Archive for the 'cultura' Category

La sinistra non comunista ha fallito. Quando un libro nero della socialdemocrazia?

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Il comunismo è stato sconfitto dalla storia”, dicevano. Eppure a ormai oltre vent’anni dalla caduta del socialismo reale quali sono i successi portati a casa della sinistra spogliata del marxismo e della storia dei movimenti a esso ispirati nel XX secolo? Nessuno. E ora perchè non imbastire un processo intellettuale anche sui crimini della “socialdemocrazia” sulla falsariga dei vari libri neri del comunismo?

Chiunque abbia fatto politica negli ultimi vent’anni conosce molto bene quei personaggi che si sono autonominati i rappresentanti della “sinistra” e che dall’alto del loro scranno pontificano indisturbati ormai da troppo tempo. Costoro quando sentono parlare di comunismo mettono, metaforicamente, “mano alla pistola”. Ben si comprende il perchè del resto dal momento che si tratta di una classe politica che ha costruito il proprio potere proprio sulla base dello sgretolamento dell’ideologia comunista, anzi sono stati proprio dei personaggi attivi in questo processo acquisendo prebende e potere parallelamente alla distruzione del passato e di quella tradizione politica che nel corso del XX secolo ha permesso alle classi lavoratrici di conquistare come mai prima diritti e dignità. Pensateci bene, chi ha mai sancito in modo scientifico che il socialismo fosse una ideologia sbagliata e fallimentare? nessuno. Eppure costoro demolendo le impalcature del passato hanno acquisito prestigio e potere facendo credere che una volta distrutte le ideologie passate, ovvero il “totalitarismo” comunista, più nulla si sarebbe frapposto nel percorso verso la democrazia e il benessere globale. Oggi però che sono passati più di vent’anni da quelle scelte scellerate possiamo dire con forza che questi personaggi hanno fallito e che le soluzioni da loro proposte alle presunte criticità del comunismo non solo si sono rivelate completamente fallimentari ma hanno anche creato danni sociali e culturali senza precedenti.

Il dichiarare morta l’unica alternativa seria mai concepita dall’uomo, peraltro basata su criteri scientifici e non metafisico/religiosi, ha sostanzialmente reso il capitalismo come l’unico orizzonte possibile e lo ha quindi rafforzato al punto da farlo diventare esso stesso (lo è sempre stata per la verità) una ideologia estremista e pervicace senza più alcun ostacolo a frapporsi sul suo cammino. E questa assenza di alternative è stata responsabile di aberrazioni e di disgrazie umane di immani proporzioni, disgrazie e lutti che si potrebbe e si dovrebbe a questo punto contare esattamente come hanno fatto i “democratici” che hanno prodotto quel guazzabuglio di testi di dubbie fonti come i vari “libri neri del comunismo”, dove vengono peraltro proposti dati che non corrispondono non solo con la realtà, ma con il buonsenso. Dato che sparlare del comunismo conveniva eccome ( e conviene ancora), qualsiasi diceria contro questo o quel feroce dittatore comunista è stato preso per oro colato senza alcun tipo di verifica storiografica. Al contrario di fronte ai crimini quotidiani commessi dal capitalismo e dal sistema economico vigente regna una sostanziale indifferenza figlia di una evidente propaganda che ormai è diventata quasi goebbelsiana per il modo con cui arriva a distorcere la realtà per piegarla alla propria visione della storia.

Ma a distanza di anni non è forse giusto il momento di fare un “processo”, perlomeno intellettuale, alla socialdemocrazia e alla democrazia? Quando si scriverà un libro nero di tutte le malefatte direttamente e indirettamente causate dal “mondo libero”? Quando i personaggi che nel giro di trent’anni hanno dissipato ogni conquista del comunismo e del marxismo verranno messi di fronte al dato di fatto del loro totale fallimento? E a ben guardare non si tratta di un fallimento che vediamo solo noi, e quindi opinabile, ma di un fallimento sotto gli occhi di tutti in quanto ormai, come è stato ampiamente dichiarato, le differenze tra destra e sinistra sembrano essere venute completamente meno, schiacciate dal peso dell’unica cosa che conta: la finanza e il profitto. Ma di questo appiattimento la colpa è chiaramente di coloro che hanno deciso di uccidere il marxismo e il comunismo senza aver saputo proporre nient’altro, anzi avendo accettato di diventare dei semplici “poliziotti buoni” che si danno il cambio con i “cattivi” della destra nel sigillare lo status quo del sistema capitalistico.

Ecco quindi che ci sembra che i tempi siano finalmente maturi per incalzare i becchini del comunismo e chiedere loro conto di quello che si configura non tanto come un “tradimento”, quanto di un autentico assassinio, l’assassinio della sinistra. E a incalzare coloro che continuano a dichiararsi e a storcere il naso di fronte a termini come comunismo, marxismo, socialismo reale, c’è la realtà; una realtà di concentrazione delle ricchezze nelle mani di pochi, di guerre civili e nazionalismi che provocano migliaia di morti, di assenza di valori, di esseri umani trattati come schiavi. Una realtà che li incalza, e prima o dopo chiederà il conto.

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RUBARE IL FUOCO A PROMETEO È UN CRIMINE CONTRO L’UMANITÀ

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Il furto del fuoco rubato a Prometeo si narra in mille modi, però, comunque lo racconti, ricorda l’antichissimo e innato bisogno di emancipazione dell’uomo. E’ un tema universale: la lotta per il progresso, che è soprattutto lotta per la conoscenza e il possesso del sapere. Il fuoco non scalda i corpi diversamente da quanto la conoscenza riscalda l’animo dell’uomo e lo rende ribelle di fronte alla prepotenza del potere. Prometeo «colui che riflette prima», il Titano che ama il genere umano, altro non è se non la metafora d’una lotta inesausta, identica a se stessa nell’apparente trascorrere del tempo: lotta contro il potere dei pochi, affidato all’ignoranza dei molti. Prometeo non ha un suo tempo, perché il nostro passato è stato presente e il futuro domani diventerà un nuovo presente e poi ancora passato. Su tutto, dai primordi, quel conflitto senza il quale – ci ammonisce Eraclito – non ci sarebbe vita.

