Archive for the 'Lavoro' Category

Bene, pensiamo, benissimo!

SegreteriaMilano

Oggi  il Presidente Fontana sbotta sulle pagine del Corriere della Sera : “Insomma Basta! Lo dico con le buone, ma se non sarà sufficiente bisognerà intervenire ancora.

Bene, pensiamo, benissimo!

🏭Finalmente obbligherà a chiudere tutte le fabbriche con produzioni non sanitarie o di beni di prima necessità della Regione.


Finalmente si è accorto che non è una buona idea che ogni giorno centinaia di migliaia di persone si rechino ancora a lavorare, spesso senza  i dispositivi di sicurezza necessari per tutelare la propria salute e quella delle proprie famiglie.

🚉Forse ha visto i treni di pendolari, i vagoni delle metro, gli autobus, i tram dove, avendo tagliato le corse, è impossibile mantenere la distanza di sicurezza.

🏥Oppure intende imporsi per far fare i tamponi al personale sanitario che ne ha bisogno.

E invece no.

Si riferiva a chi fa attività motoria in solitudine e chi porta il cane a fare pipì.

Niente di nuovo sotto il sole quindi, sempre la solita becera strategia. Anche in un momento coì drammatico: il nemico è il tuo vicino di casa che fa il giro del palazzo da solo per sgranchirsi le gambe, è il runner che vaga per il parco, è l’anziano che va in farmacia.🤦‍♀️

⚠️Non il padrone che ti costringe a lavorare e che non è nemmeno in grado di mettere in sicurezza la sua fabbrica ( spesso obsoleta e con sistemi di sicurezza in adeguati anche per tempi “ normali”).

⚠️Non 20 anni di privatizzazioni e tagli che hanno messo in ginocchio il Sistema Sanitario Nazionale.

⚠️Non il fatto di aver rinunciato a produrre in Italia ciò che ora elemosiniamo dal resto del mondo.

Ma le persone non sono stupide, caro Fontana, e il re è ormai nudo.

#coronavirus
#Fontana

La Sgreteria del Partito della Rifondazione Comunista – Federazione di Milano

Acerbo-Ferrero (PRC-SE): i sindacati dichiarino lo sciopero generale. Contro il contagio, si fermino tutte le attività non indispensabili

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Il segretario nazionale di Rifondazione Comunista Maurizio Acerbo e il vicepresidente del Partito della Sinistra Europea Paolo Ferrero dichiarano:

“E’ molto grave che il governo subendo le pressioni del padronato non abbia deciso di sospendere le attività lavorative in tutti i settori non indispensabili. La salute si ferma davanti ai cancelli di fabbriche e aziende.

E’ una scelta sbagliata e incoerente che trasforma milioni di lavoratrici e lavoratori in involontari veicoli del contagio ponendo i profitti delle imprese al di sopra del diritto alla salute.

Tutti sanno che nella maggior parte dei luoghi di lavoro in questi giorni non sono state garantite le precauzioni che sarebbero indispensabili e che non vi è stata alcuna iniziativa significativa di governo e regioni per attivare la medicina del lavoro e i controlli in maniera sistematica.

Rifondazione Comunista esprime il massimo sostegno agli scioperi che le RSU stanno promuovendo in tutta Italia per richiedere il fermo, dalla Electrolux di Susegana (TV) a Fincantieri di Muggiano. Invitiamo le RSU in tutto il paese a seguire l’esempio.

Se non ci pensa il governo i lavoratori si difendano da soli come hanno fatto tante volte nella lunga storia del movimento operaio italiano.

Rifondazione Comunista-Sinistra Europea invita i sindacati a indire lo sciopero generale in tutti i settori non strettamente indispensabili alla vita dei cittadini e alla lotta contro il coronavirus!

Il governo garantisca cassa integrazione a tutte le lavoratrici e i lavoratori e un reddito di quarantena alle partite IVA.

Che il governo non chiuda le fabbriche e gli uffici è una follia omicida che aiuterà il virus di diffondersi.

L’inciucio tra governo e Lega Nord è basato sul cedimento alle folli posizioni degli industriali che guardano ai loro profitti e non alla salute di chi lavora e alla lotta contro il contagio.

Lavoratrici e lavoratori scioperando contro il contagio difendono l’interesse generale del paese e un diritto sancito dalla Costituzione.

Prima la salute, poi i profitti!”

La ricchezza globale resta fortemente concentrata al vertice della piramide

OIP

La ricchezza globale, in crescita tra giugno 2018 e giugno 2019, resta fortemente concentrata al vertice della piramide distributiva: l’1% più ricco, sotto il profilo patrimoniale, deteneva a metà 2019 più del doppio della ricchezza netta posseduta da 6,9 miliardi di persone.

Nel mondo 2.153 miliardari detenevano più ricchezza di 4,6 miliardi di persone, circa il 60% della popolazione globale.

Il patrimonio delle 22 persone più facoltose era superiore alla ricchezza di tutte le donne africane.

Se le distanze tra i livelli medi di ricchezza dei Paesi si assottigliano, la disuguaglianza di ricchezza cresce in molti Paesi.

In Italia, il 10% più ricco possedeva oltre 6 volte la ricchezza del 50% più povero dei nostri connazionali. Una quota cresciuta in 20 anni del 7,6% a fronte di una riduzione del 36,6% di quella della metà più povera degli italiani. L’anno scorso inoltre, la quota di ricchezza in possesso dell’1% più ricco degli italiani superava quanto detenuto dal 70% più povero, sotto il profilo patrimoniale.

In un mondo in cui il 46% di persone vive con meno di 5.50$ al giorno, restano forti le disparità nella distribuzione dei redditi, soprattutto per chi svolge un lavoro.

Con un reddito medio da lavoro pari a 22$ al mese nel 2017, un lavoratore collocato nel 10% con retribuzioni più basse, avrebbe dovuto lavorare quasi tre secoli e mezzo per raggiungere la retribuzione annuale media di un lavoratore del top-10% globale. In Italia, la quota del reddito da lavoro del 10% dei lavoratori con retribuzioni più elevate (pari a quasi il 30% del reddito da lavoro totale) superava complessivamente quella della metà dei lavoratori italiani con retribuzioni più basse (25,82%).

