organizzando attorno al presidente del consiglio. Lo sciopero sociale non è stato solo lo sciopero della Fiom, come inizialmente veniva presentato dai mass media, ma la mobilitazione del sindacato dei metalmeccanici ha valorizzato le tante piazze di giovani precari e studenti e lo sciopero dei sindacati di base, che ha avuto partecipazioni insperate in particolare nei trasporti e nella sanità. Non siamo nel 2002, non c’è solo la Cgil che si mobilita e aggrega tutta l’opposizione a Berlusconi. D’altra parte è la prima volta che tutta la Cgil scende in lotta contro un governo guidato dal partito di riferimento.

Per questo si sta profilando una situazione inedita. Le reazioni da comparse del Bagaglino dei renziani alla proclamazione da parte della Cgil dello sciopero per il 5 dicembre, sono un segno della portata dello scontro che si sta innestando. È sempre più chiaro anche in questo paese scarsamente abituato alle rotture di fondo, che si sta aprendo un conflitto che alla fine non si chiuderà in pareggio. O Renzi rottama il conflitto sociale, o ne verrà rottamato. E una sconfitta di Renzi sarebbe doppiamente positiva, perché in Italia come in tutto il continente aprirebbe la crisi dell’austerità imposta per prima alla Grecia. E perché sarebbe anche la crisi di tutto quel sistema politico fondato sull’intesa Renzi Berlusconi, sotto la supervisione di Giorgio Napolitano.

Lo sciopero generale proclamato dalla CGIL può rappresentare un ulteriore passaggio nella costruzione di un blocco sociale alternativo a quello liberista renziano. Questo nonostante manchi nel gruppo dirigente della Cgil la consapevolezza della dimensione nuova dello scontro. Da un lato si contestano sempre più duramente le scelte del governo, dall’altro ci si augura un compromesso, un ritorno alla concertazione, magari promosso da una crisi che provochi la caduta di Renzi ed un ritorno al governo di un qualche Letta un poco più vitale. Tutto questo è impossibile.

Fare una impresa nuova con le vecchie politiche che hanno portato alla sconfitta non si può, ma questa è proprio la contraddizione di una Cgil che mentre dice di no alla politica del lavoro del governo, continua a sostenere l’accordo del 10 gennaio con la Confindustria, che di quella politica è la veste istituzionale nei luoghi di lavoro. E più in generale questo è il blocco di un mondo delle sinistre radicali che da un lato non riesce, come dovrebbe, a rompere fino in fondo con il sistema Pd, dall’altro non pensa ancora davvero ad unire le forze.

Ma la novità del 14 novembre é che quelle contraddizioni possono essere percorse e volte in positivo. Quelle contraddizioni diventano anche uno spazio, nel quale una coalizione sociale e politica antagonista intelligente e matura potrebbe sviluppare la lotta per l’egemonia nella opposizione a Renzi. Egemonia tanto più necessaria nel momento in cui nella crisi sociale delle periferie per la prima volta si vede emergere una vera spinta di estrema destra.

Solo un fronte sociale antagonista e indipendente dai vecchi schemi politici, come quello che ha promosso lo sciopero sociale, può lottare con efficacia sui due fronti, contro il renzismo e contro il lepenismo. Costruirlo, rafforzarlo ed organizzarlo è un compito urgente.

Giorgio Cremaschi

(17 novembre 2014)

(Da MicroMega)

La tagliola del jobs act

renzi

Non c’è spa­zio per media­zioni sul jobs act. «Dal primo gen­naio deve entrare in vigore, è la dead line», dice Renzi ai par­la­men­tari del suo par­tito. Un avver­ti­mento a chi è con­tra­rio: non c’è tempo per navette con il senato, il testo è quello anche per­ché biso­gnerà con­si­de­rare il tempo neces­sa­rio per far vistare alle com­mis­sioni i decreti dele­gati pre­pa­rati dal governo.

