Archive for the 'codice etico' Category

Mafia Capitale, Rodotà: “Siamo di fronte a un doppio stato con poteri extralegali”

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«Davanti ai nostri occhi si è aperto un abisso che la parola cor­ru­zione descrive solo par­zial­mente – afferma Ste­fano Rodotà – Mafia Capi­tale con­ferma l’esistenza di un sistema paral­lelo che per­mette solo ai poteri cri­mi­nali di approv­vi­gio­narsi alle risorse pub­bli­che per lucrare sugli immi­grati, sui rom, su tutti coloro che andreb­bero tute­lati con la soli­da­rietà pub­blica e civile. La soli­da­rietà si è capo­volta in un’opportunità di arric­chi­mento di un ceto che eser­cita poteri extra­le­gali o del tutto extralegali».

Come defi­nire que­sto sistema paral­lelo alla poli­tica “isti­tu­zio­nale”?
Quando sco­primmo la P2 venne coniata l’espressione “Dop­pio stato”. A qual­cuno sem­brò un’espressione senza fon­da­mento. I dati di fatto anda­vano invece in que­sta dire­zione. Mafia Capi­tale ci mette di fronte ad un dop­pio stato. E que­sto non è avve­nuto solo a Roma. Il dop­pio stato oggi è un modo con­so­li­dato di gestire lo stato. Lo abbiamo visto all’opera all’Expo, al Mose, e in altre città. L’illegalità non è un feno­meno mar­gi­nale, è cen­trale nella vita dello Stato.

La sua è una visione inquie­tante, pro­fes­sor Rodotà, evoca tra l’altro gli aspetti più cupi della Prima Repub­blica. Non sta esa­ge­rando?
No, non lo credo affatto. Siamo di fronte ad una moda­lità isti­tu­zio­nale di gestione del potere paral­lela alla quella del potere uffi­ciale che ha finito per sovra­starla. Se misu­riamo il rap­porto tra il potere, le isti­tu­zioni e i cit­ta­dini con il metro tra­di­zio­nale oggi non siamo più in con­di­zione di descri­verlo. Il metro di giu­di­zio è affi­dato al sistema paral­lelo. Que­sto rove­scia­mento è inquietante.

Il pre­si­dente del Pd Orfini ha evo­cato i ser­vizi segreti e si chiede per­ché non sono inter­ve­nuti per fer­mare Car­mi­nati.
Sono sem­pre stato ostile alla logica delle devia­zioni. In Ita­lia abbiamo avuto la prova pro­vata che i ser­vizi hanno fian­cheg­giato feno­meni ever­sivi. Quelli erano un pezzo del dop­pio stato. In que­sto caso non mi sem­bra che ci sia una devia­zione rispetto ad una nor­ma­lità demo­cra­tica. Sta invece emer­gendo un vero e pro­prio sistema di governo.

Qual è la dif­fe­renza tra Mafia Capi­tale e Mani pulite?
Allora si diceva la cor­ru­zione che fosse fun­zio­nale all’attività di par­tito, e non ai sin­goli. Ammesso che que­sta spie­ga­zione fosse giu­sti­fi­cata, ciò che accade oggi dimo­stra che quel metodo è pro­se­guito indi­pen­den­te­mente dai par­titi. Oggi esi­ste una società che ha pro­dotto un auto­nomo sistema di «governo» che fa uso pri­vato delle risorse pub­bli­che, sfrutta le per­sone e arriva a schia­viz­zarle. In Ita­lia ci sono per­sone sono ridotte a oggetti pro­dut­tivi di uti­lità per chi eser­cita un potere ammi­ni­stra­tivo, impren­di­to­riale, maschile.

Que­sto sistema si è coa­gu­lato per sfrut­tare la nuda vita dei migranti. I diritti esi­stono solo se sono mone­tiz­za­bili?
È il lato più ter­ri­bile di que­sta vicenda. I diritti non ven­gono impu­gnati per creare un’organizzazione sociale e pra­ti­care la soli­da­rietà, ma sono lo stru­mento che riduce i migranti ad oggetti per spre­merli al fine di un pro­fitto per­so­nale. Que­sta tor­sione fini­sce per scre­di­tare i diritti. Que­sta catena dev’essere spezzata.

