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La ricchezza globale resta fortemente concentrata al vertice della piramide

OIP

La ricchezza globale, in crescita tra giugno 2018 e giugno 2019, resta fortemente concentrata al vertice della piramide distributiva: l’1% più ricco, sotto il profilo patrimoniale, deteneva a metà 2019 più del doppio della ricchezza netta posseduta da 6,9 miliardi di persone.

Nel mondo 2.153 miliardari detenevano più ricchezza di 4,6 miliardi di persone, circa il 60% della popolazione globale.

Il patrimonio delle 22 persone più facoltose era superiore alla ricchezza di tutte le donne africane.

Se le distanze tra i livelli medi di ricchezza dei Paesi si assottigliano, la disuguaglianza di ricchezza cresce in molti Paesi.

In Italia, il 10% più ricco possedeva oltre 6 volte la ricchezza del 50% più povero dei nostri connazionali. Una quota cresciuta in 20 anni del 7,6% a fronte di una riduzione del 36,6% di quella della metà più povera degli italiani. L’anno scorso inoltre, la quota di ricchezza in possesso dell’1% più ricco degli italiani superava quanto detenuto dal 70% più povero, sotto il profilo patrimoniale.

In un mondo in cui il 46% di persone vive con meno di 5.50$ al giorno, restano forti le disparità nella distribuzione dei redditi, soprattutto per chi svolge un lavoro.

Con un reddito medio da lavoro pari a 22$ al mese nel 2017, un lavoratore collocato nel 10% con retribuzioni più basse, avrebbe dovuto lavorare quasi tre secoli e mezzo per raggiungere la retribuzione annuale media di un lavoratore del top-10% globale. In Italia, la quota del reddito da lavoro del 10% dei lavoratori con retribuzioni più elevate (pari a quasi il 30% del reddito da lavoro totale) superava complessivamente quella della metà dei lavoratori italiani con retribuzioni più basse (25,82%).

Nel report pubblichiamo oggi, alla vigilia del meeting annuale del World Economic Forum di Davos, evidenziamo un fenomeno, elevate e crescenti disuguaglianze, che mettonoa repentaglio i progressi nella lotta alla povertà, minano la coesione e la mobilità sociale, alimentano un profondo senso di ingiustizia e insicurezza, generano rancore e aumentano in molti contesti nazionali l’appeal di proposte politiche populiste o estremiste.

Il rapporto è la storia di due estremi. Dei pochi che vedono le proprie fortune e il potere economico consolidarsi, e dei milioni di persone che non vedono adeguatamente ricompensati i propri sforzi e non beneficiano della crescita che da tempo è tutto fuorché inclusiva.

Abbiamo voluto rimettere al centro la dignità del lavoro, poco tutelato e scarsamente retribuito, frammentato o persino non riconosciuto né contabilizzato, come quello di cura, per ridarle il giusto valore.

Dopo il rapporto Ricompensare il lavoro, non la ricchezza del 2018, dedicato al lavoro sottopagato e a moderne e invisibili forme di sfruttamento nelle catene di valore globale, Time to Care – Aver cura di noipresta attenzione al lavoro domestico sottopagato e a quello di cura non retribuito che grava, globalmente,soprattutto sulle spalle delle donne. Uno sforzo enorme per garantire un diritto essenziale il cui valore è tuttavia scarsamente riconosciuto.

Basti pensare che:

  • le donne a livello globale impiegano 12,5 miliardi di ore in lavoro di cura non retribuito ogni giorno, un contributo all’economia globale che vale almeno 10,8 trilioni di dollari all’anno, tre volte il valore del mercato globale di beni e servizi tecnologici;
  • nel mondo il 42% delle donne di fatto non può lavorare perché deve farsi carico della cura di familiari come anziani, bambini, disabili. Solo il 6% degli uomini si trova nella medesima situazione;
  • in Italia, al 2018, l’11,1% delle donne, per prendersi cura dei figli, non ha mai avuto un impiego. Un dato fortemente superiore alla media europea del 3,7%, mentre quasi 1 madre su 2 tra i 18 e i 64 anni (il 38,3%) con figli under 15 è stata costretta a modificare aspetti professionali per conciliare lavoro e famiglia. Una quota superiore di oltre 3 volte a quella degli uomini;
  • le donne svolgono nel mondo più di tre quarti di tutto il lavoro di cura, trovandosi spesso nella condizione di dover optare per soluzioni professionali part-time o a rinunciare definitivamente al proprio impiego nell’impossibilità di conciliare i tempi di vita e di lavoro. Pur costituendo i due terzi della forza lavoro retribuita nel settore di cura – come collaboratrici domestiche, baby-sitter, assistenti per gli anziani – le donne sono spesso sotto pagate, prive di sussidi, con orari di lavoro irregolari e carichi psico-fisici debilitanti.

Solo politiche veramente mirate a combattere le disuguaglianze potranno correggere il divario enorme che c’è tra ricchi e poveri. Tuttavia, solo pochissimi governi sembrano avere l’intenzione di affrontare il tema.

È ora di ripensare anche il modo in cui il nostro modello economico considera il lavoro di cura. La domanda di questo tipo di lavoratori, non retribuiti o sottopagati, è destinata a crescere nel prossimo decennio dato che la popolazione globale è in aumento con percentuali di invecchiamento sempre più alte.

Si stima che entro il 2030, avranno bisogno di assistenza 2,3 miliardi di persone, un incremento di 200 milioni di persone dal 2015. È urgente che i governi reperiscano, tramite politiche fiscali e di spesa pubblica più orientate alla lotta alle disuguaglianze, le risorse necessarie per liberare le donne dal lavoro di cura – servizi pubblici, infrastrutture – e affrontare seriamente le piaghe di disuguaglianza e povertà.

L’ITALIA NON È UN PAESE PER GIOVANI

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Distribuzione della ricchezza nazionale netta (metà 2019) – Fonte: Credit Suisse

In Italia i ricchi sono soprattutto figli dei ricchi e i poveri figli dei poveri: condizioni socio-economiche che si tramandano di generazione in generazione.

L’edificio sociale ha un pavimento e soffitto “appiccicosi”: 1/3 dei figli di genitori più poveri, sotto il profilo patrimoniale, è destinato a rimanere fermo al piano più basso (quello in cui si colloca il 20% più povero della popolazione), mentre il 58% di quelli i cui genitori appartengono al 40% più ricco, manterrebbe una posizione apicale.

 

I giovani italiani che ambiscono a un lavoro di qualità devono fare oggi i conti con un mercato profondamente disuguale, caratterizzato, a fronte della ripresa dei livelli occupazionali dopo la crisi del 2008, dall’aumento della precarietà lavorativa e dalla vulnerabilità dei lavori più stabili.