Nel report pubblichiamo oggi, alla vigilia del meeting annuale del World Economic Forum di Davos, evidenziamo un fenomeno, elevate e crescenti disuguaglianze, che mettonoa repentaglio i progressi nella lotta alla povertà, minano la coesione e la mobilità sociale, alimentano un profondo senso di ingiustizia e insicurezza, generano rancore e aumentano in molti contesti nazionali l’appeal di proposte politiche populiste o estremiste.

Il rapporto è la storia di due estremi. Dei pochi che vedono le proprie fortune e il potere economico consolidarsi, e dei milioni di persone che non vedono adeguatamente ricompensati i propri sforzi e non beneficiano della crescita che da tempo è tutto fuorché inclusiva.

Abbiamo voluto rimettere al centro la dignità del lavoro, poco tutelato e scarsamente retribuito, frammentato o persino non riconosciuto né contabilizzato, come quello di cura, per ridarle il giusto valore.

Dopo il rapporto Ricompensare il lavoro, non la ricchezza del 2018, dedicato al lavoro sottopagato e a moderne e invisibili forme di sfruttamento nelle catene di valore globale, Time to Care – Aver cura di noipresta attenzione al lavoro domestico sottopagato e a quello di cura non retribuito che grava, globalmente,soprattutto sulle spalle delle donne. Uno sforzo enorme per garantire un diritto essenziale il cui valore è tuttavia scarsamente riconosciuto.

Basti pensare che:

  • le donne a livello globale impiegano 12,5 miliardi di ore in lavoro di cura non retribuito ogni giorno, un contributo all’economia globale che vale almeno 10,8 trilioni di dollari all’anno, tre volte il valore del mercato globale di beni e servizi tecnologici;
  • nel mondo il 42% delle donne di fatto non può lavorare perché deve farsi carico della cura di familiari come anziani, bambini, disabili. Solo il 6% degli uomini si trova nella medesima situazione;
  • in Italia, al 2018, l’11,1% delle donne, per prendersi cura dei figli, non ha mai avuto un impiego. Un dato fortemente superiore alla media europea del 3,7%, mentre quasi 1 madre su 2 tra i 18 e i 64 anni (il 38,3%) con figli under 15 è stata costretta a modificare aspetti professionali per conciliare lavoro e famiglia. Una quota superiore di oltre 3 volte a quella degli uomini;
  • le donne svolgono nel mondo più di tre quarti di tutto il lavoro di cura, trovandosi spesso nella condizione di dover optare per soluzioni professionali part-time o a rinunciare definitivamente al proprio impiego nell’impossibilità di conciliare i tempi di vita e di lavoro. Pur costituendo i due terzi della forza lavoro retribuita nel settore di cura – come collaboratrici domestiche, baby-sitter, assistenti per gli anziani – le donne sono spesso sotto pagate, prive di sussidi, con orari di lavoro irregolari e carichi psico-fisici debilitanti.

Solo politiche veramente mirate a combattere le disuguaglianze potranno correggere il divario enorme che c’è tra ricchi e poveri. Tuttavia, solo pochissimi governi sembrano avere l’intenzione di affrontare il tema.

È ora di ripensare anche il modo in cui il nostro modello economico considera il lavoro di cura. La domanda di questo tipo di lavoratori, non retribuiti o sottopagati, è destinata a crescere nel prossimo decennio dato che la popolazione globale è in aumento con percentuali di invecchiamento sempre più alte.

Si stima che entro il 2030, avranno bisogno di assistenza 2,3 miliardi di persone, un incremento di 200 milioni di persone dal 2015. È urgente che i governi reperiscano, tramite politiche fiscali e di spesa pubblica più orientate alla lotta alle disuguaglianze, le risorse necessarie per liberare le donne dal lavoro di cura – servizi pubblici, infrastrutture – e affrontare seriamente le piaghe di disuguaglianza e povertà.

L’ITALIA NON È UN PAESE PER GIOVANI

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Distribuzione della ricchezza nazionale netta (metà 2019) – Fonte: Credit Suisse

In Italia i ricchi sono soprattutto figli dei ricchi e i poveri figli dei poveri: condizioni socio-economiche che si tramandano di generazione in generazione.

L’edificio sociale ha un pavimento e soffitto “appiccicosi”: 1/3 dei figli di genitori più poveri, sotto il profilo patrimoniale, è destinato a rimanere fermo al piano più basso (quello in cui si colloca il 20% più povero della popolazione), mentre il 58% di quelli i cui genitori appartengono al 40% più ricco, manterrebbe una posizione apicale.

 

I giovani italiani che ambiscono a un lavoro di qualità devono fare oggi i conti con un mercato profondamente disuguale, caratterizzato, a fronte della ripresa dei livelli occupazionali dopo la crisi del 2008, dall’aumento della precarietà lavorativa e dalla vulnerabilità dei lavori più stabili.

Oltre il 30% degli occupati giovani guadagna oggi meno di 800 euro lordi al mese. Il 13% degli under 29 italiani versa in condizione di povertà lavorativa.

Un quadro d’insieme contraddistinto da carenze nell’orientamento, debolezze sistemiche nella transizione dalla scuola al mondo del lavoro, da un arretramento pluridecennale dei livelli retributivi medi per gli occupati più giovani, dalla sotto-occupazione giovanile, da un marcato scollamento tra la domanda e l’offerta di lavoro qualificato che costringe da anni tanti giovani laureati ad abbandonare il nostro Paese inassenza di posizioni lavorative qualificate e di prospettive di progressione di carriera.

Tanti giovani italiani non studiano né lavorano, tanti lavorano per una paga risibile, meditando di partire in cerca di un futuro migliore.

Servono interventi efficaci, per fare in modo che le giovani generazioni non siano lasciate indietro e al contrario siano, come è giusto, una risorsa per il nostro Paese. I giovani italiani reclamano un futuro più equo e aspirano a un profondo cambiamento della società, non più lacerata da disparità economico-sociali, ma più equa, dinamica e mobile: abbiamo la responsabilità di ascoltare le loro richieste.