Quali sono gli effetti di que­sta situa­zione sui cit­ta­dini?
Un distacco dram­ma­tico rispetto alle isti­tu­zioni e ad un potere che si è fatto oscuro e minac­cioso. L’effetto più visi­bile è quello dell’astensione dal voto alle ultime ele­zioni regio­nali che resta a mio avviso la chiave più signi­fi­ca­tiva per inter­pre­tarlo. Il fatto che si rinun­cia al voto deriva dalla con­sta­ta­zione che gli enti locali sono impo­tenti ad affron­tare i pro­blemi dei tra­sporti o il sociale. Ma credo che il distacco derivi fon­da­men­tal­mente dal fatto che esi­ste un sistema paral­lelo che affianca quello isti­tu­zio­nale e poi se lo man­gia pezzo per pezzo. Que­sta espro­pria­zione della demo­cra­zia è diven­tata un ele­mento costi­tuivo del sistema.

Roberto Ciccarelli da “Il Manifesto”

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Se tutto è merce la corruzione vince

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Dalle liste elet­to­rali impre­sen­ta­bili al voto di scam­bio in Sici­lia è tutto un pul­lu­lare di mer­ci­mo­nio e cor­ru­zione. Niente di nuovo si dirà, ripen­sando al Mose e all’Expo, alla tele­no­vela infi­nita delle tan­genti e delle car­riere spia­nate a figli e amanti con tanto di rolex e di viaggi all’estero a spese della col­let­ti­vità. Vero.

Del resto si parla sem­pre della poli­tica come se altrove tutto fosse in ordine. Non lo è. Baste­rebbe guar­dare con atten­zione al mondo uni­ver­si­ta­rio – per dirne una – per capire che anche la famosa «società civile» gronda cor­ru­zione, con i suoi bravi corol­lari di pro­ter­via, ille­ga­lità, clientelismo.

Ma ora, a com­pli­care il qua­dro, scop­pia que­sto mega­scan­dalo trans­na­zio­nale della Fifa. Si sco­pre un sistema ven­ten­nale di favo­ri­ti­smi e taglieg­gia­menti che, stando agli inqui­renti, ha frut­tato ai ver­tici dell’organizzazione qual­cosa come 150 milioni di dollari.

Per cor­rotto che sia, il nostro paese non è dun­que un’eccezione. La cor­ru­zione dilaga, fa sistema. Si ha l’impressione che rap­pre­senti, die­tro le quinte, la vera logica nella ripro­du­zione dei poteri e nell’assunzione delle deci­sioni. Ma se è così, che cosa se ne deve dedurre? Che que­sta è, para­dos­sal­mente, la regola? Che depre­care è, oltre che vano, insulso?

Così a prima vista par­rebbe. Tanto più che, in tema di cor­ru­zione, si usa fare un ragio­na­mento per lo meno ambi­guo. La cor­ru­zione, si dice, è, come altre pato­lo­gie sociali (come l’evasione fiscale, per esem­pio), ine­stir­pa­bile. Di recente Raf­faele Can­tone ha par­lato di «limiti fisio­lo­gici» della cor­ru­zione, per dire appunto che sarebbe uto­pi­stico imma­gi­nare di eli­mi­narla totalmente.

Il guaio di un discorso del genere è che rischia di con­fon­dere le idee, non chia­rendo che la fisio­lo­gia di cui si tratta attiene alla soglia di tol­le­ra­bi­lità siste­mica (dice quanta cor­ru­zione una società può sop­por­tare senza implo­dere), non al giu­di­zio morale.

Non ci sono feno­meni cor­rut­tivi sani come non c’è un’evasione fiscale buona, anche se è vero che, al di sotto di un dato livello quan­ti­ta­tivo, né gli uni né l’altra met­tono a repen­ta­glio la tenuta finan­zia­ria o morale della società.

