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I tanti colori della protesta e la solita opaca risposta

Ci sono due/tre canzoni che risuonano nella testa pensando alle manifestazioni dl 14 novembre ed alla dura repressione di chi ha voluto stroncare sul nascere la partecipazione alla vita pubblica che non deve più appartenere alla politica dei giorni nostri e soprattutto delle generazioni future, almeno secondo i benpensanti del Belpaese. Sulle canzoni ci torneremo dopo…

Non staremo a commentare i giornali dei giorni successivi alle manifestazioni. Il solito suono monocorde di chi pubblica da 40 anni lo stesso editoriale per difendere il potere costituito e per attaccare chi cerca di rovesciare con poche, tante o nessuna speranza le logiche dominanti e prova il proprio assalto al cielo. Si badi bene un assalto al cielo del tutto pacifico.

C’erano lavoratori, pubblici dipendenti, insegnanti, ricercatori, ma erano soprattutto studenti universitari e medi quelli che hanno partecipato e affollato le manifestazioni europee contro l’austerità. C’era ancora ed intatta la possibilità di rinsaldare diversi spezzoni di storia del nostro paese con una coesione intergenerazionale che manca da tempo. Quella stessa coesione che ha sempre provocato un brivido lungo la schiena di chi siede nelle stanze dei bottoni.

Già perché negli ultimi decenni ha fatto breccia l’idea che ciò che manca alle giovani generazioni è stato sottratto loro dai loro padri, dalle loro madri. Le garanzie dei genitori sono il motivo dell’eterna condanna dei figli alla precarietà oppure ancor peggio alla inoccupazione. Tutto questo viene da più parti accettato come un ineluttabile destino e senza nessuna alternativa o possibilità di invertire una rotta tracciata in un solco profondo. La lacerazione intergenerazionale è quello che ha permesso e permette tuttora a chi è in sella di rimanerci dettando le regole a tutti gli altri.

La partecipazione per molti dei ragazzi e delle ragazze nei cortei del 14 novembre era probabilmente una sorta di battesimo della protesta e della partecipazione alla vita pubblica di un paese ormai asfittico e afasico. Si è svolto inoltre in un momento drammatico e probabilmente con pochi termini di paragone con qualsiasi altro periodo storico finora vissuto.

Cortei multicolori, sovrapposizioni di voci, suoni che si confondevano rendendo un vero e variegato arcobaleno la partecipazione a questa ennesima presa di coscienza ed ennesima presa d’atto che gli studenti prima di altri vogliono prendere in mano il proprio futuro quando non addirittura il proprio presente. Un futuro che non è deciso qui in Italia, che non è deciso da un governo tecnico o politico di qualsiasi colore questo sia, ma purtroppo da una tecnocrazia che risiede altrove e che pianifica in altre sedi quello che viene poi applicato in ogni singolo paese.

E non è quindi così peregrino che quando gli interlocutori sono così lontani, anche in una manifestazione, per lunghi tratti pacifica, composta inoltre da molte persone minorenni, si abbia la voglia ed il desiderio di andare ad interloquire con chi detta le regole. Si voglia cioè far sapere a chi decide che sebbene il silenzio assordante stia circondando il clima politico ed il merito delle scelte operate, c’è ancora chi dissente e protesta. C’è ancora chi ha saputo mantenere attivo un sistema immunitario che è stato in grado di produrre anticorpi preziosi contro le ricette neoliberiste che in modo assoluto tendono ad assorbire ogni cosa. L’Europa è nel pieno di una recessione che è frutto delle manovre politiche che la Troika sostiene.

Nascono in questi frangenti gli obiettivi anche solo simbolici quali il superamento di una immaginaria zona rossa, la presenza presso la sede della Banca Centrale Europea, presso gli uffici della Commissione Europea e del Fondo Monetario Internazionale. Questi soggetti dettano le linee guida ed i governi nazionali sono meri esecutori. Governi buoni e governi meno buoni provano a ritagliare ancora un piccolo spazio di autonomia per la politica, ma lo stesso finiscono per capitolare di fronte alle continue richieste di austerità.  perché sembra ormai assodato che tutti noi abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità ! Ma chi lo ha fatto ?  Non certo chi ha continuato a vivere del proprio reddito da lavoro e che oggi forse non sa se potrà godere della pensione maturata. Il nostro governo è un fiero e convinto esecutore della logica dell’austerità  che porta a manovre di tipo recessivo e che conduce in un tunnel da cui non si intravvede alcuna luce da seguire e quindi nessuna via di uscita.

L’uscita non è ancora visibile, ma non sembra nemmeno concretizzarsi una situazione in cui va migliorando la condizione quotidiana che ognuno di noi vive giorno dopo giorno.

Ebbene la risposta che i governi riescono a dare alle istanze di chi manifesta ogni giorno è una risposta che si inquadra solo nell’ambito della logica repressiva. Le richieste e le istanze di chi protesta sono solo un problema di ordine pubblico che va risolto con i soliti modi. Guai ai giovani che si avvicinano alla politica con l’intento di fare scelte e prendere decisioni che possano incidere ed allora in questo caso la violenza e le manganellate delle forze dell’ordine sono addirittura di tipo preventivo. Che non si azzardino i giovani a pensare che siamo in una democrazia in cui poter esprimere pareri, opinioni ed anche dissenso e protesta.

E gli editoriali dei vari giornali che si sbracciano a chi grida più forte contro la violenza nelle piazze dovrebbero fare i conti con questa violenza preventiva, che ha guidato la polizia italiana nelle tante manifestazioni che si sono articolate nelle nostre città. E non saremo a disquisire delle traiettorie dei fumogeni, perché sembra di essere ripiombati all’analisi balistica del proiettile che uccise Kennedy attraversandogli il corpo circa tre volte cambiando altrettante volte direzioni. Oppure potrebbe sembrare di rivivere l’assurda teoria del calcinaccio e del proiettile che lo disintegra a cui abbiamo assistito nel post-omicidio di Carlo Giuliani. Pensiamo che in questi diversivi e in queste digressioni, a cui si prestano in modo supino e prono i mass media di casa nostra, ci sia un po’ tutta la storia di casa nostra. Pensiamo sia un insulto per le normali intelligenze parlare delle traiettorie dei fumogeni. E’ molto più semplice dire che siamo nel pieno di una strategia del terrore che si manifesta ancor prima in chi detiene il potere di fronte all’esasperazione di chi non ha più nulla da perdere.

Una violenza preventiva perché come al solito la partecipazione fa paura e la presa di coscienza di giovani generazioni di un futuro sempre più tetro non deve essere in grado di sfociare con una proposta che in modo costruttivo possa svolgersi attraverso i canali politici e sociali di una nuova lotta di classe che secondo lorsignori è ormai un vocabolo del passato oltre ad essere un retaggio della politica novecentesca. Peccato che Marchionne e i suoi accoliti continuino da sempre a lottare per la loro classe e contro la nostra.