Fonte

Un colpo al cerchio ed uno alla botte e poi uno bello grosso all’enorme ipocrisia di questo assurdo paese

WARNING !! WARNING !!

Prima di tutto un avviso generale, a chiunque si stia cimentando a leggere questo post. Si tratta di un post estremamente antipatico ed antipatizzante, nella maniera più letterale del termine. Si tratta di un pensiero che cerca di non seguire la corrente, nemmeno quella pietista, o quella che qualcuno oggi definirebbe “buonista”. Per cui chi pensa di trovarci il solito panegirico di questi giorni, quello sentito da tutte le tv e letto su tutti i giornali, teso ad incensare, beatificare, idolatrare e santificare Marchionne, smetta subito di leggere ed occupi in modo migliore il proprio tempo. Oppure vada avanti per il solo gusto di potersi sfogare sulla tastiera insultando l’autore del pezzo a lettura finita.

Beninteso; non troverete nemmeno festeggiamenti per la scomparsa dell’ex AD di Fiat-FCA, nessuno è così scemo da cadere nel tranello di dare libero sfogo, per di più in forma scritta, agli istinti più bassi e primordiali !! Troverete una lettura sicuramente critica e scevra da ogni coccodrillo, che ha iniziato a celebrare Sergio Marchionne nei giorni scorsi, a dipartita non ancora avvenuta, e continua e continuerà a farlo per  giorni a venire.

Altro avviso: se pensate che questo “ODIO DI CLASSE” sia troppo, e che sia assolutamente insopportabile, dedicatevi ad altro. Parlo di odio di classe perché sia ben chiaro, sopra ogni altro possibile ragionamento, che le classi sociali, per quanto ne dicano i giornali e i media, esistono ancora. Purtroppo, anche un sindacato troppo accondiscendente, ed ormai avulso da una seria battaglia per la difesa e la riconquista dei diritti, a 360 gradi, ha iniziato a diffondere la favola assurta al rango di notizia, per cui la lotta di classe è terminata.

NIENTE DI PIU’ FALSO !! Uno come Marchionne l’ha sempre combattuta, per la sua parte ovviamente, ed è andato anche oltre, non si è mai accontentato di vincere e ha voluto stravincere. Non ha mai avuto, per un solo momento, un atto di clemenza nei confronti di un avversario ormai stremato ed alle corde sotto tutti i punti di vista. E questo ha fatto di lui, un dispensatore di odio di classe.

L’ipocrisia di questo paese ha fatto, e continua fare, il resto. Chi muore, è sempre senza colpe, deve essere sempre dipinto come un eroe, un salvatore della patria, un’anima bella pronta ad entrare nel paradiso che qualcuno ha già arredato allo scopo. Questo è l’adagio che accompagna sempre le morti celebri, anche quando in vita il defunto non era poi questo fenomenale esempio di umanità…. Certo Marchionne ha sollevato FIAT da una grave crisi finanziaria, e più di ogni altra cosa è riuscito a valorizzarne il marchio ed il valore per gli azionisti, quello che gli esperti chiamano brand.

Non ha certo fatto di FIAT quel gruppo leader che non è mai stato !! Ad un certo punto è parso palese che la ricollocazione in una economia totalmente finanziarizzata imponesse di trattare la produzione di automobili, in sostanza quello che dovrebbe essere il core business di Fiat, in modo del tutto secondario, almeno in Italia. L’acquisizione di Chrysler ha condotto ad uno spostamento dei centri nevralgici della Fiat oltreoceano, con il conseguente trasferimento delle sedi governative della Fabbrica Italiana Automobili Torino in Gran Bretagna ed in Olanda, per ragioni meramente speculative e per i ben noti vantaggi fiscali.

E la produzione delle auto ?? Mirafiori e Pomigliano sono oggi dei fantasmi di quello che erano in passato, e cioè grandi stabilimenti per la produzione di automobili. Sotto la cura, o la scure,  di Marchionne i dipendenti degli stabilimenti FIAT in Italia, sono passati da 120mila a 29mila. Oltre 90.000 dipendenti in meno !! Esternalizzazioni, trasferimenti di produzione all’estero, diversificazioni industriali e tanto altro ancora….

Forse, e non sono certo il primo a dirlo, e a scriverlo, faremmo meglio a dire che non è FIAT ad avere acquisito Chrysler, ma l’esatto contrario !!

Ebbene in questi giorni qualcuno brandisce il crocefisso ed il vangelo come armi di distinzione di massa e di divaricazione di popoli, dimostrando di usarli come feticci, senza aver compreso minimamente il messaggio di Gesù Cristo. Ormai siamo piombati nell’epoca in cui, chi ancora prova ad attraversare il Mediterraneo, fuggendo da guerre, persecuzioni, carestie e miserie non trova accoglienza, perché l’Italia ha deciso di mostrare i muscoli, perché le vite perse in fondo al mare sono meno degne di essere vissute, perché forse quelle vite stesse appartengono a chi si trova una pigmentazione ed un dosaggio di melanina diverso dal Ministro Salvini, e dal defunto Marchionne. E poi perché la padella predisposta da Minniti è divenuta la brace di Salvini….

E qui, oltre al colore della pelle vale anche il colore dei soldi !! Non è mai solo una questione di etnie !! Come sempre è anche una questione di classe !! In questi stessi giorni la “pietas umana”, questo grande mercimonio di ipocrisia, esercitato a piene mani e dispensato generosamente, ha messo in mostra molti mercanti della parola che hanno visto bene di parlare del dolore di Marchionne erigendolo a modello e smettendo di ascoltare, o continuando a lasciare nel totale ed assordante silenzio, i dolori di chi vive ogni giorno sulla propria pelle la propria estraneità, donne e uomini dell’Africa, popolazioni rom, omosessuali, dal mainstream sociale della cultura dominante ed invadente nostrana.

Si è misurata e dosata la stessa pietà per quegli ex-dipendenti FIAT che hanno pagato con la disperazione ed il suicidio la perdita di un posto di lavoro che costituiva per sè e la propria famiglia l’unica fonte di sostentamento ?? Perché si sappia che è successo anche questo; persone si sono tolte la vita perché non reggevano più l’onta di un licenziamento oppure di un mobbing. Qualcuno piange con la stessa coerenza le centinaia di persone che perdono la propria vita sul lavoro perché questo paese, in maniera indegna per un paese industrializzato, “produce” un numero inverosimile di morti sul lavoro ogni santo giorno ??