La cor­ru­zione è sem­pre pato­lo­gica. Lo è per una ragione che rara­mente capita di vedere espli­ci­tata. Il punto è anche eco­no­mico: la cor­ru­zione osta­cola il benes­sere col­let­tivo per­ché inter­fe­ri­sce nella distri­bu­zione delle risorse, deter­mina l’aumento del costo delle opere pub­bli­che, ini­bi­sce gli inve­sti­menti, riduce la pro­dut­ti­vità sistemica.

La cor­ru­zione distrugge il prin­ci­pio di uguaglianza

Ma l’aspetto essen­ziale con­cerne la rela­zione sociale, nel senso che la cor­ru­zione viola diritti fon­da­men­tali e distrugge il prin­ci­pio di ugua­glianza. Chi cor­rompe e chi si lascia cor­rom­pere deter­mina per sé – pro­prio come chi opera den­tro filiere mafiose o sotto la coper­tura di logge segrete – con­di­zioni di van­tag­gio che discri­mi­nano quanti riman­gono esclusi dal patto corruttivo.

L’essenza della cor­ru­zione è quindi la vio­lenza: l’istituzione di pri­vi­legi e la nega­zione degli altrui diritti alla pari dignità e alla par­te­ci­pa­zione egua­li­ta­ria alla dina­mica sociale. Il che signi­fica che una società in cui la cor­ru­zione è dif­fusa e radi­cata è una società vio­lenta, nella quale la pre­va­ri­ca­zione è dive­nuta o rischia di dive­nire costume, forma etica.

Limiti fisio­lo­gici o meno, al cospetto della cor­ru­zione ci si dovrebbe quindi sem­pre indi­gnare e si dovrebbe rea­gire con deter­mi­na­zione, esi­gen­done la più decisa repres­sione. Resta però vero che il dato quan­ti­ta­tivo può fare la dif­fe­renza sul ter­reno delle con­se­guenze sociali (mate­riali e morali) dei feno­meni cor­rut­tivi. E allora la domanda che ci si deve porre di fronte alle noti­zie di que­ste ore è sem­plice: che cosa è suc­cesso e quando, per­ché nelle nostre società la cor­ru­zione dive­nisse, appunto, nor­ma­lità, ethos, sistema?

Qui la rispo­sta chiama in causa ine­vi­ta­bil­mente la que­stione morale. Certo ci sono anche pro­blemi isti­tu­zio­nali: la qua­lità dei sistemi di con­trollo sui com­por­ta­menti e sui con­flitti d’interesse; il grado di dif­fi­coltà delle leggi e di opa­cità delle pro­ce­dure e quello di discre­zio­na­lità dei deci­sori. Ma, al dun­que, l’integrità dei cit­ta­dini, dei pub­blici uffi­ciali e delle forze poli­ti­che rimane il fattore-chiave. Al riguardo, quel che si può dire è che nel corso di que­sti 25–30 anni, di pari passo con il radi­carsi dell’individualismo social­dar­wi­ni­stico neo-liberale, è dav­vero avve­nuta una sorta di muta­zione etico-antropologica.

Tutto oggi è merce e la ric­chezza e il potere sono tutto. Anche per chi è al ter­mine della pro­pria vita, quasi che potere e denaro potes­sero esor­ciz­zare la morte. È una regres­sione pro­fonda e gene­rale, che non rispar­mia certo i più gio­vani, nati e cre­sciuti in que­sto clima etico. E che espone la società a un tasso ele­vato di vio­lenza distrut­tiva. Come ben sapeva Adam Smith, il capi­ta­li­smo senza puri­ta­ne­simo dis­solve le società. Non crea gli alveari con­tenti di Man­de­ville: sca­tena le guerre fra­tri­cide di Hobbes.

È dif­fi­cile dire in che misura oggi la cor­ru­zione abbia supe­rato i limiti fisio­lo­gici e se il sistema implo­derà. Certo, per stare al nostro paese, non siamo messi bene per niente. Quanto la cor­ru­zione ci costi rimane un mistero (quei famosi 60 miliardi annui sti­mati dalla Corte dei conti essendo sol­tanto l’indice medio cal­co­lato dieci anni fa da Daniel Kau­f­mann), men­tre è un fatto che siamo il paese più cor­rotto in ambito Ue, Ocse e tra i G20.