Oltre il 30% degli occupati giovani guadagna oggi meno di 800 euro lordi al mese. Il 13% degli under 29 italiani versa in condizione di povertà lavorativa.

Un quadro d’insieme contraddistinto da carenze nell’orientamento, debolezze sistemiche nella transizione dalla scuola al mondo del lavoro, da un arretramento pluridecennale dei livelli retributivi medi per gli occupati più giovani, dalla sotto-occupazione giovanile, da un marcato scollamento tra la domanda e l’offerta di lavoro qualificato che costringe da anni tanti giovani laureati ad abbandonare il nostro Paese inassenza di posizioni lavorative qualificate e di prospettive di progressione di carriera.

Tanti giovani italiani non studiano né lavorano, tanti lavorano per una paga risibile, meditando di partire in cerca di un futuro migliore.

Servono interventi efficaci, per fare in modo che le giovani generazioni non siano lasciate indietro e al contrario siano, come è giusto, una risorsa per il nostro Paese. I giovani italiani reclamano un futuro più equo e aspirano a un profondo cambiamento della società, non più lacerata da disparità economico-sociali, ma più equa, dinamica e mobile: abbiamo la responsabilità di ascoltare le loro richieste.

Fonte

Un colpo al cerchio ed uno alla botte e poi uno bello grosso all’enorme ipocrisia di questo assurdo paese

WARNING !! WARNING !!

Prima di tutto un avviso generale, a chiunque si stia cimentando a leggere questo post. Si tratta di un post estremamente antipatico ed antipatizzante, nella maniera più letterale del termine. Si tratta di un pensiero che cerca di non seguire la corrente, nemmeno quella pietista, o quella che qualcuno oggi definirebbe “buonista”. Per cui chi pensa di trovarci il solito panegirico di questi giorni, quello sentito da tutte le tv e letto su tutti i giornali, teso ad incensare, beatificare, idolatrare e santificare Marchionne, smetta subito di leggere ed occupi in modo migliore il proprio tempo. Oppure vada avanti per il solo gusto di potersi sfogare sulla tastiera insultando l’autore del pezzo a lettura finita.

Beninteso; non troverete nemmeno festeggiamenti per la scomparsa dell’ex AD di Fiat-FCA, nessuno è così scemo da cadere nel tranello di dare libero sfogo, per di più in forma scritta, agli istinti più bassi e primordiali !! Troverete una lettura sicuramente critica e scevra da ogni coccodrillo, che ha iniziato a celebrare Sergio Marchionne nei giorni scorsi, a dipartita non ancora avvenuta, e continua e continuerà a farlo per  giorni a venire.

Altro avviso: se pensate che questo “ODIO DI CLASSE” sia troppo, e che sia assolutamente insopportabile, dedicatevi ad altro. Parlo di odio di classe perché sia ben chiaro, sopra ogni altro possibile ragionamento, che le classi sociali, per quanto ne dicano i giornali e i media, esistono ancora. Purtroppo, anche un sindacato troppo accondiscendente, ed ormai avulso da una seria battaglia per la difesa e la riconquista dei diritti, a 360 gradi, ha iniziato a diffondere la favola assurta al rango di notizia, per cui la lotta di classe è terminata.

NIENTE DI PIU’ FALSO !! Uno come Marchionne l’ha sempre combattuta, per la sua parte ovviamente, ed è andato anche oltre, non si è mai accontentato di vincere e ha voluto stravincere. Non ha mai avuto, per un solo momento, un atto di clemenza nei confronti di un avversario ormai stremato ed alle corde sotto tutti i punti di vista. E questo ha fatto di lui, un dispensatore di odio di classe.

L’ipocrisia di questo paese ha fatto, e continua fare, il resto. Chi muore, è sempre senza colpe, deve essere sempre dipinto come un eroe, un salvatore della patria, un’anima bella pronta ad entrare nel paradiso che qualcuno ha già arredato allo scopo. Questo è l’adagio che accompagna sempre le morti celebri, anche quando in vita il defunto non era poi questo fenomenale esempio di umanità…. Certo Marchionne ha sollevato FIAT da una grave crisi finanziaria, e più di ogni altra cosa è riuscito a valorizzarne il marchio ed il valore per gli azionisti, quello che gli esperti chiamano brand.

Non ha certo fatto di FIAT quel gruppo leader che non è mai stato !! Ad un certo punto è parso palese che la ricollocazione in una economia totalmente finanziarizzata imponesse di trattare la produzione di automobili, in sostanza quello che dovrebbe essere il core business di Fiat, in modo del tutto secondario, almeno in Italia. L’acquisizione di Chrysler ha condotto ad uno spostamento dei centri nevralgici della Fiat oltreoceano, con il conseguente trasferimento delle sedi governative della Fabbrica Italiana Automobili Torino in Gran Bretagna ed in Olanda, per ragioni meramente speculative e per i ben noti vantaggi fiscali.

E la produzione delle auto ?? Mirafiori e Pomigliano sono oggi dei fantasmi di quello che erano in passato, e cioè grandi stabilimenti per la produzione di automobili. Sotto la cura, o la scure,  di Marchionne i dipendenti degli stabilimenti FIAT in Italia, sono passati da 120mila a 29mila. Oltre 90.000 dipendenti in meno !! Esternalizzazioni, trasferimenti di produzione all’estero, diversificazioni industriali e tanto altro ancora….

Forse, e non sono certo il primo a dirlo, e a scriverlo, faremmo meglio a dire che non è FIAT ad avere acquisito Chrysler, ma l’esatto contrario !!

Ebbene in questi giorni qualcuno brandisce il crocefisso ed il vangelo come armi di distinzione di massa e di divaricazione di popoli, dimostrando di usarli come feticci, senza aver compreso minimamente il messaggio di Gesù Cristo. Ormai siamo piombati nell’epoca in cui, chi ancora prova ad attraversare il Mediterraneo, fuggendo da guerre, persecuzioni, carestie e miserie non trova accoglienza, perché l’Italia ha deciso di mostrare i muscoli, perché le vite perse in fondo al mare sono meno degne di essere vissute, perché forse quelle vite stesse appartengono a chi si trova una pigmentazione ed un dosaggio di melanina diverso dal Ministro Salvini, e dal defunto Marchionne. E poi perché la padella predisposta da Minniti è divenuta la brace di Salvini….

E qui, oltre al colore della pelle vale anche il colore dei soldi !! Non è mai solo una questione di etnie !! Come sempre è anche una questione di classe !! In questi stessi giorni la “pietas umana”, questo grande mercimonio di ipocrisia, esercitato a piene mani e dispensato generosamente, ha messo in mostra molti mercanti della parola che hanno visto bene di parlare del dolore di Marchionne erigendolo a modello e smettendo di ascoltare, o continuando a lasciare nel totale ed assordante silenzio, i dolori di chi vive ogni giorno sulla propria pelle la propria estraneità, donne e uomini dell’Africa, popolazioni rom, omosessuali, dal mainstream sociale della cultura dominante ed invadente nostrana.

