Archivio per giugno 2015

Qui Senago Libera – LUGLIO 2015

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Con questo numero vi auguriamo buone vacanze e … buona lettura!

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Pensioni: Sia rispettata la decisione della Consulta.

xarton14506.jpg.pagespeed.ic.dEjT0yxpFBSulle pensioni qualcosa si muove a livello di mobilitazione. Mentre Cgil,Cisl e Uil ancora stanno aspettando il ”favore” di un tavolo di concertazione sulla previdenza, il 16 giugno sarà il Conup a muoversi. Il Coordinamento nazionale unitario pensionati, che ha tra le sue fila anche Ezio Gallori, andrà sotto la sede del ministero dell’Economia e Finanze, per “un presenziamento molto rumoroso”. Il Comup intende protestare contro il mancato rispetto della Sentenza della Consulta, contro il decreto Poletti-Renzi e per la difesa delle pensioni attaccate dall’ennesima riforma del sistema previdenziale che Renzi-Boeri stanno preparando!”.

Il Comup ha stilato anche una lettera inviata a deputati e senatori che riportiamo integralmente perché spiega in modo chiaro e sintetico la partita in gioco.
“Siamo cittadini di tutta Italia che hanno dato vita ad un Coordinamento Nazionale, apartitico e apolitico, che riunisce pensionati, esodati e tutti i lavoratori, futuri pensionati, ai quali soprattutto è rivolto il nostro sforzo di difesa dei principi costituzionali in tema pensionistico.

“La sentenza n. 70 della Consulta ha sancito il principio che la proporzionalità e l’adeguatezza della pensione alla retribuzione debbano sussistere non solo al momento del collocamento a riposo, ma anche successivamente. Alla Consulta non è certamente sfuggito evidentemente che il provvedimento Monti/Fornero di congelamento totale della rivalutazione per gli anni 2012 e 2013 per le pensioni superiori a tre volte il trattamento minimo si inseriva in un meccanismo perverso che prevedeva già parziali o nulle rivalutazioni fin dal 1996.

Il D.L. 65/2015 del Governo Renzi a seguito della suddetta sentenza, si limita a concedere qualche irrisorio arretrato escludendo totalmente i fruitori di una pensione superiore a 6 volte il trattamento minimo, irridendo la Corte Costituzionale e facendosi beffe dei pensionati del ceto medio che hanno svolto per una vita un’attività lavorativa all’insegna della correttezza contributiva e fiscale.

Sarà sufficiente dare uno sguardo al riepilogo allegato sul meccanismo di rivalutazione automatica delle pensioni per capire che c’è un intento chiaro da parte degli ultimi Governi ed in particolare di quello attuale: TUTTE LE PENSIONI DEVONO TENDERE NEL PIU’ BREVE TEMPO POSSIBILE AD ADEGUARSI A TRE VOLTE IL TRATTAMENTO MINIMO.

Non lasciamoci ingannare peraltro dal fatto che il tasso di inflazione in questi anni è basso, niente ci garantisce che esso non possa salire nei prossimi anni. Copiamo dalla Germania dove le pensioni sono agganciate agli aumenti dei lavoratori dell’industria e l’aliquota contributiva è del 24% anziché del 33%. I pensionati non hanno rinnovi contrattuali o bonus o promozioni, se togliamo loro la rivalutazione è la fine. Si può accettare una rivalutazione attenuata, ma mai che non si percepisca neppure l’aumento riconosciuto alle fasce più basse.

Il messaggio Renziano lascia trasparire un progetto di ghettizzazione dei vecchi. I vecchi si devono contentare di un minimo uguale per tutti a prescindere da ciò che hanno fatto nella vita.

In altra sede ci proponiamo di parlare della truffa del meccanismo di calcolo della pensione con il sistema di calcolo contributivo “all’italiana”, un sistema unico al mondo e non presente neppure nei fondi assicurativi delle assicurazioni private”.

