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Puntualizzazioni riguardo il Referendum sulla Riforma Costituzionale

Le idee di chi scrive su questo blog, a riguardo del prossimo Referendum sulla Riforma Costituzionale, sono sicuramente chiare e ben note ai lettori. E’ netta la nostra presa di posizione a favore del No e la partecipazione militante al fianco dell’ANPI per respingere la cosiddetta Riforma Boschi-Renzi. 

Siamo ovviamente di parte e non ci piace dipingere un mondo nel quale si possa fare finta di recitare contemporaneamente ed ipocritamente il ruolo di diavolo e di acquasanta e con troppa leggera disinvoltura. Prendendo in prestito un passo del Nuovo Testamento ci verrebbe facilmente da dire che “Non si può servire Dio e Mammona”. Non si può stare contemporaneamente su entrambi i fronti di una barricata.

Con un certo imbarazzo ci tocca sottolineare che una rivista, che a quest’ora avrà già raggiunto diverse famiglie senaghesi, trova al suo interno un editoriale del proprio direttore che, scrivendo sul prossimo Referendum, che probabilmente dovrebbe svolgersi a novembre, cerca di riassumere simultaneamente le ragioni del Sì e le motivazioni del No.

Peccato che nel fare questo si illustrino le ragioni del Sì in modo anche correttamente partigiano, lo stesso direttore ci pare sia membro del Comitato locale per il Sì alla riforma. Non c’è nulla di male nell’essere di parte. Chi tra noi ha ancora un po’ di memoria storica e con il cuore che batte ancora un po’ a sinistra amerà senz’altro il passaggio di Antonio Gramsci relativo all’essere di parte ed allo schierarsi. Dicevamo che purtroppo nell’editoriale della rivista di cui sopra, sembrano chiare le ragioni del Sì, ma invece appare decisamente caricaturale il disegno che descrive le motivazioni di chi sostiene il No alla Riforma.

Non vogliamo calarci nel ruolo dei soliti Professoroni così invisi al premier del nostro paese, ma ci pare che l’editoriale di Senago – Noi e la Città contenga alcune inesattezze.

Ne elenchiamo solo un paio per sgomberare il campo da notizie fuorvianti e banalmente false.

  1. Non esiste un abbassamento automatico del quorum per i referenda abrogativi. Questo quorum (il numero di partecipanti al voto perchè un referendum venga dichiarato valido) viene ridotto solamente se le firme raccolte per indire la consultazione popolare hanno raggiunto la quota di 800mila invece delle consuete 500mila. Non è affatto una cosa semplice. Chi ha avuto anche poche esperienze di raccolta firme ricorderà che un numero così elevato è stato raggiunto in poche e rare occasioni. Il tempo per la raccolta firme è di soli tre mesi e stante la forte crisi di partiti, movimenti, sindacati ed associazioni e di tutti i corpi intermedi di questo paese risulta lampante come il risultato sia pressochè irraggiungibile. Probabilmente per la raccolta firme sull’acqua pubblica si superò il milione di firme, ma purtroppo sappiamo quanto l’esito di quel referendum sia rimasto inascoltato e soprattutto siano state disattese le richieste dei cittadini. Un buon governo dovrebbe vigilare sul rispetto per le decisioni del popolo sovrano. 
  2. Si accenna nel già citato editoriale, secondo chi scrive un po’ populisticamente nell’ottica di inseguire ed ammansire un certo grillismo che prende sempre più piede, che vi saranno 315 stipendi da senatore in meno. Ebbene il Senato non è completamente cancellato. Forse sarebbe stato addirittura meglio eliminarlo totalmente, tuttavia in presenza di una legge elettorale proporzionale.  Con il combinato disposto della Legge Elettorale Italicum e della Riforma Costituzionale crediamo proprio che lo scenario non sia dei più democratici possibili. I 100 residui senatori, un po’ sindaci, un po’ consiglieri regionali che si eleggeranno tra loro, un po’ come avviene già per i membri del Consiglio della Città Metropolitana, finiranno sicuramente per svolgere male entrambe le funzioni. Ebbene questi nuovi senatori, riceveranno comunque degli emolumenti e/o dei rimborsi e quindi sarebbe bene non buttare fumo negli occhi, parlando di un netto risparmio di 315 stipendi senatoriali. Ad oggi non è ancora chiaro quanto sarà il reale risparmio che si avrà una volta approvata questa nuova versione della Costituzione. I più ottimisti parlano di circa il 9% in meno della spesa attuale. Non certo la rivoluzione promessa !!

Crediamo, ma è solo una nostra modesta opinione, che, per amore della democrazia e di un dibattito franco, anche tanti giornali locali dovrebbero ospitare espressioni e motivazioni di voto dando la parola a rappresentanti delle parti a confronto. Si eviterebbero a volte molti malintesi ed alcune sintesi un po’ troppo azzardate.

Su questo sito non mancheranno, soprattutto nei prossimi due mesi, nuovi aggiornamenti ed anche appassionate discussioni sul merito del Referendum e quindi stay tuned…

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Referendum costituzionale fra demagogia e cialtronismo

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Il Presidente del Consiglio l’11 aprile scorso ha aperto la campagna elettorale sul referendum costituzionale annunciando che, per vincere, è disposto ad «usare anche argomenti demagogici». Un annuncio senza novità, la «demagogia», largamente coniugata alla forma «cialtronismo», è stata la cifra della sua comunicazione politica (propaganda) fin dai tempi della Leopolda.

Il «cialtronismo» è elemento fluidificante della «demagogia». In un contesto frutto di una coltivazione quasi trentennale di plebeismo, il «cialtronismo» può passare come aspetto disinvolto, popolare della comunicazione politica. Renzi può citare male e fuori contesto Chesterston, attribuire a Borges versi non suoi, attribuirsi una compartecipazione al traforo del Gottardo ignorandone persino la localizzazione (le televisioni svizzere si sono indignate e/o divertite; quelle italiane hanno sorvolato), ecc,.

E’ la continuità con Berlusconi, completa: ambedue demagoghi ed ignoranti, e di un’ignoranza di cui non hanno né coscienza né consapevolezza, hanno trasformato tale loro condizione in punto di forza. D’altra parte la «demagogia» si manifesta in maniera più persuasiva se può scaturire da una base «naturale». Sottovalutare le possibilità d’incidenza del connubio cialtronismo-demagogia nello scontro sul referendum costituzionale sarebbe un grave errore. Così come sarebbe un errore pensare al meccanismo propagandistico renziano solo come una sorta di fenomeno di superficie al di sotto della quale ci sarebbe il vuoto.

Al di sotto, invece, c’è una struttura materiale dura: la logica e la realtà evocate nel 2010 da Marchionne quando ha dichiarato: «Io vivo nell’epoca dopo Cristo; tutto ciò che è avvenuto prima di Cristo non mi riguarda e non mi interessa».