Si è misurata e dosata la stessa pietà per quegli ex-dipendenti FIAT che hanno pagato con la disperazione ed il suicidio la perdita di un posto di lavoro che costituiva per sè e la propria famiglia l’unica fonte di sostentamento ?? Perché si sappia che è successo anche questo; persone si sono tolte la vita perché non reggevano più l’onta di un licenziamento oppure di un mobbing. Qualcuno piange con la stessa coerenza le centinaia di persone che perdono la propria vita sul lavoro perché questo paese, in maniera indegna per un paese industrializzato, “produce” un numero inverosimile di morti sul lavoro ogni santo giorno ??

Vorrei che un po’ della pietà che è stata dispensata a Marchionne raggiungesse anche queste persone, ma so che la retorica di stato vincerà anche questa volta. Ebbene tenetevi le vostre lacrime ed i vostri coccodrilli recitati anche in largo anticipo.

Personalmente salutando Sergio Marchionne, non ho e non  avrò alcuna nostalgia !! Ben sapendo che dopo un papa, oppure un re ne viene sempre, ed aggiungo purtroppo, un altro, crediamo ci siano diversi modi di fare impresa ed imprenditorialità. Ci sono stati e ci saranno molteplici modalità per guidare un’azienda. Inutile dire che il modello rappresentato da Adriano Olivetti rappresenta ancora oggi una strada maestra. La mia nostalgia ed il mio ricordo sono per lui !!

 

 

LA QUESTIONE DEI RAPPORTI DI FORZA

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Tutti si ricor­dano la famosa frase pro­nun­ciata da Ram­sey McDo­nald, primo pre­si­dente del con­si­glio di un governo labu­ri­sta in Gran Bre­ta­gna nel 1931, nel pieno dell’altra grande crisi eco­no­mica mon­diale: «Cre­devo che il peg­gio fosse stare all’opposizione senza il potere di cam­biare le cose, ora mi sono accorto che è peg­gio ancora stare al governo e non aver ugual­mente potere». Pochi ricor­dano forse quello che avvenne dopo, quando McDo­nald decise di rom­pere con il pro­prio par­tito le cui riven­di­ca­zioni non era in grado di sod­di­sfare e di dar vita ad un pes­simo governo di unità nazionale.

Ebbene, nella tri­stis­sima serata che tutti abbiamo tra­scorso ieri notte attac­cati alla tele­vi­sione per seguire quanto acca­deva ad Atene, su piazza Sin­tagma e den­tro il palazzo del Par­la­mento che vi si affac­cia, abbiamo, almeno molti di noi, tirato un sospiro di sol­lievo: non solo — lo sape­vamo già prima — Tsi­pras non è Ram­sey McDo­nald, anche se ha dovuto spe­ri­men­tare una ana­loga impo­tenza — ma, quel che più conta, la rot­tura con il suo par­tito non è avvenuta.

Sia i 40 depu­tati di Syriza che hanno votato con­tro il memo­ran­dum, sia i 109 mem­bri del Comi­tato cen­trale che hanno espresso ana­loga oppo­si­zione, hanno riba­dito che que­sto non com­porta sfi­du­cia nei con­fronti del governo. Un’altra bella prova della matu­rità di Siryza. Se que­sta unità reg­gerà anche nelle dif­fi­ci­lis­sime set­ti­mane che ci aspet­tano, il peg­gio potrà forse essere evitato.

La scelta del che fare a fronte di un ricatto tanto arro­gante da non esser stato nem­meno imma­gi­nato è stata per Atene molto ardua, ed è com­pren­si­bile che abbia sol­le­vato un con­fronto così acceso, anzi dram­ma­tico. Tsi­pras, come sap­piamo, ha respinto l’ipotesi di un’uscita dall’eurozona, e ha scelto di cor­rere i rischi dell’accordo leo­nino che gli è stato impo­sto per gua­da­gnare tempo — e man­te­nere una col­lo­ca­zione di governo — due fat­tori che aiu­tano ad affron­tare una situa­zione molto dif­fi­cile, ma meno dif­fi­cile di quella che si sarebbe creata, subito, ove le ban­che fos­sero rima­ste chiuse senza liquido, sti­pendi non paga­bili, blocco dei ser­vizi pub­blici, impor­ta­zioni impos­si­bili in un paese che senza com­prare all’estero il car­bu­rante per i pro­pri pesche­recci non è in grado nem­meno di pescare il pro­prio pesce.

Dif­fi­cile e peri­co­losa: quando una crisi diventa così grave può acca­dere di tutto. Da parte dell’avversario, ma anche — la sto­ria ce lo inse­gna — per le ten­ta­zioni auto­ri­ta­rie cui si potrebbe cedere per con­trol­lare le ine­vi­ta­bili proteste.

Adesso, se non ci saranno lace­ra­zioni nel corpo di Syriza, sarà pos­si­bile lavo­rare per ridurre al minimo, e comun­que per distri­buire più equa­mente il peso delle misure impo­ste. Con­tando anche sull’estrema con­fu­sione che regna nel campo delle “isti­tu­zioni” UE: che non sono Maci­ste, ma una lea­der­ship sem­pre più con­fusa e sem­pre meno cre­di­bile. Basti pen­sare alla esi­la­rante uscita del Fondo mone­ta­rio, che dopo aver par­te­ci­pato ai nego­ziati con la inef­fa­bile signora Lagarde, manda adesso a dire che quell’accordo è ridi­colo, non potrà mai esser rea­liz­zato, per­chè la Gre­cia non potrà mai pagare un debito che negli anni, dopo le amo­re­voli cure dei dot­tori di Bru­xel­les, è pas­sato dal 127 % del PIL all’inizio della crisi al 176 % di oggi, al pre­ve­di­bile 200 % nel pros­simo futuro.

Degli 82 miliardi che ora sono stati con­cessi ad Atene solo il 35 % andrà all’economia reale, il resto a ripa­gare debiti già con­tratti e a rifi­nan­ziare le ban­che, così come del resto è acca­duto dal 2010, quando dei 226,7 miliardi elar­giti allora ne andò solo l’11,7%.

Anche sul piano poli­tico va ben sot­to­li­neato che da que­sta vicenda la lea­der­ship euro­pea è uscita malis­simo. Anche in Ger­ma­nia: basta scor­rere la stampa tede­sca più auto­re­vole per sapere con quanta asprezza viene giu­di­cato l’operato del pro­prio governo: ” Il governo tede­sco ha distrutto in un wee­kend sette decenni di diplo­ma­zia” — ha scritto il set­ti­ma­nale Spie­gel e la auto­re­vo­lis­sima Sud­deu­tsche Zei­tung ha titolato:“La signora Mer­kel ‚il nuovo nemico dell’Europa”. Per non par­lare di come in que­ste set­ti­mane si siano mol­ti­pli­cate le voci, anche isti­tu­zio­nali, di chi dice che biso­gna andar­sene dall’UE.