Allora è curioso quel che è acca­duto in que­sta cam­pa­gna elet­to­rale a Mat­teo Renzi, il quale, per soste­nere Vin­cenzo De Luca in Cam­pa­nia, non ha tro­vato di meglio che fare il verso al peg­gior Moro, quello del «non ci lasce­remo pro­ces­sare». Ha detto, papale papale, che il Pd «non accetta lezioni di lega­lità da nes­suno». Come dire: siamo imper­mea­bili, sordi, refrat­tari.

Com­pli­menti, dav­vero un bel lap­sus. È pro­prio vero che, quando cade l’ultimo resi­duo della ver­go­gna, capita di dire anche l’indicibile.

Alberto Burgio – “Il Manifesto”

L’UNICA MALATTIA E L’OMOFOBIA – SABATO 17 GENNAIO

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Matteo Prencipe Segretario Provinciale di Rifondazione Comunista e Anita Sonego capogruppo di Sinistra per Pisapia – Federazione della Sinistra, partecipano al presidio 17 gennaio “L’unica malattia è l’omofobia” che contesta il convegno sulla famiglia naturale organizzato dalla Regione Lombardia

Sabato 17 gennaio Rifondazione Comunista di Milano parteciperà al presidio “L’unica malattia è l’omofobia” (ORE 14.00 p.zzo della Regione Lombardia), indetto dai Sentinelli di Milano, per contestare il convegno sulla famiglia naturale organizzato da Regione Lombardia. Matteo Prencipe Segretario Provinciale di Rifondazione Comunista dichiara: – “Mentre l’ONU il 17 maggio dedica una giornata mondiale contro l’omofobia, la Regione Lombardia di Maroni si vanta di essere omofoba usando anche il simbolo di Expo. Contestiamo questa scelta con forza e parteciperemo al presidio il 17 insieme alle forze democratiche, per manifestare contro la degenerazione di un’istituzione pubblica che avvalla la discriminazione di suoi cittadini  ”

Anita Sonego capogruppo Sinistra per Pisapia – Federazione della Sinistra dichiara: “Ho proposto un ordine del giorno per la discussione in Consiglio Comunale, sottoscritto anche dai gruppi PD, SEL, Radicali e Cinque Stelle, di netta presa di distanza verso un convegno che cerca di dare credibilità alle così dette ” pratiche riparative” che  dovrebbero  ‘guarire’  gli/  le  omosessuali, in  netto contrasto con la comunità scientifica internazionale. Non si era mai visto una istituzione pubblica sostenere la  discriminazione  delle  varie  forme  con  cui  si manifestano la vita e l’amore, pensando di curare una “malattia”. Sarò presente come consigliere comunale di Milano al presidio del 17 gennaio per contestare con forza questo orientamento della giunta Maroni, della destra e della Lega.”