Ieri sera il pre­si­dente del Con­si­glio è com­parso in tele­vi­sione da Bal­larò. In onda con un’intervista regi­strata men­tre fisi­ca­mente era già alla riu­nione dei gruppi par­la­men­tari alla camera (esor­dio con una pro­messa: «Gio­vedì chiu­diamo con l’elezione dei giu­dici costi­tu­zio­nali, ma ora un applauso a Vio­lante»). In onda a tutti i costi, pas­sando sopra lo scio­pero degli ope­ra­tori di ripresa un po’ come l’altro giorno era sfi­lato in una fab­brica di Bre­scia dalla quale erano stati allon­ta­nati gli ope­rai. Per man­dare in onda (quasi) rego­lar­mente il talk show di prima serata su Rai3, infatti, viale Maz­zini ha dovuto fare i salti mor­tali. Coman­dando alle tele­ca­mere tre fun­zio­nari dell’azienda e per­sino un diri­gente, il vice­di­ret­tore di Rai2 Mas­simo Lava­tore — effet­ti­va­mente vice­di­ret­tore per la «pia­ni­fi­ca­zione eco­no­mica e mezzi» che ha in car­riera tra­scorsi da ope­ra­tore, e dun­que sa dove met­tere le mani. La denun­cia è del sin­da­cato auto­nomo delle tele­co­mu­ni­ca­zioni Sna­ter, che ha deciso l’astensione per pro­te­sta con­tro la pra­tica di «uti­liz­zare per coprire gli eventi uno, al mas­simo due dipen­denti, per lo più tec­nici invece di una squa­dra di ope­ra­tori». Davide Di Pie­tro della segre­ta­ria nazio­nale Sna­ter, e ope­ra­tore di Bal­larò, a fine gior­nata spiega che lo scio­pero degli ope­ra­tori di Roma è riu­scito per­fet­ta­mente, costrin­gendo la Rai a far sal­tare tutte le tra­smis­sioni in diretta (Agorà, La prova del cuoco) e a ripren­dere i Tg con solo le tele­ca­mere fisse. Porta a porta e Uno mat­tina hanno man­dato vec­chie pun­tate in replica. Ma Bal­larò, già in dif­fi­coltà con gli ascolti, non poteva rinun­ciare alla pun­tata di ieri. E per non far sal­tare Renzi negli studi di Rai3 ecco arri­vare un diri­gente in fun­zioni da ope­ra­tore, in pre­stito dall’altro canale.
Pro­ba­bil­mente a causa dei troppi pal­co­sce­nici, si evi­den­zia qual­che pro­blema di coor­di­na­mento tra le dichia­ra­zioni, visto che men­tre Renzi annun­ciava ai par­la­men­tari Pd che «la legge di sta­bi­lità è rivo­lu­zio­na­ria per­ché riduce la pres­sione fiscale», il mini­stro dell’economia Padoan spie­gava in audi­zione not­turna alla camera che la pres­sione fiscale con la mano­vra salirà dello 0,3% entro il 2017».

Intanto il pre­si­dente del Con­si­glio ha deciso di can­cel­lare la visita a Napoli, che lui stesso aveva annun­ciato per sabato pros­simo. Le ragioni sono facil­mente com­pren­si­bili, visto che in città i movi­menti gli sta­vano pre­pa­rando da tempo una pes­sima acco­glienza, con cor­teo da Fuo­ri­grotta a Bagnoli. La gior­nata si annun­ciava assai più tesa di quella già non tran­quilla appena tra­scorsa a Bre­scia. Oltre alle con­te­sta­zioni di piazza, il pre­si­dente del Con­si­glio avrebbe tro­vato l’ostilità dichia­rata della giunta de Magi­stris, rima­sta scot­tata da una fidu­cia ini­ziale ripa­gata con il com­mis­sa­ria­mento dell’amministrazione comu­nale per le opere di risa­na­mento di Bagnoli. La rinun­cia è un evi­dente fuga, così men­tre cen­tri sociali e movi­menti di lotta napo­le­tani con­fer­mano la pro­te­sta del 7 novem­bre, l’ufficio stampa di palazzo Chigi prova a spie­gare che «Renzi non è pre­oc­cu­pato da even­tuali con­te­sta­zioni» e «visi­terà alcuni comuni del sud entro la fine del mese».

Ieri ha par­lato anche Gior­gio Napo­li­tano, e alcune sue parole pro­nun­ciate in occa­sione delle cele­bra­zioni per la festa delle Forze Armate sono ser­vite a con­fer­mare e rilan­ciare l’allarmismo esi­bito a Bre­scia da Renzi. Se il pre­si­dente del Con­si­glio aveva detto che c’è «un dise­gno per divi­dere», il pre­si­dente della Repub­blica è pas­sato rapi­da­mente dall’allarme per gli atten­tati dell’Isis ai rischi interni. «Vi è il rischio — ha detto Napo­li­tano — che sotto la spinta esterna dell’estremismo e quella interna dell’antagonismo, e sull’onda di con­trap­po­si­zioni ideo­lo­gi­che pure così datate e inso­ste­ni­bili, pren­dano corpo nelle nostre società rot­ture e vio­lenze di inten­sità forse mai vista prima».