Tsi­pras ha invece deciso di non abban­do­nare il campo di bat­ta­glia. Poteva deci­dere di lasciar per­dere e cedere a chi sug­ge­riva di imboc­care la strada di uno sbri­cio­la­mento che avrebbe in realtà lasciato ancor più privi di forza rispetto alla finanza glo­bale i sin­goli paesi.

Può darsi che per otte­nere que­sta diversa Europa sia neces­sa­rio ricor­rere anche a que­sta scelta, ma assurdo è pen­sare che dia più forza, ad Atene ma anche a tutti noi, che la Gre­cia, la più debole, imboc­chi que­sta strada da sola. Gre­xit, oggi, diven­te­rebbe solo la pate­tica vicenda di un pic­colo paese mar­gi­nale, la vit­to­ria, per l’appunto, di Scheubele.

Altra cosa è che a met­tere in discus­sione l’eurozona sia uno schie­ra­mento più forte, almeno i paesi medi­ter­ra­nei, sulla base di un chiaro pro­getto di lotta e di reci­proca soli­da­rietà. Que­sto fronte oggi non c’è e noi ita­liani pos­siamo solo ver­go­gnarci per­chè il nostro pre­si­dente del Con­si­glio, che avrebbe potuto, e dovuto, avere un ruolo di primo piano da svol­gere in que­sta situa­zione, ha messo, pau­roso, la testa sotto la sabbia.

Tocca anche a noi costruire un piano B, ma non solo per la Grecia.

Torna in primo piano il famoso con­cetto di “rap­porti di forza”, un ter­mine che sem­bra spa­rito dal voca­bo­la­rio della sini­stra, sic­chè quanto accade ad Atene c’è chi lo rap­pre­senta come l’antico dilemma fra riforme o rivo­lu­zione. Quasi che sia pos­si­bile –scrive con la tra­di­zio­nale voca­zione al richiamo teo­rico tede­sco Blo­kupy su “Neues Deu­tschland” — con­si­de­rare la Gre­cia come un secolo fa la Rus­sia: l ‘anello più debole del capi­ta­li­smo da cui si sarebbe potuti par­tire. Lenin, del resto, quando disse que­sta frase, non sapeva che la rivo­lu­zione tede­sca sarebbe fallita.

Oggi, comun­que, noi sap­piamo che di un pro­cesso rivo­lu­zio­na­rio capace di soste­nere la rot­tura even­tuale della Gre­cia in Europa non c’è nem­meno l’odore. Non è rivo­lu­zio­na­rio sbat­tere comun­que la testa con­tro il muro senza valu­tare se si rompe la testa o si sbri­ciola il muro. Pre­ser­vare la testa non è un atto di viltà, ma di intel­li­genza. Almeno se si intende com­bat­tere ancora e non solo costruire un monu­mento ai mar­tiri.

“La gente pro­te­sta, scende in strada” — ci dicono anche nostri con­na­zio­nali che sono in Grecia.“Nei bar si dice che Tsi­pras ha tra­dito.” E’ com­pren­si­bile, ma per que­sto per vin­cere ci vogliono i par­titi e non i bar: pro­prio nei momenti dram­ma­tici è indi­spen­sa­bile un sog­getto con­sa­pe­vole, unito da una comune cul­tura poli­tica, da un rap­porto vero con le rispet­tive comu­nità, e non un agglo­me­rato emotivo.

Per costruire l’egemonia neces­sa­ria ad affron­tare situa­zioni com­plesse, con lotte mirate e non solo con la mol­ti­pli­ca­zione delle proteste.

E’ vero che lasciare solo alla poli­tica — par­titi e isti­tu­zioni — il potere di deci­dere può esser peri­co­loso, e lo è stato tante volte in pas­sato. Per que­sto sono utili movi­menti e forme dirette di espres­sione della società civile e spe­riamo che ce ne siano in Greci a pun­go­lare, anche con­te­stan­dole, le deci­sioni che ver­ranno prese.

Ma la pro­te­sta indif­fe­ren­ziata di quello che ora viene chia­mato “il basso” che si con­trap­pone all’”alto”, per usare un con­cetto che oggi va di moda, non basta. E infatti, fin’ora, il 99%, seb­bene sia una così grande mag­gio­ranza di sof­fe­renti, non vince. Occorre di più.

Io la penso così. Ma sono molto con­for­tata nel riscon­trare che la grande mag­gio­ranza di coloro che stanno cer­cando di costruire in Ita­lia un nuovo sog­getto poli­tico uni­ta­rio la pensa in modo ana­logo. A qual­che ­cosa la lunga sto­ria della nostra sini­stra — primo fra tutti il “genoma Gram­sci” — ci è pur servita !

Luciana Castellina da “Il Manifesto”

Dalla Grecia al TTIP, il punto è la democrazia

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L’ordine del giorno della ses­sione di ieri mat­tina del Par­la­mento euro­peo pre­ve­deva il dibat­tito sulla situa­zione in Gre­cia, alla pre­senza di Junc­ker e Tsi­pras e la vota­zione sul Ttip, il trat­tato di com­mer­cio tra Ue-Usa. Vero oggetto della discus­sione in entrambi i casi, filo rosso tra due que­stioni fon­da­men­tali per il pre­sente e il futuro dell’Ue, la demo­cra­zia in Europa. Da un lato, un primo mini­stro che ha con­vo­cato un refe­ren­dum anche per­ché potesse eser­ci­tarsi pie­na­mente la sovra­nità popo­lare, e che in aula afferma con forza che «o l’Europa è demo­cra­tica o non è »; dall’altro la riso­lu­zione su un trat­tato, il cui man­dato nego­ziale è rima­sto a lungo segreto, e la cui appli­ca­zione svuo­te­rebbe ulte­rior­mente la demo­cra­zia rap­pre­sen­ta­tiva attra­verso mec­ca­ni­smi come il con­si­glio di coo­pe­ra­zione rego­la­to­ria e l’istituzione di tri­bu­nali arbi­trali per diri­mere le con­tro­ver­sie tra Stati e multinazionali.

