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Dalla Grecia al TTIP, il punto è la democrazia

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L’ordine del giorno della ses­sione di ieri mat­tina del Par­la­mento euro­peo pre­ve­deva il dibat­tito sulla situa­zione in Gre­cia, alla pre­senza di Junc­ker e Tsi­pras e la vota­zione sul Ttip, il trat­tato di com­mer­cio tra Ue-Usa. Vero oggetto della discus­sione in entrambi i casi, filo rosso tra due que­stioni fon­da­men­tali per il pre­sente e il futuro dell’Ue, la demo­cra­zia in Europa. Da un lato, un primo mini­stro che ha con­vo­cato un refe­ren­dum anche per­ché potesse eser­ci­tarsi pie­na­mente la sovra­nità popo­lare, e che in aula afferma con forza che «o l’Europa è demo­cra­tica o non è »; dall’altro la riso­lu­zione su un trat­tato, il cui man­dato nego­ziale è rima­sto a lungo segreto, e la cui appli­ca­zione svuo­te­rebbe ulte­rior­mente la demo­cra­zia rap­pre­sen­ta­tiva attra­verso mec­ca­ni­smi come il con­si­glio di coo­pe­ra­zione rego­la­to­ria e l’istituzione di tri­bu­nali arbi­trali per diri­mere le con­tro­ver­sie tra Stati e multinazionali.

Le parole di Tsi­pras — accolto dagli abbracci dei depu­tati del gruppo Gue-Ngl, di cui fa parte anche Syriza — risuo­nano di quello stesso orgo­glio, di quella dignità che ha por­tato il popolo greco a dire ’oxi’ (“no”)  al ricatto di Fmi e  Brus­sels group: «La mia patria è stata tra­sfor­mata in labo­ra­to­rio delle poli­ti­che di auste­rità, ma quelle ricette hanno fal­lito». Tsi­pras riven­dica che un governo demo­cra­ti­ca­mente eletto debba poter sce­gliere se repe­rire risorse tagliando le pen­sioni o tas­sando i ric­chi. E, dopo aver evo­cato la neces­sità di una con­fe­renza euro­pea sul debito in pole­mica con il capo­gruppo Ppe Weber, Tsi­pras chiude citando l’Antigone di Sofo­cle, il «diritto umano» che pre­vale sulla legge degli uomini, il diritto del popolo greco alla sua dignità che pre­vale su ogni memo­ran­dum. A spaz­zare via le men­zo­gne di chi rap­pre­sen­tava il refe­ren­dum come scelta tra euro e dracma, o la vit­to­ria del no come gre­xit, le parole del par­ti­giano Gle­zos: «Non solo non lasce­remo l’Europa. Non vi lasce­remo l’Europa», rivolto ai pala­dini dell’austerità.

A pre­sie­dere un dibat­tito acce­sis­simo Mar­tin Schulz, quello che faceva cam­pa­gna per il sì nono­stante il suo ruolo di Pre­si­dente. Lo stesso che nella scorsa ple­na­ria ha can­cel­lato voto e dibat­tito sul Ttip per­ché non vi era accordo nella grande coa­li­zione. Ecco, oggi è stato ancora più lam­pante come chi ha a cuore “almeno” la demo­cra­zia debba essere con Tsi­pras e con­tro Schulz.

E come nella subal­ter­nità nel dibat­tito sulla Gre­cia e nella com­pli­cità con i popo­lari nel voto sul Ttip i socia­li­sti euro­pei abbiano smar­rito qual­siasi fun­zione sto­rica, per usare un eufe­mi­smo. Appro­vato il com­pro­messo voluto dal duo Malmstrom-Schulz sul punto più con­tro­verso (la nuova ver­sione dell’Isds), la riso­lu­zione appro­vata ignora com­ple­ta­mente le pre­oc­cu­pa­zioni mani­fe­state in que­sti mesi da atti­vi­sti e movi­menti su que­stioni fon­da­men­tali come il prin­ci­pio di pre­cau­zione, la salute ali­men­tare, la per­dita di posti di lavoro.

Ieri è stata una gior­nata impor­tante anche per la ride­fi­ni­zione del ruolo stesso del par­la­mento euro­peo, che come Tsi­pras stesso ha ricor­dato avrebbe potuto essere coin­volto molto prima nella discussione.

Ora, se in Ita­lia smet­tes­simo di discu­tere di lea­der e for­mule, se lavo­ras­simo a unire soste­gno alla Gre­cia e lotta all’austerità, con­tra­sto al Ttip e bat­ta­glie per il diritto a lavoro e salute, forse potremmo sen­tire e com­pren­dere meglio l’orgoglio di Tsi­pras e del suo popolo, e costruire una sini­stra, una alter­na­tiva al socia­li­smo euro­peo e alle destre che ricordi, almeno vaga­mente, il Pride (in cui si uni­vano atti­vi­sti LGB e mina­tori) del bel film di Mat­thew Warchus.

Eleonora Forenza par­la­men­tare euro­pea L’Altra Europa con Tsipras

da “Il Manifesto”

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Discorso del primo ministro greco Alexis Tsipras al Parlamento Europeo

Rispetto per il popolo greco. “La scelta coraggiosa del popolo greco non è una scelta di rottura con l’Europa, è la scelta di tornare a valori comuni come democrazia, solidarietà, rispetto reciproco e uguaglianza. Il messaggio uscito dal referendum è chiarissimo: l’Europa, la nostra struttura comune, o sarà democratica o avrà serie difficoltà a sopravvivere in queste circostanze difficili. Occorre rispetto per la scelta del nostro popolo”.

Le responsabilità. “Dobbiamo renderci conto che la responsabilità fondamentale del vicolo cieco in cui ci troviamo non riguarda gli ultimi cinque mesi del mio governo, ma i programmi di salvataggio che sono in vigore da cinque anni e mezzo”. “Non sono tra quei politici che danno la colpa dei problemi agli stranieri: per tantissimi anni i governi greci hanno creato uno stato clientelare, hanno alimentato la corruzione tra politica e imprenditoria e arricchito solo una fetta di popolazione. Il 10 per cento dei greci detiene il 56 per cento della ricchezza del paese; e questa enorme disuguaglianza unita ai programmi di austerità, invece di correggere, ha appesantito la crisi”.

Laboratorio fallito. “La Grecia e il popolo greco hanno fatto un sforzo senza precedenti per il cambiamento. In molti paesi europei sono stati applicati programmi di austerità, ma da nessuna parte così duri e per così tanto tempo. La mia patria si è trasformata in un laboratorio di austerità. Ma l’esperimento non ha avuto successo. Rivendichiamo un accordo con i nostri alleati che ci porti direttamente fuori della crisi, che faccia vedere la luce alla fine del tunnel”.

I soldi europei solo alle banche. “I fondi che sono stati stanziati non sono mai arrivati al popolo greco. Sono stati stanziati per salvare le banche greche ed europee ma non sono mai arrivati al popolo greco”.

