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17 Marzo 1991: Il referendum cancellato dalla storia; quando i popoli sovietici votarono “SI” alla preservazione dell’ URSS….

 

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Una storia che pochi conoscono

Accadde oggi:

Il 17 marzo 1991, i cittadini dell’Unione Sovietica furono chiamati alle urne per esprimere il loro parere in un referendum sul mantenimento dell’URSS.
I nazionalisti avevano raggiunto posizioni chiave nella leadership del PCUS, le politiche economiche di Gorbaciov stavano facendo colare a picco il paese;i paesi occidentali stavano lavorando senza sosta per arrivare allo scioglimento dell’URSS e alla fine del suo sistema socialista.

Gran parte delle autorità sognavano di rompere l’Unione Sovietica e in seguito saccheggiare quello che fino a quel momento apparteneva al popolo: fabbriche, terreni, macchinari, aziende, ecc. Ma i popoli sovietici sapevano che con la fine dell’URSS solo le oligarchie createsi in quegli anni avrebbero vinto e per questo motivo tentarono di evitarlo tramite il referendum. I risultati parlano da soli, la volontà di mantenere l’Unione Sovietica ha avuto un ampio sostegno popolare. Più di 185 milioni di persone furono chiamate alle urne, di questi circa 150 milioni degli aventi diritto si recarono a votare.

Il 77,8% degli elettori votò “Sì ” per il mantenimento dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, solo il 22,2% votò contro!!!!
Il “sì” ottenne quasi 80 milioni di voti in più.
In alcune repubbliche le autorità tentarono di sabotare il referendum, temendo proprio questo risultato incredibile.

Ecco i risultati nelle diverse Repubbliche (in percentuale):
Armenia 71,6 in favore, 27,2 contro
Azerbaijan 94,1 a favore, 5,9 contro
Bielorussia 82,7 a favore, 17,3 contro
Georgia 98,9 in favore, 0,7 contro
Kazakistan 95,6 a favore, 4,4 contro
Kirghizistan 94,5 a favore, 5,5 contro
Russia 71.3 a favore, 28.7 contro
Tajikistan 96,2 a favore, 3,8 contro
Turkmenistan 98,3 a favore, 1,7 contro
Ucraina 70,2 a favore, 29,8 contro
Uzbekistan 94,8 in favore, 5,2 contro

Mesi dopo, la volontà “democratica” dei popoli sovietici fu tradita negli uffici. Yeltsin in testa, con il sostegno dell’Occidente e di Gorbaciov, sciolse l’URSS.
Questi individui non solo tradirono la Costituzione, ma anche la volontà e la scelta “democratica” di centinaia di milioni di persone.
di Marco Barzanti

Riferimenti:
https://dletopic.ru/…/4…/Miting-za-sohranenie-SSSR,-1991-god
https://contropiano.org/…/17-marzo-1991-77-dei-sovietici-di…https://elroldelobrero.wordpress.com/…/los-pueblos-soviet…/…http://sevkprf.ru/%D1%81%D0%B5%D0%B2%D0%B0%D1%81%D1%82%D0%…/

Giornata internazionale contro la guerra.

MILANO CONTRO LA GUERRA

pace 25 gennaioMILANO CONTRO LA GUERRA 

Sabato 25 gennaio 2020
Giornata di mobilitazione internazionale per la pace Spegniamo la guerra, accendiamo la Pace! Contro le guerre e le dittature a fianco dei popoli in lotta per i propri diritti.

 

“La guerra è un male assoluto e va ‘ripudiata’, come recita la nostra Costituzione all’Art. 11: essa non deve più essere considerata una scelta possibile da parte della politica e della diplomazia”.

Il blitz del presidente Trump per uccidere il generale iraniano Soleimani, il vicecapo di una milizia irachena ed altri sei militari iraniani, è un crimine di guerra compiuto in violazione della sovranità dell’Iraq. Insieme alla ritorsione iraniana si è abbattuto anche sui giovani iracheni che da tre mesi lottano contro il sistema settario instaurato dall’occupazione Usa e contro le ingerenze iraniane, in un paese teatro di guerre per procura ed embarghi da decenni.
Irak, Iran, Siria, Libia, Yemen: cambiano i giocatori, si scambiano i ruoli, ma la partita è la stessa. Nella crisi del vecchio ordine internazionale, potenze regionali e globali si contendono con la guerra aree di influenza sulla pelle delle popolazioni locali. La sola alternativa consentita al momento è il mantenimento dei regimi teocratici o militari – comunque illiberali e non rispettosi dei diritti umani – con i quali si fanno affari, chiudendo occhi e orecchie su repressione, torture e corruzione.
La guerra non produce solo distruzione, ma cancella anche dall’agenda politica la questione sociale, oramai incontenibile ed esplosa nelle proteste delle popolazioni che hanno occupato pacificamente le piazze e le strade.

Non possiamo stare a guardare.

Dobbiamo gridare il nostro no alla guerra, alla sua preparazione, a chi la provoca per giustificare la produzione e la vendita di armi. Guerre che, in ogni momento, possono fare da miccia ad un conflitto globale tanto più preoccupante per il potenziale degli armamenti nucleari oggi a disposizione dei potenti del mondo. Le vittime innocenti dell’aereo civile abbattuto “per errore” da un missile, dimostrano una volta di più che la guerra è un flagello per tutti, nessuno può chiamarsi fuori, siamo tutti coinvolti.
Manifestiamo il nostro sostegno alle popolazioni, vere vittime delle guerre, a chi si rivolta da Baghdad a Teheran, da Beirut ad Algeri, da Damasco, al Cairo, a Gerusalemme, a Gaza.
Quel che sta avvenendo nel Golfo Persico, aggiungendosi alle sanguinose guerre e alle crescenti tensioni in corso, mette in luce la drammatica attualità e il vero realismo dei ripetuti ma inascoltati appelli di Papa Francesco per l’avvio di un processo di disarmo internazionale equilibrato.

