Archive for the 'ECONOMIA' Category

La ricchezza globale resta fortemente concentrata al vertice della piramide

OIP

La ricchezza globale, in crescita tra giugno 2018 e giugno 2019, resta fortemente concentrata al vertice della piramide distributiva: l’1% più ricco, sotto il profilo patrimoniale, deteneva a metà 2019 più del doppio della ricchezza netta posseduta da 6,9 miliardi di persone.

Nel mondo 2.153 miliardari detenevano più ricchezza di 4,6 miliardi di persone, circa il 60% della popolazione globale.

Il patrimonio delle 22 persone più facoltose era superiore alla ricchezza di tutte le donne africane.

Se le distanze tra i livelli medi di ricchezza dei Paesi si assottigliano, la disuguaglianza di ricchezza cresce in molti Paesi.

In Italia, il 10% più ricco possedeva oltre 6 volte la ricchezza del 50% più povero dei nostri connazionali. Una quota cresciuta in 20 anni del 7,6% a fronte di una riduzione del 36,6% di quella della metà più povera degli italiani. L’anno scorso inoltre, la quota di ricchezza in possesso dell’1% più ricco degli italiani superava quanto detenuto dal 70% più povero, sotto il profilo patrimoniale.

In un mondo in cui il 46% di persone vive con meno di 5.50$ al giorno, restano forti le disparità nella distribuzione dei redditi, soprattutto per chi svolge un lavoro.

Con un reddito medio da lavoro pari a 22$ al mese nel 2017, un lavoratore collocato nel 10% con retribuzioni più basse, avrebbe dovuto lavorare quasi tre secoli e mezzo per raggiungere la retribuzione annuale media di un lavoratore del top-10% globale. In Italia, la quota del reddito da lavoro del 10% dei lavoratori con retribuzioni più elevate (pari a quasi il 30% del reddito da lavoro totale) superava complessivamente quella della metà dei lavoratori italiani con retribuzioni più basse (25,82%).

Nel report pubblichiamo oggi, alla vigilia del meeting annuale del World Economic Forum di Davos, evidenziamo un fenomeno, elevate e crescenti disuguaglianze, che mettonoa repentaglio i progressi nella lotta alla povertà, minano la coesione e la mobilità sociale, alimentano un profondo senso di ingiustizia e insicurezza, generano rancore e aumentano in molti contesti nazionali l’appeal di proposte politiche populiste o estremiste.

Il rapporto è la storia di due estremi. Dei pochi che vedono le proprie fortune e il potere economico consolidarsi, e dei milioni di persone che non vedono adeguatamente ricompensati i propri sforzi e non beneficiano della crescita che da tempo è tutto fuorché inclusiva.

Abbiamo voluto rimettere al centro la dignità del lavoro, poco tutelato e scarsamente retribuito, frammentato o persino non riconosciuto né contabilizzato, come quello di cura, per ridarle il giusto valore.

Dopo il rapporto Ricompensare il lavoro, non la ricchezza del 2018, dedicato al lavoro sottopagato e a moderne e invisibili forme di sfruttamento nelle catene di valore globale, Time to Care – Aver cura di noipresta attenzione al lavoro domestico sottopagato e a quello di cura non retribuito che grava, globalmente,soprattutto sulle spalle delle donne. Uno sforzo enorme per garantire un diritto essenziale il cui valore è tuttavia scarsamente riconosciuto.

Basti pensare che:

  • le donne a livello globale impiegano 12,5 miliardi di ore in lavoro di cura non retribuito ogni giorno, un contributo all’economia globale che vale almeno 10,8 trilioni di dollari all’anno, tre volte il valore del mercato globale di beni e servizi tecnologici;
  • nel mondo il 42% delle donne di fatto non può lavorare perché deve farsi carico della cura di familiari come anziani, bambini, disabili. Solo il 6% degli uomini si trova nella medesima situazione;
  • in Italia, al 2018, l’11,1% delle donne, per prendersi cura dei figli, non ha mai avuto un impiego. Un dato fortemente superiore alla media europea del 3,7%, mentre quasi 1 madre su 2 tra i 18 e i 64 anni (il 38,3%) con figli under 15 è stata costretta a modificare aspetti professionali per conciliare lavoro e famiglia. Una quota superiore di oltre 3 volte a quella degli uomini;
  • le donne svolgono nel mondo più di tre quarti di tutto il lavoro di cura, trovandosi spesso nella condizione di dover optare per soluzioni professionali part-time o a rinunciare definitivamente al proprio impiego nell’impossibilità di conciliare i tempi di vita e di lavoro. Pur costituendo i due terzi della forza lavoro retribuita nel settore di cura – come collaboratrici domestiche, baby-sitter, assistenti per gli anziani – le donne sono spesso sotto pagate, prive di sussidi, con orari di lavoro irregolari e carichi psico-fisici debilitanti.

Solo politiche veramente mirate a combattere le disuguaglianze potranno correggere il divario enorme che c’è tra ricchi e poveri. Tuttavia, solo pochissimi governi sembrano avere l’intenzione di affrontare il tema.

È ora di ripensare anche il modo in cui il nostro modello economico considera il lavoro di cura. La domanda di questo tipo di lavoratori, non retribuiti o sottopagati, è destinata a crescere nel prossimo decennio dato che la popolazione globale è in aumento con percentuali di invecchiamento sempre più alte.

Si stima che entro il 2030, avranno bisogno di assistenza 2,3 miliardi di persone, un incremento di 200 milioni di persone dal 2015. È urgente che i governi reperiscano, tramite politiche fiscali e di spesa pubblica più orientate alla lotta alle disuguaglianze, le risorse necessarie per liberare le donne dal lavoro di cura – servizi pubblici, infrastrutture – e affrontare seriamente le piaghe di disuguaglianza e povertà.

L’ITALIA NON È UN PAESE PER GIOVANI

Distribuzione-della-ricchezza-nazionale-netta_Torta_OXFAM_PeopleHaveThePower-800x769

Distribuzione della ricchezza nazionale netta (metà 2019) – Fonte: Credit Suisse

In Italia i ricchi sono soprattutto figli dei ricchi e i poveri figli dei poveri: condizioni socio-economiche che si tramandano di generazione in generazione.

L’edificio sociale ha un pavimento e soffitto “appiccicosi”: 1/3 dei figli di genitori più poveri, sotto il profilo patrimoniale, è destinato a rimanere fermo al piano più basso (quello in cui si colloca il 20% più povero della popolazione), mentre il 58% di quelli i cui genitori appartengono al 40% più ricco, manterrebbe una posizione apicale.

 

I giovani italiani che ambiscono a un lavoro di qualità devono fare oggi i conti con un mercato profondamente disuguale, caratterizzato, a fronte della ripresa dei livelli occupazionali dopo la crisi del 2008, dall’aumento della precarietà lavorativa e dalla vulnerabilità dei lavori più stabili.

Oltre il 30% degli occupati giovani guadagna oggi meno di 800 euro lordi al mese. Il 13% degli under 29 italiani versa in condizione di povertà lavorativa.