E’ la modernità bellezza direbbero in puro stampo holywoodiano parafrasando gli eroi della celluloide. Quella modernità che ha tappato la bocca ai Magnifici 5 delle Primarie del centrosinistra che non sono ancora riusciti ad esprimere un commento sulla violenza delle forze dell’ordine delle manifestazioni del 14 novembre. Anche Vendola forse sarà distratto dall’approsimarsi di un voto a cui ognuno partecipa ponendo nel proprio Pantheon qualsivoglia persona purché non di sinistra.

E le canzoni tornano a tormentare il pensiero accompagnandolo come una colonna sonora assordante ed è allora il caso di alzare il volume ed ascoltarle soffermandoci sulle strofe di Guccini in Canzone per Silvia e di De Andrè in La Domenica delle Salme:

“… sempre l’ignoranza fa paura ed il silenzio è ugugale a morte !”

“… voi avevate voci potenti, lingue allenate a battere il tamburo, voi avevate voci potente adatte per il vaffanculo !”

Oggi è sempre più evidente che il semplice “vaffanculo” non basta più !

Ma se volete la carica giusta ascoltatevi Cyrano del già citato Francesco Guccini. Forse farebbe bene anche a Mario Monti ed alla sua compagnia di giro !

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Lettera/denuncia: “Io, insegnante precaria, contesto questa riforma che snatura il nostro lavoro”

Lettera/denuncia: “Io, insegnante precaria, contesto questa riforma che snatura il nostro lavoro”

 Sono un’insegnante precaria abilitata, capitata quest’anno in un Istituto Comprensivo in provincia di Varese. Dico “capitata” perché il tipo di scuola in cui ho sempre insegnato (i licei) non è lo stesso in cui mi trovo ora a lavorare, la scuola secondaria di I grado (ex scuola media). Chi di scuola e di reclutamento degli insegnanti non si intende potrebbe pensare che in fondo non cambia molto, si tratta comunque di insegnare e lo stipendio è il medesimo. In realtà insegnare alle scuole superiori e lavorare alle scuole medie non è la stessa cosa, sia per la differenza d’età dei ragazzi, sia per il tipo di lavoro, più orientato all’educazione nella scuola media, più centrato sull’istruzione in quanto tale nei licei. Se fosse solo questa la differenza, per un anno mi potrei anche adeguare, sebbene le mie competenze non siano quelle necessarie a lavorare con i bambini. Il problema più grosso è che scuole diverse fanno capo a graduatorie diverse e ciò significa che il punteggio di quest’anno di servizio non potrò farlo valere sulla mia graduatoria di riferimento, nella quale, forse, un giorno sarei passata di ruolo.
Se oggi svolgo con difficoltà un lavoro che non è il mio, sul quale non ho investito negli anni della formazione e per il quale non ho sviluppato alcuna professionalità è solo a causa dei ripetuti ed inarrestabili tagli alla scuola pubblica, operati dalla riforma Moratti prima e Gelmini poi, che hanno fatto sì che all’aumentare del mio punteggio e della posizione in graduatoria non sia corrisposto un miglioramento nelle reali possibilità di lavoro. La recente riforma della scuola superiore (nient’altro che un drastico taglio alle ore di lezione e l’aumento spropositato di alunni per classe) ha ridotto non di poco l’organico docente e i primi a perdere il posto sono stati naturalmente i precari. Se all’inizio della carriera avevo la certezza di ricevere un incarico annuale in qualche liceo (magari a più di 40 km da casa, ma non importava perché insegnare era bello…), ora che ho maturato più di 100 punti devo “accontentarmi” delle medie e ringraziare perché almeno ho un posto di lavoro.
Il mio lavoro però non è solo mio, perché è un lavoro che si riversa ogni giorno sugli alunni, che hanno diritto ad avere insegnanti formati per dialogare con loro. Io insegno letteratura, italiana e latina; all’università e alla SSIS ho dedicato la maggior parte del mio impegno all’insegnamento del testo letterario. In questi anni ho preparato ragazzi già maggiorenni all’Esame di Stato; ho insegnato a scrivere saggi e articoli di giornale; ho messo a confronto la quotidianità dei giovani con le opere letterarie; ho posto il pensiero critico al centro del mio insegnamento. Come posso all’improvviso parlare con i bambini appena usciti dalla scuola primaria? Non mi ritengo troppo brava per insegnare alle medie, dico solo che bambini e preadolescenti hanno capacità ed esigenze diverse da quelle che ho imparato a trattare.
Se fossi solo io in questa situazione, mi riterrei semplicemente sfortunata, ma con me ci sono migliaia di persone che da quando è partita la riforma devono reinventarsi una professionalità. In provincia di Varese la situazione è tale per cui persino diversi docenti di ruolo perdono il posto e i loro esuberi si riversano inevitabilmente sui miseri posti dei precari, ai quali non restano più nemmeno gli “spezzoni” di poche ore.
A questo si aggiungono nuove ingiustizie ogni giorno: da un lato l’umiliazione di dover nuovamente dimostrare, nonostante le tre abilitazioni conseguite e gli anni di servizio serio e proficuo, di meritare di svolgere questo lavoro (mi riferisco al “concorsino”); dall’altra parte il rischio di non insegnare affatto, né alle medie né altrove, grazie al provvedimento che estenderebbe l’orario di cattedra da 18 a 24 ore settimanali. Se l’applicazione di questa norma per i colleghi a tempo indeterminato si traduce in un aumento del carico di lavoro senza alcuna retribuzione aggiuntiva, per i docenti precari ha conseguenze ben più drammatiche, poiché con 6 ore in più tre insegnanti di ruolo possono sostituire un quarto insegnante precario, divenuto ormai non solo inutile, ma addirittura di troppo. (che l’orario arrivi “solo” a 20 o 21 ore – come annunciato di recente – cambia i numeri ma non la sostanza: migliaia di persone perderanno comunque il posto di lavoro).
I precari abilitati sono già vincitori di concorso, alcuni dell’ultimo indetto (1999), altri attraverso le SSIS, i cui esami finali hanno valore concorsuale. Erano concorsi abilitanti, non a cattedra, ma davano accesso ad una graduatoria finalizzata all’assunzione, graduatoria il cui punteggio deriva sia dal voto del concorso, sia dal lavoro svolto, unendo le conoscenze disciplinari alla professionalità sviluppata. Ma il Ministro ha altre idee sulla valutazione del merito… ad esempio predisporre una prova preselettiva su discipline che la maggior parte dei docenti non ha studiato all’università né alla SSIS. E si vocifera che la graduatoria derivante dal concorso potrebbe annullare quella ora in vigore, spazzando via tutto il merito davvero conseguito! Anche l’eventualità del “doppio canale” per le future assunzioni (50% dalle graduatorie e 50% dal concorso) sarebbe un’ingiustizia, perché ognuno di noi si troverebbe davanti il doppio dei colleghi. E la logica perversa del concorso, finalizzato all’assunzione, va poi a scontrarsi col la norma delle 24 ore, che prevede al contrario dei tagli!
Le conseguenze di questa norma per i precari sarebbero irreversibili, mentre questi insegnanti continuano ad istruire, con passione e fatica, i figli di coloro a cui non viene detto cosa sta accadendo nella scuola pubblica italiana. Anche questo provvedimento, infatti, ha solo ragioni economiche, come dichiara il Ministro: «I tagli saranno 182 milioni su un bilancio della scuola che è intorno ai 36 miliardi. Vuol dire che i tagli saranno appena lo 0,5 % del totale. Non mi sembra affatto un salasso». Ma il salasso non è in termini di denaro: si stima infatti che la nuova norma causerà la “non chiamata” e quindi il licenziamento di quasi 30.000 persone. Le conseguenze didattiche non tarderanno a farsi sentire, visto che 6 ore in più non significano banalmente 6 ore in più seduti alla cattedra, ma si traducono in due o tre classi in più da seguire, in quasi cento alunni a cui dedicare sempre meno tempo ciascuno.
È il limite della democrazia subire le scelte di chi è stato votato da altri. Oggi però in Italia subiamo le scelte di chi non è nemmeno stato eletto. Non esistono governi autenticamente tecnici, perché le scelte sono sempre ideologiche e le scelte di questo governo appaiono in piena continuità con quelle dei governi che hanno varato le riforme Moratti e Gelmini: un preciso intento di cancellazione della scuola pubblica, che ha formato tante menti capaci e appassionate ma che ora non servono al Paese. Provocatoriamente mi verrebbe da dire ai miei ex alunni, ormai all’università, di non perdere tempo a studiare, perché oggi in Italia non ne vale la pena. Però, come insegnante, resisto e non lo dico.
Alessandra Scurati