L’UE, nata per difendere la pace, deve assumere una forte iniziativa che – con azioni diplomatiche, economiche, commerciali e di sicurezza – miri ad interrompere la spirale di tensione e costruisca una soluzione politica, rispettosa dei diritti dei popoli, dell’insieme dei conflitti in corso in Medio Oriente e avviare una rapida implementazione del Piano Europeo per l’Africa (Africa Plan) accompagnandolo da un patto per una gestione condivisa dei flussi migratori.

Fermare la spirale di violenze è responsabilità anche italiana e chiediamo al nostro Governo di farlo con atti concreti:

• opporsi alla proposta di impiego della Nato in Iraq e in Medio Oriente;
• negare l’uso delle basi Usa in Italia per interventi in paesi terzi senza mandato ONU;
• bloccare l’acquisto degli F35;
• fermare la vendita di armi ai paesi in guerra o che violano i diritti umani come sancito dalla L. 185/90;
• ritirare i nostri soldati dall’Iraq e dall’Afghanistan, richiedendo una missione di peace- keeping a mandato ONU ed inviare corpi civili di pace;
• adoperarsi per la sicurezza del contingente italiano e internazionale in missione UNIFIL in Libano;
• aderire al Trattato per la messa al bando delle armi nucleari eliminandole dalle basi in Italia;
• sostenere in sede europea la necessità di mantenere vivo l’accordo sul nucleare iraniano implementando da parte italiana ed europea le misure di revoca dell’embargo
• porre all’interno dell’Unione europea la questione dei rapporti USA-UE nella NATO.

Per tutto questo invitiamo a aderire ed a partecipare alla giornata di mobilitazione internazionale di sabato 25 gennaio 2020, promossa dal movimento pacifista statunitense contro la guerra, che per noi sarà una grande mobilitazione contro tutte le guerre e tutte le dittature, a fianco dei popoli che si battono per il proprio futuro.

Il Programma di Potere al Popolo – 2 – UNIONE EUROPEA

Negli ultimi 25 anni e oltre, l’Unione Europea è diventata sempre più protagonista delle nostre vite. Da Maastricht a Schengen, dal processo di Bologna al trattato di Lisbona, fino al Fiscal Compact, le peggiori politiche antipopolari vengono giustificate in nome del rispetto dei trattati.

I ricchi, i padroni delle grandi multinazionali, delle grandi industrie, delle banche, le classi dominanti del continente approfittano di questo ”nuovo” strumento di governo che, unito al “vecchio” stato nazionale, impoverisce e opprime sempre più chi lavora. L’Unione Europea è uno strumento delle classi dominanti che favorisce l’applicazione delle famigerate e impopolari “riforme strutturali” senza nessuna verifica democratica.

Il “sogno europeo” dei tanti che hanno creduto nella possibilità di costruire uno spazio di pace e progresso si è scontrato con la dura realtà di un’istituzione al servizio degli interessi di pochi. Noi ci sentiamo naturalmente vicini ai tanti popoli che vivono nel nostro stesso continente, con i quali la nostra storia si è intrecciata e si intreccia tuttora e che soffrono come noi a causa di decenni di politiche neoliberiste; insieme a tutti costoro vogliamo ricostruire il protagonismo delle classi popolari nello spazio europeo.

Per questo lottiamo per:

  • rompere l’Unione Europea dei trattati;
  • costruire un’altra Europa fondata sulla solidarietà tra lavoratrici e lavoratori, sui diritti sociali, che promuova pace e politiche condivise con i popoli della sponda sud del Mediterraneo;
  • rifiutare l’ossessione della “governabilità”, lo svuotamento di potere del Parlamento, il rafforzamento degli esecutivi, l’imposizione di decisioni dall’alto perché “ce lo chiede l’Europa”;
  • il diritto dei popoli ad essere chiamati ad esprimersi su tutte le decisioni prese sulle loro teste a qualunque livello– comunale, regionale, statale, europeo – pregresse o future, con il ricorso al referendum.

La sinistra non comunista ha fallito. Quando un libro nero della socialdemocrazia?

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Il comunismo è stato sconfitto dalla storia”, dicevano. Eppure a ormai oltre vent’anni dalla caduta del socialismo reale quali sono i successi portati a casa della sinistra spogliata del marxismo e della storia dei movimenti a esso ispirati nel XX secolo? Nessuno. E ora perchè non imbastire un processo intellettuale anche sui crimini della “socialdemocrazia” sulla falsariga dei vari libri neri del comunismo?

Chiunque abbia fatto politica negli ultimi vent’anni conosce molto bene quei personaggi che si sono autonominati i rappresentanti della “sinistra” e che dall’alto del loro scranno pontificano indisturbati ormai da troppo tempo. Costoro quando sentono parlare di comunismo mettono, metaforicamente, “mano alla pistola”. Ben si comprende il perchè del resto dal momento che si tratta di una classe politica che ha costruito il proprio potere proprio sulla base dello sgretolamento dell’ideologia comunista, anzi sono stati proprio dei personaggi attivi in questo processo acquisendo prebende e potere parallelamente alla distruzione del passato e di quella tradizione politica che nel corso del XX secolo ha permesso alle classi lavoratrici di conquistare come mai prima diritti e dignità. Pensateci bene, chi ha mai sancito in modo scientifico che il socialismo fosse una ideologia sbagliata e fallimentare? nessuno. Eppure costoro demolendo le impalcature del passato hanno acquisito prestigio e potere facendo credere che una volta distrutte le ideologie passate, ovvero il “totalitarismo” comunista, più nulla si sarebbe frapposto nel percorso verso la democrazia e il benessere globale. Oggi però che sono passati più di vent’anni da quelle scelte scellerate possiamo dire con forza che questi personaggi hanno fallito e che le soluzioni da loro proposte alle presunte criticità del comunismo non solo si sono rivelate completamente fallimentari ma hanno anche creato danni sociali e culturali senza precedenti.