Giacomo di cristallo

Giacomo di cristallo

Una volta, in una città lontana, venne al mondo un bambino trasparente. Attraverso le sue membra si poteva vedere come attraverso l’aria e l’acqua. Era di carne e d’ossa e pareva di vetro, e se cadeva non andava in pezzi, ma al più si faceva sulla fronte un bernoccolo trasparente.
Si vedeva il suo cuore battere, si vedevano i suoi pensieri guizzare come pesci colorati nella loro vasca.
Una volta, per sbaglio, il bambino disse una bugia, e subito la gente poté vedere come una palla di fuoco dietro la sua fronte: ridisse la verità e la palla di fuoco si dissolse. Per tutto il resto della sua vita non disse più bugie.
Un’altra volta un amico gli confidò un segreto, e subito tutti videro come una palla nera che rotolava senza pace nel suo petto, e il segreto non fu più tale.
Il bambino crebbe, diventò un giovanotto, poi un uomo, e ognuno poteva leggere nei suoi pensieri e indovinare le sue risposte, quando gli facevano una domanda, prima che aprisse bocca.
Egli si chiamava Giacomo, ma la gente lo chiamava “Giacomo di cristallo”, e gli voleva bene per la sua lealtà, e vicino a lui tutti diventavano gentili.
Purtroppo, in quel paese, salì al governo un feroce dittatore, e cominciò un periodo di prepotenze, di ingiustizie e di miseria per il popolo. Chi osava protestare spariva senza lasciar traccia. Chi si ribellava era fucilato. I poveri erano perseguitati, umiliati e offesi in cento modi.
La gente taceva e subiva, per timore delle conseguenze.
Ma Giacomo non poteva tacere. Anche se non apriva bocca, i suoi pensieri parlavano per lui: egli era trasparente e tutti leggevano dietro la sua fronte pensieri di sdegno e di condanna per le ingiustizie e le violenze del tiranno. Di nascosto, poi, la gente si ripeteva i pensieri di Giacomo e prendeva speranza.
Il tiranno fece arrestare Giacomo di cristallo e ordinò di gettarlo nella più buia prigione.
Ma allora successe una cosa straordinaria. I muri della cella in cui Giacomo era stato rinchiuso diventarono trasparenti, e dopo di loro anche i muri del carcere, e infine anche le mura esterne. La gente che passava accanto alla prigione vedeva Giacomo seduto sul suo sgabello, come se anche la prigione fosse di cristallo, e continuava a leggere i suoi pensieri.
Di notte la prigione spandeva intorno una grande luce e il tiranno nel suo palazzo faceva tirare tutte le tende per non vederla, ma non riusciva ugualmente a dormire.
Giacomo di cristallo, anche in catene, era più forte di lui, perché la verità è più forte di qualsiasi cosa, più luminosa del giorno, più terribile di un uragano.

(Gianni Rodari, Favole al telefono)

Una risata vi seppellirà ! Purtroppo troppo tardi, ma vi seppellirà !

Dopo le esternazioni, nelle scorse settimane dei ministri del governo italiano, ecco puntuali arrivare sul binario di viale dell’Astronomia le stronzate di Emma Marcegaglia. Ricordiamo tutti le battute fuori luogo e molto spesso quasi autobiografiche di Monti sul posto fisso monotono o della Cancellieri sulla voglia di trovarsi un lavoro vicino a mamma e papà con figli e figlie di ministre che lavorano nella stessa università di mamma Fornero e papà Deaglio.

Forse sarebbe il caso di rispondere con ironia, piuttosto che con la rabbia, alle solite nefandezze e prepotenze di chi esercita il potere come sfoggio del proprio putridume culturale.

Nei giorni scorsi la cara Emma nazionale, dopo un mandato come rappresentante dei giovani industriali, ed ora sul finire del proprio incarico come rappresentante dei senior di Confindustria, si è lasciata andare a commenti, diciamo poco onorevoli, sul ruolo del sindacato: “Vorremmo un sindacato che lotta anche fortemente con noi per tutelare il lavoro, ma che non protegge assenteisti cronici,  ladri e chi non fa bene il proprio lavoro”.

Ed allora sarebbe bene ricordare chi sono i Marcegaglia, prima che a qualcuno possa sfuggire e soprattutto prima che la sabbia di tutte le clessidre scorra inesorabile donandoci l’oblio.

Il Gruppo Marcegaglia è un gruppo industriale e finanziario che opera in Italia e all’estero con 50 società e più di 6.500 dipendenti nel settore metalsiderurgico e in una serie diversificata di altri comparti produttivi. Il gruppo, che è interamente controllato dalla famiglia Marcegaglia, fattura 4,2 miliardi di euro ed ha registrato nello scorso decennio un tasso di crescita medio del 15 per cento (del 20 per cento negli ultimi 5 anni) (dati 2008-09).

Nel 2006 Steno Marcegaglia, padre della presidentessa di Confindustria e fondatore del gruppo, imputato nel processo ’Italicase-Bagaglino’, viene condannato a 4 anni e un mese per il reato di bancarotta preferenziale, in parte condonato.

Nel 2008 la Marcegaglia Spa ha patteggiato una sanzione di 500 mila euro più 250 mila euro di confisca per una tangente di 1 milione 158 mila euro pagata nel 2003 a Lorenzo Marzocchi di EniPower.

La sua SpA controllata N.e./C.c.t. spa ha invece patteggiato 500 mila euro di pena, e ben 5 milioni 250mila euro di confisca. Oltre al patteggiamento dell’azienda, Antonio Marcegaglia, fratello della leader dei galantuomini di Confindustria, ha patteggiato 11 mesi di reclusione con sospensione della pena per il reato di corruzione.