Nel tornante del secolo per Marchionne si è verificato il passaggio, a suo parere definitivo, tra la centralità del lavoro, la tensione verso l’uguaglianza, secondo Costituzione, alla riduzione dell’umana forza-lavoro a pura funzione del capitale. Renzi è totalmente interno a tale dimensione dei rapporti economico-sociali che reputa «naturali, esattamente come la sua antropologia culturale. Per questo, con tutta naturalità appunto, ringrazia ripetutamente il padrone globalizzato per la generosità con cui porta occupazione in Italia, mentre redarguisce severamente «certi sindacalisti» che, difendendo i diritti del lavoro, impediscono lo svolgimento della logica di mercato coincidente con la benevolenza padronale.

«Cevital…Merci», si può leggere in un manifesto apparso a Piombino, in una delle città italiane, cioè, dove per quasi un secolo la coscienza di classe è stata elemento essenziale della crescita civile. Cevital è la multinazionale del magnate algerino Issad Rebrab che investirà a Piombino nel settore siderurgico. Dunque un benefattore e bisogna ringraziarlo. Ed infatti, come è visibile in una foto celebrativa dell’evento, festeggiano il benefattore, eletto a «personaggio dell’anno 2015» da un giornale locale, i maggiorenti toscani del Pd, del governo nazionale e del territorio. Una posizione tanto più forte in quanto non frutto di quella che, del tutto impropriamente, viene chiamata «mutazione genetica» renziana.

Ricordiamo perfettamente Massimo D’Alema che nel luglio 2012, confrontandosi davanti a Montecitorio con un picchetto di operai Irisbus, diceva: «Non serve a nulla… tutto questo non serve a nulla … se lo mandiamo affanc…quello chiude e non lo vediamo più».

Ebbene la Costituzione, nello spirito e nella lettera, si pone in una dimensione antitetica rispetto al complesso dei rapporti sociali sotteso ai pronunciamenti di Renzi, D’Alema, e del ceto politico Pd di ogni livello. Del resto l’attacco alla Costituzione, il suo svuotamento, la sua continua manomissione proprio per questa sua incompatibilità con tutte le forme dell’ordo-liberalismo, non è certo cominciato con la riforma Boschi-Verdini, bensì con l’accettazione di fatto e di diritto (costituzionalizzazione del Fiscal compact) di un ordine europeo le cui normative confliggono con il documento fondante della Repubblica.

Si comprenderà, dunque, come la «ditta», ora «sinistra» Pd, che tale processo o ha promosso, o ha accettato, non possa ora opporvisi sulle questioni di fondo. I suoi residui esponenti se ne stanno nell’ombra e attendono (non si sa bene chi e che cosa) mentre pigolano sempre più piano.

Proprio nei giorni scorsi il neo ministro allo Sviluppo economico, fortemente voluto da Renzi, ha chiarito in maniera esemplare il nodo centrale della riforma Boschi-Verdini. Ha sostenuto che gli accordi di libero scambio Ttip e Ceta «sono fondamentali» (per chi?), per cui non si possono lasciare i parlamenti nazionali arbitri della loro approvazione. Dunque, ha concluso, «la governance deve essere ristrutturata sennò ammazzerà la nostra (?) politica commerciale» («Eunews» 13 maggio. I virgolettati sono nel testo).

La riforma costituzionale su cui voteremo a ottobre è tappa decisiva della ristrutturazione della governance su cui insistono da tempo i poteri dominanti internazionali. Renzi-Calenda dicono le stesse cose che un gigante della finanza globale come Jp Morgan Chase ha suggerito ai governi europei in un documento del 28 maggio 2013: liberatevi delle «Costituzioni, adottate in seguito alla caduta del fascismo presentano una serie di caratteristiche che appaiono inadatte a favorire la maggiore integrazione europea».

Questo è il punto centrale che demagogia e cialtronismo tenteranno di occultare. Questo è il punto centrale da rendere chiaro con tutti gli strumenti di demistificazione di demagogia e cialtronismo.

di Paolo Favilli,  storico

Questo 25 aprile

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Non è un 25 aprile come gli altri. Questo potrebbe essere l’ultimo per la Costituzione nata dalla ‪#‎Resistenza‬. Se non sconfiggiamo nel referendum di autunno le modifiche imposte dal governo Renzi a un parlamento abusivo di nominati grazie a una legge elettorale incostituzionale non potremo parlare più di Costituzione.

Il combinato disposto di Italicum e modifiche costituzionali costituisce uno stravolgimento definitivo e un guazzabuglio autoritario senza pari in nessun paese democratico.
Non avremo più un regime costituzionale ma uno strapotere del capo che con il voto di una minoranza potrebbe nominarsi il parlamento e tutti gli organi di garanzia.
Nessun diritto sarà al sicuro di fronte a un esecutivo così forte e senza contrappesi istituzionali.
Sbaglia chi minimizza la portata autoritaria di questo stravolgimento perché a operarlo e’ il PD e non Berlusconi (che comunque lo ha condiviso).
Nessuna libertà e nessun diritto e’ al sicuro quando si consegna tutto il potere a un uomo solo al comando.
La generazione che scrisse la Costituzione lo sapeva per averlo vissuto sulla propria pelle, molti anzi troppi pare che lo abbiano dimenticato.

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RIPRISTINARE IL DIRITTO CONTRO IL CAOS

GUERRA IN SIRIA 6

I tragici fatti di Parigi, difficili persino da immaginare prima che accadessero, sono una dimostrazione eclatante della crisi dell’ordine pubblico internazionale e del fallimento delle politiche di potenza con cui, al termine della guerra fredda, le principali potenze occidentali hanno ritenuto di regolare le relazioni internazionali con la pretesa di sostituire la forza al diritto.

Dopo l’89 è stato sprecato il patrimonio di saggezza elaborato dalle nazioni che avevano sconfitto il nazismo e che puntava a creare un nuovo ordine internazionale in cui la pace era assicurata dal diritto.

L’umanità, nel corso della prima metà del secolo scorso, ha sperimentato con le due guerre mondiali, con Auschwitz, con Hiroshima, una vera e propria discesa agli inferi. Nel 1945 i leaders delle principali potenze alleate, per necessità storica, hanno deciso di chiudere la porta dell’inferno, sbarrandola con pesanti lastre di acciaio. Quelle lastre si chiamano ripudio della guerra, astensione dalla minaccia o dall’uso della forza nelle relazioni internazionali, eguaglianza dei diritti degli uomini e delle donne e delle nazioni grandi e piccole, risoluzione pacifica delle controversie, cooperazione internazionale per lo sviluppo, rispetto del diritto internazionale, repressione di ogni violazione della pace, ricorrendo, come estrema ratio all’uso della forza attraverso una forza armata dell’ONU.