Il Satyricon di De Romanis

Ragazze vestite di trasparenti pepli, uomini seminudi armati di archi giocattolo o mascherati da maiali sono diventati in pochi giorni l’immagine della decadente e morente classe politica italiana. Le foto del party superesclusivo del consigliere PDL De Romanis in pochissimo tempo hanno catalizzato l’attenzione di molti italiani oramai esasperati dagli eccessi della politica nostrana. La festa fortemente scenografica (si vedono sullo sfondo delle foto eleganti colonnati e ricchi portici) ha come filo conduttore il mondo antico, anzi il ritorno di Odisseo in patria. Le vicende dell’Odissea hanno fatto da sottofondo alla festa per il ritorno a Roma dell’ ex eurodeputato del Pdl. È interessante, io direi non casuale, che gli organizzatori dell’evento abbiano scelto un’ambientazione classica per la non certo elegante, ma pur sempre costosissima, festa del giovane consigliere della regione Lazio. Non  è casuale trovare delle ragazze in vesti succinte imitanti ninfe e altre divinità greco-romane, bottiglie costosissime, auto lussuosissime in un contesto di forte ostentazione pacchiana di ricchezze e potere.

Senza indulgere troppo in un moralismo millenarista mi si permetta un collegamento con alcune scene tipiche di una certa decadenza del mondo antico, penso che in questo modo si possa capire quale sia la visione dell’antico (e della storia) delle attuali classi, poco colte, classi dominanti.

Non saprei ben giudicare il tenero di quel “convivio”, ma credo che non vi fosse alcun intento di ricostruzione filologica, ma solo un’ostentazione fortissima di ricchezza. Così mi balza subito alla memoria la celebre scena della Cena di Trimalcione nel Satyricon di Petronio, in cui il potente pravenu Trimalcione fa sfoggio del suo potere economico offrendo agli invitati ricercate vivande e svaghi di ogni genere. Il banchetto nel romanzo petroniano diventa il momento più adatto per colpire l’ostentata e poco elegante rozzezza di una classe dirigente moralmente povera e oramai decaduta. Ai tempi di Petronio (presumibilmente l’autore latino visse durante in regno di Nerone) la classe dominante era fortemente corrotta dai vizi di una corte sfrenata e spietata, in cui ogni anelito civile andava a perdersi nell’adeguarsi ad un potere violento. Il Satyricon ci offre un ritratto vivissimo di come poteva essere la vita scatenata delle classi alte e pacchiane in un momento di chiarissima crisi morale. Considerata questa cosa non è difficile capire come nell’immaginario collettivo il banchetto di età classica sia sinonimo di piacere sfrenato, ostentazione di lusso e potere. Ma i punti di tangenza con l’antico non sono finiti, secondo le parole del padrone di casa, l’onorevole (si fa per dire…) De Romanis, il toga party sarebbe stato organizzato per celebrare il Natale di Roma, festività tanto cara al ventennio (tanto da essere stata sostituita al troppo socialista e bolscevico Primo Maggio). In questo caso le valenze ideologiche di un riuso del classico si fanno più preponderanti dal punto di vista politico, e non è un caso che tutta questa massa di documenti sia giunta come appendice allo scandalo che tocca la presidentessa, che saluta con il braccio teso.

Comunque lo si voglia considerare, lo sfrusciare di veli e maschere suine balza subito agli occhi come simbolo dell’ennesimo eccesso della politica italiana, che pesa sulle tasche di un popolo sempre più impoverito. Non so se le ragazze con pampini d’uva in posizioni provocanti e i legionari romani (sic.) con i tatuaggi della X MAS possano assurgere ad immagine di una politica povera di valori civili, non voglio fare il puritano a tutti i costi, ma il tristissimo e patetico spettacolo non può che nuocere al paese tutto, soprattutto in momenti in cui la politica deve rispondere a delle sfide urgentissime.