05/11/2014 09:29 | POLITICAITALIA | Fonte: Il Manifesto | Autore: Andrea Fabozzi (da controlacrisi.org)

Presto robot al posto di operai

robotPresto robot al posto di operai. La soluzione? Investire su welfare e conoscenza per una nuova e buona occupazione.

Il direttore delle risorse umane di Volkswagen, Horst Neumann, sul quotidiano “Suddeutsche Zeitung” ha sostenuto senza mezzi termini che il turn-over nel campo dell’automazione industriale è di fatto finito. Perché? Semplicemente perché al posto di coloro che stanno andando in pensione “prenderemo i robot”, ha affermato. Non deve certo meravigliare un’ipotesi del genere, che si regge su due elementi oggettivi pesanti: il contenimento delle spese e l’evoluzione della tecnologia: “Non potremo rimpiazzare tutti i lavoratori con altri assunti perché il costo del lavoro in Germania è superiore ai 40 euro all’ora, nell’Europa dell’est è a undici, in Cina siamo persino sotto i 10”, ha scritto Neumann. Inoltre, i robot di nuova generazione possono effettuare attività ripetitive con una velocità e una precisione ben superiori rispetto agli esseri umani.

Non è certo una scoperta della casa automobilistica tedesca. La Foxconn, azienda taiwanese che assembla dispositivi elettronici per la maggior parte dei big dell’hi-tech e tristemente nota per i suicidi dei propri operai, introdurrà nei prossimi anni migliaia di robot per sostituire gli umani. Questi robot sarebbero già in fase finale di test e presto potrebbere essere utilizzati nei vari stabilimenti dell’azienda.

A fronte di questa “rivoluzione-involuzione” industriale, che non può che produrre un aumento esponenziale di disoccupazione di umani nel campo del lavoro di fabbrica, serve una riflessione su quale occupazione va sostenuta in futuro, abbandonando questo legame morboso nei confronti di una fotografia di organizzazione del lavoro che pare essere sempre più sbiadita e poco legata alla realtà dei giorni nostri.

Oggi e domani bisogna investire e creare nuova occupazione nell’ambito del welfare e della conoscenza, potenziando processi di redistribuzione del benessere, di crescita del sapere e della cultura. Gli operai del futuro saranno operai sociali, operai della scuola, operai della ricerca, operai del benessere. Fantascienza? Sì, ma dobbiamo essere consapevoli del fatto che siamo giunti proprio nell’epoca della fantascienza!