A fine Ottocento, Prometeo fu l’operaio in lotta per la scuola gratuita, aperta a tutti e per la refezione scolastica. Fu l’operaio che impose con le lotte ai falsi «vati» del liberalismo una legge di riscatto, smascherando l’inganno: non era onesto e non rispondeva ai bisogni reali della gente l’incitamento rivolto al legislatore da Carducci che, dall’alto della sua cultura diventata potere, scriveva con toni di padre e intenti patrigni: «sottraete il figlio del lavoratore alla sofferenza dell’alfabeto». L’operaio voleva soffrire di quella pena, perché ogni parola che imparava a leggere lo rendeva Prometeo e lo spingeva a rubare la scienza dei padroni. arma possente di liberazione. Si videro così cortei con le bandiere rosse attraversare i «corsi» e i «rettifili» di città, rifatte a misura di ricchi, pronte a mettere ai margini le «classi pericolose», facendo ricorso allo sfruttamento del lavoro. Ogni parola svelava il segreto che Prometeo aveva carpito ai numi: senza il fuoco della conoscenza lo sfruttato è il miglior alleato dello sfruttatore, perché non ha coscienza dei diritti.

Il fuoco esiste per riscaldare tutti e tutti hanno diritto all’alfabeto: chi lo userà per sfruttare e chi si approprierà del sapere per lottare.

Il futuro che seguì quelle lotte oggi è il nostro passato. Qualcuno l’ha chiamato «secolo dei lavoratori» e tutti i padroni lo sanno, benché non lo dica nessuno, perché ci sono verità che il potere nasconde come segreti di Stato: la generazione dei rivoluzionari bolscevichi nacque dall’improvviso regalo di uno zar narcisista più che riformatore: la scuola per tutti, gratuita e libera produsse il populismo russo e quest’ultimo i rivoluzionari. Quando si corse ai ripari, si fece la scuola di Renzi, ma era ormai tardi e cadeva il palazzo d’inverno, per merito dell’alfabetizzazione più che dei fucili.

Contro Prometeo, i padroni d’oggi hanno rovesciato la storia e rubato il fuoco, che lasciano deperire, riducendo in cenere le scuole e le università languenti. A chi vuole ravvivarlo si oppone la forza di titani maligni nemici del genere umano: dirigenti del nulla, che hanno il compito di spegnere intelligenze critiche e trasformare le scuole in fabbriche di sfruttati consenzienti, costringendo i docenti a rinnegare Prometeo. Per realizzare il progetto di questo governo liberticida, i dirigenti scolastici hanno scelto un nuovo modo di assumere docenti: un filmato in cui si veda per intero la figura di chi si «candida». E’ sempre più evidente: la nuova filosofia della conoscenza ha cancellato dalla storia l’apologo di Menenio Agrippa e il suo irrinunciabile insegnamento. Essa ci riconduce ai primordi dell’umanità, all’eterna lotta per la libertà contro il potere.

Prometeo però è immortale e il fuoco non può avere padroni. Sarebbe ora che Abravanel, Giavazzi, Ichino e tutti i sacerdoti del neoiberismo se ne ricordassero, invece d’inseguire fantasmi che hanno prodotto disastri: Prometeo non è un solo mito, è un modo d’essere dell’uomo nella storia di tutti i tempi. Come un passero intrappolato, piuttosto che vivere in gabbia, si rompono le ali contro le gabbie per riconquistare la libertà di volare, così l’uomo sfida le imposizioni e mette in gioco la vita, se il potere prova a imporgli un’ideologia di annientamento della sua libertà di scelta. Hai voglia di giocare con le parole. Se hai riconosciuto che la conoscenza è «un bene della vita», è inutile ricordare che costa, come costano le polizze assicurative, sicché i giovani che non possono permetterselo devono rassegnarsi, perché la scuola per tutti ha un prezzo troppo alto.

Non c’è prezzo troppo alto quando si parla di vita e perciò, finché c’è tempo, giù le mani dalla scuola. Sebbene a lunga combustione, una miccia giunge a innescare la carica esplosiva per cui è stata accesa. Qualcosa dovrebbe pur dircela la barbarie che monta ogni giorno di più. Da troppo tempo il potere ha rovesciato con la forza il corso della storia, rubando a Prometeo quel fuoco che filosofia della storia e leggi del progresso umano gli avevano imposto di rubare.

E’ tempo di restituire il fuoco al legittimo proprietario. Per il bene di tutti, padroni compresi.

Giuseppe Aragno da “La sinistra quotidiana”

Altitudine Democratica

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“Una democrazia ha bisogno di cittadini evoluti, che conoscano le materie su cui sono chiamati a deliberare”. Così scrive Massimo Gramellini stamane su “La Stampa”. 

Penso sia vero. Ma chi ha prodotto l’imbarbarimento anticulturale e tutto il grande analfabetismo di ritorno politico e civico che ci circonda?
Chi ha creato falsissime speranze per un mondo del lavoro invece sempre più strangolato dalla ricerca di profitti facili, con contratti da moderno schiavismo, con l’introduzione addirittura di quella vergogna che sono i “voucher”?
Chi ha generato le paure vorticose che ogni giorno si prendono la testa della gente anche più generosa e altruista e la trasformano in diffidente e sospettosa, carica di odio e di disprezzo verso il “diverso”, da qualunque latitudine arrivi, per qualunque cosa sia tale?

La risposta è semplice: siccome non siamo stati noi comunisti, sono stati gli altri, i sostenitori dell’economia di mercato, delle privatizzazioni e, per ultima, anche quella falsa sinistra che ha scoperto nel “liberismo” la panacea di molti mali (per i padroni e finanzieri di mezza Europa e anche d’Oltreoceano).

Dunque, una democrazia ha certamente bisogno di cittadini evoluti, ma la democrazia è solo una sovrastruttura telecomandata dalla struttura economica.