In regola, risparmiando. Anche il 70% con la cedolare secca sugli affitti

Affitti in nero. Passare “in chiaro” è possibile e anche riducendo l’importo. Dal 7 aprile 2011 con l’approvazione di un decreto legislativo (23/2011 articolo 3 comma 8 e 9) la Cedolare secca sugli affitti ha stretto la mano a studenti, immigrati, lavoratori, precari: i contratti di locazione degli immobili a uso abitativo devono essere registrati entro trenta giorni. Questo consente la durata della locazione di quattro anni a decorrere dalla data della registrazione, che sia volontaria o d’ufficio. Per il rinnovo, la disdetta alla prima scadenza contrattuale dev’essere motivata su intervento dell’articolo 2, comma 1, della legge 431 del 1998. La registrazione del contratto prevede che inquilino e proprietario siano legati a un canone annuo di locazione fissato in misura pari al triplo della rendita catastale, ma dal secondo anno faranno capo al 75% dell’aumento degli indici Istat dei prezzi al consumo per le famiglie degli operai e degli impiegati. Se il contratto prevede un canone inferiore, si applica comunque il canone stabilito dalle parti. Non vengono trascurati anche i casi in cui, però, nel contratto di locazione registrato sia stato indicato un importo inferiore a quello effettivo e il caso in cui sia stato registrato un contratto di comodato fittizio. Ma cosa è accaduto da aprile a oggi? Quanti contratti sono stati registrati? «Non abbiamo una statistica nazionale – dichiara Fabrizio Ragucci, dell’Unione Inquilini -, ma su Roma abbiamo un migliaio di consulenze, con regolarizzazione di circa 450 contratti. Gli inquilini risparmiano circa il 70% rispetto ai precedenti pagamenti in nero». L’esempio che presenta Ragucci è piuttosto chiaro: un inquilino senza contratto che paga mille euro al mese per un immobile la cui rendita catastale è pari a 300 euro, può ottenere un contratto di 8 anni a un canone di 75 euro al mese (ovvero 300 x 3 diviso 12 mensilità). Tutto ciò versando all’Agenzia delle entrate una cifra presumibilmente non superiore a poche centinaia di euro. Una vera operazione anti crisi. A tutela degli inquilini che ancora oggi si ritrovano a pagare affitti onerosi, l’Unione Inquilini non manca di presentare l’iter burocratico per poter arrivare alla registrazione del contratto. A partire dalla necessaria verifica che non ci sia la registrazione dell’affitto presso l’Agenzia delle entrate occorre risalire ai dati catastali dell’immobile, fare il conteggio dell’imposta, compilare i relativi moduli, pagare in banca, depositare moduli presso l’Agenzia delle entrate e presentare al proprietario il nuovo pagamento. Le risposte sono incoraggianti. Il confronto con gli avvocati che seguono le cause aggiunge curiosità rilevanti: di giurisprudenza ce n’è ancora poca, le prime ordinanze del tribunale di Roma accolgono in pieno la ricostruzione dell’Unione Inquilini nel senso che il contratto precedente la registrazione dell’inquilino, in mancanza di registrazione, è nullo e successivamente si applica il canone determinato tre volte la rendita catastale. Diversi giudici ritengono che la registrazione da parte dell’inquilino non sanerebbe un’eventuale morosità precedente alla registrazione al canone pattuito con il proprietario. Ma è un’interpretazione infondata poiché un articolo sancisce la nullità del contratto precedente non registrato. Un esempio di regolarizzazione di contratto è dato dalla storia di un peruviano in possesso di un contratto di locazione scritto e firmato, ma non registrato. Pagava 875 euro mensili, con la registrazione l’inquilino da luglio ha iniziato a pagare 152 euro al mese»: una vera operazione a favore dei precari, degli immigrati, degli studenti e dei lavoratori. Non è possibile ancora una stima nazionale della registrazione dei contratti, ma intorno a metà gennaio anche nella provincia di Bergamo è partita la campagna “fuori dal nero” con una decina di inquilini “pronti” a registrare.

Ecco perché non piace ai locatori

«Abbiamo avuto registrazioni a luglio, ma i numeri più sostanziosi arrivano da settembre 2011». Un primo bilancio sull’emersione del “nero”, dopo l’introduzione della cedolare secca sugli affitti, lo fa Massimo Pasquini, segretario nazionale dell’Unione Inquilini. «Ci rendiamo conto – aggiunge – che i tempi sono lunghi. Accade che le persone siano scettiche per il timore di perdere la casa o di incorrere in scontri con i proprietari. Questo fenomeno sarà superato attraverso la conoscenza del decreto, il passaparola e il nostro impegno costante». Un po’ meno, invece, l’impegno dei proprietari di case concesse in locazione. «I proprietari tendono a voler mandare via gli inquilini, tuttavia con la registrazione dei contratti sono in qualche modo costretti ad aspettare la scadenza. Le reazioni vanno dal turpiloquio, al distacco delle utenze quando sono a nome del proprietario, al danneggiamento della caldaia e distacco della corrente, offerta di buonuscita. Al momento tuttavia, a Roma, non ci sono ordinanze favorevoli al proprietario». Ma la cedolare è una realtà. Alla quale occorre abituarsi e adeguarsi. «La buona informazione e la propaganda saranno la strada migliore da continuare a percorrere. Gli inquilini devono imparare a capire che attraverso la registrazione dei contratti avranno una liquidità disponibile. Permetterà loro una tranquillità economica che non era possibile avere con affitti in genere esosi».

Giulia paga 250 euro al mese. Ne spendeva 850

Giulia abita sulla Tiburtina, in un appartamento di circa 60 metri quadrati, da novembre 2009. I primi due anni vive con un contratto di locazione non registrato di 18 mesi e paga 850 euro al mese. Quando viene a conoscenza della Cedolare secca contatta l’Unione Inquilini. Arriva dall’avvocato Rosa che si impegna. La registrazione del contratto prevede che l’affitto di Giulia passi a 250 euro. Ben 600 euro in meno rispetto al pagamento in nero. Il proprietario reagisce malamente: fa scrivere a Giulia dal suo avvocato dichiarando efficace il precedente contratto firmato ma non registrato. E dichiarando che l’inquilina non pagava tutte le spese condominiali. Dichiarazione falsa e presto smentita dai bonifici che Giulia eseguiva. La prima lettera dell’avvocato della controparte dunque non ha avuto risultati a favore del proprietario, anche perché la registrazione del contratto ha annullato quello precedente. Giulia si è trovata costretta a cambiare la serratura della porta di casa. Attualmente paga 250 euro al mese, da circa due. Qualcuno ha provato ad accusarla di essere stata complice del proprietario, scorretta come lui, nell’aver accettato un canone di locazione così alto: ma è forse possibile vivere a Roma pagando affitti equi e ragionevoli?

05/02/2012 19:31 | CONFLITTI – ITALIA | Fonte: Il Corriere Nazionale | Autore: Isabella Borghese

15 OTTOBRE

Alternativa Ribelle, 15 ottobre. Siamo un esercito di sognatori: per questo siamo invincibili.