Il dichiarare morta l’unica alternativa seria mai concepita dall’uomo, peraltro basata su criteri scientifici e non metafisico/religiosi, ha sostanzialmente reso il capitalismo come l’unico orizzonte possibile e lo ha quindi rafforzato al punto da farlo diventare esso stesso (lo è sempre stata per la verità) una ideologia estremista e pervicace senza più alcun ostacolo a frapporsi sul suo cammino. E questa assenza di alternative è stata responsabile di aberrazioni e di disgrazie umane di immani proporzioni, disgrazie e lutti che si potrebbe e si dovrebbe a questo punto contare esattamente come hanno fatto i “democratici” che hanno prodotto quel guazzabuglio di testi di dubbie fonti come i vari “libri neri del comunismo”, dove vengono peraltro proposti dati che non corrispondono non solo con la realtà, ma con il buonsenso. Dato che sparlare del comunismo conveniva eccome ( e conviene ancora), qualsiasi diceria contro questo o quel feroce dittatore comunista è stato preso per oro colato senza alcun tipo di verifica storiografica. Al contrario di fronte ai crimini quotidiani commessi dal capitalismo e dal sistema economico vigente regna una sostanziale indifferenza figlia di una evidente propaganda che ormai è diventata quasi goebbelsiana per il modo con cui arriva a distorcere la realtà per piegarla alla propria visione della storia.

Ma a distanza di anni non è forse giusto il momento di fare un “processo”, perlomeno intellettuale, alla socialdemocrazia e alla democrazia? Quando si scriverà un libro nero di tutte le malefatte direttamente e indirettamente causate dal “mondo libero”? Quando i personaggi che nel giro di trent’anni hanno dissipato ogni conquista del comunismo e del marxismo verranno messi di fronte al dato di fatto del loro totale fallimento? E a ben guardare non si tratta di un fallimento che vediamo solo noi, e quindi opinabile, ma di un fallimento sotto gli occhi di tutti in quanto ormai, come è stato ampiamente dichiarato, le differenze tra destra e sinistra sembrano essere venute completamente meno, schiacciate dal peso dell’unica cosa che conta: la finanza e il profitto. Ma di questo appiattimento la colpa è chiaramente di coloro che hanno deciso di uccidere il marxismo e il comunismo senza aver saputo proporre nient’altro, anzi avendo accettato di diventare dei semplici “poliziotti buoni” che si danno il cambio con i “cattivi” della destra nel sigillare lo status quo del sistema capitalistico.

Ecco quindi che ci sembra che i tempi siano finalmente maturi per incalzare i becchini del comunismo e chiedere loro conto di quello che si configura non tanto come un “tradimento”, quanto di un autentico assassinio, l’assassinio della sinistra. E a incalzare coloro che continuano a dichiararsi e a storcere il naso di fronte a termini come comunismo, marxismo, socialismo reale, c’è la realtà; una realtà di concentrazione delle ricchezze nelle mani di pochi, di guerre civili e nazionalismi che provocano migliaia di morti, di assenza di valori, di esseri umani trattati come schiavi. Una realtà che li incalza, e prima o dopo chiederà il conto.

Il triste tramonto di Obama.

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Il tramonto di un Presidente degli Usa è cosa triste in sé. Per almeno sei mesi se ne sta lì alla Casa Bianca, imbronciato, triste, mentre nessuno gli dà più retta e gli aspiranti successori si scatenano nella campagna elettorale. Il partito gli chiede le rituali comparsate, i consiglieri gli preparano la fondazione cui andranno i proventi delle future conferenze sulla pace e sul progresso.

Il tramonto di Barack Hussein Obama, anni 55, 44° presidente degli Usa, è particolarmente triste. C’è un problema con la polizia, che ha la spiacevole tendenza ad ammazzare persone per strada, meglio se afroamericane? Lui va ai funerali, fa discorsi bellissimi ma nessuno se lo fila. Ci sono le ricorrenti stragi nelle scuole e nei locali, perché anche un picchiatello può procurarsi un’arma da guerra, e 30 mila morti l’anno per colpi di arma da fuoco? Lui invoca, protesta, ma la lobby degli armaioli se la ride. Il campo di prigionia di Guantanamo? Obama prometteva di chiuderlo già durante la prima campagna elettorale, quella del 2008. Poi ha promesso di farlo una volta l’anno e Guantanamo è ancora lì, come voleva il Pentagono. Il Presidente firma con la Russia una tregua per la Siria? E i generali bombardano le truppe di Assad, sicuri di far saltare l’accordo senza che il buon Barack trovi la forza di dire una parola.