Negli scorsi mesi su segnalazione delle Autorità svizzere, erano in corso indagini per accertare l’utilizzo e la legalità di diversi conti cifrati all’estero.

Il gruppo Marcegaglia spa è anche uno dei principali azionisti della CAI, la mitica compagnia di volenterosi che avrebbe dovuto, con i soldi di noi poveri pirla, salvare la compagnia nazionale di volo Alitalia. Un altro grande miracolo italiano.

Tutte le condanne e le indagini a carico dei citati nell’articolo sono atti pubblici e non indiscrezioni. Tutti possono accedere e controllare.

Alcuni organi di stampa hanno fatto notare come l’azienda di famiglia Marcegaglia SpA utilizzi procedure di ottimizzazione fiscale grazie ad holdings in Irlanda e in Lussemburgo (Il Fatto Quotidiano e Report rispettivamente agosto e novembre 2011).

Emma Marcegaglia ha dichiarato a più riprese nel 2009 che lo Scudo Fiscale è un “male necessario” (dichiarazioni ad agenzie di stampa ottobre e dicembre 2009). Successivamente, nell’ambito dell’inchiesta per falso in bilancio relativa alla sua azienda, la parte dell’inchiesta riguardante l’evasione fiscale viene archiviata perché i capitali oggetto dell’inchiesta sono stati scudati (ancora Report novembre 2011). Ad ottobre 2011 ha dichiarato che lo scudo fiscale “non è la scelta giusta in quanto premia i furbi” (RaiTre ottobre 2011).

Alcuni osservatori, come ad esempio l’Ing. De Benedetti, sostengono che la Marcegaglia abbia iniziato tardivamente a fare opposizione al governo Berlusconi, avendo fatto affari con quel governo. “È noto, e credo che sia un’operazione del tutto corretta, che la Marcegaglia ha affittato ad un prezzo considerato da tutti risibile le attrezzature buttate via per il vertice del G8 della Maddalena del 2009 e questa è stata una decisione del governo Berlusconi” (La7 e Unità novembre 2011).

Alla fine di questo cursus honorum, le cui notizie sono reperibili facilmente in rete (tra le fonti principali alcuni siti: www.thepopuli.it e it.wikipedia.org), potremmo concludere che il silenzio è sempre uno strumento molto prezioso. Bisogna saperne fare buon uso. Consigliamo alla presidente di Confindustria un po’ di questo sano esercizio oppure di seguire i vecchi e classici consigli di “non sputare contro vento” oppure di non gettare “la solita merda nel ventilatore”. Il rischio di imbrattarsi è altissimo !!!!!

Per chiuderla in filosofia ci piace citare il Rasoio di Occam ed il Rasoio di Hanlon due principi metodologici che insegnano a capire e classificare molte delle affermazioni di persone che occupano, forse immeritatamente, posizioni di potere e responsabilità.

Rasoio di Occam è il nome con cui viene contraddistinto un principio espresso dal filosofo William of Ockham, noto in italiano come Guglielmo di Occam. Tale principio, nella sua forma più immediata suggerisce l’inutilità di formulare più teorie di quelle che si siano formulate per spiegare un dato fenomeno: il rasoio di Occam impone di evitare cioè ipotesi aggiuntive, quando quelle iniziali sono sufficienti. Se una teoria funziona è inutile aggiungere una nuova ipotesi. (fonte wikipedia)

Il Rasoio di Hanlon, formulato sul modello di quello, più noto, di Ockham, suggerisce di considerare, come causa di una fattispecie, l’ipotesi più immediatamente verosimile rispetto a quella meno probabile. Il concetto è attribuito a un non meglio identificato Robert J. Hanlon, il quale avrebbe formulato, o quantomeno avrebbe reso noto, tale assunto intorno al 1980.