Un quadro d’insieme contraddistinto da carenze nell’orientamento, debolezze sistemiche nella transizione dalla scuola al mondo del lavoro, da un arretramento pluridecennale dei livelli retributivi medi per gli occupati più giovani, dalla sotto-occupazione giovanile, da un marcato scollamento tra la domanda e l’offerta di lavoro qualificato che costringe da anni tanti giovani laureati ad abbandonare il nostro Paese inassenza di posizioni lavorative qualificate e di prospettive di progressione di carriera.

Tanti giovani italiani non studiano né lavorano, tanti lavorano per una paga risibile, meditando di partire in cerca di un futuro migliore.

Servono interventi efficaci, per fare in modo che le giovani generazioni non siano lasciate indietro e al contrario siano, come è giusto, una risorsa per il nostro Paese. I giovani italiani reclamano un futuro più equo e aspirano a un profondo cambiamento della società, non più lacerata da disparità economico-sociali, ma più equa, dinamica e mobile: abbiamo la responsabilità di ascoltare le loro richieste.

Fonte

Un colpo al cerchio ed uno alla botte e poi uno bello grosso all’enorme ipocrisia di questo assurdo paese

WARNING !! WARNING !!

Prima di tutto un avviso generale, a chiunque si stia cimentando a leggere questo post. Si tratta di un post estremamente antipatico ed antipatizzante, nella maniera più letterale del termine. Si tratta di un pensiero che cerca di non seguire la corrente, nemmeno quella pietista, o quella che qualcuno oggi definirebbe “buonista”. Per cui chi pensa di trovarci il solito panegirico di questi giorni, quello sentito da tutte le tv e letto su tutti i giornali, teso ad incensare, beatificare, idolatrare e santificare Marchionne, smetta subito di leggere ed occupi in modo migliore il proprio tempo. Oppure vada avanti per il solo gusto di potersi sfogare sulla tastiera insultando l’autore del pezzo a lettura finita.

Beninteso; non troverete nemmeno festeggiamenti per la scomparsa dell’ex AD di Fiat-FCA, nessuno è così scemo da cadere nel tranello di dare libero sfogo, per di più in forma scritta, agli istinti più bassi e primordiali !! Troverete una lettura sicuramente critica e scevra da ogni coccodrillo, che ha iniziato a celebrare Sergio Marchionne nei giorni scorsi, a dipartita non ancora avvenuta, e continua e continuerà a farlo per  giorni a venire.

Altro avviso: se pensate che questo “ODIO DI CLASSE” sia troppo, e che sia assolutamente insopportabile, dedicatevi ad altro. Parlo di odio di classe perché sia ben chiaro, sopra ogni altro possibile ragionamento, che le classi sociali, per quanto ne dicano i giornali e i media, esistono ancora. Purtroppo, anche un sindacato troppo accondiscendente, ed ormai avulso da una seria battaglia per la difesa e la riconquista dei diritti, a 360 gradi, ha iniziato a diffondere la favola assurta al rango di notizia, per cui la lotta di classe è terminata.

NIENTE DI PIU’ FALSO !! Uno come Marchionne l’ha sempre combattuta, per la sua parte ovviamente, ed è andato anche oltre, non si è mai accontentato di vincere e ha voluto stravincere. Non ha mai avuto, per un solo momento, un atto di clemenza nei confronti di un avversario ormai stremato ed alle corde sotto tutti i punti di vista. E questo ha fatto di lui, un dispensatore di odio di classe.

L’ipocrisia di questo paese ha fatto, e continua fare, il resto. Chi muore, è sempre senza colpe, deve essere sempre dipinto come un eroe, un salvatore della patria, un’anima bella pronta ad entrare nel paradiso che qualcuno ha già arredato allo scopo. Questo è l’adagio che accompagna sempre le morti celebri, anche quando in vita il defunto non era poi questo fenomenale esempio di umanità…. Certo Marchionne ha sollevato FIAT da una grave crisi finanziaria, e più di ogni altra cosa è riuscito a valorizzarne il marchio ed il valore per gli azionisti, quello che gli esperti chiamano brand.

Non ha certo fatto di FIAT quel gruppo leader che non è mai stato !! Ad un certo punto è parso palese che la ricollocazione in una economia totalmente finanziarizzata imponesse di trattare la produzione di automobili, in sostanza quello che dovrebbe essere il core business di Fiat, in modo del tutto secondario, almeno in Italia. L’acquisizione di Chrysler ha condotto ad uno spostamento dei centri nevralgici della Fiat oltreoceano, con il conseguente trasferimento delle sedi governative della Fabbrica Italiana Automobili Torino in Gran Bretagna ed in Olanda, per ragioni meramente speculative e per i ben noti vantaggi fiscali.

E la produzione delle auto ?? Mirafiori e Pomigliano sono oggi dei fantasmi di quello che erano in passato, e cioè grandi stabilimenti per la produzione di automobili. Sotto la cura, o la scure,  di Marchionne i dipendenti degli stabilimenti FIAT in Italia, sono passati da 120mila a 29mila. Oltre 90.000 dipendenti in meno !! Esternalizzazioni, trasferimenti di produzione all’estero, diversificazioni industriali e tanto altro ancora….

Forse, e non sono certo il primo a dirlo, e a scriverlo, faremmo meglio a dire che non è FIAT ad avere acquisito Chrysler, ma l’esatto contrario !!

Ebbene in questi giorni qualcuno brandisce il crocefisso ed il vangelo come armi di distinzione di massa e di divaricazione di popoli, dimostrando di usarli come feticci, senza aver compreso minimamente il messaggio di Gesù Cristo. Ormai siamo piombati nell’epoca in cui, chi ancora prova ad attraversare il Mediterraneo, fuggendo da guerre, persecuzioni, carestie e miserie non trova accoglienza, perché l’Italia ha deciso di mostrare i muscoli, perché le vite perse in fondo al mare sono meno degne di essere vissute, perché forse quelle vite stesse appartengono a chi si trova una pigmentazione ed un dosaggio di melanina diverso dal Ministro Salvini, e dal defunto Marchionne. E poi perché la padella predisposta da Minniti è divenuta la brace di Salvini….

E qui, oltre al colore della pelle vale anche il colore dei soldi !! Non è mai solo una questione di etnie !! Come sempre è anche una questione di classe !! In questi stessi giorni la “pietas umana”, questo grande mercimonio di ipocrisia, esercitato a piene mani e dispensato generosamente, ha messo in mostra molti mercanti della parola che hanno visto bene di parlare del dolore di Marchionne erigendolo a modello e smettendo di ascoltare, o continuando a lasciare nel totale ed assordante silenzio, i dolori di chi vive ogni giorno sulla propria pelle la propria estraneità, donne e uomini dell’Africa, popolazioni rom, omosessuali, dal mainstream sociale della cultura dominante ed invadente nostrana.

Si è misurata e dosata la stessa pietà per quegli ex-dipendenti FIAT che hanno pagato con la disperazione ed il suicidio la perdita di un posto di lavoro che costituiva per sè e la propria famiglia l’unica fonte di sostentamento ?? Perché si sappia che è successo anche questo; persone si sono tolte la vita perché non reggevano più l’onta di un licenziamento oppure di un mobbing. Qualcuno piange con la stessa coerenza le centinaia di persone che perdono la propria vita sul lavoro perché questo paese, in maniera indegna per un paese industrializzato, “produce” un numero inverosimile di morti sul lavoro ogni santo giorno ??