Le parole di Tsi­pras — accolto dagli abbracci dei depu­tati del gruppo Gue-Ngl, di cui fa parte anche Syriza — risuo­nano di quello stesso orgo­glio, di quella dignità che ha por­tato il popolo greco a dire ’oxi’ (“no”)  al ricatto di Fmi e  Brus­sels group: «La mia patria è stata tra­sfor­mata in labo­ra­to­rio delle poli­ti­che di auste­rità, ma quelle ricette hanno fal­lito». Tsi­pras riven­dica che un governo demo­cra­ti­ca­mente eletto debba poter sce­gliere se repe­rire risorse tagliando le pen­sioni o tas­sando i ric­chi. E, dopo aver evo­cato la neces­sità di una con­fe­renza euro­pea sul debito in pole­mica con il capo­gruppo Ppe Weber, Tsi­pras chiude citando l’Antigone di Sofo­cle, il «diritto umano» che pre­vale sulla legge degli uomini, il diritto del popolo greco alla sua dignità che pre­vale su ogni memo­ran­dum. A spaz­zare via le men­zo­gne di chi rap­pre­sen­tava il refe­ren­dum come scelta tra euro e dracma, o la vit­to­ria del no come gre­xit, le parole del par­ti­giano Gle­zos: «Non solo non lasce­remo l’Europa. Non vi lasce­remo l’Europa», rivolto ai pala­dini dell’austerità.

A pre­sie­dere un dibat­tito acce­sis­simo Mar­tin Schulz, quello che faceva cam­pa­gna per il sì nono­stante il suo ruolo di Pre­si­dente. Lo stesso che nella scorsa ple­na­ria ha can­cel­lato voto e dibat­tito sul Ttip per­ché non vi era accordo nella grande coa­li­zione. Ecco, oggi è stato ancora più lam­pante come chi ha a cuore “almeno” la demo­cra­zia debba essere con Tsi­pras e con­tro Schulz.

E come nella subal­ter­nità nel dibat­tito sulla Gre­cia e nella com­pli­cità con i popo­lari nel voto sul Ttip i socia­li­sti euro­pei abbiano smar­rito qual­siasi fun­zione sto­rica, per usare un eufe­mi­smo. Appro­vato il com­pro­messo voluto dal duo Malmstrom-Schulz sul punto più con­tro­verso (la nuova ver­sione dell’Isds), la riso­lu­zione appro­vata ignora com­ple­ta­mente le pre­oc­cu­pa­zioni mani­fe­state in que­sti mesi da atti­vi­sti e movi­menti su que­stioni fon­da­men­tali come il prin­ci­pio di pre­cau­zione, la salute ali­men­tare, la per­dita di posti di lavoro.

Ieri è stata una gior­nata impor­tante anche per la ride­fi­ni­zione del ruolo stesso del par­la­mento euro­peo, che come Tsi­pras stesso ha ricor­dato avrebbe potuto essere coin­volto molto prima nella discussione.

Ora, se in Ita­lia smet­tes­simo di discu­tere di lea­der e for­mule, se lavo­ras­simo a unire soste­gno alla Gre­cia e lotta all’austerità, con­tra­sto al Ttip e bat­ta­glie per il diritto a lavoro e salute, forse potremmo sen­tire e com­pren­dere meglio l’orgoglio di Tsi­pras e del suo popolo, e costruire una sini­stra, una alter­na­tiva al socia­li­smo euro­peo e alle destre che ricordi, almeno vaga­mente, il Pride (in cui si uni­vano atti­vi­sti LGB e mina­tori) del bel film di Mat­thew Warchus.

Eleonora Forenza par­la­men­tare euro­pea L’Altra Europa con Tsipras

da “Il Manifesto”

Discorso del primo ministro greco Alexis Tsipras al Parlamento Europeo

Rispetto per il popolo greco. “La scelta coraggiosa del popolo greco non è una scelta di rottura con l’Europa, è la scelta di tornare a valori comuni come democrazia, solidarietà, rispetto reciproco e uguaglianza. Il messaggio uscito dal referendum è chiarissimo: l’Europa, la nostra struttura comune, o sarà democratica o avrà serie difficoltà a sopravvivere in queste circostanze difficili. Occorre rispetto per la scelta del nostro popolo”.

Le responsabilità. “Dobbiamo renderci conto che la responsabilità fondamentale del vicolo cieco in cui ci troviamo non riguarda gli ultimi cinque mesi del mio governo, ma i programmi di salvataggio che sono in vigore da cinque anni e mezzo”. “Non sono tra quei politici che danno la colpa dei problemi agli stranieri: per tantissimi anni i governi greci hanno creato uno stato clientelare, hanno alimentato la corruzione tra politica e imprenditoria e arricchito solo una fetta di popolazione. Il 10 per cento dei greci detiene il 56 per cento della ricchezza del paese; e questa enorme disuguaglianza unita ai programmi di austerità, invece di correggere, ha appesantito la crisi”.

Laboratorio fallito. “La Grecia e il popolo greco hanno fatto un sforzo senza precedenti per il cambiamento. In molti paesi europei sono stati applicati programmi di austerità, ma da nessuna parte così duri e per così tanto tempo. La mia patria si è trasformata in un laboratorio di austerità. Ma l’esperimento non ha avuto successo. Rivendichiamo un accordo con i nostri alleati che ci porti direttamente fuori della crisi, che faccia vedere la luce alla fine del tunnel”.

I soldi europei solo alle banche. “I fondi che sono stati stanziati non sono mai arrivati al popolo greco. Sono stati stanziati per salvare le banche greche ed europee ma non sono mai arrivati al popolo greco”.

Oggi la proposta greca all’Esm. “La lotta alla disoccupazione è il primo obiettivo della nostra proposta”. “La nostra proposta comprende la richiesta di un impegno immediato a lanciare un dibattito di merito sulla sostenibilità del debito pubblico, non ci possono essere tabù tra di noi per trovare le soluzioni necessarie”. “Oggi invieremo la nostra richiesta al Fondo salvastati europeo (Esm)”. “La proposta del governo greco per la ristrutturazione del debito non ha l’obiettivo di gravare ancora di più sui contribuenti europei”.

Fiducioso. “L’Europa si trova a un incrocio importante”. “È un problema europeo e non solamente greco, e per un problema europeo serve una soluzione europea. Ma la nostra è una storia di convergenze e non di divergenze, una storia di unioni e non di divisioni. Per questo parliamo di Europa unita e non divisa. Serve un compromesso condiviso in modo da evitare una frattura storica”. “Sono certo che ci assumeremo la nostra responsabilità storica e sono fiducioso che entro due, tre giorni riusciremo a rispettare gli obblighi nell’interesse della Grecia e anche dell’eurozona”.

VENERDI’ 3 LUGLIO GIORNATA DI MOBILITAZIONE NAZIONALE

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                    MOBILITAZIONE STRAORDINARIA E PERMANENTE
                                       A FIANCO DELLA GRECIA
                         NO ALL’AUSTERITÀ. SÌ ALLA DEMOCRAZIA!