Per essere cittadini evoluti occorrerebbe anzitutto fare maggiori sforzi proprio in mezzo alla giungla di false promesse, di false notizie e di trasformazione del vero in falso (e viceversa) operato dai mezzi di comunicazione di massa.
Insomma, per essere cittadini evoluti e degni della democrazia di Gramellini, servirebbe un sussulto di coscienza, prima ancora etica rispetto a quella “critica” che starebbe alla base del rinnovamento politico consapevole.

Non condivido le parole di chi sostiene che “per fortuna in Italia la Costituzione non consente al popolo di esprimersi sui trattati” e che questa sarebbe stata una lungimirante posizione dei Padri Costituenti.

Lo fu allora, in un mondo diviso in due blocchi che si facevano la guerra definita “fredda”. In quel tempo un referendum avrebbe potuto creare una spaccatura verticale nel Paese e avrebbe rischiato di condurlo sulle soglie di una nuova guerra civile.
Oggi questo rischio è pressoché inesistente.

Dare la parola al popolo su questioni dirimenti come la decisione della permanenza o meno della propria Repubblica, del proprio Stato in un determinato contesto, è forse la più alta forma di democrazia diretta che si possa esercitare.

Anche in questo caso, l’Italia si dimostra culturalmente non adeguata a recepire una eventuale proposta in merito. Si dimostra per quello che è: un Paese del “vivi e lascia vivere”, del menefreghismo più evidentemente espresso nelle lamentele di oggi nel baciare il bastone di domani.

di Marco Sferini

Sono trentamila i docenti che da settembre non ricevono lo stipendio e la chiamano “Buona scuola”

downloadSono più di trentamila i docenti che da settembre sono senza stipendio. Trentamila supplenti per i quali il “Natale 2015” non sarà certo una buona notizia, ma solo un’altra afflizione. Dal Governo arrivano segnali preoccupanti, in un indecoroso rimpallo tra Miur e Mef. Roba da irresponsabili. Ma tant’è. Se alla guida di questa masnada di parolai c’è uno come Renzi la normalità è un obiettivo impossibile. I sindacati promettono lo sfacelo. E da domani la protesta potrebbe arrivare nelle aule di tribunale. Così almeno scrive l’Anief. Anche la Flc-Cgil protesta, ma la sensazione è che alla fine si aspetti che “pass ‘a nuttata”.

L’ultimo caso scoperto in Emilia Romagna ha davvero dell’incredibile. Una professoressa si è vista recapitare un accredito di un euro, un euro di tredicesima per aver lavorato nel periodo gennaio-giugno 2015.
La storia e’ quella di Valentina Caiafa, 37enne originaria della provincia di Foggia, che abita da sei anni a Spilamberto, in provincia di Modena, e ha segnalato il suo caso ai sindacati. Quest’anno la diretta interessata ha ottenuto un contratto a tempo pieno come insegnante di sostegno, all’istituto comprensivo Leopardi di Castelnuovo Rangone. “Come molti altri supplenti delle scuole di Modena e provincia, questa docente sta ancora aspettando il primo stipendio”, denuncia Monica Barbolini, segretaria della Cisl scuola Emilia Centrale. Che continua: “È una situazione inaccettabile quella che si sta determinando a causa del mancato pagamento degli stipendi ai supplenti. Non c’e’giustificazione che tenga quando viene negato a una persona il compenso per il lavoro che svolge”.

Conti alla mano, alla prof Caiafa spettano oltre 5.000 euro (1.300 euro netti al mese), che “le farebbero particolarmente comodo in quanto si e’ iscritta a un corso di specializzazione sul sostegno all’Universita’ di Modena e Reggio Emilia, per il quale ha pagato una retta di 3.000 euro”, riporta ancora la Cisl. Conclude quindi Barbolini: “È paradossale definire ‘Buona scuola’ un’istituzione che riduce a condizioni non dignitose tanti docenti che tengono aperte le nostre scuole, educano e istruiscono i nostri giovani”.

di Fabio Sebastiani da “Controlacrisi”

L’educazione alla ferocia

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Mentre osservavo sulla rete i filmati sul terribile sgombero del palazzo ex Telecom di Bologna, ho pensato alla campagna mediatica di mesi fa contro gli occupanti di case. Su tutti i principali mass media dilagavano interviste a miti vecchiette che manifestavano il terrore di vedersi buttar fuori dal proprio appartamento. Non a causa dello sfratto esecutivo da parte della proprietà, ma per colpa dell’occupazione da parte di centri sociali e migranti, separati o assieme. Si dipanavano le inchieste, si fa per dire, giornalistiche per spiegare che nella grandi città c’era il racket delle occupazioni di case, che la malavita gestiva le lotte sociali.

Così come era esplosa, quella campagna si inabissò improvvisamente nei bassifondi da cui era emersa sulla spinta della grande rendita edilizia. Essa serviva semplicemente a preparare il terreno a quello che effettivamente poi è avvenuto e sta avvenendo. Migliaia di persone che non davano fastidio a nessuno se non alla speculazione edilizia hanno perso la casa, e non perché altri gliel’avevano occupata, ma perché un tribunale e la polizia li avevano sbattuti in mezzo ad una strada. Gli sfratti dei poveri e dei disoccupati sono diventati la prima misura pratica dell’austerità, è così in tutta Europa. In Spagna sono anche più avanti, centinaia di migliaia di persone han perso la casa perché han perso il lavoro e non possono più pagare affitti o mutui. Ora tocca a noi.

Torna il diritto di proprietà nella sua forma più infame e brutale, quello raccontato da Dickens nell’Inghilterra dell’800, quel diritto che cancella tutti gli altri e che pone le persone al di sotto delle merci. Il diritto di proprietà oggi reclama per sé potere assoluto come i sovrani prima della rivoluzione francese.

Il palazzo ex Telecom era stato risanato dalle famiglie occupanti, che ci vivevano nel decoro con i loro bambini, che frequentavano regolarmente la scuola. Ma un fondo privato proprietario dell’immobile ne reclamava da tempo la piena disponibilità per i suoi spregevoli affari. Un tribunale ligio al potere dei ricchi ha incaricato così la polizia di procedere. Così abbiamo visto scatenarsi, contro famiglie e bambini, una ferocia che una volta avremmo detto da terzo mondo, ma che ora è parte della nostra società. Perché non si può sbattere in strada i poveri senza essere feroci. Se ci si commuove, se si sente il richiamo della umana solidarietà o anche solo della pietà, certe cose non si possono fare e magari le persone rimangono lì dove non dovrebbero stare.