Mafia Capitale, Rodotà: “Siamo di fronte a un doppio stato con poteri extralegali”

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«Davanti ai nostri occhi si è aperto un abisso che la parola cor­ru­zione descrive solo par­zial­mente – afferma Ste­fano Rodotà – Mafia Capi­tale con­ferma l’esistenza di un sistema paral­lelo che per­mette solo ai poteri cri­mi­nali di approv­vi­gio­narsi alle risorse pub­bli­che per lucrare sugli immi­grati, sui rom, su tutti coloro che andreb­bero tute­lati con la soli­da­rietà pub­blica e civile. La soli­da­rietà si è capo­volta in un’opportunità di arric­chi­mento di un ceto che eser­cita poteri extra­le­gali o del tutto extralegali».

Come defi­nire que­sto sistema paral­lelo alla poli­tica “isti­tu­zio­nale”?
Quando sco­primmo la P2 venne coniata l’espressione “Dop­pio stato”. A qual­cuno sem­brò un’espressione senza fon­da­mento. I dati di fatto anda­vano invece in que­sta dire­zione. Mafia Capi­tale ci mette di fronte ad un dop­pio stato. E que­sto non è avve­nuto solo a Roma. Il dop­pio stato oggi è un modo con­so­li­dato di gestire lo stato. Lo abbiamo visto all’opera all’Expo, al Mose, e in altre città. L’illegalità non è un feno­meno mar­gi­nale, è cen­trale nella vita dello Stato.

La sua è una visione inquie­tante, pro­fes­sor Rodotà, evoca tra l’altro gli aspetti più cupi della Prima Repub­blica. Non sta esa­ge­rando?
No, non lo credo affatto. Siamo di fronte ad una moda­lità isti­tu­zio­nale di gestione del potere paral­lela alla quella del potere uffi­ciale che ha finito per sovra­starla. Se misu­riamo il rap­porto tra il potere, le isti­tu­zioni e i cit­ta­dini con il metro tra­di­zio­nale oggi non siamo più in con­di­zione di descri­verlo. Il metro di giu­di­zio è affi­dato al sistema paral­lelo. Que­sto rove­scia­mento è inquietante.

Il pre­si­dente del Pd Orfini ha evo­cato i ser­vizi segreti e si chiede per­ché non sono inter­ve­nuti per fer­mare Car­mi­nati.
Sono sem­pre stato ostile alla logica delle devia­zioni. In Ita­lia abbiamo avuto la prova pro­vata che i ser­vizi hanno fian­cheg­giato feno­meni ever­sivi. Quelli erano un pezzo del dop­pio stato. In que­sto caso non mi sem­bra che ci sia una devia­zione rispetto ad una nor­ma­lità demo­cra­tica. Sta invece emer­gendo un vero e pro­prio sistema di governo.

Qual è la dif­fe­renza tra Mafia Capi­tale e Mani pulite?
Allora si diceva la cor­ru­zione che fosse fun­zio­nale all’attività di par­tito, e non ai sin­goli. Ammesso che que­sta spie­ga­zione fosse giu­sti­fi­cata, ciò che accade oggi dimo­stra che quel metodo è pro­se­guito indi­pen­den­te­mente dai par­titi. Oggi esi­ste una società che ha pro­dotto un auto­nomo sistema di «governo» che fa uso pri­vato delle risorse pub­bli­che, sfrutta le per­sone e arriva a schia­viz­zarle. In Ita­lia ci sono per­sone sono ridotte a oggetti pro­dut­tivi di uti­lità per chi eser­cita un potere ammi­ni­stra­tivo, impren­di­to­riale, maschile.

Que­sto sistema si è coa­gu­lato per sfrut­tare la nuda vita dei migranti. I diritti esi­stono solo se sono mone­tiz­za­bili?
È il lato più ter­ri­bile di que­sta vicenda. I diritti non ven­gono impu­gnati per creare un’organizzazione sociale e pra­ti­care la soli­da­rietà, ma sono lo stru­mento che riduce i migranti ad oggetti per spre­merli al fine di un pro­fitto per­so­nale. Que­sta tor­sione fini­sce per scre­di­tare i diritti. Que­sta catena dev’essere spezzata.