Il diritto internazionale, con le garanzie previste dalla Carta dell’ONU, costituiva il principale e più efficiente sistema di sicurezza collettivo. Il diritto dei diritti umani, fondato sulla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, e le Costituzioni democratiche del dopoguerra operavano per il rafforzamento ed il rilancio del diritto internazionale e, quindi, della sicurezza collettiva.

La Costituzione italiana, traendo insegnamento dai tragici fatti della storia, coerentemente con lo Statuto della Nazioni Unite, aveva ripudiato lo strumento della guerra ed impegnato l’Italia ad operare nelle relazioni internazionali per costruire la pace attraverso la giustizia nel rispetto del diritto internazionale.

A partire dalla prima guerra del Golfo nel 1991, il diritto internazionale è stato brutalmente calpestato ed è stato abrogato il sistema di sicurezza collettivo bastato sul diritto e sul ruolo di mediazione e di garanzia dell’ONU. Le nazioni che avevano in mano le chiavi della forza le hanno utilizzate per imporre i propri interessi nazionali al di fuori di ogni contesto di giustizia. In questo modo è stata avviato un percorso verso il caos, che ha raggiunto il suo massimo sviluppo con la nascita ed il radicamento dell’Isis.

Gli eventi di questi giorni sono una tragica conferma che non vi può essere sicurezza collettiva senza diritto.

Occorre ripristinare i principi di pace e giustizia e le garanzie del diritto internazionale che si realizzano attraverso l’intervento dell’ONU, occorre ricostruire l’unità fra le nazioni che sconfissero il nazismo per ripristinare i principi ed i valori del diritto internazionale, a cominciare dall’inviolabilità delle frontiere e dal dovere di reprimere il genocidio, nel rispetto delle procedure e con le sanzioni previste dal diritto internazionale.

Domenico Gallo, Alfiero Grandi da “Coordinamento Democrazia Costituzionale”

Lo sciopero ai tempi del neofascismo

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Rimane il fatto che la prima regolamentazione dello sciopero per i lavoratori pubblici risale soltanto a una legge del 12 giugno 1990. All’epoca era presidente del Consiglio l’ultimo Andreotti, il cui governo brillò anche per l’approvazione della famigerata legge Mammì, per protestare contro la quale si dimisero cinque ministri: tra essi, a suo onore, l’attuale presidente della Repubblica.

Erano gli ultimi vagiti del malgoverno del Caf, che avrebbe di lì a poco portato a Mani Pulite, alla caduta della prima Repubblica e alla nascita del regime Berlusconiano che sdoganò apertamente la destra italiana, fino ad allora mascheratasi dietro le politiche nazionalsocialiste di Craxi: prima fra tutte, la battaglia contro la scala mobile che tutelava parzialmente il potere d’acquisto dei salari e degli stipendi dei lavoratori, di fronte all’inflazione causata dall’aumento dei prezzi da parte dei venditori.

Nel corso dei successivi venticinque anni i diritti dei lavoratori sono stati sistematicamente spazzati via uno ad uno: dapprima, timidamente, da Berlusconi, e poi, bullescamente, da Renzi. Fa quasi tenerezza ricordare che nel 1970, quando il vento spirava in direzione contraria, era stato approvato persino uno Statuto dei Lavoratori, che letto oggi provoca ai renziani lo stesso prurito che avrebbe provocato ai fascisti durante il ventennio di Mussolini.

A Renzi, che da sempre parla come e per conto di Marchionne, i diritti dei lavoratori sono sempre apparsi inutili ostacoli sulla via del profitto degli sfruttatori e dell’uso degli uomini come ingranaggi, come in Metropolis di Fritz Lang o Tempi moderni di Charlie Chaplin. E non gli è parso vero di poter cogliere al volo l’assemblea dei lavoratori del Colosseo (peraltro tenuta nel rispetto delle leggi vigenti, come recita appunto la Costituzione) per piantare un altro chiodo nella croce dei lavoratori, assimilando per legge il turismo ai servizi pubblici essenziali.

Peccato che, mentre i servizi pubblici sono (o dovrebbero essere) al servizio dei comuni cittadini, il turismo sia invece la mangiatoia dei soliti succhiaruote: cioè, i profittatori privati e lo Stato. Per il resto di noi il turismo rientra spesso nella categoria dei disservizi pubblici, e i turisti non sono altro che mandrie di barbari che invadono le nostre città d’arte, rendendole invivibili e ingestibili per gli abitanti e i visitatori (che appartengono a una specie diversa dai turisti).

Se avessimo un presidente del Consiglio degno di questo nome, in particolare munito di mandato elettorale e competente, lo vedremmo all’opera per indirizzare il turismo nella direzione dello sviluppo sostenibile: in particolare, privilegiando l’alto rendimento economico e il basso impatto ambientale, in cambio di investimenti massici per la qualità.

Tra questi ultimi rientrano ovviamente i pagamenti degli straordinari, per i quali i lavoratori di ieri manifestavano, e i cui fondi sono stati appunto sbloccati in concomitanza con la manifestazione. Anche se, con la limitazione del diritto di sciopero dei lavoratori del turismo, il governo si è assicurato che in futuro nel settore non sarà più possibile protestare in maniera efficace per i propri diritti. Gli altri settori seguiranno presto, nell’attesa di eliminare del tutto i sindacati, come avvenne in Germania il 2 maggio 1933. Non a caso, il giorno dopo la festa del 1 maggio, la stessa in cui Renzi voleva precettare i lavoratori dell’Expo in ossequio ai “più alti interessi della nazione”: cioè, degli espositori e suoi.

di Piergiorgio Odifreddi da “Repubblica.it”

La consulta e la regia di Padoan.

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Que­sta vicenda delle pen­sioni e del decreto voluto dal mini­stro dell’Economia per tran­quil­liz­zare Bru­xel­les e Fmi è dav­vero sin­to­ma­tica e istrut­tiva. Dice di come siamo messi e di dove stiamo andando, un po’ come la famosa unghia che per­mette di rico­struire l’intero leone.