Vorrei che un po’ della pietà che è stata dispensata a Marchionne raggiungesse anche queste persone, ma so che la retorica di stato vincerà anche questa volta. Ebbene tenetevi le vostre lacrime ed i vostri coccodrilli recitati anche in largo anticipo.

Personalmente salutando Sergio Marchionne, non ho e non  avrò alcuna nostalgia !! Ben sapendo che dopo un papa, oppure un re ne viene sempre, ed aggiungo purtroppo, un altro, crediamo ci siano diversi modi di fare impresa ed imprenditorialità. Ci sono stati e ci saranno molteplici modalità per guidare un’azienda. Inutile dire che il modello rappresentato da Adriano Olivetti rappresenta ancora oggi una strada maestra. La mia nostalgia ed il mio ricordo sono per lui !!

 

 

Il Programma di Potere al Popolo – 13 – AMBIENTE

La questione ambientale è al centro di migliaia di vertenze su tutto il territorio nazionale. E’ amplificata da un modello capitalistico predatorio che provoca rotture sempre più profonde nel rapporto tra l’uomo, le altre specie animali,  il resto della natura, accumulando enormi problemi che il pianeta e le generazioni future avranno sempre più difficoltà a risolvere. La devastazione ambientale è anche questione di classe, di cui pagano le conseguenze assai più gli oppressi e gli esclusi che i ricchi e privilegiati.  Un intero continente, quello africano, fa i conti non solo con le guerre ma anche con siccità, desertificazione, inquinamento, mentre nei paesi del primo mondo continuiamo a sprecare risorse. I paesi dominanti non riescono però più a confinare i danni globali: l’inquinamento, lo stravolgimento climatico, la crisi idrica, gli incendi ci colpiscono sempre più al cuore e ci impongono un urgente e radicale ripensamento del  modello di produzione e consumo. 

Anche nel nostro Paese da anni contrastiamo una costante devastazione dei territori in nome del profitto (si pensi a “Grandi Opere” come la TAV, il progetto TAP, le trivellazioni petrolifere, l’eolico selvaggio, i siti contaminati, la cementificazione…). Non c’è “economia verde” che tenga, se non si mette in discussione la logica del profitto. C’è bisogno di una pianificazione democratica su scala nazionale e internazionale incentrata sulla salvaguardia dell’ambiente e il risanamento dei danni connessi al cattivo uso delle risorse. Anche in questo campo l’omologazione tra centrodestra e centrosinistra ha portato all’approvazione di una serie di “riforme” che hanno stravolto conquiste precedenti, di cui va rivendicata l’abrogazione immediata: dallo Sblocca Italia alla riforma Madia che cancella il ruolo delle Sovrintendenze, alla neutralizzazione della valutazione di impatto ambientale all’aggressione ai parchi nazionali, ecc.

Per questo lottiamo per:

  • la messa in sicurezza e salvaguardia preventiva dei territori, la tutela del paesaggio e dei beni comuni, del patrimonio storico e architettonico, programmazione, pianificazione e gestione partecipate e trasparenti fondate su obiettivi di interesse collettivo in alternativa al business dell’emergenza ambientale e a quello della cosiddetta green economy;
  • lo stop alle cd. “Grandi Opere”, a partire dalla TAV in Val di Susa, alla TAP in Salento, al MOSE, all’eolico selvaggio, col riorientamento degli investimenti verso un grande piano per la messa in sicurezza idrogeologica e sismica del Paese;
  • una nuova politica energetica che parta dal calcolo del fabbisogno reale e dalla radicale messa in discussione della Strategia Energetica Nazionale, raccogliendo le rivendicazioni dei movimenti NO TRIV e dei comitati per il NO EOLICO SELVAGGIO e la richiesta di democrazia dei territori contro un modello centralizzato orientato da interessi multinazionali
  • la moratoria sui nuovi progetti estrattivi riguardanti combustibili fossili e lo stop a ogni progetto di estrazione non convenzionale, l’ eliminazione dei sussidi pubblici alle fonti fossili o ambientalmente dannose (16 miliardi annui) da utilizzare per la creazione diretta di posti di lavoro nell’efficienza energetica, nelle energie rinnovabili, in ricerca e innovazione tecnologica
  • l’uscita totale dal carbone come fonte di produzione energetica entro il prossimo decennio, l’uso delle biomasse solo da scarti, la pianificazione degli impianti eolici con criteri di tutela paesaggistica e faunistica, lo stop a infrastrutture energetiche come il TAP e Poseidon;
  • una legge seria per lo stop al consumo di suolo che obblighi i comuni a localizzare i nuovi interventi nel territorio urbanizzato e non in quello non urbanizzato una legge urbanistica che ponga fine alla stagione della deregulation a favore dei privati, l’aumento delle dotazioni pubbliche (verde, servizi, trasporti non inquinanti), lo stop alla cementificazione delle coste e il recupero ambientale delle spiagge (il 75,4% della fascia entro 200 m. dalla costa è edificato);
  • un piano nazionale per la bonifica dei siti inquinati fondato sul principio “chi inquina paga” e il monitoraggio e la tutela delle condizioni di salute delle popolazioni delle aree interessate;
  • un piano di investimenti per la mobilità sostenibile e il trasporto pubblico (dalle ferrovie al trasporto urbano) fondato sui reali bisogni delle classi popolari e sul rispetto dell’ambiente, che superi la prevalenza dei sistemi di trasporto su gomma, potenziando il traffico merci su ferro e via mare;
  • un radicale potenziamento della ciclabilità, con una politica di investimenti pubblici
  • lo stop all’ingresso delle navi da crociera nella Laguna di Venezia, sostenendo le proposte alternative del comitato NOGrandiNavi
  • una nuova politica dei rifiuti, che indirizzi la produzione delle merci verso la recuperabilità, disincentivando i prodotti non riciclabili e usa e getta;
  • la gestione pubblica dell’impiantistica e del ciclo di smaltimento, la messa al bando dell’incenerimento attraverso l’eliminazione degli incentivi, investimenti su raccolta differenziata, recupero, riuso, riciclo, riduzione, realizzando la strategia elaborata dal Movimento “Legge Rifiuti Zero”
  • la ripubblicizzazione dell’acqua bene comune, e più in generale dei servizi pubblici, cancellando il modello di gestione attraverso soggetti di diritto privato come le SPA, nel rispetto della volontà popolare espressa nel Referendum del 2011.