Quello che segue è il testo dell’appello che promuoviamo come Alternativa Ribelle (e quindi come Giovani Comunisti e Fgci) in vista del 15 ottobre e che è stato pubblicato quest’oggi sul manifesto. Come ho già scritto, il nostro ruolo diventa determinante. Non è presunzione, ma la consapevolezza che Berlusconi non se ne andrà mai senza la lotta, il protagonismo dei movimenti, della sinistra politica e sociale. E lo stesso discorso vale per la crisi economica e per tutte le classi dirigenti che con le loro politiche neo-liberiste la crisi l’hanno prodotta e la crisi inevitabilmente la riprodurranno se saranno di nuovo messe nelle condizioni di governare. Va fermata la crisi e vanno fermate queste classi dirigenti. Con l’unico strumento che abbiamo: la lotta. Certo è – e questo è il contributo che stiamo dando, concretamente, in tutti i luoghi del movimento – che non basta declamare questi obiettivi o sparlarla grossa, perché non è detto che più grossa la spari e più sei ascoltato. Bisogna costruire, pazientemente, una massa critica in grado di incidere e vincere, con un lavoro egemonico e di costruzione del consenso che ha tempi lunghi ma non per questo è meno urgente. In questo sta il valore assoluto dell’unità, da perseguire tanto a livello sociale quanto a livello politico, riconnettendo tra loro le tante espressioni e soggettività di questa sinistra così divisa e debole. Il 15 ottobre sarà utile se avrà queste caratteristiche, se si inserirà veramente dentro un contesto di lotta europea e internazionale e si trasformerà, nel nostro Paese, in un grande appuntamento di massa e unitario della sinistra anti-liberista. Possiamo farcela, dipende da tutti noi. (Simone Oggionni)

Il 15 ottobre anche noi saremo in piazza con gli “indignati” d’Europa:

indignati come chi subisce un torto e vuole giustizia, indignati come chi è stato derubato in modo sistematico da chi tiene i cordoni della Borsa, muove i fili invisibili della Banche e occupa le stanze dei bottoni.

Ci hanno cresciuto nel culto di un sistema economico che ci chiedeva flessibilità, “spirito d’impresa” e sacrifici promettendo ricchezza. Siamo diventati precari, apprendisti sfruttati, stagisti non pagati, studenti universitari vessati da tasse sempre più alte e finanziamenti sempre più bassi. Abbiamo comprato i loro prodotti, rinunciato a mutui e pensioni. Abbiamo perso diritti sul lavoro conquistati con anni di lotte dai nostri nonni e dai nostri padri. Non abbiamo rappresentanza nel Parlamento, complice una politica che si è ripiegata nel suo fortino, per rappresentare interessi ben precisi.

E ora che questo sistema improntato al “produci-consuma-crepa”crolla come un gigante dai piedi d’argilla per la sua incapacità di stare in piedi, nonostante le molte ingiustizie su cui negli anni si era puntellato, gli stessi che ci hanno condotti verso il baratro vogliono che paghiamo ancora.

Quando alzavamo la voce, dicendo che oltre che ingiusto questo sistema era sbagliato, iniquo e irrazionale, ci chiamavano cassandre. E come la Cassandra del mito classico avevamo ragione.

La nostra è una indignazione non autosufficiente, che parte da lontano, attraversa Genova dal 2001 al 2011, e non finisce.

La nostra indignazione percorre gli stessi sentieri di chi vuole costruire un’alternativa, di chi sa che questo non è il solo modo di far andare le cose. Noi ne conosciamo uno più giusto ed equo, abbiamo proposte e pretendiamo di essere ascoltati.

Scenderemo in piazza il 15 ottobre perché in Parlamento si discute di dove e come prendere i soldi ma nessuno contesta per cosa si devono usare. Noi pensiamo che “tranquillizzare i mercati” sia un tributo di sangue ad una divinità malevola, una ricetta impiegata troppe volte in passato e che non risolve il problema.

Noi crediamo che i soldi vadano presi dove ce ne sono, da chi finora ha pagato poco o nulla. Con l’istituzione della patrimoniale, una lotta vera all’evasione fiscale nelle sue diverse forme, con la tassazione delle rendite finanziarie. Noi crediamo che i soldi vadano tolti, per esempio, alle scuole private, alla Chiesa Cattolica, alle spese militari, al finanziamento sistematico alla cultura del profitto, dell’impresa, della religione, della guerra e della morte.

Dobbiamo investire su una società dei saperi, sulla ricerca, sull’istruzione, e non regredire in un regime dello sfruttamento, di un capitalismo “straccione”, dell’Europa delle banche e della finanza.

Il 15 ottobre manifesteremo perché il destino dello stato sociale e della qualità della vita nel nostro Paese nei prossimi anni sta per essere determinato da organismi sovranazionali e lobby economiche che nessuno ha eletto.

Siamo un paese commissariato e sull’orlo del baratro, e vogliamo riprenderci la democrazia che ci è stata espropriata da questa destra antirepubblicana, clericale ed eversiva.

Il 15 ottobre manifesteremo perché dietro alla manovra Sacconi c’è la cancellazione di fatto di ogni garanzia sui contratti di lavoro nel nostro Paese e lo smantellamento dello Statuto dei Lavoratori (compreso l’articolo 18 che gli italiani hanno già difeso in passato) e quindi la Costituzione. Questo è un golpe e noi non lo accetteremo.

Ci stanno rubando il futuro, ed il 15 ottobre saremo in piazza perché non siamo ancora rassegnati: chi tiene in mano le redini del Paese lo sta distruggendo e spetta a noi salvarlo.

Al fianco della FIOM, della CGIL, di tutto il mondo del lavoro, dei precari, delle associazioni, degli studenti, insieme al Coordinamento 15 ottobre chiederemo il blocco della manovra e le dimissioni di un governo incapace e classista che ruba ai poveri per dare ai ricchi, che sta conducendo una generazione sull’orlo del baratro.

Ci riprendiamo la piazza in una grande giornata di mobilitazione dell’opposizione sociale che sia il battesimo del fuoco di un fronte compatto, unitario e aperto a chiunque abbia in mente un’altra manovra, un’altra idea di società, un altro mondo possibile.

Siamo un esercito di sognatori, e per questo siamo invincibili.

(Da conflitti,Simone Oggionni)


Il vecchio Marx fa ancora paura

Il seguente articolo, scritto certamente da un non comunista, mostra ancora una volta, se ce ne fosse bisogno, quanto siano state errate le ricette dei liberisti e come invece il caro vecchio Karl Marx fosse l’unico ad aver fatto previsioni attendibili.