La sen­tenza della Corte costi­tu­zio­nale vale poco meno di una ven­tina di miliardi, tra man­cati ade­gua­menti, effetti di tra­sci­na­mento e inte­ressi. I soldi non ci sono (nel senso che tro­varli impli­che­rebbe inci­dere dove il governo non vuole: patri­moni, ren­dite e set­tori di spesa pro­tetti), quindi la sen­tenza non può essere appli­cata. Di qui la geniale solu­zione sug­ge­rita da Padoan e accolta da Renzi, ele­zioni regio­nali pen­denti. Diamo un segno di atten­zione a una parte dei pen­sio­nati dan­neg­giati dalla For­nero, augu­ran­doci che tanto basti a quie­tarli. Quanto agli altri, ai quali non si dà nem­meno que­sto get­tone, pazienza. Se ne faranno una ragione (la gran­cassa filo­go­ver­na­tiva, Repub­blica in testa, si sta già ado­pe­rando per spie­gare al volgo e all’inclita che un sacri­fi­cio è dovuto per il bene dei gio­vani) e sennò pazienza, si vedrà come fare quando arri­vas­sero i ricorsi. Intanto l’Europa avrà avuto la con­ferma della lealtà del governo ita­liano ai sacri dogmi della sta­bi­lità finanziaria.

La prima domanda che sorge spon­ta­nea è dove sia finito in que­sto paese lo stato di diritto. Ora pare che la que­stione più impor­tante sia che Bru­netta e Gasparri la For­nero l’avessero votata. Ma forse più della coe­renza di qual­che poli­tico ci si dovrebbe occu­pare di come un governo della Repub­blica si muove di fronte a un pro­nun­cia­mento della più alta auto­rità giu­ri­sdi­zio­nale, inca­ri­cata di vegliare sul rispetto della Costi­tu­zione da parte del legi­sla­tore. Non pro­pria­mente qui­squi­lie. Sem­bra invece che la fac­cenda inte­ressi a pochi, quasi si trat­tasse di un det­ta­glio for­ma­li­stico. Sic­ché quello che sta pas­sando è l’idea che una sen­tenza della Corte non è pro­pria­mente una sen­tenza, ma un con­si­glio, una rac­co­man­da­zione. E che alla fine è il governo a dover deci­dere se e in che misura atte­ner­visi, secondo il modello ante­guerra della mono­cra­zia renziana.

La seconda que­stione con­cerne la sorte della Corte costi­tu­zio­nale. È sem­pre più evi­dente (anche per espe­rienza euro­pea) che le Corti costi­tu­zio­nali osta­co­lano l’affermarsi della sovra­nità di fatto della troika e della finanza inter­na­zio­nale. Come spesso accade, il diritto – in par­ti­co­lare il diritto costi­tu­zio­nale – è al dun­que un con­fine dif­fi­cil­mente vali­ca­bile, che fa emer­gere for­za­ture e ille­ga­lità. Lo scon­tro è poli­tico, e al mas­simo livello. Le Corti imper­so­nano la sovra­nità degli Stati ed entrano per forza di cose in rotta di col­li­sione con il pro­cesso di con­so­li­da­mento della sovra­nità sovra­na­zio­nale, che non è sol­tanto quella delle isti­tu­zioni euro­pee, ma anche quella del Fondo mone­ta­rio inter­na­zio­nale e dei mer­cati finan­ziari, e quella che il paese o i paesi eco­no­mi­ca­mente più forti eser­ci­tano, per inter­po­sti orga­ni­smi comu­ni­tari e dina­mi­che di mer­cato, su quelli più deboli.

Le irri­tuali espres­sioni di mal­con­tento con cui diversi espo­nenti del governo e dell’entourage ren­ziano hanno com­men­tato la sen­tenza della Corte in mate­ria di pen­sioni mostra con net­tezza la cre­scente insof­fe­renza dell’esecutivo nei con­fronti dell’autonomia dei giu­dici costi­tu­zio­nali, che un domani potreb­bero met­tere a rischio anche altre por­che­rie, tipo l’Italicum. Motivo in più per acce­le­rare il per­corso delle «riforme» isti­tu­zio­nali. Pre­sto il capo del governo potrà nomi­nare giu­dici «respon­sa­bili». E i governi non rischie­ranno più di ritro­varsi nei guai per futili que­stioni di natura giuridica.

Infine c’è la nobile figura del mini­stro dell’Economia, che anche in que­sta vicenda si con­ferma in un ruolo di pro­ta­go­ni­sta. Pare che, per pru­denza, Renzi inten­desse riman­dare qual­siasi deci­sione all’indomani del minac­cioso voto regio­nale e che invece, per ras­si­cu­rare l’Europa, il mini­stro lo abbia costretto a que­sta solu­zione rapida, inde­cente sul piano sostan­ziale (rico­no­sci­mento di inte­ressi legit­timi e di diritti acqui­siti) e for­male (obbligo di appli­care la sen­tenza della Corte senza pasticci né sconti arbi­trari). Già il fatto che Padoan abbia pre­valso la dice lunga sul peso dei poteri di cui è garante.

Del resto si sa che il reuc­cio non l’avrebbe voluto nel governo e che glielo ha impo­sto Napo­li­tano – il deus ex machina del governo Monti-Fornero – a sua volta «con­vinto» dalle cen­trali euro­pee. Renzi avrebbe pre­fe­rito un suo uomo per avere piena libertà nell’impiego popu­li­stico delle risorse e degli annunci. Con Padoan deve stare attento, per­ché, a dif­fe­renza degli altri mini­stri, non è un incom­pe­tente, e per­ché rap­pre­senta poteri sovra­na­zio­nali con i quali – come dimo­stra il caso greco – c’è poco da discu­tere.

Ora a ciò si aggiunge il fatto che Padoan ha impo­sto una solu­zione «rea­li­stica» che viola niente meno che una sen­tenza della Corte costi­tu­zio­nale. E così abbiamo un’altra bella novità su cui riflet­tere in que­sta fase di meta­mor­fosi delle forme poli­ti­che: un mini­stro della Repub­blica che, quando si fa sul serio, fa pesare il pro­prio sta­tuto impli­cito di emis­sa­rio della vera sovra­nità poli­tica e finan­zia­ria; sta den­tro il governo ma parla la voce grossa del padrone euro­peo; e, guarda caso, vince, anche con­tro la somma auto­rità giu­ri­sdi­zio­nale. Poveri noi che non solo cre­de­vamo ancora di avere diritto alla pen­sione, ma addi­rit­tura ci illu­de­vamo di essere cit­ta­dini di uno Stato costi­tu­zio­nale di diritto.

Alberto Burgio da “Il Manifesto”

La cittadella del reuccio

ancona03-300x198Quel che sarà il par­la­mento ita­liano dopo che il dise­gno ren­ziano sarà giunto in porto è ampia­mente noto. La Camera dei nomi­nati e della mag­gio­ranza gover­na­tiva a priori fun­zio­nerà senza intoppi come cassa di riso­nanza e rati­fica; il Senato dei gerar­chi e dei pode­stà per­fe­zio­nerà l’accentramento dei poteri nelle mani dell’esecutivo. Il tutto per la legit­ti­ma­zione «demo­cra­tica» delle deci­sioni di palazzo Chigi. A quel punto l’Italia sarà un caso unico di Repub­blica mono­cra­tica domi­nata da un capo di governo ple­ni­po­ten­zia­rio, eletto da una mino­ranza di cit­ta­dini e posto in con­di­zione di con­trol­lare le auto­rità di garan­zia e tutti i poteri dello Stato, ecce­zion fatta (fino a quando?) per la magistratura.