 

Il Programma di potere al popolo – 9 – LOTTA ALLA POVERTA’, SANITA’, ASSISTENZA

Un paese sempre più preda della crisi, impoverito e incattivito, vede crescere l’emarginazione sociale, conseguenza del sistematico smantellamento del sistema di welfare pubblico perseguito in questi anni. 18 milioni di persone sono a rischio di povertà e di esclusione sociale, un dato in crescita rispetto agli anni scorsi; 12 milioni di persone rinunciano a curarsi per motivi economici. È particolarmente grave l’attacco in corso al sistema sanitario pubblico e universalistico, riconosciuto come uno dei migliori al mondo per l’efficacia nel garantire a tutte e tutti il diritto alla salute.  La percentuale di PIL destinata alla spesa sanitaria è oggi inferiore alla soglia di rischio indicata dall’OMS e si procede verso ulteriori tagli. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: livelli assistenziali in caduta libera, lunghezza delle liste d’attesa in continua crescita, una conseguente diseguaglianza di accesso ai servizi, accentuata anche dall’introduzione del welfare aziendale che rompe l’universalismo del diritto alla salute e lo vincola al contratto di lavoro. Sono radicalmente insufficienti le  politiche di assistenza, come gli asili, o i servizi sul territorio per il sostegno agli anziani. I diversamente abili ed i soggetti sociali fragili sono sempre più spesso abbandonati a loro stessi o alle loro famiglie, senza alcuna assistenza economica e materiale e alcun serio programma di inserimento e inclusione sociale. Noi invece crediamo che chiunque, in qualunque condizione, abbia diritto alla salute, all’assistenza, ad una vita indipendente, libera dal bisogno e dignitosa.

Per questo lottiamo per:

  • l’istituzione del reddito minimo garantito, contro l’esclusione sociale e la precarietà della vita, per persone disoccupate e precarie: un reddito che consenta di superare la soglia di povertà relativa, che sia a carattere personale ed erogato fino al superamento della condizione di disagio;
  • la garanzia dei livelli essenziali di assistenza erogati dal SSN e la loro omogeneità su tutto il territorio nazionale;
  • l’eliminazione dei ticket sulle prestazioni sanitarie;
  • il taglio drastico dei tempi di attesa, anche attraverso la modifica delle norme che regolano l’intra moenia;
  • un nuovo programma di assunzioni per sanità e servizi socio-assistenziali, che elimini il precariato, con l’immediato sblocco del turn-over lavorativo;
  • l’uscita del privato dal business dell’assistenza sanitaria;
  • il potenziamento dei servizi sanitari esistenti, con il blocco dei processi di ridimensionamento e chiusura degli ospedali e lo sviluppo di una rete capillare di centri di assistenza sanitaria e sociale di prossimità;
  • la definizione di un piano nazionale per la non autosufficienza, centrato sull’assistenza domiciliare integrata;
  • dare attuazione all’inclusione delle persone con disabilità e dei soggetti fragili nella scuola, nel lavoro, nella società, per il diritto ad una vita piena, cancellando gli ultimi provvedimenti che vanno in senso contrario.

L’abbondanza e il capitale

Il capi­ta­li­smo ha un grande e tenace nemico, una malat­tia che pro­duc64073980ae6d342f0837285d7b699df1d439fd9ec96dbc3aa1b71a4f_175x175_175x175e esso stesso inces­san­te­mente: l’abbondanza. Oggi l’abbondanza che lo minac­cia è, come sem­pre, quella delle merci, ma in una misura che non ha pre­ce­denti. Ad essa, negli ultimi decenni, se ne è aggiunta un’altra, asso­lu­ta­mente ine­dita, che coin­volge un vasto e cre­scente ambito di ser­vizi. Per alcuni beni la satu­ra­zione del mer­cato capi­ta­li­stico è visi­bile a occhio nudo ormai da tempo. I capi d’abbigliamento si com­prano ancora nei negozi, a prezzi che gene­rano un certo pro­fitto a chi li pro­duce e a chi li vende. Ma per il vestia­rio esi­ste un mer­cato paral­lelo così esteso e abbon­dante che ormai sfiora la gra­tuità. Si può dire che nelle nostre società più nes­suno ormai, nemmeno il più misero degli indi­vi­dui, ha il pro­blema di vestirsi. Non dis­si­mile feno­meno pos­siamo osser­vare nell’ambito dei ser­vizi più avan­zati: l’accesso all’informazione, alla cul­tura, all’arte, alla musica. Certo, occorre almeno pos­se­dere un cel­lu­lare, pagare un con­tratto a un gestore. Ma è evi­dente che siamo invasi anche qui – insieme, certo, al ciar­pame – da un’abbondanza di offerta, a prezzi decre­scenti che ten­dono a creare uno spa­zio di frui­zione fuori mer­cato. Sap­piamo che il capi­tale anche da tali beni rie­sce a trarre ancora pro­fitti, ma oggi è sotto i nostri occhi uno sce­na­rio di abbon­danza di ser­vizi e beni cul­tu­rali, di umana eman­ci­pa­zione, poten­ziale e di fatto, che non ha pre­ce­denti. Solo 50 anni fa tutto que­sto era lon­tano dalla nostra imma­gi­na­zione. Occorre sem­pre get­tare un occhio al pas­sato, per evi­tare di scor­gere nel pre­sente solo un cumulo di sconfitte.

Com’è noto, il capi­tale com­batte la caduta ten­den­ziale del sag­gio di pro­fitto inven­tando nuovi beni e nuovi biso­gni, dila­tando il suo domi­nio sulla natura per tra­sfor­mare il vivente in merci bre­vet­ta­bili, strap­pando al con­trollo pub­blico ser­vizi che un tempo erano dei comuni e dello stato. Ma il capi­tale, aiu­tato da cir­co­stanze sto­ri­che for­tu­na­tis­sime – la crisi e poi il crollo del socia­li­smo reale, la buro­cra­tiz­za­zione dei par­titi demo­cra­tici di massa e dei sin­da­cati, la rivo­lu­zione infor­ma­tica – ha sven­tato la più grande minac­cia da abbon­danza che gli sia parata din­nanzi nella sua sto­ria: quella degli ultimi decenni del XX secolo. Un oceano di merci stava per river­sarsi nel mer­cato dei Paesi avan­zati che avrebbe costretto impren­di­tori e governi a innal­zare i salari e soprat­tutto a ridurre dra­sti­ca­mente l’orario di lavoro. Si sarebbe arri­vati a quel pas­sag­gio epo­cale pre­vi­sto da Lord Key­nes nel sag­gio Pos­si­bi­lità eco­no­mi­che per i nostri nipoti, che, con la cre­scita della pro­dut­ti­vità «a un ritmo supe­riore all’1% annuo» avrebbe spinto le società indu­striali, nel giro di un secolo, a isti­tuire una durata del lavoro a 15 ore settimanali.

