Archivio per novembre 2015

RIPRISTINARE IL DIRITTO CONTRO IL CAOS

GUERRA IN SIRIA 6

I tragici fatti di Parigi, difficili persino da immaginare prima che accadessero, sono una dimostrazione eclatante della crisi dell’ordine pubblico internazionale e del fallimento delle politiche di potenza con cui, al termine della guerra fredda, le principali potenze occidentali hanno ritenuto di regolare le relazioni internazionali con la pretesa di sostituire la forza al diritto.

Dopo l’89 è stato sprecato il patrimonio di saggezza elaborato dalle nazioni che avevano sconfitto il nazismo e che puntava a creare un nuovo ordine internazionale in cui la pace era assicurata dal diritto.

L’umanità, nel corso della prima metà del secolo scorso, ha sperimentato con le due guerre mondiali, con Auschwitz, con Hiroshima, una vera e propria discesa agli inferi. Nel 1945 i leaders delle principali potenze alleate, per necessità storica, hanno deciso di chiudere la porta dell’inferno, sbarrandola con pesanti lastre di acciaio. Quelle lastre si chiamano ripudio della guerra, astensione dalla minaccia o dall’uso della forza nelle relazioni internazionali, eguaglianza dei diritti degli uomini e delle donne e delle nazioni grandi e piccole, risoluzione pacifica delle controversie, cooperazione internazionale per lo sviluppo, rispetto del diritto internazionale, repressione di ogni violazione della pace, ricorrendo, come estrema ratio all’uso della forza attraverso una forza armata dell’ONU.

Il diritto internazionale, con le garanzie previste dalla Carta dell’ONU, costituiva il principale e più efficiente sistema di sicurezza collettivo. Il diritto dei diritti umani, fondato sulla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, e le Costituzioni democratiche del dopoguerra operavano per il rafforzamento ed il rilancio del diritto internazionale e, quindi, della sicurezza collettiva.

La Costituzione italiana, traendo insegnamento dai tragici fatti della storia, coerentemente con lo Statuto della Nazioni Unite, aveva ripudiato lo strumento della guerra ed impegnato l’Italia ad operare nelle relazioni internazionali per costruire la pace attraverso la giustizia nel rispetto del diritto internazionale.

A partire dalla prima guerra del Golfo nel 1991, il diritto internazionale è stato brutalmente calpestato ed è stato abrogato il sistema di sicurezza collettivo bastato sul diritto e sul ruolo di mediazione e di garanzia dell’ONU. Le nazioni che avevano in mano le chiavi della forza le hanno utilizzate per imporre i propri interessi nazionali al di fuori di ogni contesto di giustizia. In questo modo è stata avviato un percorso verso il caos, che ha raggiunto il suo massimo sviluppo con la nascita ed il radicamento dell’Isis.

Gli eventi di questi giorni sono una tragica conferma che non vi può essere sicurezza collettiva senza diritto.

Occorre ripristinare i principi di pace e giustizia e le garanzie del diritto internazionale che si realizzano attraverso l’intervento dell’ONU, occorre ricostruire l’unità fra le nazioni che sconfissero il nazismo per ripristinare i principi ed i valori del diritto internazionale, a cominciare dall’inviolabilità delle frontiere e dal dovere di reprimere il genocidio, nel rispetto delle procedure e con le sanzioni previste dal diritto internazionale.

Domenico Gallo, Alfiero Grandi da “Coordinamento Democrazia Costituzionale”