Così ho capito che la campagna mediatica contro gli occupanti di case non aveva solo lo scopo di creare consenso verso gli interessi fondiari. Essa faceva parte di un messaggio più profondo e diffuso, l’educazione alla ferocia.

Da trenta anni le nostre società occidentali stanno distruggendo diritti sociali nel nome della produttività e della competitività. Ogni giorno la società viene presentata come una giungla ove vincono i più forti e i più deboli perdono per colpa loro. L’idea stessa dell’eguaglianza sociale viene messa all’indice delle utopie dannose. E con la crisi economica questa ideologia si è radicalizzata. Compito dei più forti non è tanto vincere, ma semplicemente sopravvivere. Non c’è lavoro per tutti, scuola per tutti, stato sociale per tutti, casa per tutti. Non c’è posto per tutti non lo urlano solo razzisti e fascisti, lo proclamano con le loro politiche economiche tutti i governi dell’austerità.

Così l’ideologia della competitività diventa giustificazione dello scarto. Lo scarto degli esseri umani comincia nelle guerre promosse e alimentate in paesi lontani e poi continua con i fili spinati e i campi di concentramento per i rifugiati di quelle guerre. E poi prosegue nelle città, togliendo il diritto ad abitare a lavorare a vivere.

Non è semplice scartare le persone se queste sono come noi, soprattutto se le sentiamo come noi. Bisogna sentire altro da noi chi vogliamo abbandonare al suo destino. Per questo bisogna educare alla ferocia alimentandola con il razzismo verso i poveri. Poveri, migranti, disoccupati, criminali devono essere accostati e collegati nell’immaginario collettivo, in modo che sia possibile non giudicare atto indegno dell’umanità lo strappare con la forza un bambino dal luogo dove vive e riceve gli affetti. I bambini ci guardano ma guai a noi se li guardiamo a nostra volta. Potremmo non essere più feroci come ci viene richiesto. Così nessun telegiornale ha trasmesso le immagini che ho visto in rete dei bambini trascinati via in lacrime da casa loro.

A Bologna non c’è stato semplicemente uno sgombero, c’è stato un pogrom di stato che ha ancora alzato l’asticella della ferocia sociale. Proprio in quella città dove in un passato sempre più lontano il movimento operaio aveva costruito eguaglianza e libertà, proprio lì si è voluto dare dimostrazione del mondo nuovo dello scarto.

E lo si è fatto nel nome del rispetto della legalità, paravento dietro il quale si sono spesso nascoste e tutelate le maggiori infamie. Ribellarsi contro questa legalità che impone l’ingiustizia e educa alla ferocia non solo è necessario, ma è il solo modo di restare umani.

di Giorgio Cremaschi

Lo scandalo dei subordinati e degli oppressi

Dinanzi all’enormità di quanto sta acca­dendo occorre essere esi­genti sul ter­reno ana­li­tico. Com’è pos­si­bile che tutto que­sto avvenga? Chi ne è responsabile?

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Certo, Renzi è oggi l’incontrastato pro­ta­go­ni­sta della scena poli­tica ita­liana. Chi si è a lungo baloc­cato col man­tra del poli­tico «senza visione» ricon­si­deri le deci­sioni assunte in que­sti venti mesi di governo.La buona scuola e il Jobs Act; le pri­va­tiz­za­zioni e i tagli alla spesa sociale; il for­sen­nato attacco al sin­da­cato; il com­bi­nato tra Ita­li­cum e deva­sta­zione iper-presidenzialista della Costi­tu­zione; l’occupazione mili­tare dei ver­tici Rai; lo scem­pio siste­ma­tico dei rego­la­menti par­la­men­tari; lo sdo­ga­na­mento di poli­tici pluri-inquisiti.

Tutto que­sto non sarà «visione», sarà sem­plice istinto, ma di certo non è dif­fi­cile leg­gervi una tra­iet­to­ria lineare di stampo auto­ri­ta­rio e thatcheriano.

Ma Renzi non è solo. Da solo o col solo cer­chio magico dei Lotti e dei Del­rio non potrebbe imporre al Paese il pro­prio dise­gno. Un discorso serio chiede a que­sto punto un’analisi attenta delle filiere di con­ni­venza e di com­pli­cità che gli per­met­tono di dila­gare con­so­li­dando il pro­prio potere e tra­sfor­mando pezzo dopo pezzo il sistema poli­tico e gli assetti sociali del Paese. Il tutto senza colpo ferire: senza con­flitti, senza resi­stenza né sostan­ziale oppo­si­zione su qual­si­vo­glia terreno.

Per un verso que­sto discorso guarda in alto, ai man­danti interni e inter­na­zio­nali. Renzi piace ai poteri forti dell’imprenditoria pri­vata, ai ric­chi e ai grandi inve­sti­tori, agli alti gradi della diri­genza pub­blica. È gra­dito alle cor­po­ra­zioni pro­fes­sio­nali, ai corpi chiusi dello Stato, al pos­sente eser­cito degli eva­sori fiscali. E va a genio, non da ultimo, alle cen­trali del potere euro­peo e atlan­tico, di cui non mette mai in discus­sione, se non a parole, inte­ressi e scelte.

Ma nem­meno tutto que­sto basta. Il ren­zi­smo non è una dit­ta­tura, ricatti e inti­mi­da­zioni non tol­gono che le isti­tu­zioni fun­zio­nino ancora in base alla rela­tiva auto­no­mia di ogni sin­gola arti­co­la­zione dello Stato e della società civile. E la stessa gran­cassa media­tica senza la quale il regime implo­de­rebbe non obbe­di­sce ai det­tami di un’occhiuta cen­sura gover­na­tiva. Insomma, i poteri alti sug­ge­ri­scono e pro­teg­gono, ma nean­che il loro appog­gio da solo baste­rebbe a garan­tire al capo del governo le con­di­zioni neces­sa­rie all’efficacia e alla con­ti­nuità di un’azione a suo modo «rivo­lu­zio­na­ria», nel senso della sov­ver­sione dell’ordinamento demo­cra­tico e costituzionale.