Vorrei che un po’ della pietà che è stata dispensata a Marchionne raggiungesse anche queste persone, ma so che la retorica di stato vincerà anche questa volta. Ebbene tenetevi le vostre lacrime ed i vostri coccodrilli recitati anche in largo anticipo.

Personalmente salutando Sergio Marchionne, non ho e non  avrò alcuna nostalgia !! Ben sapendo che dopo un papa, oppure un re ne viene sempre, ed aggiungo purtroppo, un altro, crediamo ci siano diversi modi di fare impresa ed imprenditorialità. Ci sono stati e ci saranno molteplici modalità per guidare un’azienda. Inutile dire che il modello rappresentato da Adriano Olivetti rappresenta ancora oggi una strada maestra. La mia nostalgia ed il mio ricordo sono per lui !!

 

 

Il Programma di Potere al Popolo – 5 – PREVIDENZA

L’attacco al lavoro in questi anni è stato sistematico. Si è rivolto contro le persone al lavoro, contro chi, avendo lavorato tutta una vita, si è visto togliere il diritto ad una pensione certa e dignitosa, contro le disoccupate e i disoccupati.

Le “riforme” previdenziali che si sono succedute, dalla Dini alla Maroni, alla Fornero, hanno ridotto notevolmente l’ammontare dell’assegno pensionistico, ed hanno aumentato continuamente l’età pensionabile.

Gli effetti della legge Fornero sono stati violentissimi per tutti i soggetti coinvolti: per i lavoratori in produzione che non ce la fanno a continuare a lavorare in età avanzata, per le donne su cui grava ingiustamente il doppio carico del lavoro produttivo e riproduttivo; per i giovani che trovano un nuova barriera nell’accesso al lavoro dalla forzata permanenza degli adulti/anziani. Negli ultimi tre anni gli occupati sono aumentati di 1 milione tra gli ultracinquantenni, mentre i contratti precari sono aumentati di 500mila unità.

Le controriforme pensionistiche sono state giustificate dallo spettro della mancata tenuta del sistema pensionistico. Ma il rapporto tra contributi versati e pensioni erogate, al netto dell’assistenza e delle tasse, è in attivo dal 1996, grazie principalmente ai contributi dei lavoratori dipendenti che versano molto di più di quanto prendano poi.

Per questo lottiamo per:

  • l’abolizione della “riforma” Fornero;
  • un trattamento pensionistico dignitoso, proporzionato all’ultimo salario percepito;
  • il diritto alla pensione a 60 anni di età o a 35 anni di contributi per tutti;
  • l’adeguamento delle pensioni minime al reale costo della vita, per una vecchiaia dignitosa;
  • l’introduzione di un minimo di pensione, con 15 anni di contributi, compresi i contributi figurativi, per non condannare alla miseria chi ha avuto una vita lavorativa discontinua
    l’introduzione per le pensioni future di un massimo di pensione e di cumulo dei trattamenti pensionistici a 5000 euro lordi mensili;
  • la soppressione delle Casse previdenziali private e riconduzione nella gestione INPS della previdenza dei lavoratori ordinisti;
  • la separazione tra previdenza e assistenza.

Il Programma di Potere al Popolo – 4 – PER I DIRITTI DELLE LAVORATRICI E DEI LAVORATORI, PER IL DIRITTO AL LAVORO

Ogni giorno ci dicono che siamo “fuori dal tunnel”, che l’occupazione è tornata ai livelli precedenti alla crisi,  e che questo è avvenuto grazie alle “riforme strutturali” e al Jobs Act in particolare.

È un’assoluta falsità. Le ore lavorate tradotte in posti di lavoro segnano ancora un milione di posti in meno rispetto al periodo pre-crisi, e la crescita del numero di occupati registra solo l’aumento dei contratti precari, del part-time imposto, della sottoccupazione.  Le politiche dei governi Renzi e Gentiloni non hanno fatto altro che regalare risorse alle imprese – oltre 40  miliardi negli ultimi tre anni – mentre si è dato il via libera definitivo ai licenziamenti illegittimi, ai demansionamenti, alla videosorveglianza, alla massima precarietà, sia per il lavoro dipendente che per quello autonomo, che spesso lo è solo di nome, dato ad esempio l’alto numero di partite IVA che nascondono lavori subordinati pagati con salari da fame e senza alcun diritto.

Ma non si tratta solo degli ultimi anni. Dal pacchetto Treu alla legge 30, dal Collegato Lavoro all’articolo 8, dalla legge Fornero al Jobs Act, precarizzazione e perdita di diritti sono diventati la regola, i salari si sono impoveriti, la ricchezza si è spostata dal lavoro al capitale e alla rendita. Se sei donna poi, il tuo lavoro costa meno ed è più precario. Se sei giovane, sei ancora più sfruttato e il lavoro è persino gratuito (stage, tirocini, alternanza scuola/lavoro..). Cresce l’emigrazione di massa  verso altri paesi: non si tratta solo della “fuga dei cervelli” ma di  un vero e proprio esodo di migliaia di persone – più di quante ne arrivino – che se ne vanno per cercare il lavoro e il salario che qui non trovano più. Di lavoro si continua a morire, con la deregolamentazione delle tutele per la sicurezza sul lavoro, la prevenzione degli infortuni e delle malattie professionali. La democrazia sui luoghi di lavoro è attaccata tutti i giorni, insieme al diritto di sciopero.