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L’abbondanza e il capitale

Il capi­ta­li­smo ha un grande e tenace nemico, una malat­tia che pro­duc64073980ae6d342f0837285d7b699df1d439fd9ec96dbc3aa1b71a4f_175x175_175x175e esso stesso inces­san­te­mente: l’abbondanza. Oggi l’abbondanza che lo minac­cia è, come sem­pre, quella delle merci, ma in una misura che non ha pre­ce­denti. Ad essa, negli ultimi decenni, se ne è aggiunta un’altra, asso­lu­ta­mente ine­dita, che coin­volge un vasto e cre­scente ambito di ser­vizi. Per alcuni beni la satu­ra­zione del mer­cato capi­ta­li­stico è visi­bile a occhio nudo ormai da tempo. I capi d’abbigliamento si com­prano ancora nei negozi, a prezzi che gene­rano un certo pro­fitto a chi li pro­duce e a chi li vende. Ma per il vestia­rio esi­ste un mer­cato paral­lelo così esteso e abbon­dante che ormai sfiora la gra­tuità. Si può dire che nelle nostre società più nes­suno ormai, nemmeno il più misero degli indi­vi­dui, ha il pro­blema di vestirsi. Non dis­si­mile feno­meno pos­siamo osser­vare nell’ambito dei ser­vizi più avan­zati: l’accesso all’informazione, alla cul­tura, all’arte, alla musica. Certo, occorre almeno pos­se­dere un cel­lu­lare, pagare un con­tratto a un gestore. Ma è evi­dente che siamo invasi anche qui – insieme, certo, al ciar­pame – da un’abbondanza di offerta, a prezzi decre­scenti che ten­dono a creare uno spa­zio di frui­zione fuori mer­cato. Sap­piamo che il capi­tale anche da tali beni rie­sce a trarre ancora pro­fitti, ma oggi è sotto i nostri occhi uno sce­na­rio di abbon­danza di ser­vizi e beni cul­tu­rali, di umana eman­ci­pa­zione, poten­ziale e di fatto, che non ha pre­ce­denti. Solo 50 anni fa tutto que­sto era lon­tano dalla nostra imma­gi­na­zione. Occorre sem­pre get­tare un occhio al pas­sato, per evi­tare di scor­gere nel pre­sente solo un cumulo di sconfitte.

Com’è noto, il capi­tale com­batte la caduta ten­den­ziale del sag­gio di pro­fitto inven­tando nuovi beni e nuovi biso­gni, dila­tando il suo domi­nio sulla natura per tra­sfor­mare il vivente in merci bre­vet­ta­bili, strap­pando al con­trollo pub­blico ser­vizi che un tempo erano dei comuni e dello stato. Ma il capi­tale, aiu­tato da cir­co­stanze sto­ri­che for­tu­na­tis­sime – la crisi e poi il crollo del socia­li­smo reale, la buro­cra­tiz­za­zione dei par­titi demo­cra­tici di massa e dei sin­da­cati, la rivo­lu­zione infor­ma­tica – ha sven­tato la più grande minac­cia da abbon­danza che gli sia parata din­nanzi nella sua sto­ria: quella degli ultimi decenni del XX secolo. Un oceano di merci stava per river­sarsi nel mer­cato dei Paesi avan­zati che avrebbe costretto impren­di­tori e governi a innal­zare i salari e soprat­tutto a ridurre dra­sti­ca­mente l’orario di lavoro. Si sarebbe arri­vati a quel pas­sag­gio epo­cale pre­vi­sto da Lord Key­nes nel sag­gio Pos­si­bi­lità eco­no­mi­che per i nostri nipoti, che, con la cre­scita della pro­dut­ti­vità «a un ritmo supe­riore all’1% annuo» avrebbe spinto le società indu­striali, nel giro di un secolo, a isti­tuire una durata del lavoro a 15 ore settimanali.