Tra poco — pro­ba­bil­mente tra un annetto — que­sto pro­gramma comin­cerà a rea­liz­zarsi orga­ni­ca­mente. Ma non dob­biamo aspet­tare nem­meno pochi mesi per assa­po­rarne i primi frutti avve­le­nati. Quanto sta acca­dendo con la «riforma» della scuola è un’anticipazione molto istrut­tiva di ciò che ci attende. Un indi­zio e una prova tec­nica, som­mi­ni­strata per testare il paese e per assue­farlo al nuovo che avanza.

Rara­mente, forse mai prima d’ora, si era assi­stito alla scena di un ramo del par­la­mento ita­liano che vota in tran­quil­lità a favore di un prov­ve­di­mento di indi­scu­ti­bile rile­vanza (che modi­fica in pro­fon­dità strut­ture e modo di ope­rare di un set­tore vitale della società, e le con­di­zioni mate­riali di lavoro e di vita di milioni di cit­ta­dini) men­tre l’intero com­parto inve­stito da quel prov­ve­di­mento esprime la pro­pria asso­luta con­tra­rietà. Lo scio­pero del 5 mag­gio e la mani­fe­sta­zione con­tro le prove Invalsi pos­sono essere giu­di­cati come si vuole, ma su una cosa non sarebbe serio ecce­pire. Entrambi atte­stano l’unanime avver­sione del com­plesso mondo della scuola — inse­gnanti, stu­denti, per­so­nale tec­nico e ammi­ni­stra­tivo — a un modello che non per caso ruota intorno a due car­dini della costi­tu­zione neo­li­be­rale: la sedi­cente meri­to­cra­zia (foglia di fico pro­pa­gan­di­stica a coper­tura del ritorno a logi­che cen­si­ta­rie, auto­ri­ta­rie e oli­gar­chi­che) e la pri­va­tiz­za­zione della sfera pubblica.

C’è tutto som­mato di che stu­pirsi per la pron­tezza e pre­ci­sione della dia­gnosi che inse­gnanti e stu­denti hanno fatto della «buona scuola» ren­ziana. Evi­den­te­mente l’ideologia mer­ca­ti­sta non ha ancora total­mente invaso l’anima del paese. O forse la realtà della scuola ita­liana è tal­mente evi­dente nelle sue con­trad­di­zioni e mise­rie da non per­met­tere quelle ope­ra­zioni di cosmesi — di camou­flage, direbbe qual­cuno — che fun­zio­nano altrove. Stu­denti, ope­ra­tori della scuola e tanti geni­tori sanno troppo bene che cosa in realtà si nasconde die­tro la ver­go­gnosa reto­rica dell’«eccellenza» e dell’«autonomia», della «sele­zione» e della logica pre­miale del «merito». E die­tro il ricatto della sta­bi­liz­za­zione della metà dei pre­cari in cam­bio dell’accettazione dell’intera «riforma».

In un paese che figura sta­bil­mente all’ultimo posto della clas­si­fica Ocse per la per­cen­tuale di Pil inve­stita nella for­ma­zione dei gio­vani le chiac­chiere restano a zero. A chia­rire come stanno le cose prov­ve­dono gli edi­fici fati­scenti e i tanti soldi come sem­pre rega­lati alle pri­vate. Le col­lette per com­prare la carta igie­nica e il toner delle stam­panti. E i bassi salari degli inse­gnanti di ogni ordine e grado, respon­sa­bili anche del poco rispetto che taluni geni­tori mostrano nei riguardi di chi si impe­gna per istruire i loro vene­rati rampolli.

Sta di fatto che con­tro la «riforma» ren­ziana la scuola ha messo in campo una pro­te­sta pres­so­ché uni­ver­sale, ben­ché anni di divi­sioni tra le orga­niz­za­zioni sin­da­cali e un’eccessiva timi­dezza nelle ini­zia­tive di lotta rischino di vani­fi­care le mobi­li­ta­zioni. Non solo la scuola si è fer­mata in occa­sione delle agi­ta­zioni, ma è in fer­mento da set­ti­mane e mani­fe­sta senza reti­cenze un con­sa­pe­vole e argo­men­tato dis­senso. Pec­cato che tutto que­sto al par­la­mento non inte­ressi né poco né punto. Quel che si mostra allo sguardo degli osser­va­tori è uno scon­cer­tante paral­le­li­smo, quasi che «paese legale» e «paese reale» non fos­sero distinti ma dia­let­ti­ca­mente con­nessi, bensì pro­prio dislo­cati su pia­neti diversi. Per cui quanto accade nell’uno — le agi­ta­zioni, le pre­oc­cu­pa­zioni, il disa­gio, la pro­te­sta — non turba l’impermeabile auto­re­fe­ren­zia­lità dell’altro, ormai (di già) assor­bito nella rece­zione e pro­mo­zione della volontà del reuc­cio che si balocca alla lava­gna col suo appros­si­ma­tivo idioma burocratico.

Certo, non è la prima volta che si assi­ste a un feno­meno del genere. Qual­cosa di simile è già acca­duto col Jobs act, varato men­tre le fab­bri­che erano in sub­bu­glio per la can­cel­la­zione dell’articolo 18. Ma si sa che le que­stioni di lavoro e in par­ti­co­lare di lavoro ope­raio divi­dono il paese (e gli stessi sin­da­cati) e offrono ai governi ampi var­chi per ope­rare for­za­ture. Il caso della scuola è diverso per la sua con­no­ta­zione essen­zial­mente inter­clas­si­sta e per que­sta ragione pre­fi­gura pla­sti­ca­mente il qua­dro al quale dovremo abi­tuarci nel pros­simo futuro. Pro­te­sti pure il paese, scen­dano pure in piazza i cit­ta­dini, si mobi­liti quel che resta dell’opinione pub­blica. La cit­ta­della della poli­tica non si degna nem­meno di veri­fi­care la per­ti­nenza delle doglianze, tanto basta a se stessa e può fare da sé, in una mise­ra­bile rie­di­zione dell’autocrazia di antico regime. Può darsi che que­sta non sia che un’illusione e che un pro­gramma incen­trato sull’autonomia del poli­tico si riveli, oltre che inde­cente, impra­ti­ca­bile in virtù della reat­ti­vità del corpo sociale. Ma di certo risulta evi­dente a quale pove­ris­sima cosa si saranno ridotti, in tale sce­na­rio, par­la­men­tari e par­titi. Men­tre la poli­tica avrà negato se stessa con l’essersi anche for­mal­mente ridotta a mera fun­zione di domi­nio di una casta sulla cit­ta­di­nanza costretta a obbedire.