Quali sono gli effetti di que­sta situa­zione sui cit­ta­dini?
Un distacco dram­ma­tico rispetto alle isti­tu­zioni e ad un potere che si è fatto oscuro e minac­cioso. L’effetto più visi­bile è quello dell’astensione dal voto alle ultime ele­zioni regio­nali che resta a mio avviso la chiave più signi­fi­ca­tiva per inter­pre­tarlo. Il fatto che si rinun­cia al voto deriva dalla con­sta­ta­zione che gli enti locali sono impo­tenti ad affron­tare i pro­blemi dei tra­sporti o il sociale. Ma credo che il distacco derivi fon­da­men­tal­mente dal fatto che esi­ste un sistema paral­lelo che affianca quello isti­tu­zio­nale e poi se lo man­gia pezzo per pezzo. Que­sta espro­pria­zione della demo­cra­zia è diven­tata un ele­mento costi­tuivo del sistema.

Roberto Ciccarelli da “Il Manifesto”

Se tutto è merce la corruzione vince

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Dalle liste elet­to­rali impre­sen­ta­bili al voto di scam­bio in Sici­lia è tutto un pul­lu­lare di mer­ci­mo­nio e cor­ru­zione. Niente di nuovo si dirà, ripen­sando al Mose e all’Expo, alla tele­no­vela infi­nita delle tan­genti e delle car­riere spia­nate a figli e amanti con tanto di rolex e di viaggi all’estero a spese della col­let­ti­vità. Vero.

Del resto si parla sem­pre della poli­tica come se altrove tutto fosse in ordine. Non lo è. Baste­rebbe guar­dare con atten­zione al mondo uni­ver­si­ta­rio – per dirne una – per capire che anche la famosa «società civile» gronda cor­ru­zione, con i suoi bravi corol­lari di pro­ter­via, ille­ga­lità, clientelismo.

Ma ora, a com­pli­care il qua­dro, scop­pia que­sto mega­scan­dalo trans­na­zio­nale della Fifa. Si sco­pre un sistema ven­ten­nale di favo­ri­ti­smi e taglieg­gia­menti che, stando agli inqui­renti, ha frut­tato ai ver­tici dell’organizzazione qual­cosa come 150 milioni di dollari.

Per cor­rotto che sia, il nostro paese non è dun­que un’eccezione. La cor­ru­zione dilaga, fa sistema. Si ha l’impressione che rap­pre­senti, die­tro le quinte, la vera logica nella ripro­du­zione dei poteri e nell’assunzione delle deci­sioni. Ma se è così, che cosa se ne deve dedurre? Che que­sta è, para­dos­sal­mente, la regola? Che depre­care è, oltre che vano, insulso?

Così a prima vista par­rebbe. Tanto più che, in tema di cor­ru­zione, si usa fare un ragio­na­mento per lo meno ambi­guo. La cor­ru­zione, si dice, è, come altre pato­lo­gie sociali (come l’evasione fiscale, per esem­pio), ine­stir­pa­bile. Di recente Raf­faele Can­tone ha par­lato di «limiti fisio­lo­gici» della cor­ru­zione, per dire appunto che sarebbe uto­pi­stico imma­gi­nare di eli­mi­narla totalmente.

Il guaio di un discorso del genere è che rischia di con­fon­dere le idee, non chia­rendo che la fisio­lo­gia di cui si tratta attiene alla soglia di tol­le­ra­bi­lità siste­mica (dice quanta cor­ru­zione una società può sop­por­tare senza implo­dere), non al giu­di­zio morale.

Non ci sono feno­meni cor­rut­tivi sani come non c’è un’evasione fiscale buona, anche se è vero che, al di sotto di un dato livello quan­ti­ta­tivo, né gli uni né l’altra met­tono a repen­ta­glio la tenuta finan­zia­ria o morale della società.

La cor­ru­zione è sem­pre pato­lo­gica. Lo è per una ragione che rara­mente capita di vedere espli­ci­tata. Il punto è anche eco­no­mico: la cor­ru­zione osta­cola il benes­sere col­let­tivo per­ché inter­fe­ri­sce nella distri­bu­zione delle risorse, deter­mina l’aumento del costo delle opere pub­bli­che, ini­bi­sce gli inve­sti­menti, riduce la pro­dut­ti­vità sistemica.

La cor­ru­zione distrugge il prin­ci­pio di uguaglianza

Ma l’aspetto essen­ziale con­cerne la rela­zione sociale, nel senso che la cor­ru­zione viola diritti fon­da­men­tali e distrugge il prin­ci­pio di ugua­glianza. Chi cor­rompe e chi si lascia cor­rom­pere deter­mina per sé – pro­prio come chi opera den­tro filiere mafiose o sotto la coper­tura di logge segrete – con­di­zioni di van­tag­gio che discri­mi­nano quanti riman­gono esclusi dal patto corruttivo.