Poveri e indebitati

In realtà, la cre­scita della pro­dut­ti­vità mon­diale è stata supe­riore alle stesse pre­vi­sioni di Key­nes, con risul­tati però oppo­sti rispetto alle sue aspet­ta­tive. In un sag­gio pre­zioso per rile­vanza docu­men­ta­ria e nitore espo­si­tivo, Abbon­danza, per tutti (Don­zelli) Nicola Costan­tino ha ricor­dato che il tasso di cre­scita annuo della pro­dut­ti­vità a livello mon­diale, nel corso del XX secolo, ha oscil­lato tra il 2 e il 3%. Negli Usa, tra il 1950 e il 2000 è stato in media, del 2,5%; in Fran­cia, nel solo set­tore indu­striale, tra il 1978 e il 1998, del 3,7%. Il che ha signi­fi­cato che la pro­dut­ti­vità ora­ria del sin­golo lavo­ra­tore, a un tasso di cre­scita del 2% annuo, è aumen­tata di ben 7 volte, molto di più delle 2,7 volte ipo­tiz­zate da Key­nes e su cui egli fon­dava la pre­vi­sione delle 15 ore set­ti­ma­nali. Ma la gior­nata lavo­ra­tiva non è stata accor­ciata, se non in Fran­cia, in maniera con­tra­stata e oggi rimessa in discus­sione. Ovun­que, spe­cie negli ultimi anni, la durata del lavoro quo­ti­diano è cre­sciuta a dismi­sura. Negli Stati Uniti, già prima della crisi era diven­tato gene­rale il feno­meno del wor­ka­ho­lic, l’alcolismo del lavoro, men­tre oggi sem­pre di più gli ame­ri­cani lamen­tano la man­canza di tempo, il time squeeze, time pres­sure, time poverty (Bar­to­lini, Mani­fe­sto per la feli­cità, Don­zelli). Lavo­rano tutto il giorno come dan­nati: ma almeno gua­da­gnano bene? Niente affatto, essi sono in gran­dis­simo numero poveri e inde­bi­tati. Come ha ricor­dato Maxime Robin su Le Monde diplomatique-Il Mani­fe­sto (Stati Uniti, l’arte di ricat­tare i poveri, set­tem­bre 2015) oggi in Usa i check casher, pic­cole ban­che per pre­stiti veloci, dila­gano nei quar­tieri poveri più dei McDonald’s. Ma in genere tutti gli ame­ri­cani della middle class sono inde­bi­tati. «Uno sta­tu­ni­tense nella norma è un cit­ta­dino inde­bi­tato che paga le rate in tempo». E le cose non sono certo miglio­rate con la ripresa san­ti­fi­cata dai media. Il 95% dei red­diti aggiun­tivi che si sono creati dopo la crisi – ricor­dava The Eco­no­mist nel set­tem­bre 2013 – è andato all’1% delle per­sone più ric­che. Al restante 99% sono andate le bri­ciole del 5%.

Che cosa dun­que è acca­duto? Per­ché dal mondo dell’abbondanza a por­tata di mano siamo pre­ci­pi­tati nel regno della scar­sità? La rispo­sta essen­ziale è molto sem­plice. Per­ché il capi­ta­li­smo dei paesi domi­nanti (Usa e Europa in pri­mis), ricer­cando nuovi mer­cati e occa­sioni di pro­fitto nei paesi poveri (la cosid­detta glo­ba­liz­za­zione), innal­zando la pro­dut­ti­vità del lavoro, ristrut­tu­rando e inno­vando le imprese, non incon­trando resi­stenze in sin­da­cati e par­titi avversi, hanno gene­rato un’arma stra­te­gica for­mi­da­bile: la Grande Scar­sità, la scar­sità del lavoro. Il lavoro inteso come occu­pa­zione, come job. I dati recenti sono impres­sio­nanti. Tra il 1991 e il 2011 – ricorda Costan­tino – men­tre il Pil reale pla­ne­ta­rio è cre­sciuto del 66%, il tasso glo­bale di occu­pa­zione è dimi­nuito dell’1,1%. In 20 anni un quarto di beni in più con meno lavoro.

Logi­che sistemiche

Ma una vasta e ben con­trol­lata disoc­cu­pa­zione è oggi un arma poli­tica, non solo un effetto delle tra­sfor­ma­zioni eco­no­mi­che. Tale scar­sità, diven­tata per­ma­nente e siste­ma­tica, ha reso i rap­porti tra capi­tale e lavoro, eco­no­mia e poli­tica, poteri finan­ziari e cit­ta­dini, dram­ma­ti­ca­mente asim­me­trici e sbi­lan­ciati. Tutti invo­cano lavoro come gli affa­mati un tempo chie­de­vano il pane, for­nendo al capi­tale una legit­ti­ma­zione mai goduta in tutta la sua sto­ria. L’intera strut­tura dello stato di diritto ne risente, gli isti­tuti della demo­cra­zia ven­gono pro­gres­si­va­mente svuo­tati. Sin­da­cati e par­titi, fun­zio­nari del pre­sente, invo­cano la «ripresa» come se il futuro possa «ripren­dere» le fat­tezze del passato.