Ma questo è niente. Il problema vero è che Obama è il Presidente delle promesse tradite. L’uomo-marketing di ideali proclamati e mai praticati. Un cartellone pubblicitario. Uno slogan: il primo Presidente nero, come Hillary Clinton sarà la prima Presidente donna o Donald Trump il primo Presidente coi capelli rossi.
Il 4 giugno del 2009 Obama tenne al Cairo il suo primo, vero discorso al mondo. Un ottimo investimento, visto che sulla base di quelle parole i cinque bizzarri personaggi incaricati dal Governo norvegese scelsero proprio lui come Premio Nobel per la Pace. Al Cairo, Obama disse tra l’altro: «Negli ultimi tempi la tensione (tra Usa e musulmani, n.d.r) è stata incentivata dal colonialismo che nega diritti e opportunità a molti musulmani, e dalla Guerra Fredda in cui i Paesi a maggioranza musulmana erano fin troppo spesso trattati come vassalli (in originale “proxy”, n.d.r) senza rispetto per le loro aspirazioni… Gli estremisti violenti hanno sfruttato queste tensioni presso una piccola ma potente minoranza di musulmani». E l’altro giorno, nell’ultimo discorso all’Onu, ha detto: «Dobbiamo insistere affinché tutte le parti coinvolte (nei conflitti in Medio Oriente, n.d.r) riconoscano una comune umanità e le nazioni mettano fine alle guerre per procura (in originale “proxy wars”, n.d.r) che alimentano il disordine».

Noi sappiamo con certezza, come dimostrato da infiniti studi, tra cui quelli degli americanissimi Council on Foreign Relations e Brookings Institution, che il terrorismo islamico è promosso e finanziato dalle petro-monarchie del Golfo Persico. Obama dovrebbe quindi spiegarci perché, nei tre anni fiscali 2010-2012, quelli in cui al Dipartimento di Stato regnava Hillary Clinton, la sua amministrazione approvò vendite di armi per 165 miliardi di dollari, quasi il doppio di quanto fu approvato durante l’intero secondo mandato di George Bush. E perché nel 2010 sempre lui e la Clinton controfirmarono la più cospicua singola vendita di armi a un singolo Paese nella storia degli Usa: 62 miliardi di dollari di ordigni all’Arabia Saudita.

Proprio il Paese che la Clinton, in uno dei documenti rivelati quell’anno da Wikileaks, aveva qualche mese prima definito “base decisiva di supporto finanziario per AL Qaeda, i talebani, Lashkar-e-Taiba e altri gruppi terroristici, compreso Hamas”. Proxy di chi?

È curioso, nel discorso all’Onu Obama ha nominato solo due Paesi cattivi, Russia e Siria. Della Russia ha detto, in una riga, questo: “Tenta di recuperare con la forza la gloria perduta”. Mmmmmmm… Barack, dai, non fare così.
Nel 2011 hai dato una grossa mano alla distruzione della Libia, o no? Soddisfatto del risultato?
In Afghanistan hai messo truppe, tolto truppe, ma nella prima metà del 2016 laggiù c’è stato il record di morti civili, 1.601, tra i quali centinaia di donne e bambini. Nello Yemen ci sono i tuoi servizi di intelligence militare a dare una mano alla coalizione guidata dall’Arabia Saudita e a guidare i suoi bombardamenti. Forse non lo sai ma ci sono stati già 10 mila morti, perché i sauditi sparano su tutto ciò che si muove, e le Ong stimano che un terzo dei loro raid (realizzati con armi americane e inglesi) vadano direttamente su obiettivi civili. Con i droni, in Pakistan, hai fatto ammazzare 2.500 persone. Sai che gli esperti calcolano che la percentuale di terroristi uccisi in questi attacchi rispetto ai civili è di uno su 26?

E della Turchia che cosa ci dici? Prima il tuo amico Recep Erdogan poteva fare tutto, anche far passare per il suo confine un 60/70 mila foreign fighters per rimpolpare le truppe dell’Isis in Siria e tu, in caso di problemi con la Russia, gli mandavi anche la Nato a proteggere il suddetto confine. Poi Erdogan ci ha detto che dietro il golpe che voleva scalzarlo c’eri tu. Chissà.
In Ucraina il presidente Yanukovich era un ladrone ma era un ladrone legittimamente eletto: tu che all’Onu parli di “rule of law”, che ci dici dei soldi che la tua amministrazione ha investito per contribuire a rovesciare quel Governo?

Insomma, caro Obama: com’è che ovunque c’è un casino spunti anche tu? E com’è che dove c’è casino da prima, per esempio nei rapporti tra palestinesi e israeliani, tu non concludi una cippa? Lo sai, no, che Bibi Netanyahu ti ha umiliato anche in casa tua.

All’Onu hai avuto il coraggio di dire che “gran parte del collasso (del Medio Oriente, n.d.r.) è generato da leader che hanno cercato di legittimarsi non con i programmi politici ma perseguitando l’opposizione, demonizzando le altre fedi, confinando ogni spazio pubblico alla moschea”. Cioè, qualcuno come i tuoi amici dell’Arabia Saudita, quelli che finanziano la tua compagna di Governo e di partito Clinton? Come quel re Abd Allah che morì nel gennaio 2015 e che tu andasti a piangere con tutta la famiglia e mezzo Governo al seguito? O come la dinastia dei Khalifa del Bahrein, che nel 2011 chiamarono i carri armati sauditi per soffocare con la violenza la Primavera ed ebbero la tua benedizione?
Caro Obama, noi ci abbiamo creduto. Yes, we can e tutto l’ambaradan.

È un vero peccato che ci credessimo noi, e tu no.

di Fulvio Scaglione

Maschere a Ventotene

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I teatranti sono Renzi, Merkel e Hollande. I quali nell’isola pontina, con gran fracasso di tamburi e tromboni della comunicazione padronale e anche di quel giornale che dichiara (senza vergogna) di essere stato fondato da Gramsci, tentano di mascherare la loro inanità nascondendosi dietro il Manifesto di Altiero Spinelli, un combattente tenace che di certo non avrebbe gradito. Andiamo allora al dunque e diciamo la verità.

L’idea dell’Europa federale e degli Stati uniti d’Europa concepita da Spinelli e Rossi nasce sulla premessa dell’abbattimento dell’imperialismo del capitale, del dominio assoluto dei monopoli privati e della grande finanza. Cioè del nazifascismo, che aveva provocato la tragedia della seconda guerra mondiale e la distruzione di ogni principio di solidarietà, libertà e uguaglianza.