Dove guar­dare allora? Il sug­ge­ri­mento è quello di ripren­dere in mano l’ultimo libro di Primo Levi, scritto pochi mesi prima di por fine alla vita, un po’ il suo testa­mento spi­ri­tuale. Ne «I som­mersi e i sal­vati» i Lager sono con­si­de­rati un labo­ra­to­rio per l’analisi delle dina­mi­che di potere, un micro­co­smo in qual­che modo cor­ri­spon­dente all’intera società tede­sca. Ciò che col­piva Levi era il fatto che per­sino lì, nell’istituzione para­dig­ma­tica della vio­lenza bru­tale e della nega­zione dell’umano, il potere fun­zio­nasse anche gra­zie al sup­porto di una parte delle sue stesse vit­time. Che per­sino lì dove la fero­cia del potere mili­tare trion­fava, l’ordine era garan­tito anche dall’obbedienza, la quale impli­cava a sua volta una qual­che forma di con­senso, di con­ni­venza, di complicità.

In quel micro­co­smo «intri­cato e stra­ti­fi­cato» si ripe­teva «la sto­ria incre­sciosa e inquie­tante dei gerar­chetti che ser­vono un regime alle cui colpe sono volu­ta­mente cie­chi; dei subor­di­nati che fir­mano tutto, per­ché una firma costa poco; di chi scuote il campo ma accon­sente; di chi dice “se non lo facessi io, lo farebbe un altro peg­giore di me”». In poche pagine Levi sti­lizza un’analisi delle moti­va­zioni (cor­ru­zione, viltà, dop­piezza, cal­colo oppor­tu­ni­stico) che indu­ce­vano la «classe ibrida» degli oppressi a col­la­bo­rare con l’oppressore. In que­sto senso (e sol­tanto in que­sto) la «zona gri­gia» dei kapos e delle Squa­dre spe­ciali del Lager cor­ri­spon­deva a quella assai più vasta dei cit­ta­dini tede­schi (ed euro­pei) che – senza l’attenuante dell’immediata minac­cia della vita – sosten­nero il regime nazi­sta, appro­fit­ta­rono dei pri­vi­legi che ne trae­vano e varia­mente coo­pe­ra­rono con i suoi crimini.

Lo schema è gene­rale e le dif­fe­renze, molto pro­fonde, non ingan­nino. A giu­di­zio di Levi il modello del Lager serve a indi­vi­duare ingre­dienti costanti delle dina­mi­che di potere. Serve a capire come il potere operi anche in una società coman­data da uno Stato tota­li­ta­rio. E serve a mag­gior ragione a com­pren­dere come esso fun­zioni in un Paese demo­cra­tico, dove la rela­zione poli­tica è carat­te­riz­zata da un tasso di vio­lenza incom­pa­ra­bil­mente minore. Se otte­nere con­senso era neces­sa­rio per­sino nel Lager, è evi­dente che senza con­senso non si potrebbe gover­nare una società come la nostra, dove il potere è costretto a fare un uso molto più parco della vio­lenza e dove quindi è assai più com­pli­cato pre­ser­vare le gerar­chie costi­tuite e i rap­porti di forza.

Allora, per tor­nare a Renzi, dovremmo smet­terla di farne la nuova incar­na­zione del demo­nio assol­vendo in blocco chi gli per­mette di distrug­gere in alle­gria. Se a Renzi rie­sce di deva­stare il Paese, è per­ché in tanti ne sosten­gono varia­mente l’azione. I suoi com­pa­gni di par­tito di tutte le stirpi e a ogni livello in primo luogo, non­ché quanti si osti­nano nono­stante tutto a votarlo. Gli alleati del suo Pd in seconda bat­tuta, nelle ammi­ni­stra­zioni e nelle varie sedi del sot­to­go­verno. E poi i diversi seg­menti della società civile – pezzi del sin­da­cato e del mondo coo­pe­ra­tivo; dell’associazionismo, dell’informazione e dell’intellettualità – che bril­lano per con­corde silen­zio come se, via Ber­lu­sconi, qual­siasi pro­blema di demo­cra­zia e di giu­sti­zia sociale fosse per incanto risolto. È vero, ogni chia­mata di cor­reo è sgra­de­vole, tanto più se indi­scri­mi­nata. Ma la fur­be­sca col­la­bo­ra­zione col potere da parte dei subor­di­nati e per­sino degli oppressi è addi­rit­tura scan­da­losa. E, giunte le cose al punto in cui sono, fare finta di nulla non ha pro­prio alcun senso.

Alberto Burgio da “Il Manifesto”

GENDER, CONFESSO: SONO UNA DELLE STREGHE CHE LO TRASMETTE

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Ebbene sì, mi avete scoperto. Io sono una delle streghe che diffonde il Gender. A parte riunirci in notturna per un Sabba, sacrificando fanciulli sull’altare dedicato al diavolo, poi ho da confidarvi qual è il curriculum di una come me. Le streghe del Gender insegnano a figli e figlie a pretendere l’uguaglianza in ogni campo. So che è un’indecenza ma dovrete perdonarmi se, inizialmente, oserò essere un po’ restia al pentimento di fronte alle vostre pacate ed equilibratissime accuse.

Per prima cosa non siamo rimaste stupite quando bimbi e bimbe, ciascuna per proprio conto, hanno cominciato a curiosare all’altezza dei propri genitali. Non abbiamo pensato che si trattasse di una mostruosità, giacché la sessualità non ci sembrava elemento da censurare, e non abbiamo compreso che sarebbe stato meglio far vergognare e sentire molto in colpa, fino alla fine dei loro giorni, quelle creature. Non abbiamo mai censurato quei figli neanche quando hanno chiesto di giocare a fare il pistolero, essendo femmina, o la parrucchiera, essendo maschio.