Oggi la proposta greca all’Esm. “La lotta alla disoccupazione è il primo obiettivo della nostra proposta”. “La nostra proposta comprende la richiesta di un impegno immediato a lanciare un dibattito di merito sulla sostenibilità del debito pubblico, non ci possono essere tabù tra di noi per trovare le soluzioni necessarie”. “Oggi invieremo la nostra richiesta al Fondo salvastati europeo (Esm)”. “La proposta del governo greco per la ristrutturazione del debito non ha l’obiettivo di gravare ancora di più sui contribuenti europei”.

Fiducioso. “L’Europa si trova a un incrocio importante”. “È un problema europeo e non solamente greco, e per un problema europeo serve una soluzione europea. Ma la nostra è una storia di convergenze e non di divergenze, una storia di unioni e non di divisioni. Per questo parliamo di Europa unita e non divisa. Serve un compromesso condiviso in modo da evitare una frattura storica”. “Sono certo che ci assumeremo la nostra responsabilità storica e sono fiducioso che entro due, tre giorni riusciremo a rispettare gli obblighi nell’interesse della Grecia e anche dell’eurozona”.

VENERDI’ 3 LUGLIO GIORNATA DI MOBILITAZIONE NAZIONALE

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                    MOBILITAZIONE STRAORDINARIA E PERMANENTE
                                       A FIANCO DELLA GRECIA
                         NO ALL’AUSTERITÀ. SÌ ALLA DEMOCRAZIA!

 Rispondiamo insieme all’appello europeo che chiama tutti e tutte a impegnarsi d’urgenza a fianco del popolo greco e per cambiare l’Europa. 

Facciamo insieme uno sforzo straordinario di partecipazione per riempire l’Italia venerdì 3 luglio sera di manifestazioni unitarie visibili e partecipate in tante città.

 Invitiamo domani martedì 30 giugno in tutta Italia a organizzare riunioni unitarie per far partire da subito la mobilitazione locale.

Ciascuno faccia tutto quello che è possibile, da subito in tutta Italia. Serve la contro-informazione contro le bugie dei media di regime e del nostro governo, schierato come sempre dalla parte dell’austerità.

Mercoledì 1 luglio invitiamo a costruire dove possibile azioni di denuncia contro la follia irresponsabile delle istituzioni e dei governi europei, che operano fuori di qualsiasi mandato democratico.

Data, orario e caratteristiche di tutte le iniziative di questi giorni e delle manifestazioni unitarie di venerdì sera devono essere comunicate a: referendumgrecia@gmail.com

Invitiamo a firmare e diffondere la petizione europea che si trova sul sito: www.change4all.eu

Cambia la Grecia Cambia l’Europa – riunione unitaria di organizzazioni, reti e movimenti del 29 giugno 2015

DA ATENE: APPELLO ALLA MOBILITAZIONE EUROPEA. NO ALL’AUSTERITÀ. SÌ ALLA DEMOCRAZIA!

L’Europa è a un bivio. Non stanno solo cercando di distruggere la Grecia, stanno cercando di distruggere tutti e tutte noi. È il momento di alzare la nostra voce contro i ricatti delle oligarchie europee.

Domenica prossima il popolo greco potrà decidere di rifiutare il ricatto dell’austerità votando per la dignità, con la speranza di un’altra Europa. E’ un momento storico, che impone a ciascuno in Europa di schierarsi.

Diciamo NO all’austerità, ad ulteriori tagli alle pensioni, ad altri aumenti delle imposte indirette. Diciamo NO alla povertà e ai privilegi. Diciamo NO ai ricatti e alla demolizione dei diritti sociali. Diciamo NO alla paura e alla distruzione della democrazia.

Diciamo insieme SÌ alla dignità, alla sovranità, alla democrazia e alla solidarietà con il popolo greco.

Questa non è una questione tra la Grecia e l’Europa. Riguarda due visioni contrapposte di Europa: la nostra Europa solidale e democratica, costruita dal basso e senza confini. E la loro versione che nega la giustizia sociale, la democrazia, la protezione dei più deboli, la tassazione dei ricchi.

Basta! È troppo! Un’altra Europa è possibile ed è davvero necessaria.

Costruiamo un forte OXI, un chiaro NO europeo. Troviamo il nostro modo per dire NO in tutte le lingue d’Europa! Troviamo il nostro modo per dire OXI!

Domenica sarà un giorno decisivo per l’Europa. Per noi, popolo europeo. Per i nostri sogni, per le nostre speranze. Difendiamo insieme la dignità, i diritti, la democrazia.

Mafia Capitale, Rodotà: “Siamo di fronte a un doppio stato con poteri extralegali”

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«Davanti ai nostri occhi si è aperto un abisso che la parola cor­ru­zione descrive solo par­zial­mente – afferma Ste­fano Rodotà – Mafia Capi­tale con­ferma l’esistenza di un sistema paral­lelo che per­mette solo ai poteri cri­mi­nali di approv­vi­gio­narsi alle risorse pub­bli­che per lucrare sugli immi­grati, sui rom, su tutti coloro che andreb­bero tute­lati con la soli­da­rietà pub­blica e civile. La soli­da­rietà si è capo­volta in un’opportunità di arric­chi­mento di un ceto che eser­cita poteri extra­le­gali o del tutto extralegali».

Come defi­nire que­sto sistema paral­lelo alla poli­tica “isti­tu­zio­nale”?
Quando sco­primmo la P2 venne coniata l’espressione “Dop­pio stato”. A qual­cuno sem­brò un’espressione senza fon­da­mento. I dati di fatto anda­vano invece in que­sta dire­zione. Mafia Capi­tale ci mette di fronte ad un dop­pio stato. E que­sto non è avve­nuto solo a Roma. Il dop­pio stato oggi è un modo con­so­li­dato di gestire lo stato. Lo abbiamo visto all’opera all’Expo, al Mose, e in altre città. L’illegalità non è un feno­meno mar­gi­nale, è cen­trale nella vita dello Stato.

La sua è una visione inquie­tante, pro­fes­sor Rodotà, evoca tra l’altro gli aspetti più cupi della Prima Repub­blica. Non sta esa­ge­rando?
No, non lo credo affatto. Siamo di fronte ad una moda­lità isti­tu­zio­nale di gestione del potere paral­lela alla quella del potere uffi­ciale che ha finito per sovra­starla. Se misu­riamo il rap­porto tra il potere, le isti­tu­zioni e i cit­ta­dini con il metro tra­di­zio­nale oggi non siamo più in con­di­zione di descri­verlo. Il metro di giu­di­zio è affi­dato al sistema paral­lelo. Que­sto rove­scia­mento è inquietante.