EUROPA, SALARI, POLITICHE PUBBLICHE

L’emergenza che non vediamo

L’ Economist dedica la copertina alla ricerca del lavoro che non c’è in tutto l’Occidente. Nei 34 Paesi dell’Ocse, i più avanzati del mondo, i disoccupati sono 44 milioni, più o meno gli abitanti della Spagna. Ma per calcolare quanti posti mancano davvero andrebbero considerati anche i lavoratori part-time che vogliono il tempo pieno (un posto ogni due tempi parziali), i dipendenti sottoposti a sospensioni lunghe dall’attività (un posto ogni 1.800 ore di integrazione salariale) e infine gli scoraggiati (coloro i quali non hanno più cercato lavoro negli ultimi tempi). I posti che mancano nell’area Ocse diventerebbero così 100 milioni.
Il diavolo che minaccia l’Occidente è dunque peggiore di quello dipinto dal settimanale britannico. E tuttavia, al di là dei numeri, colpisce l’enfasi dell’antica testata liberale sulla questione del lavoro mentre i governi europei e la Bce combattono il deficit dei bilanci pubblici senza troppo curarsi degli effetti collaterali che deprimono l’economia, e dunque l’occupazione. Certo, da tempo la Banca d’Italia invoca politiche per la crescita basate su riforme a costo zero come quella, peraltro inderogabile, della giustizia civile e quella, tutta da approfondire, del mercato del lavoro. Ma oggi tra la durezza della crisi e il riformismo in stile anni Novanta emerge la stessa distanza che separa i fatti dalle parole: vanno male anche i maestri di quella stagione. E allora torniamo a chiederci se ci possa essere una ripresa duratura senza invertire la ridistribuzione sempre più ineguale della ricchezza, quando sappiamo che il disastro è cominciato dall’insolvenza dei poveri fatti indebitare per farli consumare senza aumentare loro le paghe. E poi crediamo davvero che l’Italia possa basarsi soltanto sull’estero quando le imprese esportatrici, peraltro ottime, importano sempre più componenti? E l’Eurozona potrà mai riprendersi se i suoi 450 milioni di cittadini non torneranno a spendere?
Forse non è un caso se George Magnus, l’economista principe di Ubs che aveva capito la crisi dei mutui «subprime » prima della Casa Bianca, ora scrive su Bloomberg : «Date a Marx una chance di salvare l’economia mondiale». La sua è una provocazione. Ma resta il fatto che il balzo della produttività è avvenuto attraverso il taglio dei costi, il trasferimento delle produzioni nei Paesi emergenti, gli arbitraggi fiscali e regolatori tra legislazioni e non solo attraverso il progresso tecnologico. Un processo che ha congelato i salari reali e aumentato la disoccupazione a tutto vantaggio dei profitti. Un’impresa riceverà applausi, se batte questa strada. Un Paese pure, se avrà l’accortezza di non costringere poi i clienti alla recessione, come invece sta facendo la Germania in Europa. Ma se lo fanno tutti? Se lo fanno tutti, ironizza Magnus, si entra nel paradosso marxiano della sovrapproduzione: il sistema ha fatto investimenti per sfornare una quantità di merci superiore alla sua capacità di consumo. E qualcuno deve pagare il conto.
Se non vogliono resuscitare il rivoluzionario di Treviri o, più probabilmente, esporre a tumulti nordafricani democrazie che ai giovani derubati della speranza sembreranno inutili, i governi dovrebbero porre in cima all’agenda il lavoro, non il deficit dei conti pubblici. E il lavoro si crea attivando la domanda interna. Anche a costo di un po’ di inflazione.
Sul Financial Times , sir Samuel Brittan critica i flirt marxisteggianti. Ma non censura i rischi della stagnazione salariale né gli auspici d’inflazione. Del resto, la Bank of England e la Federal Reserve continuano a stampare moneta, sia pur virtuale. E pur avendo conti peggiori dell’Eurozona, i debiti pubblici di Regno Unito e Usa galleggiano. La Bce non lo fa perché non ha alle spalle un governo che glielo chieda. E l’euro trema.
In queste condizioni, l’Italia non può lasciar correre il deficit né disimpegnarsi sulla riduzione del debito. Ma rischia anche la recessione se non riesce a riorientare il risparmio privato dai deludenti impieghi finanziari verso gli investimenti nell’economia reale attraverso la leva della politica industriale (che non vuol dire un’altra Finsider ma, per esempio, no ai contributi esagerati per le fonti rinnovabili e sì al risparmio energetico). E la domanda interna non parte se, in attesa di poter alzare i salari, non si usa con coraggio la leva fiscale. È possibile, a parità di gettito, trasferire almeno in parte l’Irap alle retribuzioni e al tempo stesso aumentare l’Irpef? Far pagare la sanità a tutti i cittadini secondo aliquote progressive anziché alle imprese e ai dipendenti sarebbe anche un atto di giustizia. E se si vuole fare un po’ di inflazione, a sollievo del debito pubblico, l’Italia dovrebbe convincere l’Eurozona ad aumentare l’Iva, così da spostare un po’ di peso anche sulle importazioni, avendo cura di salvaguardare i redditi bassi con ritocchi dell’Irpef. Insomma, possiamo rialzarci. Ma ci vorrebbe un governo. Capace di politica interna e di politica estera.

(da Il Corriere della Sera)

Genova dieci anni dopo

genova 2001-2011

Solo il tempo dirà cosa è riuscito a produrre un movimento così ampio, ricco di idee, che nel 2001 ha provato a mettere in discussione l’egemonia liberista. Radio Popolare l’ha raccontato in presa diretta.

E oggi, insieme a “E” continua a farlo.

Buon ascolto.

radiopopolare

Quella notte alla DIAZ – sul sito di Radiopopolare

Italian Revolution

il manifesto del 03/06/2011
Da Bologna a Roma cresce il movimento dei giovani «senza bandiera» che chiedono lavoro, casa, rispetto e politiche dal basso. Con metodi improntati alla democrazia partecipata e alla non-violenza, in connessione con Madrid, Atene ma anche con le «primavere arabe». Intanto a Barcellona, dopo gli sgomberi, riprendono slancio gli «indignados»