Esso può essere riassunto come “Non attribuire a cattiveria ciò che puoi facilmente spiegare con la stupidità” o, in un’altra forma più semplificata: “Non presumere mai cattiveria laddove la stupidità basti”. (fonte wikipedia)

Facciamolo a pezzi 6: “TRASPARENZA”

Abbiamo ormai una notevole esperienza di ciò che significa di per sé la formula “conflitto di interessi”.  Se non altro i governi nazionali a guida centro-destra, e nello specifico con Berlusconi presidente del Consiglio hanno in più occasioni mostrato quali siano i pericoli reali di avere amministratori della cosa pubblica coinvolti personalmente in forti interessi privati. Simili persone lasciano più di qualche dubbio sulla loro imparzialità nel compiere azioni che devono sempre essere indirizzate all’interesse pubblico ed al vantaggio collettivo. In più occasioni in ambito di telecomunicazioni e soprattutto nell’ottica di porre i bastoni tra le ruote alla magistratura, Berlusconiha dato ampia prova di una totale mancanza di imparzialità. Il cambio dell’esecutivo non ha di per sé fatto sparire con un colpo di spugna i dubbi sugli interessi privati nella gestione del pubblico.

Il governo attuale presieduto da Mario Monti vede tra le figure di spicco diversi ministri provenienti dai consigli di amministrazione delle banche. Quegli stessi istituti bancari creatori e generatori della crisi, dovuta alla finanziarizzazione entrano oggi ancor di più nella stanza dei bottoni a decidere il corso degli eventi politici.

Il conflitto di interessi offerto dal Ministro Passera è di per sé un esempio lapidario e paradigmatico.

Una buona e corretta amministrazione, anche nei nostri comuni, tende spesso a dimenticare alcuni aspetti che si traducono poi nella pratica del conflitto di interessi. Quindi un’amministrazione locale deve essere il più possibile sgombra da ogn possibile sospetto.

In una delle ultime sedute del consiglio comunale in cui Franca Rossetti era ancora Sindaco di Senago, un intervento svolto dall’allora prima cittadina si è tradotto in una serie di dichiarazioni relative a tutte le conflittualità che ogni singolo consigliere comunale ed assessore si sarebbe trovato ad affrontare nel momento in cui si fosse andati a discutere di un determinato intervento in una certa area dove il proprietario era direttamente un consigliere comunale piuttosto che un assessore o comunque un rappresentate politico di parte o un suo stretto familiare e quindi coinvolto con un interesse particolare nell’ambito della gestione pubblica.

Questo ci induce a pensare che non soltanto a livello nazionale, in misura enorme e macroscopica, ma anche e soprattutto a livello locale possiamo individuare conflitti d’interesse. A livello cittadino non esistono molte regole che stabiliscono quando un consigliere comunale oppure un assessore e componente della Giunta dovrebbero astenersi dal prendere posizioni e decisioni dirimenti. Ci si affida molto spesso alla sensibilità dei singoli che talvolta è assolutamente ineccepibile, ma talvolta non si manifesta con la dovuta attenzione e accortezza. Succede invece spesso che soprattutto a livello locale vi siano comunque professionisti che siedono tra i banchi dei consigli comunali e votino l’approvazione di progetti che loro stessi in veste professionale hanno presentato all’amministrazione comunale.

La Federazione della Sinistra ha un’idea che si muove in direzione diametralmente opposta. Per evitare anche il minimo sospetto in questo ambito è opportuno che ogni possibile conflittualità sia assente già nella proposta che viene rivolta ai cittadini. Quindi anche a livello locale la composizione delle liste dei candidati al consiglio comunale dovrebbe essere formulata secondo un “codice etico” che porti a non candidarsi a ruoli pubblici coloro i quali possono trovarsi anche minimamente in una potenziale situazione di conflitto di interessi.

Con questo non vogliamo certo proporre un ridimensionamento del diritto civico e costituzionale di ogni cittadino a svolgere anche un ruolo pubblico nella propria e per la propria città, ma proprio perché l’interesse pubblico è prioritario va sicuramente fugato ogni dubbio sul fatto che gli interessi privati debbano essere in ogni modo tenuti in ultimo piano rispetto a quelli della collettività. Questo favorisce anzitutto una notevole trasparenza che può solo essere garanzia di una gestione oculata ed onesta della cosa pubblica.


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