Il pre­si­dente del Pd Orfini ha evo­cato i ser­vizi segreti e si chiede per­ché non sono inter­ve­nuti per fer­mare Car­mi­nati.
Sono sem­pre stato ostile alla logica delle devia­zioni. In Ita­lia abbiamo avuto la prova pro­vata che i ser­vizi hanno fian­cheg­giato feno­meni ever­sivi. Quelli erano un pezzo del dop­pio stato. In que­sto caso non mi sem­bra che ci sia una devia­zione rispetto ad una nor­ma­lità demo­cra­tica. Sta invece emer­gendo un vero e pro­prio sistema di governo.

Qual è la dif­fe­renza tra Mafia Capi­tale e Mani pulite?
Allora si diceva la cor­ru­zione che fosse fun­zio­nale all’attività di par­tito, e non ai sin­goli. Ammesso che que­sta spie­ga­zione fosse giu­sti­fi­cata, ciò che accade oggi dimo­stra che quel metodo è pro­se­guito indi­pen­den­te­mente dai par­titi. Oggi esi­ste una società che ha pro­dotto un auto­nomo sistema di «governo» che fa uso pri­vato delle risorse pub­bli­che, sfrutta le per­sone e arriva a schia­viz­zarle. In Ita­lia ci sono per­sone sono ridotte a oggetti pro­dut­tivi di uti­lità per chi eser­cita un potere ammi­ni­stra­tivo, impren­di­to­riale, maschile.

Que­sto sistema si è coa­gu­lato per sfrut­tare la nuda vita dei migranti. I diritti esi­stono solo se sono mone­tiz­za­bili?
È il lato più ter­ri­bile di que­sta vicenda. I diritti non ven­gono impu­gnati per creare un’organizzazione sociale e pra­ti­care la soli­da­rietà, ma sono lo stru­mento che riduce i migranti ad oggetti per spre­merli al fine di un pro­fitto per­so­nale. Que­sta tor­sione fini­sce per scre­di­tare i diritti. Que­sta catena dev’essere spezzata.

Quali sono gli effetti di que­sta situa­zione sui cit­ta­dini?
Un distacco dram­ma­tico rispetto alle isti­tu­zioni e ad un potere che si è fatto oscuro e minac­cioso. L’effetto più visi­bile è quello dell’astensione dal voto alle ultime ele­zioni regio­nali che resta a mio avviso la chiave più signi­fi­ca­tiva per inter­pre­tarlo. Il fatto che si rinun­cia al voto deriva dalla con­sta­ta­zione che gli enti locali sono impo­tenti ad affron­tare i pro­blemi dei tra­sporti o il sociale. Ma credo che il distacco derivi fon­da­men­tal­mente dal fatto che esi­ste un sistema paral­lelo che affianca quello isti­tu­zio­nale e poi se lo man­gia pezzo per pezzo. Que­sta espro­pria­zione della demo­cra­zia è diven­tata un ele­mento costi­tuivo del sistema.

Roberto Ciccarelli da “Il Manifesto”

Se tutto è merce la corruzione vince

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Dalle liste elet­to­rali impre­sen­ta­bili al voto di scam­bio in Sici­lia è tutto un pul­lu­lare di mer­ci­mo­nio e cor­ru­zione. Niente di nuovo si dirà, ripen­sando al Mose e all’Expo, alla tele­no­vela infi­nita delle tan­genti e delle car­riere spia­nate a figli e amanti con tanto di rolex e di viaggi all’estero a spese della col­let­ti­vità. Vero.

Del resto si parla sem­pre della poli­tica come se altrove tutto fosse in ordine. Non lo è. Baste­rebbe guar­dare con atten­zione al mondo uni­ver­si­ta­rio – per dirne una – per capire che anche la famosa «società civile» gronda cor­ru­zione, con i suoi bravi corol­lari di pro­ter­via, ille­ga­lità, clientelismo.

Ma ora, a com­pli­care il qua­dro, scop­pia que­sto mega­scan­dalo trans­na­zio­nale della Fifa. Si sco­pre un sistema ven­ten­nale di favo­ri­ti­smi e taglieg­gia­menti che, stando agli inqui­renti, ha frut­tato ai ver­tici dell’organizzazione qual­cosa come 150 milioni di dollari.

Per cor­rotto che sia, il nostro paese non è dun­que un’eccezione. La cor­ru­zione dilaga, fa sistema. Si ha l’impressione che rap­pre­senti, die­tro le quinte, la vera logica nella ripro­du­zione dei poteri e nell’assunzione delle deci­sioni. Ma se è così, che cosa se ne deve dedurre? Che que­sta è, para­dos­sal­mente, la regola? Che depre­care è, oltre che vano, insulso?

Così a prima vista par­rebbe. Tanto più che, in tema di cor­ru­zione, si usa fare un ragio­na­mento per lo meno ambi­guo. La cor­ru­zione, si dice, è, come altre pato­lo­gie sociali (come l’evasione fiscale, per esem­pio), ine­stir­pa­bile. Di recente Raf­faele Can­tone ha par­lato di «limiti fisio­lo­gici» della cor­ru­zione, per dire appunto che sarebbe uto­pi­stico imma­gi­nare di eli­mi­narla totalmente.

Il guaio di un discorso del genere è che rischia di con­fon­dere le idee, non chia­rendo che la fisio­lo­gia di cui si tratta attiene alla soglia di tol­le­ra­bi­lità siste­mica (dice quanta cor­ru­zione una società può sop­por­tare senza implo­dere), non al giu­di­zio morale.

Non ci sono feno­meni cor­rut­tivi sani come non c’è un’evasione fiscale buona, anche se è vero che, al di sotto di un dato livello quan­ti­ta­tivo, né gli uni né l’altra met­tono a repen­ta­glio la tenuta finan­zia­ria o morale della società.

La cor­ru­zione è sem­pre pato­lo­gica. Lo è per una ragione che rara­mente capita di vedere espli­ci­tata. Il punto è anche eco­no­mico: la cor­ru­zione osta­cola il benes­sere col­let­tivo per­ché inter­fe­ri­sce nella distri­bu­zione delle risorse, deter­mina l’aumento del costo delle opere pub­bli­che, ini­bi­sce gli inve­sti­menti, riduce la pro­dut­ti­vità sistemica.

La cor­ru­zione distrugge il prin­ci­pio di uguaglianza

Ma l’aspetto essen­ziale con­cerne la rela­zione sociale, nel senso che la cor­ru­zione viola diritti fon­da­men­tali e distrugge il prin­ci­pio di ugua­glianza. Chi cor­rompe e chi si lascia cor­rom­pere deter­mina per sé – pro­prio come chi opera den­tro filiere mafiose o sotto la coper­tura di logge segrete – con­di­zioni di van­tag­gio che discri­mi­nano quanti riman­gono esclusi dal patto corruttivo.

L’essenza della cor­ru­zione è quindi la vio­lenza: l’istituzione di pri­vi­legi e la nega­zione degli altrui diritti alla pari dignità e alla par­te­ci­pa­zione egua­li­ta­ria alla dina­mica sociale. Il che signi­fica che una società in cui la cor­ru­zione è dif­fusa e radi­cata è una società vio­lenta, nella quale la pre­va­ri­ca­zione è dive­nuta o rischia di dive­nire costume, forma etica.