ALBERTO BURGIO da “Il Manifesto”

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“Expò, la fiera della schiavitù che si inaugura il Primo Maggio!”.

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Questo Primo Maggio sarà senza l’articolo 18. Basterebbe questa constatazione per sottolineare che ogni vuota e retorica celebrazione della ricorrenza, ogni sanremese Concertone, sono oramai totalmente fuori contesto .

Il Primo Maggio è nato come data di lotta e ora torna ad esserlo. Giornata di lotta per i tanti lavoratori che rischiano i diritti, il salario o il proprio lavoro, ultimi quelli della Whirpool e dell’Auchan, che il Primo Maggio saranno costretti a lavorare in attesa di essere licenziati.

Questo Primo Maggio sarà prima di tutto una giornata di lotta contro il governo. Renzi ha dimostrato quanto fosse vera l’affermazione di Giuseppe Di Vittorio che la Costituzione doveva entrare nelle fabbriche per realizzarsi davvero.

Completando l’opera avviata dal suo grande sponsor Marchionne e dai suoi predecessori, l’attuale presidente del consiglio con il Jobsact ha definitivamente abolito ogni libertà di chi lavora e garantito all’impresa un potere assoluto di stampo medievale.

Reduce da questo successo, il governo ha quindi iniziato a procedere allo smantellamento anche della costituzione formale, dopo aver cancellato quella reale. L’Italicum e le altre riforme cancellano l’equilibrio tra i poteri previsto dalla nostra Carta e creano la figura di un capo del governo padrone assoluto delle istituzioni del paese. Si chiude così il cerchio, dalla fabbrica, alla società, alle istituzioni.

Questo è proprio ciò che chiedeva l’ ufficio studi della Banca Morgan, quando il 28 maggio 2013 scriveva che le costituzioni antifasciste europee sono troppo segnate dal pensiero socialista e dal peso della sinistra e che per questo sono un ostacolo da rimuovere, per realizzare le riforme liberiste chieste della finanza internazionale.

Come scriveva Primo Levi , il fascismo si ripresenta in ogni epoca e sempre in forme diverse. Ed è bene ricordare che tra gli scopritori di Renzi c’è quel Tony Blair che è consigliere lautamente retribuito della banca Morgan.

Naturalmente Renzi non avrebbe mai realizzato la sua resistibile ascesa da solo o con i suoi pur considerevoli appoggi finanziari. Decisivo, come per un’altra scalata al potere negli anni 20 del secolo scorso, è stato il sostegno istituzionale della più alta carica dello stato, quel presidente Napolitano verso il quale la storia democratica futura non sarà impietosa nel paragone con Vittorio Emanuele III. E ancora più importante è stato il potere bancario e finanziario europeo, impersonato da Mario Draghi. Che assieme al suo predecessore Trichet scrisse il 5 agosto del 2011 una lettera nella quale sono contenute tutte le disposizioni attuate e in via di realizzazione da parte dei governi della Repubblica; dalle pensioni, ai licenziamenti, allo smantellamento dei contratti nazionali e dello stato sociale, alle privatizzazioni. Così da noi viene realizzata in modo e per vie diverse quella stessa politica che la famigerata Troika ha imposto e vuol continuare ad imporre alla Grecia.

Per questo chi vuole difendere i diritti del lavoro, lo stato e l’eguaglianza sociale oggi ha di fronte a sé il governo Renzi come primo e più diretto avversario. Ora l’accelerazione brutale sulle riforme fa sì che l’opposizione oggi comprenda anche vasti settori del sindacalismo confederale, la Cgil in primo luogo, e gran parte della vecchia classe dirigente del PD e del centro sinistra. Ma costoro, pur nella onesta indignazione che esprimono, sono destinati a mostrare le stesse debolezze e contraddizioni dei liberali di novant’anni fa verso il fascismo. La vecchia leadership del centrosinistra e CGIL CISL UIL sono corresponsabili di molte delle riforme economiche e politiche liberiste, fino a quelle dei governi Monti e Letta. La loro opposizione attuale è quindi debolissima e sostanzialmente inefficace, cosa che Renzi ha compreso perfettamente e che usa per rafforzare il proprio potere.

La resistenza sociale che sicuramente vedremo crescere ed organizzarsi è quella che sarà in corteo a Milano il Primo Maggio contro Expo. Quella fiera è diventata la prima grande opera del nuovo regime.

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L’Expo si è avvolta nella bandiera della nazione, si alimenta della propaganda a reti unificate, condanna come antipatriottico chiunque la contesti. Che invece ne ha ben motivo, tra lavoro sottopagato gratuito, speculazione sulle aree, ruberie varie, il tutto sotto la sponsorizzazione e l’occhio vigile delle peggiori multinazionali del cibo.

Expo è la vetrina del peggio di questo paese e delle peggiori ipocrisie della globalizzazione, e per questo è diventata così importante. Expo è la fiera di tutto ciò che il mondo del lavoro nei suoi momenti più duri e veri ha combattuto con la data del Primo Maggio e non è un caso che ora essa sia diventata anche una scusa per cancellare il diritto di sciopero.

I movimenti ambientalisti, i precari, le lavoratrici ed i lavoratori organizzati nel sindacalismo conflittuale si troveranno assieme contro il modello Expo, e saranno l’embrione di quella coalizione sociale che può davvero contrastare il governo Renzi e ciò che rappresenta.

Il Primo Maggio sarà di lotta contro il governo in tutta Italia, ma la sua capitale quest’anno è a Milano.

Giorgio Cremaschi da “Controlacrisi”

Quando la democrazia è un accessorio.

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Non c’è mai attenzione, nel dibattito pubblico, alla sostanza dei problemi ma solo agli “effetti che fa” questa o quella mossa di questo o quel leader. Un teatro del conformismo, insomma.

Questo accade non per caso. Accade perché viviamo in un’epoca di residualità democratiche e costituzionali, che non parlano più al cuore delle persone né rispondono più alle esigenze, ai desideri, ai sogni delle loro vite. La democrazia è un bene deperibile, tale che se non si nutre di passione democratica, larga e condivisa, come si dovrebbe avere verso un bene prezioso, non possono che vincere i Renzi, che ne possono fare a meno. L’hanno infatti sostituita con quella che chiamano la democrazia decisionale, di ispirazione neoliberista, che è tutt’altra cosa, ma a molti appare ormai un’alternativa al niente della vecchia politica. Un’alternativa rischiosa. Ma vallo a spiegare.

Residualità democratiche e residualità costituzionali, utilizzabili come va il vento e di cui si alimentano il notabilato e il trasformismo dilagante. Il partito della nazione in costruzione ne sta diventando l’emblema.