Si chiama Italian revolution, per ora, la piattaforma con cui sono presenti in alcune grandi e piccole città gli indignados italiani. Sulle orme dei primi messaggi apparsi su facebook il 19 maggio in appoggio alla grande manifestazione indetta a Barcellona, si erano dati appuntamento per il giorno seguente in Piazza Maggiore a Bologna. Tutto era partito da un gruppo di studenti Erasmus spagnoli che volevano esprimere, com’era accaduto in altre piazze europee, solidarietà al movimento 15-M (dalla data del 15 maggio), altrimenti chiamato DRY (da democracia real ya). Piano piano, con l’avvicinarsi di tante persone, parlando parlando erano emersi i problemi analoghi vissuti in Italia, per cui si è costituito da quel giorno di maggio anche a Bologna «un posto per tutti per parlare di politica». Dove per politica, si badi bene, si intende il suo significato originario, polis ovvero comunità (dal greco), e i due giovani incontrati precisano che «l’immagine guida è la polis e l’agorà, ma liberate dallo schiavismo di un tempo». Lavorare tutti/e, lavorare meno, per avere tutti/e il tempo di dedicarsi anche alla politica in segno della multiculturalità, essendo le strutture oggi presenti non più sufficienti per affrontare la situazione.
Preferiscono non usare i termini usati dai partiti per parlarne, piuttosto chiamano in causa con nome e cognome coloro che gestiscono (male) le risorse. Così nelle assemblee, rigorosamente in cerchio, seduti per terra (per essere tutti/e allo stesso livello) con liste di interventi rispettate e richieste di contributi costruttivi, commentati con segni del linguaggio dei sordo-muti per non interrompere con applausi eventuali flussi di coscienza-pensiero, si toccano argomenti scottanti come l’Hera (società che gestisce gas, acqua, luce e raccolta rifiuti in Emilia-Romagna), l’Atc (società di trasporto pubblico che da poco ha aumentato il biglietto), ma anche la precarietà, gli affitti troppo alti, l’immigrazione, i beni comuni non privatizzabili, i referendum del 12/13 giugno, i tagli all’istruzione.
Chiedono ascolto a Bologna e non solo, perché nel corso delle assemblee, a cui partecipano dalle cento alle trecento persone, tra giovani e anziani, donne e uomini e persino bambini, ci si collega via internet (nel centro di Bologna c’è la rete wireless pubblica) per interfacciarsi con le altre piazze italiane a Torino, Milano, Venezia, Firenze, Pisa, Padova. E a Roma, dove c’è stata un’evoluzione simile al capoluogo emiliano-romagnolo: dalle quaranta persone in Piazza Bologna il 20 maggio si è arrivati alle oltre 400 tra giovani e meno giovani, precari e studenti, di domenica scorsa in Piazza San Giovanni. Primo passo per la costruzione di un’assemblea permanente, anche lì, come a Bologna, dove ormai si raggiungono le 300 ore consecutive (con una ventina di persone che dormono anche in piazza ben tollerati dai vigili urbani), e le parole d’ordine sono sempre confronto, lucidità e non violenza. Citiamo un fatto accaduto a Firenze: la polizia aveva vietato la distribuzione dei volantini che ogni giorno vengono preparati dal gruppo comunicazione (perché hanno anche una ferrea struttura organizzativa le diverse assemblee) per far conoscere alla gente gli argomenti discussi la sera, e come risposta i creativi indignados molto indignati hanno lanciato in aria duecento palloncini con scritti i punti dell’ordine del giorno.
Così come colpisce durante gli interventi il silente assenso mimato con le mani in alto sbattendole come farfalle in volo, che ci fa venire in mente la frase di Lao-tse che dice che un battito d’ali di farfalla qui, può provocare un terremoto in un altro punto del mondo. E se fosse davvero così, visto che dal 29 maggio già si parla di European Revolution? A Bologna ci si connette anche con Barcellona, Berlino o Atene, ma anche con le «primavere arabe», per discutere in contemporanea le questioni più urgenti, e fare quindi delle tecnologie un uso funzionale dal basso per connettere il local al global. Chiedono – abbiamo detto – di rispettare almeno i diritti previsti dalla costituzione (festeggiata in pompa magna più che mai quest’anno del 150° anniversario dell’Unità d’Italia). Chiedono la «coscientizzazione» della cittadinanza riguardo alle questioni ambientali, indicono gruppi di lavoro e workshop sui temi emersi le prime sere come una vera e propria «pioggia di idee», e ai quali sono benvenuti uomini e donne anche di associazioni e/o di partiti, basta che parlino a nome personale e non dell’organismo di cui fanno parte, per apportare il sapere in una realtà apartitica ma a forte carattere socio-politico-culturale. Perché per ribaltare questo sistema in agonia a livello mondiale non bastano più gli scioperi e le manifestazioni: Piazza Tahrir, Plaza Catalunya, Plaza del Sol, e da poco Piazza Syntagma, insegnano a riprendersi lo spazio pubblico e privato a suon di corpi e di cervelli. A Barcellona parlano professori universitari in piazza, si tengono persino alcune lezioni, mentre le (per ora) piccole piazze attive in Italia sono assolutamente ignorate dai media (tranne dalle radio indipendenti). «Il lavoro non è una merce», si è sentito dal microfono qualche sera fa in tutta la piazza a Bologna, e verso mezzanotte l’associazione Ca’ Rossa insieme alla Compagnia dei 13 hanno dato voce poeticamente alla precarietà con Flexible parafrasando l’Amleto shakespeariano: «Essere o non essere… precario, questo è il problema, sentirsi o non sentirsi precario, questo è il vero problema».

Per info: sul profilo fb italianrevolution o sul sito italiarevolution.it

Giovani e azzerati

Intervista da IL MANIFESTO  a Ferrarotti: “I nostri giovani azzerati,produciamo richezza come cadaveri”
di FRANCESCO PATERNÒ – IL MANIFESTO del 24 MAGGIO 2011
800 mila le donne licenziate o messe in condizione di doversi dimettere a causa di una gravidanza. Si tratta dell’8,7% delle madri che lavorano o che hanno lavorato in passato. Il sociologo Franco Ferrarotti: «Fino a quando reggeranno le fa. «Il paese è affetto da una crisi di orientamento. E basta col tabù del lavoro intellettuale-manuale»

Il sociologo Franco Ferrarotti ha anticipato la fotografia Istat della situazione del nostro paese – e dei suoi giovani in particolare – nel suo ultimo recente libro, dal titolo fin troppo eloquente: «La strage degli innocenti».

Professore, che cosa lo ha più ha colpito dell’ultimo rapporto Istat sull’Italia?

Quello che tutti sanno: che l’Italia è ferma, che non si produce ricchezza o se ne produce pochissima, più o meno quella fisiologica che producono anche i cadaveri. Siamo in una posizione grave, perché non producendo ricchezza non si amplia il ciclo economico e non ci sono nuovi posti di lavoro. E dunque cosa succede in un simile momento che prevedo per altro molto lungo, forse un lustro o due? Chi ha il posto se lo tiene, e giustamente dal loro punto di vista i sindacati proteggono questa fascia sociale. Però qui c’è un’intera generazione che cerca di entrare nel mercato del lavoro e non ce la fa. Tra i 18 e 25 la disoccupazione è del 30%, più di tre volte del dato nazionale. Stiamo per diventare l’unico paese tra quelli tecnicamente progrediti che sta azzerando una generazione di giovani da cui dipende il suo futuro.

Cosa ci tiene ancora in piedi?