Poveri e indebitati

In realtà, la cre­scita della pro­dut­ti­vità mon­diale è stata supe­riore alle stesse pre­vi­sioni di Key­nes, con risul­tati però oppo­sti rispetto alle sue aspet­ta­tive. In un sag­gio pre­zioso per rile­vanza docu­men­ta­ria e nitore espo­si­tivo, Abbon­danza, per tutti (Don­zelli) Nicola Costan­tino ha ricor­dato che il tasso di cre­scita annuo della pro­dut­ti­vità a livello mon­diale, nel corso del XX secolo, ha oscil­lato tra il 2 e il 3%. Negli Usa, tra il 1950 e il 2000 è stato in media, del 2,5%; in Fran­cia, nel solo set­tore indu­striale, tra il 1978 e il 1998, del 3,7%. Il che ha signi­fi­cato che la pro­dut­ti­vità ora­ria del sin­golo lavo­ra­tore, a un tasso di cre­scita del 2% annuo, è aumen­tata di ben 7 volte, molto di più delle 2,7 volte ipo­tiz­zate da Key­nes e su cui egli fon­dava la pre­vi­sione delle 15 ore set­ti­ma­nali. Ma la gior­nata lavo­ra­tiva non è stata accor­ciata, se non in Fran­cia, in maniera con­tra­stata e oggi rimessa in discus­sione. Ovun­que, spe­cie negli ultimi anni, la durata del lavoro quo­ti­diano è cre­sciuta a dismi­sura. Negli Stati Uniti, già prima della crisi era diven­tato gene­rale il feno­meno del wor­ka­ho­lic, l’alcolismo del lavoro, men­tre oggi sem­pre di più gli ame­ri­cani lamen­tano la man­canza di tempo, il time squeeze, time pres­sure, time poverty (Bar­to­lini, Mani­fe­sto per la feli­cità, Don­zelli). Lavo­rano tutto il giorno come dan­nati: ma almeno gua­da­gnano bene? Niente affatto, essi sono in gran­dis­simo numero poveri e inde­bi­tati. Come ha ricor­dato Maxime Robin su Le Monde diplomatique-Il Mani­fe­sto (Stati Uniti, l’arte di ricat­tare i poveri, set­tem­bre 2015) oggi in Usa i check casher, pic­cole ban­che per pre­stiti veloci, dila­gano nei quar­tieri poveri più dei McDonald’s. Ma in genere tutti gli ame­ri­cani della middle class sono inde­bi­tati. «Uno sta­tu­ni­tense nella norma è un cit­ta­dino inde­bi­tato che paga le rate in tempo». E le cose non sono certo miglio­rate con la ripresa san­ti­fi­cata dai media. Il 95% dei red­diti aggiun­tivi che si sono creati dopo la crisi – ricor­dava The Eco­no­mist nel set­tem­bre 2013 – è andato all’1% delle per­sone più ric­che. Al restante 99% sono andate le bri­ciole del 5%.

Che cosa dun­que è acca­duto? Per­ché dal mondo dell’abbondanza a por­tata di mano siamo pre­ci­pi­tati nel regno della scar­sità? La rispo­sta essen­ziale è molto sem­plice. Per­ché il capi­ta­li­smo dei paesi domi­nanti (Usa e Europa in pri­mis), ricer­cando nuovi mer­cati e occa­sioni di pro­fitto nei paesi poveri (la cosid­detta glo­ba­liz­za­zione), innal­zando la pro­dut­ti­vità del lavoro, ristrut­tu­rando e inno­vando le imprese, non incon­trando resi­stenze in sin­da­cati e par­titi avversi, hanno gene­rato un’arma stra­te­gica for­mi­da­bile: la Grande Scar­sità, la scar­sità del lavoro. Il lavoro inteso come occu­pa­zione, come job. I dati recenti sono impres­sio­nanti. Tra il 1991 e il 2011 – ricorda Costan­tino – men­tre il Pil reale pla­ne­ta­rio è cre­sciuto del 66%, il tasso glo­bale di occu­pa­zione è dimi­nuito dell’1,1%. In 20 anni un quarto di beni in più con meno lavoro.

Logi­che sistemiche

Ma una vasta e ben con­trol­lata disoc­cu­pa­zione è oggi un arma poli­tica, non solo un effetto delle tra­sfor­ma­zioni eco­no­mi­che. Tale scar­sità, diven­tata per­ma­nente e siste­ma­tica, ha reso i rap­porti tra capi­tale e lavoro, eco­no­mia e poli­tica, poteri finan­ziari e cit­ta­dini, dram­ma­ti­ca­mente asim­me­trici e sbi­lan­ciati. Tutti invo­cano lavoro come gli affa­mati un tempo chie­de­vano il pane, for­nendo al capi­tale una legit­ti­ma­zione mai goduta in tutta la sua sto­ria. L’intera strut­tura dello stato di diritto ne risente, gli isti­tuti della demo­cra­zia ven­gono pro­gres­si­va­mente svuo­tati. Sin­da­cati e par­titi, fun­zio­nari del pre­sente, invo­cano la «ripresa» come se il futuro possa «ripren­dere» le fat­tezze del passato.

E tut­ta­via tale arti­fi­ciale scar­sità non può durare a lungo. Non solo per­ché le inno­va­zioni pro­dut­tive in arrivo (stam­panti 3D, intel­li­genza arti­fi­ciale) stanno per rove­sciarci interi con­ti­nenti di merci e ser­vizi, sosti­tuendo per­fino lavoro intel­let­tuale con mac­chine. Ma anche per­ché l’abbondanza del capi­tale che la Grande Scar­sità del lavoro oggi genera è una forma di obe­sità, una malat­tia siste­mica. C’è troppo danaro in giro, masse smi­su­rate di risorse finan­zia­rie, rispetto alle neces­sità della pro­du­zione. Patri­moni con­cen­trati in gruppi ristretti che non cor­rono il rischio dell’investimento pro­dut­tivo in società ormai sature di beni e con una domanda debole, men­tre la grande massa dei lavo­ra­tori è tenuta a basso sala­rio per­ché i loro padroni devono poter com­pe­tere a livello globale.

Que­sto qua­dro che non teme smen­tite – pog­gia su una vasta e solida let­te­ra­tura — ha una grande impor­tanza per la sini­stra. In esso è pos­si­bile scor­gere che una vita di gran lunga migliore sarebbe pos­si­bile per tutti e che solo i rap­porti di forza domi­nanti la osta­co­lano, facendo regre­dire la società nel suo insieme. Non c’è una crisi, intesa come un evento natu­rale. È stato il cedi­mento sto­rico dei par­titi della sini­stra, dei sin­da­cati, dei governi a favo­rire la vit­to­ria della scar­sità sull’abbondanza. Una grande bat­ta­glia per­duta, ma da cui ci si può riprendere.

La pira­mide della ricchezza

Da que­sta lezione si può com­pren­dere come niente di natu­rale è rin­ve­ni­bile nella situa­zione pre­sente: è tutto dipen­dente da scelte poli­ti­che, da puri rap­porti di forza. Si può così sma­sche­rare l’idea di una scar­sità a cui occorre pie­garsi come all’antico Fato. Cosi come l’idea di una «ripresa» affi­data alle riforme del mer­cato del lavoro, alla fles­si­bi­lità dei lavo­ra­tori, senza toc­care la pira­mide delle ric­chezze accu­mu­late. Non ci sono i soldi, recita la lita­nia dei poli­tici e di gran parte degli eco­no­mi­sti main­stream. È la più grande men­zo­gna della nostra epoca. I soldi non ci sono per pen­sioni digni­tose, per il red­dito di cit­ta­di­nanza, non ci sono per le borse di stu­dio agli stu­denti, che diser­tano gli studi uni­ver­si­tari, non ci sono per i nostri ricer­ca­tori e per la gio­ventù intel­let­tuale, costretta a migrare all’estero. Ma ci sono in misura cre­scente e cumu­la­tiva nei patri­moni pri­vati: in un solo anno, tra il 2011 e 2012, men­tre infu­riava la crisi, il numero degli indi­vi­dui con un patri­mo­nio supe­riore a un milione di dol­lari è cre­sciuto nel mondo del 6%, in Ita­lia del 10% . I soldi ci sono in quan­tità senza pre­ce­denti per le ban­che. E le cen­ti­naia di miliardi di euro che la Bce sta pro­fon­dendo a piene mani, sem­pli­ce­mente stampandoli?