 Rispondiamo insieme all’appello europeo che chiama tutti e tutte a impegnarsi d’urgenza a fianco del popolo greco e per cambiare l’Europa. 

Facciamo insieme uno sforzo straordinario di partecipazione per riempire l’Italia venerdì 3 luglio sera di manifestazioni unitarie visibili e partecipate in tante città.

 Invitiamo domani martedì 30 giugno in tutta Italia a organizzare riunioni unitarie per far partire da subito la mobilitazione locale.

Ciascuno faccia tutto quello che è possibile, da subito in tutta Italia. Serve la contro-informazione contro le bugie dei media di regime e del nostro governo, schierato come sempre dalla parte dell’austerità.

Mercoledì 1 luglio invitiamo a costruire dove possibile azioni di denuncia contro la follia irresponsabile delle istituzioni e dei governi europei, che operano fuori di qualsiasi mandato democratico.

Data, orario e caratteristiche di tutte le iniziative di questi giorni e delle manifestazioni unitarie di venerdì sera devono essere comunicate a: referendumgrecia@gmail.com

Invitiamo a firmare e diffondere la petizione europea che si trova sul sito: www.change4all.eu

Cambia la Grecia Cambia l’Europa – riunione unitaria di organizzazioni, reti e movimenti del 29 giugno 2015

DA ATENE: APPELLO ALLA MOBILITAZIONE EUROPEA. NO ALL’AUSTERITÀ. SÌ ALLA DEMOCRAZIA!

L’Europa è a un bivio. Non stanno solo cercando di distruggere la Grecia, stanno cercando di distruggere tutti e tutte noi. È il momento di alzare la nostra voce contro i ricatti delle oligarchie europee.

Domenica prossima il popolo greco potrà decidere di rifiutare il ricatto dell’austerità votando per la dignità, con la speranza di un’altra Europa. E’ un momento storico, che impone a ciascuno in Europa di schierarsi.

Diciamo NO all’austerità, ad ulteriori tagli alle pensioni, ad altri aumenti delle imposte indirette. Diciamo NO alla povertà e ai privilegi. Diciamo NO ai ricatti e alla demolizione dei diritti sociali. Diciamo NO alla paura e alla distruzione della democrazia.

Diciamo insieme SÌ alla dignità, alla sovranità, alla democrazia e alla solidarietà con il popolo greco.

Questa non è una questione tra la Grecia e l’Europa. Riguarda due visioni contrapposte di Europa: la nostra Europa solidale e democratica, costruita dal basso e senza confini. E la loro versione che nega la giustizia sociale, la democrazia, la protezione dei più deboli, la tassazione dei ricchi.

Basta! È troppo! Un’altra Europa è possibile ed è davvero necessaria.

Costruiamo un forte OXI, un chiaro NO europeo. Troviamo il nostro modo per dire NO in tutte le lingue d’Europa! Troviamo il nostro modo per dire OXI!

Domenica sarà un giorno decisivo per l’Europa. Per noi, popolo europeo. Per i nostri sogni, per le nostre speranze. Difendiamo insieme la dignità, i diritti, la democrazia.

Mafia Capitale, Rodotà: “Siamo di fronte a un doppio stato con poteri extralegali”

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«Davanti ai nostri occhi si è aperto un abisso che la parola cor­ru­zione descrive solo par­zial­mente – afferma Ste­fano Rodotà – Mafia Capi­tale con­ferma l’esistenza di un sistema paral­lelo che per­mette solo ai poteri cri­mi­nali di approv­vi­gio­narsi alle risorse pub­bli­che per lucrare sugli immi­grati, sui rom, su tutti coloro che andreb­bero tute­lati con la soli­da­rietà pub­blica e civile. La soli­da­rietà si è capo­volta in un’opportunità di arric­chi­mento di un ceto che eser­cita poteri extra­le­gali o del tutto extralegali».

Come defi­nire que­sto sistema paral­lelo alla poli­tica “isti­tu­zio­nale”?
Quando sco­primmo la P2 venne coniata l’espressione “Dop­pio stato”. A qual­cuno sem­brò un’espressione senza fon­da­mento. I dati di fatto anda­vano invece in que­sta dire­zione. Mafia Capi­tale ci mette di fronte ad un dop­pio stato. E que­sto non è avve­nuto solo a Roma. Il dop­pio stato oggi è un modo con­so­li­dato di gestire lo stato. Lo abbiamo visto all’opera all’Expo, al Mose, e in altre città. L’illegalità non è un feno­meno mar­gi­nale, è cen­trale nella vita dello Stato.

La sua è una visione inquie­tante, pro­fes­sor Rodotà, evoca tra l’altro gli aspetti più cupi della Prima Repub­blica. Non sta esa­ge­rando?
No, non lo credo affatto. Siamo di fronte ad una moda­lità isti­tu­zio­nale di gestione del potere paral­lela alla quella del potere uffi­ciale che ha finito per sovra­starla. Se misu­riamo il rap­porto tra il potere, le isti­tu­zioni e i cit­ta­dini con il metro tra­di­zio­nale oggi non siamo più in con­di­zione di descri­verlo. Il metro di giu­di­zio è affi­dato al sistema paral­lelo. Que­sto rove­scia­mento è inquietante.

Il pre­si­dente del Pd Orfini ha evo­cato i ser­vizi segreti e si chiede per­ché non sono inter­ve­nuti per fer­mare Car­mi­nati.
Sono sem­pre stato ostile alla logica delle devia­zioni. In Ita­lia abbiamo avuto la prova pro­vata che i ser­vizi hanno fian­cheg­giato feno­meni ever­sivi. Quelli erano un pezzo del dop­pio stato. In que­sto caso non mi sem­bra che ci sia una devia­zione rispetto ad una nor­ma­lità demo­cra­tica. Sta invece emer­gendo un vero e pro­prio sistema di governo.

Qual è la dif­fe­renza tra Mafia Capi­tale e Mani pulite?
Allora si diceva la cor­ru­zione che fosse fun­zio­nale all’attività di par­tito, e non ai sin­goli. Ammesso che que­sta spie­ga­zione fosse giu­sti­fi­cata, ciò che accade oggi dimo­stra che quel metodo è pro­se­guito indi­pen­den­te­mente dai par­titi. Oggi esi­ste una società che ha pro­dotto un auto­nomo sistema di «governo» che fa uso pri­vato delle risorse pub­bli­che, sfrutta le per­sone e arriva a schia­viz­zarle. In Ita­lia ci sono per­sone sono ridotte a oggetti pro­dut­tivi di uti­lità per chi eser­cita un potere ammi­ni­stra­tivo, impren­di­to­riale, maschile.