E tut­ta­via tale arti­fi­ciale scar­sità non può durare a lungo. Non solo per­ché le inno­va­zioni pro­dut­tive in arrivo (stam­panti 3D, intel­li­genza arti­fi­ciale) stanno per rove­sciarci interi con­ti­nenti di merci e ser­vizi, sosti­tuendo per­fino lavoro intel­let­tuale con mac­chine. Ma anche per­ché l’abbondanza del capi­tale che la Grande Scar­sità del lavoro oggi genera è una forma di obe­sità, una malat­tia siste­mica. C’è troppo danaro in giro, masse smi­su­rate di risorse finan­zia­rie, rispetto alle neces­sità della pro­du­zione. Patri­moni con­cen­trati in gruppi ristretti che non cor­rono il rischio dell’investimento pro­dut­tivo in società ormai sature di beni e con una domanda debole, men­tre la grande massa dei lavo­ra­tori è tenuta a basso sala­rio per­ché i loro padroni devono poter com­pe­tere a livello globale.

Que­sto qua­dro che non teme smen­tite – pog­gia su una vasta e solida let­te­ra­tura — ha una grande impor­tanza per la sini­stra. In esso è pos­si­bile scor­gere che una vita di gran lunga migliore sarebbe pos­si­bile per tutti e che solo i rap­porti di forza domi­nanti la osta­co­lano, facendo regre­dire la società nel suo insieme. Non c’è una crisi, intesa come un evento natu­rale. È stato il cedi­mento sto­rico dei par­titi della sini­stra, dei sin­da­cati, dei governi a favo­rire la vit­to­ria della scar­sità sull’abbondanza. Una grande bat­ta­glia per­duta, ma da cui ci si può riprendere.

La pira­mide della ricchezza

Da que­sta lezione si può com­pren­dere come niente di natu­rale è rin­ve­ni­bile nella situa­zione pre­sente: è tutto dipen­dente da scelte poli­ti­che, da puri rap­porti di forza. Si può così sma­sche­rare l’idea di una scar­sità a cui occorre pie­garsi come all’antico Fato. Cosi come l’idea di una «ripresa» affi­data alle riforme del mer­cato del lavoro, alla fles­si­bi­lità dei lavo­ra­tori, senza toc­care la pira­mide delle ric­chezze accu­mu­late. Non ci sono i soldi, recita la lita­nia dei poli­tici e di gran parte degli eco­no­mi­sti main­stream. È la più grande men­zo­gna della nostra epoca. I soldi non ci sono per pen­sioni digni­tose, per il red­dito di cit­ta­di­nanza, non ci sono per le borse di stu­dio agli stu­denti, che diser­tano gli studi uni­ver­si­tari, non ci sono per i nostri ricer­ca­tori e per la gio­ventù intel­let­tuale, costretta a migrare all’estero. Ma ci sono in misura cre­scente e cumu­la­tiva nei patri­moni pri­vati: in un solo anno, tra il 2011 e 2012, men­tre infu­riava la crisi, il numero degli indi­vi­dui con un patri­mo­nio supe­riore a un milione di dol­lari è cre­sciuto nel mondo del 6%, in Ita­lia del 10% . I soldi ci sono in quan­tità senza pre­ce­denti per le ban­che. E le cen­ti­naia di miliardi di euro che la Bce sta pro­fon­dendo a piene mani, sem­pli­ce­mente stampandoli?

Dun­que, una grande abbon­danza (auspi­chiamo, di beni e ser­vizi avan­zati, frutto di una gene­rale ricon­ver­sione eco­lo­gica, di ridu­zione del lavoro ) è alla nostra por­tata. E biso­gna infon­dere nella società ita­liana tutta intera que­sta grande pre­tesa. La pre­tesa della pro­spe­rità e del ben vivere per tutti. È una pro­spet­tiva di nuovi biso­gni, che non solo è pos­si­bile sod­di­sfare, ma coin­cide con una ten­denza sto­rica inar­re­sta­bile e che capi­tale e ceto poli­tico pos­sono solo ritar­dare, con danno gene­rale. La redi­stri­bu­zione dei red­diti e del lavoro e la lotta alle disu­gua­glianze incar­nano come mai nel pas­sato l’interesse gene­rale, una neces­sità indif­fe­ri­bile e uni­ver­sale. Oggi pos­siamo far sen­tire a tutti, anche agli sco­rag­giati e ai per­plessi, che nelle nostre vele può tor­nare a sof­fiare il vento della storia.

di Piero Bevilacqua da “Il Manifesto”


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