Limiti fisio­lo­gici o meno, al cospetto della cor­ru­zione ci si dovrebbe quindi sem­pre indi­gnare e si dovrebbe rea­gire con deter­mi­na­zione, esi­gen­done la più decisa repres­sione. Resta però vero che il dato quan­ti­ta­tivo può fare la dif­fe­renza sul ter­reno delle con­se­guenze sociali (mate­riali e morali) dei feno­meni cor­rut­tivi. E allora la domanda che ci si deve porre di fronte alle noti­zie di que­ste ore è sem­plice: che cosa è suc­cesso e quando, per­ché nelle nostre società la cor­ru­zione dive­nisse, appunto, nor­ma­lità, ethos, sistema?

Qui la rispo­sta chiama in causa ine­vi­ta­bil­mente la que­stione morale. Certo ci sono anche pro­blemi isti­tu­zio­nali: la qua­lità dei sistemi di con­trollo sui com­por­ta­menti e sui con­flitti d’interesse; il grado di dif­fi­coltà delle leggi e di opa­cità delle pro­ce­dure e quello di discre­zio­na­lità dei deci­sori. Ma, al dun­que, l’integrità dei cit­ta­dini, dei pub­blici uffi­ciali e delle forze poli­ti­che rimane il fattore-chiave. Al riguardo, quel che si può dire è che nel corso di que­sti 25–30 anni, di pari passo con il radi­carsi dell’individualismo social­dar­wi­ni­stico neo-liberale, è dav­vero avve­nuta una sorta di muta­zione etico-antropologica.

Tutto oggi è merce e la ric­chezza e il potere sono tutto. Anche per chi è al ter­mine della pro­pria vita, quasi che potere e denaro potes­sero esor­ciz­zare la morte. È una regres­sione pro­fonda e gene­rale, che non rispar­mia certo i più gio­vani, nati e cre­sciuti in que­sto clima etico. E che espone la società a un tasso ele­vato di vio­lenza distrut­tiva. Come ben sapeva Adam Smith, il capi­ta­li­smo senza puri­ta­ne­simo dis­solve le società. Non crea gli alveari con­tenti di Man­de­ville: sca­tena le guerre fra­tri­cide di Hobbes.

È dif­fi­cile dire in che misura oggi la cor­ru­zione abbia supe­rato i limiti fisio­lo­gici e se il sistema implo­derà. Certo, per stare al nostro paese, non siamo messi bene per niente. Quanto la cor­ru­zione ci costi rimane un mistero (quei famosi 60 miliardi annui sti­mati dalla Corte dei conti essendo sol­tanto l’indice medio cal­co­lato dieci anni fa da Daniel Kau­f­mann), men­tre è un fatto che siamo il paese più cor­rotto in ambito Ue, Ocse e tra i G20.

Allora è curioso quel che è acca­duto in que­sta cam­pa­gna elet­to­rale a Mat­teo Renzi, il quale, per soste­nere Vin­cenzo De Luca in Cam­pa­nia, non ha tro­vato di meglio che fare il verso al peg­gior Moro, quello del «non ci lasce­remo pro­ces­sare». Ha detto, papale papale, che il Pd «non accetta lezioni di lega­lità da nes­suno». Come dire: siamo imper­mea­bili, sordi, refrat­tari.

Com­pli­menti, dav­vero un bel lap­sus. È pro­prio vero che, quando cade l’ultimo resi­duo della ver­go­gna, capita di dire anche l’indicibile.

Alberto Burgio – “Il Manifesto”

Giovani italiani condannati alla miseria e ignoranza

lavoro_10Se i governanti in prestito di questo paese avessero un briciolo di onestà intellettuale dovrebbero suicidarsi in massa: dopo oltre venti anni di politiche di “riforma”, tutte univocamente motivate con la necessità di “aumentare l’occupazione giovanile”, ci ritroviamo all’ultimo posto tra i paesi industrializzati proprio su questo punto. Anzi, al penultimo, superati però soltanto dalla disgraziatisssima Grecia, scelta dalla Troika come cavia su cui sperimentare una serie di “riforme strutturali” che producono sistematicamente il risultato opposto a quello dichiarato.

Vebbeh, direte voi, stavamo così anche prima, e quelle politiche magari avranno almeno tamponato la diminuzione dell’occupazione giovanile…

E’ esattamente il contrario. Nel corso degli ultimi sette anni (dal 2007 al 2013, l’ultimo considerato nelle statistiche dell’Ocse pubblicate stamattina), il tasso di occupazione dei giovani tra 15 e 29 anni è sceso di quasi 12 punti, passando dal 64,33% al 52,79%. Un vero “miracolo”, tenendo conto del “pacchetto Treu” poi rafforzato dalla “Legge 30”, e da altre decine di provvedimenti tutti mirati ad abolire le tutele contrattuali, a propagare la precarietà, ad abbassare i salari (specie quelli dei lavoratori “in ingresso”, ovvero soprattutto i giovani)… per favorire l’occupazione.

Ma non è che vada molto meglio nelle altre fasce di erà. L’Italia è infatti quartultima tra i Paesi Ocse per il tasso di occupazione dei 30-54enni, sceso dal 74,98% del 2007 al 70,98% del 2013. Una perdita di “appena” 4 punti percentuali che ha una sola spiegazione economica: per quanto tu possa abbassare i salari e i diritti, resta comunque un problema di competenza professionale a fare la differenza. Quindi le aziende, là dove serve questa esperienza-competenza, preferiscono tenersi o assumere un dipendente esperto, anche se più in là con gli anni e magari un salario un po’ (non troppo) più alto, pur di ritrovarsi un lavoro ben fatto.

La riprova sta proprio nel Rapporto dell’Ocse, secondo cui in Italia il 31,56% dei giovani svolge un “lavoro di routine”, che non richiede l’utilizzo di competenze specifiche, mentre un altro 15,13% ha un’occupazione che comporta uno scarso apprendimento legato al lavoro. Non vi sembra interessante, vista la stragrande preferenza padronale per i contratti di “apprendistato”? Più che probabile, insomma, che alla forma legale del contratto (apprendistato) non corrisponda altro che un normale lavoro non qualificato e mal retribuito, che non produce alcuna competenza professionale “rivendibile”.

Il nostro paese è in particolare quello con la più elevata percentuale di giovani tra i 16 e i 29 anni che non hanno alcuna esperienza nell’uso del computer sul posto di lavoro, con il 54,3%, a fronte di una percentuale di giovani che non usano mai il computer ferma al 3%.