Alla base del loro progetto non c’era il ritorno al modello dello Stato liberale, ma una nuova idea di socialismo, in cui le classi lavoratrici avrebbero dovuto svolgere una decisiva funzione dirigente, fino al superamento degli Stati nazionali, delle loro contraddizioni e contrapposizioni di interessi. Esattamente il contrario di ciò che si sta verificando oggi e che i tre in gita a Ventotene stanno praticando.

Costoro fanno ammuina (con evidenti differenze tra loro) sull’unione politica dell’Europa, e in pari tempo sostengono senza esitazione i tre pilastri che la rendono impossibile: il dominio assoluto della finanza e dei mercati, il contenimento dei salari e l’abbattimento del Welfare, la cancellazione della rappresentanza politica delle classi lavoratrici del XXI secolo.

In queste condizioni anche ai ciechi dovrebbe essere chiaro che l’unità politica dell’Europa è una pura declamazione e un grave inganno. In cui eccelle in noto statista di Rignano, il quale sbrodola dichiarazioni sull’unione politica del Continente mentre in Italia, con la controriforma della Costituzione e non solo, cancella di fatto il fondamento del lavoro della Repubblica democratica. Come egli stesso dichiara, ha in testa (se l’affermazione non è azzardata) un altro modello di democrazia, che rassomiglia molto alla dittatura dell’impresa, cioè del capitale.

Allora bisogna essere chiari fino in fondo: l’Europa dei popoli e dei lavoratori è l’unica Europa possibile. Come sosteneva Berlinguer, del quale Spinelli era diventato stretto collaboratore essendo stato eletto deputato europeo nelle liste del Pci e poi vicepresidente del gruppo parlamentare comunista. Un altro dato di fatto scientificamente occultato, perché del comunismo italiano, e della parola stessa, si teme persino la memoria.

In conclusione, dallo stato attuale delle cose si può uscire oggi per una sola via. Si tratta di lottare perché si sviluppi in ogni singolo Paese e in tutta Europa un vasto movimento politico-sociale per obiettivi concreti: il controllo dei mercati e della finanza contestualmente all’abolizione dei paradisi fiscali; il rilancio dell’occupazione e dei salari in connessione con un piano di investimenti pubblici; la definizione di un Welfare europeo con standard comuni di diritti e prestazioni sociali, che eviti la guerra tra poveri e tenda all’unificazione dei lavoratori.

Anche per questo è necessario riappropriarsi del Manifesto di Ventotene e della linea Berlinguer-Spinelli nella costruzione dell’Europa: per progettare e affermare una vera alternativa in cammino verso una civiltà più avanzata. Diversamente, tutto il resto è chiacchiera e smaccata difesa degli interessi costituiti. Con il risultato di continuare a scivolare inevitabilmente verso il Medio Evo, senza poter escludere una conflagrazione globale.

di Paolo Ciofi Presidente dell’associazione Futura Umanità 

Se la guerra all’Isis è una barzelletta

 

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Chi vive in un ambiente tossico fa addirittura fatica ad immaginare come si possa vivere in un ambiente sano. Ma se si parla di informazione sulla “guerra al terrorismo” il grado di tossicità è superiore a qualsiasi avvelenamento cerebrale potete immaginare.

L’opinione pubblica “di sinistra” non esiste più e ci coglie un forte senso di compassione per quelli che continueranno a guardare il Tg3 – renziano esattamente come gli altri due della Rai – perché per abitudine lo “sentono” come una fonte “di sinistra”.

In questo ambiente tossico senza speranza emergono poche voci che provano a descrivere il mondo per come è. Abbiamo ripubblicato diverse volte analisi di Alberto Negri, storico inviato de IlSole24Ore (l’organo di Confindustria deve comunque dare un quadro realistico ai propri iscritti-lettori per consentire loro di programmare al meglio gli affari; poche palle, insomma). E altrettante quelle di Fulvio Scaglione, vicedirettore di Famiglia Cristiana, che in questo pezzo è obbligato persino a citare Marx ed Hegel. Non è una curiosità ideologica. E’ la necessità di ritrovare il filo del senso in un mare di chiacchiere prive di senso, elaborate per nascondere e ottundere. Eroina in parole, null’altro

*****

D’accordo che siamo d’estate ma le barzellette sull’Isis non fanno più ridere. L’ultima è questa: c’è un servizio segreto dell’Isis che gira per l’Europa arruolando tutti i mattocchi che trova per trasformarli in lupi solitari. Quello di Nizza, che entrava e usciva dagli ospedali psichiatrici. Quello di Monaco di Baviera, che curava le crisi depressive con i videogame ammazza-tutti. Quello di Londra, che ha ammazzato una donna subito dopo essere uscito dall’ospedale dove cercavano invano di rimettergli in sesto il cervello.

Il meno che si può dire è che questo “servizio segreto” dell’Isis funziona assai meglio dei nostri sistemi di welfare: li trova tutti, i disadattati, li convince, li organizza, li indirizza verso il bersaglio. E senza farsi notare, mai. Perché, com’è noto, nei Paesi europei non ci sono polizie né servizi segreti, e tantomeno agenti infiltrati nelle comunità islamiche più a rischio di radicalizzazione. Nessuno, nelle nostre intelligence, sa chi siano i predicatori più fanatici né chi incontrino. Nessuno spia le comunicazioni né il web, anche se solo poco tempo fa abbiamo scoperto che i servizi americani origliavano il cellulare di Hollande e della Merkel.