Dun­que, una grande abbon­danza (auspi­chiamo, di beni e ser­vizi avan­zati, frutto di una gene­rale ricon­ver­sione eco­lo­gica, di ridu­zione del lavoro ) è alla nostra por­tata. E biso­gna infon­dere nella società ita­liana tutta intera que­sta grande pre­tesa. La pre­tesa della pro­spe­rità e del ben vivere per tutti. È una pro­spet­tiva di nuovi biso­gni, che non solo è pos­si­bile sod­di­sfare, ma coin­cide con una ten­denza sto­rica inar­re­sta­bile e che capi­tale e ceto poli­tico pos­sono solo ritar­dare, con danno gene­rale. La redi­stri­bu­zione dei red­diti e del lavoro e la lotta alle disu­gua­glianze incar­nano come mai nel pas­sato l’interesse gene­rale, una neces­sità indif­fe­ri­bile e uni­ver­sale. Oggi pos­siamo far sen­tire a tutti, anche agli sco­rag­giati e ai per­plessi, che nelle nostre vele può tor­nare a sof­fiare il vento della storia.

di Piero Bevilacqua da “Il Manifesto”

Ma quale mondo giusto.

syriza-podemos-sinistra-radicale-italia-333-body-image-1432721247
Sembra un dettaglio ma forse non lo è. Giornalisti e commentatori hanno spesso la tendenza ad aggiungere “radicale” dopo la parola “sinistra” ogni volta che si parla di Alexis Tsipras o Pablo Iglesias, e oggi di Jeremy Corbyn. In realtà non bisognerebbe aggiungere nulla, e smettere invece di definire di sinistra tutti quei partiti europei che pur provenendo da un percorso comune hanno finito per allontanarsene così tanto, per passaggi e strappi successivi, da aver perso ogni traccia della loro storia.

Da molti punti di vista una persona come Matteo Renzi è più vicina a Sergio Marchionne – perfino nel linguaggio del corpo – che agli operai che lavorano negli stabilimenti della Fiat. Ma non è questo il punto. Il fatto è che sul nostro pianeta una grandissima maggioranza di persone vive in condizioni inaccettabili, con gradi di povertà che variano a seconda della latitudine e del colore della pelle.

E non c’è bisogno di scomodare nessun filosofo tedesco dell’ottocento.A dirlo sono, da anni ormai, gli studi delle agenzie della Nazioni Unite, il lavoro sul campo delle organizzazioni non governative, ma anche chiunque non chiuda gli occhi di fronte al fiume di persone che spinge alle porte dei paesi più ricchi.

Leggendo gli indicatori di scolarizzazione, salute, speranza di vita alla nascita, pil pro capite, accesso a servizi essenziali o libertà di movimento ci vuole coraggio per definire il mondo in cui viviamo un mondo giusto. Alexis Tsipras, Pablo Iglesias o Jeremy Corbyn saranno forse inadatti, avranno fatto e faranno errori, ma chi li ha scelti e votati ha solo cercato di ricordare che finora il capitalismo è stato un disastro, anche se costellato di invenzioni e innovazioni stratosferiche.

di Giovanni De Mauro da “Internazionale”

Milano: l’expo e le bufale di Renzi.

no expo

Di bufale ormai siamo stati abituati a sentirne innumerevoli ogni giorno, ma nel comizio finale alla Festa dell’Unità il presidente del Consiglio ha superato ogni limite. Ci vuole una bella faccia tosta a indicare Expo come un’esperienza virtuosa da imitare, al punto di indicare, come avvenuto qualche giorno fa, Giuseppe Sala, l’ad di società Expo, come un ottimo futuro sindaco di Milano. Proviamo a vedere come realmente stanno le cose:

1. “Nutrire il pianeta, energia per la vita” è lo slogan con il quale Milano si è aggiudicata l’Expo. Ora nessuno è tanto ingenuo da credere che un evento, anche di sei mesi, possa risolvere il problema della fame nel mondo; ma in tutti questi mesi dal grande circo di Expo non è uscita nemmeno una proposta per cercare di modificare quelle regole economiche, commerciali e finanziarie, che condannano 800 milioni di persone a soffrire la fame (e la sete) in un mondo dove c’è cibo in eccesso. Nulla di nulla.

2. La settimana prima di Pasqua Sala dichiarò che per andare in pareggio sarebbe stato necessario vendere 24 milioni di biglietti a 22 euro. Come il Fatto evidenzia quotidianamente, siamo decisamente lontani da tali obiettivi. A pagare il deficit saranno i cittadini milanesi e lombardi attraverso il taglio dei servizi municipali e se invece il disavanzo verrà – come si sussurra – ripianato attraverso l’intervento della Cassa Depositi e Prestiti questo significherà solo che il debito sarà stato suddiviso tra tutti gli italiani.

3. Certo noi cittadini milanesi abbiamo potuto accedere ad una grande “fiera”, assistere a qualche spettacolo anche di valore, visitare in città ogni tipo di mostra, ma a quale prezzo per la collettività? Se lo Stato aveva un paio di miliardi da investire sarebbe stato molto più utile puntare su investimenti produttivi visto il dramma della disoccupazione. Tanto più che delle decine di migliaia di posti di lavoro annunciati a Milano non c’è traccia. Intanto aspettiamo che qualcuno delle centinaia di volontari che ha lavorato gratuitamente ci racconti come grazie a ciò sia riuscito a trovare un lavoro.

4. In sei mesi abbiamo assistito, esponendoci agli sberleffi dei media di tutto il mondo, all’arresto di alcuni tra i massimi collaboratori di Sala, alle gare d’appalto bloccate dai magistrati, alle cupole politico-affaristiche svelate dalle inchieste ecc. Per non parlare dei padiglioni di casa nostra non conclusi nemmeno in tempo per l’inaugurazione ufficiale o del raddoppio dei costi del Padiglione Italia.

5. Piccolo ma significativo particolare: nel tentativo disperato di riempire sito e parcheggi sono perfino arrivati ad offrire biglietti scontati a chi si sarebbe recato ad Expo con la propria auto, fregandosene altamente sia di anni di  impegno contro l’inquinamento urbano da auto, sia del danno che così sarebbe stato arrecato all’azienda municipale dei trasporti pubblici. Non poco per chi aspira a fare il sindaco!