Ricapitoliamo: tutti i ragazzi sanno attualmente usare computer o altri device elettronici, ma di questa competenza la struttura produttiva italiana non sa che farsene. Li usa come “persone di fatica”, per mansioni generiche, ripetitive, dove serve “freschezza atletica” più che un “saper fare”. Significa che ad essere “arretrati” e “scansafatiche” sono gli imprenditori di questo paese, tutti specializzati nell’usa-e-getta, nel subappalto, nel pagare poco e niente per guadagnare il più possibile senza investire nulla. Tanto meno in innovazione tecnologica.

E’ però importante sottolineare che questa è una tendenza globale. La ‘mancata corrispondenza’, o ‘mismatch’, tra posto di lavoro e competenze è un problema sempre più diffuso tra i giovani nei Paesi Ocse: in media, il 62% hanno un lavoro che non corrisponde alla loro formazione, con in particolare un 26% di sovraqualificati (il 14% dei quali lavora inoltre in un settore che non sarebbe il suo), e un 6% di persone con competenze superiori a quelle richieste.

Cosa significa? Che è l’intero modo di produzione capitalistico, in ogni angolo del mondo, a  non avere troppo bisogno di competenze qualificate. O almeno di averne bisogno in misura limitata, come se fosse stato raggiunto un limite oltre cui la produzione allargata permessa dalle tecnologie, e soprattutto dalla robotica applicata alla produzione (anche “intellettuale”), brucia le possibilità occupazionali.

Restando in Italia, i giovani ‘Neet’, i famosi non occupati né iscritti a scuola o in apprendistato, sono il 26,09% degli under 30. Il che ci relega al quarto posto in questa non invidiabile classifica. All’inizio della crisi, nel 2008, erano il 19,15%, quasi 7 punti percentuali in meno. Almeno in questo, siamo in grande ma non buona compagnia. Nell’insieme dei Paesi Ocse, infatti, i giovani ‘Neet’ erano oltre 39 milioni a fine 2013, più del doppio rispetto a prima della crisi. Tra i giovani ‘Neet’ italiani, il 40% ha abbandonato la scuola prima del diploma secondario superiore, il 49,87% si è fermato dopo il diploma e il 10,13% ha addirittura un titolo di studi universitario. La percentuale di ‘Neet’ è più elevata tra le femmine (27,99%) che tra i maschi (24,26%). In pratica, abbiamo un esercito di ragazzi senza un futuro decente davanti, condannati alla subordinazione allo schiavismo oppure a “vivere di espedienti”. E’ infatti certo che quasi tutta questa massa giovanile connotatata solo negativamente (“Neet” come risultato di una lunga serie di “non”) attualmente vive con, e grazie a, i genitori. Quando la fisiologia avrà fatto il suo corso e resteranno dunque “soli e adulti” in senso pieno, come faranno a sopravvivere?

Lo smantellamento della scuola pubblica e la pessima qualità di quelle private (quasi sempre solo scuole di indottrinamento ideologico o “diplomifici” un tanto al chilo) completa il quadro tragico per i giovani di questo paese, che ha la maggior percentuale di giovani in età lavorativa (16-29 anni) e adulti (30-54) con scarse competenze di lettura, rispettivamente il 19,7% e il 26,36%.

L’Italia ha inoltre la percentuale più elevata di persone con scarse abilità in matematica tra gli adulti, il 29,76%, e la seconda tra i giovani in età lavorativa, il 25,91%, dietro agli Usa (29,01%). In generale, riferisce la tabella Ocse per la misurazione dell’ “occupabilità” dei giovani, il nostro Paese è al di sotto della media per le competenze dei giovani, i metodi di sviluppo di queste competenze negli studenti e la promozione del loro utilizzo sul posto di lavoro.

Il cerchio si chiude: alle imprese la competenza non serve, la scuola non deve quindi più trasmetterle, i giovani è inutile che sappiano (la conoscenza è la più potente arma di autodifesa che si possa immaginare).

Claudio Conti da “Contropiano”

Renzi, la Waterloo dell’occupazione

condL’Istat ha messo il bastone tra le ruote alla pro­pa­ganda incon­te­ni­bile del governo Renzi sul pre­sunto aumento dell’occupazione. E il mini­stro del lavoro Poletti è stato smen­tito dal suo stesso mini­stero che lunedì ha dif­fuso i dati reali sulle atti­va­zioni com­ples­sive dei con­tratti e quelli sui con­tratti a tempo inde­ter­mi­nato. La disoc­cu­pa­zione è tor­nata a cre­scere a feb­braio (+12,7%), i disoc­cu­pati sono cre­sciuti di 67 mila unità nell’ultimo anno, i gio­vani tra i 15 e i 24 anni senza lavoro sono aumen­tati di 34 mila unità. L’occupazione a tempo inde­ter­mi­nato non è aumen­tata di 79 mila unità negli ultimi due mesi. I gene­rosi incen­tivi alle imprese con­cessi dal governo nella legge di sta­bi­lità 2014 sono stati insi­gni­fi­canti. Per i cac­cia­tori di far­falle di Palazzo Chigi la gior­nata di ieri è stata una «Water­loo». L’esecutivo si è sfra­cel­lato con­tro il muro della realtà dopo avere preso la ricorsa gio­vedì 26 marzo. Quel giorno Renzi e Poletti hanno cin­guet­tato sull’aumento di 79 mila con­tratti a tempo inde­ter­mi­nato nel periodo gennaio-febbraio 2015. Il plauso dei media è stato imme­diato. Poi sono cre­sciute le ombre.

Al netto del dome­stico e della pub­blica ammi­ni­stra­zione, le tabelle del mini­stero del lavoro hanno invece regi­strato l’incremento di 78.927 atti­va­zioni in più (303.648) rispetto al bime­stre 2014 (224.721). Le ces­sa­zioni per tipo­lo­gia con­trat­tuale sono aumen­tate di 75.535. E sono aumen­tati i con­tratti pre­cari: più 73.902. In totale, i posti pre­cari sono 847.487 sui com­ples­sivi 1.382.978 posti di lavoro. Tra aumento delle ces­sa­zioni (+8,9%) e ege­mo­nia incon­tra­stata del pre­ca­riato (il 61,2%, sei posti di lavoro su dieci) non c’è dun­que alcuna ripresa. I dati sull’occupazione dif­fusi da Poletti non erano atten­di­bili. Quelli «veri» sul primo bime­stre 2015 saranno pub­bli­cati dal sistema infor­ma­tivo sta­ti­stico delle comu­ni­ca­zioni obbli­ga­to­rie solo il 20 aprile. Dati più certi ver­ranno fuori solo quando saranno con­so­li­dati i risul­tati del tri­me­stre, vale a dire a luglio. Tra tre mesi i titoli strap­pati dal governo saranno archi­viati come pagine inu­tili. I gufi e gli scia­calli non c’entrano. Il disa­stro media­tico è stato pro­dotto dalla sua ansia di pre­sta­zione. Fru­stata dalla realtà della crisi.