In Italia l’unità del sistema costituzionale non c’è più. Il problema andrebbe affrontato, se si vuole dar vita davvero al rilancio di una politica di sinistra diversa. Alcuni articoli della Carta del ’48 sono stati profondamente modificati nella loro “funzione”, oltre che nel loro senso; altri sono stati svuotati di significato, altri ancora semplicemente non sono mai stati applicati. E, soprattutto in Costituzione è stata inserita la “regola aurea” del pareggio di bilancio, con la “riforma” dell’articolo 81. E il tutto è avvenuto attraverso il voto di un Parlamento delegittimato e nel silenzio compiacente dei media. Con quell’inserimento è lo stesso assetto dei poteri “pubblici” su cui poggiava la Carta del ’48 a essere stato modificato. Ma il tutto è passato come acqua fresca.

Questo per dire che la concentrazione dei poteri, di cui si sta rendendo responsabile l’attuale premier, con il combinato disposto di riforma del Senato e legge elettorale, si nutre di un processo di svuotamento del carattere strettamente ordinamentale della Costituzione, che altri prima di lui hanno avviato e alimentato.

L’Italicum per Renzi è, per tutto questo, la sfida delle sfide. Se ce la farà è perché dimostrerà di essere come si presenta e il senso della sua sfida è proprio questo.

Ha ricevuto l’ennesimo endorsement da parte di Giorgio Napolitano, che, a proposito delle difficoltà che il premier incontra per concludere l’iter parlamentare della legge elettorale, ha sprezzantemente parlato di “spregiudicate tecniche emendative che hanno l’unico scopo di affossare le riforme”, chiarendo che non si torna indietro rispetto al testo già passato al Senato.

Mossa tra l’altro, quella di Napolitano, al limite dello sgarbo istituzionale nei confronti del nuovo Presidente della Repubblica, che, si presume, sarà ben libero di esprimere liberamente il suo parere quando la legge arriverà sul suo tavolo. E’ noto d’altra parte il parere dell’attuale Presidente Mattarella, già giudice della Consulta, sul Porcellum, che la Corte ha bocciato, e di cui la nuova legge ricalca gli aspetti deteriori, tra magici cerchi di nominandi e insopportabili esorbitanze premiali da attribuire a chi vince. Forse Napolitano teme perplessità presidenziali su questo versante e reinterpreta a favore del premier il ruolo già ampiamente svolto di Lord Protettore del “giovane” leader.

Di suo, d’altra parte, Renzi ci mette di tutto. Minaccia che salirà al colle, che farà sfracelli, che se la vedranno con lui, i riluttanti agli ordini di scuderia.

Minaccia soprattutto il voto di fiducia sulla legge elettorale. Ne parlano apertamente la ministra Boschi e un po’ più sobriamente il braccio destro di Renzi Guerini: un atto di insolenza istituzionale degna della politica corsare di Renzi e della sua squadra, nonché un grave strappo costituzionale, come scrivono le opposizioni, tra cui Sel, al Presidente della Repubblica. Ma questo strappo non solo è una tipica e ovvia mossa renziana, ma, soprattutto, insisto, è il frutto del tempo che viviamo, di un Parlamento ridotto a ufficio del bollo delle decisioni di Palazzo Chigi e sottoposto nei fatti a una torsione ordinamentale che attribuisce all’esecutivo poteri pressoché totali su tutto, deprivando la rappresentanza democratica della propria funzione di legislatore. Perché no, allora, il voto di fiducia sulla materia elettorale? Ma è materia di tutti, legge fondamentale che deve trovare d’accordo il più possibile tutti, dice sacrosantamente Bindi. Tutti chi? Può rispondere uno dei tanti giovani no future che percorrono le piazze reali del Paese alla ricerca della propria vita.

Discutiamo quanto volete – va cantilenando gioiosa Elena Boschi – “bella e impossibile” ministra delle riforme – ma intanto noi abbiamo deciso quello che gli italiani vogliono e voi dovete stare alla disciplina di partito.

Disciplina di partito e Renzi. Sembra un ossimoro concettuale e invece è il frutto di un inaridimento della democrazia. Una volta il problema era più democrazia nei partiti, oggi è più disciplina in quel che sopravvive alla crisi dei partiti. Spesso solo filiere di notabilati quando non vere e proprie bande di politici d’assalto.

Con Renzi e la sua squadra di fedelissimi sembra di essere stati catapultati in piena epoca di disciplinamento, dopo quella del godimento festaiolo di Berlusconi e dopo quella della contrizione per debito di Monti e Letta. Ma anche sulla disciplina c’è oggi conformismo mediatico.

La scommessa di Renzi sull’Italicum, l’ostinazione con cui difende l’indecoroso testo così denominato, fino alla sfida finale con la minoranza del suo partito, hanno ovviamente poco a che vedere con la preoccupazione politica di portare a temine il “necessario, sono vent’anni che se ne parla” percorso di rinnovamento degli assetti istituzionali, e di rispondere così alle attese degli italiani, come Renzi stesso e la sua squadra amano ripetere fino allo sfinimento. Le attese degli italiani non c’entrano nulla. Non c’entra nulla persino l’Europa. Non c’entra nulla, soprattutto, la ripresa che forse un po’ c’è ma poi si vedrà se c’è davvero.

L’Italicum è per Renzi soltanto lo strumento per assicurare a se stesso il tempo e i modi del suo futuro politico. Gli offre infatti l’opportunità di riorganizzare i ranghi del partito democratico con una robusta risciacquatura in Arno delle parti che sono rimaste fuori dai lavacri della Leopolda ma che nel frattempo hanno subito il fascino del nuovo leader e sono già saltate o pronte a saltare sul carro del vincitore. Serve per questo uno strumento per selezionare la “nuova classe dirigente” da collocare nelle istituzioni, nazionali e territoriali, che sia fedele, fidelizzata e al massimo disponibile alla fidelizzazione, come richiede il modello “partito della nazione” a cui Renzi aspira. Per questo non si può rinunciare all’Italicum che ha tutte le caratteristiche necessarie: il ferreo sistema di nomina della rete dei fedeli e lo strabocchevole premio di maggioranza alla lista vincitrice. E il tempo è adesso, ancora segnato dal successo delle europee e dallo spirito di perdurante attesa fiduciosa dell’elettorato. Nonché dalla possibilità di utilizzare a sfacciati fini di beneficio elettorale, nell’imminente voto regionale, il tesoretto all’improvviso sgusciato fuori dalle pieghe dei conti. L’imperativo è non lasciar sfuggire l’occasione d’oro, che forse potrà non ripresentarsi più.