Que­sto sistema si è coa­gu­lato per sfrut­tare la nuda vita dei migranti. I diritti esi­stono solo se sono mone­tiz­za­bili?
È il lato più ter­ri­bile di que­sta vicenda. I diritti non ven­gono impu­gnati per creare un’organizzazione sociale e pra­ti­care la soli­da­rietà, ma sono lo stru­mento che riduce i migranti ad oggetti per spre­merli al fine di un pro­fitto per­so­nale. Que­sta tor­sione fini­sce per scre­di­tare i diritti. Que­sta catena dev’essere spezzata.

Quali sono gli effetti di que­sta situa­zione sui cit­ta­dini?
Un distacco dram­ma­tico rispetto alle isti­tu­zioni e ad un potere che si è fatto oscuro e minac­cioso. L’effetto più visi­bile è quello dell’astensione dal voto alle ultime ele­zioni regio­nali che resta a mio avviso la chiave più signi­fi­ca­tiva per inter­pre­tarlo. Il fatto che si rinun­cia al voto deriva dalla con­sta­ta­zione che gli enti locali sono impo­tenti ad affron­tare i pro­blemi dei tra­sporti o il sociale. Ma credo che il distacco derivi fon­da­men­tal­mente dal fatto che esi­ste un sistema paral­lelo che affianca quello isti­tu­zio­nale e poi se lo man­gia pezzo per pezzo. Que­sta espro­pria­zione della demo­cra­zia è diven­tata un ele­mento costi­tuivo del sistema.

Roberto Ciccarelli da “Il Manifesto”

Tasse, i ricchi non pagano

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da l’Unità 19 agosto 2012

I ricchi non pagano le tasse. Già si sapeva (a denunciare redditi oltre i 100mila euro sono in pochissimi), ma leggerlo nero su bianco sul Sole24ore fa effetto. Stando alle ultime rilevazioni, le tasse sul lusso introdotte dal Salva Italia si stanno rivelando un vero flop. Il governo si aspettava un incasso di 387 milioni, ma finora ne sono arrivati solo 92. Meno di un quarto. La patrimoniale sul lusso colpisce auto di grossa cilindrata, barche e aerei.

Almeno dovrebbe colpire. L’evasione più pesante è quella dei proprietari di yacht superiori a 10 metri di lunghezza, che entro il 31 maggio avrebbero dovuto versare 155 milioni e invece si sono fermati a 23. C’è un motivo «tecnico» per cui è più facile per loro eludere i controlli fiscali. Il Salva Italia, infatti, prevedeva un prelievo sullo stazionamento, dovuto da chi solcava acque italiane o stazionava in porti della Penisola.

Si è subito scatenata la guerra delle associazioni di categoria per salvare i porti italiani da possibili fughe nei vicini approdi stranieri. Così con il decreto liberalizzazioni si è modificata l’imposta, trasformandola in una tassa sul possesso dovuta soltanto dai residenti italiani. Nulla di più facile, per persone di quel livello, che modificare l’intestazione dell’imbarcazione, trasferendola su soggetti non residenti.

Così i porti sono rimasti pieni, ma le casse dello Stato sono ancora vuote. Non va meglio per i proprietari di aerei e elicotteri, che il 31 luglio hanno versato soltanto il 2% dell’imposta attesa. In questo caso, comunque, c’è da aggiungere che la circolare delle Entrate sull’attuazione del prelievo è arrivata in ritardo, e che la data del versamento è variabile. Dunque, qualcosa in più potrebbe ancora arrivare di qui a fine anno.

Il 31 marzo a Milano, ci proviamo. #Occupy Piazza Affari

15/03/2012 12:21 | POLITICAITALIA | Autore: GIORGIO CREMASCHI*

 

Credo che oramai sia evidente che tutti i movimenti, tutte le lotte in corso in questo paese, per quanto differenti negli obiettivi e nelle storie, hanno di fronte lo stesso avversario che argomenta allo stesso modo. I metalmeccanici, da poco scesi in piazza con rabbia e orgoglio, sono di fronte alla devastazione del contratto nazionale e delle più elementari libertà nei luoghi di lavoro.

Milioni di altri lavoratori subiscono le stesse aggressioni senza avere la stessa forza o senza essere chiamati alla lotta da un sindacalismo confederale sempre meno capace di reagire. In Valle Susa nel nome degli affari, della competitività, del «lo vuole l’Europa», si sta procedendo a una sopraffazione democratica e ambientale tra le più gravi della storia della Repubblica. Sulle pensioni il governo ha realizzato il sistema previdenziale più feroce d’Europa, dice la stessa Unione. Il decreto sulle liberalizzazioni reinterpreta l’art. 41 della Costituzione, rovesciandone il significato e i limiti vengono così posti al pubblico e non al privato. Alla faccia del referendum sull’acqua e dei beni comuni. Che anzi, con il patto di stabilità e i vincoli agli enti locali, diventeranno la principale fonte di affari dei prossimi anni.

Con il pareggio in bilancio assunto a norma costituzionale e con l’intreccio di questa norma con il fiscal compact europeo, cioè con l’impegno ventennale a restituire metà del debito pubblico complessivo, lo stato sociale viene posto al di fuori della Costituzione della Repubblica. Ed è stupefacente che un parlamento di nominati possa decidere del nostro futuro senza alcuna consultazione democratica e sono pesanti anche le responsabilità del Presidente Napolitano.Infine l’articolo 18. Che verrà colpito dal governo, proprio perché così vogliono quei mercati e quella finanza internazionale che questo governo rappresenta e rassicura.

Cosa devono farci ancora? Questo governo è ormai chiaramente, anche nelle battute volgari con cui si esprimono i ministri, un governo di destra. Di quella destra europea che attorno a Monti, Merkel e Sarkozy, affronta la crisi con un’operazione tecnicamente reazionaria. Cioè con lo smantellamento dello stato sociale, con le privatizzazioni, con il ritorno a un liberalismo ottocentesco, accompagnato dai poteri dello stato degli anni Duemila. Quando il capo della Banca europea Mario Draghi dice che il sistema sociale europeo è finito,propone una soluzione devastante alla crisi, con l’imitazione di quel modello sociale ed economico degli Stati Uniti, che è la prima causa della crisi mondiale.

Dieci anni fa a Genova e in tutta Europa un grande movimento di lotta e di coscienze contestava il liberismo, il mercato e la globalizzazione, che allora sembravano vincenti ovunque. Oggi che siamo dentro la crisi della globalizzazione e del dominio finanziario su di essa, quelle politiche liberiste che l’hanno provocata paiono avere più consenso di dieci anni fa. E’ giusto cercare spiegazioni culturali,sociali ed economiche approfondite. Però bisogna farlo mentre ci si rimette in moto. A differenza di Alberto Asor Rosa, quando Monti va all’estero e si vanta di aver attuato nel nostro paese brutali riforme sociali senza nessuna reale contestazione, io mi vergogno. Cosi come mi vergogno quando vedo il concerto europeo massacrare la Grecia e usarla come minaccia verso tutti popoli

In Italia abbiamo qualche problema in più che altrove perché, come in Grecia, le principali forze politiche di centrodestra e centrosinistra sostengono il governo ispirato dalla Bce. E deve fare le capriole Bersani, quando dichiara di sostenere Hollande che in Francia vuol mettere in discussione i patti europei, mentre in Italia sostiene Monti che appoggia apertamente Sarkozy.