L’altra maz­zata è arri­vata dall’Istat. Quei bene­detti 78.927 con­tratti a tempo inde­ter­mi­nato pos­sono essere il risul­tato delle tran­si­zioni dal tempo deter­mi­nato a tempo inde­ter­mi­nato. In più i con­tratti atti­vati non equi­val­gono neces­sa­ria­mente a nuovi occu­pati. I dati prov­vi­sori su feb­braio 2015 pub­bli­cati ieri dicono anche que­sto. I disoc­cu­pati sono aumen­tati su base men­sile: –0,2%, 44 mila unità in meno. Non con­tano dun­que le varia­zioni men­sili, quelle a cui Renzi si è aggrap­pato inge­nua­mente. Conta l’andamento annuale per­ché un’eventuale cre­scita si regi­stra se dura tre tri­me­stri. Da dicem­bre l’occupazione «è rima­sta sostan­zial­mente sta­bile» ha avver­tito l’Istat. E la disoc­cu­pa­zione è dimi­nuita non per­ché è rico­min­ciata la «ripresa», ma «per la risa­lita del tasso di inat­ti­vità». Que­sto l’Istat l’ha sem­pre ripe­tuto nei ultimi mesi.

Ina­scol­tata dal governo che vive in una realtà paral­lela. Ad ogni report, insieme agli «esperti» del Par­tito Demo­cra­tico, inscena una danza della piog­gia. Ma in que­sto deserto non piove mai. Si resta in attesa della sospi­rata pre­ca­riz­za­zione impo­sta via Jobs Act. Gli uomini della piog­gia annun­ciano grandi tem­po­rali. Il cielo gli darà ragione?

Il bol­let­tino Istat ha con­fer­mato le carat­te­ri­sti­che della disoc­cu­pa­zione strut­tu­rale di massa cre­sciuta negli anni della crisi. I più col­piti sono i gio­vani e le donne. Il tasso di disoc­cu­pa­zione dei primi è cre­sciuto di 1,3 punti per­cen­tuali a feb­braio e di 0,1 nell’ultimo anno. E si è atte­stato al 42,6%. I gio­vani occu­pati tra i 15 e i 24 anni sono dimi­nuiti di 34 mila unità, +3,8%. È un’altra prova del fal­li­mento del pro­gramma «Garan­zia gio­vani». For­te­mente pena­liz­zata resta l’occupazione fem­mi­nile. A feb­braio il tasso è sceso di 42 mila unità (-0,4%). Stesso anda­mento si regi­stra sul tasso di occu­pa­zione. Quello maschile è sta­bile al 64,7%, quello fem­mi­nile è dimi­nuito di 0,2 punti per­cen­tuali. Se il tasso di inat­ti­vità cre­sce per gli uomini di 0,4 punti, men­tre dimi­nui­sce quello di disoc­cu­pa­zione, per le donne la situa­zione è oppo­sta. Le inat­tive dimi­nui­scono, men­tre aumen­tano le disoc­cu­pate (+0,9%). La ten­denza ad una risi­cata cre­scita dell’economia senza occu­pa­zione fissa (Jobless reco­very) è stata con­fer­mata dai dati Istat sul Pil: «Si raf­for­zano i primi segnali posi­tivi per l’economia ita­liana, all’interno di un qua­dro ancora ete­ro­ge­neo». «Nel com­plesso, l’indicatore anti­ci­pa­tore dell’economia ita­liana per­mane su livelli posi­tivi, sup­por­tando l’ipotesi di un miglio­ra­mento dell’attività eco­no­mica nel primo trimestre».

Quello di Renzi è «un nau­seante bal­letto sui numeri dell’occupazione –ha com­men­tato la segre­ta­ria della Cgil, Susanna CamussoBiso­gne­rebbe smet­terla di dire che la ripresa è die­tro l’angolo –ha aggiunto — per­ché non si può con­ti­nuare a soste­nere che la situa­zione sta miglio­rando se la disoc­cu­pa­zione con­ti­nua a salire e se anche per chi lavora le con­di­zioni con­ti­nuano a peg­gio­rare». Per Bar­ba­gallo (Uil) «Se si con­ti­nua ad andare a scuola dalla Mer­kel — che pre­dica auste­rità — piut­to­sto che da Obama — che pra­tica la cre­scita inve­stendo in infra­strut­ture, inno­va­zione, ricerca e cul­tura — i dati occu­pa­zio­nali non miglio­re­ranno». Secondo Fur­lan (Cisl) per creare nuova occu­pa­zione «occorre favo­rire gli inve­sti­menti, con una nuova poli­tica indu­striale» Per Damiano (Pd): «l’eccesso di otti­mi­smo o di pes­si­mi­smo rivela un’ansia da pre­sta­zione che dovrebbe lasciare il passo a una rifles­sione più medi­tata». Per i Cin­que Stelle «i dati Istat ripor­tano Renzi sulla terra». Per gli stu­denti della Rete della Cono­scenza «la reale alter­na­tiva sta nella crea­zione di forme uni­ver­sali di Wel­fare come il red­dito di dignità pro­po­sto da Libera. Un oriz­zonte di tra­sfor­ma­zione che, tut­ta­via, è fuori dalla pro­spet­tiva di que­sto governo».

ROBERTO CICCARELLI da “Il Manifesto”

Crisi e democrazia; Vittime e carnefici.

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Martedì scorso il manifesto ha pubblicato un articolo di Jospeh Stiglitz che ha il merito di disegnare un quadro limpido della situazione sociale ed economica dell’Unione europea dopo otto anni di crisi, e dei pericolosi contraccolpi politici (crisi democratica e impetuosa crescita della destra radicale) che ne conseguono. Stiglitz insiste sulle responsabilità delle leadership europee (scrive di un «malessere autoinflitto») e punta il dito sulle «pessime decisioni di politica economica» (l’austerity) ispirate a teorie fallimentari. È una base di partenza per una seria discussione, e anche un utile contributo per la ricostruzione di una pratica critica che riapra un quadro politico stagnante, imprigionato (non solo in Italia, ma soprattutto qui da noi) in una camicia di forza che sta rapidamente soffocando la democrazia. Con gravi responsabilità delle sinistre socialiste, che hanno cooperato alla costruzione dell’architettura istituzionale e monetaria di questa Europa.

C’è solo un aspetto dell’analisi di Stiglitz che non convince e forse merita un supplemento di riflessione. Come molti altri anche Stiglitz parla di «errori», di «modelli viziati», della «follia» che accecherebbe le classi dirigenti impegnate in politiche rovinose. Questa rappresentazione suggerisce che la costruzione europea prima, la gestione della crisi via austerity e deflazione salariale poi, abbiano danneggiato indiscriminatamente tutti, risolvendosi in un incomprensibile esercizio di autolesionismo collettivo. Le leadership europee avrebbero «sbagliato» e persevererebbero diabolicamente, nonostante gli effetti negativi delle loro scelte danneggino tutti gli attori coinvolti: Stati, economie nazionali, classi sociali.