Per questo lottiamo per:

  • la cancellazione del Jobs Act, della legge Fornero sul lavoro, e di tutte le leggi che negano il diritto ad un lavoro stabile e sicuro;
  • la cancellazione delle principali forme di lavoro diverse dal contratto a tempo indeterminato, a partire dal contratto a termine “acausale” e dai voucher;
  • la messa fuori legge del lavoro gratuito, a qualsiasi titolo prestato;
  • il contrasto effettivo al caporalato, alle moderne forme di schiavismo, al lavoro nero o “grigio”;
  • la cancellazione dell’articolo 8 della legge 148/2011 – che dà alla contrattazione aziendale la possibilità di derogare in senso peggiorativo rispetto al contratto nazionale e alle leggi – e del cosiddetto Collegato Lavoro;
  • l’abolizione degli Ordini professionali, l’introduzione di un compenso equo ed esigibile per le lavoratrici e i lavoratori autonomi, e l’estensione ad essi degli ammortizzatori sociali previsti per il lavoro dipendente;
  • il ripristino dell’originario articolo 18 e la sua estensione alle imprese con meno di 15 dipendenti;
  • il ripristino della scala mobile;
  • la fine delle discriminazioni di genere e della disparità salariale;
  • misure incisive per la sicurezza sul lavoro, aumentando fondi e risorse per i controlli;
  • la difesa e il recupero di un reale diritto di sciopero, attraverso la modifica della l. 146/90;
  • una legge sulla democrazia nei luoghi di lavoro che garantisca a tutte e tutti il diritto di scegliere liberamente la propria rappresentanza sindacale: tutte/i elettori e tutte/i eleggibili senza il vincolo della sottoscrizione degli accordi.

Per impedire che continui la fuga delle giovani e dei giovani dall’Italia e riaffermare il diritto al lavoro per tutte e tutti, è necessario un Piano per il Lavoro centrato su:

  • la riduzione dell’orario di lavoro a 32 ore settimanali, tanto più necessaria a fronte dei processi in atto di automazione delle produzioni;
  • investimenti pubblici in politiche industriali e nella riconversione ecologica delle economia;
  • assunzioni pubbliche per potenziare e riqualificare il welfare (i dipendenti pubblici in Italia in rapporto alla popolazione sono ai livelli più bassi d’Europa: 5,2% contro l’8,5 della Francia, il 7,9 della Gran Bretagna, il 6,4 della Spagna, il 5,7 della Germania);
  • la riduzione dell’orario di lavoro nell’arco della vita, cancellando la controriforma Fornero.

RUBARE IL FUOCO A PROMETEO È UN CRIMINE CONTRO L’UMANITÀ

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Il furto del fuoco rubato a Prometeo si narra in mille modi, però, comunque lo racconti, ricorda l’antichissimo e innato bisogno di emancipazione dell’uomo. E’ un tema universale: la lotta per il progresso, che è soprattutto lotta per la conoscenza e il possesso del sapere. Il fuoco non scalda i corpi diversamente da quanto la conoscenza riscalda l’animo dell’uomo e lo rende ribelle di fronte alla prepotenza del potere. Prometeo «colui che riflette prima», il Titano che ama il genere umano, altro non è se non la metafora d’una lotta inesausta, identica a se stessa nell’apparente trascorrere del tempo: lotta contro il potere dei pochi, affidato all’ignoranza dei molti. Prometeo non ha un suo tempo, perché il nostro passato è stato presente e il futuro domani diventerà un nuovo presente e poi ancora passato. Su tutto, dai primordi, quel conflitto senza il quale – ci ammonisce Eraclito – non ci sarebbe vita.

A fine Ottocento, Prometeo fu l’operaio in lotta per la scuola gratuita, aperta a tutti e per la refezione scolastica. Fu l’operaio che impose con le lotte ai falsi «vati» del liberalismo una legge di riscatto, smascherando l’inganno: non era onesto e non rispondeva ai bisogni reali della gente l’incitamento rivolto al legislatore da Carducci che, dall’alto della sua cultura diventata potere, scriveva con toni di padre e intenti patrigni: «sottraete il figlio del lavoratore alla sofferenza dell’alfabeto». L’operaio voleva soffrire di quella pena, perché ogni parola che imparava a leggere lo rendeva Prometeo e lo spingeva a rubare la scienza dei padroni. arma possente di liberazione. Si videro così cortei con le bandiere rosse attraversare i «corsi» e i «rettifili» di città, rifatte a misura di ricchi, pronte a mettere ai margini le «classi pericolose», facendo ricorso allo sfruttamento del lavoro. Ogni parola svelava il segreto che Prometeo aveva carpito ai numi: senza il fuoco della conoscenza lo sfruttato è il miglior alleato dello sfruttatore, perché non ha coscienza dei diritti.

Il fuoco esiste per riscaldare tutti e tutti hanno diritto all’alfabeto: chi lo userà per sfruttare e chi si approprierà del sapere per lottare.

Il futuro che seguì quelle lotte oggi è il nostro passato. Qualcuno l’ha chiamato «secolo dei lavoratori» e tutti i padroni lo sanno, benché non lo dica nessuno, perché ci sono verità che il potere nasconde come segreti di Stato: la generazione dei rivoluzionari bolscevichi nacque dall’improvviso regalo di uno zar narcisista più che riformatore: la scuola per tutti, gratuita e libera produsse il populismo russo e quest’ultimo i rivoluzionari. Quando si corse ai ripari, si fece la scuola di Renzi, ma era ormai tardi e cadeva il palazzo d’inverno, per merito dell’alfabetizzazione più che dei fucili.

Contro Prometeo, i padroni d’oggi hanno rovesciato la storia e rubato il fuoco, che lasciano deperire, riducendo in cenere le scuole e le università languenti. A chi vuole ravvivarlo si oppone la forza di titani maligni nemici del genere umano: dirigenti del nulla, che hanno il compito di spegnere intelligenze critiche e trasformare le scuole in fabbriche di sfruttati consenzienti, costringendo i docenti a rinnegare Prometeo. Per realizzare il progetto di questo governo liberticida, i dirigenti scolastici hanno scelto un nuovo modo di assumere docenti: un filmato in cui si veda per intero la figura di chi si «candida». E’ sempre più evidente: la nuova filosofia della conoscenza ha cancellato dalla storia l’apologo di Menenio Agrippa e il suo irrinunciabile insegnamento. Essa ci riconduce ai primordi dell’umanità, all’eterna lotta per la libertà contro il potere.