In questa situazione portare Expo come esempio e proporre Sala come sindaco è una follia. Come si può affidare la gestione di una metropoli complessa come Milano a chi nasconde i conti, a chi non si è mai accorto (ammesso che sia così) delle truffe dei suoi principali collaboratori, a chi non termina la commessa ricevuta nei tempi previsti?

Ma Sala è ben introdotto nei salotti che contano a Milano e a Roma, gli amici di Renzi all’Expo hanno avuto un ottimo trattamento e grande visibilità, sa muoversi in modo compatibile all’insieme del mondo politico; che c’è da lamentarsi? E infatti alla candidatura di Sala aveva pensato anche una parte significativa della destra; d’altra parte è stato direttore generale del Comune di Milano con la Moratti e in seguito è stato confermato alla società Expo dall’attuale giunta di centrosinistra. Con la candidatura Sala siamo di fronte alle prove generali del Partito della Nazione che non è altro che l’ennesima versione del patto del Nazareno che questa volta non ha per protagonisti diretti solo Renzi e Berlusconi ma l’insieme di quei poteri soprattutto finanziari e immobiliari che hanno in Milano il loro punto di forza.

Ma la partita non è chiusa, e non solo perché la magistratura milanese deve ancora dire l’ultima parola su Expo, ma anche perché, soprattutto in un periodo di crisi, le priorità dei cittadini milanesi (e non solo) dovrebbero essere altre: lavoro, casa, assistenza sanitaria e servizi funzionanti… sempre che ve ne sia la consapevolezza.

di Vittorio Agnoletto

Alcatel, al manager 13,6 milioni di euro e 900 posti di lavoro tagliati.

corruzione

In Francia la vicenda sta suscitando un vespaio di polemiche con le dichiarazioni feroci da parte del segretario del partito socialista (di maggioranza) Jean-Christophe Cambadélis e una richiesta formale a Medef, la Confindustria transalpina, di «prendere una posizione netta» nei confronti di un manager che – in nome dell’alto debito di Alcatel-Lucent in procinto di una fusione con Nokia-Siemens – ha tagliato 5 mila posti di lavoro in Europa (circa 900 in Italia) in un anno.

Ora il disappunto per la buonuscita da 13,7 milioni di euro per Michel Combes, ormai ex amministratore delegato della società di telecomunicazioni franco-americana, ha travalicato anche i confini ed è arrivato in Italia. Ieri una nota della territoriale brianzola di Fiom-Cgil ha stigmatizzato la decisione da parte del consiglio di amministrazione di Alcatel-Lucent di corrispondere un mega bonus di uscita per Combes ben oltre i 4,2 milioni di euro (e la clausola di non concorrenza) prevista all’atto della nomina alla guida del gruppo avvenuta due anni fa.

La sensazione è che la scelta di aggiungere quasi 9 milioni come stock option da esercitare dal primo gennaio 2016, sia stata evidentemente condivisa anche dai vertici di Nokia-Siemens in procinto di comandare anche a Parigi creando un colosso delle telecomunicazioni. Si aggiunga che Combes ha trovato già lavoro: sarà Ceo di Altice, la holding che controlla Numericable-Sfr.

Fabio Savelli da “Il Corriere della Sera”

Muri di impotenza.

filo-spinato-migranti

Sette anni fa, marzo 2008, la filosofa americana Wendy Brown parlò in una conferenza romana dei nuovi muri che dal 1989 in poi, a onta e smentita della retorica sul mondo unificato dal crollo del muro di Berlino, erano spuntati qua e là tracciando nuove linee di guerra, esclusione, xenofobia, militarizzazione poliziesca. Muri di cemento e di filo spinato, muri tecnologici fatti di sensori e telecamere, muri militari fatti di uomini in divisa; al confine fra Stati Uniti e Messico, Sudafrica e Zimbabwe, Egitto e Gaza, India e Pakistan, Arabia Saudita e Yemen e via dicendo, per marcare confini, discriminare popolazioni, allontanare migranti, poveri e lavoratori, acchiappare contrabbandieri e dissuadere terroristi.

Muri paradossali e fuori tempo: eretti ovunque per riaffermare e spettacolarizzare la potenza della sovranità nazionale, ne rappresentano al contrario, spiegò Brown, l’ineluttabile declino; tentando invano di richiamare in vita un potere statuale minacciato dai flussi di persone, merci e capitali della globalizzazione, ne mostrano la fragilità e l’impotenza; barrando i confini, ne mostrano la porosità.

Le fece eco, nello stesso convegno, Judith Butler, mostrando a sua volta la struttura altrettanto paradossale della retorica patriottica, nazionalista e islamofobica del discorso pubblico mainstream nell’America in guerra contro l’Iraq e l’Afghanistan. Anche in questo caso, l’ostentazione di forza e padronanza dell’individuo sovrano, armato contro l’altro e il diverso a difesa della propria identità e della propria way of life, altro non era che un sintomo della crisi dell’individuo occidentale, e segnatamente della sua incapacità di accettare l’umana condizione di vulnerabilità e interdipendenza che all’altro lo lega ontologicamente, e tanto più evidentemente nel mondo globalizzato. Sullo sfondo di entrambi i paradossi – ostentazione e crisi della sovranità statuale, ostentazione e crisi della sovranità dell’io – l’evento dell’11 settembre 2001, e i processi di de-democratizzazione e privatizzazione delle esistenze e dello Stato innescati dalla già allora trentennale egemonia neoliberale.

Erano i tempi, che oggi sembrano assai remoti ma non lo sono affatto, dell’America di George W. Bush e della sua politica di revanche sulla ferita di Ground Zero, quando ancora la vittoria elettorale di Barack Obama, maturata sei mesi dopo, sembrava improbabile e la sterzata da lui imposta al discorso pubblico americano sul piano della politica economica, della visione geostrategica e della convivenza multiculturale sembrava impensabile. Ed erano i tempi in cui la sinistra europea e i suoi intellettuali deploravano la degenerazione della democrazia americana, sicuri che mai e poi mai avrebbe contagiato e piegato il modello europeo. Venere contro Marte, stato sociale contro individualismo neoliberista, lumi della ragione contro oscurantismo neocon, stato di diritto contro Guantánamo e Patriot Act: fiumi di parole sono stati versati a sostegno di un supposto primato europeo in grado di immunizzarci dalla deriva della democrazia americana innescata dall’11 settembre. La costruzione della Ue, delle sue Carte dei diritti e delle sue Corti se non delle sue istituzioni politiche nate morte, avrebbe assicurato questo primato per il futuro.

A distanza di pochi anni si vede bene quanto fosse infondata quell’illusione. Il quadro del rapporto fra le due sponde dell’Atlantico si è ribaltato: il terrorismo internazionale ha spostato di qua il suo obiettivo e i suoi centri di arruolamento, la guerra – Libia docet, ieri e oggi – seduce più le classi dirigenti europee che quella americana, il neoliberalismo americano ha trovato nella politica economica di Obama una qualche autocorrezione mentre l’ordoliberismo tedesco detta legge in tutta Europa, la costruzione dell’Unione europea non è più né un sogno né un progetto ma un fallimento e una disfatta. E mentre gli Stati Uniti discutono sulla legge per la regolamentazione degli immigrati con toni che non arrivano mai nemmeno a sfiorare quelli di un Matteo Salvini, in Europa nessuna Carta e nessuna Corte riesce a frenare l’onda xenofoba che innalza i muri e manda a morte profughi e migranti.