11/10/2014 00:03 | LAVOROINTERNAZIONALE | Fonte: controlacrisi.org

AUTUNNO

vauro

Un autunno che non può essere rituale, come dimostra la lotta dei facchini.
Ieri mattina altri due facchini sono stati arrestati a Milano dopo che il loro presidio era stato attaccato dai crumiri e dalla Polizia. Renzi direbbe che questa lotta è ideologica, i grillini o altri ancora direbbero che questa lotta è violenta e non democratica dato che non si permette – attraverso il picchetto – ad altri lavoratori (i crumiri) di entrare al lavoro. In questi ultimi mesi, i facchini della logistica appoggiati da un piccolo ma combattivo sindacato come il Si Cobas hanno dato una enorme lezione di come si lotta in un paese disciplinato alla concertazione ed al “calma regaz”.
La lotta dei facchini assieme a quelle in difesa del diritto all’abitare sono state sicuramente le più interessanti e vivaci degli ultimi tempi, ed hanno visto il protagonismo di un sindacato sociale, metropolitano, che seppur dentro moltissime contraddizioni è riuscito a resistere alle ondate repressive che hanno colpito gli esponenti di spicco di queste lotte. Non è poca cosa, in un periodo di crisi. Non è un caso che la composizione sociale di questi lavoratori segni un elemento di novità da indagare, molti di loro infatti sono diventati sul campo delegati sindacali, ed hanno dimostrato una disponibilità al conflitto che non si vedeva da decenni. Forse perchè hanno tutto da guadagnare, o forse perchè hanno conosciuto altri sindacati. Fatto sta, che in alcuni casi queste lotte hanno vinto, ed in altri ancora pur avendo perso sono riuscite a dimostrare una cosa, che lottare vuol dire costruire coscienza ed organizzazione, che lottare vuol dire costruire soggettività sociale. Ora, ha davvero poco senso chiedere alla Camusso di riflettere su queste lotte, e di dialogare con i sindacati di base e movimenti conflittuali.
Si può invece chiedere alla Fiom di rifletterci. Si può chiederle di non giocarsi la carta d’autunno con la solita ritualità, come ha fatto in altre occasioni nel passato. Si può chiederle di guardare con estremo interesse allo sciopero del 16 ottobre indetto dai facchini del Si Cobas e di guardare con interesse crescente a quello che stanno facendo i sindacati di base in questi mesi. Una riflessione senza telecamere e senza proclami, e senza spirito di polemica ma per provare a capire collettivamente su cosa sarà il sindacato che verrà. Questo autunno non potrà essere l’autunno scorso e il tempo delle sole parole per provare a cavarsela è finito per tutti, anche per la Fiom. Occorre farsi domande serie sul perché poche centinaia di facchini, determinati hanno bloccato e fatto male ai padroni come si faceva un tempo. Prova a riflettere, cara Fiom, su cosa sarebbe uno sciopero sociale generalizzato, dentro il quale tutti possono collocare in autonomia la propria azione contro questo Governo e la controriforma del lavoro. Prova a riflettere se insomma gli operai oltre che fare le solite manifestazioni romane escono dalle fabbriche e si mettono in mezzo alle strade bloccando il paese, come si faceva un tempo, costi quel che costi.
Ieri mattina altri due facchini sono stati arrestati a Milano dopo che il loro presidio era stato attaccato dai crumiri e dalla Polizia. Renzi direbbe che questa lotta è ideologica, i grillini o altri ancora direbbero che questa lotta è violenta e non democratica dato che non si permette – attraverso il picchetto – ad altri lavoratori (i crumiri) di entrare al lavoro. In questi ultimi mesi, i facchini della logistica appoggiati da un piccolo ma combattivo sindacato come il Si Cobas hanno dato una enorme lezione di come si lotta in un paese disciplinato alla concertazione ed al “calma regaz”.
La lotta dei facchini assieme a quelle in difesa del diritto all’abitare sono state sicuramente le più interessanti e vivaci degli ultimi tempi, ed hanno visto il protagonismo di un sindacato sociale, metropolitano, che seppur dentro moltissime contraddizioni è riuscito a resistere alle ondate repressive che hanno colpito gli esponenti di spicco di queste lotte. Non è poca cosa, in un periodo di crisi. Non è un caso che la composizione sociale di questi lavoratori segni un elemento di novità da indagare, molti di loro infatti sono diventati sul campo delegati sindacali, ed hanno dimostrato una disponibilità al conflitto che non si vedeva da decenni. Forse perchè hanno tutto da guadagnare, o forse perchè hanno conosciuto altri sindacati. Fatto sta, che in alcuni casi queste lotte hanno vinto, ed in altri ancora pur avendo perso sono riuscite a dimostrare una cosa, che lottare vuol dire costruire coscienza ed organizzazione, che lottare vuol dire costruire soggettività sociale. Ora, ha davvero poco senso chiedere alla Camusso di riflettere su queste lotte, e di dialogare con i sindacati di base e movimenti conflittuali.
Si può invece chiedere alla Fiom di rifletterci. Si può chiederle di non giocarsi la carta d’autunno con la solita ritualità, come ha fatto in altre occasioni nel passato. Si può chiederle di guardare con estremo interesse allo sciopero del 16 ottobre indetto dai facchini del Si Cobas e di guardare con interesse crescente a quello che stanno facendo i sindacati di base in questi mesi. Una riflessione senza telecamere e senza proclami, e senza spirito di polemica ma per provare a capire collettivamente su cosa sarà il sindacato che verrà. Questo autunno non potrà essere l’autunno scorso e il tempo delle sole parole per provare a cavarsela è finito per tutti, anche per la Fiom. Occorre farsi domande serie sul perché poche centinaia di facchini, determinati hanno bloccato e fatto male ai padroni come si faceva un tempo. Prova a riflettere, cara Fiom, su cosa sarebbe uno sciopero sociale generalizzato, dentro il quale tutti possono collocare in autonomia la propria azione contro questo Governo e la controriforma del lavoro. Prova a riflettere se insomma gli operai oltre che fare le solite manifestazioni romane escono dalle fabbriche e si mettono in mezzo alle strade bloccando il paese, come si faceva un tempo, costi quel che costi.
24/09/2014 14:10 | LAVOROITALIA | Autore: fabrizio salvatori (DA CONTROLACRISI.ORG)

Rifondazione c’è!

Luca Mercalli: PREPARIAMOCI

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