Poi non ci siamo opposte alle loro richieste quando hanno dichiarato di voler intraprendere studi non adeguati – adesso lo capisco – al loro genere. Maschi che si realizzano studiando materie umanistiche e femmine che si laureano in ingegneria. Abbiamo perfino osato pagare la scuola guida per fare prendere la patente anche alle figlie femmine, e già, capisco che questo potrà sconvolgervi, anche se so che non è questa la più cattiva azione che abbiamo compiuto.

Abbiamo risposto con chiarezza alle domande dei nostri figli a proposito di sessualità. Non ci è sembrato scandaloso informarli sui metodi per evitare il contagio di malattie sessualmente trasmissibili o una gravidanza indesiderata. Pensate che qualcuna di noi ha perfino insegnato a figli e figlie come si srotola correttamente un preservativo senza romperlo. Chissà perché ma eravamo convinte che le corrette informazioni e la conoscenza fossero il principale strumento per saperli in grado di difendersi da soli.

Abbiamo sempre cresciuto i nostri figli senza pensare a una educazione divisa tra maschi e femmine. Non abbiamo inibito i maschi che lavano i piatti, puliscono la propria stanza e si fanno il bucato o le femmine che smanettano con motori e giochi d’ingegno, piccolo chimico, futuro da pilota di jet supersonici o da camionista, chi lo sa. Non ci è sembrato opportuno neppure trattarli malissimo, né da malati e né da depravati, quando ci hanno spiegato di preferire persone dello stesso sesso per farci l’amore.

Se un figlio ha sempre desiderato essere donna, siamo spiacenti ma, non siamo riuscite a gettarlo nell’immondizia o, peggio, a consegnarlo alle terapie curative di qualche prete tanto volenteroso. Ci siamo sempre dette che l’obiettivo era vedere figli e figlie felici, a prescindere da tutto. Abbiamo trattato figli maschi e figlie femmine allo stesso modo perché avevamo quest’idea malsana di voler dare a entrambi uguali possibilità e prospettive.

Abbiamo investito risorse per farli studiare. Abbiamo fatto sacrifici per farli proseguire. Abbiamo dimenticato quell’usanza per cui le femmine dovevano soltanto diventare donne da marito e gli uomini mariti responsabili delle donne. Non abbiamo insistito per vederli sposati e non abbiamo imposto alcun rito che non fosse a loro congeniale. Non abbiamo insistito neppure affinché diventassero genitori perché pensavamo – lo so, ora me ne vergogno – che per essere una “vera” donna non bisognasse fare figli e per essere un “vero” uomo non bisognasse dimostrare di avere lo spermatozoo più virile della contea.

Per sentirci supportate in queste nostre bieche intenzioni abbiamo chiesto alla scuola di essere all’altezza del proprio compito: basta col monopolio e la violenta colonizzazione culturale con libri in cui figlio, padre e madre, lui falegname, lei casalinga e il figlio che apprezza i sacrifici del genitore ma putacaso se ne frega di quelli della genitrice. Abbiamo preteso che si parlasse anche di molte religioni e non soltanto di una, perché abbiamo sperato, così facendo, che i nostri figli, a prescindere dalle convinzioni di ciascuna, fossero in grado di poter ricevere le informazioni adeguate così da poter scegliere.

Abbiamo preteso che non si discriminasse in base al sesso in nessun posto, sui banchi di scuola o nei posti di lavoro, abbiamo preteso che figli e figlie, con i propri partner, fossero pronti a condividere in tutto e per tutto il ruolo genitoriale. Non abbiamo sgridato una figlia perché osava leggere un quotidiano e non abbiamo sgridato un figlio perché non voleva avere nulla a che fare con gli eserciti e le guerre.

Pensate – ed è davvero imperdonabile – che abbiamo insistito affinché le figlie si sentissero importanti al di là del proprio aspetto fisico e i nostri figli ben oltre la lunghezza del loro pene. Abbiamo intrapreso con loro un cammino difficile, tra tante obiezioni e tanti saggi consigli. Avremmo dovuto smettere, lo so, ma più che altro ci premeva dare ai nostri figli e alle nostre figlie possibilità che forse alcune tra noi non hanno mai avuto. Quella di essere accettat* in ogni caso, di avere il diritto di opporci ai ruoli di genere a noi imposti sulla base di quel che avevamo in mezzo alle cosce.

È brutto – sapete? – essere giudicati per il tuo sesso biologico e non per quel che rappresenti in tutta la tua straordinaria differenza, assieme alla libertà di scegliere il genere che ti senti addosso, perché pensavamo che differenza volesse dire “libertà”, “ricchezza” e non “lavaggio del cervello”. Figuratevi che abbiamo pensato che fossero antiabortisti, razzisti, omofobi e catto/integralisti a voler fare il lavaggio del cervello ai nostri figli e alle nostre figlie. Invece no, ce ne rendiamo conto, ora, dopo settimane di tortura, qui in presenza dei cortesi giudici dell’inquisizione, dobbiamo lasciare la mente dei fanciulli tanto sgombra da poter fare spazio alle verità che le vostre solennità vorranno loro imporre.

Ps: quando vorrete espormi in pubblica piazza per mostrare al mondo quale mostruosità abbia generato il “Gender” abbiate cura di imbruttirmi e tenere chiodi appuntiti sotto i piedi affinché la mia espressione sia afflitta e infelice.
In fede
Eretica

Ma quale mondo giusto.

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Sembra un dettaglio ma forse non lo è. Giornalisti e commentatori hanno spesso la tendenza ad aggiungere “radicale” dopo la parola “sinistra” ogni volta che si parla di Alexis Tsipras o Pablo Iglesias, e oggi di Jeremy Corbyn. In realtà non bisognerebbe aggiungere nulla, e smettere invece di definire di sinistra tutti quei partiti europei che pur provenendo da un percorso comune hanno finito per allontanarsene così tanto, per passaggi e strappi successivi, da aver perso ogni traccia della loro storia.

Da molti punti di vista una persona come Matteo Renzi è più vicina a Sergio Marchionne – perfino nel linguaggio del corpo – che agli operai che lavorano negli stabilimenti della Fiat. Ma non è questo il punto. Il fatto è che sul nostro pianeta una grandissima maggioranza di persone vive in condizioni inaccettabili, con gradi di povertà che variano a seconda della latitudine e del colore della pelle.