Se le cose stessero così, lo storico di domani si troverebbe di fronte a un bel dilemma. Beninteso, non sarebbe la prima volta che un intero continente sembra imboccare senza ragioni evidenti la strada del suicidio. La storiografia si divide ancora sulle cause della prima guerra mondiale. Quello che fu l’evento inaugurale del nostro mondo somiglia tanto a un gesto suicidario dell’Europa uscita dalla belle époque, e forse non è casuale che solo dopo la guerra Freud cominci a riflettere sulla «pulsione di morte».

Ma forse nel caso dell’Unione europea e della gestione recessiva della crisi le cose non sono altrettanto misteriose. Forse il quadro si semplifica, almeno in parte, se, rinunciando alla chiave semplicistica degli errori e dell’impazzimento collettivo, si suppone che quella che stiamo vivendo sia una transizione, e che le politiche adottate dai sovrani della troika e dai governi nazionali più forti, Germania in testa, rientrino in un processo governato di ristrutturazione delle nostre società: in una distruzione creatrice, finalizzata alla sostituzione del modello sociale postbellico (il capitalismo democratico incentrato sul welfare pubblico e sulla riduzione delle sperequazioni in un’ottica inclusiva) con un modello oligarchico (postdemocratico) affidato alla «giustizia dei mercati globali» e caratterizzato dal binomio povertà pubblica – ricchezza privata. Che poi questa grande trasformazione generi anche effetti indesiderati (la crescita del neofascismo euroscettico) non cambia il discorso di una virgola, visto che notoriamente non tutte le ciambelle riescono col buco.

Non è escluso che, se leggessimo questo decennio (e gli ultimi quarant’anni) come una rivoluzione passiva, l’analisi di Stiglitz ne guadagnerebbe in completezza. Alcuni dati sembrano infatti confermare la coerenza del processo e la sua pur perversa razionalità. La crisi ha debilitato le economie nazionali, molti paesi europei sono da anni in recessione e registrano un calo del pil rispetto agli anni pre-crisi. Se consideriamo l’Italia al netto della fanfara propagandistica, i principali indicatori (le curve del pil, della ricchezza media pro capite e della disoccupazione) denotano una situazione di coma economico e di grave regresso sociale. Ma queste sono, come dice Stiglitz, «fredde statistiche». Dietro le quali non si cela un paesaggio omogeneo.

La crisi (proprio come la guerra) non è un guaio per tutti. Non lo è nel mondo, dove – ricordava l’inserto di «Sbilanciamoci!» del manifesto del 27 febbraio – i primi 80 miliardari hanno visto aumentare la propria ricchezza del 50% negli ultimi quattro anni. Non lo è in Italia, dove, per ragioni che non è qui possibile analizzare ma che non hanno nulla a che fare con il caso né con il destino, il reddito annuo dei sempre più precari lavoratori dipendenti è calato, tra il 2000 e il 2013, di ben 8.312 euro, mentre quello dei professionisti ne ha guadagnati 3.142. Sempre in Italia, negli ultimi cinque anni le dieci famiglie più ricche (proprietarie di quasi metà della ricchezza netta totale) hanno raddoppiato il proprio patrimonio, mentre il 30% più povero della popolazione (18 milioni di individui) ha visto il proprio ridursi quasi di un quinto. La metà più povera degli italiani (concentrata nel Mezzogiorno) ha perso oltre l’11% di quanto possedeva inizialmente; anche la metà più ricca ha perso, ma solo l’8%, e con una perdita concentrata nelle classi medie, sempre più povere.

Si potrebbe continuare a lungo, per esempio ricordando ancora che nel 2012, mentre il pil italiano cadeva del 2,4%, il patrimonio delle famiglie più ricche (con un patrimonio superiore a 500mila euro) aumentava in media del 2%. Ma il quadro è abbastanza chiaro. Lo si potrebbe riassumere in tre semplici slogan: sta (ri)nascendo un’Europa delle caste, incompatibile con la democrazia; capire la crisi è possibile solo leggendo i mutamenti che essa produce in termini di rapporti di forza tra le classi; capire non basta, e la sinistra italiana ed europea non esisterà – se non come figurante nello spettacolo dei teatrini istituzionali – finché resterà complice di questa grande trasformazione e non aprirà una lotta senza quartiere contro il nuovo (arcaico) modello sociale che, grazie alla crisi, sta prendendo forma.

Alberto Burgio

“Perdonaci Silvio non abbiamo capito che stiamo diventando schiavi”

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Alcuni giorni fa si è suicidato ad Alessandria un certo Ghisolfi, imprenditore, passato nei grandi titoli dei giornali come il banchiere di Renzi. In realtà ha partecipato a una delle tante cene per finanziare i “giocattoli del pupo”. E questo dà al suo atto estremo un valore particolare, chissà perché poi, a parte certa dietrologia d’accatto che ormai non sa più su come infiocchettare banalità.
Continuano intanto i “suicidi anonimi”, quelle morti che non fanno notizia. Perché la crisi non ha smesso di mordere, checché ne dica il pupo e il suo scribacchino dei numeri, alias il signor ministro Padoan, che ha infilato una serie interminabile di previsioni economiche errate e senza senso. E sembra non voler smettere.
I suicidi anonimi sono di quelli che invece con la crisi ci fanno i conti, veri. Un dare e un avere preciso e netto. Che per alcuni ha sul piatto della bilancia la propria vita. Chiaro signor Padoan?
Due giorni fa si è suicidato nei pressi di Rieti un certo signor Silvio. Ne hanno scritto in qualche breve di qualche sconosciutissimo giornale “locale” giusto per conforto e indignazione della comunità. Non ha senso dire come e perché. Ha senso parlare di Silvio, perché la sua storia ci racconta di una crisi economica che, come diceva mammà, “sta portando via i migliori”. C’è chi si sta arricchendo con la crisi (questo Padoan non lo dice mai nonostante i numeri abbondino) e chi la sta pagando duramente. C’è chi la crisi la vede da una comoda poltrona in pelle. E chi ci sbatte la faccia contro, nella più perfetta solitudine che solo un raffinato sistema “democratico” sa regalarti. Dobbiamo trovare la forza di dire basta.

Silvio aveva un dono che tutti gli riconoscevano, la luce della semplicità. Una semplicità inadeguata ai tempi, potrebbe dire qualcuno, eppure radiosa. Nell’ipotetica Antologia di Spoon River della crisi 2007-2015, la sua storia occuperebbe le prime pagine. Quella luce della semplicità lo rendeva unico. Ne aveva fatto, del resto, una scelta di vita. Viveva in modo frugale, faceva un mestiere antico, forse più antico di tanti altri, produceva farine con il suo molino.
La semplicità non è bastata a fermare i draghi che un giorno si sono presentati davanti a lui al posto del vento. Ma su un punto, Silvio, ha lottato come un leone: ha preteso che gli restiuissero la pietra. La pietrra sulla quiale aveva edificato l’opera. Un atto d’amore e di rispetto verso se stesso che i draghi hanno oltraggiato in modi irriferibili.
Sapeva macinare il grano Silvio, ma non aveva ancora imparato a triturare le follie degli uomini. O forse non gli interessava. Al mercato contadino che frequentava insieme al suo amico Pietro, appunto, medico che sapeva triturare i malanni dell’anima attraverso la cura dei corpi, lo ricordano tutti come una persona degna di stare tra gli angeli. Perché gli angeli sono proprio la forza della semplicità. E cos’altro?