Mi chiedo: come mai non si ribellano i giovani, quantomeno come stanno facendo in Spagna? Perché in Italia c’è un ammortizzatore segreto che si chiama famiglia allargata, fatta di zii e nonni oltre che di genitori. Ma è una situazione che sta in piedi fino a quando i risparmi familiari reggeranno. L’1% della popolazione possiede il 5% della ricchezza, la maggioranza della popolazione è sempre più povera. I dati ci dicono che c’è una proletarizzazione del ceto medio, ceto che pur di non confondersi con l’inferno dell’egualitarismo socialista, continua a votare il centrodestra, un segno di analfabetismo politico che fa paura. Non ci sono nuovi investimenti, chi ha ricchezza la porta all’estero, le rendite finanziarie sono le meno tassate del mondo e nemmeno c’è obbligo di dichiararle. Insomma, tra i paesi sviluppati l’Italia è l’unico dove si può essere nullatententi ad altissimo reddito.

E domani?

Molti giovani cercano un posto a tempo indeterminato e trovano solo call center con contratti di tre mesi. Non si può vivere così. Ormai, di questi tre milioni di giovani disoccupati, più di un milione ha rinunciato a cercar lavoro. Io credo che ci sia un problema molto serio, non solo di coesione sociale immediata, ma anche di formazione del cittadino. Siamo in presenza di un governo che non governa, che mira a durare e non a dirigere. Sono d’accordo sull’importanza di tenere in ordine i conti pubblici, ma non si possono tenere a posto i conti di un povero cadavere, cioè di una intera popolazione. Abbiamo pure gli stipendi più bassi d’Europa. Pensi che l’altro giorno negli Stati Uniti il presidente Obama ha concesso una franchigia a 4 milioni di dollari per le eredità venture, cioè soldi non tassabili in modo che li diano ai figli. Significa che bisogna trovare un compromesso positivo fra la difesa dei conti pubblici, ma anche operare degli investimenti per dare speranze e lavoro ai giovani. Il paese è affetto da una crisi di orientamento.

Lei ha insegnato per più di cinquant’anni: oggi consiglierebbe ai suoi studenti di andare all’estero?

I miei sempre cari giovani devono in primo luogo capire che non ci sono più studenti italiani, greci, tedeschi. Siamo cittadini europei, bisogna sapere le lingue europee e capire che la vecchia frattura tipicamente italiana tra lavoro intellettuale e lavoro manuale non ha più senso. Ogni attività lavorativa è degna, il lavoro non è merce, qui invece siamo in qualche modo condizionati dalla qualità del lavoro. Bisogna far cadere questi tabù. E capire che casa e bottega non è più possibile, che bisogna andare là dove c’è lavoro. Essere nello stesso tempo abitanti del villaggio e cittadini del mondo.

L’Istat segnala un peggioramento della «qualità dell’occupazione». Come legge questo dato?

Oggi, evidentemente, il laureato non solo del Mezzogiorno è il morto in casa, aspetta di trovare chissà che lavoro. Mentre in realtà, grazie alla immigrazione del sommerso, l’economia italiana ha ancora un certo grado di mobilità di cui ha estremo bisogno. Esempi? Fonderie nel nord est, verniciature delle scocche di automobili al Lingotto, pomodori in Puglia, olive in Calabria. Chi li fa questi lavori? Conosco bene gli Stati Uniti: lì in estate i ragazzi di qualunque famiglia si guadagnano da mangiare facendo i lavori più strani. Come accadeva una volta, si riconosce dignità anche al lavoro qualunque. Questo nella struttura italiana non ha fatto breccia: mi chiedo se non ci sia anche una responsabilità sindacale. Certamente c’è una responsabilità culturale: vale a dire la mitizzazione della laurea, del pezzo di carta. Credo che in Italia si stia tornando a queste vecchie stratificazioni che non hanno più senso.

Il futuro dei precari

di ROBERTO CICCARELLI (IL MANIFESTO del 08 APRILE 2011)
Inps, per precari e partite Iva, significa «Io Non Posso Sognare». Sullo striscione calato ieri dal secondo piano della sede di via Ambaradan a Roma c’era un punto interrogativo, segno che c’è ancora speranza. Il blitz è stato organizzato dal comitato promotore della street parade che sabato 9 attraverserà il centro di Roma, mentre in altre 30 città verrà ripetuto lo stesso auspicio: «Liberiamoci dalla precarietà perchè il nostro tempo è adesso».

«Siamo qui per denunciare lo scandalo della gestione separata dell’Inps » ha detto Elena degli studenti della Rete della conoscenza, prima che una guardia giurata le strappasse il megafono. E lo scandalo dov’è? La cassa previdenziale dove un milione di lavoratori autonomi e «parasubordinati » versano i contributi è in attivo di oltre 9miliardi di euro e finanzia la cassa integrazione per i lavoratori delle imprese private, mentre per chi oggi è precario non ci sarà una pensione degna di questo nome. È bastato poco per dimostrarlo. Un foglio excel, un computer e uno sportello con la scritta «Nuova Inps» che è stato costruito in fretta all’ingresso dell’agenzia. Un giovane sindacalista si è prestato alla messa in scena e ha calcolato le pensioni sulla base dei Cud di alcuni precari. Trentotto anni di contributi ad un collaboratore a progetto valgono una pensione da 545 euro mensili. Ad un altro 425. E infine 403 euro calcolati sui valori attuali. «Se dicessimo ai precari quanto prenderanno di pensione rischieremmo un sommovimento sociale», ha confessato il presidente dell’Inps Antonio Mastrapasqua mesi fa. Ecco adesso lo sappiamo e, bisogna dirlo, non era certo un gran mistero. «Non vogliamo più sogni intermittenti, ma che il sogno dell’intermittenza diventi realtà» ha urlato al megafono Sylvia, attrice delmovimento degli auto-organizzati dello spettacolo che hanno occupato il cinemaMetropolitan in via del Corso a Roma e martedì 12 aprile al teatro Eliseo rilanceranno la loro lotta dopo il reintegro del Fondo Unico per lo spettacolo. Chiedono, anche loro, un reddito garantito, il diritto alla maternità universale, il sostegno alla formazione permanente. E se gli archeologi e i formatori a partita Iva vogliono l’abolizione dell’Irap e di tutte le misure inique che gravano sul loro reddito del 27 per cento, i giornalisti precari romani dell’associazione «Errori di stampa» dicono di essere «ignorati dal sindacato di categoria che ci chiama “free lance” anche se siamo collaboratori costretti a vendere gli articoli a prezzi stracciati». Con il telefono in una mano e il taccuino nell’altra, ieri parlavano di compensi che vanno da un minimo di 25 ad un massimo di 50 euro ad articolo. Per chi è disoccupato, non è prevista alcuna indennità. Al megafono le studentesse di Anomalia Sapienza hanno denunciato lo strozzinaggio sugli affitti e rivendicato il diritto all’occupazione delle case sfitte. Solo nella Capitale sono 150 mila.

(Da Controlacrisi.org)

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