E non c’è bisogno di scomodare nessun filosofo tedesco dell’ottocento.A dirlo sono, da anni ormai, gli studi delle agenzie della Nazioni Unite, il lavoro sul campo delle organizzazioni non governative, ma anche chiunque non chiuda gli occhi di fronte al fiume di persone che spinge alle porte dei paesi più ricchi.

Leggendo gli indicatori di scolarizzazione, salute, speranza di vita alla nascita, pil pro capite, accesso a servizi essenziali o libertà di movimento ci vuole coraggio per definire il mondo in cui viviamo un mondo giusto. Alexis Tsipras, Pablo Iglesias o Jeremy Corbyn saranno forse inadatti, avranno fatto e faranno errori, ma chi li ha scelti e votati ha solo cercato di ricordare che finora il capitalismo è stato un disastro, anche se costellato di invenzioni e innovazioni stratosferiche.

di Giovanni De Mauro da “Internazionale”

Renzi, l’allievo che supera il maestro

Qurenziando si dice che in Ita­lia non c’è più un’opposizione — e que­sto da una buona quin­di­cina d’anni, per effetto della gra­duale con­ver­genza della sini­stra mode­rata sulle posi­zioni della destra — si enun­cia un titolo gene­rale che va poi svi­lup­pato nel det­ta­glio. Una que­stione con­cerne le pecu­lia­rità del ren­zi­smo, malat­tia con­ge­nita della post-democrazia italiana.

Con Renzi al potere la muta­zione della sini­stra — il suo para­dos­sale tra­sfor­marsi nel pro­prio con­tra­rio — è più che mai evi­dente. Lo è per diverse ragioni, non ultima il fatto che Renzi viene dopo alcuni pre­sti­giosi apri­pi­sta (Vel­troni e lo stesso inven­tore delle len­zuo­late e della ditta), dei quali rac­co­glie la pre­ziosa ere­dità. Ma c’è una ragione su tutte. Renzi è anche il legit­timo erede di Ber­lu­sconi, il suo allievo più solerte e talen­tuoso, il suo con­ti­nua­tore. Anzi, meglio: Renzi è Ber­lu­sconi. Ne è la rein­car­na­zione, il clone, la nuova epi­fa­nia sotto men­tite spoglie.

I prov­ve­di­menti del suo governo par­lano chiaro. Ha ragione l’onorevole Bru­netta quando segnala che il governo sta sem­pli­ce­mente attuando il pro­gramma di Forza Ita­lia. Meno tasse per i ric­chi e gli indu­striali nel paese che da decenni regi­stra il record dell’evasione e dell’elusione fiscale e con­tri­bu­tiva, oltre che della cor­ru­zione. E un attacco senza sconti alle tutele e ai diritti del lavoro dipen­dente pub­blico (a quei fan­nul­loni degli inse­gnanti e dei pub­blici impie­gati) e pri­vato (con l’azzeramento dell’art. 18 e il sema­foro verde all’impresa per il con­trollo sulla vita pri­vata di ope­rai e impie­gati). E una cam­pa­gna distrut­tiva con­tro le orga­niz­za­zioni sin­da­cali, dal Pd abban­do­nate al pro­prio destino. Dove il sin­da­cato è addi­tato come il nemico numero uno della libertà d’impresa secondo il van­gelo di Mar­chionne, o come il fat­tore prin­cipe del ritardo del paese, secondo il van­gelo di Squinzi.

E, ancora, un pac­chetto di «riforme» isti­tu­zio­nali (Costi­tu­zione, legge elet­to­rale, radio­te­le­vi­sione) che ven­gono inse­diando il più sgan­ghe­rato e mefi­tico regime pre­si­den­zia­li­stico, radi­ca­liz­zando il con­trollo oli­gar­chico sulle rap­pre­sen­tanze elette e accen­trando tutti i poteri di con­trollo — anche sulle mas­sime auto­rità di garan­zia della Repub­blica — nelle mani di un capo «solo al comando». Altro che Senato elet­tivo o meno, come vor­rebbe far cre­dere la sedi­cente «oppo­si­zione interna» del Pd! Il punto è la pronta con­se­gna di tutti i poteri nelle mani di un solo padrone poli­tico, lo slit­ta­mento verso una monar­chia di fatto poten­ziata da un’apparente legit­ti­mità repub­bli­cana. È il pro­fi­larsi di un pero­ni­smo post­mo­derno fon­dato sulla delega in bianco da parte di un «popolo sovrano» che «dice sì», gab­bato con qual­che bril­lante mano­vra dema­go­gica ed espro­priato della facoltà di inten­dere e volere.

Il vec­chio boss di Arcore non crede ai suoi occhi. È dispia­ciuto, certo, per non essere lui a fir­mare que­sto capo­la­voro. E per­ché la per­for­mance del gio­vane capetto di Rignano sull’Arno rischia di costar­gli cara in ter­mini elet­to­rali. Ma quando guarda alla sostanza, rischia di com­muo­versi. Chi glielo avrebbe detto che i suoi desi­deri si sareb­bero rea­liz­zati in pieno, che i sogni acca­rez­zati ai tempi delle scam­pa­gnate con Licio Gelli sareb­bero dive­nuti realtà, e pro­prio per ini­zia­tiva di chi avrebbe dovuto contrastarli?

E poi ci sono i modi, le forme, che in poli­tica sono sostanza. Come e meglio del mae­stro, Renzi ha infar­cito il pro­prio par­tito di nani e bal­le­rine e ne ha fatto una gio­stra di con­for­mi­smo e di ser­vi­li­smo. Del par­la­mento — culla del tra­sfor­mi­smo — ha la stessa con­si­de­ra­zione del vec­chio, che inten­deva ridurlo ai soli capi­gruppo. Quanto alla comu­ni­ca­zione, il modello è addi­rit­tura eclis­sato. Ber­lu­sconi si affi­dava alle video­cas­sette e alle calze di nylon, Renzi imper­versa impla­ca­bile coi cin­guet­tii più mole­sti. E, com­plice una stampa di veli­nari, dif­fonde per ogni dove una sequela di bugie e di pro­messe sem­pre più impro­ba­bili. Dove ogni nuova spa­rata eclissa la pre­ce­dente e ne can­cella il ricordo.