Quella pietra a Silvio serviva per ancorare al mondo la sua semplicità, perché non diventasse evanescenza e acquistasse forza. Il mondo gli ha impedito di farlo, con violenza. Siamo tutti in qualche modo in debito con lui. Di non aver cantato la sua semplicità, di non aver cambiato il mondo. Di solito cantiamo gli sguardi miti, ma solo perché avvertiamo che non possono nuocerci. Silvio va cantato perché tutto ciò che in lui era leggero e mite, dalle farine al suo sguardo, in realtà aveva il peso della saggezza. E sapeva illuminare la strada del nostro cammino impervio. Quello che non sanno fare quelli che pretendono di governarci, di imbonirci, di costringerci con la violenza a seguire dettami di un interesse generale che sono i primi a rinnegare. Stiamo scivolando nella schiavitù senza accorgerci del passo estremo. E questo a Silvio, almeno, dobbiamo riconoscerlo.

Fabio Sebastiani da “Controlacrisi”

L’Europa dei banchieri; gretta, ipocrita e meschina

austerity 
La doppia morale è sempre stata una costante delle classi dirigenti europee. Almeno da quando i governi e le rivoluzioni liberali alla fine del 1700 proclamarono i diritti umani, escludendo però da essi gli schiavi d’oltremare e gran parte del mondo del lavoro. Questa Europa dalla doppia morale collassò esattamente cento anni fa con la prima guerra mondiale. Dopo venti anni di massacri il continente che uscì dalla sconfitta del fascismo sembrò proprio voler cambiare strada.

La competizione tra est comunista ed ovest democratico liberale fu anche sulla realizzazione dell’eguaglianza sociale e sulla estensione dei diritti. Si sviluppò così lo stato sociale, quella che tuttora a me pare la più grande conquista collettiva della storia dell’umanità. Il crollo del socialismo reale assieme alla svolta liberista nella politica economica mondiale, hanno messo in discussione in Europa la sostanza di fondo di quella conquista e hanno imposto una regressione di cui ogni giorno che passa misuriamo estensione e portata. È così tornata a governare la doppia morale, i diritti sociali e del lavoro sono diventati costi e le libertà materiali si fermano alla soglia della libertà di mercato.

I nobili princìpi che sono a caposaldo della costruzione della Unione Europea sono diventati strumenti delle politiche di austerità e rigore. Chi ha concepito quel disastro economico e sociale che si è rivelato l’Euro lo ha spesso giustificato spiegando che la moneta unica avrebbe dovuto essere il primo passo per una Europa unita, giusta e solidale. Ora questi buoni principi vengono proclamati per giustificare la continuità dell’Euro, dei patti fiscali e dei memorandum che lo sostengono. In pochi anni cinquanta milioni di cittadini europei sono sprofondati in una povertà vicina a quella del vecchio terzo mondo. Il livello della disoccupazione è superiore a quello degli anni trenta del secolo scorso, la concentrazione della ricchezza e la diseguaglianza sociale, ci dicono diverse ricerche, stanno tornando a cento anni fa. E forse per questo la moderna Europa sta restaurando i suoi più antichi linguaggi della politica.

Era dall’estate del 1914 che non risuonava così nettamente la parola ultimatum nella diplomazia continentale. Allora fu l’Austria Ungheria ad usarla nei confronti della piccola Serbia, oggi è tutta la UE a rivolgerla alla piccola Grecia. Come tutti sanno al centro dell’aut aut rivolto da tutta Europa al governo greco non sta la questione del debito . Che esso sia inesigibile e che sia interesse degli stessi creditori dilazionarlo e persino abbuonarlo è economicamente scontato. Se ci fosse una manleva sul debito greco le borse festeggerebbero. Il punto è che questo non può avvenire mettendo in discussione le politiche di austerità sociale. La privatizzazione della sanità, della scuola, delle stato sociale e dei beni comuni, i licenziamenti di massa, il taglio brutale dei salari la disoccupazione strutturale, tutto questo deve continuare. La Grecia potrà avere altri soldi solo alla condizione di continuare quelle politiche economiche che l’hanno portata al collasso.

Come un barone medico della letteratura, che preferisce veder diffondersi una epidemia piuttosto che cambiare la cura, l’Europa esige la continuazione dell’austerità guidata dalla Troika . Al governo greco son concessi piccoli margini di facciata, ma la sostanza è ubbidire all’ultimatum. Piegarsi o perire questo il linguaggio antico della guerra che si costituzionalizza nell’Europa dell’austerità. Parole di guerra che sempre più fanno scivolare i conflitti economici in situazione belliche vere e proprie. In Ucraina l’Europa rinnega il principio di autodeterminazione dei popoli, nel nome del quale ha bombardato Belgrado nel 1999 per dare indipendenza al Kosovo. E verso la Libia tornano le cannoniere, oggi si chiamano droni, senza che ci sia alcuna critica per venti anni di guerre umanitarie che son solo riuscite ad allevare e alimentare mostruosità. L’ipocrisia domina una Europa ove ci si proclama “Charlie” dopo il massacro di Parigi, ma poi si condannano le vignette che ritraggono come nazista il ministro delle finanze della Germania. L’Europa dei diritti umani non riesce a salvare chi muore di freddo nei barconi del Mediterraneo, quando con il costo di un paio di F35 si potrebbe tranquillamente farlo per anni.

Chi governa questo continente oggi usa come primo strumento di consenso la paura . L’Europa imperialistica dell’800 si vantava di avere una missione imperiale nel mondo, il fardello civilizzatore dell’uomo bianco, scriveva Kipling, imponeva l’obbedienza agli altri popoli. Era orribile, ma oggi questa Europa delle banche chiede a tutto il mondo di salvare sé stessa e minaccia i propri popoli con la paura di perdere tutto se non saranno obbedienti .
Questa Europa non è più un punto di riferimento, ma un ostacolo alla ripresa del progresso della umanità. Questa Europa gretta e ipocrita ispira una vergogna che potrà cessare solo quando i suoi popoli, come hanno già fatto nel corso della storia, la rovesceranno dai suoi troni. Fino ad allora mi vergognerò di essere europeo.

di Giorgio Cremaschi da “Controlacrisi”

Rifondazione c’è!

Luca Mercalli: PREPARIAMOCI

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