Il tempo è adesso, per lui e per la nuova leva politica che intorno a lui e grazie a lui è cresciuta e che grazie all’insipienza politica e all’autoreferenzialità degli altri – quella che oggi è la composita galassia delle minoranze – è arrivata sulla tolda dl comando e accumula nelle proprie mani poteri a gogò.

Insipienza e autoreferenzialità delle minoranze dem che tutti gli accadimenti continuano a confermare. Anche, ahinoi, l’ultima “incandescente” riunione del gruppo della Camera. Se ne vedranno delle belle? Vedremo.

Elettra Deiana

Renzismo versione post moderna del Berlusconismo

renzi

La discussione su quanto sta accadendo nel Pd ha raggiunto da ultimo vette di ineguagliabile futilità. Ora si discute, in quel partito e intorno a quel partito, sulla misura del legittimo dissenso. Niente di meno. Tutto pur di evitare di guardare in faccia la realtà e le proprie smisurate responsabilità. Cerchiamo di fare almeno noi uno sforzo di serietà e di ragionare politicamente su questa partita che tutto è meno che una discussione interna a un gruppo dirigente. Perché c’è di mezzo, lo si voglia o meno, una buona fetta del destino di noi tutti e di questo paese.

Un buon modo per cominciare è chiedersi che cosa sia il renzismo. Che si può ormai definire, in modo sintetico e preciso, un fenomeno di destra mascherato da vaghe sembianze di centro-sinistra. È inutile attardarsi in esempi, anche se è bene non dimenticare che una delle ragioni del disastro italiano (e non la minore delle responsabilità di chi ha diretto la mutazione genetica del Pci prima, del Pds e dei Ds poi) risiede nel fatto che gran parte dell’elettorato progressista non è in grado di comprendere. Per cui rimane sotto ipnosi e vota per il Pd indipendentemente da ciò che esso è diventato e fa, nell’astratta convinzione di compiere una scelta «di sinistra».

Ma da quando il renzismo è un fenomeno di destra travestito? Meglio: da quando lo è in modo evidente, almeno agli occhi di chi è in grado di decifrare la politica? Ammettiamo che la preistoria fiorentina del presidente del Consiglio non fosse univoca sotto questo punto di vista.

Concediamo che le parole d’ordine della rottamazione e il braccio di ferro per le primarie aperte potessero ingannare gli ingenui (o gli sprovveduti). Fingiamo quindi che si dovesse stare per qualche tempo a vedere che cosa combinava il nuovo governo dopo l’occupazione manu militari di palazzo Chigi. Resta che la maschera Renzi se l’è tolta clamorosamente già l’estate scorsa, nel primo scontro durissimo su una «riforma» costituzionale dichiaratamente volta ad accentrare nelle mani del governo il potere legislativo e a trasformare il parlamento della Repubblica in una riedizione della Camera dei Fasci e delle Corporazioni

È trascorso poco meno di un anno e moltissima acqua è passata sotto i ponti.

Acqua inquinata e inquinante che ha investito, travolgendoli, diritti e condizioni materiali di vita e di lavoro (o di non lavoro) di milioni di persone. Acqua limacciosa e putrida che si chiama jobs act e italicum; tagli lineari al welfare e ancora soldi pubblici alle scuole private; acquisto di decine di cacciabombardieri e aumento della pressione fiscale sul lavoro dipendente ed eterodiretto; la bufala populista degli 80 euro e l’urto frontale con i sindacati; la cancellazione del Senato elettivo e decine di voti di fiducia e di decreti-legge; deleghe legislative in bianco e continue violazioni dei regolamenti parlamentari; patto del Nazareno e indecorose tresche con Marchionne e Confindustria. E ancora migliaia di tweet di autoincensamento compulsivo, da fare invidia al dittatore dello Stato liberodiBananas.

Bene: che cosa ha fatto la fronda interna del Pd in questo non breve arco di tempo?

Quali risultati ha portato a casa nel suo infinito psicodramma (esco non esco, scindo non scindo, voto non voto, mi dimetto no resto, mugugno ma mi allineo)? Di questo bisognerebbe parlare finalmente, senza tante chiacchiere sui massimi sistemi. E forse si evita con cura di farlo perché il bilancio è semplicemente disastroso.

Non solo perché Renzi ha potuto sin qui fare e disfare a proprio piacimento, nonostante non avesse (e a rigore non abbia ancora) i numeri, almeno in Senato.

Non solo perché si è fatto in modo che la confusione aumentasse a dismisura nel paese, e con essa il disgusto per la politica politicante.

Non solo perché si è alimentata la vergogna del trasformismo parlamentare, regalando ogni mese nuove truppe mercenarie al padrone trionfante, secondo le migliori tradizioni del paese.

Ma anche, soprattutto, perché, con uno stillicidio di penultimatum e di voltafaccia e di finte trattative e ancor più finte concessioni strappate al dominus, si è impedito al popolo della sinistra di orientarsi in una battaglia per la difesa della Costituzione e per un minimo di giustizia sociale che è ormai la più drammatica emergenza all’ordine del giorno.

Ora, si dice, qualcosa sta cambiando. Persino il teorico della ditta – sino a ieri l’alleato più zelante del premier – non si fida più (ma lo dice già da un mese) e fa la faccia truce. O l’italicum cambia o saranno sfracelli. Peccato che le cose davvero inaccettabili – il divieto di apparentamento e il premio stratosferico al partito di maggioranza relativa – nessuno le metta sul serio di discussione. Che si continui a invocare «un segno di attenzione» per poter continuare la manfrina. E che si fugga come la peste, invece, qualsiasi iniziativa unitaria volta a mandare a casa un governo che è un serio pericolo per la democrazia.

Perché di questo si tratta e chi si ostina a negarlo non rappresenta un problema né per Renzi né per la sua impresa. I sedicenti oppositori continuano a fraintendere la questione pensando che lo scontro riguardi il loro partito, se non la loro fazione. No. La verità è che siamo al gran finale di una storia più che ventennale di liquidazione della sinistra italiana.

Il generoso tentativo della Fiom di unire le forze sociali colpite dalla crisi e dalle politiche padronali del governo ne è a ben vedere la conferma più netta perché dimostra in modo flagrante che nulla di buono si muove nei paraggi della politica e che il sindacato – la sua componente più avanzata – è al momento l’unica risorsa disponibile per una rinascita.

Ma questa situazione deve cambiare perché non ci sarà coalizione sociale che tenga finché il mondo del lavoro resterà senza una rappresentanza politica. E già si è perso troppo tempo. Questa è la verità obiettiva sottesa allo (e nascosta dallo) psicodramma del Pd. Prima si avrà l’onestà di riconoscerlo e meglio sarà.

Alberto Burgio da “il Manifesto”


Rifondazione c’è!

Luca Mercalli: PREPARIAMOCI

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