Questa è la barzelletta dei ciecamente atlantisti. La grande congiura serve a spiegare perché siamo arrivati a questo punto, cosa che non era affatto obbligatoria. E si collega perfettamente all’altra grande storiella, quella che raccontano i biecamente atlantisti. I quali ora ci dicono che, proprio per sventare la grande congiura in Europa della Spectre islamista, bisogna colpire l’Isis a casa sua, a Raqqa, nelle roccaforti che ancora resistono in Siria e in Iraq. Bravi, sette più.

Sono anni che personaggi di tutto il Medio Oriente lo ripetono, anni che i cristiani della regione lo invocano. E non è mai successo niente. Due anni e un pezzo di finta guerra con finti bombardamenti. Una coalizione di 70 Paesi guidata da Usa e Arabia Saudita che non sa più che scusa trovare per non colpire colonne di miliziani che attraversano il deserto. Mentre a suo tempo fu possibile far fuori la Jugoslavia di Slobodan Milosevic e l’Iraq di Saddam Hussein in poche settimane, pestando duro sulle città e persino sui treni, senza farsi tanti problemi per le vittime civili. Mentre ogni sforzo, dall’addestramento di mercenari alla pressione politica internazionale, è stato diretto per indebolire l’unico argine che l’Isis, nella sua vocazione al massacro, abbia trovato sulla propria strada: l’esercito di Assad e l’alleanza Russia-Iran-Hezbollah.

Onestamente sale il sangue agli occhi quando a scrivere certe cose sono personaggi illustri che hanno grande dimestichezza con la Nato. L’unica cosa che abbia fatto la Nato, nella crisi gestita dall’Isis ma organizzata e finanziata dai Paesi del Golfo Persico con la benevolenza degli Usa e della Turchia, è stata correre a proteggere Recep Erdogan quand’è venuto alle mani con la Russia. E il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, specificò che si trattava di proteggere il confine della Turchia con la Siria, proprio quello attraverso cui in questi anni sono filtrati in Siria e in Iraq, ad ammazzare migliaia di persone per conto dell’Isis e dei suoi burattinai, quasi 60 mila foreign fighters. Per non parlare di tutti gli altri traffici. In altre parole, la Nato correva a proteggere uno dei principali canali di arruolamento e rifornimento del terrorismo islamico.

E adesso ci dicono che bisogna colpire Raqqa, colpire il cuore dell’Isis. A fare i complottisti verrebbe da pensare che i nuovi equilibrii strategici generati dal vero-finto golpe in Turchia (per esempio, il riavvicinamento tra Ankara e Mosca) abbiano convinto qualcuno che è ora di darsi una mossa, prima che certi legami si rinsaldino e magari Trump diventi presidente.

Ma stiamo alla realtà. E la realtà è che, imperterriti, replichiamo le stesse commedie, vendendole alla gente come “lotta all’Isis”, “guerra al terrore”. Per anni la gente del Medio Oriente ci ha chiesto di smetterla con i bombardamenti scenografici e di cominciare a combattere davvero gli stragisti islamici. Perché, ci spiegava la gente di là, che conosce bene i luoghi e i problemi, non c’è altro modo per risolvere il problema. Abbiamo fatto finta di niente. E adesso che succede? Altro bombardamenti scenografici sulla Libia, mentre i generali (per esempio, Marco Bertolini, ex comandante delle missioni italiane all’estero) avvertono che “i raid aerei da soli non possono essere sufficienti. Occorre poi una ricaduta sul terreno, occorrono truppe che facciano la guerra sul serio”.

 Il buon vecchio Marx, riprendendo Hegel, diceva che i grandi eventi della storia si presentano sempre due volte, “la prima come tragedia, la seconda come farsa”. Ma qui siamo ben oltre la seconda volta ed è più che venuto il momento di chiedersi: stiamo davvero cercando di eliminare il terrorismo islamico? Oppure quanto avviene in Europa, tra attentati, lupi solitari e mattocchi in cerca di un palcoscenico, è il prezzo che alcuni sono disposti a (farci) pagare nell’illusione di sfruttare l’islamismo per governare certe parti del mondo?
di Fulvio Scaglione

Altitudine Democratica

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“Una democrazia ha bisogno di cittadini evoluti, che conoscano le materie su cui sono chiamati a deliberare”. Così scrive Massimo Gramellini stamane su “La Stampa”. 

Penso sia vero. Ma chi ha prodotto l’imbarbarimento anticulturale e tutto il grande analfabetismo di ritorno politico e civico che ci circonda?
Chi ha creato falsissime speranze per un mondo del lavoro invece sempre più strangolato dalla ricerca di profitti facili, con contratti da moderno schiavismo, con l’introduzione addirittura di quella vergogna che sono i “voucher”?
Chi ha generato le paure vorticose che ogni giorno si prendono la testa della gente anche più generosa e altruista e la trasformano in diffidente e sospettosa, carica di odio e di disprezzo verso il “diverso”, da qualunque latitudine arrivi, per qualunque cosa sia tale?

La risposta è semplice: siccome non siamo stati noi comunisti, sono stati gli altri, i sostenitori dell’economia di mercato, delle privatizzazioni e, per ultima, anche quella falsa sinistra che ha scoperto nel “liberismo” la panacea di molti mali (per i padroni e finanzieri di mezza Europa e anche d’Oltreoceano).

Dunque, una democrazia ha certamente bisogno di cittadini evoluti, ma la democrazia è solo una sovrastruttura telecomandata dalla struttura economica.

Per essere cittadini evoluti occorrerebbe anzitutto fare maggiori sforzi proprio in mezzo alla giungla di false promesse, di false notizie e di trasformazione del vero in falso (e viceversa) operato dai mezzi di comunicazione di massa.
Insomma, per essere cittadini evoluti e degni della democrazia di Gramellini, servirebbe un sussulto di coscienza, prima ancora etica rispetto a quella “critica” che starebbe alla base del rinnovamento politico consapevole.