Dobbiamo provare a ripartire per ricostruire. Dopo il 15 ottobre ci siamo fermati e loro sono andati avanti come treni, anzi come tav.. L’appello che lancia la manifestazione a Milano, Occupyamo Piazza Affari, è sottoscritto da militanti sindacali e politici, da movimenti ambientali e civili, da sindacati e partiti, da protagonisti delle lotte di fabbrica e nel territorio. La decisione di lottare e di essere alternativi senza remore a monti e alla sua politica, questo è ciò che unisce.

* Comitato No Debito

da Il Manifesto 15 Marzo 2012 (Controlacrisi.org)

Innocenti evasioni

Era d’ampezzo che ve lo dicevamo…in Italia c’è un po’ di evasione. Non tanta quel poco che basta a far fare ai governi tre finanziarie all’anno per sistemare i conti di un paese… a pezzi.

Il blitz di Cortina della vigilia di San Silvestro ha prodotto risultati interessanti, ma diciamolo tranquillamente per nulla sorprendenti. Emerge al solito un paese che paga tutto e fino all’ultimo centesimo, quello dei lavoratori dipendenti e dei pensionati e che subisce anche le manovre economiche del Governo Monti. Di fianco a questo paese in parallelo c’è invece la solita Italia degli imboscati del fisco che riesce in ogni modo a farla franca. Bolidi intestati a società di comodo, imprenditori quasi nullatenenti e milionari di ogni tipo squattrinati che si appoggiano a qualche finto sussidio per tirare a campare. Questa è la miseria di un paese la cui classe dirigente non ha mai fatto nulla perchè le cose cambiassero. Anzi forse proporio quei politici che avrebbero dovuto essere vigili sono stati i suggeritori di come fuggire alle adempienze fiscali. Vi sono ormai categorie che mostrano caratteristiche inverosimili: gioiellieri più poveri dei loro commessi, albergatori senza il becco di un quattrino che elemosineranno un po’ di pane dai propri dipendenti stagionali.

Ma cosa è successo del resto ? Semplicemente si è scoperta l’ennesima acqua calda e si è trovata finalmente la polvere sotto il tappeto. Peccato che in questi tempi si è sempre guardato sotto il tappeto sbagliato. Possiamo in tutta franchezza dirci stupiti dei risultati dei controlli effettuati a Cortina d’Ampezzo ? Tutti noi che ci ritroveremo una ICI da pagare, pardon una IMU, insieme alle maggiorazioni delle addizionali IRPEF comunali e regionali, insieme ai rincari di ogni giorno e di un IVA destinata ad ulteriore levitazione non siamo stupiti, soltanto un pochino inca..ati.

Ci stupiamo, questo sì, del fatto che controlli come questo vengano effettuati una tantum invece che essere una sorta di prassi consolidata. Ed è il fatto che questi controlli avvengano così sporadicamente che fa emergere i risultati di una qualsiasi Cortina, ma che si riprodurrebbero pari pari a Porto Cervo, Portofino, Capri ed altre amene località ed in tutte le città non solo di villeggiatura della nostra bella penisola. Non fa nemmeno scandalo l’indignazione di Cicchitto e della Santanchè e di altri politici di casa nostra che vedono in controlli di questo tipo uno stato di polizia insopportabile. Il loro sbracciarsi perchè i ladri possano continuare impuniti a rubare fa solo schifo !

Peccato che non venga mai sollevato il problema dello stato di polizia quando le forze dell’ordine fanno uso generoso e frequente di manganelli e gas lacromogeni nelle manifestazioni di lavoratori e studenti nelle piazze italiane.

Comunque che si viva in due paesi, o meglio in due universi paralleli, è ormai fin troppo noto e consolidato quando una Commissione di indagine sugli stipendi dei nostri parlamentari mette in rilievo che sono i più pagati d’Europa e parte subito una sguaiata, stonata e sconfortante litania sul fatto che siamo alle solite menzogne giornalistiche. Che in realtà abbiamo i parlamentari più poveri dell’intera Unione Europea e che i conti non tornano e sono stati fatti usando parametri sbagliati. Peccato che qualche anno fa un indagine di Report mise a nudo anche il vizio dei parlamentari italiani di pagare il portaborse in nero. Solo il 10% dei parlamentari aveva un collaboratore pagato con regolare contratto ed a norma di legge.

Le cadute di stile non si contano nemmeno più come quando si organizzano i Family Day e poi scopriamo che i politici che li affollano sono quelli che portano con sè il bagaglio multifamiliare da coniugare con i valori cattolici da sbandierare. Sono sempre quelli pronti a fare la morale agli altri salvo poi essere pescati con escort e cocaina nelle camere di alberghi di lusso della capitale.

Fanno semplicemente ribrezzo le dichiarazioni dell’onorevole Casini che redarguisce coloro i quali si oppongono alle manovre dell’attuale governo, fanno schifo soprattutto quando andiamo a leggere che l’onorevole Casini insieme a Rutelli e anti altri ex-democristiani e neo-democristiani hanno appena trascorso una vacanza alle Maldive alla modica cifra di 5700 dollari a notte. Direte che forse siamo caduti nel gossip mediatico, ma se non avessimo una classe dirigente così fashion di tutto questo non parleremmo. Purtroppo i telegiornali non parlano di tutti quei lavoratori che oggi devono ancora salire sulle torri e sulle ciminiere per difendere un posto di lavoro da 800-1000 euro al mese, di coloro i quali devono bloccare gli aeroporti soltanto per ottenere un colloquio con un Ministro che non vuole occuparsi di loro perchè la botanica li definisce ormai rami secchi e quindi esuberi.

Invece abbiamo una classe politica che abita i palazzi del potere che trova che le regole vadano sempre applicate ad altri e mai a se stessi. Non avete la faccia come il c… perchè non avete nemmeno la faccia ! Tornate pure a difendere i ladri di Cortina tanto in quel bar di Cortina, di Portofino o di Venezia non lo pagherete nemmeno il caffè, ve lo offrirà il proprietario in cambio del vostro silenzio e quindi del vostro assenso e del vostro tacito permesso a che lui continui a rubare!


Rifondazione c’è!

Luca Mercalli: PREPARIAMOCI

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