Prometeo però è immortale e il fuoco non può avere padroni. Sarebbe ora che Abravanel, Giavazzi, Ichino e tutti i sacerdoti del neoiberismo se ne ricordassero, invece d’inseguire fantasmi che hanno prodotto disastri: Prometeo non è un solo mito, è un modo d’essere dell’uomo nella storia di tutti i tempi. Come un passero intrappolato, piuttosto che vivere in gabbia, si rompono le ali contro le gabbie per riconquistare la libertà di volare, così l’uomo sfida le imposizioni e mette in gioco la vita, se il potere prova a imporgli un’ideologia di annientamento della sua libertà di scelta. Hai voglia di giocare con le parole. Se hai riconosciuto che la conoscenza è «un bene della vita», è inutile ricordare che costa, come costano le polizze assicurative, sicché i giovani che non possono permetterselo devono rassegnarsi, perché la scuola per tutti ha un prezzo troppo alto.

Non c’è prezzo troppo alto quando si parla di vita e perciò, finché c’è tempo, giù le mani dalla scuola. Sebbene a lunga combustione, una miccia giunge a innescare la carica esplosiva per cui è stata accesa. Qualcosa dovrebbe pur dircela la barbarie che monta ogni giorno di più. Da troppo tempo il potere ha rovesciato con la forza il corso della storia, rubando a Prometeo quel fuoco che filosofia della storia e leggi del progresso umano gli avevano imposto di rubare.

E’ tempo di restituire il fuoco al legittimo proprietario. Per il bene di tutti, padroni compresi.

Giuseppe Aragno da “La sinistra quotidiana”

Morire di lavoro, morire di schiavitù.

Paola è morta lavorando a 3 euro l’ora, a 40° d’afa

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PUGLIA: Paola è l’ennesima vittima di quella schiavitù socialmente accettata, chiamata “lavoro“. Paola aveva 49 anni ed è morta nel modo più assurdo possibile, lavorando.

Come si può nell’anno 2015, morire lavorando?
Come possono accadere tragedie come questa in una società che pretende di definirsi “civile”?
Come può accadere di morire mentre si tenta di guadagnarsi da vivere?

Sembra assurdo no? Dicono che lavorare serve a vivere, allora qualcuno ci spiega come mai la gente continua a morire lavorando?

Come si può permettere che un essere umano lavori otto, nove ore al giorno, in un tendone, con temperature che spesso superavano i 40° ? Paola era una bracciante di San Giorgio Jonico ed è subito diventata un fantasma per i media di regime, che ne hanno ignorato la notizia.

Paola la mattina del 13 luglio per il caldo eccessivo che ha arrestato il suo cuore, a quanto pare, la paga si aggirava sui 27-30 euro al giorno, circa 3 euro l’ora. Secondo la ricostruzione del sindacato, Paola è stata trasportata al cimitero senza nemmeno ricevere l’intervento del 118 e senza essere sottoposta ad autopsia.

Colpa del caldo? Colpa della fatica?
No, colpa di questo sistema fatto di ricchi e poveri, di sfruttati e sfruttatori, di padroni e di schiavi.

E’ il caso di dirlo, oggi nel moderno mondo datato 2015, si continua a morire di SCHIAVITU’….

Daniele Reale

Giovani italiani condannati alla miseria e ignoranza

lavoro_10Se i governanti in prestito di questo paese avessero un briciolo di onestà intellettuale dovrebbero suicidarsi in massa: dopo oltre venti anni di politiche di “riforma”, tutte univocamente motivate con la necessità di “aumentare l’occupazione giovanile”, ci ritroviamo all’ultimo posto tra i paesi industrializzati proprio su questo punto. Anzi, al penultimo, superati però soltanto dalla disgraziatisssima Grecia, scelta dalla Troika come cavia su cui sperimentare una serie di “riforme strutturali” che producono sistematicamente il risultato opposto a quello dichiarato.

Vebbeh, direte voi, stavamo così anche prima, e quelle politiche magari avranno almeno tamponato la diminuzione dell’occupazione giovanile…

E’ esattamente il contrario. Nel corso degli ultimi sette anni (dal 2007 al 2013, l’ultimo considerato nelle statistiche dell’Ocse pubblicate stamattina), il tasso di occupazione dei giovani tra 15 e 29 anni è sceso di quasi 12 punti, passando dal 64,33% al 52,79%. Un vero “miracolo”, tenendo conto del “pacchetto Treu” poi rafforzato dalla “Legge 30”, e da altre decine di provvedimenti tutti mirati ad abolire le tutele contrattuali, a propagare la precarietà, ad abbassare i salari (specie quelli dei lavoratori “in ingresso”, ovvero soprattutto i giovani)… per favorire l’occupazione.

Ma non è che vada molto meglio nelle altre fasce di erà. L’Italia è infatti quartultima tra i Paesi Ocse per il tasso di occupazione dei 30-54enni, sceso dal 74,98% del 2007 al 70,98% del 2013. Una perdita di “appena” 4 punti percentuali che ha una sola spiegazione economica: per quanto tu possa abbassare i salari e i diritti, resta comunque un problema di competenza professionale a fare la differenza. Quindi le aziende, là dove serve questa esperienza-competenza, preferiscono tenersi o assumere un dipendente esperto, anche se più in là con gli anni e magari un salario un po’ (non troppo) più alto, pur di ritrovarsi un lavoro ben fatto.

La riprova sta proprio nel Rapporto dell’Ocse, secondo cui in Italia il 31,56% dei giovani svolge un “lavoro di routine”, che non richiede l’utilizzo di competenze specifiche, mentre un altro 15,13% ha un’occupazione che comporta uno scarso apprendimento legato al lavoro. Non vi sembra interessante, vista la stragrande preferenza padronale per i contratti di “apprendistato”? Più che probabile, insomma, che alla forma legale del contratto (apprendistato) non corrisponda altro che un normale lavoro non qualificato e mal retribuito, che non produce alcuna competenza professionale “rivendibile”.

Il nostro paese è in particolare quello con la più elevata percentuale di giovani tra i 16 e i 29 anni che non hanno alcuna esperienza nell’uso del computer sul posto di lavoro, con il 54,3%, a fronte di una percentuale di giovani che non usano mai il computer ferma al 3%.