Per un verso era ine­vi­ta­bile che, sullo sfondo del neo­li­be­ri­smo, vent’anni di ber­lu­sco­ni­smo inci­des­sero sui modelli di com­por­ta­mento, gli stili della comu­ni­ca­zione e la sot­to­cul­tura del ceto poli­tico, finendo con l’incardinare una con­ce­zione patri­mo­nia­li­stica delle isti­tu­zioni. Ma non era scritto che si arri­vasse a tanto, a que­sta iden­ti­fi­ca­zione con il deus ex machina della destra popu­li­sta pro­prio da parte dei ver­tici di quello che, in teo­ria, dovrebbe essere il suo più agguer­rito avver­sa­rio. Allora si deve avere il corag­gio o forse sol­tanto la sin­ce­rità di dire forte e chiaro, per una volta, che la vit­to­ria anzi il trionfo di Ber­lu­sconi è il dato saliente di que­sta infau­sta fase post-democratica (post-politica) della sto­ria nazionale.

Que­sto è il dato di fondo, di là da det­ta­gli inerti ai fini della com­pren­sione storico-critica. E che cosa signi­fica tutto ciò? La misura della regres­sione è spa­ven­tosa. Inve­ste in primo luogo la poli­tica eco­no­mica e sociale e il sistema demo­cra­tico, minac­ciato da un dise­gno neo-autoritario. Ma ciò che desta le mag­giori pre­oc­cu­pa­zioni in un paese cro­ni­ca­mente afflitto dalla cor­ru­zione, dall’incidenza della cri­mi­na­lità orga­niz­zata, dalla col­lu­sione isti­tu­zio­na­liz­zata coi poteri mafiosi, dalla capil­lare per­va­si­vità di reti di affi­lia­zione segreta, è l’ostentato rifiuto di chi governa (e, non di rado, anche di chi ammi­ni­stra) di dispia­cere agli amici degli amici — al potere eccle­sia­stico, alle lob­bies delle armi e del gioco d’azzardo, al popolo dell’evasione fiscale, ai padroni della stampa e del cre­dito, fos­sero anche in ban­ca­rotta frau­do­lenta. È la disin­vol­tura sem­pre di nuovo osten­tata nei rap­porti con i poteri occulti e l’illegalità diffusa.

Può darsi che non tutto sia ancora per­duto, che non sia già troppo tardi per ria­prire in Ita­lia la que­stione demo­cra­tica. Ma se è così è da que­sto osceno grumo di com­pli­cità che occorre par­tire nell’analisi con­creta del nuovo caso italiano.

ALBERTO BURGIO da “Il Manifesto”

La pochezza di Renzi e quell’insulto al Sud

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Potrei star qui, una volta di più, a far la lista della spesa dei disastri – inseguiti e voluti – commessi dall’uomo con la faccia da pesce palla e la guittezza dei frassini appassiti: il mancato rispetto per il dissenso, lo stravolgimento delle regole (a partire dalla Costituzione), l’occupazione militare del potere, la rinascita del Nazareno (ma era mai morto?). Neanche Andreotti, Craxi e Berlusconi messi insieme erano arrivati a tanto.

Ormai però non mi stupisco più, anzi a dire il vero non l’ho mai fatto, avendo sempre guardato a Renzi per quel che è: uno dei peggiori presidenti del Consiglio nella storia della Repubblica Italiana, se non addirittura il peggiore. Una macchietta debole, arrogante, caricaturale, disastrosa, noiosa, patetica, comicamente supponente e smisuratamente vuoto. Non c’è neanche divertimento a criticarlo, perché per organizzare un dibattito bisogna essere almeno in due. Resta sconcertante che molti insospettabili, fino a pochi mesi fa, abbiano creduto in lui (e qualcuno ci crede ancora).

Quello che ho però trovato particolarmente grave – grave e offensivo – è la risposta sprezzante data a Roberto Saviano, un osservatore non certo accusabile di antirenzismo: “Sud, basta piagnistei”. Una frase becera, sommamente becera e ottusa, usata dalla peggiore retorica leghista. Karina Huff Boschi, troppo impegnata a chiedere ai suoi adepti di tagliare con l’accetta di Photoshop quelle 70-80 libbre di adipe ruspante da caviglie, cosce e glutei nelle foto a uso e consumo della propaganda, ha risposto piccata che “Saviano non legge i giornali”. Detto da una che pare aver letto al massimo il Postal Market, magari senza averlo capito perché le foto erano troppo criptiche, non è male.

“Basta piagnistei” è una frase oscena. Mi è capitato anche di recente di avere la fortuna di andare in Puglia, in Calabria, in Sicilia. E non ho visto certo gente che si piange addosso. Saviano ha semplicemente messo in fila dati inoppugnabili: il governo Renzi sta facendo più danni della grandine, e al di là delle sciocchezze di regime – “Siamo in ripresa”, “Basta gufi”, “La vita è bella” – la situazione è persino peggiorata rispetto a uno/due anni fa. Renzi dice al Sud di non piangere. Lo vada a dire ai ragazzi disoccupati di Castelbuono, che devono reinventarsi “ntaccaluòru” per raccogliere la manna dai frassini come i loro avi. Lo vada a dire a chi vive nel centro storico di Cosenza, e se lo vede franare ogni giorno addosso. Lo vada a dire ai familiari di Zakaria Ben Hassine, morto a 52 anni sotto il sole cocente di Polignano a mare mentre raccoglieva uva per 5 euro l’ora. E abbia il coraggio di dirlo ai familiari di Paola Clemente, 49 anni, morta nei campi di Nardò lo scorso 13 luglio mentre raccoglieva pomodori per una paga ridicola, uccisa dall’afa e sepolta in tutta fretta sperando che nessuno se ne accorgesse. Il Sud non piange: ci prova, (non) caro Renzi. E se piange, e ha motivi per farlo, è solo perché l’Italia è in mano a una caricatura vivente.

Andrea Scanzi da “Il Fatto Quotidiano”


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