Non condivido le parole di chi sostiene che “per fortuna in Italia la Costituzione non consente al popolo di esprimersi sui trattati” e che questa sarebbe stata una lungimirante posizione dei Padri Costituenti.

Lo fu allora, in un mondo diviso in due blocchi che si facevano la guerra definita “fredda”. In quel tempo un referendum avrebbe potuto creare una spaccatura verticale nel Paese e avrebbe rischiato di condurlo sulle soglie di una nuova guerra civile.
Oggi questo rischio è pressoché inesistente.

Dare la parola al popolo su questioni dirimenti come la decisione della permanenza o meno della propria Repubblica, del proprio Stato in un determinato contesto, è forse la più alta forma di democrazia diretta che si possa esercitare.

Anche in questo caso, l’Italia si dimostra culturalmente non adeguata a recepire una eventuale proposta in merito. Si dimostra per quello che è: un Paese del “vivi e lascia vivere”, del menefreghismo più evidentemente espresso nelle lamentele di oggi nel baciare il bastone di domani.

di Marco Sferini

Siria, un dramma a giorni alterni

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Uno legge certi giornali e si sente proiettato in una barzelletta dei carabinieri. In particolare, in quella in cui una pattuglia ferma un’automobile per un controllo. Il maresciallo chiede all’appuntato: “Funziona la freccia?”. L’appuntato risponde: “Adesso sì, adesso no, adesso sì, adesso no…”.

Per questi giornali la guerra in Siria c’è, è drammatica, brutale, orrenda. Ma a giorni alterni. Lo è quando si possono accusare i siriani di Assad e i russi di ogni nefandezza. Non lo è, e comunque se lo è non vale la pena di raccontarlo, quando a colpire sono i miliziani di al Nusra, dell’Isis o di una qualunque delle decine di formazioni più o meno “radicali” o “moderate”. Non lo è quando sparano i turchi. E così via. Adesso sì, adesso no…

Il caso di Aleppo è tipico. Passato il periodo di Pasqua la tregua è andata via via sgretolandosi. E le milizie di Al Nusra e Isis, comunque escluse dalla tregua ma pronte ad approfittare del rallentamento delle azioni militari per rinserrare i ranghi, hanno ripreso le loro operazioni. Ad Aleppo, due terzi della città controllati dai governativi e un terzo nelle mani dei miliziani, in queste ultime settimane la morte ha visitato centinaia di persone. Non è difficile scoprirlo, basta telefonare a chi vive laggiù. Migliaia di missili e di colpi di mortaio sparati dai ribelli anti-Assad hanno martellato i quartieri e ucciso civili, come peraltro fanno da anni.

In quel caso, però, tutto taceva. Non c’era alcun “attivista” (bellissima parola, fa venire in mente qualcosa di nobile, ma: attivista di che? Sarebbe utile saperlo) a tenere il conto delle vittime. Poi viene colpito l’ospedale dei Medici senza Frontiere e tutto cambia: paginate, sdegno, dolore. E conoscenza perfetta di chi, come e quando ha commesso il crimine. Perché? Perché lo dicono gli “attivisti”, improvvisamente ridestatisi dal coma. Adesso sì, adesso no…

E invece la guerra non è una barzelletta. È una cosa seria, schifosamente seria. E lo è tutti i giorni, non solo quando fa comodo alla propaganda di questo o di quello. Perché la realtà della Siria è una sola e non è cambiata da quando Obama, nell’estate del 2013, si fece venire in mente di bombardare le truppe di Assad e anche papa Francesco dovette intervenire per fermarlo: eliminare Assad vuol dire sbandare quel che resta dello Stato siriano e lasciare campo libero all’Isis e ad Al Nusra (cioè ad Al Qaeda). Vuol dire creare in Siria e in Iraq una situazione come quella della Libia, solo cento volte peggiore.

Per carità, ci sono anche quelli a cui questo scenario va benissimo. Sauditi, turchi, kuwaitiani, israeliani alla Netanyahu, funzionari della Nato, forse anche un po’ di americani e dei loro amici italiani. Secondo noi sarebbe il più atroce dei disastri. Ma in ogni caso, il giochino dei morti “buoni” e dei morti”cattivi”, quindi inesistenti, ormai fa più che vergogna: fa vomitare.

Eppure viene ripetuto con cinismo in ogni occasione. Con Aleppo, ovviamente. Potrei raccontare ogni giorno una storia come quella del pediatra Mohammed, morto nel bombardamento dell’ospedale pediatrico. Per esempio quella di Safa, una mamma di 36 anni: un missile dei ribelli ha colpito l’automobile su cui viaggiava e le ha portato via il marito, tre figlie e un figlio di due anni e mezzo. Tutta la famiglia tranne lei, viva per miracolo. Ne avete sentito parlare? No, nessun “attivista” si è fatto vivo con le redazioni. Adesso si, adesso no…

E così via. Abbattuto l’aereo della Malaysia sull’Ucraina? Giusto lutto globale. Abbattuto l’aereo russo sul Sinai? Quasi indifferenza. A proposito: perché della tragedia del Sinai sappiamo tutto e di quella dell’Ucraina ancora nulla? Non è strano? L’artiglieria ucraina uccide civili nel Donbass? Quattro righe a fondo pagina, anche se è successo ieri e tra i morti c’è una donna incinta. Un attivista indipendentista filorusso muore in carcere a Odessa dopo mesi di torture e percosse? Questa volta due righe a fondo pagina, nulla a confronto delle decine di pagine dedicate a Nadiya Savchenko, la pilota di elicotteri militari processata e condannata in Russia.