Ricapitoliamo: tutti i ragazzi sanno attualmente usare computer o altri device elettronici, ma di questa competenza la struttura produttiva italiana non sa che farsene. Li usa come “persone di fatica”, per mansioni generiche, ripetitive, dove serve “freschezza atletica” più che un “saper fare”. Significa che ad essere “arretrati” e “scansafatiche” sono gli imprenditori di questo paese, tutti specializzati nell’usa-e-getta, nel subappalto, nel pagare poco e niente per guadagnare il più possibile senza investire nulla. Tanto meno in innovazione tecnologica.

E’ però importante sottolineare che questa è una tendenza globale. La ‘mancata corrispondenza’, o ‘mismatch’, tra posto di lavoro e competenze è un problema sempre più diffuso tra i giovani nei Paesi Ocse: in media, il 62% hanno un lavoro che non corrisponde alla loro formazione, con in particolare un 26% di sovraqualificati (il 14% dei quali lavora inoltre in un settore che non sarebbe il suo), e un 6% di persone con competenze superiori a quelle richieste.

Cosa significa? Che è l’intero modo di produzione capitalistico, in ogni angolo del mondo, a  non avere troppo bisogno di competenze qualificate. O almeno di averne bisogno in misura limitata, come se fosse stato raggiunto un limite oltre cui la produzione allargata permessa dalle tecnologie, e soprattutto dalla robotica applicata alla produzione (anche “intellettuale”), brucia le possibilità occupazionali.

Restando in Italia, i giovani ‘Neet’, i famosi non occupati né iscritti a scuola o in apprendistato, sono il 26,09% degli under 30. Il che ci relega al quarto posto in questa non invidiabile classifica. All’inizio della crisi, nel 2008, erano il 19,15%, quasi 7 punti percentuali in meno. Almeno in questo, siamo in grande ma non buona compagnia. Nell’insieme dei Paesi Ocse, infatti, i giovani ‘Neet’ erano oltre 39 milioni a fine 2013, più del doppio rispetto a prima della crisi. Tra i giovani ‘Neet’ italiani, il 40% ha abbandonato la scuola prima del diploma secondario superiore, il 49,87% si è fermato dopo il diploma e il 10,13% ha addirittura un titolo di studi universitario. La percentuale di ‘Neet’ è più elevata tra le femmine (27,99%) che tra i maschi (24,26%). In pratica, abbiamo un esercito di ragazzi senza un futuro decente davanti, condannati alla subordinazione allo schiavismo oppure a “vivere di espedienti”. E’ infatti certo che quasi tutta questa massa giovanile connotatata solo negativamente (“Neet” come risultato di una lunga serie di “non”) attualmente vive con, e grazie a, i genitori. Quando la fisiologia avrà fatto il suo corso e resteranno dunque “soli e adulti” in senso pieno, come faranno a sopravvivere?

Lo smantellamento della scuola pubblica e la pessima qualità di quelle private (quasi sempre solo scuole di indottrinamento ideologico o “diplomifici” un tanto al chilo) completa il quadro tragico per i giovani di questo paese, che ha la maggior percentuale di giovani in età lavorativa (16-29 anni) e adulti (30-54) con scarse competenze di lettura, rispettivamente il 19,7% e il 26,36%.

L’Italia ha inoltre la percentuale più elevata di persone con scarse abilità in matematica tra gli adulti, il 29,76%, e la seconda tra i giovani in età lavorativa, il 25,91%, dietro agli Usa (29,01%). In generale, riferisce la tabella Ocse per la misurazione dell’ “occupabilità” dei giovani, il nostro Paese è al di sotto della media per le competenze dei giovani, i metodi di sviluppo di queste competenze negli studenti e la promozione del loro utilizzo sul posto di lavoro.

Il cerchio si chiude: alle imprese la competenza non serve, la scuola non deve quindi più trasmetterle, i giovani è inutile che sappiano (la conoscenza è la più potente arma di autodifesa che si possa immaginare).

Claudio Conti da “Contropiano”

Renzi, la Waterloo dell’occupazione

condL’Istat ha messo il bastone tra le ruote alla pro­pa­ganda incon­te­ni­bile del governo Renzi sul pre­sunto aumento dell’occupazione. E il mini­stro del lavoro Poletti è stato smen­tito dal suo stesso mini­stero che lunedì ha dif­fuso i dati reali sulle atti­va­zioni com­ples­sive dei con­tratti e quelli sui con­tratti a tempo inde­ter­mi­nato. La disoc­cu­pa­zione è tor­nata a cre­scere a feb­braio (+12,7%), i disoc­cu­pati sono cre­sciuti di 67 mila unità nell’ultimo anno, i gio­vani tra i 15 e i 24 anni senza lavoro sono aumen­tati di 34 mila unità. L’occupazione a tempo inde­ter­mi­nato non è aumen­tata di 79 mila unità negli ultimi due mesi. I gene­rosi incen­tivi alle imprese con­cessi dal governo nella legge di sta­bi­lità 2014 sono stati insi­gni­fi­canti. Per i cac­cia­tori di far­falle di Palazzo Chigi la gior­nata di ieri è stata una «Water­loo». L’esecutivo si è sfra­cel­lato con­tro il muro della realtà dopo avere preso la ricorsa gio­vedì 26 marzo. Quel giorno Renzi e Poletti hanno cin­guet­tato sull’aumento di 79 mila con­tratti a tempo inde­ter­mi­nato nel periodo gennaio-febbraio 2015. Il plauso dei media è stato imme­diato. Poi sono cre­sciute le ombre.