Non solo. Tutto il carico più atroce della storia europea precipita sulla cosiddetta “emergenza” migratoria con la ferocia ineluttabile del ritorno del rimosso: come se le tracce della tanatopolitica dello sterminio si materializzassero di nuovo nei corpi asfissiati nei tir e nelle stive, nei cadaveri dilaniati dal mare, e perfino nella razionalità tassonomica di Angela Merkel che apre le porte ai profughi siriani ma chissà perché solo a loro.

Tanto più pregnante per l’Europa di oggi appare, in questo quadro ribaltato, la duplice diagnosi di Brown e Butler (nel frattempo oggetto di due libri, rispettivamente Stati murati, sovranità in declino, Laterza, e Frames of War, Verso). Tanto più paradossale risulta l’innalzamento dei muri – di ferro spinato come in Ungheria, di forze di polizia come in Macedonia, di navi da guerra come si fantastica di fare nel Mediterraneo al largo della Libia – che vorrebbero riaffermare la sovranità statuale in un’Europa che non è stata capace di costruire né un demos né un kratos sovranazionale, dove i governi nazionali oscillano fra l’esautoramento e la rivendicazione di un potere svuotato ed è solo ed esclusivamente la sovranità della moneta a dettare legge.

E tanto più paradossale suona il grido di guerra xenofobo dei Salvini, delle Le Pen e dei piccoli proprietari di piccoli privilegi al loro seguito, in un’Europa massacrata dalla crisi economica, sociale e valoriale, dove la riaffermazione dell’io sovrano o di un “noi” immunizzato dal contagio con “loro” serve solo ad armare di una finta identità l’incertezza e la precarietà, il disincanto e il cinismo dell’esistenza individuale e collettiva.

Né i ferri spinati né le polizie violente riusciranno a ristabilire quei confini che la spinta della necessità e il desiderio di libertà continueranno ad abbattere, e nessun muscolo identitario serrato a protezione dell’io o del “noi” riuscirà a evitare il contagio inevitabile, e salutare, con l’altro e con “loro”. Papa Francesco ha ragione quando dice che c’è una guerra in corso: ma purtroppo e come sempre, si tratta di una guerra fra impotenze mascherate da un fantasma di potenza. L’impotenza di un continente non più vecchio ma decrepito che non riesce a pensare il presente e ad abitarlo; di un passato coloniale che non sa come raccogliere i cocci delle tragedie seminate; di un’economia politica che non sa incrociare i dati delle migrazioni dall’esterno e all’interno dell’Unione europea (57.000 giovani italiani emigrati in Gran Bretagna solo nell’ultimo anno) e trarne qualche conseguenza sulla catena delle disuguaglianze che essa produce; di un neoliberismo che non riesce a vedere nei migranti una risorsa e non un’alluvione; di una politica che di fronte a un processo epocale e alla mutazione antropologica che inevitabilmente ne conseguirà trova solo balbettii difensivi e non una sola frase strategica; di una governance europea che ha aspettato di ritrovarsi un tir pieno di cadaveri sulla terraferma prima di accorgersi che il Mediterraneo è diventato già da anni un cimitero.

Muri inutili di filo spinato e di stupidità. Quando c’è una sola cosa urgente da fare, la prendo da un post che leggo su Facebook: aprire le frontiere, i cuori e soprattutto i cervelli.

di 

La pochezza di Renzi e quell’insulto al Sud

italia-nord-sud

Potrei star qui, una volta di più, a far la lista della spesa dei disastri – inseguiti e voluti – commessi dall’uomo con la faccia da pesce palla e la guittezza dei frassini appassiti: il mancato rispetto per il dissenso, lo stravolgimento delle regole (a partire dalla Costituzione), l’occupazione militare del potere, la rinascita del Nazareno (ma era mai morto?). Neanche Andreotti, Craxi e Berlusconi messi insieme erano arrivati a tanto.

Ormai però non mi stupisco più, anzi a dire il vero non l’ho mai fatto, avendo sempre guardato a Renzi per quel che è: uno dei peggiori presidenti del Consiglio nella storia della Repubblica Italiana, se non addirittura il peggiore. Una macchietta debole, arrogante, caricaturale, disastrosa, noiosa, patetica, comicamente supponente e smisuratamente vuoto. Non c’è neanche divertimento a criticarlo, perché per organizzare un dibattito bisogna essere almeno in due. Resta sconcertante che molti insospettabili, fino a pochi mesi fa, abbiano creduto in lui (e qualcuno ci crede ancora).

Quello che ho però trovato particolarmente grave – grave e offensivo – è la risposta sprezzante data a Roberto Saviano, un osservatore non certo accusabile di antirenzismo: “Sud, basta piagnistei”. Una frase becera, sommamente becera e ottusa, usata dalla peggiore retorica leghista. Karina Huff Boschi, troppo impegnata a chiedere ai suoi adepti di tagliare con l’accetta di Photoshop quelle 70-80 libbre di adipe ruspante da caviglie, cosce e glutei nelle foto a uso e consumo della propaganda, ha risposto piccata che “Saviano non legge i giornali”. Detto da una che pare aver letto al massimo il Postal Market, magari senza averlo capito perché le foto erano troppo criptiche, non è male.

“Basta piagnistei” è una frase oscena. Mi è capitato anche di recente di avere la fortuna di andare in Puglia, in Calabria, in Sicilia. E non ho visto certo gente che si piange addosso. Saviano ha semplicemente messo in fila dati inoppugnabili: il governo Renzi sta facendo più danni della grandine, e al di là delle sciocchezze di regime – “Siamo in ripresa”, “Basta gufi”, “La vita è bella” – la situazione è persino peggiorata rispetto a uno/due anni fa. Renzi dice al Sud di non piangere. Lo vada a dire ai ragazzi disoccupati di Castelbuono, che devono reinventarsi “ntaccaluòru” per raccogliere la manna dai frassini come i loro avi. Lo vada a dire a chi vive nel centro storico di Cosenza, e se lo vede franare ogni giorno addosso. Lo vada a dire ai familiari di Zakaria Ben Hassine, morto a 52 anni sotto il sole cocente di Polignano a mare mentre raccoglieva uva per 5 euro l’ora. E abbia il coraggio di dirlo ai familiari di Paola Clemente, 49 anni, morta nei campi di Nardò lo scorso 13 luglio mentre raccoglieva pomodori per una paga ridicola, uccisa dall’afa e sepolta in tutta fretta sperando che nessuno se ne accorgesse. Il Sud non piange: ci prova, (non) caro Renzi. E se piange, e ha motivi per farlo, è solo perché l’Italia è in mano a una caricatura vivente.

Andrea Scanzi da “Il Fatto Quotidiano”


Rifondazione c’è!

Luca Mercalli: PREPARIAMOCI

Calendario delle pubblicazioni

luglio: 2020
L M M G V S D
 12345
6789101112
13141516171819
20212223242526
2728293031