E così via. In Siria, l’assedio per definizione è quello di Madaya, 40 mila persone tormentate dalla fame nella città tenuta dai miliziani e bloccata dalle forze leali ad Assad. Quello dell’area di Deir Ezzor, dove 250 mila siriani sono circondati dall’Isis, non è un assedio. Semplicemente non è, non se ne parla, non deve esistere. Adesso sì, adesso no.

È questo il sistema con cui l’Occidente ha perso ogni credibilità in Medio Oriente. E l’ha persa non presso gli islamisti con il pugnale tra i denti, che sono pericolosi ma non importanti. L’ha persa presso la gente comune, quella che alla fine farà la differenza.

di Fulvio Scaglione

La scia di sangue.

Bruxelles. Ancora una volta nel mirino della guerra asimmetrica del terrore jihadista, finiscono i civili, ridotti a bersagli insanguinati. Ma i due attentati di ieri a Bruxelles segnano un ulteriore salto di qualità per il simbolismo degli obiettivi colpiti

23desk1-belgio-bruxelles-feriti-piccola-in-basso-0La scia di sangue in Europa non si ferma. Ancora una volta nel mirino della guerra asimmetrica del terrore jihadista, finiscono indiscriminatamente i civili, ridotti a bersagli insanguinati e impauriti, feriti per sempre nella loro attitudine a vivere semplicemente il quotidiano. E soprattutto dopo le ultime stragi che hanno insanguinato Parigi nel novembre 2015 in un normale sabato di divertimento. A conferma della continuità della stagione di terrore.

I due attentati di ieri a Bruxelles, se possibile, segnano un ulteriore salto di qualità per il simbolismo degli obiettivi colpiti. Accadono infatti il giorno dopo la ventilata disponibilità a collaborare di Salah Abdeslam dopo il suo arresto e, più che una ritorsione, mandano a dire che lo Stato islamico non s’arresta; esplodono nell’aeroporto belga davanti alla sede dell’American Airlines, richiamando in causa gli Stati uniti; nella fermata della metro da cui si scende per la sede della Commissione dell’Unione europea, e nella città che è anche sede della Nato. E, non dimentichiamolo, mentre è aperto a Ginevra un difficile, quasi impossibile, negoziato sulla guerra in Siria. Con il presidente Juncker asserragliato dentro la sede Ue e con il capo della Consiglio europeo Donald Tusk che ha parlato dello shock che ha subito per il «bombardamento».

Scriveranno dunque che l’Europa è in guerra, come se i paesi europei e l’intero Occidente non fossero davvero da due decenni in guerra in Afghanistan, Iraq, Libia e in Siria, con centinaia di migliaia di vittime e tante, troppe stragi di civili magari considerate asettiche perché opera di droni telecomandati a distanza. Senza dimenticare le nuove imprese post-coloniali della Francia in Mali, Niger, Ciad. Come se l’avere distrutto e contribuito a distruggere con le nostre guerre tre stati fondamentali del Medio Oriente fosse un arabesco esotico e marginale.

E non invece l’inizio di quella seminagione d’odio che inesorabilmente ci ritorna in casa, ed esplode, «come» in guerra, nelle capitali dell’Unione europea. Impegnata a bastonare i rifugiati di Calais che scrivono sui loro striscioni «Noi non siamo terroristi», a respingere i profughi che fuggono da miseria e conflitti da noi provocati. Che erige muri e fili spinati a «caccia dello straniero» accrescendo il rancore, che accredita regimi repressivi e, soldi alla mano, consegna esseri umani disperati nelle mani del Sultano Erdogan, il leader turco che ha soffiato sul fuoco della guerra in Siria addestrando, anche per conto nostro, i miliziani di Al Qaeda e Isis, perdipiù impegnato in una feroce repressione dei kurdi, una parte del suo popolo.

Questa scia di sangue non si interrrompe evocando il ruolo quasi oggettivo dei servizi segreti, perché spesso e volentieri l’intelligence occidentale ha chiuso gli occhi di fronte al fenomeno dei foreign fighters che partivano per la guerra e finivano ad addestrarsi nelle basi Nato della Turchia, perché coinvolti a destabilizzare lo stesso nostro nemico. Ma soprattutto perché i Paesi del fronte alleato nella guerra in Siria – Usa, Russia, Gran Bretagna, Qatar, Turchia – hanno interessi fra loro a dir poco contrapposti, senza dimenticare l’egemonia criminale dell’Arabia saudita, l’eterno e decisivo punto di riferimento economico e militare dell’Occidente. E non si ferma nemmeno con l’empito renziano che ieri, paragonando la nuova realtà del terrorismo jihadista agli Anni di Piombo, al brigatismo nostrano e alle stragi di mafia, ha invitato a presidiare il territorio «con i maestri e i militari», insomma un’accoppiata «morale» di una libreria e di un cacciabombardiere F-35 insieme, come nuovo evento «culturale».

Si ferma lo Stato islamico solo togliendogli sotto i piedi il terreno fertile della guerra e dell’odio. Basta maledette guerre dunque, cominciando a risolvere le crisi, come quella israelo-palestinese, che restando aperte come voragini, sono brace sotto la cenere che riscalda le basi identitarie dello jihadismo armato. Ed è possibile, come dimostra l’accordo Usa con l’Iran. E invece restiamo avvitati nella spirale guerra-terrorismo-guerra. Basta guardare i preparativi anche italiani dell’avventura libica, l’avvio della nuova impresa italiana a Mosul, la continuazione della nostra presenza in Afghanistan dopo 14 anni di guerra inutile, le nostre spese militari che assommano «culturalmente» a circa 80 milioni di euro al giorno.

di Tommaso Di Francesco da “Il Manifesto”


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