Al netto del dome­stico e della pub­blica ammi­ni­stra­zione, le tabelle del mini­stero del lavoro hanno invece regi­strato l’incremento di 78.927 atti­va­zioni in più (303.648) rispetto al bime­stre 2014 (224.721). Le ces­sa­zioni per tipo­lo­gia con­trat­tuale sono aumen­tate di 75.535. E sono aumen­tati i con­tratti pre­cari: più 73.902. In totale, i posti pre­cari sono 847.487 sui com­ples­sivi 1.382.978 posti di lavoro. Tra aumento delle ces­sa­zioni (+8,9%) e ege­mo­nia incon­tra­stata del pre­ca­riato (il 61,2%, sei posti di lavoro su dieci) non c’è dun­que alcuna ripresa. I dati sull’occupazione dif­fusi da Poletti non erano atten­di­bili. Quelli «veri» sul primo bime­stre 2015 saranno pub­bli­cati dal sistema infor­ma­tivo sta­ti­stico delle comu­ni­ca­zioni obbli­ga­to­rie solo il 20 aprile. Dati più certi ver­ranno fuori solo quando saranno con­so­li­dati i risul­tati del tri­me­stre, vale a dire a luglio. Tra tre mesi i titoli strap­pati dal governo saranno archi­viati come pagine inu­tili. I gufi e gli scia­calli non c’entrano. Il disa­stro media­tico è stato pro­dotto dalla sua ansia di pre­sta­zione. Fru­stata dalla realtà della crisi.

L’altra maz­zata è arri­vata dall’Istat. Quei bene­detti 78.927 con­tratti a tempo inde­ter­mi­nato pos­sono essere il risul­tato delle tran­si­zioni dal tempo deter­mi­nato a tempo inde­ter­mi­nato. In più i con­tratti atti­vati non equi­val­gono neces­sa­ria­mente a nuovi occu­pati. I dati prov­vi­sori su feb­braio 2015 pub­bli­cati ieri dicono anche que­sto. I disoc­cu­pati sono aumen­tati su base men­sile: –0,2%, 44 mila unità in meno. Non con­tano dun­que le varia­zioni men­sili, quelle a cui Renzi si è aggrap­pato inge­nua­mente. Conta l’andamento annuale per­ché un’eventuale cre­scita si regi­stra se dura tre tri­me­stri. Da dicem­bre l’occupazione «è rima­sta sostan­zial­mente sta­bile» ha avver­tito l’Istat. E la disoc­cu­pa­zione è dimi­nuita non per­ché è rico­min­ciata la «ripresa», ma «per la risa­lita del tasso di inat­ti­vità». Que­sto l’Istat l’ha sem­pre ripe­tuto nei ultimi mesi.

Ina­scol­tata dal governo che vive in una realtà paral­lela. Ad ogni report, insieme agli «esperti» del Par­tito Demo­cra­tico, inscena una danza della piog­gia. Ma in que­sto deserto non piove mai. Si resta in attesa della sospi­rata pre­ca­riz­za­zione impo­sta via Jobs Act. Gli uomini della piog­gia annun­ciano grandi tem­po­rali. Il cielo gli darà ragione?

Il bol­let­tino Istat ha con­fer­mato le carat­te­ri­sti­che della disoc­cu­pa­zione strut­tu­rale di massa cre­sciuta negli anni della crisi. I più col­piti sono i gio­vani e le donne. Il tasso di disoc­cu­pa­zione dei primi è cre­sciuto di 1,3 punti per­cen­tuali a feb­braio e di 0,1 nell’ultimo anno. E si è atte­stato al 42,6%. I gio­vani occu­pati tra i 15 e i 24 anni sono dimi­nuiti di 34 mila unità, +3,8%. È un’altra prova del fal­li­mento del pro­gramma «Garan­zia gio­vani». For­te­mente pena­liz­zata resta l’occupazione fem­mi­nile. A feb­braio il tasso è sceso di 42 mila unità (-0,4%). Stesso anda­mento si regi­stra sul tasso di occu­pa­zione. Quello maschile è sta­bile al 64,7%, quello fem­mi­nile è dimi­nuito di 0,2 punti per­cen­tuali. Se il tasso di inat­ti­vità cre­sce per gli uomini di 0,4 punti, men­tre dimi­nui­sce quello di disoc­cu­pa­zione, per le donne la situa­zione è oppo­sta. Le inat­tive dimi­nui­scono, men­tre aumen­tano le disoc­cu­pate (+0,9%). La ten­denza ad una risi­cata cre­scita dell’economia senza occu­pa­zione fissa (Jobless reco­very) è stata con­fer­mata dai dati Istat sul Pil: «Si raf­for­zano i primi segnali posi­tivi per l’economia ita­liana, all’interno di un qua­dro ancora ete­ro­ge­neo». «Nel com­plesso, l’indicatore anti­ci­pa­tore dell’economia ita­liana per­mane su livelli posi­tivi, sup­por­tando l’ipotesi di un miglio­ra­mento dell’attività eco­no­mica nel primo trimestre».

Quello di Renzi è «un nau­seante bal­letto sui numeri dell’occupazione –ha com­men­tato la segre­ta­ria della Cgil, Susanna CamussoBiso­gne­rebbe smet­terla di dire che la ripresa è die­tro l’angolo –ha aggiunto — per­ché non si può con­ti­nuare a soste­nere che la situa­zione sta miglio­rando se la disoc­cu­pa­zione con­ti­nua a salire e se anche per chi lavora le con­di­zioni con­ti­nuano a peg­gio­rare». Per Bar­ba­gallo (Uil) «Se si con­ti­nua ad andare a scuola dalla Mer­kel — che pre­dica auste­rità — piut­to­sto che da Obama — che pra­tica la cre­scita inve­stendo in infra­strut­ture, inno­va­zione, ricerca e cul­tura — i dati occu­pa­zio­nali non miglio­re­ranno». Secondo Fur­lan (Cisl) per creare nuova occu­pa­zione «occorre favo­rire gli inve­sti­menti, con una nuova poli­tica indu­striale» Per Damiano (Pd): «l’eccesso di otti­mi­smo o di pes­si­mi­smo rivela un’ansia da pre­sta­zione che dovrebbe lasciare il passo a una rifles­sione più medi­tata». Per i Cin­que Stelle «i dati Istat ripor­tano Renzi sulla terra». Per gli stu­denti della Rete della Cono­scenza «la reale alter­na­tiva sta nella crea­zione di forme uni­ver­sali di Wel­fare come il red­dito di dignità pro­po­sto da Libera. Un oriz­zonte di tra­sfor­ma­zione che, tut­ta­via, è fuori dalla pro­spet­tiva di que­sto governo».

ROBERTO CICCARELLI da “Il Manifesto”


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