L’essenza della cor­ru­zione è quindi la vio­lenza: l’istituzione di pri­vi­legi e la nega­zione degli altrui diritti alla pari dignità e alla par­te­ci­pa­zione egua­li­ta­ria alla dina­mica sociale. Il che signi­fica che una società in cui la cor­ru­zione è dif­fusa e radi­cata è una società vio­lenta, nella quale la pre­va­ri­ca­zione è dive­nuta o rischia di dive­nire costume, forma etica.

Limiti fisio­lo­gici o meno, al cospetto della cor­ru­zione ci si dovrebbe quindi sem­pre indi­gnare e si dovrebbe rea­gire con deter­mi­na­zione, esi­gen­done la più decisa repres­sione. Resta però vero che il dato quan­ti­ta­tivo può fare la dif­fe­renza sul ter­reno delle con­se­guenze sociali (mate­riali e morali) dei feno­meni cor­rut­tivi. E allora la domanda che ci si deve porre di fronte alle noti­zie di que­ste ore è sem­plice: che cosa è suc­cesso e quando, per­ché nelle nostre società la cor­ru­zione dive­nisse, appunto, nor­ma­lità, ethos, sistema?

Qui la rispo­sta chiama in causa ine­vi­ta­bil­mente la que­stione morale. Certo ci sono anche pro­blemi isti­tu­zio­nali: la qua­lità dei sistemi di con­trollo sui com­por­ta­menti e sui con­flitti d’interesse; il grado di dif­fi­coltà delle leggi e di opa­cità delle pro­ce­dure e quello di discre­zio­na­lità dei deci­sori. Ma, al dun­que, l’integrità dei cit­ta­dini, dei pub­blici uffi­ciali e delle forze poli­ti­che rimane il fattore-chiave. Al riguardo, quel che si può dire è che nel corso di que­sti 25–30 anni, di pari passo con il radi­carsi dell’individualismo social­dar­wi­ni­stico neo-liberale, è dav­vero avve­nuta una sorta di muta­zione etico-antropologica.

Tutto oggi è merce e la ric­chezza e il potere sono tutto. Anche per chi è al ter­mine della pro­pria vita, quasi che potere e denaro potes­sero esor­ciz­zare la morte. È una regres­sione pro­fonda e gene­rale, che non rispar­mia certo i più gio­vani, nati e cre­sciuti in que­sto clima etico. E che espone la società a un tasso ele­vato di vio­lenza distrut­tiva. Come ben sapeva Adam Smith, il capi­ta­li­smo senza puri­ta­ne­simo dis­solve le società. Non crea gli alveari con­tenti di Man­de­ville: sca­tena le guerre fra­tri­cide di Hobbes.

È dif­fi­cile dire in che misura oggi la cor­ru­zione abbia supe­rato i limiti fisio­lo­gici e se il sistema implo­derà. Certo, per stare al nostro paese, non siamo messi bene per niente. Quanto la cor­ru­zione ci costi rimane un mistero (quei famosi 60 miliardi annui sti­mati dalla Corte dei conti essendo sol­tanto l’indice medio cal­co­lato dieci anni fa da Daniel Kau­f­mann), men­tre è un fatto che siamo il paese più cor­rotto in ambito Ue, Ocse e tra i G20.

Allora è curioso quel che è acca­duto in que­sta cam­pa­gna elet­to­rale a Mat­teo Renzi, il quale, per soste­nere Vin­cenzo De Luca in Cam­pa­nia, non ha tro­vato di meglio che fare il verso al peg­gior Moro, quello del «non ci lasce­remo pro­ces­sare». Ha detto, papale papale, che il Pd «non accetta lezioni di lega­lità da nes­suno». Come dire: siamo imper­mea­bili, sordi, refrat­tari.

Com­pli­menti, dav­vero un bel lap­sus. È pro­prio vero che, quando cade l’ultimo resi­duo della ver­go­gna, capita di dire anche l’indicibile.

Alberto Burgio – “Il Manifesto”


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